giovedì 12 gennaio 2017

Nuove ricerche su Cefalonia

Copertina CefaloniaElena Aga Rossi:  Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito, Il Mulino, pp. 252, euro 22

Risvolto
La sorte della Divisione «Acqui», decimata dai tedeschi a Cefalonia e a Corfù nei giorni successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943, è da oltre settant’anni oggetto di studi e di controversie. La resistenza che la «Acqui» oppose ai tedeschi è da una parte considerata il primo episodio della lotta di liberazione, e dall’altra un atto irresponsabile in cui le motivazioni e i ruoli dei diversi protagonisti italiani non appaiono chiari e univoci. Ciò ha generato una «memoria divisa» del sacrificio della «Acqui» su cui si continua a discutere accesamente. Avvalendosi di nuove fonti, il libro ricostruisce giorno per giorno la vicenda, analizzando i comportamenti dei singoli protagonisti, italiani e tedeschi, e mette in luce come, anche attraverso aggiustamenti e falsificazioni, nel dopoguerra venne costruito il mito di Cefalonia.

La storica Elena Aga Rossi in un volume smonta la vulgata ideologica della Resistenza in merito all’eccidio tedesco del ’43 a danno dei soldati italiani

Avvenire Paolo Simoncelli sabato 7 gennaio 2017


CEFALONIA  Oltre il mito e il contro-mito
Elena Aga Rossi fa il punto forse definitivo sull’eccidio della Divisione Acqui: né eroi né martiri, ma soldati che volevano tornare a casa, con le loro armi e con onore 
Gian Enrico Rusconi Busiarda 30 1 2017
L’episodio di Cefalonia è l’altra faccia dell’8 settembre, sul campo militare - al di là della tragica conclusione sacrificale e criminale (da parte tedesca) su cui si concentra tanta letteratura. Che sarebbe successo dopo l’8 settembre se si fossero moltiplicati i casi di resistenza ai tedeschi della Divisione Acqui di stanza a Cefalonia? Se il suo comandante Antonio Gandin avesse ricevuto tempestivamente e chiaramente l’ordine di non cedere le armi? Se tale ordine fosse stato condiviso dalle truppe italiane dislocate (anzi disgraziatamente sparpagliate) nell’area greca e balcanica? Invece ci troviamo davanti all’immane irresponsabile confusione dei contatti tra governo centrale e comandi sul territorio. 
«Per lo storico, la vicenda di Cefalonia resta una delle più difficili da raccontare e da spiegare, sia per i molti interrogativi lasciati aperti dalle lacune della documentazione sia per lo stratificarsi di ricostruzioni e finanche travisamenti succedutisi negli anni. Si può dire che ogni mossa, ogni iniziativa si sia prestata a letture contrastanti». Così scrive Elena Aga Rossi nel suo Cefalonia, La resistenza, l’eccidio, il mito (Il Mulino, pp. 252, € 22), che con uno straordinario sforzo di indagine archivistica e memorialistica fa il punto forse definitivo sullo stato della ricerca. Lasciando onestamente aperti ancora i grandi interrogativi. 
Probabilmente disturberà chi teme una diminutio di uno dei grandi miti fondanti della repubblica. Particolarmente ostiche appariranno le precisazioni circa il numero delle vittime dell’eccidio durante e dopo lo sfortunato scontro armato con i tedeschi. Secondo la storica, di contro alle 9000 vittime che si continuano a citare anche nelle cerimonie e siti ufficiali, «nelle pubblicazioni più attendibili i morti variano tra i 1700 e 2300». La studiosa è ben consapevole che «la revisione del numero incontra molte resistenze, come se fosse una diminuzione del valore di quanto è accaduto». Ma storicamente rimane «il più grande massacro commesso da militari tedeschi nei confronti degli italiani». 
«Primo atto di Resistenza»
