giovedì 12 gennaio 2017

L'Academia d'Italia e la politica fascista verso gli intellettuali

Gabriele Turi: Sorvegliare e premiare. L’Accademia d’Italia, 1926-1944, Viella


Risvolto
L’Accademia d’Italia, che assorbì nel 1939 l’Accademia dei Lincei, fu fondata nel 1926 dal fascismo e promosse gli studi umanistici, scientifici e tecnologici. Ma fu soprattutto uno strumento del regime: sotto il suo controllo e con il suo aiuto finanziario partecipò alla costruzione di un’identità nazionale, alla lotta antisemita e alla politica estera del governo. 

Retta da presidenti di grande prestigio – Marconi, D’Annunzio, Federzoni, Gentile –, annoverò fra i suoi membri-funzionari alcuni dei più noti intellettuali italiani, scelti con criteri prevalentemente politici: accanto all’unica donna Ada Negri, De Stefani, Fermi, Marinetti, Mascagni, Papini, Piacentini, Pirandello o Volpe. I numerosi premi conferiti furono usati spesso come un’arma di ricatto per ampliare il consenso. Giudicata dal primo antifascismo «corruttrice» degli intellettuali, l’Accademia si avvalse in realtà del loro sostegno spontaneo e consapevole.
Una storia letta finora solo in ottica culturale e di fatto dimenticata viene qui ricostruita per la prima volta nella sua complessità e nella sua dimensione politica. 

Intellettuali fascisti insospettabili 
Un saggio di Gabriele Turi ricostruisce per la prima volta la storia dell’Accademia d’Italia fondata dal duce in cui furono coinvolti anche nomi come Buzzati e Montale

