
martedì 28 febbraio 2017
L'uomo alla Casa Bianca dei sovranisti eurasiatisti italiani "oltre destra e sinistra" o il Reagan del XXI secolo?
Trump aumenta le spese militari 54 miliardi in più al Pentagono
Svolta storica nel nuovo bilancio. Tagliati aiuti internazionali e ambiente
Paolo Mastrolilli Stampa 28 2 2017
Un aumento delle spese militari per almeno 54 miliardi di dollari, da pagare con tagli che colpiranno soprattutto gli aiuti all’estero e altre agenzie nazionali, come quella per la protezione dell’ambiente. Sono le linee guida del primo bilancio dell’amministrazione Trump, che l’Office of Management Budget ha anticipato ieri nei suoi punti generali. Questo piano però potrebbe provocare uno scontro con lo Speaker della Camera Ryan, che vuole tagliare sanità e pensioni.
I finanziamenti al Pentagono verranno aumentati di circa il 10%, seguendo le promesse elettorali di rafforzare la difesa degli Stati Uniti. Questi soldi serviranno per costruire nuovi mezzi come navi e aerei, ma anche per aggiornare l’arsenale nucleare, che il capo della Casa Bianca ha già detto di voler potenziare affinché sia il più forte al mondo. I fondi verranno poi utilizzati per aumentare il personale e migliorare le sue condizioni, puntando in particolare sulle forze speciali. Così finiranno i «sequester», cioè i tagli indiscriminati alla difesa, decisi quando il Congresso a maggioranza repubblicana non si era accordato sulla politica fiscale col presidente Obama. Nuovi finanziamenti andranno anche al Border Patrol che gestisce l’immigrazione, e ad altre agenzie impegnate nel settore sicurezza.
Per pagare queste spese saranno necessari tagli significativi, considerando che il presidente vuole anche varare ampie riduzioni delle tasse. Nello stesso tempo il capo della Casa Bianca ha detto che intende presentare a breve un piano alternativo alla riforma sanitaria di Obama, e siccome questo comporterà dei costi, sarà necessario definirli nel dettaglio per sapere quale margine resterà per intervenire poi sulle tasse. I tagli alle spese riguarderanno prima di tutto gli aiuti all’estero, ma toccheranno anche istituzioni interne come l’Environmental Protection Agency, e altre strutture che i repubblicani vogliono ridimensionare.
Trump ieri ha detto che «il mio primo bilancio sarà concentrato sulla sicurezza e la protezione del Paese, come avevo promesso, e conterrà un aumento storico delle spese militari». Quindi aumenteranno le risorse del Pentagono, che però il presidente ha criticato duramente: «Non vinciamo più. Non combattiamo nemmeno più per vincere». Il suo obiettivo dunque è garantire più mezzi ai militari, anche per risollevare il morale e cambiare la loro mentalità operativa. Proprio ieri i generali hanno presentato al capo della Casa Bianca le opzioni per i nuovi piani finalizzati a sradicare l’Isis dalla Siria, che includono anche la possibilità di inviare più truppe di terra.
La scelta di aumentare i finanziamenti alla difesa americana, che è già la più costosa al mondo e rappresenta il capitolo più ampio della spesa nazionale, dimostra le priorità di Trump. Prima di tutto la sicurezza, e una politica estera muscolare, che si propone di «garantire la pace attraverso la forza». La visione del presidente però verrà illustrata in maniera più chiara e complessiva durante il discorso che terrà stasera al Congresso, in sostituzione del tradizionale appuntamento annuale dello Stato dell’Unione. Secondo i punti anticipati ieri dalla Casa Bianca, l’obiettivo di Trump sarà offrire una «visione ottimistica», dopo quella cupa dell’Inauguration, e presentare «un’agenda coraggiosa». I temi saranno sicurezza, sovranità e opportunità economica. Le proposte riguarderanno i tagli alle tasse, i confini, gli investimenti nelle infrastrutture, la riforma sanitaria con cui sostituire Obamacare, la garanzia che ogni bambino abbia accesso ad una istruzione di qualità. Il discorso confermerà l’ambizione dell’amministrazione di rappresentare la gente più che le élite, puntando sulla rinascita della classe media e del «sogno americano» per conquistare il consenso del popolo. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATIScelti da Donald ma non allineati Il paradosso dei tre generali Stampa
Tutti sono d’accordo sul fatto che i tre generali scelti da Donald Trump per gestire la sicurezza degli Stati Uniti sono persone molto preparate e indipendenti. Ora si tratta di capire se saranno loro a seguire il presidente, oppure riusciranno ad imporre una visione realistica e responsabile, spesso in contrasto con quella dei consiglieri politici tipi Steve Bannon.
I tre generali di cui parliamo sono il capo del Pentagono Jim Mattis, che ieri ha presentato al capo della Casa Bianca le opzioni per sconfiggere l’Isis in Siria; il segretario della Homeland Security John Kelly, che dovrà gestire la costruzione del muro lungo il confine col Messico e l’immigrazione; il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster, che ha preso il posto di Michael Flynn dopo lo scandalo Russia. Non era mai successo prima che le tre posizioni chiave fossero occupate tutte da ex militari, e ciò ha fatto storcere il naso agli osservatori. Gli esperti del settore però concordano che sono tre persone capaci, e hanno tirato un sospiro di sollievo quando McMaster ha preso il posto di Flynn, considerato troppo instabile e a caccia di vendette personali, dopo che Obama lo aveva costretto a lasciare la guida dell’agenzia per l’intelligence del Pentagono.
Tutti e tre i generali si sono formati sui campi di battaglia dell’Afghanistan e dell’Iraq. Mattis comandava le forze che dovevano inseguire Osama bin Laden a Tora Bora, ma era stato fermato dalla pavidità dei politici. Noto per essere molto diretto, in seguito era stato proprio il capo di Kelly in Iraq, quando i loro marines avevano l’incarico di pacificare la terribile provincia di al Anbar. McMaster viene dall’esercito e a Tal Afar aveva inventato la strategia anti insurrezione che poi il generale Petraeus aveva copiato per la sua «surge».
La caratteristica comune di questi tre generali è quella di essere considerati non solo dei bravi soldati, ma anche degli studiosi. La tesi di laurea di McMaster sulla guerra in Vietnam, persa secondo lui per le divisioni a Washington, è ormai un classico. Questa forza intellettuale li ha resi molto indipendenti e diretti, e qui potrebbero nascere i problemi. Mattis, ad esempio, ha già detto che è contro la tortura, contro la collaborazione militare con la Russia, e favorevole alla Nato. Tutte posizioni in contrasto più o meno aperto con quelle di Trump. Kelly invece è stato tenuto all’oscuro del bando per gli immigrati da sette Paesi islamici, e lo ha criticato dicendo che era stato affrettato. McMaster nel primo incontro con lo staff della Casa Bianca ha invitato a non usare il termine “terrorismo islamico radicale”, perché secondo lui bisogna isolare i terroristi dagli altri musulmani sostenendo che violano la religione. Peccato che questa frase l’avesse usata proprio Trump nel discorso di insediamento alla Casa Bianca. I tre generali dunque sembrano pronti allo scontro con l’ala dei consiglieri politici guidati da Bannon, e da questa sfida dipenderà il futuro dell’amministrazione sulla sicurezza
Democrazia Proletaria: il "politologo" Marc Lazar mette in guardia dalla deriva estremista di... D'Alema e Bersani
PROMESSE E LIMITI DELLE NUOVE SINISTRE
MARC LAZAR Rep 27 2 2017
SI CHIAMERÀ dunque “Articolo 1 — Movimento democratici e progressisti” la formazione nata dalla scissione del Pd. Spiega Roberto Speranza: «Serve una nuova radicalità. Dobbiamo avere il coraggio di essere forza di governo». Resta da scoprire il contenuto programmatico di questa nuova radicalità.
