venerdì 31 marzo 2017
La magnifica ossessione: nonostante tutto, la borghesia continua ad avere terrore mortale del bolscevismo
Risvolto
Il 1917 è stato un anno cruciale tanto per la Russia, dove la
rivoluzione ha posto fine a un impero secolare e ha dato vita a un
ordine nuovo, quanto per l'Europa e per il mondo, su cui gli eventi
russi hanno avuto decisive ripercussioni. Tutto il XX secolo è stato
dominato dalla presenza del sistema statale nato dalla rivoluzione,
l'Unione Sovietica, la cui scomparsa nel 1991 ha chiuso un ciclo
storico. La Russia attuale, erede di quel passato, ha intrapreso un
nuovo sviluppo in un mutato contesto internazionale. A cent'anni di
distanza dalla Rivoluzione d'Ottobre si avverte il bisogno di ripensare
una cosi radicale esperienza, inquadrandola in una riflessione globale
sul significato di quelle trasformazioni e sui loro esiti. In questo
libro Vittorio Strada, fra i massimi esperti del mondo russo, sulla base
di una documentazione spesso sconosciuta, presenta una nuova visione
dell'intero processo storico sovietico sullo sfondo del plurisecolare
passato zarista e nella prospettiva della Russia post-sovietica.
Emergono elementi in grado di gettare luce sui fenomeni attuali e sulle
loro manifestazioni più inquietanti, come il risveglio di un
nazionalismo in realtà mai sopito, la ripresa del «culto» di Ivan il
Terribile e di Stalin, l'insistenza sui «valori tradizionali» che si
traduce in intolleranza verso le minoranze. In appendice il saggio "Una
città fatale" offre un'immagine del tutto inattesa di Costantinopoli. Il suprematismo occidentalista strutturale del liberalismo, di Popper, dei suoi seguaci
Il filosofo liberale spiega il concetto politico chiave del pensiero di Popper, le sue mistificazioni, i rapporti con la religione e il cristianesimo, la necessità di non tollerare gli intolleranti e i violenti
Gianluca Barbera Giornale - Mer, 29/03/2017
La comica finale: il formidabile complotto di Peppe Grillo e Putin
Il governo Usa: “Fate attenzione Ci sono legami Russia-M5S”
L’allarme dell’amministrazione all’Italia: strategia di destabilizzazione
Paolo Mastrolilli Stampa 30 3 2017
«Fate attenzione ai legami fra governo russo e M5S». È il messaggio circolato nei mesi scorsi nell’amministrazione Usa, con lo scopo di mettere poi Roma al corrente di un fenomeno più vasto: l’esteso impegno di Mosca a sostenere forze politiche intenzionate a sfidare gli establishment nazionali.
Con lo scopo di indebolire nel lungo periodo tanto l’Unione Europea, quanto la Nato. Sono fonti governative americane a ricostruire per «La Stampa» quanto sta avvenendo, spiegando in particolare che sono preoccupate per l’influenza che la Russia sta cercando di avere sulle prossime elezioni italiane, nell’ambito di una strategia di interferenza che tocca tutta l’Europa, dopo quella adottata durante le presidenziali degli Stati Uniti. Finora il potenziale punto di contatto è stato individuato da Washington soprattutto nei rapporti che Mosca sta costruendo con il Movimento 5 Stelle, e con la Lega, che però ha prospettive elettorali inferiori.
All’origine di tali sviluppi ci sono le conseguenze dell’Election Day. Quando l’intelligence americana è arrivata alla conclusione che il Cremlino aveva gestito le incursioni degli hacker nell’archivio digitale del Partito democratico, per rubare documenti con cui deragliare la candidatura presidenziale di Hillary Clinton, l’apparato governativo degli Usa si è attivato per comprendere meglio le dimensioni e lo scopo di questa strategia. Quindi si è convinto che la Russia sta cercando di dividere e indebolire l’intero Occidente, favorendo le formazioni politiche che mettono in discussione le alleanze storiche e più recenti tra le due sponde dell’Atlantico. Questa offensiva era già presente negli Stati baltici, che avendo fatto parte dell’Unione Sovietica sono abituati a simili tattiche di propaganda e manipolazione, e le riconoscono in fretta. Discorso analogo per la Serbia e l’intera area della ex Jugoslavia. L’operazione però si è allargata anche al resto dell’Europa occidentale, che secondo gli analisti di Washington è meno pronta a capirla e difendersi. Perciò il governo Usa si è attivato, con missioni discrete che hanno riguardato anche l’Italia.
Gli obiettivi di Mosca sono tutti i Paesi dove nei prossimi mesi sono in programma le elezioni, che per la loro natura democratica consentono di infiltrare i sistemi politici e cercare di condizionarli. Al primo posto ci sono le presidenziali francesi, dove gli effetti dell’offensiva russa sono già stati pubblicamente notati, con la visita di Marine Le Pen al Cremlino e le informazioni uscite per attaccare l’indipendente Macron. Nel radar degli americani però ci sono anche le presidenziali del 2 aprile in Serbia, il voto di settembre in Germania, e quello che comunque dovrà avvenire in Italia entro la primavera del 2018.
Secondo quanto appurato da Washington, i metodi usati sono diversi. Negli Stati Uniti gli attacchi sono avvenuti nel campo digitale, perché è molto sviluppato e offriva grandi opportunità. Lo stesso sta avvenendo già in Europa, come hanno dimostrato le denunce fatte da Macron. Più difficile è provare eventuali finanziamenti o aiuti diretti per le campagne elettorali e i partiti. In Italia il sistema digitale è meno sviluppato di quello americano, e i nostri apparati contano anche sul naturale scetticismo degli elettori per depotenziare eventuali offensive. Nel mondo di oggi, però, non serve molto: basta intercettare una mail o una lettera, per demolire un candidato o un partito.
