martedì 31 ottobre 2017

Costantino Esposito sui Quaderni Neri di Heidegger




Heidegger spiegato dai “Quaderni neri”
Una rilettura del filosofo attraverso i misteri che ancora avvolgono il singolare agglomerato di postille, osservazioni e giudizi che aggiungono compiutezza al suo pensiero
Avvenire Costantino Esposito giovedì 26 ottobre 2017

Il fascismo nei resoconti dei giornalisti statunitensi























Un thriller leninista


Complimenti a Cinzia [SGA].

Cinzia Romagnoli: Borgo Lenin, Koi Press


Risvolto
La morte di un tranquillo pensionato in un appartamento nel centro di Bologna potrebbe essere archiviata come un banale incidente, se non fosse che il defunto sembra non avere né un passato né un presente, tranne un numero di telefono, che conduce fino a un piccolo paese della pianura Padana, un tempo terra di lotte sindacali e partigiane. È attraverso gli occhi di un bambino, Libero che l’enigma di oggi si riallaccia alle radici del passato, un passato di passioni politiche, di miseria e solidarietà, di ferite e scelte dolorose come solo la guerra costringe a fare. In questo viaggio della memoria sarà un giovane poliziotto, Fabio Sinigaglia della Questura di Ferrara, distratto, malinconico e un po’ filosofo, appassionato di musica rock e di cinema a cercare di ricostruire la trama con l’aiuto del suo sgangherato quanto umanissimo universo: colleghi amici per la pelle, baristi e maliarde di periferia, zelanti massaie con cagnolini epilettici, zie un po’ sciamane, colf corazzate, psicologhe metallare e un pigro felino tigrato di nome El Gato. Un canto all’amicizia e all'umanità tra le nebbie e i campi di grano di un’Emilia Romagna che sa di Sergio Leone, di Fellini e di "Bella Ciao".

Le mani della Busiarda sull'Ottobre russo. Soyinka: i comunisti hanno aiutato la decolonizzazione ma mangiavano troppi bambini africani


Le mani della Busiarda sull'Ottobre russo. Cavani: Stalin mangiava bambini ma anche registi


Il meritevole Abravanel spiega ai cinesi come selezionale i gruppi dirigenti


Ricordate Naomi Klein, che andava anch'ella forte ai tempi dei No Global?

Naomi Klein: Shock Politics. L’incubo Trump e il futuro della democrazia, Feltrinelli, pp. 288, euro 18

Risvolto
L'elezione di Donald Trump segna una crescita di tensione in un mondo sempre più afflitto dalla crisi della politica. Secondo Naomi Klein, sbaglia chi considera un caso soltanto americano il programma del nuovo presidente, che prevede protezionismo e deregulation per favorire gli interessi delle grandi multinazionali, una guerra totale al cosiddetto "terrorismo radicale islamico" e un cieco rifiuto delle politiche climatiche. Trump rappresenta un fenomeno globale, una tendenza già presente in tutte le democrazie occidentali... In una lucida analisi delle dinamiche che hanno portato alla diffusione globale di questo fenomeno, Klein pone le basi per un movimento di massa capace di opporsi al militarismo, al razzismo e al corporativismo che stanno crescendo nel mondo occidentale. E dimostra che il concetto di resistenza è tutt'altro che obsoleto.

lunedì 30 ottobre 2017

Domenico Losurdo sul centenario della Rivoluzione d'Ottobre: la conferenza di Urbino, 18 ottobre 2017



Parte prima






Parte seconda

Un'edizione critica di "Stato e rivoluzione"


Lasciate perdere la storia di Russel, noto rivoluzionario, che spiega il marxismo a Lenin... [SGA].

La Rivoluzione d'Ottobre nei rapporti dei diplomatici italiani in Russia. La scuola defelicina minore sdogana Trotzki

immagine scheda libro
Agnese Accattoli (a cura di): Testimoni della rivoluzione. Le missioni italiane in Russia nel 1917Aragno, pagg. LXII + 142, euro 20

Risvolto
A cento anni dalle rivoluzioni russe del 1917, questo volume riporta alla luce documenti inediti e dimenticati che restituiscono il punto di vista italiano su quegli eventi epocali. Si pubblicano per la prima volta i rapporti strettamente riservati di tre testimoni provenienti dal mondo dell’esercito, della politica e della cultura, inviati in Russia dal governo italiano. Da queste testimonianze emerge tutta la varietà di significati che la rivoluzione poneva nel 1917 all’attenzione delle élite del nostro paese. Gli autori dei testi, il generale Giovanni Romei Longhena, il principe Scipione Borghese e lo studioso Vladimir Zabugin, sono alcuni dei più autorevoli delegati partiti dall’Italia nell’anno della rivoluzione, ma non gli unici. L’introduzione al volume illustra la serie ininterrotta di missioni italiane, ufficiali e ufficiose, che nel corso del 1917 hanno raggiunto la Russia rivoluzionaria con fini informativi, commerciali, politici e di propaganda, avvicinando i due paesi, ancora alleati nella Grande guerra, come mai prima nella storia.

Lenin e Mussolini: due percorsi diametralmente opposti. Il libro di Emilio Gentile

Mussolini-Lenin e il 1917 filtrato dal «Popolo d’Italia» 

