martedì 18 aprile 2017

Il Carteggio 1923 di Piero Gobetti

Fervore pubblico e privato di Piero Gobetti 
Una vita breve, nelle lettere. Il «Carteggio 1923» e quello con la moglie Ada, per Einaudi, illustrano aspetti diversi ma non separati dell’intellettuale antifascista 
Niccolò Scaffai Alias Domenica 7.5.2017, 19:45 
«Molti di noi hanno agli albori della loro vita, la possibilità di percorrere molte carriere ma nessuno si era mai sognato di vedersi mettere a portata di mano la carriera del martire politico!». Così Giovanni Amendola scriveva a Piero Gobetti, il 10 marzo 1923. Gobetti (1901-1926) era stato arrestato il mese precedente, per ordine di Mussolini; ad attirare l’attenzione del regime era stata l’attività de «La Rivoluzione liberale», la rivista fondata da Gobetti l’anno prima. Ma Piero, anche se giovanissimo, è già un intellettuale conosciuto e rispettato, anche nelle file dello stesso fascismo. La madre di Piero, Angela Gobetti, scrive infatti a Giovanni Gentile, da pochi mesi nominato ministro della Pubblica istruzione proprio del governo Mussolini, per chiedere un’intercessione a favore del figlio. La conferma del prestigio che Gobetti si era guadagnato viene dalle molte attestazioni giunte a lui e ai famigliari durante e dopo la detenzione: da parte di Giovanni Ansaldo (lettera del 12 febbraio 1923) e Sebastiano Timpanaro (lettera del 13 febbraio); di Antonio Banfi (12 febbraio) e Giuseppe A. Borgese (15 febbraio). Fino ad Ardengo Soffici, che assicura di aver spiegato «a persona importante chi era lei e che si trattava di una pura gaffe poliziesca», consigliando però a Gobetti di lasciare «le contingenze politiche: non fatte per noi» (lettera del 23 maggio).
Ma l’arresto del febbraio ’23 non farà cambiare rotta a Gobetti, che prosegue e anzi intensifica la sua frenetica attività, giunta proprio in quell’anno a una svolta o piuttosto a un punto di non ritorno. La pubblicazione del Carteggio 1923, a cura di Ersilia Alessandrone Perona (Einaudi «Opere», pp. XCVIII-601, euro 70,00) permette ora di rievocare la febbre di quel cruciale 1923: si tratta di 579 lettere di e a Piero Gobetti (e, in minima parte, della corrispondenza dei famigliari legata all’evento saliente dell’arresto). Il carteggio, già cospicuo, sarebbe stato ancora più ampio se altre lettere non fossero state sequestrate durante le perquisizioni in casa di Gobetti. Il volume esce a quattordici anni dal Carteggio 1918-1922 e a ben ventisei dalle lettere di Piero e della moglie Ada Prospero. Queste ultime tornano ora in una nuova edizione, sempre per le cure di Alessandrone Perona: Piero e Ada Gobetti, Nella tua breve esistenza Lettere 1918-1926 (Piccola Biblioteca Einaudi Ns, pp. XLVI-670, euro 32,00). Anche il carteggio con Ada è di notevole consistenza (297 lettere) ed è quasi completo (la lacuna maggiore riguarda le lettere di Ada a Piero del febbraio ’26); nel volume, il carteggio è seguito dai diari di Ada: quelli ritrovati, del periodo 1919-’20 (intitolati Canti di vita e «Sol che sempre verna»), e quelli del periodo ’24-’26, che terminano dopo la morte di Piero. L’opportunità dell’aggiornamento è data tanto dal ritrovamento di nuovi documenti (una lettera di Ada dell’agosto 1920 e i citati taccuini ’19-’20) ora integrati nel volume, quanto – come scrive la stessa curatrice nella Postfazione – dalla «richiesta di un pubblico, anche non specialista, sollecitato in anni recenti a interessarsi alle figure di Piero e Ada Gobetti da opere di narrativa e di saggistica, di filmati e trasmissioni televisive che da quel carteggio prendevano le mosse», come il romanzo Mandami tanta vita di Paolo Di Paolo (2013).
Ma c’è un’altra ragione che rende oggi opportuna l’uscita di questa nuova edizione, cioè la possibilità di leggere o rileggere il carteggio con Ada insieme alle lettere del ’23. I due volumi, infatti, si completano a vicenda, illustrando aspetti diversi ma non separati di Gobetti, quello intellettuale e quello personale e sentimentale. Il fervore che percorre e congiunge entrambe le dimensioni dell’esistenza di Gobetti, intrecciando gli avvenimenti pubblici a quelli privati, era stato colto da Umberto Saba, che gli scrive così, tra febbraio e marzo del ’23: «conosco troppo il tuo carattere per aver pensato anche un solo momento che l’equivoco [l’arresto del febbraio ’23] avesse potuto abbatterti. Ti sposi, consegni in una volta sola quattro numeri d’una Rivista, vai in viaggio di nozze, e al