Risvolto
venerdì 29 settembre 2017
O la borsa o la vita, o l'ordine borghese o la fame. Economia come guerra: una storia
Risvolto
Quaderno SISM 2017: Una brillante raccolta di saggi sugli aspetti moderni delle problematiche nei rapporti fra gli Stati, analizzate dal punto di vista dello scontro in campo economico
Il carteggio tra Cioran e Balăn
Risvolto
Il presente volume raccoglie in maniera integrale lo scambio epistolare,
costituito da cinquantatré missive, intercorso tra Emil Cioran e George
Balan nel periodo 1967-1992. In pieno regime comunista, nell'agosto del
1965, Balan si imbatte per caso nella lettura dell'opera giovanile di
Cioran "Cartea amagirilor" (1936). Nonostante questi sia considerato un
pensatore "sospetto" dall'intellighenzia della Repubblica Socialista di
Romania, finanche un "traditore", per le posizioni critiche espresse
dall'esilio parigino verso la nazione che gli ha dato i natali, Balan,
affascinato dalla sua prosa, decide di approfondire la conoscenza
dell'autore e di riabilitare la sua figura in patria. Inizia così tra i
due intellettuali un intenso scambio epistolare, che si protrae negli
anni e che lascia trasparire, al di là dell'amicizia, una diversa,
opposta concezione riguardante il rapporto tra inquietudine e fede. La
fervida spiritualità cristiano-ortodossa di Balan si scontra spesso con
il profondo scetticismo di Cioran. Malgrado ciò, Balan è costretto a
riconoscere nel pensatore di Ra?inari "uno degli spiriti più religiosi
del secolo" e, al tempo stesso, un autentico "maestro" nell'evoluzione
del proprio percorso esistenziale.
Alcuni racconti giovanili di Proust
Marcel Proust: Racconti, a cura di Giuseppe Girimonti Greco e Ezio
Sinigaglia, Clichy, pagg. 196, euro 12
Risvolto
Questa raccolta contiene una scelta di testi narrativi giovanili di
Proust, tratti da "I piaceri e i giorni" (1896) - il noto esordio del
futuro autore della Recherche - a eccezione dell'Indifferente, che
l'autore eliminò dalla raccolta e di cui si ignorava l'esistenza fino
alla fine degli anni Settanta del Novecento. In questa collezione
emergono già con grande nettezza di contorni i temi e i motivi che
saranno poi centrali, quando non addirittura ossessivi, nel capolavoro
narrativo di Proust.
Un altro investigatore di Chesterton
Risvolto
Alto, capelli (che furono) fini e chiari, un pallore quasi cadaverico,
palpebre e baffi cascanti, naso aquilino. Aspetto apatico, andamento
pigro e indolente, aria annoiata, tempra aristocratica, "in gran parte
simile a quella dell'anarchico". Horne Fisher, rispettabile membro della
buona società inglese, cresciuto in mezzo a primi ministri e politici
illustri, inizia la propria carriera come segretario personale di Sir
Walter Carey, ufficiale del Governo irlandese e suo parente. Proprio al
servizio di Sir Carey si ritroverà accidentalmente coinvolto nella sua
prima avventura da "investigatore non ufficiale". Sì, non ufficiale,
perché Horne Fisher non è un professionista del crimine ma un uomo che,
oltre quel muro di ostentata indifferenza, nasconde capacità analitiche
fuori dal comune e curiosità e sensibilità sovraumane "nel comprendere
le circostanze" e l'animo umano. Da quella prima esperienza irlandese,
Horne Fisher comprenderà quanto il crimine possa essere oscuramente
intrecciato con la legge e da lì in avanti, per tutta la vita, si
ritroverà ad avere a che fare con faccende similmente oscure,
appesantito dall'onere di "sapere troppo", di conoscere il lato
squallido e la corruzione delle alte sfere, di cui lui stesso fa parte.
Una nuova calassata innominabile ma attuale
Calasso, flash da un mondo frantumato
Antropologia del pensiero. «L’innominabile attuale» di Roberto Calasso, da Adelphi, è una requisitoria della società della «post-storia»: popolata da zombie, terroristi, turisti...
Piero Gelli Alias Domenica 24.12.2017, 0:00
L’ultimo libro di Roberto Calasso è avvincente e angoscioso, talvolta irritante, per quel sottotono cupo-sarcastico che vi traspare: ed è forse colpa del lettore che avverte un dominio della materia che pare non permettere una possibilità di dialettica, soprattutto se le armi usate siano quelle di un illuminato intelletto: la storia sperimenta, le obiurgazioni passano. Si sa, il tout se tient dell’opera-mondo di Calasso nasce qualche decennio fa, il titolo stesso, L’innominabile attuale (Adelphi «Biblioteca», pp. 189, euro 20,00), lo si ritrova isolato e quasi impenetrabile, misteriosofico, tra capitoletti de La rovina di Kasch (Adelphi 1983), uno dei quali così inizia: «La post-storia è abitata da uomini che credono alle “cause”, all’“uomo”, alla “società”, e a tante altre ipostasi, ma è retta da un beffardo soggetto … un perpetuo manipolatore». Oggi, nella nostra società – e post-storia ormai quale Zeitgeist – quel beffardo soggetto è ancor più pericoloso: si è digitalizzato e usa i Big Data.
Anche nella raccolta I quarantanove gradini (Adelphi ’91) il sintagma riappare (p. 194), nominato e riconosciuto da un grande vecchio, amatissimo e pour cause da Calasso, Gottfried Benn. E Benn, presente nell’opus suo fin dagli esordi, ne L’impuro folle, nel suo più illustre alter-ego, il Tolemaico, non è che uno dei numi tutelari chiamati a chiosare un’apodittica «catastrofe», insieme a Nietzsche, ben inteso, e a Simone Weil, a Burckhardt, a Baudelaire e a tanti altri, che capiterà di segnalare.
Ma veniamo al testo precipuo, che si compone di due parti ben distinte, oltre a un epilogo baudelairiano. La prima s’intitola «Turisti e Terroristi» e svolge, con abbaglianti flash, una serrata quanto cortocircuitata analisi, o, meglio, requisitoria del mondo attuale: un mondo frantumato, popolato da zombie, da terroristi e da turisti, da illuministi parodici – progenie degenerata, se possibile, degli Homais, dei Bouvard, dei Pecuchet –, da hacker disposti a tutto, da analogisti infine: l’unica categoria cui sia dispensata una grazia. È il mondo dell’inconsistenza, che ha i suoi prodromi nel «secolo breve» che ci ha preceduto: «Negli anni fra il 1933 e il 1945, il mondo ha compiuto un tentativo di autoannientamento, parzialmente riuscito. Quello che venne dopo era informe, grezzo e strapotente». Oracolare e epidittico, il saggio denuncia irremeabilmente un processo degenerativo, che forse precede il periodo succitato, nasce stabilmente nel pieno Ottocento, quando, a esemplificare, Victor Hugo e Flaubert, in contrapposizione antitetica, rilevano il predominio della società secolare e la sua guaina più conforme, la democrazia, «più che un pensiero, una concatenazione di procedure».
Ma la democrazia, ammirevole e fragile, commenta Calasso, è, come ha detto qualcuno, quel potere in cui «viene esteso a tutti il privilegio di accedere a cose che non sussistono più». Ci si chiede allora, chi è quel «qualcuno»? Ma l’autore stesso, pari pari, ne La rovina di Kasch: «Democrazia: estendere a tutti il privilegio di accedere a cose che non sussistono più» (p. 394). E oggi l’apoftegma recuperato trova un inquietante e sarcastico codicillo: «il vagheggiamento della democrazia diretta non discende ormai da una riflessione politica ma dall’infatuazione informatica». Che sembra valere, purtroppo, non solo per i 5 Stelle, ma per gran parte di un’umanità, già visibilmente coatta. E, di fatto, alla mediazione si è sostituita la disintermediazione, che non è un servizio di mediazione più raffinato, bensì una forma più insidiosa, più subdola di dittatura.
