venerdì 30 giugno 2017

I veri rossobruni. "Noi non siamo cinesi, siamo americani": il razzismo dirittumanista dell'universalismo immediato liberal






















































"la società della prestazione" nell'ordine neoliberale

Federico Chicchi e Anna Simone: La società della prestazione, Ediesse
Risvolto
La sociologia ha fin dai suoi esordi ciclicamente individuato espressioni suggestive per descrivere il prodursi del mutamento sociale. In quest'ottica la descrizione del quadro attuale di riferimento deve fare necessariamente i conti con il precisarsi del cosiddetto paradigma «neoliberista». Più specificamente, il neoliberismo definisce un modello di governo sociale legato da un lato alla destrutturazione del tradizionale sistema di regolazione sociale dell'economia, dall'altro alla diffusione della competitività come criterio fondamentale di giudizio sul valore della soggettività. Tali processi, uniti alla crescente individualizzazione delle carriere di vita, delineano i contorni di un nuovo tipo di configurazione economica e sociale che possiamo definire con il termine di società della prestazione. Quest'ultima non solo manifesta la centralità crescente della retorica manageriale d'impresa nella società contemporanea, ma prefigura la nascita di una nuova antropologia e di un nuovo discorso sociale basato sulla centralità della performance come imperativo sociale. 

Se tutto è slittato a destra, la dottrina sociale della Chiesa si trova all'estrema sinistra e papa Ciccio è il nostro leader morale






















Insieme al PD. Lo Spezzaferro punito


















Il Chesterton di Citati


Dentisti neanderthal


giovedì 29 giugno 2017

Il convegno di Toronto sui 150 del primo libro del Capitale


Al di fuori delle proprie catene per guadagnare il mondo 
KARL MARX. A Toronto, un convegno per i 150 anni del primo libro de «Il capitale» di Marx 