UNA radicalità che non senza ragione innalza il lavoro e i giovani a priorità assolute. Solo così si comprende il vero, grande contrasto tra la maggioranza del Partito democratico e la sua minoranza, al di là della profonda avversione di quest’ultima per Matteo Renzi. In verità, la creazione di questo movimento volto a ricostruire un nuovo centro-sinistra si inserisce in un processo generale, che coinvolge parte della sinistra europea, quali che siano i sistemi elettorali e l’organizzazione dei partiti. In Portogallo il governo socialista al potere è sostenuto da una coalizione parlamentare che raduna ecologisti, comunisti e altre formazioni di estrema sinistra: un’esperienza seguita da vicino da molti responsabili della sinistra europea, che l’hanno eretta a modello. In Spagna Pedro Sanchez, recentemente estromesso dalla direzione del Partito socialista operaio spagnolo, tenta di riconquistarlo proponendo un’alleanza con Podemos e i sindacati. In Gran Bretagna Jeremy Corbyn usa argomentazioni di sinistra che seducono i giovani militanti, ma non convincono gli elettori. In Francia, Benoît Hamon ha vinto le primarie presentando nel suo programma un mix di proposte classiche della sinistra e di misure ecologiche e “post-moderne”, in base al presupposto che la civiltà del lavoro sia ormai finita. Ha firmato un accordo coi Verdi, ai quali ha fatto una serie di concessioni, in cambio della rinuncia del loro candidato a presentarsi alle presidenziali. E cerca ora — ma senza molte prospettive — di ottenere l’adesione di Jean-Luc Mélenchon, rappresentante della sinistra estrema. In tal modo sposta il suo partito verso sinistra, facendo infuriare la sua ala riformista che guarda sempre più verso Emmanuel Macron. Anche in Germania, in vista delle elezioni del settembre prossimo, il social-democratico Martin Schulz si presenta come “l’uomo nuovo” (non avendo fatto parte dei governi di coalizione), e pur non rinnegando le riforme degli anni Novanta promosse da Gerhard Schroeder spiega che è venuto il momento di aprire una nuova fase di politiche più sociali.
Esiste dunque la tentazione di radicalizzare la sinistra, riconducibile a motivi specifici per ciascun Paese, ma anche a una serie di fattori comuni: gli scarsi risultati dei governi della sinistra riformista, la persistente disoccupazione, soprattutto nell’Europa del Sud, Francia compresa, le disuguaglianze sempre crescenti, il disagio democratico, la delusione nei riguardi dell’Unione europea. Sta emergendo un nuovo paesaggio politico, con formazioni come Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, La France insoumise, Die Linke in Germania, e coi partiti socialdemocratici e socialisti che riorientano le loro strategie, come in Portogallo, in Gran Bretagna e in Francia. Quello della Spd tedesca è un caso particolare, dato che per il momento Martin Schulz sta portando avanti una manovra tattica, piuttosto che un cambiamento di fondo della politica del suo partito.
Questa sinistra emergente è attraversata da profondi contrasti, ma presenta anche vari punti di convergenza. I suoi adepti dichiarano di incarnare la “vera” sinistra — o il “vero” centro-sinistra nel caso dell’Italia: espressioni usate come totem identitario al fine di mobilitare tutti coloro che continuano a fare riferimento a quella cultura politica. E tutti, rispondendo ai loro avversari che li accusano di barricarsi nella protesta, sostengono di essere anche forza di governo.
È indubbiamente su questo punto che la sinistra radicale manca gravemente di credibilità. Spostare la barra a sinistra vuol dire far fuggire i moderati, e andare incontro a un insuccesso elettorale.
Questa sinistra avanza proposte spesso irrealizzabili, col rischio di provocare gravi delusioni, se mai arrivasse al potere. D’altra parte, tranne qualche eccezione, per il momento non sembra attirare le fasce di popolazione più bisognose e meno istruite, che nella maggior parte dei Paesi europei hanno abbandonato la sinistra in tutte le sue espressioni per ripiegare sull’astensionismo; oppure votano per formazioni populiste nettamente di destra, o per quelle che si dichiarano né di destra né di sinistra. Infine, molto spesso questa sinistra si mostra estremamente critica — anche se in misura minore in Italia — nei confronti dell’Ue, in un momento in cui la questione europea sta diventando esplosiva e cruciale; ed è oggetto di un travaglio profondo in tutte le forze politiche, contrapponendo gli europeisti — che però vorrebbero riformare l’Europa — agli anti-europeisti, fautori di un ripiegamento nazionale e protezionista. Neppure la sinistra radicale si sottrae a questo dilemma, e dovrà imperativamente scegliere da che parte stare. E ciò non mancherà di frenare la sua attuale dinamica e di indebolirla. Traduzione di Elisabetta Horvat ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il Pd riparte dal Mattarellum, ma è pronto a mediare con Forza Italia per far uscire dallo stallo la legge elettorale IL PIANO PER LA LEGGE ELETTORALE. E DP PARTE DA IUS SOLI E VOUCHER
CARMELO LOPAPA Rep
MATTEO Renzi torna dalla California ed è subito campagna elettorale. La volata per le primarie del 30 aprile parte in tv dallo studio di Fabio Fazio e da un’apparente frenata sulle elezioni anticipate. Il voto è «previsto nel 2018, se Gentiloni vorrà votare prima lo deciderà lui», rassicura. Detto questo, proprio il Pd di Renzi lavora già alla carta-jolly da giocare per imprimere una svolta, da qui a un paio di settimane, alla complicata partita della riforma elettorale.
UNA proposta di mediazione alla quale gli esperti più vicini al leader hanno già lavorato e che sarà presentata in commissione Affari costituzionale della Camera, dove dal fine settimana inizierà l’iter con l’audizione dei professori, quando i lavori entreranno nel vivo.
Nella strategia dell’ex premier sarà il colpo d’acceleratore contro tutti gli attendisti che lavorano per le calende greche, per trascinare la legislatura fino alla scadenza naturale del 2018. Ma anche una risposta ai fuoriusciti bersaniani che in questi giorni vanno ripetendo che la riforma resterà congelata almeno fino alle primarie pd del 30 aprile. Ma in cosa consisterà il piano B che sarà proposto agli altri partiti a marzo? «Il nostro punto di partenza resta il Mattarellum — mette le mani avanti il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato — ma se non dovesse incontrare un consenso sufficiente in Parlamento non resteremo di certo senza legge elettorale. E fin d’ora è chiaro che punteremo sui due principi cardine: collegi e premio di governabilità».
I primi sono già presenti nel Mattarellum, ma anche nell’Italicum ancora in vigore alla Camera. Ed è proprio su questi ultimi, di piccola estensione, che ricalcherebbe anche la nuova proposta. Quanto al premio, anche lì, il segretario uscente del Pd lo preferirebbe per il partito, ma se mediazione dovrà essere, allora è molto probabile che sarà convertito in premio alla coalizione.
Resta il nodo dei capilista bloccati, che hanno superato il vaglio della Corte Costituzionale, ma non senza rilievi e strascichi polemici. «Il nostro punto di partenza è il Mattarellum — conferma il capogruppo pd in commissione Affari costituzionali, Emanuele Fiano — ma adesso Forza Italia ha presentato una sua proposta ed è un elemento di chiarezza in più. Ora si tratterà di trovare tra le varie proposte una possibile sintesi e a quella lavoreremo».