Alle rovine umanistiche degli anni ottanta, nel frattempo, è seguito un disastro di macerie: se l’Homo saecularis ha cancellato il divino sostituendovi di volta in volta altri idoli – dove talvolta riaffiora, come accerta l’acronimo SBNR (spiritual but not religious) –, l’inganno si nasconde in un algoritmo che detta i lumi. La primordiale macchina di Turing si è sviluppata rapidamente fino a creare, in futuro, un robot super-intelligente che leggerà tutto ciò che la razza umana ha scritto: «un orrore che nessun romanzo di fantascienza era riuscito ad evocare: un ammasso sterminato di segni in ogni tipo di alfabeto che vengono letti da un robot e da cui sgorga, come uno sciroppo emolliente, un succo di valori». I paragrafi che concernono il terrorismo islamico, come metamorfosi sacrificale, dove la vittima è l’attentatore, il rigetto di un occidente che ti assale perfino con un’incontenibile pornografia mediatica, e la nascita lontana del fenomeno, dal Veglio della Montagna di Marco Polo all’allarmante Sayyid Quth, impiccato da Sadat e osannato dall’ayatollah Khamenei, sono mirabili per acutezza e perizia; così come quelli sulla mutazione ultima dell’homo sapiens, e poi saecularis, in turista, categoria non più connessa al viaggiare bensì alla realtà virtuale. Dispiace non potersi soffermare di più su osservazioni e congetture così cruciali, così intriganti e, oserei dire, anche venate di un retrogusto hilaro-tragico, ma occorre accennare alla seconda parte, che è il pozzo di rifornimento della prima e ha un titolo sintomatico, «La Società Viennese del Gas», caustico e ironico, nel ricordo dolente di Walter Benjamin.
Consta, questa parte, di un diorama di citazioni, autori e avvenimenti dalla nascita del nazismo alla fine della guerra, florilegio poliedrico e coltissimo che serve a corroborare e, in qualche modo, a inverare il discorso che precede: ci sono tutti i numi tutelari e gli exempla ficta, in negativo e positivo. Ne isolo uno, che a Calasso credo non stia molto simpatico, André Gide, più volte citato: una prima, per la sua adesione al comunismo, come si sa subito rinnegata dopo il famoso Retour; un’altra volta riportando un brano del Diario di ambigua e giustificatoria comprensione del nazismo e dello stalinismo. In realtà il chiaro disorientamento, in quel periodo, di Gide è anche parte costante della sua etica: il continuo tentativo di comprendere le ragioni dell’altro; così come, negli anni trenta, i flirt col comunismo nascono da lontano, sono paritetici ai suoi perenni deliri evangelici, trasfigurati in nutrimenti, terrestri e non. Resta il fatto che, nella disfatta anche intellettuale della Francia invasa e subito pétainiste, Gide rimase uno dei pochi a non cedere a lusinghe di sorta e a rifiutare incarichi, preferendo rifugiarsi in Algeria e in Tunisia. Ma il secolarismo inquieto e ondivago dell’intellettuale francese più rappresentativo di quell’epoca, così come il suo tortuoso raziocinio, a Calasso non dispiaceva certo coglierli in difetto, palesando in tal modo la propria scoperta partigianeria. Un suo aspetto, questo, curiosamente assai simpatico, quasi affabile: l’intelligenza non stinge in avversione, anche quando ci si aspetterebbero segnali di affinità: il sacro è ciò che Gide ha perennemente e nostalgicamente ricercato nel suo tempo già desacralizzato.
Il libro ha una chiusa volutamente concisa, sorniona, che lascia letterariamente felici, soddisfatti: il suaccennato profetico sogno di Baudelaire di una torre che crolla. Di un altro sogno aveva parlato Calasso nello splendido saggio al poeta dedicato (La folie Baudelaire, 2008), per niente premonitore, e molto decadente. Del resto, visionarietà e décadence sono il contraltare agli ideali perspicui del secolo saecularis, che Baudelaire non amava e in cui ha mal vissuto. Non si può dire così del suo interprete. Calasso non ammette contraddizione, né può: il saggio procede per acquisizioni certe e certificate, suscitando tuttavia ammirazione, sgomento, e infine il grande piacere della lettura. Ma se fosse possibile trasformarlo in dialogo, aggiungervi un agguerrito interlocutore, altro non verrebbe in mente se non una celebre disputa, enormemente aggiornata: quella che avviene, ne La montagna magica di Thomas Mann, tra il progressista Settembrini e il gesuita conservatore Naphta.