Poi ci sono i rapporti personali diretti. Ha sorpreso, ad esempio, la visita di una delegazione italiana che qualche tempo fa è andata in Lituania, dialogando con la comunità di origine russa nel Paese. Rilevanti sono anche gli incontri con le ambasciate, che sono leciti, ma possono andare oltre la cortesia diplomatica. M5S e Lega non hanno fatto mistero dei contatti avuti con Mosca, e ciò ha suscitato preoccupazione, anche se in scala diversa.
L’attenzione riservata dal governo americano a questi fenomeni è maturata prima dell’entrata in carica della nuova amministrazione Trump, e delle stesse presidenziali dell’8 novembre. Finora se ne sono occupati funzionari di carriera non partisan, e la loro attività è completamente slegata dalle inchieste in corso all’Fbi e al Congresso sulle eventuali complicità tra gli hacker russi e la campagna del candidato repubblicano. Si tratta in sostanza di valutazioni professionali, indipendenti dalle vicende politiche interne. La transizione naturalmente complica le cose, perché il governo deve affrontare altre priorità, e nei Paesi che sono potenziali obiettivi non sono ancora stati nominati i nuovi ambasciatori. Le elezioni italiane però sono quelle più lontane nel calendario, a fine aprile il premier Gentiloni verrà alla Casa Bianca e a maggio ospiterà Trump al G7, e quindi ci sarà il tempo per discutere e chiarire queste preoccupazioni. Da qui lo scenario di una consultazione in crescendo fra Washington e Roma sul ruolo dei grillini come emissari del Cremlino nel Bel Paese.
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E Di Stefano ora ammette: “Putin è già un interlocutore ha vinto su tutta la linea” “Repressione? Non tocca a noi valutare la democrazia in Russia” Ilario Lombardo Stampa
«Gli arresti a Mosca? E allora Guantanamo? Non tocca a me valutare la democrazia in un altro Paese» dice Manlio Di Stefano per levarsi dall’impaccio di una domanda che in tanti fanno ai 5 Stelle: cosa dite della retata di massa di Vladimir Putin? Se c’è un partito in Italia che per somiglianza avrebbe motivo di simpatizzare con i giovani ribelli di Mosca è il M5S. Una piattaforma anticorruzione nata online, un leader, Aleksej Navalnyj, che è un blogger: cosa vi ricorda? Ma perché allora il M5S, nel suo complesso, tace?
Nei piani di governo a 5 Stelle, Di Stefano è destinato a fare il ministro degli Esteri: perché è il più competente e ha una passione, coltivata negli anni, che ora è diventata un lavoro che lo fa viaggiare, incontrare popoli, stringere relazioni. E infatti è a lui che il M5S ha affidato il compito di delineare il programma di esteri che in questi giorni si vota sul blog di Beppe Grillo. Dieci punti che Di Stefano sta illustrando in diverse tappe da Nord a Sud. Ci sono i capisaldi del pensiero grillino che punta a ridefinire il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo, con accordi bilaterali inseriti all’interno di una strategia multilaterale più fluida che dalla Russia arriva fino alla Siria di Assad, e alle critiche all’Eurozona affianca l’idea di un’Alleanza mediterranea, senza rinunciare al riconoscimento della Palestina.
A Putin si torna sempre, senza timore per la durezza del pugno contro gli oppositori e l’aggressività fuori dai confini russi. «Perché allora non ci occupiamo anche dell’Arabia Saudita a cui l’Italia vende le armi? - chiede Di Stefano -. Io mi devo solo preoccupare di non favorire un governo nel commettere crimini. Mentre il ministro Alfano contesta gli arresti di Mosca, abbiamo fatto accordi milionari con i sauditi». Mosca ha represso il diritto di manifestare contro la corruzione. Matteo Salvini, leader della Lega Nord, amico di Putin, ha detto chiaramente che hanno fatto bene ad arrestarli perché le proteste non erano autorizzate. E il M5S? «Arrestarli tutti così non è propriamente democratico, ma perché non parliamo anche di Guantanamo? È ancora aperta e a Barack Obama hanno dato il Nobel per la Pace. Questa è ipocrisia: o condanniamo tutti i Paesi che ledono i diritti o non possiamo fare una selezione». Nel giugno scorso Di Stefano era l’unico politico italiano presente al congresso di Russia Unita, il partito di Putin, un invito «accolto con grande entusiasmo» ebbe a dire durante la visita dove riaffermò uno dei punti cardini dei 5 Stelle: l’eliminazione delle sanzioni alla Russia: «Putin è un partner strategico nella lotta al terrorismo, non vederlo è cecità. Assieme ad Assad ha vinto la guerra in Siria».
Altro capitolo: Assad. Nel programma c’è scritto che vanno «ristabiliti i rapporti diplomatici con la Siria». Con un dittatore che ha sterminato civili e bambini? «Anche Federica Mogherini, ministro degli Esteri Ue, si è svegliata e ha riaperto ad Assad. Cosa fai altrimenti? O lo butti giù come Gheddafi o ci parli». Ogni punto si tiene assieme e c’è una coerenza nella visione di Di Stefano. Così per la Nato: «Va ridefinita la partecipazione italiana» dice il deputato che vuole organizzare una conferenza di pace sulla Libia a Roma e propone un’Alleanza del Mediterraneo tra i Paesi europei del Sud per fare blocco comune contro quelli a Nord in attesa di sapere se l’euro reggerà. «Fosse per me uscirei subito dall’euro, ma poiché nel M5S ognuno ha la sua posizione faremo un referendum. Sappiamo però che con la moneta a due velocità Merkel vuole istituzionalizzare la Troika, un organo di strozzinaggio per i Paesi più deboli che proponiamo di smantellare». Il futuro dell’Europa non sembra in cima ai suoi pensieri: «Io parlo di Italia non di Europa. E anche se non vedo l’Alleanza mediterranea come alternativa all’Ue è giusto chiedersi cosa esiste oltre l’Eurozona». L’idea è quella di «fare accordi commerciali bilaterali con chi conviene, in un contesto multilaterale». Via dall’euro, Ue e la Nato più deboli, Alleanza mediterranea: ma così non si favorisce solo Putin come interlocutore privilegiato e i suoi sogni di un’Unione Euroasiatica? «Putin - risponde Di Stefano - è già un interlocutore, perché ha vinto su tutta la linea».