Alfonso M. Iacono Manifesto 28.6.2017, 19:41 
Al Convegno di Toronto, alla York University, nell’occasione del Convegno per i 150 anni della pubblicazione del I libro de Il capitale di Marx (1867), organizzato da Marcello Musto, molti relatori hanno sentito il bisogno di evocare Dante e il suo Inferno. Lo hanno fatto William Clair Roberts della McGill University di Montreal, peraltro autore di Marx’s Inferno: The Political Theory of Capital, Ursula Huws, della Herfordshire, Gran Bretagna, che ha immaginato Marx come un novello Virgilio, e Mauro Buccheri, della York University. Immaginare il capitalismo come un inferno dantesco in un ambiente come quello canadese della York University, dove è facile incontrare per strada anatre, procioni, scoiattoli e dove gli studenti di tutte le etnie si muovono con gli zaini e gli auricolari, educati, ben vestiti, ordinati e terribilmente soli con se stessi e con il loro mondo globalizzato tutto dentro lo smartphone, suscita una forte sensazione di contrasto. Questi stessi studenti hanno partecipato in massa al convegno. 
DOV’È L’INFERNO? L’ho trovato qualche giorno dopo a Times Square a New York, un luogo dove i racconti che la Grande Mela sa fare di se stessa la ritrovi nei volti della folla, tra una limousine e i sacchi della spazzatura, tra grattacieli e un traffico rumorosissimo. Di quest’inferno e di altri simili si è parlato alla quieta York, dove le analisi su e a partire dal Capitale di Marx si sono succedute fino a una splendida conclusione di Immanuel Wallerstein.
La maggior parte dei relatori ha provato ad analizzare, o meglio, a rivisitare oggi, molti dei temi che rappresentano i punti decisivi della teoria marxiana del modo di produzione capitalistico. Forte attualizzazione di Marx senza tuttavia eccedere in facili nuovismi. Se la cosiddetta globalizzazione, con la conseguente crisi del 2008 (da cui in parte, ma solo in parte, Usa e Canada sono forse usciti, l’Europa no), crisi ovviamente evocata da una gran parte dei relatori, si è affermata, riportando la parola capitalismo al posto del più generico e ambiguo termine modernità, ciò è accaduto perché il sistema capitalistico ha portato alle estreme conseguenze, accrescendolo in modo esponenziale, quel che c’era già nel XIX secolo, quando Marx parlava di mercato mondiale. 
Del resto, il termine globalizzazione rievocò maldestramente la metafora della mano invisibile di Adam Smith, quella stessa metafora che fu oggetto della critica di Marx. Niente di nuovo sotto il sole? No. È solo che l’esigenza generale emersa in questo convegno è di superare annacquamenti analitici di una riflessione sul tempo storico che perde il senso critico e si ammorbidisce in filosofie vaghe che ammiccano al potere politico. Come ha osservato Moishe Postone dell’Università di Chicago: «il termine “capitalismo” è stato reintrodotto sia in più ampie discussioni accademiche che in quelle intellettuali come una concezione che ora appare più analiticamente adeguata di «modernità», che è stata dominante nei decenni postbellici». Postone, come altri, prende le distanze da opzioni culturaliste e genericizzanti per richiamarsi alla specificità di una forma storica come quella capitalistica che tuttavia possiede il potere della globalizzazione. 
UN ASPETTO della globalizzazione è la fluidità con cui si ricostituiscono classi, razze, etnie. Questo è uno dei problemi più complessi e difficili da affrontare sul piano politico, perché mentre il capitalismo, di crisi in crisi, procede nel suo incessante dominio, la dislocazione delle classi e di donne, uomini e bambini che vengono sfruttati in ogni angolo del mondo, si muove continuamente e si nasconde dietro la fiction estetica di ciò che Marx disse della società capitalistica, che si presentava appunto come un immenso ammasso di merci. Merci non accatastate nelle periferie, ma oggi nascoste nei containers e offerte feticisticamente in forma di spettacolo non stop ai consumatori nelle mall, queste grandi caverne di Platone del XIX secolo dove non è dato al prigioniero di liberarsi.
Come organizzare i lavoratori, essendo essi oggi in processi di produzione disseminati nel mondo anche per uno stesso prodotto? Come riaprire il tema della cooperazione, modo con cui gli uomini, come afferma Marx, sviluppano la facoltà della specie umana e, nello stesso tempo, mezzo del peggiore sfruttamento dispotico? I discorsi sulla sparizione della classe operaia hanno l’aria di una resa connivente. 
UN CONTRIBUTO IMPORTANTE è stato sicuramente quello di John Bellamy Foster sul tema ecologico e l’interpretazione di Marx e del Capitale in tale contesto. Egli ha mostrato come sia possibile leggere il Capitale come una critica ecologica dell’economia politica. Silvia Federici ha discusso la concezione marxiana del lavoro riproduttivo, che ha anticipato l’attuale dispiegarsi delle relazioni di genere con il capitalismo storico, ma ha anche criticato Marx perché non vide il processo di formazione della famiglia del proletariato caratterizzato dallo sfruttamento delle donne e dei bambini e l’introduzione del salario di famiglia. 
Forse, per segnalare l’attualità di Marx vale la pena citare questo passo del Capitale:
«L’industria moderna non considera e non tratta mai come definitiva la forma di un processo di produzione. Quindi la sua base tecnica è rivoluzionaria, mentre la base di tutti gli altri modi di produzione passata era sostanzialmente conservatrice. Con le macchine, con i processi chimici e con altri metodi essa sovverte costantemente, assieme alla base tecnica della produzione, le funzioni degli operai e le combinazioni sociali del processo lavorativo. Così essa rivoluziona con altrettanta costanza la divisione del lavoro entro la società e getta incessantemente masse di capitale e masse di operai da una branca della produzione nell’altra. Quindi la natura della grande industria porta con sé variazione del lavoro, fluidità delle funzioni, mobilità dell’operaio in tutti i sensi».

Una storia del Bund

Risultati immagini per Doikeyt, noi stiamo qui ora!Massimo Pieri: Doikeyt, noi stiamo qui ora! Gli ebrei del Bund nella rivoluzione russa, Mimesis, pp. 187, euro 16

Risvolto

Alla fine dell’800 gli operai ebrei, esclusi dalle industrie avanzate, erano occupati nelle piccole fabbriche che richiedevano mano d’opera ad alta intensità, con orari fino a venti ore e bassi salari, e dove fame e malattie li ponevano ai livelli più infimi della società. Costretti a vivere nella miseria e segregati nella Zona di residenza, subivano tentativi di annientamento con continui pogrom perpetrati dagli zaristi e dalla Chiesa. In queste condizioni nasceva, nel 1897 a Vilna, l’Unione Generale degli Operai Ebrei di Russia, Polonia e Lituania, nota come Bund, il partito operaio ebraico rivoluzionario che diede vita all’emancipazione delle masse ebraiche e russe.

Il compagno Trump la tocca piano







E' cominciato il tiro a Matteo Piccione











La distanza del «parlamento» che verrà Enzo Paolini Manifesto

Oltre i numeri, una sinistra più radicale Aldo Carra Manifesto






























Letizia Laurenti Berlinguer












mercoledì 28 giugno 2017

"Dio Denaro": i Manoscritti del 1844 illustrati e spiegati ai bambini

Karl Marx: Dio denaro, Gallucci

Risvolto
Le crescenti disparità economiche tra la parte ricca e quella povera dei singoli Stati, e tra il Nord e il Sud del mondo, rendono più che mai viva la celebre invettiva di Karl Marx contro il potere del denaro, tratta dai Manoscritti economico-filosofici del 1844. All’epoca il giovane filosofo già criticava lo sviluppo di una società in cui i consumi e la bramosia di ricchezze crescevano a dismisura.
In Dio Denaro Maguma (pseudonimo dell’artista spagnolo Marcos Guardiola Martín) immerge nel mondo contemporaneo le parole appassionate di Marx, qui tradotte da Norberto Bobbio, e, attingendo all’episodio biblico della Caduta dell’uomo, fonde gli spunti dall’arte espressionista e dalla tradizione indiana con l’immaginario della pubblicità. Il risultato, come sottolinea Luciano Canfora nella sua presentazione, è un racconto surreale e spietato del mondo attuale e del suo asservimento a un’insaziabile avidità.

Le memorie di Erich Von Manstein

Libro Vittorie perdute. Le memorie di guerra del miglior Generale di Hitler Erich von MansteinErich Von Manstein: Vittorie perdute, Italia Storica, pagg. 500, euro 36, con una prefazione all'edizione italiana a cura del generale Stefano Basset

Risvolto
Le memorie di guerra del più abile stratega di Hitler: dalle vittoriose campagne della Blitzkrieg con il magistrale piano per l'attacco contro la Francia nel 1940 alle fulminee avanzate in Russia alla presa della munita fortezza di Sebastopoli e della Crimea, sino al disperato attacco di soccorso verso Stalingrado e alla riuscita "controffensiva di von Manstein" durante la terza battaglia di Kharkov nel 1943, e ai combattimenti difensivi del 1944. Questa edizione si avvale di un nuovo impianto di note e una ampliata sezione iconografica, e della prefazione del Generale dell'E.I. Stefano Basset. 

"Riga" su Blanchot. Un intervento di Italian Theory


Risultati immagini per Riga BlanchotLa rivendicazione contro il mondo secondo Blanchot 

RIVISTE. L’ultimo numero della rivista «Riga», per la cura di Giuseppe Zuccarino, è dedicato al filosofo francese 
Marco Dotti Manifesto 27.6.2017, 17:33 
Poche figure hanno attraversano il Novecento filosofico, critico, letterario senza lasciare una sola e afferrabile immagine di sé, disseminandolo però di perduranti, ma sfuggenti, tracce. Una di queste figure è senza dubbio Maurice Blanchot. Narratore e critico letterario, saggista capace di portare la forma-saggio alle sue altezze più estreme, Blanchot è autore che tutti hanno se non letto intercettato, se non cercato incrociato, se non visto sentito nei propri percorsi di lettura o ricerca: Kafka, Derrida, Bataille,Lévinas, Hölderlin, René Char, Foucault. Tutto ciò di cui ci ha parlato, ora ci parla di lui. 
FORSE PER QUESTA RAGIONE Roland Barthes vedeva in Maurice Blanchot una sorta di incarnazione di eroismo letterario, ovvero «l’attaccamento intrattabile a una pratica, cioè la rivendicazione, contro il mondo, di un’autonomia, di una solitudine». Non è un caso, allora, se di Blanchot abbiamo pochissime fotografie attorno alle quali il suo nome, e men che meno la sua pratica, potesse lasciarsi afferrare. Sempre al cuore della questione intellettuale, non si è lasciato monopolizzare. La periferia era il codice implicito di pratica che è oggi fonte di un’attenzione critica sempre crescente, fatta forse eccezione per il nostro Paese dove l’interesse, soprattutto editoriale, è scemato con gli anni o – e questo concerne il lato più strettamente letterario della sua opera – dove la scintilla non è scoccata affatto. 
A RILANCIARE LA SFIDA prova ora l’ultimo, bel numero di Riga (edito da Marcos y Marcos pp. 218, euro 28). È il trentasettesimo del semestrale di Marco Belpoliti e Elio Grazioli, ed è dedicato proprio a Blanchot per la cura di Giuseppe Zuccarino, uno dei suoi più profondi e meticolosi conoscitori.
Il volume di Riga si apre con gli omaggi ispirati, a firma di René Char, Marco Ercolani, Enzo Campi e Benoît Vincent e prosegue con testi, per lo più incipit da romanzi e racconti (da Thomas l’obscur, Le Très-Haut e Au moment voulu), inediti in italiano e prosegue infine con una corposa silloge di saggi critici, da Lévinas a Pierre Klossowski, da Georges Bataille a Jacques Derrida, fino a Georges Didi-Huberman, Jean-Luc Nancy e Bernard Stiegler, del quale Zuccarino e Paolo Vignola hanno tradotto una lunga conferenza sulla «farmacologia dell’amicizia» risalente al 2011. A questi saggi, antologizzati in traduzione, si affiancano quelli, scritti appositamente per Riga, di studiosi italiani: Alberto Castoldi, Manlio Iofrida, Igor Pegrelfi, Bruno Moroncini, Riccardo Panattoni, Marco Della Greca. 
«Se Blanchot si rivolge a tutte le grandi opere della letteratura mondiale e le intesse nel nostro linguaggio», osserva Michel Foucault, «lo fa proprio per dimostrare che queste opere non si possono mai rendere immanenti, che esse esistono al di fuori, che sono nate al di fuori e che, se esistono al di fuori di noi, noi siamo a nostra volta al di fuori di esse. E se manteniamo un certo rapporto con queste opere è a causa di una necessità che ci costringe a dimenticarle e a lasciarle cadere fuori di noi». 
NEL SUO INTERVENTO (Blanchot e il superamento del libro), Zuccarino richiama il giudizio di Foucault, che aveva ad oggetto il rapporto con lo spazio letterario, riportandolo a un tema, quello sull’inquietudine riguardo alla forma-libro, che attraversa tutta l’opera di Blanchot, da Le livre, testo del 1943, passando per Le livre à venir del 1957, fino agli ultimi testi, su tutti L’écriture du désastre, edito nel 1980 da Gallimard.
Se la civiltà, scriveva Blanchot nell’articolo del ‘43, si configura e si riconfigura in termini di rispetto o disprezzo del libro, tanto più che il rogo dei libri è considerato a tutt’oggi, anche in tempi «liquidi», una delle forme più radicali di violenza, la domanda che si pone e ci pone affiora in tutta la sua portata assumendo una carica che con un termine un poco scontato definiremmo «epocale». Chiede infatti Blanchot ne Le livre à venir: «dove va la letteratura?». Risposta: «la letteratura va verso se stessa, verso la sua essenza che è la sparizione». 
NON POTENDO PIÙ rispondere a un’esigenza di assoluto, la letteratura, e con essa la forma-libro, perde la propria sovranità sul presente, presentandosi – il discorso di Blanchot poggia qui sul Coup de dés di Mallarmé – come forma futura, come forma possibile del possibile. Che ne è, allora, del libro a venire? Derrida ne trasse un lungo commento, nel 1997, pubblicandolo poi nel suo Papier à écrire (Galilée, 2001): senza supporto il libro infinito evocato da Blanchot poteva infine coincidere con la fine del libro? Fruizione senza limiti, ipertrofia dei mezzi, bulimia di messaggi: le cose spicciole e il tempo della rete sembrerebbero dare ragione al Derrida che, a sua volta, sembra dare ragione a Blanchot. Non fosse che con Blanchot le cose sono più complesse e, ci ricorda Zuccarino, ben più radicali. Ecco, allora, l’attualità di Blanchot, la sua etica in rapporto a quegli «amici lontani» che, rovesciando la formula di Jean Paul («i libri sono solo lettere agli amici lontani»), sono i libri. Il libro è per Blanchot qualcosa che sempre eccede il supporto. Lo eccede e lo precede Forse per questo Foucault parlava di una impossibile immanenza, di un fuori tanto radicalmente, totalmente altro?«Se per una prima volta il libro potesse davvero iniziare», scriveva Maurice Blanchot, «allora già da tempo, per un’ultima volta, sarebbe giunto alla fine». Per fortuna, quel tempo non è ancora giunto. Almeno per noi.