Ecco, la sintesi. Con Berlusconi e i suoi, soprattutto. Questo il punto. La proposta depositata dai forzisti la scorsa settimana in commissione consiste in un proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40 per cento dei voti validi, niente preferenze, un leader individuato dalla lista che ottiene il miglior risultato e capilista bloccati in macrocollegi. Un sistema che — nello spirito appunto della mediazione — da Forza Italia fanno sapere che potrebbe essere rivisto. Ad esempio con un Mattarellum che preveda il 50 per cento di maggioritario e 50 di proporzionale. Purché vengano salvati i capilista bloccati ed escluse le preferenze.
Ipotesi, per ora, da mettere nero su bianco quando in commissione si farà sul serio, non prima di un paio di settimane, nella migliore delle ipotesi.
Anche perché nel frattempo bisognerà capire come cambieranno gli equilibri nelle commissioni, dopo la scissione consumata e con la nascita del Movimento dei democratici e progressisti. E con quei nuovi equilibri fare i conti per verificare se il Pd in commissione Affari costituzionali sarà autosufficiente. «Per noi è prioritaria l’abolizione dei capilista bloccati per restituire lo scettro agli elettori — spiega il senatore del nuovo soggetto politico, Miguel Gotor — Dopo di che, l’ideale sono collegi uninominali piccoli al massimo con 150 mila elettori al posto degli attuali 600 mila previsti per la Camera. E guai a mantenere le scellerate preferenze ». E poi Angelino Alfano, per lui e i centristi tutto dipenderà dalla soglia di sbarramento che per loro coinciderà con la sopravvivenza.
Parecchio da lavorare, insomma, ma distanze non insormontabili. Sta di fatto che strappare la legge elettorale in un paio di mesi, come sogna Renzi, per votare magari a settembre, non sarà affatto facile.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Dp, prime proposte Ius soli e reddito
Speranza: “Gentiloni deve temere Matteo, non noi. Ma il governo fissi la data del referendum sui voucher” Guerini: “Mettano via l’odio, parlino dell’Italia”. Domani il battesimo dei nuovi gruppi in Parlamento
MONICA RUBINO Rep
Ius soli, correzione dei voucher e reddito di inclusione. Sono le prime proposte su cui si batterà in Parlamento “Articolo 1 – Movimento democratici e progressisti”, il nuovo soggetto politico a sinistra del Pd, nato sabato a Roma dalla fusione fra i fuoriusciti dem e di Sel.
Domani è fissata la prima riunione dei gruppi di Camera e Senato e la nomina dei relativi capigruppo. A Palazzo Madama saranno in 13, tutti ex democratici, e in molti auspicano che il loro capo sia una donna: in pista Cecilia Guerra e Doris Lo Moro, la madrina della legge sul diritto di cittadinanza dei figli di genitori immigrati. Sul ddl, già approvato alla Camera ma bloccato in Senato da oltre un anno, ci potrebbe essere convergenza tra Dp e il presidente dem Matteo Orfini, favorevole a porre la fiducia sul provvedimento.
È a Montecitorio invece che si potrebbe presentare qualche difficoltà in più, perché il capogruppo dovrà tenere insieme due anime diverse. Dei 38 deputati Dp, infatti, 21 sono gli ex Pd, 17 gli ex Sel di Arturo Scotto. L’ipotesi di nominare Roberto Speranza, tra i fondatori di Dp, sembra però tramontare: l’esponente bersaniano è troppo impegnato a girare l’Italia per presentare il nuovo movimento. «Il capogruppo sarà espressione di un confronto democratico », fa sapere il deputato calabrese Nico Stumpo, che aggiunge: «La coalizione Italia Bene Comune di Pier Luigi Bersani potrebbe essere la piattaforma comune a cui ispirarsi».
Intanto nel clima velenoso che si registra nelle prime battute tra i candidati al congresso dem, sul quale incombe la vicenda dell’inchiesta Consip, è subito polemica tra Pd e Dp, con il rischio che tali fibrillazioni si riflettano sui provvedimenti del governo in Parlamento, come le norme sulla sicurezza e i decreti attuativi della Buona scuola. Ma anche i voucher. Ieri Roberto Speranza, ospite dell’Intervista di Maria Latella su Skytg24, ha ribadito la necessità di fissare una data per il referendum della Cgil, al quale voterà Sì. E ha criticato Matteo Renzi, mettendo sul chi va là il premier Paolo Gentiloni dai possibili sgambetti dell’ex segretario. Parole che hanno provocato la replica del vicesegretario dem Lorenzo Guerini: «Arriverà un giorno in cui finalmente metteranno da parte l’odio personale e ci racconteranno che cosa pensano dell’Italia ». Una «reazione scomposta » secondo gli esponenti Dp, come sottolinea il senatore Miguel Gotor: «Spiace che un solitamente mite Guerini di fronte a una critica politica rifiuti il confronto. Bisogna pulire il linguaggio senza fare le vittime aggredendo». E il deputato Davide Zoggia: «Ricorda la retorica berlusconiana».
Sembra invece risolta l’altra grana con il Pd sulla questione del nome (“Democratici e progressisti” si chiamava anche una lista civica che nel 2014 appoggiò in Calabria il governatore Mario Oliverio). «Orfini saggiamente sorvola sulla questione», aggiunge Gotor. E Stumpo di rimando: «Incroceremo anche Campo progressista di Giuliano Pisapia e vedremo come si chiamerà l’alleanza sulla scheda elettorale».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
La Chiesa Negriera Antilavorista che valorizza il capitale leggendo zerocalcare alla toilet fa sembrare di sinistra persino Renzi
Perché Renzi odia il reddito di cittadinanza e propone il lavoro di cittadinanza
Roberto Ciccarelli Manifesto 27.2.2017, 2:21
Straordinario Renzi: di ritorno dalla California, dove si sperimenta il reddito di cittadinanza, annuncia in Italia una tesi opposta: il lavoro di cittadinanza. Dopo la batosta del 4 dicembre deve recuperare il voto di giovani e poveri. Come? Mettendoli a lavorare (su cosa?) in cambio di una “cittadinanza”: qualche spicciolo o bonus. Il lavoro di cittadinanza è una delle tesi della sinistra lavorista. Ad essa va contrapposto il reddito di base come diritto universale di esistenza e sviluppo dell’autonomia della persona. Questo diritto oggi può strutturare una proposta radicale e alternativa di tipo politico, economico, sociale ed esistenziale al di là della fascinazione acritica per gli automatismi della Silicon Valley in cui è caduta la sinistra non lavorista e dalle accuse infondate storicamente dei lavoristi di sinistra per i quali il reddito di base è una proposta “neoliberista”
***
Ma Renzi è davvero stato in California? Oppure ha dato un indirizzo sbagliato ai giornalisti ed è rimasto a casetta? La sua gita nella Silicon Valley è stata inutile: dallo stato dove si discute, e si sta sperimentando un reddito di cittadinanza a Oakland, Renzi ha importato il concetto opposto: il lavoro di cittadinanza. Ovvero: obbligo di lavoro per tutti i precari e disoccupati, gestito dallo Stato garante in ultima istanza del «lavoro pubblico garantito».
Ripresentarsi con la proposta di lavoro cittadinanza senza citare il reddito di cittadinanza sostenuto, non senza problematicità, dai principali esponenti e teorici della Silicon Valley che parlano di robot e automazione la dice lunga sul livello di arretratezza e subordinazione culturale in cui vive la stampa e buona parte della “sinistra” italiana. Parlare di “lavoro di cittadinanza” è surreale all’indomani della bocciatura delle destre neoliberiste all’europarlamento di una tassa sull’automazione e dei robot per finanziare un reddito di base. Benoit Hamon, candidato dei socialisti francesi alle presidenziali (il partito alla cui sedicente “famiglia” politica dovrebbe appartenere il Pd-partito di Renzi), ha sbaragliato la destra social-liberista di Manuel Valls alle primarie con questa proposta che è più avanzata rispetto alle posizioni neoliberiste espresse da Emmanuel Macron, favorito nella corsa all’Eliseo. In base ai primi risultati della sperimentazione di Oakland condotta su mille persone sembra che il reddito dimostri le posizioni di chi da tempo lo sostiene: l’aumento delle tutele contro la precarietà e la disoccupazione non diminuisce la capacità di lavoro, ma rafforza l’autonomia del titolare di un diritto al reddito di base.
