domenica 19 febbraio 2017

Divino Capitale: Michael Novak



Addio a Novak, il filosofo che spiegò l’America ai Papi 
Morto a 83 anni il maestro del pensiero cattolico Usa. Reagan lo aveva nominato ambasciatore all’Onu 

Busiarda 18 2 2017
Nei momenti di confidenza, Michael Novak insisteva spesso su un punto: «Io non sono un conservatore. Sono nato democratico e ho cominciato a fare politica con Robert Kennedy. È il mio partito che mi ha abbandonato, lungo la strada».
Il filosofo cattolico americano più importante della sua generazione, amico e confidente di papi e presidenti, è morto giovedì a 83 anni nella sua casa di Washington, per un tumore al colon. Da quando aveva perso la moglie Karen si era molto indebolito, e aveva accettato di trasferirsi alla Ave Maria University, per stare al caldo della Florida.
Come molti neocon, era passato al Partito repubblicano con Reagan, che lo aveva fatto ambasciatore alla Commissione Onu per i diritti umani e alla Csce. Erano gli anni in cui aveva pubblicato «The Spirit of Democratic Capitalism», che insieme a «The Catholic Ethic and The Spirit of Capitalism» aveva costituito la base fondamentale del suo lavoro intellettuale. Parafrasando Max Weber, Novak aveva cercato di affermare due punti: primo, il capitalismo non era intrinsecamente senza peccato, ma era la forma di organizzazione della società che più consentiva di realizzare gli obiettivi del cristianesimo; secondo, la versione secondo cui l’etica protestante si adattava meglio al capitalismo era quella che oggi chiameremmo una «bufala», perché interpretandolo senza pregiudizi il cattolicesimo era in realtà superiore anche in questo campo.
Nato da una famiglia di origini cecoslovacche, Novak aveva creato un legame molto forte con Giovanni Paolo II, che insieme a George Weigel, Richard John Neuhaus e poi Mary Ann Glendon, lo considerava il punto di riferimento per capire e dialogare con gli Usa. I suoi libri, infatti, circolavano clandestinamente nella Polonia scossa da Solidarnosc. L’unica incomprensione c’era stata sulla guerra in Iraq, appoggiata da Novak che era molto amico di Dick Cheney. Durante la Convention repubblicana di New York nel 2004 mi invitò a visitare la suite del vicepresidente al Madison Square Garden, facendoci lezione sul perché l’intervento contro Saddam era rientrato nei canoni della guerra giusta. Il legame era rimasto forte anche con Benedetto XVI, ma si era affievolito con Francesco. Non aveva appoggiato Trump ma Kasich, all’inizio delle presidenziali del 2016, ma poi lo aveva sostenuto contro Hillary, soprattutto per «le nomine dei giudici della Corte Suprema, necessarie a difendere i valori della vita. Trump - mi aveva detto nell’ultima intervista - ha le qualità per diventare un nuovo Reagan, se imparerà a essere disciplinato». 
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Addio a Michael Novak il capitalismo fondato sul cristianesimo 
Fu il primo professore cattolico a insegnare a Stanford conservatore e consigliere teologico di Reagan teorizzò il manifestarsi della grazia divina nell’individualismo

ALBERTO MELLONI Rep 18 2 2017
Il nome di Michael Novak, il filosofo americano scomparso ieri a 83 anni, è sovente legato alla singolare funzione che si era trovato a ricoprire durante la presidenza Reagan: quella di consigliere teologico, voce di un cattolicesimo conservatore, che in quegli anni rivendicava la propria vocalità, come se in precedenza l’avesse persa. «Si scrive da sinistra a destra », avrebbe ricordato fin nel titolo di una sua autobiografia di pochi anni fa ( Writing from Left to Right: My Journey from Liberal to Conservative, 2013): e dunque, spiegava Novak, anche la storia della sua vita era andata da sinistra a destra, da cattolico liberal e a teologo del capitalismo. Descrizione un po’ rude, ma non inesatta.
Nato il 9 settembre del 1933, figlio di due immigrati slovacchi, Michael Novak è stato studente di teologia a Roma, attraverso l’Holy Cross Seminar di Notre Dame dove era entrato subito dopo la guerra: nei corridoi di piazza della Pilotta era rimasto affascinato dalla figura di Bernard Lonergan, di cui aveva studiato il pensiero. Proprio a partire dal suo seminario sulla gratia operans aveva scritto il suo primo saggio per The Downside Review su St. Thomas in Motion, che meritò anche un elogio dell’abate Butler.
Il suo percorso successivo ad Harvard fu propiziato dall’incontro con quella che diventerà sua moglie: donna paziente che accettò di fare la luna di miele al Concilio Vaticano II dove Novak era corrispondente del
National Catholic Reporter e dove si trovò quasi per caso a dover scrivere un libro sulla chiesa aperta.
Al pari di tanti altri suoi colleghi, però, Novak non era solo un raccoglitore di dettagli e cronache, ma a modo suo un partecipante del Concilio. Non perché avesse avuto accesso alla basilica di San Pietro trasformata in aula conciliare, ma perché la sua conoscenza della città, dei vescovi, degli osservatori gli permetteva di partecipare — dal pranzo a notte fonda — agli innumerevoli capannelli, incontri, riunioni, che orientavano e spiegavano il lavoro conciliare. E creavano legami importanti anche sul piano accademico: è in questo concilio “laterale” che diventò amico di un osservatore non cattolico, il presbiteriano Raymond McAfee Brown, che apprezzava la brillante combattività di Novak, con conseguenze di carriera non banali. Esattamente come Hans Küng notò nella cerchia di Rahner il giovane Joseph Ratzinger e lo volle portare a Tubinga come docente all’indomani dell’assise conciliare, così McAfee Brown portò quel trentaduenne a essere il primo professore cattolico a Stanford. È a Cuernavaca nel 1968 insieme a Peter Berger: ed è proprio lì che comincia a pensare che la gratia operans di Lonergan abbia a che fare col capitalismo.
Solo dopo molti anni, ormai approdato a Long Island ,esprime la sua conversione in una conferenza a Notre Dame del 1979 dove definisce il principio dell’utopismo come male e del capitalismo come antidoto, perché in ciò che esso evoca — la famiglia, il lavoro, l’interesse, perfino un sano egoismo — si esprime il mistero stesso di Dio. Come ricorderà quella sera: «Mi scomunicai da me dalla sinistra cattolica».
Non restò senza casa: a Syracuse, alla Rockfeller Foundation e poi proprio a Notre Dame diventa l’emblema di una destra cattolica che non si esaurisce nell’anticomunismo, ma cerca di dare un fondamento teorico e teologico all’individualismo e al sistema economico capitalista, riuscendo perfino a cucire un orizzonte comune fra papa Wojtyla e il partito repubblicano. Un disegno sconfitto su entrambi i fronti da una crisi che è crisi del capitalismo, nel giudizio del papa, ed è crisi di quel conservatorismo colto di cui Novak era parte.
Il cattolicesimo di Steve Bannon, il chief strategist di Trump che incarna le più orribili fantasie reazionarie, non cerca più fondamenti teorici: ma il teologo dell’economia, andato da sinistra a destra, ha potuto vedere che qualche volta la destra non va a capo quando il margine consiglierebbe di fermarsi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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