Blanchot, la scrittura dell’oltranza e l’onnipresenza della morte "Riga" per Blanchot. Giuseppe Zuccarino ricostruisce la complessa e sfuggente figura del filosofo e intellettuale francese: testi inediti, estratti dai romanzi (poco noti in Italia), testimonianze, studi, interventi critici. All’insegna della «eccezione» Pasquale Di Palmo Alias Domenica 10.9.2017, 0:07
«Io ho sempre cercato, con più o meno ragione, di apparire il meno possibile, non per esaltare i miei libri, ma per evitare la presenza di un autore che avanzasse la pretesa a un’esistenza propria». Con tali ragioni Maurice Blanchot (1907-2003) rispondeva con un rifiuto alla richiesta di inserirlo in una pubblicazione comprendente ritratti fotografici di diversi scrittori. È conosciuta la sua avversione a comparire pubblicamente e a rendere manifesta la fisionomia del proprio volto (pochissime sue immagini sono state rese note) ma quel che sorprende è la motivazione del diniego, quella sorta di tautologia che non si può non rilevare tra «la presenza di un autore» e la sua «pretesa» di esistere. È come se Blanchot volesse affermare, sulla falsariga di quello straordinario personaggio del racconto di Melville Bartlelbly lo scrivano («Preferirei non farlo» il refrain che cadenza la vicenda), la sua totale estraneità a un mondo investigato con le sole armi di una scrittura «speculativa» che si impone, soprattutto a livello critico, come una delle più paradigmatiche del secolo del malessere e dell’inquietudine.
Entrambi i brani citati, compreso l’esauriente saggio su Melville, si possono ora leggere nel n. 37 che «Riga», il semestrale diretto da Marco Belpoliti e Elio Grazioli, dedica, appunto, a Maurice Blanchot (Marcos y Marcos, pp. 320, € 28,00). Il volume è curato da Giuseppe Zuccarino che, nel 2006, aveva tradotto per la collana «I libri dell’Arca» delle Edizioni Joker Noi lavoriamo nelle tenebre dello stesso Blanchot, che raccoglieva una serie di saggi ispirati alle figure di Henri Michaux, Louis-René de Forêts e Samuel Beckett. Il numero di «Riga» offre uno spaccato significativo sull’opera di Blanchot, accogliendo i più svariati contributi: testi inediti in italiano, testimonianze, studi, interventi critici su temi specifici, tributi di carattere creativo (Char, Jabés, l’«apocrifo» di Marco Ercolani su L’ultimo a parlare, incentrato sulla poesia di Celan). Nonostante non fosse un’operazione semplice, in quanto la figura dell’autore francese, nella sua estrema complessità, risulta quanto mai sfuggente e spesso di ardua decifrazione, Zuccarino è riuscito ad allestire un lavoro convincente, approfondito, che tiene conto delle diverse sfaccettature della personalità blanchotiana, a partire da quelle di narratore, critico letterario e saggista.
Stringatezza beckettiana
In tal senso risulta pochissimo conosciuta nel nostro paese l’opera narrativa, di cui vengono offerti alcuni specimina, comprendenti i capitoli iniziali dei romanzi Thomas l’obscur (1941) e Le Trés-Haut (1948), nonché Il ritorno, prima parte del racconto Au moment voulu (1951), originariamente pubblicato in un numero della rivista «Botteghe oscure». Questi testi si configurano, nella loro enigmaticità, nella loro stringatezza di taglio beckettiano, come una sorta di «corpo a corpo» linguistico sostenuto con uno dei temi-cardine del Novecento, quello dell’incomunicabilità. Non è un caso che, in uno dei suoi saggi più importanti, Le livre à venir, si legga che «non c’è mai certezza di una scrittura legata a un sapere che sfugge». Lavoro sul linguaggio che presuppone, dunque, l’insufficienza dello stesso a rendere in maniera intelligibile, o quanto meno persuasiva, eventi che irrimediabilmente sfuggono: «Nominare il possibile, rispondere all’impossibile».