Il personaggio-Renzi è dotato di un’enorme capacità di mistificare tutto e il suo contrario e i media ne sono affascinati in un gioco di auto-distruzione che si autoalimenta. Risultato ineguagliato, per il momento, resta il catastrofico (per lui, non per il paese) referendum del 4 dicembre. Ora, il mistificatore ha bisogno di recuperare voti sul “sociale”, i “giovani”, i “poveri”. La proposta sul “lavoro di cittadinanza” mette benzina sul fuoco.
“Fermare il progresso e la tecnologia o pensare di rallentare è assurdo”, ha detto l’ex premier ed ex segretario del Pd: “Le invenzioni, dalla stampa all’automobile, hanno avuto sempre ricadute sociali. Compito della politica è ora affrontare i problemi che derivano dalla rivoluzione digitale e i costi in termini di perdita di posti di lavoro”. Ma, aggiunge, “contesto la risposta grillina al problema. Garantire uno stipendio a tutti non risponde all’articolo 1 della nostra Costituzione che parla di lavoro non di stipendio. Il lavoro non è solo stipendio, ma anche dignità. Il reddito di cittadinanza nega il primo articolo della nostra Costituzione”, invece “serve un lavoro di cittadinanza”.
Luigi Di Maio, candidato a Palazzo Chigi contro Renzi per i Cinque Stelle, si è chiesto cosa significhi “lavoro di cittadinanza”. Qualcuno ha provato a dare una risposta: sarebbe addirittura una proposta di Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, e di Berlusconi che di recente si è scoperto sostenitore del “reddito di cittadinanza”.
Brunetta starebbe pensando a un lavoro di cittadinanza che impone, per legge, un’occupazione di 3 mesi a chi ne farà domanda. I tre mesi di lavoro daranno diritto a trascorrerne altrettanti con l’indennità di disoccupazione, e così via. Si desume che l’obbligo al lavoro, magari attraverso i vecchi lavori socialmente utili o con i più “moderni” voucher. In questo caso, tutti i cittadini in disagio lavorativo saranno costretti a svolgere nuove corvée o lavori servili di ogni tipo per avere in cambio un sussidio di povertà di ultima istanza (chiamato da Berlusconi, senza vergogna, “reddito di cittadinanza”) in una turnazione trimestrale. L’agenzia nazionale delle politiche attive (Anpal) creata dal Jobs Act di Renzi e i centri per l’impiego, enti che hanno una buona parte dei dipendenti precari o in scadenza a marzo, dovrebbero gestire il nuovo lavoro servile, chiamato “lavoro di cittadinanza”. Resta da capire cosa faranno i richiedenti asilo che, a causa delle disfunzioni strutturali del sistema di asilo e del razzismo dilagante, saranno messi al lavoro (gratuito) per ottenere quello che sarebbe un loro diritto. Il piano Minniti-Morcone rientra, e in che modo, nel lavoro di cittadinanza?
Per chi ha una pur minima conoscenza dello stato delle politiche del lavoro, e dei risultati reali (non quelli renziani) del Jobs Act, sa che queste proposte di contrasto alla disoccupazione, tra l’altro in una crisi economica come la nostra, sono fuffa. Vale tuttavia la pena di analizzarle perché da oggi a febbraio 2018 – quando presumibilmente si voterà in Italia, salvo rovesci – questa sarà materia di propaganda. Potrebbe essere un punto dell’agenda del governo Pd-partito di Renzi-Forza Italia-Ncd e vari satelliti.
Renzi è spregiudicato. Quando parla di “lavoro di cittadinanza” allude a una tesi della sinistra lavorista. E’ stata avanzata da Laura Pennacchi (nel 2013; o nel 2017). Questa proposta è contro un reddito di base, soprattutto se incondizionato, accusato di favorire “la scissione del nesso costituzionale tra lavoro e dignità, il quale considera il lavoro non solo come attività ma come processo antropologicamente strutturante l’identità umana”. Prima che se ne appropriasse Renzi, la proposta era stata avanzata in politica da Stefano Fassina (Sinistra Italiana, già viceministro dell’Economia nel governo Letta quando militava nel Pd): “il lavoro di cittadinanza, non reddito di cittadinanza – ha sostenuto Fassina – Che deve servire all’inserimento lavorativo, quindi deve essere condizionato ad attività formative e all’accettazione di offerte dignitose di lavoro. Lo vedo come un veicolo per condurre o ricondurre le persone al lavoro”.
Questa sinistra sostiene il ritorno dello Stato a cui affidare il ruolo di “creatore di ultima istanza” di lavoro. Impresa ambiziosa che si ritrova nel piano sul lavoro presentato dalla Cgil e viene tramandato dal tempo in cui alcuni economisti progressisti consigliavano di impiegare persone facendogli scavare le buche. Più di recente se ne è parlato per creare occupazione statale nella manutenzione dei disastrati territori italiani. A Renzi, invece, non interessa un simile ruolo dello Stato, se non limitato all’erogazione degli incentivi alle imprese: 18 miliardi per il Jobs Act. Si appropria del lavorismo e, con la sua personale interpretazione del populismo, lo mescola con l’assistenzialismo statale agli imprenditori in chiave di capitalismo compassionevole. Un patchwork conservatore e liberista, di destra e di sinistra, in chiave anti-Movimento Cinque Stelle.
Renzi è impegnato in una battaglia ideologica lavorista contro la proposta workferista del Movimento Cinque Stelle su un presunto (e infondato) reddito di cittadinanza (si tratta di un reddito minimo, come si dimostra qui e qui). Ha trovato nel sintagma “lavoro di cittadinanza” la parola ideale per confondere ancora di più le acque della propaganda da una parte e dall’altra. La mossa è studiata: visto che la micro-scissione dal Pd (e da Sinistra Italiana) della”ditta” Bersani-D’Alema (e Speranza,Scotto, Smeriglio ecc) si chiamerà “Articolo 1 – Movimento dei democratici e dei progressisti), Renzi ha pensato di impadronirsi dell’ingombrante portato giuridico dell’articolo della Costituzione per rubare la scena ai suoi attuali avversari “di sinistra” e scaricarlo contro i Cinque Stelle accusati, a torto, di essere meno lavoristi del Pd.
Renzi sostiene queste posizioni da almeno da quattro anni. Impadronendosi oggi della parola d’ordine del “lavoro di cittadinanza”, l’ex premier otterrà l’effetto di neutralizzare la principale – e modesta – proposta di “sinistra” per affrontare, si fa per dire, il problema epocale della precarietà, del lavoro povero, della totale mancanza di tutele universalistiche per la persona e infine dell’automazione che-distrugge-i-posti-di-lavoro. La sinistra non lavorista rischia di restare, come sempre, senza voce. A meno che non rilanci – contro la proposta dei Cinque Stelle e contro il lavorismo di Renzi e della sua “sinistra” – la prospettiva del reddito di base universale. Destinato anche ai residenti stranieri, non solo ai “cittadini”.