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Perché siamo il Paese più facile da destabilizzare Marcello Sorgi Stampa
Si tratti di un sospetto concreto o di un’ipotesi di intelligence che viene da un Paese, come gli Usa, appena uscito dalle presidenziali che hanno visto a sorpresa la vittoria del candidato populista Trump, alla quale sembra non sia stato affatto estraneo il ruolo degli hacker russi sulla rete, non è affatto peregrina l’idea che Putin, dopo la Francia dove appoggia smaccatamente Marine Le Pen, possa dedicarsi all’Italia, spendendosi a favore di Grillo e dei 5 stelle, e non solo di Salvini, con cui coltiva relazioni privilegiate, nelle prossime elezioni politiche.
Da tempo il leader russo è interessato a una destabilizzazione dell’assetto che penalizza la Russia con le sanzioni nate a causa dell’intervento in Ucraina, che nelle previsioni di Mosca sarebbero state destinate ad esaurirsi in tempi assai più brevi, e invece resistono, contraddicendo anche singoli ammorbidimenti di nazioni interessate a riaprirsi le frontiere del mercato russo.
Nel tormentato attuale quadro internazionale, e in attesa di una soluzione della vicenda siriana che sembra prossima ma ancora non arriva, non c’è dubbio che agli occhi del leader russo l’Europa rappresenti l’anello debole, che può cedere da un momento all’altro, e soprattutto può cambiare indirizzo, in caso di successo delle forze populiste, rispetto ai tradizionali e consolidati assetti delle alleanze strategiche. Il Regno Unito, con il successo della Brexit e l’apertura, due giorni fa, della procedura per il divorzio dall’Unione; la Francia con la Le Pen arrembante, che se anche non riuscirà a farsi eleggere presidente corre sicuramente verso un risultato storico. E subito dopo l’Italia, in cui, almeno nei sondaggi, la primavera del Movimento 5 stelle resiste a qualsiasi turbolenza e alla penuria di risultati dell’amministrazione romana conquistata nove mesi fa.
Sì, non ci vuol molto a capire che nell’Europa di oggi noi siamo i più facili da destabilizzare; e l’Italia, per la sua importanza di Paese fondatore, può innescare una reazione a catena fino a minacciare la tenuta del sistema dell’euro e dell’Unione. Per questo, la simpatia con cui i 5 stelle venivano guardati da Oltreoceano nel 2013, adesso ha mutato segno.
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La rete putiniana dei populisti Dall’Ukip ai tedeschi di Afp Nei rapporti con la Lega centrale il ruolo di un parlamentare russo Marco Bresolin Stampa
C’è una data-chiave nel disegno di Putin che ha portato alla creazione di una rete di partiti populisti europei legati a doppio filo al Cremlino. È il 15 dicembre del 2013. Quel giorno, al Lingotto di Torino, Matteo Salvini è diventato segretario della Lega Nord. Sotto il palco c’erano anche l’austriaco Heinz-Christian Strache (presidente del Partito della Libertà), il francese Ludovic De Danne (consigliere per gli affari istituzionali del Front National) e l’olandese Geert Wilders (leader del Partito della Libertà). Nulla di strano, visto che i movimenti della destra anti-sistema stavano preparando l’alleanza per le Europee del 2014. Accanto a loro, però, c’era anche Viktor Zubarev, parlamentare di Russia Unita. Che ci faceva l’uomo di Putin al congresso della Lega Nord? Negli anni successivi i contorni della risposta sono stati meglio definiti.
Matteo Salvini è stato più volte a Mosca. Marine Le Pen, proprio nelle scorse settimane, è stata ricevuta ufficialmente da Putin. Nel frattempo i rapporti tra i partiti della “rete” si sono intensificati e allargati, sempre in stretto contatto con il Cremlino. I movimenti, uniti tra le altre cose dalla lotta all’Ue, sono stati usati come una sorta di cavallo di Troia russo per spaccare l’Ue dall’interno. Alle elezioni del 2014 hanno ottenuto buoni risultati, ma non hanno stravinto e - almeno nel Parlamento europeo - sono stati marginalizzati. Era solo l’inizio di un percorso, che è proseguito nelle rispettive capitali. La rete si è poi estesa ad altri movimenti, Putin è riuscito a lavorare anche con i tedeschi dell’Afd, che dopo i buoni risultati in alcuni Land ora puntano alle elezioni politiche di settembre. C’è il forte sospetto che le campagne elettorali siano state finanziate con i soldi di Mosca.
Nel Regno Unito i media della propaganda russa hanno giocato un ruolo decisivo nella campagna per il referendum sulla Brexit e il leader dello Ukip, Nigel Farage, ha più volte espresso la sua ammirazione in pubblico per Putin. In Austria, i russi hanno puntato dritti alla presidenza dello Stato (senza però riuscirci), sostenendo il candidato Norbert Hofer. A dicembre è stato ufficialmente firmato un accordo con Russia Unita. In Ungheria, il Cremlino può contare sul forte appoggio del partito di estrema destra Jobbik, ma negli ultimi mesi ha messo un piede nel governo, grazie ai legami stretti con il premier Viktor Orban. Sempre più “disturbatore” nell’Unione Europea.
