sabato 11 marzo 2017

La Storia dell’Impero Romano dopo Marco Aurelio di Erodiano


Erodiano: Storia dell’Impero Romano dopo Marco Aurelio, prefazione di Luciano Canfora, Einaudi

Risvolto
L'opera di Erodiano ripercorre la storia degli imperatori romani dal 180, anno della morte di Marco Aurelio, fino al 238, anno emblematico del caos politico militare in cui Roma era precipitata, che alla fine vede la nomina del tredicenne Gordiano III dopo l'uccisione in sequenza di ben cinque suoi predecessori. Sono poco piú di cinquant'anni ma molto densi di eventi, anni caratterizzati da forti cambiamenti dei costumi e da personalità di rilievo come Commodo, Settimio Severo, Caracalla, Eliogabalo. Il racconto di Erodiano è sempre avvincente per la vivacità del suo stile e per il fatto che si rifà perlopiú a esperienze dirette o testimoni oculari. Piú che uno storico, quasi un giornalista. La sua Storia dell'impero romano dopo Marco Aurelio è preziosa per la messe di dati e ci permette di indagare le vicende del III secolo come pochi altri autori. Questa nuova edizione riprende (ma senza il testo greco a fronte) quella pubblicata nel 1967 a cura di un grande studioso di storia greca e romana, Filippo Cassola (1925-2006). Con pochi aggiornamenti indispensabili e una prefazione scritta appositamente da Luciano Canfora, che mette in luce le interpretazioni del tardo impero secondo le varie epoche, le ideologie e i diversi modelli di classicità che si sono succeduti dalla fine dell'Ottocento fino a oggi.
Quali notizie abbiamo su Erodiano? Forse liberto, forse appartenente al ceto equestre: comunque funzionario di basso rango dell'apparato statale. Forse nativo di Alessandria, forse, piú probabilmente, di Antiochia. Nulla di certo, in sostanza, si sa su di lui. Quel che può dirsi di lui con qualche fondamento scaturisce semmai dallo stile della sua prosa: efficace ed elegante, e perciò indizio di una provenienza urbana e di una solida formazione letteraria. Il che quadra con l'aspra avversione di questo autore per il mondo «semibarbaro» di Massimino il Trace e delle sue devastanti "orde". Peraltro sono proprio l'ottimo livello e la grande chiarezza della sua prosa che hanno decretato la sua fortuna presso autori – sia greci sia latini – che nel IV secolo l'hanno messa a frutto.
Dalla prefazione di Luciano Canfora

L’età dell’angoscia a Roma dopo Marco Aurelio 
Einaudi ripubblicaLa Storia dell’Impero Romano di Erodiano. L’inizio del declino attraverso personaggi squilibrati e sanguinari come Caracalla ed Eliogabalo 

Alessandro Barbero Stampa 10 3 2017
Nell’ormai lontano 1996, il ministero della Pubblica Istruzione decretò che l’età dei Severi, la dinastia che governò l’impero romano dopo la morte di Marco Aurelio, avrebbe rappresentato d’ora in poi una cesura storica decisiva. Nei programmi delle scuole superiori, dal classico agli istituti tecnici, il primo anno doveva coprire il periodo dalla preistoria fino ai primi due secoli dell’impero romano, mentre il secondo anno era così concepito: «Dall’età dei Severi alla metà del XIV secolo». Per decreto del ministro Berlinguer, una dinastia finora nota solo agli specialisti s’imponeva tutt’a un tratto alla ribalta delle aule liceali e dell’editoria scolastica.
Senza dubbio fra i Severi non mancano le figure pittoresche. Il fondatore, il terrificante Settimio Severo, grande generale e despota feroce, era di origine africana, il che ne fa un idolo della black history e ispira siti web in cui si discute seriamente il fondamentale contributo dei neri alla civiltà di Roma. Il nipote Eliogabalo, assassinato appena diciannovenne dopo quattro anni di regno, fece in tempo a scandalizzare i romani imponendo il culto del Sole al posto degli dèi tradizionali e travestendosi da donna per prostituirsi in un cubicolo del palazzo imperiale. Ma non è per questo che qualche solerte burocrate ha deciso di trasformare i Severi in una pietra miliare della storia. Il fatto è che con la morte di Marco Aurelio nel 180 si conclude quella che per abitudine consolidata, e un po’ pigra, è vista come l’età dell’oro dell’impero romano, e comincia, per dirla col vecchio Gibbon, il Decline and Fall dell’impero.
Un’era d’insicurezza
In effetti, il secolo che separa Marco Aurelio da Diocleziano è davvero un’epoca poco felice. La peste antonina, che poi era probabilmente il vaiolo, spopola città e campagne. I barbari scorrazzano fin nelle province considerate più sicure, gli Alamanni catturano schiavi nella pianura padana, i Goti saccheggiano Atene: è in quest’epoca che Aureliano, per prudenza, decide di dotare Roma della cerchia di mura che chiamiamo ancor oggi le Mura Aureliane. Il potere politico è in preda a una paurosa instabilità: dal 180 al 284 si succedono ben 38 imperatori, di cui 33 morti di morte violenta. 
Di qui il fascino dei pochi autori antichi che ci raccontano quest’epoca tumultuosa: come Erodiano, di cui Einaudi ripubblica oggi la Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio, con una nuova prefazione di Luciano Canfora. Erodiano, che scriveva in greco, non è certo un Tucidide: come osserva Filippo Cassola nell’introduzione, sul suo stile «è inutile spendere molte parole. Esso è quanto di peggio possa immaginarsi: nessun autore è riuscito come lui nella difficile impresa di conciliare i più vieti artifici della retorica con un linguaggio povero, sciatto, e banale». Ma che importa? Non lo leggiamo certo per lo stile, bensì per saperne di più sui feroci e bizzarri personaggi che durante l’arco della sua vita si scannarono l’un l’altro per strapparsi il dominio del mondo. 
E comunque Erodiano era tutt’altro che uno sciocco, e comincia il racconto di ciò che ha visto con un’osservazione che varrebbe anche oggi: quelli che per mestiere raccontano le imprese dei potenti, dice, sono sicuri di aver successo «anche raccontando notizie false; e sanno che nessuno andrà per il sottile circa l’esattezza dell’indagine»; lui, invece, proverà a dire la verità. Così Erodiano ci accompagna attraverso un mondo meraviglioso e spaventevole, in cui si celebrano sontuose feste religiose, come la festa della Magna Mater in cui i Romani «portano in corteo tutti gli oggetti preziosi che possiedono, i tesori degli imperatori, le materie più rare, i prodigi dell’arte; a tutti è concessa illimitata libertà in ogni divertimento, e ciascuno si maschera nel costume che preferisce». 
Peste e profumi
Un mondo in cui per sfuggire alla pestilenza si scappa dalle città, e chi rimane si riempie le narici e le orecchie di essenze profumate, e brucia nelle stanze essenze aromatiche, per combattere la corruzione dell’aria; in cui il popolo attende con ansietà le notizie dell’ultimo prodigio, nascite di animali mostruosi e deformi, apparizioni di stelle mai viste; in cui l’imperatore e tutti i ricchi amanti del lusso si circondano di schiavetti giovanissimi che vivono nudi, coperti solo d’oro e di gioielli, e dividono il letto del padrone; in cui, quando l’imperatore muore, si celebrano i suoi funerali esponendo la statua di cera del defunto, a letto come se fosse ancora ammalato, circondato da matrone e senatori, e i medici ogni giorno vengono a visitarlo annunciando che si è purtroppo aggravato, finché non arriva il giorno in cui si ritiene opportuno dichiararlo ufficialmente morto.
Ragione e magia
Nella prefazione, Luciano Canfora ricorda che il III secolo è sempre stato etichettato dagli storici come un’«età dell’angoscia», se non come la vera campana a morto dell’impero romano; il che parrebbe dar ragione al ministero. Ma poi lo studioso osserva che l’irrazionale, il pauroso, il magico, anche se emergono con particolare vigore in quell’epoca, in realtà sono sempre stati la faccia oscura della razionalità antica. Quando li vediamo dilagare, non è perché siano nati allora, ma perché si è rotto qualcosa che li teneva a freno. Proprio come oggi, conclude Canfora: anche nella nostra epoca le tendenze irrazionali e i furori mistici, presenti già prima in potenza, adesso fuoriescono «come lava», come è inevitabile «quando i programmi etico-politici più razionali vengono sconfitti».

Dalle cacce di Commodo alle crudeltà di Massimino Storiografia antica. Cattivo storico o mediocre scrittore? la «Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio» approda da Einaudi: la versione è quella di Filippo Cassola,1967 Carlo Franco Manifesto Alias 12.3.2017, 20:04 
Dal regno di Commodo all’ascesa di Gordiano III (180-238 d.C.) l’impero romano attraversò una fase piuttosto difficile, cui seguì, finita la dinastia dei Severi, una crisi ancor più grave. E poiché «crisi» è una parola tematica dei nostri anni, si comprende quale interesse oggi possa esservi per Erodiano, che narrò quella crisi antica. La sua Storia dell’Impero romano dopo Marco Aurelio è tornata ora disponibile (Einaudi «Nuova Universale», prefazione di Luciano Canfora, pp. XVI – 296, € 28,00), riprendendo la traduzione e le note pubblicate nel 1967 da Filippo Cassola. Napoletano per origine e formazione, Càssola (1925-2006) insegnò per molti anni a Trieste, occupandosi del mondo antico intero, dalla Grecia antichissima (La Ionia nel mondo miceneo, 1957) alla repubblica romana (I gruppi politici romani nel III secolo a.C., 1962) e all’impero. La sua edizione di Erodiano e gli studi che l’accompagnarono mostrano anche il suo impegno filologico: a Càssola si deve anche la preziosa edizione degli Inni omerici per la Fondazione Valla (1975). L’ampiezza degli interessi e il taglio della ricerca sono evidenti scorrendo i suoi Scritti di storia antica. Istituzioni e politica (1993).
Tradotto da Poliziano
Quanto a Erodiano, anche se oggi non è tra le celebrità della storiografia classica, egli ebbe notevole fortuna in età moderna. Fu tradotto da Poliziano nel 1493 in latino (e per questa via letto da Machiavelli), e poco dopo fu disponibile in tedesco, francese e inglese. In Italia ebbe due versioni cinquecentesche (1522 e 1551), cui seguì quella pubblicata da Pietro Manzi nel 1821, e ripresa nel 1823. Il lavoro di questo letterato di Civitavecchia, appassionato di antichità e amico di Stendhal, ricevette alcune aspre critiche: la sua colpa era di aver tradotto Erodiano nello stile degli storici toscani del Cinquecento. Ma un tono tra Machiavelli e Guicciardini sembra adatto a rendere le scene di battaglia, i drammatici discorsi, le torbide congiure e le moraleggianti sentenze che Erodiano dissemina in abbondanza: anche la versione di Càssola adotta una patina arcaizzante, attenuata in lieve misura nella ristampa. La frequenza delle traduzioni mostra che Erodiano godette a lungo di buona fama come storico: Edward Gibbon, per esempio, ne trascrisse interi discorsi nella sua Storia della decadenza e caduta dell’impero romano. Invece perdette molto credito sotto i colpi della filologia germanica: ma soprattutto come scrittore. Wilamowitz lo giudicò un imitatore senza valore («ein nichtiger Nachahmer»), mentre Eduard Norden, nella sua ricerca sulla prosa d’arte antica, lo liquidò con impazienza per lo stile, giudicato piuttosto banale: e si basò solo sul primo libro dell’opera – su otto –, aggiungendo: «gli altri non li ho letti».
Il disprezzo ha coinvolto a lungo anche il valore di Erodiano come storico: ma ad una analisi più equilibrata gli errori e le omissioni a lui imputate (come il silenzio sulla constitutio antoniniana) sono meno rilevanti di quanto era apparso. Nella sua chiara ed esaustiva introduzione, Càssola fa proprie le riserve circa Erodiano scrittore, quando scrive che il suo stile «è quanto di peggio possa immaginarsi: nessun autore è riuscito come lui nella difficile impresa di conciliare i più vieti artifici della retorica con un linguaggio povero, sciatto e banale»; Canfora riconosce invece allo scrittore «solida formazione letteraria» e alla sua prosa «grande chiarezza». Sul punto giudicheranno i lettori, tenendo conto del fatto che, in coerenza con l’impianto della collana, nell’attuale edizione non è presente il testo greco a fronte. Quel che è certo è che, stile a parte, l’interesse per Erodiano è stato assai alto negli ultimi decenni, come mostrano le traduzioni in