lunedì 15 maggio 2017

Nuove ipotesi sull'evoluzione della Terra: "Origini" di Baggot e altro


Il rompicapo delle nostre origini 

Scienza. Il pianeta terra e le ultime teorie scientifiche sulla creazione, l'inizio della vita, la comparsa umana 
Andrea Capocci Manifesto 14.5.2017, 18:04 
Secondo la Bibbia, la Creazione richiese solo una settimana. In quei pochi giorni, Dio creò il Sole, la Terra, le piante, gli animali e l’uomo. Da qualche anno, però, a questa stravagante teoria non crede più nessuno. In effetti, nessuno può credere davvero che la «Creazione» sia avvenuta in pochi giorni. In realtà ci sono voluti quasi quattordici miliardi di anni, per realizzare il percorso che dal Big Bang iniziale ci ha portato fin qui e durante il quale sono nati il Sole e la Terra (quattro miliardi e mezzo di anni fa), la vita terrestre (tre miliardi di anni fa) e il genere Homo (due milioni di anni fa). 
Ciascuno di questi eventi meriterebbe il ruolo di Grande Inizio, e infatti viene studiato da scienziati specializzati in una certa idea di «origine». Grazie a nuove scoperte e tecniche di analisi, il quadro che ne emerge è in continuo movimento. Mai come ora le persone di buon senso hanno avuto difficoltà a contrapporre all’immutabile racconto biblico una verità scientifica altrettanto consolidata.
Prendiamo la nascita della Terra: nonostante i progressi di geologi e astronomi, non è affatto chiaro come si sia formato il grosso sasso su cui vaghiamo nella Via Lattea trascinati dal Sole. Secondo la teoria più accreditata, il sistema solare si è formato a partire da una nube di polvere in rotazione, dove frammenti via via più grandi, aggregati dalla forza di gravità, hanno dato vita ai vari pianeti. 
QUESTO MODELLO, però, presenta alcuni problemi, soprattutto nello spiegare simultaneamente l’evoluzione iniziale di pianeti diversi come la Terra e Giove, trecento volte più massivo, in gran parte gassoso con un nucleo più denso al suo interno. Uno di questi riguarda proprio la chimica del processo. La Terra e gli altri pianeti solidi più vicini al sole sono composti soprattutto da rocce e ferro. Ma queste sostanze si aggregano difficilmente tra loro, come invece dovrebbe avvenire se la teoria avesse ragione. 
L’astrofisico Alexander Hubbard del Museo di storia naturale di New York ha appena pubblicato una teoria alternativa sulla rivista The Astrophysical Journal letter. Secondo Hubbard, è stato il Sole a fare in modo che da quel grumo di frammenti di polvere nascesse un corpo compatto come la Terra. La sua teoria si basa sull’osservazione di alcune stelle, come quella battezzata FU Orionis, che improvvisamente aumentano l’energia emessa sotto forma di luce e altre radiazioni elettromagnetiche. Se questo fosse successo anche al Sole, i frammenti di roccia e ferro sarebbero stati scaldati dalla «fiammata» e si sarebbero fusi insieme, dando vita al pianeta Terra attuale. Così si spiegherebbe anche il mistero delle piccole dimensioni di Marte, il pianeta immediatamente successivo alla Terra rispetto al Sole. Alla distanza di Marte, l’onda di calore potrebbe non essere stata sufficientemente calda da fondere del tutto le rocce che compongono il pianeta, e avrebbe permesso la formazione di una massa coesa più piccola. 
SE HUBBARD AVESSE ragione, la Terra si sarebbe formata circa 4,54 milioni di anni fa grazie a un’onda di calore. Poco dopo, tuttavia, un altro evento deve averla fusa: una collisione con un pianeta analogo a Marte per dimensioni e massa sviluppò così tanto calore da trasformare la Terra in un magma incandescente, e da far scappare un frammento roccioso che da allora ci gira intorno e a cui abbiamo dato il nome di Luna. Nell’urto, il calore sprigionato liquefece le rocce ricche di quarzo e feldspati, le disperse in atmosfera. Ricadendo, avrebbero arricchito la crosta terrestre, in cui queste rocce sono abbondantissime ma alla cui origine non c’è spiegazione. Ad averla trovata, basandosi sull’urto con un mega-asteroide, sono stati i due geologi Don Baker and Kassandra Sofonio della McGill University di Montréal, Canada. Forse. 