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Spernacchiamo su Carla Lonzi: l'agiografia di un pezzo della nostra catastrofe
Risvolto
Da circa un decennio la storia biografica e teorica di Carla Lonzi,
figura preminente del femminismo italiano degli anni ’70, è oggetto di
una continua riscoperta, non solo in Italia: dapprima con la
ripubblicazione di tutti i suoi scritti, tra i quali il famosissimo Sputiamo su Hegel;
poi con convegni e studi specifici. Sta così riemergendo il lavoro di
riflessione di un’autrice affascinante ed enigmatica che ha saputo
pensare il femminismo quanto il mondo dell’arte, il potere quanto le
forme dell’emancipazione delle donne.
Giovanna Zapperi si interessa alla traiettoria di Carla Lonzi e ai
rapporti tra arte e femminismo nell’Italia tra gli anni ‘60 e ‘70.
Attingendo a fonti di archivio inedite, questo libro dimostra che i due
periodi che sembrano scandire la biografia di Carla Lonzi (prima la
critica d’arte, poi il femminismo) segnano in realtà un percorso che
intreccia l’intera espressione teorica di questa importante autrice.
Questa lettura ci consente allora di ricavare dal pensiero di Carla
Lonzi categorie per leggere il presente, tanto per una critica
all’altezza dei tempi sul ruolo e l’uso delle immagini, quanto per
capire le forme di subordinazione legate al genere, all’identità e alle
classificazioni sociali che non cessano di riprodursi.
La radicale creatività della vita e degli scritti di Carla Lonzi trovano
in questo libro una sintesi biografica e analitica compiuta, grazie
alla minuziosa e fertile ricerca della storica dell’arte e femminista
Giovanna Zapperi, la quale di quel «gesto creativo all’altezza della
vita» è in tutto e per tutto un’erede.
Il discorso liberaldemocratico occidentalista che genera populismo: Kupchan
Charles A. Kupchan Stampa 30 3 2017
il governo britannico ieri ha formalmente notificato all’Ue la sua intenzione di uscire dall’Unione in seguito al mandato ricevuto dall’esito del referendum dello scorso giugno nel Regno Unito.
Inizia così la trattativa che porterà Londra fuori dal mercato unico dell’Ue, così come dalle sue istituzioni, leggi e regolamenti.
La notifica di Londra a Bruxelles è arrivata solo pochi giorni dopo l’incontro dei leader europei (mancava il primo ministro del Regno Unito Theresa May) che si sono riuniti lo scorso fine settimana in Italia per celebrare il 60° anniversario del Trattato di Roma, che nel 1957 fu l’atto fondativo del progetto di integrazione europea. Ed è significativo che a far da contorno a questo traguardo siano la prima uscita di uno Stato membro – e una crescente ondata di populismo che mette in discussione la sopravvivenza stessa del progetto europeo.
Ma la data più significativa per mettere la Brexit nella giusta prospettiva storica è il 1815, non il 1957. Il 1815 ha segnato la fine delle guerre napoleoniche e l’inizio del Concerto Europeo - un’iniziativa guidata dai britannici per espandere il governo liberale e preservare la pace in Europa attraverso un ordine basato su regole internazionali. Mentre aiutava a preservare la stabilità in Europa, Londra era impegnata nella costruzione di un vasto e redditizio impero d’oltremare, ponendo così le basi per la globalizzazione del commercio e degli investimenti.
Il sistema globale emerso come pax britannica sanciva pratiche liberali, inclusa la libertà di commercio, lo Stato di diritto con appositi controlli sul potere assoluto, e i diritti politici – ponendo così le basi per la pax americana. Dopo il passaggio della leadership dell’Occidente da Londra a Washington, con la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno eliminato l’impero precedente e modificato in altri modi i progetti britannici, ma in gran parte hanno costruito sull’edificio eretto da Londra. Infatti, durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, e la Guerra fredda, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno fatto fronte comune contro i nemici Da questo punto di vista, il Regno Unito e gli Stati Uniti sono i principali artefici dell’odierno sistema internazionale.
La Brexit, insieme alla crescente ondata di populismo da questa parte dell’Atlantico, solleva quindi interrogativi profondamente preoccupanti sul fatto che l’epoca aperta circa 200 anni fa potrebbe essere al tramonto. A dire il vero, i fondatori anglosassoni di un mondo globalizzato basato su regole ora condividono la leadership internazionale con molti altri Paesi. La Gran Bretagna per ora si sta separando solo dall’Ue, non dall’Occidente nel suo complesso. E l’amministrazione Trump, la cui politica estera è ancora in divenire, potrebbe virare verso una posizione centrista e riscoprire i meriti delle norme internazionali, del libero scambio, e gli alleati democratici.
Ciò nonostante, la Brexit e la più ampia onda populista che sta spazzando tutto l’Occidente rivelano disfunzioni preoccupanti nelle nostre società democratiche. La Gran Bretagna è pronta a infliggersi una grave ferita; la sua influenza internazionale subirà un contraccolpo significativo dall’uscita dalle istituzioni europee e la sua economia ne soffrirà in quanto lascia il più grande mercato del mondo. Di certo le preoccupazioni economiche derivanti dalla de-industrializzazione stanno alimentando un giustificato malcontento sociale nel Regno Unito come negli Stati Uniti. Ma dato che quasi il 50 per cento delle esportazioni di beni e servizi del Regno Unito è diretto agli altri membri dell’Unione Europea, il distacco dall’Unione servirà solo a peggiorare le cose.
Il Regno Unito si sta preparando ad andarsene nonostante questi costi. Gli attivisti per la Brexit hanno vinto facendo appello alle emozioni e all’identità, non ai manuali; il nazionalismo duro e puro e il disagio per l’immigrazione stanno vincendo sopra ogni altra preoccupazione. Ed è in gioco anche l’unità della Gran Bretagna, non solo la sua salute economica. Gli elettori in Irlanda del Nord e la Scozia si sono espressi con margini decisivi per rimanere nell’Ue. Il Regno Unito lascia l’Unione europea, ma non è affatto chiaro se Irlanda del Nord e Scozia vorranno restare nel Regno Unito.