Il libro viceversa farà piacere a quanti ritengono che l’episodio di Cefalonia abbia dato vita a un mito di sinistra (inizialmente fatto proprio da tutti i governi nazionali) costruito e alimentato arbitrariamente. Anzi strumentalmente. Alla fine è stato coronato autorevolmente nel 2001 dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che lo ha celebrato come «il primo atto della Resistenza di un’Italia libera dal fascismo».
Ma il lavoro della storica non ha alcun intento svalutativo. Anzi, dopo aver dedicato un appassionato capitolo che documenta «la guerra delle memorie», conclude con un invito a por fine alle polemiche per «ricuperare una memoria per quanto possibile unitaria di una delle prime iniziative della Resistenza e di certo quella che ebbe l’esito più drammatico».
È un invito ragionevole, ma è necessario chiarire e approfondire meglio di «quale Resistenza» si parla e quindi mettere a fuoco più realisticamente le dimensioni strategico-militari e politiche di quanto accaduto dall’8 al 28 settembre 1943 sull’isola greca occupata dagli italiani all’inizio del conflitto. Oltre il mito e il contro-mito, dal patriottismo commiserevole alla analisi storico-politica. I concetti da mettere a fuoco sono quello di «resistenza militare» e di «tradimento». 
Duplice tradimento
Il primo è oggettivo, per così dire; il secondo è soggettivo ma non meno penetrante per i valori militari. Sono intimamente collegati in modi diversi, anzi antagonisti, negli italiani e nei tedeschi, ormai ex alleati. Anche i tedeschi infatti «tradiscono» gli italiani quando fanno loro credere di portarli in patria se cedono le armi. È un dettaglio che si deve approfondire soprattutto per capire il rapporto tra i due comandanti, Antonio Gandin e Hubert Lanz, tra i quali si intuisce un reciproco rispetto. Ma purtroppo di Gandin non abbiamo documentazione diretta e di Lanz sappiamo troppo poco al di là delle reticenti dichiarazioni al processo di Norimberga dove parla di «ammutinamento degli italiani» senza usare apertamente il termine tradimento. Ma si sente replicare dal tribunale che gli italiani si sono comportati secondo le direttive del loro legittimo governo. Quindi la loro era una legittima azione di resistenza militare.
Ma questa precisazione acquista valore se si spiega bene il significato di «resistenza». I soldati della Acqui non hanno una formazione politica tale da poter comprendere il significato di «Resistenza antifascista» nel senso che noi intendiamo. Solo qualche ufficiale può dirsi antifascista. 
Gli stessi ufficiali che si dichiarano risolutamente antitedeschi lo fanno in nome dell’onore militare del soldato che non cede le proprie armi. A questo si aggiunge spesso il richiamo alla fedeltà al giuramento fatto al re. Non è sempre chiara la combinazione di tutti questi elementi, perché in essi compaiono gravissimi gesti di insubordinazione, avallati anche da ufficiali che contestano il comportamento cauto e riflessivo di Gandin, scambiato o diffamato come debole e ambiguo. 
I soldati italiani a Cefalonia non vogliono fare né gli eroi né i martiri. Semplicemente desiderano tornare a casa, ma in sicurezza con le loro armi e l’onore di soldati. I tedeschi invece, nella condizione di ex alleati decisi a continuare la guerra, hanno una concezione strategico-militare antitetica ed esigono anche con l’inganno il disarmo della Divisione Acqui. Il comando italiano, consapevole della gravissima situazione strategica in cui si trova, cerca una via d’uscita con una trattativa che inizialmente appare (o si suppone possa essere) leale in un clima di esasperata agitazione della truppa. Davanti all’evidenza dell’inaccettabilità del comportamento tedesco, prende la decisione di combattere il nuovo nemico. La Acqui si trova in una situazione di guerra micidiale, subendo, oltre che la sconfitta, la vendetta tedesca. Questa è la dura storia, aperta a infinite difficoltà e controversie interpretative. 
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