Storia contemporanea. La Rivoluzione d’ottobre, il bolscevismo: Emilio Gentile ha ricostruito il punto di vista (sempre opportunistico) del quotidiano fascista, in un saggio per Laterza: «Mussolini contro Lenin» 
Giorgio Fabre Alias Domenica 14.1.2018, 0:38 
La copertina può ingannare, il titolo no. Mussolini contro Lenin di Emilio Gentile (Laterza «i Robinson/Letture», pp. 263, euro 16,00) non è, come sembra far intendere appunto l’immagine appositamente elaborata per la copertina, il racconto di una lotta all’ultimo sangue tra il leader sovietico e quello italiano: quasi volessero cavarsi gli occhi. Il libro di Gentile è piuttosto un’utile ricostruzione di ciò che Mussolini e i suoi organi di stampa, e in particolare Il Popolo d’Italia, scrissero su Lenin, la Rivoluzione d’ottobre e il bolscevismo. E poi di ciò che disse (pochissimo) Mussolini stesso, praticamente in un discorso solo. Gentile riporta attentamente tutto: dalle minute notizie stampa recuperate da fonti in mezza Europa, agli articoli di fondo, alle cronache che Mussolini trasse dai giornali italiani a partire dalla rivoluzione del febbraio 1917, fino alla morte di Vladimir Ilic Ulianov nel gennaio 1924 e alle sue commemorazioni. Per quanto riguarda le vicende precedenti al 1917, le pagine più rilevanti sono quelle che si riferiscono alla compresenza di entrambi in Svizzera nei primi anni del Novecento e all’ipotesi che possano davvero essersi – se non conosciuti – almeno incrociati. Gentile ipotizza che ciò avvenne a Ginevra, nella Brasserie Handwerk, il 18 marzo 1904: in occasione dell’anniversario della Comune. Un’ipotesi che resta tale, ma pare più attendibile di altre, create da un’enorme memorialistica cialtrona che ha ricamato enormemente sui due leader avversari. E comunque, nel caso, i due si sfiorarono appena.
Ma le pagine più interessanti del libro sono quelle dal ’17 in poi e riguardano in particolare Mussolini. Meritoriamente Gentile non accenna neanche a un’altra leggenda metropolitana: che a un congresso dell’Internazionale Lenin avrebbe detto ai delegati italiani che erano stati degli sciocchi a perdersi, nel 1914, il loro leader migliore, cioè proprio Mussolini. Lenin, da quanto si sa, citò Mussolini solo due volte, in due articoli, nel 1915; e tutte e due le volte sbagliando in modo grossolano, a causa delle cattive informazioni di cui disponeva. In entrambi gli articoli indicò Mussolini come un socialista «parlamentarista» e bissolatiano, cioè il contrario esatto della verità: perché era stato lui a cacciare Leonida Bissolati e altri compagni dal Partito socialista, in quanto troppo compromessi col governo e col riformismo.
Nel frattempo, invece, come sappiamo, Mussolini, alla fine del 1914, anche corrotto da soldi francesi, era uscito dal Psi, che era neutralista. E aveva fondato un suo giornale, Il Popolo d’Italia, interventista. Fu la natura del giornale a condizionare tutta la sua interpretazione delle due rivoluzioni russe, quella di febbraio che condusse al potere il socialista e riformista Kerenskij, e quella di ottobre-novembre dei bolscevichi. Mussolini fu violentemente antileninista perché Lenin portò l’esercito russo fuori dalla prima guerra mondiale e mise in difficoltà gli alleati occidentali. In questo modo anche l’Italia rischiava di perdere e gli sforzi del futuro duce sarebbero stati vani. Allora Mussolini usò tutti gli epiteti possibili per insultarlo. I più articolati erano quelli che riferivano di un «complotto ebraico» di cui faceva parte anche Ulianov, Leitmotiv che ripeté dal ’17 al ’19. Il «complotto ebraico» in Russia era alleato a quello della grande finanza internazionale, anch’essa ebraica e così si trattava di un «complotto» che aveva lo stile dei «savi anziani di Sion».
Ma durò poco, perché, dopo che Mussolini venne rimproverato aspramente da qualche ebreo, alla fine del 1919, sulle colonne del suo giornale, gli ebrei di Russia da persecutori divennero i perseguitati dal «terrore rosso» leninista. E non fu l’ultima delle sue giravolte.
Molte delle ricostruzioni degli avvenimenti sovietici che pubblicò sul Popolo d’Italia dopo il ’17 provenivano dai Socialisti rivoluzionari russi, i fidi di Kerenskij che complottavano contro i bolscevichi. E forse sarebbe stato meglio che Gentile avesse spiegato chi erano costoro: ad esempio Vassili Soukmouline, giornalista molto attivo, era il braccio destro di Viktor Cernov, ex ministro di Kerenskij, e dai fascicoli della polizia italiana risulta in Italia protettissimo e proprio in chiave anti-bolscevica. Insomma, sulla base di queste fonti, Mussolini scrisse sul Popolo d’Italia una propria personale Storia della Rivoluzione russa, per molti tratti interpretata con gli occhi e i documenti di quelli che erano i peggiori nemici di Lenin (e magari amici del socialista Filippo Turati, che li proteggeva). Eppure, anche su di loro, via via che il «potere rosso» si consolidava in Russia, Mussolini cambiò idea. Anche in questo, era un grande opportunista. E presto «scaricò» i socialisti rivoluzionari (che, tra parentesi, secondo una spia inglese erano guidati dai Servizi occidentali).
Finita la guerra, il problema per Mussolini, più che Lenin stesso e la Russia, furono i leninisti italiani, che nel 1921 arrivarono alla scissione del Partito socialista e alla nascita del Partito comunista. Giustamente Gentile sottolinea due suoi articoli che non molti ricordano, del marzo e del maggio 1921. Nel primo, attaccò il giornale di Gramsci, L’Ordine nuovo, organo del partito comunista appena nato, e scritto «da italiani più o meno autentici che noi conosciamo e che sono mostruosi e deformi nel corpo e nell’anima»; nel secondo, a proposito del medesimo giornale, lo definì: «organo di quattro deformi intellettuali che ci “sbafano” sopra (tanto è Lenin che paga!)». Il futuro duce conosceva bene Gramsci, e questi pezzi virulenti e sguaiati ne sono una buona dimostrazione.
Sui comunisti italiani, in realtà, non tornò mai indietro, ma sulla Rivoluzione d’ottobre e su Lenin sì, eccome. Via via che il fascismo si assestava e da movimento diventava partito, e via via che il gruppo dirigente bolscevico metteva radici in Russia, Mussolini, sempre realista, cambiava idea. Prima (luglio 1920, e poi di nuovo nel giugno ’21) definì Lenin «artista che ha lavorato gli uomini»; aveva fallito, ma sempre artista era. E la descrizione dello Stato sovietico guidato dallo «zar rosso» era venato di invidia, perché aveva superato d’un balzo il caos politico che vigeva in Occidente: «lo stato russo è lo Stato per eccellenza».
Poi anche quando Lenin impresse, con la Nep, una torsione alla politica bolscevica, introducendo elementi di piccolo capitalismo, Mussolini cantò vittoria, sostenendo che, come aveva previsto, la Russia si stava piegando all’Occidente e la Rivoluzione era sconfitta. Ma si ribellò a una nuova guerra col paese di Lenin e già allora caldeggiò l’apertura di rapporti diplomatici con Mosca (che poi in effetti avviò lui stesso, poco dopo la morte di Lenin). Infine, quando il leader sovietico morì, da presidente del Consiglio non si sporcò le mani con una commemorazione. Ma il suo giornale scrisse un peana, intitolato Il dittatore, a «uno delle figure più popolari del mondo contemporaneo».
E qui, per finire, Gentile fa questa osservazione: Lenin fu un leader che, anche nelle decisioni più temerarie, «precedeva» tutti. Mussolini invece, fino alla conquista del potere, fu un leader che «seguiva», che aspettava che le situazioni evolvessero e poi prendeva le sue decisioni. Un uomo di lunga lena e attendista. Quando vide che la Russia si era stabilizzata e, negli anni seguenti, che Stalin si era sistemato al potere, accettò a lungo lo stato dei fatti, perfino con qualche sfumatura di invidia per il nuovo «zar rosso», come era successo per Lenin. Sarà una lettura «personalizzata» della grande Storia, ma appare piuttosto convincente.



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Faccia di bronzo e scomparsa postmoderna del senso dei processi storici nella fu-sinistra italiana

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  Il brioscino minor cui è stato dato il compito di esecutore testamentario del lascito bertinotto della fu-Rifondazione ha veramente una faccia di bronzo monumentale, quasi come il broscino maior che lo ha insediato. Si è appena alleato con D'Alema e Bersani in Sicilia, sa già che si alleerà alle politiche - perché con loro si alleerà Fratoianni, nato per quello, e anche a Tomaso e al mitico Brancaccio va benissimo Grasso - ... e però ogni giorno fa finta di bacchettare MDP.