SIMONETTA FIORI 29 12 2016
Con la feluca in testa si sentiva ridicolo, il piumaggio del copricapo era davvero di troppo sulla divisa blu Savoia ricca di ricami argentati. Quella mattina c’era un artigiano per casa ed Enrico Fermi si vergognò così tanto che finita la penosa vestizione chiese alla moglie Laura di socchiudere le porte. Come se poco dopo, apparecchiato in quel modo, non avesse dovuto sfilare alla fiera delle vanità orchestrata da Mussolini. Una parata di scienziati, scrittori, filosofi, storici, filologi classici, poeti e artisti trasformati dal duce in “eccellenze”, un lauto compenso cumulabile con altri stipendi e pensioni, e un tocco di vanagloria che solo un esperto di narcisismo poteva inventarsi: le consorti degli accademici insignite del titolo di “donna”. Quel 28 ottobre del 1929, giorno di inaugurazione dell’Accademia d’Italia, il giovane professor Fermi era uno dei pochi a provare disagio, forse
presentendo il destino a cui sarebbe andata incontro la moglie ebrea. Molti altri come Marinetti indossavano la cappa di panno alla stregua di un matador alla fine della corrida. E chissà quanti avrebbero desiderato di essere al loro posto, nel gran salone degli Orazi e Curiazi in Campidoglio.
Il funerale degli intellettuali italiani sotto il fascismo cominciò proprio quel giorno piovoso d’autunno quando fu battezzata la nuova istituzione italica, l’espressione più alta e ambiziosa della politica culturale del regime. Esistevano da tempo i Lincei, ma serviva un’accademia che controllasse politicamente il ceto pensante conquistandone il consenso agli obiettivi prima imperiali e poi antisemiti. Un disegno realizzato con successo, visto che pochissimi tra i nomi più importanti delle scienze, dell’arte e della letteratura opposero un rifiuto a quella che si presentava dichiaratamente nella sua funzione di dittatura del pensiero, come comprese fin da principio Croce che si rifiutò di parteciparvi con la sua solita colorita passione: «E che? Mi volete mettere in groppa a un porco?». Un sistema ben studiato non solo di reclutamento diretto ma anche di premi, incarichi, prebende finalizzato a riscaldare i più tiepidi e «a captare la riconoscenza dei non allineati e di moltissimi giovani aspiranti ». Sorvegliare e premiare, come recita il titolo foucaultiano del bel saggio di Gabriele Turi (Viella, pagg. 224, euro 28), la prima ricostruzione dedicata all’Accademia dopo settant’anni dalla sua fine.
La lista delle personalità coinvolte a vario titolo potrebbe gareggiare con una Garzantina della cultura di quella stagione. E accanto ai volti più prevedibili di Guglielmo Marconi, Gabriele D’Annunzio, Luigi Federzoni e Giovanni Gentile – che ne furono presidenti – o di Luigi Pirandello, Giovanni Papini, Gioacchino Volpe e Marcello Piacentini che ne costituirono i testimonial ufficiali, compaiono firme sideralmente lontane dal regime come quelle di Corrado Avaro ed Elsa Morante, Carlo Emilio Gadda e Dino Buzzati, di Federico Chabod e Antonio Banfi, di Natalino Sapegno e Mario Mafai, del comunista Glauco Natoli e di Carlo Bernari, autore di un romanzo guardato con sospetto: tutti destinatari di premi in danaro nel corso degli anni Trenta.
Fa riflettere il caso di Eugenio Montale che nel 1940 riceve la sovvenzione di cinquemila lire, quando solo due anni prima era stato rimosso dalla direzione del Vieusseux perché privo di tessera del partito fascista. Nel 1932 Arturo Carlo Jemolo accetta di occuparsi di diritto costituzionale per un progetto messo a punto da Volpe in occasione del decennale della marcia su Roma: dichiara di non essere «un apologeta dell’opera dei giuristi italiani» ma riconosce che «pochi periodi sono stati così decisivi come l’ultimo decennio».
Tutti colpevoli o deprecabili? Non si tratta di questo. Nessun intento scandalistico o di condanna da parte di Turi nello scandagliare meticolosamente i documenti dell’Accademia, che solo pochi anni fa sono stati ordinati in un archivio. Nel libro manca quella furia inquisitoriale che un tempo colpiva le cedevolezze di antifascisti e dissidenti, anche perché alcuni dei premiati versavano in condizioni di vita davvero stentate. Solo la presa d’atto d’un silenzio protratto da parte della storiografia che non ha mai dedicato uno studio completo all’Accademia d’Italia (sono usciti saggi su singoli aspetti come la ricerca di Annalisa Capristo sulla esclusione degli ebrei). Come se ci fosse stata una difficoltà nel fare i conti con una pagina non tra le più nobili che ha riguardato la massima parte dell’intellettualità italiana.
Nel dopoguerra sulla volontà di capire ha prevalso la condanna d’un “luogo di corruttela”, secondo la definizione del latinista comunista Concetto Marchesi, che tuttavia nel 1939 troviamo nella lista degli “aggregati” lincei insieme a Luigi Einaudi e Gaetano Mosca (ma non sappiamo se abbiano mai dato un contributo all’Accademia). Il dito indice veniva puntato contro la capacità di manipolazione esercitata dal regime sul mondo letterario e scientifico, ritratto nella condizione di vittima inerme. Ma si trattava di una fotografia autoconsolatoria, in contrasto con la ricostruzione di Turi che ci mostra un ceto intellettuale generalmente partecipe, disposto a tutto pur di far parte di un consesso prestigioso e remunerato. Anche senza averne necessità. Perché rinunciare a un seggio dell’Accademia non comportava dover emigrare o rinunciare alla cattedra e dunque allo stipendio e al magistero presso i più giovani. Ma solo far meno della divisa turchina, di una nomina a vita e di un assegno annuo di trentaseimila lire da affiancare alla propria busta paga o pensione.
Per una poltrona tra i sessanta accademici si era disposti agli intrallazzi più arditi. Nel riceverla il filologo classico Giorgio Pasquali non nascose la sua «gioia fanciullesca ». Giuseppe Ungaretti ci mise sedici anni per ottenerla. Dopo la notizia del rifiuto Corrado Govoni confessò la sua disperazione. Il seggio faceva gola anche ai musicisti, Ildebrando Pizzetti ringraziò il duce con «la sua devozione di italiano e di artista » e Pietro Mascagni non finì di collezionare fior di sovvenzioni. Gli intrighi vanesi che avallarono ogni sciagurata decisione del fascismo – inclusa la vergogna delle leggi razziali – sarebbero proseguiti fino al luglio del 1943, quando il crollo di Mussolini segna anche la vita dell’Accademia, destinata a procedere con maggior fatica.
Ma al di là delle vicende storiche dell’istituto, quello che affascina nel libro di Turi è il tratto universale del narcisismo dell’intellettuale, incapace di resistere alla lusinga della carica e dello status, sotto la dittatura ma anche in democrazia. E perfino l’epilogo della cerimonia inaugurale dell’Accademia, nel trionfo di feluche e zucchetti porporati, appare in qualche modo emblematico di una funzione che se tradisce la sua vocazione è destinata alle stanze di servizio.
Piove a dirotto quel 28 ottobre del 1929 e se ministri, diplomatici, cardinali, senatori e generali trovano subito le loro vetture ad attenderli fuori, gli accademici devono aspettare sotto la pensilina «un’umile automobile di piazza» per tornare a casa tutti insieme. «Infreddoliti e felici», aggiunge il malizioso articolista della Stampa.
Sconsideratamente felici in quella che s’annuncia come la lunga marcia funebre della cultura italiana.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nessun commento: