martedì 4 aprile 2017

Il dibattito tra Flores e Ramadan a Zagrebelskyland: una cronaca assai di parte


Islam e democrazia tra Ramadan e Flores sono scintille 
Chiusura di Biennale Democrazia con un confronto tra il teologo vicino ai fondamentalisti e il filosofo nemico di ogni contaminazione tra religione e politica 

Mario Baudino Stampa 3 4 2017
Alla fine, non si sono stretti la mano. Il dialogo tra Tariq Ramadan e Paolo Flores d’Arcais su religioni e democrazia ha mantenuto le promesse. Da un lato l’ambiguo islamologo, nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani. Dall’altra il direttore di 
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, filosofo che ha fatto della laicità una bandiera. E che davanti alla retorica torrenziale del suo antagonista si attiene a dati e episodi, posto che «sui discorsi generali si è sempre d’accordo». Ramadan è il teologo che su
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ha giustificato le stragi jihadiste a Parigi e Bruxelles come una sorta di «reazione» alle politiche dell’Occidente in Medio Oriente, riproponendo l’ostiilità viscerale nei confronti della modernità che appartiene ai gruppi islamici più radicali.
La moderatrice, Angela La Rotella, gli chiede subito se a suo avviso nella democrazia moderna sia pensabile che le leggi provengano da una verità rivelata. La risposta di Ramadan è usare il linguaggio dissimulatore che lo distingue: «C’è un problema di terminologia: l’islam non è una cultura, è una religione e dunque è stupido sostenere che si oppone alla democrazia moderna», «esattamente come lo sarebbe la stessa affermazione a proposito del cristianesimo». 
È lo stesso linguaggio dei seguaci dei Fratelli Musulmani, che lo porta subito dopo a aggiungere: «La democrazia è minacciata dalle multinazionali, le lobby che controllano i media, i big data» e via discorrendo. Come dire, tutti tranne i jihadisti. Ciò che sorprende di Ramadan è come di fronte a un pubblico occidentale sappia ricorrere al lessico più forbito per rovesciare sulla cultura europea il dibattito sulla violenza presente dentro l’islam, lacerato dal confronto di civiltà tra chi sostiene e chi si oppone alla violenza.
Flores lo incalza a più riprese su questo terreno, ricordandogli le dichiarazioni che fece dopo la strage jihadista nella redazione parigina di Charlie Hebdo: «Umorismo da vili» disse allora Ramadan in un’intervista televisiva, scagliandosi contro le vittime dei terroristi mentre l’intera Francia si univa nel dolore. Flores ha facile gioco nel rimproverargli di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici della jihad. È un affondo che mette in difficoltà Ramadan, poco abituato a essere contestato con tanta efficacia. «Chi decide quale è l’“uso” legittimo della forza?», gli chiede Flores, aggiungendo: «Tra i diritti di una società democratica c’è anche quello di criticare ogni religione. Io, ateo, accetto di essere offeso da certe omelie. E chi è religioso, se accetta la democrazia, accetta anche che la sua fede venga offesa». 
l confronto tra i valori dell’Occidente laico e quelli di Ramadan non potrebbe essere più lampante per chi segue il botta e risposta. Ramadan, in evidente difficoltà, si rifugia nell’affermare: «È una provocazione, questi sono attacchi personali, non basati su un dibattito onesto». Non accetta l’idea di Flores di voler prescindere da Dio nel dialogo democratico: «C’è un fondamentalismo religioso, ma ce n’è anche uno razionalista, non accetto citazioni maliziose e fuori contesto».
La temperatura del dibattito si impenna. Ramadan passa all’emancipazione femminile, che «contrariamente a quanto dicono i media non si vede dai vestiti e dalla moda», anche se lui è «contrario all’imposizione del foulard». Nel finale è Flores a sottolineare: «Il problema non è l’islam ma il “suo” islamismo». Come dire, almeno alla Biennale Democrazia l’islamologo non è riuscito a evadere il confronto, trovandosi davanti un interlocutore capace di far risaltare la differenza tra chi giustifica il fondamentalismo e chi invece difende la parità di diritti per ogni fede.
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