domenica 15 gennaio 2017

Nuove ipotesi su Pinelli e Moro. Si stringe il cerchio anche attorno ai veri assassini di Giulio Cesare: ordinate nuove perizie

Libro Pinelli. La finestra è ancora aperta Gabriele Fuga , Enrico MaltiniEnrico Maltini, Gabriele Fuga: Pinelli. La finestra è ancora aperta, Colibrì edizioni

Risvolto
Giuseppe Pino Pinelli, trova la morte nella notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969 nella Questura di Milano, tre giorni dopo la strage di Piazza Fontana. Ventuno anni dopo la sentenza, nel 1996, si scoprono a Roma i documenti segreti di un ufficio detto degli Affari Riservati, struttura potente quanto occulta, facente capo al Ministero dell'Interno, a cui facevano riferimento confidenti, agenti infiltrati, spie e provocatori. Nelle migliaia di fascicoli ritrovati è documentata una sistematica azione di intrusione, sottrazione di corpi di reato, depistaggi, manipolazione di testi, occultamento di indizi e falsificazioni di prove nelle indagini sulle stragi di quegli anni. Il libro fornisce elementi significativi circa la presenza di funzionari dell'Ufficio Affari Riservati, arrivati appositamente da Roma, nell'ufficio di Calabresi la notte del 15/16 dicembre 1969. Gli autori con questo lavoro vogliono tentare di riaprire il caso Pinelli ed arrivare a una riabilitazione giudiziaria e definitiva per la diciottesima vittima della prima grande strage di Stato del dopoguerra. La morte di Pinelli ha aperto squarci nella macchina repressiva dello Stato che non si possono cancellare. 

Un libro di Enrico Maltini e Gabriele Fuga (Colibrì edizioni)  riapre il caso del ferroviere morto nel 1969 in circostanze mai chiarite

di CORRADO STAJANO Corriere 13 1 2017


L’ultimo segreto del sequestro Moro “Le Br inviarono le carte ai palestinesi” 

La Commissione d’inchiesta: “L’Olp si offrì di mediare, ma il governo disse no” 
Fabio Martini Busiarda
Dai cassetti segreti di una storia infinita come il caso Moro, ora affiora una nuova vicenda che conferma il rapporto privilegiato e oscuro intrecciato dallo Stato italiano con i movimenti palestinesi, nella stagione in cui questi praticavano attività terroristiche: nell’aprile 1978 - quindici giorni prima che il prigioniero Aldo Moro venisse ucciso dalle Br - dunque nel momento di massima crisi dello Stato repubblicano - i Servizi italiani attivarono un canale riservatissimo con i palestinesi per sondare una trattativa. Obiettivo: la liberazione del presidente democristiano.
Ma quella trattativa - pur promettente - naufragò: anche perché si capì che sarebbe stato scandaloso, se si fosse scoperto quel canale privilegiato con movimenti che uccidevano da anni cittadini occidentali e che rifornivano di armi proprio le Br, che in quei giorni tenevano prigioniero Aldo Moro. 
In altre parole quella trattativa segretissima non decollò anche perché avrebbe rischiato di determinare un formidabile corto circuito, accendendo i riflettori sulle ambiguità dello Stato italiano che già da anni aveva stretto un patto top-secret con i palestinesi: a loro la possibilità di far passare fiumi d’armi nel nostro Paese e in cambio l’Italia sarebbe stata risparmiata da azioni terroristiche. 
La vicenda della trattativa parallela è stata ricostruita dalla Commissione Moro che, oramai da due anni con spirito pragmatico, sta scavando e acquisendo molti nuovi elementi fattuali, ma «evitando il rischio di una storiografia parlamentare», come dice il presidente e relatore della Commissione di inchiesta Giuseppe Fioroni, già ministro della Pubblica istruzione nell’ultimo governo Prodi. Storia senza fine quella del rapimento di Aldo Moro: dopo 38 anni, dopo cinque processi, dopo diverse inchieste parlamentari, più si scava, più aumentano le scoperte spiazzanti, capaci di riscrivere interi capitoli di una delle storie più misteriose della Repubblica.
La trattativa con i palestinesi è stata ricostruita grazie alla scoperta di documenti, in alcuni casi rimasti secretati per decenni: il 17 febbraio 1978, il colonnello Stefano Giovannone, capocentro Sismi a Beirut, invia un messaggio ai superiori di Roma su una possibile azione terroristica in Italia, come segnalatogli da ambienti vicini al leader palestinese George Habbash. Allarme sottovalutato. Il 16 marzo Moro viene rapito e a fine aprile si apre lo spiraglio per una trattativa. Il 23 Moro, nelle mani delle Br, spedisce una lettera, nella quale consiglia di far richiamare Giovannone a Roma, cosa che si concretizza immediatamente. L’«ambasciatore» dell’Olp a Roma Hammad chiede un incontro urgentissimo al ministro dell’Interno Cossiga, ma la trattativa si blocca di colpo. Per diverse ragioni. Compresa la spaccatura nelle Br sulla sorte di Moro, che il 9 maggio viene ucciso.
Ma per avere un’idea dei rapporti tra le Br e i movimenti palestinesi, interessante anche la scoperta di un messaggio di Giovannone del giugno 1978 che da Beirut segnalava: «Le Br avrebbero fatto pervenire in questi giorni personalmente ad Habbash copia di dichiarazioni rese dall’onorevole Moro nel corso di interrogatori subiti». Commenta il presidente Fioroni: «Tale notizia, se verificata, confermerebbe ciò che da tempo si sospetta, ovvero un uso politico e spionistico delle carte e delle dichiarazioni di Moro».
Un altro fronte sul quale la Commissione ha scoperto una clamorosa anomalia riguarda la cattura di Valerio Morucci e Adriana Faranda, due brigatisti dell’ala trattativista, in quei giorni fatidici in contatto con il mondo politico ed intellettuale che si mosse per liberare Moro. Ambienti che negli anni successivi hanno aiutato ad avvalorare la veridicità del «Memoriale Morucci», diventato «vulgata» per tanti libri sul caso Moro. Secondo quella «vulgata brigatista» le modalità dell’arresto dei due furono molto aspre. Una versione contestata da anni da chi ipotizza una «resa» concordata, una sorta di scambio che - attraverso il Memoriale - avrebbe consentito di mettere una pietra tombale sulle tante ambiguità che connotarono il rapporto tra Br e Stato. Ebbene, la Commissione ha scoperto l’esistenza di due diversi verbali in occasione dell’irruzione del 29 maggio 1979. Due documenti contrapposti. Nel verbale di perquisizione, redatto a caldo, si racconta che i due non opposero alcuna resistenza e anzi, secondo l’ispettore Nervalli, «sembrava che i due si stessero costituendo». Mentre nella relazione inviata l’indomani alla magistratura si riporta la descrizione di un’irruzione «fulminea» che avrebbe preso di sorpresa i due brigatisti, bloccati nell’atto di prendere le loro armi per abbozzare una resistenza. Originale anche il destino della padrona di casa: Giuliana Confrorto, figlia di uno dei principali agenti del Kgb in Italia, all’inizio pesantemente imputata, uscì dai processi perché fu accettata la tesi di una sua inconsapevolezza sull’identità di Morucci e Faranda.

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