Da allora sul pianeta si sono alternate fasi di bonaccia a momenti turbolenti, in cui asteroidi, cambiamenti di temperatura e del livello del mare mutavano lo scenario abbastanza rapidamente. Fu uno di questi choc a favorire la nascita della vita sulla Terra, cioè la seconda possibile definizione della «Creazione»? Forse, perché i segni della presenza di micro-organismi risalgono a circa tre miliardi e mezzo di anni fa: cioè poco dopo il periodo del «grande bombardamento» dovuto a meteore, asteroidi e pianetini in frequente collisione con la Terra. 
FINORA, SI È RITENUTO che la vita fosse nata tra i 3,5 e i 4 miliardi di anni fa in fondo agli oceani, dove le sostanze chimiche presenti e il relativo isolamento dalla caotica superficie terrestre avrebbero creato delle buone condizioni di partenza per la vita sulla Terra. Ora, però, anche questa idea potrebbe essere messa in discussione. Infatti, sull’ultimo numero di Nature Communications, la geofisica Tara Djokic dell’università australiana del Nuovo Galles del Sud e i suoi collaboratori riferiscono la scoperta di tracce di micro-organismi sulla terraferma, in particolare nell’Australia occidentale, risalenti a circa tre milioni e mezzo di anni fa. La vita potrebbe dunque essere iniziata sulla terraferma, probabilmente nei pressi di una sorgente d’acqua calda. Se la scoperta fosse confermata da altri ritrovamenti simili, potrebbe chiarire qualche elemento in più anche sulla vita extra-terrestre. Nel 2020, infatti, la missione MarsExpress andrà a cercare tracce di vita passate o presenti su Marte, dove la presenza di sorgenti calde, almeno in passato, pare accertata. E forse è quello il luogo giusto da cui cominciare l’esplorazione. 
Ma l’accezione di «creazione» a cui, come specie, siamo più affezionati è certamente la terza, cioè la comparsa dell’uomo. Rispetto ai tempi di evoluzione tipici di un pianeta, parliamo di una tempo molto più breve, perché i progenitori di Homo risalgono appena a 2-3 milioni di anni fa. Eppure, il racconto di quanto è successo da allora è sempre più movimentato. 
L’ULTIMA NOVITÀ riguarda Homo naledi, una delle scoperte più rilevanti del 2015. Si tratta di una specie di Homo i cui resti sono stati rinvenuti in una grotta in Sudafrica, con una quantità di frammenti ossei rinvenuti (oltre millecinquecento) assolutamente inedita – di solito i paleo-antropologi ragionano sulla base di frammenti minimi, come un dente o una falange. L’autore della sensazionale scoperta fu Lee Berger della Witwatersrand University di Johannesburg, che da allora è alle prese con un vero rompicapo. 
Dall’esame dello scheletro, Berger ha ottenuto infatti informazioni contraddittorie. Il cervello di Homo naledi è piccolo come quello di un ominide di uno-due milioni di anni fa, ma la forma degli arti e il possibile significato funerario del luogo del ritrovamento farebbero pensare a una specie ben più evoluta dal punto di vista culturale, risalente a due-trecentomila anni fa. 
Per ottenere una datazione dei reperti, a Berger e colleghi sono serviti altri due anni e tecnologie sofisticate. I risultati dell’analisi sono stati appena pubblicati sulla rivista a accesso libero www.eLife.org: Homo naledi è vissuto circa trecentomila anni fa, quando anche altre specie di Homo erano in circolazione (non i sapiens, che sarebbero comparsi centomila anni dopo). Si tratta dunque di un Homo relativamente recente, con un cervello piccolo ma capace di elaborare riti funerari e, probabilmente, l’uso di utensili di pietra. Un parente lontano ma che ci somiglia parecchio. E che poteva benissimo chiamarsi Adamo, o Eva.




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