Che bisogno ha di fare la manfrina? Lo fa forse per differenziarsi? Ma dopo un decennio di selezione innaturale i suoi hanno tutti la sua stessa faccia e la sua impostazione centrosinistra e gli sta alla grande così, mentre tutti gli altri già lo conoscono e sanno quanto vale la sua parola. Fatica inutile, perciò. Al posto suo, io mi concentrerei semmai a valorizzare sin d'ora gli elementi in comune con MDP: per evitare che magari qualcuno lo prenda sul serio - rara avis - e poi, vedendoli infine alleati, non capisca e si confonda.
Al di là del perculamento d'ordinanza, però, il problema vero è un altro e più generale: perché Acerbo - come chiunque altro e soprattutto come quei D'Alema e Bersani ai quali lui stesso rimprovera incoerenza - può comportarsi così e fare esattamente l'opposto di quel che dice, senza che nessuno o quasi gli dica nulla e gli faccia notare che è in palese contraddizione con se stesso?
In primo luogo perché per lo più non importa a nessuno, certo: è la triste verità del nostro nulla.
C'è però una ragione più profonda. E cioè, la totale perdita di senso della storia da parte della sinistra. Una parte politica che ha introiettato quella concezione postmoderna del tempo per cui non c'è processo con condizioni e conseguenze, non ci sono rapporti di forza ma un eterno presente punteggiato da improvvisi "eventi", in seguito ai quali ogni volta tutto il tempo riparte da zero, così che alla fine tutto è contemporaneo a tutto, tutto è sullo stesso piano di tutto, tutto può essere revocato e niente ha più solidità.
In queste condizioni, nelle quali per uno 0,1% e uno scranno in più è possibile dire che "cambia il vento", la logica formale non ha più nessuna ragion d'essere, non meno della logica dialettica. Il principio di non contraddizione non esiste come non esiste la contraddizione reale, perché la storia è solo una costellazione di percorsi possibili (immaginari) che si esauriscono un attimo dopo essere stati espressi per essere subito sostituiti da altri percorsi altrettanto effimeri, come nel consumo quasi quotidiano dei personaggi dello spettacolo pubblico. E così io non solo posso fare il contrario di ciò che dico, ma posso dire domani il contrario di ciò che dico oggi e di quello che dirò dopodomani. E nessuno se ne accorgerà nemmeno.
Non c'è storia, non c'è dunque movimento, processo, analisi della fase, tendenze in atto e in potenza, crescita organica, possibilità di radicamento (non c'è percezione di tutte queste cose)... Solo a partire da questa concezione del tempo è possibile ahinoi comprendere la politica contemporanea, come spettacolo del capitale [SGA].

Scruton vuole l'Europa ma anche lo Stato nazione, la botte piena, la moglie ubriaca e pure la mancia


Due fra gli intellettuali che hanno firmato il manifesto "A Europe we can believe in" spiegano le loro ragioni 

Luigi Iannone Giornale  - Dom, 29/10/2017

"Al lavoro e alla lotta": è ' cominciata la costruzione "culturale" del Centrosinistra dei poveri

Lessico famigliare interno al Pci 

Scaffale. «Al lavoro e alla lotta», il libro di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli: il glossario è una «lezione vivente», per ricordare che il discorso politico non si riduce a un tweet 

Livia Turco Manifesto 29.10.2017, 23:59 
Raccontare un grande partito come fu il Pci facendo «un glossario» delle parole che usava per definire la sua strategia e la sua pratica politica: è l’idea geniale che hanno avuto Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli e che hanno concretizzata in un libro originale, bello, coinvolgente, utile, che si legge tutto d’un fiato: Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pci (Harpo editore, pp. 240, euro 16). 
Scrivono le autrici: «Questo lavoro nasce da un idea di Franca, per lei le parole sono sempre state importanti. E dal 2004, quando, si fa per dire, è andata sotto un treno, sono diventate essenziali. Ma anche Fulvia, avendo scelto la politica, ha lavorato molto con le parole. Abbiamo cominciato per gioco a far rivivere il lessico del Pci cercandone le parole più in uso, quelle che ci piacevano e quelle no, quelle che ancora ci parlano e quelle che invece non significano nulla oppure indicano tutt’altro nel presente. Le abbiamo scritte in ordine alfabetico e confrontate con amiche e amici (pochi) e a un certo punto ci siamo rese conto che questo piccolo glossario poteva avere un senso e persino raccontare un pezzetto della storia di quello che, secondo noi, è stato ’il partito comunista più bello dell’Europa Occidentale’» . 
AVERE A CUORE la memoria. Così il lavoro si è fatto più serio. Mentre il linguaggio della politica diventa sempre più scarno e freddo abbiamo capito che noi continuiamo a preferire un «discorso politico» che non si riduca a un tweet». 
Al «glossario» seguono dieci interviste a protagoniste e protagonisti di quella storia, con domande che partono dal vissuto personale – perché ti sei iscritto, su quali libri ti sei formato – per scandagliare sulla base dei ricordi la pratica politica di quel partito, la sua dimensione umana oltreché politica. Franca e Fulvia anticipano la critica che può essere loro rivolta – «siete nostalgiche» – e mentre rivendicano il valore di questo sentimento dichiarano con grande schiettezza il punto di vista politico e culturale che orienta la loro ricerca. «Una storia è finita. Ma anche le mummie quando le abbiamo ritrovate ci hanno detto cose che non sapevamo e che ci sono servite». 
DUNQUE, ATTRAVERSO il glossario e le interviste le autrici ci propongono di ricercare se nella «mummia» del Pci ci sia qualcosa che non solo va conosciuto – perché la memoria storica è fondamentale per non essere fragili ramoscelli – ma se per caso in quella storia non vi risieda «una vivente lezione» importante e utile per questo nostro tempo. Seguo pertanto il punto di vista proposto da Franca e Fulvia e leggo i materiali contenuti in questo libro per capire se la «mummia» Pci ha qualcosa da dire che non sapevamo e, soprattutto, se ha qualcosa da dire alla società di questo nostro tempo, ai suoi giovani in particolare. 

Il glossario inizia con una parola che non conoscevo, l’unica, «abatino» e si conclude con «vigilanza». Abatino, «piccolo abate, il dirigente della Fgci che decideva di restare nell’organizzazione giovanile anche quando aveva superato i 25/30 anni rinviando al più tardi possibile il suo passaggio al partito. Rispetto all’organizzazione giovanile il partito era percepito come più rigido, meno divertente e piuttosto diffidente verso i giovani». 

LA VIGILANZA era invece un luogo speciale del Pci e le autrici lo descrivono in modo molto efficace. Io, come loro, lo ricordo come il luogo di cui non potevi fare a meno. Erano un gruppo di compagni molto affiatati tra di loro. Quando entravi al Bottegone ti guardavano dalla testa ai piedi per essere sicuri che tutto era a posto, se eri accompagnato, per cortesia , dovevi lasciare loro in modo accurato le generalità della persona che ti stava accanto, ti passavano con gentilezza le telefonate, ti accompagnavano nei viaggi a volte lunghi, erano sempre discreti e affettuosi. Con loro a volte parlavo di politica, mi veniva ogni tanto di sfogare le mie arrabbiature ma lo facevo con discrezione per timore che riferissero ad altri i miei pensieri. 

Ricordo una mattina, ero da poco arrivata a Roma da Torino e non avevo famigliarità con il Bottegone. Dovevo andare a prendere un treno, avevo prenotato un passaggio alla stazione. Il treno partiva alle 9 arrivai alle Botteghe Oscure alle 6! Che ci fai a quest’ora qui? Mi sembrava che fosse un po’ buio, ma l’ansia di arrivare in ritardo e di ricevere il rimbrotto di quegli uomini così rigorosi mi incuteva soggezione. Quando glielo confessai si fecero una grande risata, mi accolsero nella loro stanza e mi coccolarono con caffè e biscotti. 

LA LETTURA DEL GLOSSARIO di Franca e Fulvia racconta la storia del Pci dall’inizio alla fine. Molte parole, scritte in modo accurato, si riferiscono alla strategia politica: alleanze, alternativa, compromesso storico, austerità, ceti medi, classe sociale, classe operaia, doppiezza, egemonia, eurocomunismo, miglioristi, solidarietà nazionale, scissione, svolta, Bolognina, Cosa 1 Cosa 2, Quarta Mozione, ecc. 

Ma le parole più intriganti sono quelle che si riferiscono alla vita concreta del partito, al modo con cui i militanti vivevano e facevano la politica. Sono intriganti perché non sono usuali, esprimono l’appartenenza a un «corpo» che si sentiva diverso ma che aveva l’ambizione di «aderire a tutte le pieghe della società», di rendere protagonista il suo popolo. 

«ASSEMBLEA, AGIBILITÀ, al lavoro e alla lotta, allestimento, amici e compagni, attacchinaggio, battaglia delle idee, campagna di massa, casa per casa, comizio, comizio volante, compagno di strada, corteo, forme di lotta, fraterno, il corpo del partito, magliette a striscia, militanza, musica del Pci, passione, politica della fontanella, popolo, radicamento sociale, qui e ora, rivoluzionario di professione, scuola di partito, sensibilizzare, sezioni, servizio d’ordine, spirito di servizio, territorio, tessera, ufficio elettorale nazionale, vigilanza, Unità». 
Sono parole intriganti perché raccontano il modo di fare politica, il modo con cui si sprigionava la passione politica di un popolo che era plurale. Tra gerarchie, rituali fortemente codificati e sperimentazione di cose e parole nuove, apertura a nuovi soggetti. Ciò che rivelano quelle parole è la ricerca da parte di quel «corpo» formato da dirigenti e militanti di un rapporto con le persone per renderle protagoniste. 
L’ambizione di coniugare l’idea di società, la società socialista con il «qui e ora» per risolvere subito i problemi delle persone. La ricerca del legame umano, l’essere compagni significava anche volersi bene, essere amici, stare bene insieme. Di qui, l’attenzione a quelle che sembravano attività minori come l’attacchinaggio, i comizi volanti, l’allestimento degli eventi sapendo riconoscere le singole autorità nelle varie materie, come il mitico compagno Zucconelli che riusciva a rendere qualunque evento del partito bello e ben organizzato. Quella Politica delle Fontanelle in cui tutti dovevano fare lavoro manuale e insieme studiare, avere pensieri lunghi e nello stesso tempo preoccuparsi di rendere più belle e umane le nostre comunità «partendo dal mondo e arrivando alle fontanelle». 
ll senso, il valore e la passione per quella politica popolare è sintetizzata in modo drammatico nelle ultime parole di Enrico Berlinguer nel giugno del 1984 sul palco di Padova quando sta per cadere: «E ora, compagne e compagni, impegniamoci tutti, lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini». Un testamento, ma anche l’esplicitazione e la conferma di quella che era l’essenza del Pci. 
QUELLA CHE HA LASCIATO nel cuore di migliaia di militanti e iscritti, e dei suoi dirigenti i ricordi più belli come testimoniano le interviste a protagonisti e protagoniste di quella storia contenute nel libro. Diversi tra loro per estrazione sociale, formazione – a conferma che il Pci era realmente un partito di massa e plurale – le dieci personalità che si raccontano nella loro militanza politica e nella loro vita nel partito fanno tutti, non casualmente, riferimento alla sezione quale luogo in cui si viveva la politica autentica perché, come scrive Lia Cigarini, «ricordo che le sezioni del Pci erano un luogo di incontro di diversa provenienza sociale, di diversa generazione e, infine, di donne e di uomini. 
Ad esempio, nella mia sezione nel Centro storico di Milano c’era l’ambulante e il primo violino della Scala, la portinaia, l’intellettuale, l’artigiano e il bancario. Cioè luoghi di relazione e di amicizia». 
Oppure Emanuele Macaluso: «Penso che la migliore pratica fosse quella che si faceva sul campo, nelle sezioni, nelle fabbriche, nei quartieri. Ritengo un fatto enorme che quel partito abbia dato modo a tanti giovani, uomini e donne di ogni classe sociale, di fare esperienza nel sindacato, nei consigli comunali, nelle cooperative, nelle sue riviste e giornali». 
Luciana Castellina ci racconta il suo lavoro politico con le ragazze delle borgate romane, dove tante volte per convincerle a uscire di casa costruiva un’alleanza con le mamme condividendo le incombenze quotidiane del lavoro famigliare, compreso lavare insieme i piatti. 
Le parole del Glossario e quelle delle interviste mi confermano che la «mummia Pci» ci lascia una vivente lezione, non solo attuale, ma necessaria per far rinascere la democrazia e ridare senso alla sinistra: la necessità di una moderna politica popolare.

Il Michelangelo di Giulio Busi



Boitani su Edipo



Un'edizione della "Strix" di Gianfrancesco Pico


Torna "I poeti del Novecento" di Franco Fortini. Il parere del professor Golpe Democratico

Responsive imageFranco Fortini: I poeti del Novecento, Donzelli «Saggi», pp. 294, € 28,00

Risvolto
Nel centenario della nascita di Franco Fortini torna in libreria l’antologia dei poeti italiani del Novecento, un’opera che oggi può essere considerata un classico: a quarant’anni dalla prima edizione, intatte sono la ricchezza e la profondità della scrittura e dell’analisi. Non si tratta, tuttavia, solo di un’antologia, ma di un originale studio critico che è insieme saggio, commento penetrante, giudizio di valore; un testo che ha contribuito a una nuova lettura della poesia del secolo. I poeti italiani sono presentati al di là dell’appartenenza a gruppi e schieramenti letterari; ne emergono così le peculiarità e i cortocircuiti prodotti dall’incontro con la realtà. La poesia è pensata nella sua singolarità espressiva e, simultaneamente, nel suo essere allegoria delle torsioni della storia e dell’esistenza: l’umanissima nevrosi di Saba, la poesia come salvezza di Montale, la reticenza e la volontà di dialogo di Sereni, la disperata voracità di Pasolini, l’alta eloquenza di Zanzotto. Attraverso una scrittura densa e asciutta, sostenuta da una risoluta finalità didattica, trapela, come scrive Pier Vincenzo Mengaldo nel saggio introduttivo, «una concezione di tipo religioso del poeta come testimone e martire», e della poesia come «opposizione, alternativa e utopia». È possibile, conclude lo stesso Fortini congedando la sua antologia, «che la proposta di esistenza che la poesia lirica del Novecento ha formulata sia oscurata da altre forme letterarie e da altri modi di essere e di voler essere». E tuttavia a quella poesia resta il merito di aver anticipato, interpretato, o addirittura dettato, con una straordinaria forza di disperazione e tensione, «qualcosa di decisivo per il significato di questo presente».

sabato 28 ottobre 2017

Rivoluzioni orwelliane immaginarie in Catalogna, istigazione populista alla confusione e fiancheggiamento dei processi di smantellamento delle democrazie nazionali in favore di entità economico-politiche a geografia variabile

Mi spiace parecchio per lo sbarellamento romanticheggiante di tanti compagni, alcuni dei quali considero anche amici.

Non è per il motivo da loro indicato che ad esempio io, come molti altri, considero la posizione di Cremaschi e della Rete proprio come un orwelliano "omaggio alla Catalogna" e dunque: non è questione di "purismo" ed "economicismo" (che semmai è difetto tutto loro, che contano il numero di banche contrarie all'indipendenza).

Sappiamo più o meno tutti assai bene che le rivoluzioni non si presentano mai in forma pura e che in situazione rivoluzionaria le classi subalterne devono aggregare il consenso delle altre classi e a volte persino cavalcare le rivoluzioni altrui. Il problema è però tutto diverso: quale rivoluzione? Siamo oggi in una fase rivoluzionaria? O siamo piuttosto in una fase restaurativa, nel quale al movimento socialista spetta una ritirata strategica?

Queste caratteristiche della fase si sono invertite in Catalogna, oppure in Catalogna assumono un volto tutto particolare?

E' proprio così: In Catalogna non c'è nessuna rivoluzione e non c'è nessuna guerra di indipendenza in corso ma una assai più prosaica secessione, dovuta alle contraddizioni interne alle classi dirigenti spagnole in seguito ai gravi problemi legati al processo di convergenza europea. E il fatto che qualcuno vada in brodo di giuggiole per la frantumazione nazionale della Spagna o di qualunque altro paese, al culmine di un processo saldamente guidato da forze che non sono certamente di natura popolare e in un momento in cui i rapporti di forza sono tutti sbilanciati a destra, conferma lo stato comatoso della sinistra italiana.

La citazione strumentale dei Testi Sacri è ulteriore prova che questi compagni stanno prendendo lucciole per lanterne e hanno bisogno di confortare se stessi. Si tratta infatti di una citazione completamente fuori luogo. Sia Lenin che Gramsci che Stalin intendevano una cosa assai diversa da quella che hanno capito solo questi compagni, e cioè intendevano sottolinerare il rapporto tra questione nazionale dei popoli oppressi nell'epoca imperialistica e questione sociale-rivoluzionaria: in quel contesto non poteva esserci lotta rivoluzionaria se non passando prima per la lotta di liberazione. E' la stessa cosa oggi? E' tempo di rivoluzioni questo? E c'è oppressione coloniale in Spagna?

Non è così. Siamo di fronte a una lotta di classe dei ceti medio-alti e a un conflitto interno alle classi dirigenti spagnole ed europee, a una secessione fiscale in un contesto completamente diverso, segnato dalle contraddizioni del processo di convergenza europea e dalle conseguenti ricadute sulla borghesia di ciascuno Stato nazionale. Cominciano i catalani, continuano i baschi, seguono i padani poi i sardi e chissà chi, persino al di là dell'interesse particolare di ciascuna regione. Fiancheggiare questa tendenza significa non capire nulla dei processi in atto, processi nei quali la democrazia nazionale è attaccata dall'alto e dal basso.

Il paragone con il Donbass, che dovrebbe confermare la tesi dei catalanisti, è poi letteralmente grottesco. Si tratta di due processi completamente diversi in due ambiti geopolitici completamente differenti. In Donbass non c'è stata nessuna secessione fiscale ma la giusta e inevitabile reazione di difesa della minoranza russofona a un cambiamento di posizione geopolitica dell'Ucraina che coincideva con una de-emancipazione delle popolazioni di quei territori. La Spagna non è passata dalla Nato al Patto di Varsavia o viceversa. E sotto nessun punto di vista i catalani sono oppressi.

Non che la sinistra spagnola sia messa meglio, come si può capire dalla lunare intervista qui sotto, in cui di tutto si parla tranne che della tendenza principale. Ancora una volta però la sinistra italiana - incapace di analisi della situazione concreta - manca completamente la questione nazionale nel suo rapporto con la democrazia moderna. Oltretutto, proprio mentre sventola semplicisticamente la bandiera anti UE [SGA].


Garzón: «Non è coerente essere comunista e indipendentista» 
Intervista ad Alberto Garzón. «Questa è una guerra di bandiere», il coordinatore federale di Izquierda Unida distribuisce equamente le colpe fra Charles Puigdemont e Mariano Rajoy 