A breve, i sostenitori della Brexit potrebbero presto trovarsi di fronte un minor numero di immigrati e godersi la soddisfazione emotiva della «piena» sovranità. Ma molti di loro farebbero meglio a prepararsi a vedere il declino dell’influenza del loro Paese, a essere più poveri, e a vedere messa a dura prova l’unità del Paese. L’emozione e l’identità sono costantemente parte della vita politica – ma non capita spesso di vederle affermarsi in così evidente contrasto con l’interesse nazionale. La Brexit è il risultato di una scelta democratica, eppure rivela le attuali tribolazioni della democrazia, non i suoi punti di forza.
La globalizzazione ha certo bisogno di una migliore gestione e di una più ampia condivisione dei suoi benefici. Le democrazie occidentali hanno necessità di capire come potranno guadagnarsi il salario le classi lavoratrici a fronte della crescente automazione e del commercio internazionale. E dobbiamo anche migliorare gli approcci nazionali ed internazionali alla gestione delle migrazioni.
Ma smantellare o rifiutare un ordine globalizzato, basato su regole, non è la risposta. La storia indica chiaramente le conseguenze cui va incontro un mondo frammentato dove ognuno pensa per sé.
L’Occidente sembra giunto a un punto critico. Il populismo potrebbe continuare a guadagnare forza, fino a minare il sistema internazionale che ha preso forma sotto la pax britannica e la pax americana. O il centro politico potrebbe recuperare e rivalutare le istituzioni create sotto la guida dell’Occidente. Avremo un senso più chiaro di quello che ci aspetta dopo le prossime elezioni in Francia e Germania.
Qualunque sia l’esito, la Brexit è un minaccioso segnale di avvertimento.
Traduzione di Carla Reschia BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Discriminazioni razziali e neoschiavismo secondo il dirittumanismo assoluto

Thomas Casadei: Il rovescio dei diritti umani. Razza, discriminazione, schiavitù. Con un dialogo con Étienne Balibar, DeriveApprodi, pp. 133, euro 15
Risvolto
Neorazzismo e neoschiavismo tracciano una linea divisoria tra esseri
umani e corpi d’eccezione ‒ vite discriminate, disumanizzate, ridotte a
cosa. Per combattere queste pratiche, per spezzarne il sicuro
«avvenire», non basta un «diritto di ingerenza» per cause umanitarie.
Gli abolizionisti del Settecento e dell’Ottocento ritenevano che i
valori propugnati dalla loro lotta potessero fornire le basi per la
riscrittura del diritto positivo. Oggi non si tratta solo di riscrivere
il diritto quando questo è «contro» (in funzione escludente), ma di
applicarlo integralmente quando contrasta e previene razzismo,
discriminazioni, nuove schiavitù, ovvero quando è «a favore» di una
piena tutela degli umani diritti, nessuno escluso.
Montanari sulle biblioteche italiane sequestrate per gli "eventi"
Antiche biblioteche sotto sfratto
Viaggio tra i libri a rischio, traslocati per lasciare spazio agli “eventi”
TOMASO MONTANARI Rep 30 3 2017
«Confrontare l’opere con le scritture»: questa fulminante definizione del compito della storia dell’arte si deve a Raffaello. Ed è tuttora verissima: non comprendiamo le immagini senza la conoscenza della loro storia. Nell’Italia di oggi, tuttavia, sembriamo pensarla al contrario. I nostri politici scrivono che quando la bellezza muore «al massimo può essere storia dell’arte, ma non suscita emozione». Così nella scuola l’”arte” e la “creatività” prendono il posto della storia dell’arte. E le biblioteche vengono “mangiate” dalle immagini, mostre, eventi. Il caso simbolo è quello della biblioteca di un grandissimo storico dell’arte Giuliano Briganti. Diciottomila volumi e 50 mila
fotografie che furono saggiamente acquistati dal Comune di Siena e destinati al grande complesso medioevale del Santa Maria della Scala. Era il primo stadio di un progetto ambizioso: qui dovevano arrivare anche i libri di altri storici dell’arte (Giovanni Previtali, Luciano Bellosi, magari anche quelli di Enzo Carli), qui doveva trasferirsi la Pinacoteca della città, qua anche il dipartimento di storia dell’arte: avremmo così avuto un centro di ricerca formidabile. Senza eguali in Italia. Purtroppo quel progetto è stato risucchiato dalla grande crisi (economica, ma prima politica e culturale) della città del Palio, e qualche giorno fa un avviso ha informato della chiusura al pubblico della Biblioteca Briganti «almeno per il mese di marzo 2017»: ma di fatto senza un giorno certo per la riapertura. Ufficialmente la colpa è di certi lavori di manutenzione, ma quel che moltissimi senesi dicono (rigorosamente a “microfoni spenti”) è che la biblioteca sarà portata via dalla Scala, e confluirà in quella Comunale, venendo smembrata. Perché? Il complesso della Scala è stato dato in gestione al gruppo Civita, che lo usa come contenitore per mostre ed eventi: una destinazione per la quale una biblioteca non solo non serve, ma intralcia. Il vento soffia in questa direzione. Nella non lontana Pisa la grande biblioteca della Sapienza (cioè dell’università, ma così importante da appartenere al Ministero per i Beni culturali) è chiusa da cinque anni, e ora i libri sono chiusi in casse, a Lucca: anche in questo caso furono all’inizio invocati danni all’edificio provocati dal terremoto dell’Emilia. Ma una vasta parte della importante comunità intellettuale pisana sostiene che il vero obiettivo era «sgombrare il palazzo della Sapienza dalla presenza di ospiti indesiderati: i libri» (Chiara Frugoni). Anche un’università può, dunque, scegliere di usare un palazzo storico come location di eventi, sfrattando gli strumenti della conoscenza. Una tendenza, ormai: nella stessa Pisa, la Domus Mazziniana era già stata svuotata dai libri, e ridotta a esposizione permanente di cimeli.