inglese (1969), russo (’72), olandese (’73), ceco (’75), spagnolo (’85), francese (’90) tedesco (’96). E intensa è stata anche la ricerca, dalle fonti (quanto Erodiano conosceva Dione Cassio?) alla attendibilità storica (il suo racconto va preferito alle svagatezze aneddotiche dei biografi della Storia augusta); dalla concezione storiografica (fu a suo modo un «tucidideo», secondo la moda teorizzata da Luciano nel Come si scrive la storia) alla visione politica (un uomo d’ordine, fautore della dignità del senato e dell’imperatore). Questo lavorio critico non appare però nel volume einaudiano: unica integrazione ai materiali raccolti da Càssola nel ’67 è la menzione della recente edizione critica del testo greco (2005).
Erodiano, storico della crisi, narrò i fatti del tempo suo: l’impero che passava dalle bizze di Commodo al rigore di Pertinace, dalla determinazione di Alessandro Severo alle follie di Elagabalo, fino alla crudeltà di Massimino. Il racconto ha un passo vario: concentrato sulle dinamiche di palazzo, meno attento all’amministrazione, talora rapido sulla politica estera, si distende però in pagine di scrittura efficace, eredi di grandi modelli seppure non stese con uno stile accurato. Difficile restare indifferenti alla descrizione delle cacce di Commodo nell’anfiteatro, al quadro dell’incendio di Roma nel 192 (quello in cui Galeno perse alcuni suoi libri), al racconto del lungo e inutile assedio posto ad Aquileia da Massimino Trace nel 235. I materiali presenti nell’opera mostrano diversa qualità, e ciò potrebbe dipendere da una incompleta revisione formale: più difficile stabilire se e quando Erodiano parla di eventi dei quali era stato personalmente testimone (talora lo asserisce, ma non sempre convince). E comunque, oltre a qualche bella pagina, lo storico attira interesse perché presenta il proprio punto di vista sul periodo analizzato. Il punto di vista di un greco, forse dell’Anatolia, al quale appaiono lontani sia gli «orientali» della Siria sia le terre d’Italia, così come gli sono incomprensibili i riti di Elagabalo per il dio Sole. Ma anche di alcuni usi romani egli parla in dettaglio ai suoi lettori, come di cosa sconosciuta, pur dopo secoli di dominazione; e così si trova nel libro Quinto una famosa descrizione della cerimonia della consecratio, che faceva dell’imperatore morto un (vero) dio.
Politicamente outsider 
Politicamente, Erodiano era un outsider: quando parlava dei senatori non poteva dire «noi», come faceva invece Dione Cassio. Però, testimone di una Roma che «non funzionava più» come prima, aveva una visione chiara dell’impero. Non a caso la sua opera si apre con un quadro tutto elogiativo del regno di Marco Aurelio: in lui si riassumevano tutte le qualità del buon imperatore, giusto principe dei popoli e capace guida degli eserciti. Quel che i successori non riuscirono più a essere, in tutto o in parte. Erodiano si poneva come fautore della disciplina e dei ceti abbienti, e denunciò le depredazioni e il crescente peso della rapace fiscalità. Diffidava degli imperatori che erano solo dei soldati e mancavano di cultura politica. Condannava i dominatori che esercitavano arbìtri e crudeltà tiranniche. Considerava un danno la scelta di sussidiare i barbari, invece di tenerli sotto controllo militare effettivo. Era un moralista che non amava gli eccessi del vizio nei potenti, e non lesinava qualche predica ai suoi lettori. Come storico, si tenne lontano dagli eccessi della propaganda e della denigrazione, che pur gli dovevano essere ben noti. Fu attento al tema del consenso, ma gli ripugnavano i regnanti che facevano spettacolo di se stessi. Il suo racconto di Commodo che decapita gli struzzi durante le cacce nell’anfiteatro è straniante: in Italia si sono visti uomini di governo cucinare risotti in televisione o prodursi in analoghe prodezze. Le epoche di crisi fanno emergere leader degenerati, apparentemente grotteschi, e invece rovinosi per sé e per la collettività.

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