ritorno ti mettono in carcere; tu vivi, caro e buon Gobbetti [sic] in un’atmosfera di grande romanticismo; poco più e mi ricordi Ernani, non quello di Victor Hugo, che è brutto, ma quello di Verdi che amo come la giovanezza». L’identificazione di Gobetti con Ernani è ben coerente con l’immaginario melodrammatico di Saba; ma è vero che la figura e l’esperienza di Gobetti possono suscitare un’impressione di romanticismo, di appassionata letterarietà. È un’impressione che va precisata proprio alla luce delle lettere. Scrivendo ad Ada, nel settembre del 1918, Gobetti osserva ad esempio come il bohémien sia «l’uomo che pensa per il pensiero, che crea per aver dinanzi viva e palpitante la creazione. Il bohémien vero non è un personaggio di posa: è un martire».
Martire: lo stesso ruolo evocato qualche anno dopo da Amendola (e ‘profetizzato’ da Saba, che aveva intravisto in Piero il destino fatale di Ernani). Ora, per Gobetti, quel martirio non è una ‘posa’, una maniera, bensì una forma di energia creativa che si afferma senza sottostare al vincolo delle contingenze. In questo senso, Gobetti incarna sì un eroismo quasi romantico, letterario («un’esuberanza romantica c’è ancora in me, gravissima», scrive ad Ada nell’agosto del ’22) che sembra trattenerlo in una dimensione ideale. Ma non è così, Gobetti non è stato solo questo, come la lettura dei carteggi (oltre che delle sue opere) permette di capire. Da un lato, l’esilio e la morte prematura in Francia, nel ’26; dall’altro, la precocità delle doti e dell’autorevolezza intellettuali, rare all’epoca e oggi quasi incredibili, hanno proiettato un’immagine agiografica di Gobetti, martire laico, fenomeno ed eroe dell’intelligenza. Eppure, accanto a questo Gobetti ideale, è esistito un Gobetti reale. È l’editore coraggioso e concreto di cui danno conto le lettere del ’23, che non rifiuta di pubblicare gli scrittori che apprezza, anche se fascisti, com’era all’epoca Curzio Suckert non ancora Malaparte (la sua Italia barbara esce nel ’25 per le edizioni Gobetti). Ed è anche – questo Gobetti reale – il giovane uomo, il marito e infine, per poco tempo, il padre raccontato attraverso il carteggio con Ada e nei diari di lei.
Appunto: «E Ada?». Così è intitolato l’ultimo paragrafo dell’Introduzione di Alessandrone Perona al Carteggio 1923. Non che Ada sia assente da quelle lettere; vi appare però in modo più indiretto, per esempio attraverso i saluti e gli omaggi con cui i corrispondenti concludono le lettere al marito. Il carteggio del ’23 non fa parte del ‘romanzo’ di Ada e Piero. Leggerlo è piuttosto come attraversare una galleria pubblica di figure eminenti della cultura italiana, amiche o avversarie ma in ogni caso accomunate dalla stima verso Gobetti. Proprio «All’avversario che spero di ritrovare / compagno» è dedicata ad esempio la copia del Porto sepolto che Ungaretti dona a Gobetti, peraltro destinato di lì a poco a diventare l’editore del primo libro di Montale. Il valore di queste lettere non sta tanto nelle singole voci e testimonianze, quanto nell’insieme; il carteggio del ’23 è infatti, nel suo complesso, un documento utile per conoscere idee e progetti vivi nella cultura italiana indipendentemente dal fascismo, cioè concepiti come se il fascismo fosse ancora superabile o emarginabile, come se potesse esistere un non fascismo prima dell’antifascismo.
Il carteggio con Ada illumina invece sia il carattere e la formazione intellettuale della donna (sedicenne all’inizio della vicenda con Piero, che ha solo un anno più di lei), devota all’intelligenza del compagno ma presto capace di dare un’impronta autonoma ai propri studi, divenendo in seguito un punto di riferimento nella Resistenza; sia la qualità delle passioni di Gobetti, la maturazione dei suoi gusti letterari e del suo pensiero. A tratti emerge, da parte di Gobetti, una stima di sé perfino eccessiva, ma non cieca: «i miei studi politici non valgono affatto meno di quelli di Missiroli o di Salvemini, i miei studi letterari sono superiori a quelli di Tilgher o di Borgese» scrive ad Ada nell’agosto del ’22; e aggiunge: «Mi sono messo a un cimento terribile: aspetterò la risposta della storia». Ora che da tempo quella risposta è arrivata, possiamo leggere con altro spirito le parole di Gobetti, anche restituendole al ventenne che le ha scritte, prima di diventare, volente o nolente, un ‘monumento’ nell’Italia del dopoguerra.

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