D’altra parte, il successo delle istituzioni culturali si misura ormai con i biglietti staccati. E in un’epoca in cui si paga anche per entrare in chiesa, le gratuite biblioteche appaiono irritanti, oltre che inutili. A Torino, qualche tempo fa, la Fondazione Musei ridusse da cinque a due giorni l’apertura della biblioteca della Galleria d’Arte Moderna per recuperare risorse per le mostre: e furono gli studenti a insorgere fino a riottenere l’accesso ai libri. Un bell’esempio di mobilitazione civile, che in questi giorni si replica a Cosenza, dove la gloriosa Biblioteca Civica non paga gli stipendi da quattro mesi perché la Provincia è stata cassata dalla Legge Delrio, e la Regione non ritiene di dover subentrare nei pagamenti. E così un’associazione di cittadini ha lanciato un messaggio assai chiaro: «La Città di Cosenza non può affrontare il futuro senza la sua Biblioteca».
A Napoli – dove i 300 mila libri di Gerardo Marotta sono ancora chiusi in casse – la Biblioteca dei Girolamini (sopravvissuta a un devastante saccheggio) è stata conferita al Polo Museale invece che alla Biblioteca Nazionale: e i progetti che circolano immaginano la grande Sala Vico come un’attrazione museale, e non come un luogo di studio e ricerca. La stessa cosa è successa a Modena, dove la gloriosa Biblioteca Estense è stata sottomessa alla direzione della Galleria: con il risultato che è stata chiusa una sala di consultazione per destinarla a ulteriore luogo espositivo, e che si pensa di smembrare le collezioni librarie storiche. Aggiungiamo che, nel 2018, le tre bibliotecarie dell’Estense andranno in pensione: un problema che riguarda tutti i libri pubblici italiani, visto che nei prossimi quattro anni «circa il 60% dei bibliotecari in organico lascerà il servizio», come ricordò l’anno scorso Giovanni Solimine dimettendosi dagli organi consultivi del Mibact.
Librò, il nuovo “esclusivo” bar della Biblioteca Nazionale di Roma, si autodefinisce «lo spazio ideale per tutti coloro che vogliono condividere emozioni e sogni », e vanta i suoi «arredi moderni, con inserti che richiamano una vera e propria biblioteca».
Tra un’emozione e un sogno, una mostra e un evento, dovremmo ricordarci che i libri non sono un arredo che possiamo spostare, imballare, smontare: senza le biblioteche, non solo i musei e le mostre, ma perfino i sogni e le emozioni, diventeranno presto incomprensibili.
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Edoardo II a Butrio?
L’indagine di un’associazione vercellese
Raffaella Lanza Stampa 30 3 2017
Chissà se nella tomba di Gloucester è sepolto veramente il re d’Inghilterra Edoardo II? Su questo mistero, sul re che morì due volte, vuole far luce l’Associazione Chesterton di Vercelli che fa parte dell’«Auramala Project», un team di studiosi di sei nazionalità (Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Usa e Australia) coordinati dall’associazione pavese «Il Mondo di Tels», che da anni cerca di svelare questo giallo tutto inglese. E in cui la Chesterton oggi vuole coinvolgere gli studenti del Piemonte.
Era il 21 settembre 1327 quando, in una cella del castello di Berkeley Edoardo II esalava l’ultimo respiro, probabilmente ucciso da un sicario. Era stato deposto in gennaio: lo avevano detronizzato sua moglie, Isabella di Francia, e Roger Mortimer. Il defunto fu imbalsamato in fretta e furia e trasportato alla cattedrale di Gloucester: nessuno riuscì a vedere bene le spoglie mortali del re, se non una donna sconosciuta, cui fu affidato, proprio da Isabella di Francia, il compito di imbalsamare il cadavere e le cui tracce si persero nel nulla in pochi giorni. Presto qualcuno cominciò a mormorare che Edoardo fosse ancora vivo e che a Gloucester fosse sepolto il suo carceriere.
Attorno al 1337 poi accadde qualcosa di speciale. Un vescovo italiano, di Vercelli, Manuele Fieschi, già notaio pontificio, scrisse una lettera al nuovo re d’Inghilterra, Edoardo III, comunicandogli che suo padre non era affatto morto a Berkeley, bensì aveva trovato rifugio presso l’eremo italiano di Sant’Alberto di Butrio, nell’Oltrepò Pavese. E lì, in serenità, aveva esalato l’ultimo respiro. Quella lettera, oggi nota come «the Fieschi Letter», fu trovata in un archivio francese nel XIX secolo e da allora è stata studiata da un gran numero di storici. Ecco quindi l’idea di Auramala Project: mettersi sulle tracce dei discendenti di Edoardo II che possano fornire il loro dna per confrontarlo con quello del corpo sepolto a Gloucester.
L’Associazione Culturale Chesterton, presieduta da Gianna Baucero, sta ora pensando di coinvolgere nella vicenda gli scolari e gli studenti delle scuole piemontesi, che nel prossimo anno scolastico saranno invitati a partecipare ad un progetto didattico nell’ambito del quale ricercheranno tra i loro antenati un possibile discendente del re e, in forma del tutto volontaria, si sottoporranno al test del dna, per consentire di fare luce sul mistero.
La missione è ardua, ma non impossibile. Da superare ci sono tanti ostacoli, il primo tra tutti strappare il sì alla regina Elisabetta per far aprire la tomba di Gloucester per prelevare un campione di Dna dal cadavere che lì vi è sepolto. A Chesterton sorridono, ma è chiaro che sperano in un finale a sorpresa. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Hemingway e la Einaudi
mercoledì 29 marzo 2017
"Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere": il nuovo libro di Domenico Losurdo
Il marxismo occidentale.