Alejandro López De Miguel* Manifesto MADRID 27.10.2017, 23:59 
Il coordinatore federale di Izquierda Unida non ritiene «coerente» essere al tempo stesso «indipendentista e comunista» nel contesto catalano, quello di un conflitto polarizzato, di una «guerra di bandiere» e, chiarisce, si identifica solo con la seconda qualifica. Alberto Garzón Espinosa ha presentato lunedì il suo nuovo libro, Por qué soy comunista (Ediciones Península), con il quale si propone di «arricchire la cassetta degli attrezzi» di cui dispone la sinistra per «criticare il mondo esistente» e «costruirne uno alternativo». 
Intervistato da Público, Garzón distribuisce equamente fra Charles Puigdemont e Mariano Rajoy la responsabilità della situazione attuale in Catalogna, e non perde di vista l’obiettivo della costruzione di una repubblica federale che garantisca i diritti sociali dei lavoratori e si batta contro diseguaglianza e precarietà. Due questioni, sostiene, neglette dal presidente del Gobierno (spagnolo) come dal presidente della Generalitat (catalana). Sottolinea che il processo indipendentista «non è appoggiato dalle classi lavoratrici» e lancia l’allarme sulla rinascita dell’estrema destra e sull’avanzata del nazionalismo spagnolo: «Partito popolare e Ciudadanos hanno nel loro Dna quello che Franco chiamava “la sacrosanta unità della Spagna”». 
Davanti, l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola con argomenti «che non si possono giustificare giuridicamente, come l’intervento su Tv3», e una possibile Dichiarazione unilaterale di indipendenza (Dui) «senza valore legale» e «senza legittimità». Garzón parla chiaro e non nasconde che la polarizzazione possa costare dal punto di vista elettorale al gruppo parlamentare Unidos Podemos- En Comú Podem-En Marea, di cui fa parte la coalizione delle sinistre, ma si dice convinto che «prima o poi la proposta di un referendum concordato si farà strada». (…) 
Nella crisi catalana, in un clima tanto polarizzato, manca forse da parte della sinistra la capacità di raccontare, di analizzare e spiegare la situazione? 
Per semplificare, credo che manchi molto un’analisi marxista. La sinistra ha sbagliato quando ha smesso di parlare delle questioni dell’economia politica e di strategie di lungo periodo, quando ha indebolito la sua scelta internazionalista, e credo che questi elementi siano fondamentali per affrontare fenomeni e problemi come quello della Catalogna. Dobbiamo capire perché le classi popolari, le più compromesse dalla crisi e dalla globalizzazione, continuano a votare per il Partito popolare, o perché un processo come quello indipendentista non è appoggiato dalle classi lavoratrici della Catalogna. Queste classi lavoratrici, in molti casi immigrati di seconda generazione, provengono da altre parti della Spagna e non sono indipendentiste. Il marxismo non spiega tutto, ma credo che sia strumento imprescindibile per capire quello che succede e agire di conseguenza. 
(…) Nel libro, lei sostiene anche l’incoerenza dell’essere marxista e al tempo stesso nazionalista. E quanto all’essere comunista e indipendentista? 
(…) Dal mio punto di vista, non è coerente essere indipendentista e comunista, in un contesto come quello catalano. Ci sono state altre circostanze storiche che hanno fatto sì che nazioni colonizzate, oppresse da imperi, negli anni 1950 del secolo scorso abbiano cercato la libertà ricorrendo agli ideali comunisti, ma erano due ideali che si incontravano su un cammino comune. Il comunismo è internazionalista. (…) 
Come valuta l’applicazione dell’articolo 155? Se lo aspettava? 
L’applicazione dell’articolo 155 è una misura sproporzionata, un errore. Contiene elementi che non si possono giustificare da alcun punto di vista giuridico, come l’intervento sui mezzi di comunicazione pubblici. Questa deriva peggiorerà la situazione e aumenterà la tensione senza servire a incanalare politicamente il problema. Il quale non ha a che vedere con Puigdemont, né con il fatto che quattro o cinque persone disattendano la legge, ma piuttosto con un fenomeno sociale che oltrepassa chiaramente i limiti della legge; ha a che vedere con 2,5 milioni di persone mobilitate, chiedendo qualcosa che in questo momento è illegale. C’è un 80% della società in Catalogna che vuole votare, a favore o contro l’indipendenza. Davanti a questo fatto è possibile chiudere gli occhi e agire con la repressione, i giudici, la polizia, e l’articolo 155, oppure si può riconoscere una realtà: che possiamo trovare una soluzione solo con il dialogo, il negoziato e trovando formule ragionevoli. La prima opzione, quella degli occhi chiusi, porta ad accentuare le pulsioni indipendentiste, è il modo di procedere degli ultimi anni e lo conosciamo già. (…) 
Quale strategia avete seguito nella plenaria al Senato convocata per ratificare il 155? 
Abbiamo votato contro, come siamo contro la Dichiarazione unilaterale di indipendenza. Pensiamo che quello che ha fatto Puigdemont sia un errore. La Diu non ha alcuna legittimità, il referendum del 1 ottobre non ha avuto le garanzie necessarie perché se ne potesse trarre un’espressione legittima. Risalendo alle elezioni autonomiste del 2015, nemmeno allora gli indipendentisti arrivarono alla metà dell’elettorato, perciò non c’è fondamento per dichiarare unilateralmente l’indipendenza, è un gesto assolutamente antidemocratico. La road map di Puigdemont non è solo un disastro, ma è anche irresponsabile. Ma applicare la 155 è un errore perché le ragioni sostenute non sono corrette. A mio parere, avrebbero dovuto approfittare della non dichiarazione di indipendenza formale per aprire uno spazio di dialogo. Invece hanno preferito uno scenario di maggiore conflitto, e questo avrà come unico risultato, credo, il fatto di dare ossigeno all’indipendentismo, che crescerà. 
Pablo Iglesias non ha criticato Puigdemont finché alcune settimane fa non si è tenuto il Consiglio cittadino statale. Là è stato piuttosto chiaro e ha ripartito la responsabilità della situazione fra il presidente del governo e il presidente della Generalitat. Chi ha più responsabilità: Rajoy o Puigdemont? 
Come partito che difende una Spagna federale e basata sui diritti sociali, noi siamo sempre stati molto critici con Puigdemont e Rajoy. Non dimentichiamo che Puigdemont rappresenta il PdeCAT, il partito che ha fatto i tagli di bilancio in Catalogna in questa legislatura, il partito che ha sostenuto le riforme del diritto del lavoro del Partito popolare. Abbiamo ben presente che entrambi i loro partiti rappresentano interessi contrapposti a quelli della classe lavoratrice, in Catalogna e Spagna. Ma il problema è più antico di Rajoy e Puigdemont. Questi due protagonisti sono collocati nel contesto di una traiettoria più ampia e sono assolutamente irresponsabili. Non è facile capire chi abbia le maggiori responsabilità. Sono entrambi irresponsabili perché sono incapaci di favorire il dialogo. Entrambi. 
(…) È reversibile la situazione, o la frattura sociale già compiutasi è molto difficile da recuperare? 
La frattura sociale è già evidente, e sarebbe stata evitata se ci fosse stato dialogo fin dal principio. Nel 2012, al Congresso dei deputati, come Izquierda Unida proponemmo di trasferire le competenze relative ai referendum non vincolanti alle comunità autonome. Questo avrebbe permesso di fare un referendum nella legge, sarebbe stata una formula simile a quella del Regno unito, avrebbe aperto possibilità interessanti. Se si fosse prestata attenzione alle proposte di Izquierda Unida nel 2012, e ad altri attori che chiedevano cose simili, non avremmo avuto un 1 ottobre, le cariche della polizia e la tensione che stiamo vivendo non solo in Catalogna, ma anche in Spagna, nelle famiglie, dappertutto. La frattura si può ricomporre, ma occorrerà tempo, e dirigenti all’altezza del momento storico. Bisogna essere disposti a ricostruire il paese, e questo significa costruire un paese nel quale l’unità rispetti la diversità: un paese federale che rispetti le specificità territoriali, con il punto in comune di soddisfare le necessità fondamentali dei lavoratori, in Catalogna e nel resto dello Stato: un elemento sul quale Partito popolare (Pp) e Partito socialista (Psoe) non vogliono assolutamente discutere. 
(…) Come potete usare la vostra forza, nel Congresso e in altre istituzioni, per affrontare la situazione, andando oltre la richiesta di dialogo? Come Unidos Podemos chiedete il dialogo e un referendum concordato, ma Izquierda Unida è a favore di una Repubblica federale. 
Giusto. Noi crediamo che una repubblica federale sia la veste più adeguata per risolvere i problemi territoriali e sociali. (…) Ma il dialogo deve costruirsi sempre in entrambi gli spazi, quello istituzionale e quello della cittadinanza, della strada, affinché si aiutino a vicenda. (…) 

*Pubblichiamo, per gentile concessione del quotidiano Público, l’intervista ad Alberto Garzón; qui nella versione originale

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Le macerie politiche e istituzionali dell’ideologia della rottamazione 