martedì 26 settembre 2017
"Finis Germania" di Sieferle: per la cancellazione dei sentimenti morali e del senso di colpa dell'Occidente neocoloniale
Risvolto
Der Kulturhistoriker Rolf Peter Sieferle nahm sich im September 2016 das Leben. Seine nachgelassenen Gedanken über die sprichwörtliche Lage der Nation sind Teil seines Vermächtnisses: sie erscheinen als 50. Band der reihe kaplaken.
In den 30 Miszellen, die diesen Band bilden, beschreibt Sieferle die Situation, in der sich die Deutschen befinden: vom »Deutschen Sonderweg« und der »Siegerperspektive« über »Politiker und Intellektuelle« bis zur »Logik des Antifaschismus« – Sieferle bringt eine kaum zu widerlegende Ausweglosigkeit zur Sprache, die aus konservativer Sicht verheerende Gemengelage aus demographischer und kultureller Schwäche, Schuldkult und geistiger Okkupation, mangelndem Widerstandsmut und Selbstverachtung. Es sieht nicht gut aus für uns.
Alcuni inediti di Lévinas sulla letteratura e due abbozzi di romanzo

Emmanuel Lévinas: Eros, letteratura e filosofia. Prove romanzesche e poetiche. Note filosofiche sul tema di Eros, Bompiani a cura di Silvano Facioni, pp. 384, euro 30,00
Risvolto
Se l'interesse di Levinas per la letteratura è noto attraverso i suoi
scritti su Proust, Blanchot e Celan non è altrettanto conosciuta
l'esistenza di una pratica letteraria del grande filosofo.
Il terzo
volume delle Opere raccoglie infatti testi letterari inediti: due
abbozzi di romanzo, intitolati ''Eros o Triste opulenza'' e ''La signora
del Wepler'', una serie di note filosofiche sul tema ''eros'', e alcune
poesie e altri scritti giovanili in lingua russa. Benché Levinas in
fondo non sia mai diventato propriamente uno scrittore, la sua passione
letteraria è sempre stata intimamente intrecciata al suo progetto
filosofico.
Il bimillenario di Tito Livio
Bimillenario liviano. Da trent’anni in qua l’opera liviana viene letta e studiata in modo radicalmente nuovo sia dai filologi sia dagli storici. Ne emerge uno scrittore consapevole, che fa interagire molte istanze diverse
Luca Beltramini Alias Domenica 24.9.2017, 0:48
Nel libro 21 delle sue Storie, Livio racconta come all’inizio della seconda guerra punica, durante la battaglia del Ticino, un giovanissimo Publio Cornelio Scipione, futuro Africano, si tuffò in acqua e salvò il padre, ferito in combattimento. L’aneddoto è concluso da un intervento di Livio, che ricorda al lettore che sarà proprio questo Scipione il fatalis dux, il comandante inviato dai Fati che condurrà Roma alla vittoria. Sette anni dopo, Scipione viene eletto comandante del fronte spagnolo, a soli ventiquattro anni e senza alcuna esperienza di comando; in quell’occasione Livio spiega come quell’exploit sia stato determinato dal mito personale che il giovane si era costruito presso le masse, alimentando false dicerie sul suo rapporto privilegiato con gli dèi e su suoi supposti poteri oracolari. Il seguito del racconto offre molti esempi di quest’opera propagandistica, che trasforma fenomeni naturali in miracoli, informazioni di intelligence in segni del Fato. Nel lettore si insinua così il dubbio: davvero Scipione è stato il comandante della provvidenza? O Livio ci sta forse suggerendo che la sua fama di fatalis dux potrebbe non essere altro che il risultato di una scaltra opera di promozione personale?