Impresa difficile perché il lavorismo ha una presa ideologica anche nei quadri dirigenti sindacali, Cgil compresa. Qualche cambiamento c’è stato negli ultimi sei o sette anni nella Fiom e nella Flc, ma il reddito non è mai diventato un argomento di discussione dirimente nel sindacato, a cominciare dalla “Carta dei diritti del lavoro” che la Cgil sostiene con i referendum contro i voucher e sugli appalti. Senza contare che la confederazione sindacale sostiene una proposta di “reddito di inclusione sociale” (Reis), una misura parziale e non universalistica contro la povertà, e non un reddito di base a sostegno della persona vulnerabile nel mercato del lavoro e nella società finalizzata al libero e autonomo sviluppo della sua dignità sociale, umana e professionale.
In questa confusione politica e ideologica la battaglia è feroce. A sinistra, tra i Cinque stelle e Renzi non si faranno prigionieri. Chi sta perdendo sono milioni di persone la cui vita migliorerebbe con una riforma universalistica del Welfare familistico, lavorista, burocratico e anacronistico come quello italiano. Gli unici, ad oggi, che sostengono una prospettiva di “reddito minimo garantito” sono in parte in Sinistra Italiana, Possibile di Civati o parte di Rifondazione Comunista, le reti dei movimenti e dei centri sociali, la rete dei Numeri Pari (composta da Libera, Cnca, Rete della Conoscenza, Roma Social Pride), il Basic Income Network-Italia. Molto interesse desta la proposta di “reddito di autodeterminazione” avanzata dal movimento Non una di meno. La novità più interessante nella politica degli ultimi tempi porterò questa rivendicazione in piazza nello sciopero delle donne del prossimo 8 marzo. Queste posizioni che potrebbero evolvere verso un vero reddito di base universale. Una parte ancora poco visibile politicamente, a cui bisognerebbe chiedere più coraggio e azione politica per sfuggire alla tenaglia ideologica del pauperismo, del miserabilismo e di un’equivoca, nostalgica e acritica idea “socialdemocratica” dello stato che oggi unisce lavoristi di destra e di sinistra.
Una precedente campagna sul reddito di dignità, sostenuta da Libera e da centinaia di associazioni e movimenti, è stata cannibalizzata dagli opportunismi dei lavoristi. Il governatore della Puglia Michele Emiliano ha stravolto quella proposta spuria (una forma di reddito minimo garantito) in un sussidio di ultima istanza per i poverissimi con famiglie numerose, sottoponendoli alle condizioni di un workfare ispettivo che prevede penalizzazioni per chi non accetta una manciata di euro in cambio di lavori socialmente utili. Emiliano ha chiamato questa proposta “reddito di dignità”. Uno scippo che ha mostrato la debolezza politica delle istanze che chiedono in Italia una forma di dignità e giustizia sociale. Il consenso per una misura come il reddito resta tuttavia, potenzialmente, molto ampio nel paese. Per questo non dovrebbe restare confinato nei limiti di uno spazio politico ultra-identitario e altrettanto incerto, e infinitamente condizionabile da una duplice dialettica: quella distruttiva pd-centrica oppure quella neutralizzante dei Cinque Stelle.
In questa prospettiva bisogna liberare il campo da un equivoco. Il discorso sul reddito di base non è una prerogativa della Silicon Valley, né tanto meno dei liberisti alla Milton Friedman. Di sganciamento del reddito dal lavoro, e di riforma del Welfare, si parla perlomeno dagli anni Settanta in Italia, in Germania e nella sinistra europea più avanzata. Senza contare che un reddito di base non esclude il lavoro, ma libera il soggetto dal suo ricatto, per un libero sviluppo della sua personalità. Un’antica aspirazione del Marx teorico della “forza lavoro” e non del “lavoro”, come ritengono i lavoristi che hanno del marxismo un’immagine umanistica, smithian-ricardiana e certamente non comunista. Da un altro punto di vista, altrettanto radicale, di recente Stefano Rodotà ha proposto la formulazione di un diritto fondamentale al reddito che ha chiamato diritto universale di esistenza. Un diritto che oggi può strutturare ogni proposta alternativa di tipo politico, economico, sociale ed esistenziale al di là della fascinazione acritica per gli automatismi della Silicon Valley in cui è caduta la sinistra non lavorista.
Sostenere che il reddito di base è una proposta neoliberista è dunque un falso storico usato dai lavoristi che parlano di “piena occupazione”. Dire che Milton Friedman propone forme di distribuzione estranee al rapporto di lavoro, è altrettanto insignificante quanto sottolineare l’affezione dei fascismi per la piena occupazione. Quella dei neoliberisti è solo una delle possibili varianti del reddito di base. Non certo l’unica.
Una volta messo in ordine il quadro teorico e storico, è giunto il momento di un’iniziativa politica autonoma sul reddito. Non è mai troppo tardi.
Storia della forma-libro
Marco Cursi: Le forme del libro. Dalla tavoletta cerata all’e-book, il Mulino, Bologna, pagg. 286, € 22
Risvolto
Il volume ripercorre la storia delle principali forme librarie
dall'antichità romana fino a oggi attraverso le innovazioni che si sono
succedute nei supporti (legno, papiro, membrana, carta), nelle tipologie
(tabula, rotolo, codice, libro a stampa), nelle figure professionali
impegnate nella produzione (copista, miniatore, compositore, tipografo),
nelle pratiche di elaborazione, ricezione e circolazione del testo
presso il pubblico dei lettori. La rivoluzione digitale e l'avvento
dell'e-book hanno scisso il binomio finora indivisibile tra il piano del
testo e quello del libro, rendendo possibile la realizzazione
dell'antico sogno di una biblioteca universale capace di contenere
l'intero patrimonio scritto dell'umanità.
Il carteggio tra Piero e Ada Gobetti e un libro su quest'ultima

Piero e Ada Gobetti: Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926, a cura di Ersilia Alessandrone Perona, Einaudi, Torino, pagg. XLVI-670, € 32
Risvolto
Per la loro natura di diario quotidiano e di ininterrotto colloquio con
un destinatario che doveva conoscere tutti gli sforzi e i pensieri
dell'altro, queste lettere costituiscono il filo conduttore della
straordinaria storia intellettuale di Piero e Ada Gobetti. Inoltre,
rispecchiando un'attività che fu intensissima fin dai suoi esordi, esse
restituiscono una fitta trama di relazioni, contatti, esperienze, e
possono essere considerate un osservatorio privilegiato della vita
culturale italiana in anni cruciali della sua storia. Grazie a questo
carteggio, l'icona severa del Gobetti intellettuale e antifascista
intransigente si arricchisce della dimensione privata, mostrando il
processo della sua formazione umana, politica e intellettuale. Allo
stesso tempo, l'immagine di Ada consorte e vedova del martire
antifascista viene sostituita da quella di una giovane donna combattiva e
pensosa, capace di sostenere l'arduo rapporto con Piero e di smussare
le rigidezze intellettualistiche di lui. Questa edizione del carteggio,
che si aggiorna con nuovi documenti recentemente affiorati, intende
avvicinare anche il pubblico non specialista a due straordinarie
personalità del Novecento che non hanno mai smesso di parlarci
attraverso la loro struggente storia d'amore e il loro inestinguibile ed
eroico impegno civile e politico.
L'aldilà nella letteratura
Da Dante agli induisti guida all’oltremondo per sapere come saremo
La costruzione di una realtà dopo la morte nasce con noi e attraversa miti, letteratura e religioni
Inferno
ALBERTO MANGUEL Rep 27 2 2017
Altri hanno immaginato paradiso e inferno come il frutto delle nostre aspettative. Ne La leggenda dei secoli di Victor Hugo, ognuno di noi crea l’inferno partendo dal proprio senso di colpa: «La tenebra è uno specchio scuro nel quale il dannato vede i suoi misfatti; dappertutto si erge il suo rimorso; lungo il tetro cammino ognuno vede il suo crimine; lo stesso spettro fa dire a Nerone: “Madre mia!” e gridare a Caino: “Fratello!”».