Come nacque, come morì, come può rinascere
«Sagittari Laterza»
2017, pp. 224, euro 20,00
2017, pp. 224, euro 20,00
ebook 11,99 euro
Indice
Premessa Che cosa è il «marxismo occidentale»?
I. 1914 e 1917: nascita del marxismo occidentalee orientale
1. La svolta dell’agosto 1914 a Ovest..., p. 3 - 2. ...e la svolta dell’ottobre 1917 a Est, p. 6 - 3. Stato e nazione a Ovest e a Est, p. 8 - 4. L’«economia del denaro» a Ovest e a Est, p. 14 - 5. La scienza tra guerra imperialista e rivoluzione anticoloniale, p. 16 - 6. Marxismo occidentale e messianismo, p. 21 - 7. La lotta contro la diseguaglianza a Ovest e a Est, p. 24 - 8. I labili confini tra marxismo occidentale e marxismo orientale, p. 26 - 9. Il difficile riconoscimento reciproco tra due lotte per il riconoscimento, p. 29
II. Socialismo vs capitalismo o anticolonialismo vs colonialismo? 341. Dalla rivoluzione «soltanto proletaria» alle rivoluzioni anticoloniali, p. 34 - 2. La questione nazionale e coloniale nel cuore dell’Europa, p. 38 - 3. I paesi socialisti nell’«epoca delle guerre napoleoniche», p. 40 - 4. Il dilemma di Danielśson e i due marxismi, p. 44 - 5. I due marxismi all’inizio e alla fine della seconda guerra dei trent’anni, p. 49
III. Marxismo occidentale e rivoluzione anticoloniale:
un incontro mancato 53
1. Il dibattito Bobbio-Togliatti nell’anno di Dien Bien Phu, p. 53 - 2. Il Marx dimidiato di Della Volpe e Colletti, p. 56 - 3. «Operaismo» e condanna del terzomondismo, p. 59 - 4. Althusser tra anti-umanismo e anticolonialismo, p. 62 - 5. La regressione idealistica ed eurocentrica di Althusser, p. 66 - 6. Eredità e trasfigurazione del liberalismo in Bloch, p. 69 - 7. Horkheimer dall’anti-autoritarismo al filo-colonialismo, p. 72 - 8. L’universalismo imperiale di Adorno, p. 77 - 9. Chi non vuol parlare del colonialismo deve tacere anche sul fascismo e sul capitalismo, p. 80 - 10. Marcuse e la faticosa riscoperta dell’«imperialismo», p. 84 - 11. Il 4 agosto della «teoria critica» e dell’«utopia concreta», p. 87 - 12. Il ’68 e l’equivoco di massa del marxismo occidentale, p. 90 - 13. L’anticolonialismo populista e idealista di Sartre, p. 94 - 14. Timpanaro tra anticolonialismo e anarchismo, p. 98 - 15. L’isolamento di Lukács, p. 100
IV. Trionfo e morte del marxismo occidentale 102
1. Ex Occidente lux et salus!, p. 102 - 2. Il culto di Arendt e la rimozione del nesso colonialismo-nazismo, p. 104 - 3. Il Terzo Reich dalla storia del colonialismo alla storia della follia, p. 112 - 4. Sul banco degli imputati: il colonialismo o le sue vittime?, p. 117 - 5. Con Arendt dal Terzo Mondo all’«emisfero occidentale», p. 121 - 6. Foucault e la rimozione dei popoli coloniali dalla storia, p. 123 - 7. Foucault e la storia esoterica del razzismo..., p. 125 - 8. ...e della biopolitica, p. 132 - 9. Da Foucault ad Agamben (passando per Levinas), p. 137 - 10. Negri, Hardt e la celebrazione essoterica dell’Impero, p. 142
1. Ex Occidente lux et salus!, p. 102 - 2. Il culto di Arendt e la rimozione del nesso colonialismo-nazismo, p. 104 - 3. Il Terzo Reich dalla storia del colonialismo alla storia della follia, p. 112 - 4. Sul banco degli imputati: il colonialismo o le sue vittime?, p. 117 - 5. Con Arendt dal Terzo Mondo all’«emisfero occidentale», p. 121 - 6. Foucault e la rimozione dei popoli coloniali dalla storia, p. 123 - 7. Foucault e la storia esoterica del razzismo..., p. 125 - 8. ...e della biopolitica, p. 132 - 9. Da Foucault ad Agamben (passando per Levinas), p. 137 - 10. Negri, Hardt e la celebrazione essoterica dell’Impero, p. 142
V. Ripresa o ultimo guizzo del marxismo occidentale? 146
1. L’anti-antimperialismo di Žižek, p. 146 - 2. Žižek, lo svilimento della rivoluzione anticoloniale e la demonizzazione di Mao, p. 149 - 3. Harvey e l’assolutizzazione delle «rivalità interimperialistiche», p. 153 - 4. Ah, se Badiou avesse letto Togliatti!, p. 155 - 5. «Trasformazione del potere in amore», «teoria critica», «gruppo in fusione», rinuncia al potere, p. 159 - 6. La lotta contro la «frase» da Robespierre a Lenin, p. 163 - 7. La guerra e il certificato di morte del marxismo occidentale, p. 167
1. L’anti-antimperialismo di Žižek, p. 146 - 2. Žižek, lo svilimento della rivoluzione anticoloniale e la demonizzazione di Mao, p. 149 - 3. Harvey e l’assolutizzazione delle «rivalità interimperialistiche», p. 153 - 4. Ah, se Badiou avesse letto Togliatti!, p. 155 - 5. «Trasformazione del potere in amore», «teoria critica», «gruppo in fusione», rinuncia al potere, p. 159 - 6. La lotta contro la «frase» da Robespierre a Lenin, p. 163 - 7. La guerra e il certificato di morte del marxismo occidentale, p. 167
VI. Come può rinascere il marxismo in Occidente 172
1. Marx e il futuro in quattro tempi, p. 172 - 2. La lunga lotta contro il sistema colonialista-schiavistico mondiale, p. 175 - 3. Due marxismi e due diverse temporalità, p. 181 - 4. Recuperare
il rapporto con la rivoluzione anticolonialista mondiale, p. 184 - 5. La lezione di Hegel e la rinascita del marxismo in Occidente, p. 187 - 6. Oriente e Occidente: dal cristianesimo al marxismo, p. 191
1. Marx e il futuro in quattro tempi, p. 172 - 2. La lunga lotta contro il sistema colonialista-schiavistico mondiale, p. 175 - 3. Due marxismi e due diverse temporalità, p. 181 - 4. Recuperare
il rapporto con la rivoluzione anticolonialista mondiale, p. 184 - 5. La lezione di Hegel e la rinascita del marxismo in Occidente, p. 187 - 6. Oriente e Occidente: dal cristianesimo al marxismo, p. 191
Chen Feng ha comprato Forbes
Ormai i paperoni asiatici hanno superato gli americani. E ora uno di loro, che ha già Hainan Airlines, acquista l’icona della ricchezza Usa, la stessa che stila la hit dei più abbienti. Ma agisce per conto di chi?