Renzismo. L’attacco a un’istituzione di riserva come la Banca d’Italia è un misto di insipienza (Renzi in tv non seppe dire chi fosse Donato Menichella) e di populismo straccione 

Michele Prospero Manifesto 27.10.2017, 23:59 
Dopo le dure parole di denuncia del presidente del senato, forse è maturo un giudizio storico-politico sul Pd. La prima considerazione è che si tratta di una organizzazione fortemente ideologica. Non nel senso che il Pd sia dotato di una generale concezione del mondo che interpreta la realtà con codici selettivi e mobilita i soggetti per imprese collettive. 
Ma nel senso pregnante che il Nazareno coltiva l’ideologia del comando di una persona che non concepisce altro legame che il servizio prestato alle sue ambizioni di potere. 
Senza alcun preconcetto moralistico, questo disegno spinge a piegare le strutture del partito e le dinamiche istituzionali alle esigenze di un potere concentrato nella persona. Il compimento dell’ideologia della rottamazione. 
Essa disvela la prevedibile conversione del Pd da partito che ospita plurali sensibilità, connesse tra loro per il richiamo ai valori del riformismo costituzionale, in un soggetto esangue a disposizione del capo. 
Dopo la scalata renziana al vertice del partito e del governo, non ci sono dubbi che la salute delle istituzioni repubblicane è manifestamente deteriorata. 
L’attacco alla tradizionale impermeabilità di una istituzione politica di riserva come la Banca d’Italia è un misto di insipienza (del resto, quando Renzi comparve nelle primarie a sfidare Bersani in Tv non seppe rispondere a una domanda su chi fosse Menichella!), di populismo straccione (incamerare qualche voto confidando sul risentimento dei risparmiatori), di irresponsabilità (disprezzo di ogni senso dello Stato). Quando, per piccoli obiettivi di consenso, non si risparmiano nella contesa delicati equilibri formali, che vengono travolti senza remore, il degrado della funzione politica è a livelli di guardia. 
Si comprende un certo imbarazzo dei poteri forti (la grande stampa consiglia il neurologo) e di ancora fresche cariche istituzionali (Napolitano denuncia pressioni indebite sui vertici dell’esecutivo) dinanzi a certe condotte corsare di un loro antico protetto. 
La volontà di potenza di Renzi riduce il partito a un puro strumento di disciplina che reclama l’obbedienza dei parlamentari dinanzi a qualsiasi metamorfosi programmatica. 
Il presidente del consiglio torna ad essere un figurante che è informato per ultimo delle scelte più rilevanti decise a Rignano e si limita a eseguire con diligenza impiegatizia gli ordini tassativi ricevuti. Non si tratta della riedizione di una cosa antica, cioè della supremazia del partito sul governo. E’ in gioco solo la capacità di intimidazione del leader che non ha più voti ma esercita il comando assoluto dinanzi a organismi collegiali evaporati. 
Non solo uno statista evanescente come Gentiloni cede lo scettro dinanzi alla dura voce del padrone. Anche parlamentari di lungo corso come Finocchiaro, Minniti, Pinotti vagano nei palazzi come fantasmi inanimati in attesa di soddisfare la temuta voce del comandante. Gli stessi ministri tecnici (Padoan, De Vincenti) contribuiscono al definitivo discredito dell’accademia con il loro prolungato e supino inchino alle pretese più irrazionali del giglio magico. 
Il Pd ha colpito la credibilità e il prestigio della presidenza della camera, incapace di proteggere l’autonomia e la dignità dell’istituzione dinanzi a richieste arroganti di voti di fiducia sulla legge elettorale, peraltro in assenza di atteggiamenti ostruzionistici delle opposizioni. 
Irreversibili sono i segni di sgretolamento che si avvertono nel parlamento indotto a fabbricare leggi incostituzionali a gettito continuo. 
L’abuso del voto di fiducia richiesto su materie elettorali, costituzionali travolge definitivamente il ruolo del parlamento da anni in declino. Il dibattito in aula non ha alcun senso e le camere sono soltanto l’arena per esibire continue manifestazioni di obbedienza ai desideri del capo ferroviere. Il Pd trascina il Quirinale in un generale processo di de-costituzionalizzazione per la forzatura delle regole, per l’insensibilità democratica che induce a manipolare le tecniche elettorali alla vigilia del voto. 
Concordando con la destra una legge elettorale che consegna a Salvini l’intera deputazione dei collegi uninominali del nord, il Pd ordina il possibile suicidio della repubblica in un tempo che non rende affatto dormienti le voci di secessione. L’ideologia della rottamazione trionfa, ma il conto è amaro. 
Ha distrutto il partito, ha minato le funzionalità delle camere, ha spento l’autonomia di Palazzo Chigi, ha indebolito il potere neutro del Colle, ha posto sotto assedio la Banca d’Italia, ha regalato alla Lega le armi letali della indipendenza padana, ha trasformato il popolo sovrano in puro organo di accettazione di una falsa rappresentanza che cala dall’alto. Le parole di Grasso devono illuminare chi lavora per raccogliere le forze della resistenza costituzionale sfidando la leadership attuale del Pd come regista della crisi della democrazia.

Gli americani e l'ingresso del PCI al governo: nuovi documenti


Simondon e la tecnica. La consueta reductio ad Toni Negri

Gilbert Simondon: Sulla tecnica, Orthotes

Risvolto
A quali condizioni la tecnica può essere promotrice di vero progresso per l’umanità? Non si può comprendere la vita sociale senza la sua dimensione tecnica, così come gli sviluppi della tecnica (positivi o negativi) non sono indipendenti dai fattori psicosociologici. I testi riuniti in questo libro aiutano a comprendere in che modo, dall’educazione alla pubblicità e alla cultura in generale, sia possibile pensare la dimensione tecnica della società senza ridurla ad una fonte di alienazione. Un vero approccio psicosociologico dà agli uomini la possibilità di non essere schiavi dello sviluppo tecnico, ma, grazie ad una rinnovata relazione con gli esseri tecnici, di sentirsi a proprio agio nel mondo attuale. Trattando i diversi aspetti del rapporto dell’uomo con la tecnica e con il mondo, Gilbert Simondon mette in evidenza il senso autentico della tecnica: quello di essere, per l’uomo, la vera mediazione con la natura, il metaxu tra l’uomo e il mondo.