In questo spirito, non è difficile immaginare paradiso e inferno come una sorta di prêt- à- porter.
«Il paradiso», ha detto Sant’Agostino, «è ovunque siamo felici». Aldous Huxley ha risposto che nella nostra vita quotidiana siamo così malati e stanchi che la maggior parte di noi si immagina il paradiso come una casa di riposo.
E l’inferno? Per le notti in cui vi rigirate nel letto, inveendo contro i presidenti che vi raccontano bugie, i ministri che negano un’istruzione ai vostri figli, i finanzieri che vi derubano dei vostri guadagni, gli estremisti che vogliono farvi subire i capricci della loro follia blasfema, gli industriali che inquinano l’aria che respirate e l’acqua che bevete, i mercanti che minano i vostri valori artistici ed etici, vi offro questa consolazione: l’inferno esiste. In questo luogo meraviglioso, i mercanti cadranno sotto una pioggia di fuoco, costretti ad ascoltare per l’eternità brani interminabili di best seller spazzatura; gli industriali siederanno, con sudiciume fino agli occhi, sul fondo di una cloaca velenosa fabbricata da loro; gli estremisti saranno costretti a vagare all’infinito e in solitudine dentro gli incubi che essi stessi hanno creato; i finanzieri, con i loro completi costosi e attillati, patiranno la fame e la sete, mentre produttori di foie gras li ingozzeranno a forza di banconote; i ministri, trasformati in scarabei stercorari, saranno costretti a spingere enormi palle dei loro stessi escrementi fino alla cima di montagne colossali; e i nostri leader politici… be’, mi fermo qui. Come osservava Delepierre, perfino l’inferno ha i suoi limiti.
La nostra difficoltà a concepire il mondo senza di noi, e il nostro bisogno di immaginare alternative alla nostra assenza, ci ha trasformato in cartografi, che disegnano regni splendidi e prodigiosi in cui trascorreremo il futuro. Ma la verità è che il nostro unico futuro possibile è il nostro passato. Noi siamo, e saremo, nelle menti di coloro che verranno dopo di noi, quello che siamo stati e quello che abbiamo fatto, come le iscrizioni degli ossari ci ricordano. Niente ci definirà, se non le persone che un tempo eravamo, e le parole che un tempo abbiamo pronunciato, e le cose belle e le cose brutte che un tempo abbiamo fatto. Dal primo momento in cui abbiamo capito di essere vivi, abbiamo iniziato a costruire il luogo che ci conserverà da morti nella memoria altrui, e a scrivere l’epitaffio con cui saremo riconosciuti quando non saremo più qui. La verità è che siamo già i nostri fantasmi. Ecco perché questi regni ultraterreni ci sono così familiari.
( Traduzione di Fabio Galimberti)
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Immaginando alternative alla nostra assenza sogniamo regni splendidi e prodigiosi
I PECCATORI
Un’incisione di Gustave Doré per il XXIV canto dell’Inferno di Dante
L’unica certezza di questo mondo era incisa sopra l’ingresso dei molti ossari antichi: «Voi siete ora come noi eravamo un tempo; noi siamo ora come voi sarete». Però questa fine ci sembra inconcepibile. Immaginare il mondo senza di noi è immaginare una fase senza la nostra presenza, uno spazio senza i nostri occhi, le nostre mani, la nostra voce. Com’è possibile? Che senso può avere una vita in cui noi non viviamo? Probabilmente è questo il motivo per cui abbiamo deciso, molto tempo fa, che per
noi non ci sarebbe stata una fine definitiva e irrimediabile. Al contrario: abbiamo deciso che,dopo che gli occhi avrebbero smesso di vedere e le mani avrebbero smesso di toccare e la voce sarebbe rimasta senza parole perché il respiro sarebbe cessato, saremmo continuati a esistere in una sospirata eternità. In un regno al di là di questo mondo, in un’altra geografia differente, avremmo continuato a vedere e a tastare e a risplendere nei secoli dei secoli.
Uno dei cartografi di questi regni senza fine era Octave Delepierre, avvocato belga, collezionista di libri, diplomatico e scrittore del Settecento. La sua curiosità era onnivora. I soggetti dei suoi numerosi libri spaziano dai significati simbolici della rosa alle biografie di pittori fiamminghi, dal concetto di parodia nell’antica Grecia al Roman de Renart e alla leggenda di Till Eulenspiegel. Tre anni prima di morire in Inghilterra, nel 1879, Delepierre pubblicò a Londra, in un’edizione limitata di 25 copie, un trattato filosofico intitolato L’Enfer décrit par ceux qui l’ont vu (L’inferno descritto da chi l’ha visto), in cui passa in rassegna una serie di visioni meno note dell’inferno, e una in particolare (la Visio Tnugdali, scritta a Ratisbona da Marcus, un monaco irlandese del XII secolo) che Delepierre immagina come antesignana di quella di Dante. Il libro di Delepierre è una cronaca affascinante, divertente ed erudita di varie visioni infernali che derivano, come suggerisce l’erudito belga, da un’idea di Aristotele per cui «l’eternità è uno degli appetiti della nostra anima e uno dei concetti verso cui le passioni sono attratte con più forza».
Nelle nostre prime storie, l’Aldilà è semplicemente un luogo, né migliore né peggiore dei luoghi che abbiamo conosciuto da vivi. Nell’Epopea di Gilgamesh, per esempio, il luogo in cui andiamo dopo il nostro passaggio sulla Terra non è altro che la Terra dei Morti, un luogo al di là del mare che nessuno può attraversare due volte. Gli esseri immortali e gli spettri dei nostri morti vivono lì, ma non ci dicono nulla su ciò che fanno durante la loro eternità forzata.
Più di duemila anni dopo, Esiodo immagina che in quell’Aldilà, che lui chiama Isole dei Beati, eroi e uomini buoni vivono immuni al dolore, godendo tre volte l’anno dei frutti più dolci della terra. Omero era più dettagliato: la Terra dei Morti sta sotto la terra, non sopra, e lì le anime volteggiano nell’aria come le foglie d’autunno, e a volte si fermano a parlare con quei rari esploratori che, come Odisseo, si recano lì per incontrarle. La vita ultraterrena, però, non le rende felici: quando Odisseo racconta all’anima di Achille che tra i vivi è onorato come un dio, Achille risponde con rabbia che preferirebbe essere uno schiavo vivo, che si spezza la schiena per un altro uomo, piuttosto che regnare nell’Ade tra i morti senza respiro.
Per i nostri antenati inquieti, questo luogo mal definito non era abbastanza. Forse pensavano che dopo una vita di buone o cattive azioni ci meritavamo qualcosa di meglio (o di peggio) di un atrio riccamente decorato in attesa di un treno che non arriverà mai. E così cominciammo a escogitare categorie e sottocategorie dell’aldilà, con da una parte quartieri privilegiati e zone residenziali dove le anime che sono state brave cantano in coro celeste, e dall’altra quartieri malfamati e baraccopoli dove gli autobus vengono dati alle fiamme e la gente presa a sprangate.
Per gli induisti, ai beati viene assegnato uno spazio presieduto dalla divinità che hanno debitamente adorato e che li inonderà di piaceri; i peccatori, che sanno di aver sbagliato, dovranno sopportare una tortura particolare per ogni parte del corpo, inferta con il ferro, con il fuoco, con creature velenose, con animali selvatici, con uccelli carnivori. Secondo i taoisti, premi e castighi esistono ma sono illusori, perché tutto è illusione: i beati non hanno bisogno di ricompense e il peccatore, ingannato dalle apparenze, crede che il dolore sia reale.