ANGELO AQUARO Rep 29 3 2017
Il cinese che si è già comprato una navetta per la Casa Bianca adesso punta se possibile ancora più in alto: a portarsi a casa quel mito fondante del capitalismo americano che va sotto il nome di
Forbes.
I tempi cambiano ma in fondo il destino era scritto nel Dna di questa gloriosa istituzione del giornalismo fondata giusto cent’anni fa per dedicarsi «agli affari e a chi gli fa» e poi diventata famosissima per la sua classifica dei miliardari: perché la casa dei miliardari, oggi, non è forse oggi la Cina? Il sorpasso è appena avvenuto: 535 paperoni born in the Usa contro 568 anatroccoli made in China. Tra cui, malgrado la sua fortuna personale non sia ancora ben quantificata, figura pure lui, Chen Feng, il padrone di Hna, la compagnia da 100 miliardi di asset che controlla Hainan Airlines ma possiede pure un quarto degli hotel Hilton, la Carlson che gestisce gli hotel Radisson e, appunto, quella Skybridge, in italiano navetta, fondata da Anthony “Lo Scroccone” Scaramucci, il finanziere italo-americano che Donald Trump ha chiamato a collaborare alla Casa Bianca. Mica male per il figlio di due burocrati comunisti della provincia di Shanxi, cresciuto negli anni durissimi della Rivoluzione culturale sotto il regime ancora più duro dell’aviazione dell’Esercito di Liberazione, e adesso così ricco da essersi fatto costruire a forma di gigantesco Budda, di cui è devotissimo, la sede della sua aerolinea nell’isola tropicale di Hainan. Un’ascesa dal nulla e straordinaria. Tanto da interrogare più di un osservatore: com’è stato possibile?
È la classifica domanda che farebbe a sua volta finire nella lista di Forbes il primo capace di dare una risposta seria. Le sparute biografie ricordano solo che uscito dall’aviazione militare l’intraprendente Chen si sposta su quella civile e per conto del governo tenta di organizzare nella provincia di Hainan quella compagnia aerea che poi magicamente da pubblica diventerà privata. Ma l’uomo deve avere più di una qualità se riesce a volare in America e convincere un certo George Soros, miliardario numero 22 della lista Forbes, a investire 25 milioni di dollari sul progetto.
Certo è che quest’armeggiare negli States tra hotel, finanza e ora anche editoria, tutte diversamente espressioni del soft power americano, solleva adesso più di qualche sospetto: e non solo perché, sostiene Reuters, Mister Volare si sta espandendo facendo troppi debiti. Ok, tanto per cominciare lui siede nel Congresso del partito comunista. Ma il problema vero è chi siede, invece, nella sua Hna. Gente, dice il
New York Times, come Guan Jun, proprietario di un quarto della società eppure ufficialmente residente in uno squallido appartamento di Pechino, il sacco della monnezza appeso alla porta. Non proprio quello che ti aspetteresti da dei signori pronti a varcare la soglia dell’editrice al mitico civico 80 all’inizio della Fifth Avenue, a due passi dalla Washington Square che fu di Henry James e di Bob Dylan.
Altri tempi per carità. Sono già tre anni che la quota di maggioranza non è più nelle mani degli eredi di B.C. Forbes, il geniale reporter scozzese che prima di fondare il magazine col suo nome si fece le ossa lavorando per William Randolph Hearst, l’uomo che ispirò il “ Citizen Kane” di Orson Welles. L’impero che oggi poggia anche su una piattaforma Internet da 28 milioni di utenti, il portale finanziario web più grande del mondo, è attualmente nelle mani della Integrated Whale Media, grazie a una transazione che ha portato il valore totale di Forbes a 475 milioni. Ma è chiaro che si è trattato solo della prima fase dell’accerchiamento. Integrated Whale Media è una società di investimenti di Hong Kong partecipata, fra l’altro, dai taiwanesi di Asus, il gigante dei computer. Hong Kong, Taiwan. Ora invece arrivano i cinesi veri, quelli di Pechino, che lasciando comunque una porzione di minoranza nel portafoglio di Steve, l’ultimo dei Forbes, sono pronti a sborsare addirittura 400 milioni di dollari per la quota di maggioranza: quando l’intera impresa, appena quattro anni fa, era stata valutata da Time soltanto 175 milioni di dollari.
È chiaro che i conti non tornano: perché sono altri i conti da fare. Il cinese che si è già comprato una navetta per la Casa Bianca, e ora punta su Forbes, li sa fare benissimo: non resta che chiedersi per conto di chi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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