La vasta opera di Livio è costellata di interrogativi irrisolti come questi, di ambiguità e inquietudini che solo in anni recenti la critica ha cominciato a illuminare. Tito Livio ha sempre goduto e insieme sofferto gli effetti di una statica gloria ‘scolastica’. Il denso stile narrativo, la ricchezza della lingua, lo slancio morale degli episodi più celebri lo hanno reso il perfetto autore «da manuale», lo storico «esemplare», fonte sommersa di gran parte del nostro immaginario collettivo sulla Roma repubblicana, saldamente ancorato a figure come Romolo, Orazio Coclite, Muzio Scevola e così via. Livio l’amico di Augusto ma nostalgico della repubblica, Livio della patavinitas e del romanocentrismo.
Prospettive viziate
Paradossalmente, a questo radicamento nella memoria e nei curricula scolastici non è corrisposto nel mondo degli studi specialistici un altrettanto vivace approfondimento scientifico. Livio è, fino agli anni novanta del Novecento, un autore sorprendentemente poco studiato. O, meglio, studiato secondo prospettive viziate da pregiudizi che hanno lasciato la critica liviana ai margini dell’evoluzione metodologica vissuta dagli studi di letteratura antica nel secolo scorso. Gli Ab urbe condita libri sono una fonte vitale per molte aree dell’antichistica: filologi e storici, archeologi e giusromanisti da sempre ne attraversano le vastità traendo informazioni vitali per i rispettivi campi di indagine. Ma il loro valore in quanto opera storiografica e la statura intellettuale del loro autore sono stati a lungo sottovalutati: Livio è stato ritenuto uno storico disattento e naïf, dedito più che altro a tagliare e cucire pezzi di fonti senza un reale vaglio critico. La critica non ha esitato a riconoscere le sue abilità di retore e narratore, ma ha spesso considerato il suo punto di vista storiografico poco degno di nota e severamente limitato dal noto moralismo filoromano. Questi pregiudizi, credo, hanno a lungo dissuaso i critici dall’impegnarsi in uno studio approfondito dei caratteri intrinseci dell’opera, che andasse al di là dell’analisi stilistica o della desunzione di dati utili alla ricostruzione storico-archeologica (non mancano, ovviamente, vistose eccezioni, ancora oggi illuminanti per completezza e profondità di indagine).
Ma gli ultimi trent’anni hanno visto un’evoluzione radicale e generalizzata nell’approccio critico all’opera liviana, derivante, credo, dal mutamento dei presupposti metodologici, tanto degli studi storici quanto di quelli filologico-letterari. Nel primo ambito si è smesso di misurare l’opera di Livio secondo gli standard della moderna storiografia o di quelle opere antiche che ai nostri occhi più si avvicinano al metodo storico-scientifico odierno, volgendosi piuttosto a una più precisa comprensione dei fondamenti programmatici della storiografia liviana, che soli possono illuminare i meccanismi più profondi dell’opera. I secondi hanno superato un approccio puramente retorico-stilistico, in favore di una concezione ‘olistica’ del testo, in cui forma e contenuto, contenuto narrativo ma anche dato storico, si influenzano e determinano reciprocamente.
Gli Ab urbe condita libri si rivelano così non soltanto un grande monumento della letteratura latina, ma soprattutto un oggetto di studio di enorme complessità, di fronte al quale l’applicazione delle più avanzate metodologie di indagine – narratologia, intertestualità, reader-response criticism – si rivela proficua e, direi, necessaria. Nei tre ambiti appena citati si muove oggi la critica liviana più produttiva, che ci restituisce un’immagine dell’autore ben lontana dallo storico ingenuo e un po’ sbadato delineato nei decenni passati: Livio emerge, al contrario, come un narratore estremamente consapevole, a tratti smaliziato, capace di far interagire nel proprio resoconto una grande quantità di istanze letterarie, storiche e culturali.