Per gli Inca, il paradiso era un luogo privo delle sofferenze sopportate sulla terra, e l’inferno un luogo in cui queste sofferenze venivano patite, ma senza tregua né speranza. L’Islam crede che i fedeli godranno di foreste verdi e pascoli ameni, e il loro cuore sarà appagato; ma l’infedele brucerà in un fuoco eterno. Nell’XI secolo al-Ghazali descrisse l’inferno non come un luogo, ma come un mostro gigantesco divoratore di anime, e scrisse che quando Allah gli chiede se è sazio a sufficienza, l’inferno risponde sempre: «Come, non ce n’è più?». Dante descrisse l’inferno come il regno in cui i peccatori costruiscono e soffrono le proprie pene, e il paradiso come un luogo di felicità uguale per tutte le anime, qualunque sia il loro grado di beatitudine. A questi, come sappiamo, aggiunse il purgatorio, dove versioni differenti delle pene dell’inferno sono tollerate di buon grado, con la consapevolezza che non è più possibile peccare.
lunedì 27 febbraio 2017
Filosofia come laicità nel medioevo: una storia alternativa
Ruedi Imbach e Catherine König-Pralong: La sfida laica Per una nuova storia della filosofia medievale, Carocci editore, pp. 254, € 23,00
Risvolto
Sebbene i dibattiti medievali tra i difensori del potere laico e il Papato siano stati studiati dagli storici del pensiero politico, resta ancora da esaminare la questione del rapporto tra laicità e filosofia in quel periodo. Quale istruzione i chierici hanno trasmesso ai laici? In che modo questi ultimi si sono appropriati della filosofia? Quali sono le politiche e la produzione culturali dei chierici destinate ai laici? E in che modo sono state recepite da coloro che rivendicavano un proprio sapere filosofico? Partendo da un’indagine di carattere storico, il volume giunge a definire la filosofia come disciplina specifica, che varia contenuti, fini e forme a seconda degli autori, dei destinatari e dei lettori reali.
Compagno somaro
Risvolto
Perché l'asino, tradizionale punto di forza delle economie povere,
simbolo di umiltà e pazienza, è associato, nel linguaggio comune, alla
testardaggine o all'ignoranza? Roberto Finzi, partendo dalla definizione
che dell'animale dà l'Enciclopedia Illuminista, analizza la figura
dell'asino nella cultura occidentale, dai testi letterari più antichi,
come il romanzo di Apuleio, al "Sogno di una notte di mezza estate" di
Shakespeare, dalle novelle di Verga alla "Fattoria degli animali" di
Orwell, spaziando fino ai Vangeli e alle raffigurazioni dell'iconografia
medievale e moderna.
Democrazia Proletaria
Veltroni: "La sinistra divisa apre la porta al populismo" Dio intervista Babbodiddio
Il Pd tiene, solo il 2% ai transfughi La sinistra radicale resta sotto il 10
Il sondaggio di Piepoli: bene i 5 Stelle, stabile il centrodestra
Nicola Piepoli Stampa
Il Pd post scissione perde, ma non quanto ci si aspetterebbe visto l’aspro scontro che è andato in scena tra i vertici nelle ultime settimane.
Secondo le ultime intenzioni di voto raccolte dal nostro istituto per «La Stampa» il 22 febbraio scorso se il 32% dell’elettorato era disposto a votare il Pd prima della scissione, ora questa percentuale è scesa al 29%. Una flessione di appena il 3% che viene raccolta dall’area a sinistra del partito.
Le perdite sono state quindi piuttosto limitate e direttamente correlate ai territori dove gli scissionisti sono più forti. La mancata frana è dovuta ad alcuni fattori motivazionali. In primo luogo la perdurante presenza di Renzi nell’immaginario del partito come forza unificatrice e animatrice. In secondo luogo l’essere al governo. Chi governa sente su di sé precise responsabilità, tra qui quella - determinante - di indicare una via da percorrere. In terzo luogo le figure che sembrava uscissero dal partito e che all’ultimo momento hanno imboccato la via della trattativa. Tra queste figure assume particolare rilievo quella del presidente della Puglia Michele Emiliano. In termini numerici le figure contano meno in un partito di massa, ma Emiliano nelle ultime settimane si è ritagliato un ruolo carismatico e il suo restare dentro il Pd pesa nelle scelte dell’elettorato.
Allargando l’orizzonte, cosa è successo negli altri partiti mentre il Pd si scindeva? Si registra innanzitutto una crescita nelle intenzioni di voto in favore del Movimento 5 Stelle (+0,5%). Anche la Lega Nord guadagna la stessa percentuale. Questi spostamenti che possono sembrare marginali hanno effetti che possono essere più strutturali. Innanzitutto assistiamo a un avvicinamento tra la quota di mercato del Pd e quella del suo concorrente diretto, i Cinque Stelle. Mezzo punto è pochissimo visto dall’esterno, ma l’avvicinamento del M5S al Pd è rilevante. In secondo luogo la crescita della Lega Nord trascina un centrodestra che negli ultimi tempi sembra ormai inchiodato alle sue percentuali e con un livello di litigiosità e di inerzia che ne facevano un soggetto politico scarsamente appetibile per l’elettorato.
Infine il fatto che i transfughi del Pd per ora non si sono riversati tutti in uno stesso partito, la loro area di riferimento quindi risulta nel suo complesso marginalmente non compatta.
Questo emerge anche dai flussi nelle intenzioni di voto.
Guardando ai macroraggruppamenti possiamo notare che la scissione nel Pd nel complesso ha fatto perdere un punto percentuale all’area di centrosinistra, passata dal 38 al 37%. Il punto percentuale perso è stato equamente ridistribuito tra il centrodestra (+0,5% dovuto alla crescita di Salvini che ha portato l’area al 32,5%) e il Movimento Cinque Stelle (passato dal 27,5 al 28%).
Gli altri due punti percentuali, invece, sono confluiti nell’area politica che si pone a sinistra del Partito Democratico. Se prima della scissione la somma degli altri partiti di centrosinistra raggiungeva qualcosa come il 6%, nella nuova mappa politica quest’area potrebbe raggiungere l’8%. Questo a livello teorico visto che l’area mostra chiari segni di disomogeneità e al momento non ci sono all’orizzonte tentativi di unificazione sotto un’unica bandiera.
In definitiva alla domanda: «Chi ci ha guadagnato dalla scissione del Partito Democratico?» non è facile rispondere. Oggi come oggi possiamo dire che il mercato politico si è messo in movimento ma la direzione non è ancora ben percepita dall’opinione pubblica.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
“Siamo una start up, non nostalgici”
Nascono i “Democratici e progressisti”. Speranza: non escludiamo le primarie Nel Pd Orlando all’attacco di Renzi: lui è andato in California, io andrò a Scampia
Francesca Schianchi Stampa
«Siamo una start up», dice Roberto Speranza, mentre compulsa su Twitter l’hashtag #nuovoinizio, dedicato all’evento. Una start up, «non una ridotta». Un «nuovo inizio», non un omaggio alla nostalgia. Per questo doveva essere una canzone dei Coldplay (che però alla fine non viene trasmessa) e non più Bandiera rossa la colonna sonora alla Città dell’Altra economia di Roma, a Testaccio, qui dove «scissionisti» del Pd – Speranza ed Enrico Rossi - e di Sel – capitanati da Arturo Scotto - danno vita a «Articolo 1- Movimento dei democratici e progressisti». In acronimo Dp, come Pd a rovescio: un nome però già usato alle regionali in Calabria nel 2014, e i detentori stanno valutando azioni legali.