Compito dello scrittore, sia esso il medesimo Blanchot o quella costellazione di autori indagata a livello critico (Kafka, Musil, Joyce, il Mallarmé del Coup des dés, Hölderlin, Rilke, Borges ecc.), sarà dunque quello di misurarsi con l’écriture come se si fosse a contatto con «l’incrinatura e la fessura, l’erosione e la lacerazione» di cui si parla a proposito di Artaud. «Scrivere è qualcosa di fondamentalmente pericoloso, di innocentemente pericoloso» si legge in un’altra lettera presentata nel numero monografico di «Riga». I personaggi rappresentati sono larve, simili a filiformi figure giacomettiane che camminano, poco più grandi di una capocchia di spillo, nel vuoto, simboli stessi di quel vuoto. Questa «insufficienza» non può che derivare dalla concezione di una morte onnipresente, anche se raramente nominata, come rileva nella sua testimonianza l’amico e sodale Georges Bataille: «Blanchot può dire di sé che, se parla, è la morte che parla in lui. Di fatto, la letteratura gli appare simile alla fiamma nella lampada: quel che la fiamma consuma è la vita, ma la vita in quanto è morte, nella misura appunto in cui muore, esaurisce la vita bruciando».
Scrittura dunque dell’oltranza, in cui l’eccezione diventa norma, come avverte lo stesso Blanchot: «Tutto avverrebbe quindi come se, nella letteratura romanzesca, e forse in ogni letteratura, l’unico modo di individuare la regola fosse l’eccezione che l’abolisce». In quest’ottica non si può non rilevare come l’attività di critico prediligesse quelle figure di «irregolari» che costituiscono l’emblema di quell’«assenza d’opera» di cui parlava Foucault. Con uno dei suoi tipici scarti stilistici, in cui l’assunto aforistico sfocia nell’ambiguità polisemica e nella sibillinità, Blanchot osserva: «non importa ricordare o dimenticare, ma, ricordando, essere fedeli all’oblio».
Insensato gioco di scrivere
D’altronde i libri capitali di Blanchot, da L’espace littéraire (1955) a Le livre à venir (1957), da Lautréamont et Sade (1963) a L’entretien infini (1969), si configurano come un’ininterrotta riflessione sull’«insensato gioco di scrivere», «la rivendicazione, contro il mondo, di un’autonomia, di una solitudine», per usare le parole di Barthes. E questo, spesso oltrepassando i limiti della letteratura, il suo essere immanente, a favore di una meditazione filosofica sulla quale si cementerà l’amicizia con alcuni pensatori d’eccezione come Levinas, Derrida, Foucault, Bataille, di cui si offrono sintomatici contributi, insieme a quelli di Klossowski, Starobinski e Didi-Huberman. La stessa giovanile militanza ideologica nella destra si tramuterà negli anni sul versante opposto, con l’adesione alla rivolta sessantottesca del maggio parigino. Con il tempo si è acuito il contrasto tra un’opera così celebrata (e citata) e la sua limitatissima «fruizione», soprattutto nel nostro paese, in cui la figura di Blanchot è stata confinata in un ristretto ambito specialistico, se non propriamente accademico. Precisava Derrida in un intervento qui proposto del 1998 che «l’opera di Blanchot è uno dei grandi eventi di questo secolo e oltre questo secolo, che fa la sua strada più o meno sotterraneamente, in ogni caso con discrezione, acquista intensità di presenza e nella misura in cui tale “intensità” si impone, fa nascere una sorta di apprensione, anche di paura, di risentimento».
Zuccarino suggella il suo lavoro presentando, in calce al volume, il suo saggio «Blanchot e il superamento del libro», in cui, prendendo l’abbrivio dalla concezione che da Le livre, testo del 1943, approda a L’écriture du desastre (1980), il critico francese si interroga sul destino stesso del libro. Nell’epoca in cui la rete sembra aver soppiantato l’influenza della carta stampata («L’absence de livre» si intitola emblematicamente uno dei capitoli di L’entretien infini), le riflessioni di Blanchot interpretate da Zuccarino sembrano avallare questo passaggio, tratto da Le livre à venir: «Il libro esisterà sempre, anche molto tempo dopo che la nozione di libro risultasse esaurita». Ma attenzione, il tempo dei profeti è finito, lo stesso Blanchot ci mette in guardia: «I falsi profeti piacciono, sono graditi artisti (giullari) più che profeti».

"Tarquinio il Superbo" di Thierry Camous. Il parere del nostro Toynbee



Il Landini - il motor dei contadini - pronto a prendere la guida del maggior sindacato giallo
























Università: confessioni e dimissioni indolori di un complice oggettivo di ANVUR E MIUR. Migliaia di professori ordinari dovrebbero vergognarsi e seguirne l'esempio

Università, perchè mi sono arreso
REP LIGURIA di VITTORIO COLETTI  25 giugno 2017

Papa Ciccio visto dall'amministrazione Obama