Sgomberato il campo dalla fama di storico «taglia e cuci», gli studiosi hanno potuto verificare la sua abilità nel rielaborare le fonti alla luce di un preciso credo storiografico, e di tessere all’interno della propria opera un’intricata rete di richiami inter- e intratestuali, grazie ai quali il lettore è chiamato a orientarsi nel racconto e a dotarlo di senso. La stessa complessità comincia a essere ravvisata nel punto di vista di Livio sulla storia romana: giudicato in passato una mera celebrazione della potenza di Roma sui popoli, a una più attenta analisi si rivela sorprendentemente sensibile nel cogliere i processi evolutivi, anche traumatici, che hanno segnato la storia della repubblica, primo fra tutti l’imporsi di una politica imperialistica spregiudicata.
Morale ed esemplare
La stessa natura «morale» ed «esemplare» della storiografia liviana, annunciata dall’autore fin dalla Praefatio, è stata oggetto di studi approfonditi che ne hanno precisato i termini: più che mera pedagogia patriottica, una lente attraverso la quale rappresentare gli eventi e mostrare al lettore i processi incessanti attraverso i quali gli attori della Storia fanno propri modelli passati e li riplasmano. In questo senso Livio non offre semplicemente una galleria di exempla da imitare o da evitare, ma illumina i meccanismi che regolano i fenomeni storici nel loro concreto farsi, in una narrazione non monolitica, ma attraversata da forze endogene potenti, che creano crepe, faglie, linee di frizione. La storiografia liviana perde così i tratti più rassicuranti del racconto apologetico, e si impone come articolata rappresentazione del potere politico e militare di Roma, visto in tutta la sua grandezza e ambiguità.
Da qui la difficoltà a dirimere l’eterno problema dell’aderenza di Livio al programma politico-culturale di Augusto, nel cui ambito i sostenitori dell’una e dell’altra ipotesi – un Livio storico di regime o di opposizione repubblicana– devono fare i conti con argomenti contraddittòri. Da un lato i riferimenti all’opera politica di Augusto, dall’altro il disprezzo verso la contemporaneità, che stride con l’idea di una celebrazione del nuovo ordine del princeps. Anche in questo caso, arroccarsi su posizioni esclusive non giova alla comprensione della figura di Livio. Più proficuo sarebbe forse concepire il problema in termini discorsivi: verificare se è in che misura Livio possa essere stato un interlocutore del potere augusteo, il rappresentante cioè di istanze culturali con cui il princeps doveva confrontarsi per dare forma e legittimità al proprio programma.
LIVIO 2000 ANNI
un cartellone di eventi «in dialogo»
Nella loro forma originaria, i 142 Ab urbe condita libri di Tito Livio raccontavano, con scansione annalistica, quasi otto secoli di storia di Roma, dalla sua fondazione fino, probabilmente, alla morte di Druso Maggiore, fratello dell’imperatore Tiberio, avvenuta nel 9 a. C.
Salutata già dai contemporanei come uno dei monumenti più insigni dell’epoca augustea, la sua influenza si estese fino al tramonto della classicità, dopo il quale soltanto trentacinque libri furono consegnati, superstiti, all’età medievale: i libri 1-10, che coprono il periodo dalle origini fino alla fine delle guerre sannitiche (293 a.C.), e i libri 21-45, incentrati sulla seconda guerra punica e le guerre in Oriente fino al 167 a.C.
Le celebrazioni per i duemila anni della morte di Livio organizzate dal Centro Interdipartimentale di Ricerca «Studi Liviani» dell’Università di Padova sono state animate dal proposito di porre Livio al centro di un dialogo tra studiosi e cittadinanza. A Padova Livio è ovunque – nei nomi delle strade, nei monumenti, nelle scuole –, ma la sua eredità culturale è ancora in gran parte ignota al di fuori di aule universitarie e biblioteche. Per consentire alla cittadinanza di «riappropriarsi» di questo grande patrimonio, rappresentanti di diverse aree della cultura umanistica – dal cinema alla musica, dal teatro alla storia dell’arte – hanno collaborato alla creazione di un grande cartellone di eventi: conferenze, cineforum, reading, spettacoli teatrali, percorsi museali hanno costellato l’anno liviano e continueranno a farlo fino a novembre, quando, a conclusione di questo itinerario, un grande convegno internazionale farà il punto delle indagini scientifiche che stanno gettando nuova luce sul grande storico patavino.