È passata una settimana dall’incontro al Teatro Vittoria per lanciare la sfida a Renzi e ai dem: stesso quartiere rosso, meno pathos e un protagonista perso per strada (il governatore pugliese Michele Emiliano) ieri, per tenere a battesimo la nuova creatura. Nella piccola sala conferenze campeggia la scritta «l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro», il primo comma dell’articolo 1 della Costituzione, «nostro simbolo e nostra identità», chiarisce Speranza, per costruire «un movimento aperto che sia anche la costituente di un rinnovato centrosinistra». Qualcosa di ampio per ricucire gli strappi «col nostro popolo» procurati dal Pd su «scuola, Jobs act e ambiente»: «Il nostro blocco sociale sarà ampio», giura Rossi.
Dall’altra parte, nel Pd che «ha esaurito la spinta di centrosinistra» è partita la corsa al congresso. Renzi è tornato dalla California, «io invece andrò a Scampia, allo Zen, a Quarto Oggiaro», lo punzecchia lo sfidante Andrea Orlando da Genova. «Quando Emiliano ha invitato a votare in questo modo: “Di qualunque partito siate, venite a votare contro Renzi”, ho capito che il congresso si trasformava in lotta greco romana, anzi lotta libera».
Se vincesse il ministro della Giustizia, ha detto D’Alema, si potrebbe riaprire un dialogo col Pd, ma Speranza non conferma: «Quel congresso è un gioco delle figurine», mentre cerca di dare consistenza al loro progetto. Negli spazi riadattati dell’ex Mattatoio ci sono l’ex segretario Epifani e vari parlamentari che formeranno i nuovi gruppi, pronti a nascere tra domani e martedì. Una cinquantina di eletti: 13-14 i senatori, di cui sarà capogruppo una donna, probabilmente Doris Lo Moro o Cecilia Guerra; tra 38 e 42 i deputati: oltre ai 17 ex Sel, 21 certi in uscita dal Pd, più quattro ancora in dubbio. A guidarli, gli ex Sel vorrebbero Speranza, che però preferirebbe ritagliarsi il tempo di girare l’Italia a presentare il movimento e spinge invece per il quarantenne ex cuperliano Francesco La Forgia. Mentre qualcuno pensa al peso massimo: Pierluigi Bersani. Saranno gruppi composti per metà da deputati che arrivano dall’opposizione: eppure, assicura Speranza, il governo sarà sostenuto: «Anche gli ex Sel danno priorità al progetto politico». Dall’esecutivo, dopo l’adesione del viceministro Bubbico, ieri è arrivata la conferma di quella del commissario straordinario per il terremoto, Vasco Errani.
«Ve ne faremo vedere delle belle», promette Rossi, giacca e cravatta blu, «potevate dirmelo che era un’occasione informale», quasi si giustifica davanti a jeans e maglioncino di Speranza. Sono loro, con Scotto, a guidare il partito, pardon movimento – che ormai la parola partito non si usa più. Bersani e Massimo D’Alema lasciano a loro il palco (uno è a Piacenza, l’altro in Umbria), ieri meno solenne e affollato di una settimana fa. «D’Alema non è il frontman, non è candidato a nulla», ricorda Speranza. Si giocheranno fra loro il ruolo di leader: «Non escludo le primarie». Per ora arriveranno i gruppi, poi il simbolo, in gestazione in queste ore. Per un movimento «radicale nella proposta» ma con «solida cultura di governo».
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Nasce la nuova Dp “Non ci guida D’Alema” Scontro col governo “Referendum sul lavoro”
Al via Democratici e Progressisti, col richiamo all’articolo 1 della Costituzione. Al momento 34 i parlamentari usciti. L’addio di Errani
MONICA RUBINO Rep
Mentre parte la corsa alla segreteria dem, dalla fusione fra i fuoriusciti di Pd e Sel nasce “Articolo 1 – Movimento democratico e progressista”. Il battesimo ufficiale del nuovo soggetto politico si è tenuto ieri a Roma alla Città dell’Altra economia, in una sala conferenze davvero troppo piccola per accogliere oltre ai giornalisti anche le decine di simpatizzanti e curiosi. Tocca a Roberto Speranza il compito di presentare quello che «vuole essere un percorso e un progetto di governo», per dare «una casa al popolo di centrosinistra e aperto alla cultura socialista, a quella cattolico-democratica, al civismo». Priorità al lavoro, simboleggiato dal primo articolo della Costituzione, ma anche alla scuola e all’ambiente, «offeso dall’inaccettabile “ciaone” al referendum sulle trivelle».
La parola “partito” viene evitata a favore di “movimento”, perché la nuova formazione «sarà popolare » e anti-populista, come dice il vicegovernatore del Lazio Massimiliano Smeriglio. E non vuole vivere solo nelle aule parlamentari, dove peraltro martedì nasceranno i gruppi. Ma è proprio in Parlamento che potrebbero sorgere le prime difficoltà, sul punto della lealtà al governo sostenuta dagli ex pd ma mai condivisa finora dagli ex sel. «Saremo maggioranza » afferma il governatore della Toscana Enrico Rossi, «siamo una forza di responsabilità», rilancia Guglielmo Epifani. Dall’altro lato Arturo Scotto, che ha lasciato Sinistra italiana per aderire a Dp , chiarisce: «Non vogliamo andare a votare subito, sosterremo il governo perché accompagni il Parlamento fino a una nuova legge elettorale e garantisca il referendum della Cgil». Ed è su quest’ultimo punto che potrebbe consumarsi il primo attrito con il Pd e il premier Gentiloni, che in Parlamento puntano a far approvare il ddl Damiano per riformare i voucher evitando la consultazione referendaria. Inoltre situazioni di equilibrio andranno trovate nelle Camere anche su altri provvedimenti, come le norme sulla sicurezza e i decreti attuativi della Buona scuola.
A parte le critiche a Renzi e al renzismo, all’evento di ieri sono state evitate parole taglienti verso il Pd perché, come ha detto Massimo D’Alema venerdì, se al congresso si affermasse Andrea Orlando, «le cose cambierebbero ». Le porte a un Pd “derenzizzato” non sono dunque sbarrate. Anche il commissario alla ricostruzione post terremoto Vasco Errani, che ieri ha dato il suo sofferto commiato al Pd per aderire alla sigla inversa Dp, spiega: «Vado in una nuova avventura, ma sono sicuro che non sarà un addio. Si tratta invece di provare a ritrovarci in un altro progetto, diverso da Ulivo e Pd, ma con quella ispirazione».
Tuttavia non saranno tutte rose e fiori. Le prime grane cominciano proprio dal nome: “Democratici e Progressisti” si chiamava infatti già una lista che nel 2014 appoggiò in Calabria Mario Oliverio, eletto governatore. E in casa dem sono già pronti a ricorrere agli avvocati.
I numeri dei nuovi gruppi in Parlamento non si discostano più di tanto da quelli già trapelati nei giorni scorsi: alla Camera saranno 21 gli ex dem, 17 i fuoriusciti di Sel. Con qualche sorpresa dell’ultimora, come ad esempio il centrista Nello Formisano, oggi nel gruppo Misto, che ha annunciato il suo passaggio a Dp. Il capogruppo a Montecitorio potrebbe essere proprio Speranza, anche se gravato dai troppi impegni legati all’avvio del movimento in giro per l’Italia. Al Senato il gruppo sarà formato da 13 senatori, tutti ex pd, e il capogruppo sarà una donna, forse Doris Lo Moro, la madrina della legge sullo ius soli. E non a caso ieri ha parlato la giovane Elvira Ricotta Adamo, in rappresentanza del movimento “Italiani senza cittadinanza”.
Presente, in veste di osservatore, anche Stefano Fassina di Sinistra italiana. Assenti invece i “padri nobili” Pier Luigi Bersani e D’Alema. Di lui Speranza chiarisce: «Non è il frontman, non è candidato a nulla».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Iscriviti a:
Post (Atom)


