Il programma completo delle iniziative è consultabile al sito: www.livio2017.it
Provocazione "liberale" continua: religione della dignità del lavoro o mistica del capitale?

Solo dei fanatici retrogradi e degli oscurantisti medievali come voi merdacce stataliste possono preferire la religione del contratto a tempo indeterminato da subordinati assistiti alla laicità liberale della flessiblità smart e dell'improvement continuo di se stessi che sta al centro di una auto-imprenditorialità permanente.
E' sempre il mondo alla rovescia: il bue del misticismo neoliberale, nel quale il capitale è l'unico dio possibile, dice cornuto allo scecco che vorrebbe campare tranquillo.
La conquista di Berlino nel racconto di Heinz Rein
Risvolto
Uno dei primi bestseller tedeschi pubblicato nel 1947 e poi dimenticato.
Il racconto degli ultimi giorni della Germania nazista, attraverso gli
occhi di un gruppo di clandestini oppositori del regime, nelle settimane
che precedono la resa. Una testimonianza letteraria del crollo di una
nazione.
«I nazisti» dice Lassehn il disertore «sono riusciti a equiparare il
nazismo con la nazione tedesca, a diffondere l’opinione che la fine del
nazismo debba significare anche la fine della Germania e del popolo
tedesco. Ho avuto parecchi compagni d’armi che dichiaravano del tutto
apertamente di non avere simpatie per il nazismo ma che si trovavano
nella situazione d’emergenza di dover difendere la Germania».
Questo
libro, pubblicato una prima volta nel 1947 poi dimenticato (forse non a
caso), è per tanti versi sorprendente. Tratta infatti la questione
controversa della resistenza dei tedeschi al nazismo. Giorno per giorno,
ora per ora si descrivono le ultime settimane della Berlino di Hitler,
dalla metà di aprile del 1945. I quartieri, le grandi strade, i luoghi
pubblici, i parchi, i mezzi di trasporto, come si trovavano sotto i
colpi distruttivi dell’avanzata degli alleati. E i contatti, i colloqui,
e tutte le strane situazioni di socialità che si creano nel rimescolio
della catastrofe imminente. E i discorsi davanti ai portoni e nei
negozi, le file per il cibo, le tessere del razionamento. E gli amori
concitati. Le famiglie sfasciate o ricomposte. Ma tutto questo visto
dalla strada e con gli occhi di un gruppo di clandestini. Sono disertori
che fuggono la guerra e vanno poco a poco prendendo coscienza, semplici
disperati emarginati dal totalitarismo, vecchi socialdemocratici o
comunisti da sempre oppositori che per un decennio sono usciti ed
entrati da carceri e campi di concentramento, credenti la cui coscienza
religiosa si ribella, ebrei scampati, comuni cittadini che non ne
possono più. Aspettano la fine; girovagano per la città distrutta in una
specie di viaggio al termine della notte. Ma intanto cercano di
sfuggire alla caccia di Gestapo e di SS, di sottrarsi agli occhi delle
spie e dei delatori; e operano, ognuno come può, con sabotaggi o azioni
di propaganda, per accelerare la caduta del terrore. Portatori di valori
diversi e di opinioni divergenti, sanno anche instancabilmente
discutere tra di loro, costruendo – dentro la cronaca di una città che
muore, dentro il resoconto storico di ciò che resta del nazismo, dentro
lo spaccato di una società sconvolta dalla consapevolezza della fine di
tutto – il romanzo delle idee degli antinazisti di cui forse le
narrazioni dei nostri tempi hanno parlato troppo poco.
Heinz Rein (pseudonimo di Reinhard Andermann, Berlino 1906-Baden Baden
1991), giornalista sportivo agli inizi della sua attività, con l’avvento
del nazismo subì il divieto di scrittura e periodi di detenzione e
internamento. Nel dopoguerra ha vissuto nella Repubblica Democratica
Tedesca fino alla rottura negli anni Cinquanta e il trasferimento in
Germania occidentale. Ha scritto racconti, cabaret, teatro e romanzi,
tra cui: Berlino 1932 (1946) e Berlino. Ultimo atto (2017).
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