"imperi" oggi: sembra Mommsen ma è Marta Dassù


Habermas euromane: solo Macron ci può salvare



Una storia della finanza internazionale


Tradotto il libro di Marija Gimbutas sui Balti

gimbutas marija - i baltiMarija Gimbutas: I Balti, Medusa

Risvolto

Scritto successivamente alla formulazione dell'ipotesi Kurgan, "Balti" è la prima monografia che Marija Gimbutas dedica a una cultura preistorica e ai suoi contatti, intrecci e conflitti con gli invasori venuti dalle steppe uraliche. Il fatto che l'autrice di tale monografìa provenisse proprio dal ceppo di quella cultura preistorica, e avesse visto con i propri occhi gli esiti distruttivi delle invasioni, non può essere considerato una semplice coincidenza. "I Balti" segna una svolta decisiva nell'epistemologia di Marija Gimbutas, nel suo modo di guardare i segni del passato: fino ad allora si era concentrata sulle origini degli indoeuropei e sul dibattito secolare che tali origini hanno suscitato; improvvisamente si assiste a uno scarto decisivo sul piano epistemologico e culturale, per non dire teoretico. Non si osservano più i tracciati degli invasori, ma - a partire da quei tracciati - si risale, come dal calco di un'impronta, alla forma che avevano i popoli invasi. Se sul piano strettamente scientifico e accademico la mossa di Marija Gimbutas è stata appena avvertita, è sul piano della storia della cultura che questa svolta ha avuto gli esiti più dirompenti, perché ha dato l'opportunità di intonarsi a un intero universo di narrazioni, interpretazioni, correnti, ideologie, movimenti, opere d'arte e di teatro, tutte volte a dar voce ai dannati della terra, agli esclusi, agli emarginati, a chi per secoli e millenni era stato sempre sepolto dalla storia ufficiale e che ora, finalmente, poteva essere riesumato. Togliere la patina di polvere dalle tracce dell'Europa antica significava per Marija Gimbutas disinnescare un'idea di storia come documento del vincitore. 

Il Lutero di Silvana Nitti e altre cose sul cinquecentenario della Riforma protestante

Oltre il mito della rivoluzione luterana 
Percorsi. Un sentiero di letture per indagare meglio cosa significò l'atto fondativo della Controriforma, alla luce delle tradizioni precedenti del Medioevo 
Marina Montesano Manifesto 10.2.2018
Si è appena chiuso l’anno nel quale convegni e pubblicazioni hanno ricordato l’anniversario dell’affissione delle 95 tesi di Lutero sul portone della chiesa di Ognissanti del castello di Wittenberg, il 31 ottobre 1517. Senonché, come già ricordava Adriano Prosperi (Lutero. Gli anni della fede, Mondadori), in base a un dibattito sulla vicenda già acceso da tempo, è probabile che questo atto fondatore non sia nemmeno mai avvenuto. 
Le tesi avrebbero avuto una circolazione inizialmente meno spettacolare, all’insegna della ricerca di un accordo, cosa peraltro in linea con la personalità di Martin Lutero. Una nuova, corposa biografia del riformatore tedesco, scritta da Silvana Nitti (Lutero, Salerno, pp. 528, euro 29), ripercorre la vicenda, affermando: «Non è da escludere la possibilità che le tesi siano state effettivamente affisse al portale della chiesa che era, in quanto chiesa della residenza ufficiale dell’Elettore, fondatore e patrono dell’università, normalmente usata per gli avvisi o per il materiale didattico; una specie di bacheca dell’ateneo, insomma. Ma è certo che la critica al mito del 31 ottobre 1517 (…) resta pienamente valida proprio in quanto si tratta di un gesto niente affatto sconvolgente». 
È DA TEMPO, peraltro, che la rivoluzione del luteranesimo viene riconsiderata alla luce del contesto e del fatto che la cultura del fondatore fosse in realtà ancorata nella tradizione precedente, quella che siamo soliti chiamare «medievale». Ed è quanto fa anche Silvana Nitti ripercorrendo con ordine la vicenda del teologo agostiniano sassone. La causa immediata della rivolta fu la stanchezza per la riscossione delle tasse ecclesiastiche («decime»). 
MARTIN LUTERO insorse contro la corrotta Chiesa di Roma nel nome della libertà di coscienza, dell’annullamento della separazione tra chierici e laici («sacerdozio universale»), del libero esame delle Scritture contro l’autorità gerarchica ecclesiale, del valore simbolico (e non reale) dell’eucarestia.
La «fede riformata» di Lutero si precisò nel 1530 alla dieta di Augusta, nella quale, su richiesta di Carlo V, che voleva aver chiari i limiti della Riforma, il teologo Filippo Melantone presentò un documento, la Confessio Augustana, in 28 punti. Il disaccordo tra l’imperatore e i principi che avevano aderito alla Riforma si precisò nella dieta di Smalcalda, nella quale essi presentarono una loro «protesta» formale contro il sovrano. Dopo un periodo di scontri militari e di trattative, si giunse alla pace di Augusta del 1555, nella quale si stabilì il principio cuius regio, eius religio: i territori avrebbero dovuto seguire la religione del loro rispettivo principe. 
ALCUNI PRINCIPI TEDESCHI accettarono infatti la Riforma proposta da Lutero, almeno in parte per incamerare i beni della Chiesa. Ma repressero con durezza i movimenti religioso-popolari e contadini (come gli anabattisti di Thomas Müntzer) che avrebbero voluto «l’avvento del Regno dei Cieli sulla terra», cioè inaugurando un nuovo ordine evangelico ed egalitario.
Riformare la Chiesa in modo da ricondurla alla purezza dell’età apostolica era stato in effetti un vecchio sogno dei cristiani. L’adagio reformare reformata («conferire di nuovo la forma corretta a quanto si è deformato») era molto popolare nel medioevo almeno fin dall’XI secolo: e molte erano state le riforme tentate, sia dalla gerarchia sia dai fedeli, nel corso dei secoli XI-XV. Ma la situazione di mondanità della Chiesa nel Quattrocento era divenuta insostenibile. I movimenti popolari e anche dottrinali del Quattrocento, soprattutto quelli guidati da John Wycliff in Inghilterra e da Jan Hus in Boemia, erano stati determinati dal disagio dello spettacolo d’una Chiesa corrotta da parte di intellettuali e fedeli che l’avrebbero invece voluta vedere povera, lontana dall’esercizio del potere mondano e della ricchezza, aderente allo spirito del Vangelo. Ma l’Inquisizione li aveva sempre repressi. La differenza, nel XVI secolo, fu data dal fatto che le condizioni generali erano ormai cambiate. 
LA RIFORMA di Martin Lutero si sviluppò dunque, rispetto ai tentativi del passato, appoggiandosi agli stati e ai poteri costituiti, ma essa inaugurava anche un periodo per l’Europa fatto di guerre e crisi profonde, come mostra la lettura di Mark Greengrass, La Cristianità in frantumi, Europa 1517-1648 (Laterza, pp. 820, euro 38). In Inghilterra, Enrico VIII aveva accettato la Riforma sotto il profilo disciplinare, che gli consentiva di staccare la Chiesa d’Inghilterra dall’obbedienza al papato romano e di porla sotto il suo diretto controllo: per il resto, però, teologia e liturgia restavano quelle cattoliche.
Sotto i suoi successori Giacomo I ed Elisabetta I, la Chiesa anglicana andò progressivamente accettando influenze protestanti. Il calvinismo, fondato da Giovanni Calvino, si andò affermando in parte della Svizzera, in Scozia (dove nel 1560 il parlamento abolì il cattolicesimo per abbracciare il «presbiterianesimo» di John Knox) e in Olanda.
In Svizzera, insieme a cantoni che restavano cattolici o luterani, Ginevra fu calvinista mentre altrove si affermarono le dottrine zwingliane e quelle di Guillaume Farel. Le comunità valdesi aderirono alla Riforma. Germania, Boemia, Moravia e Ungheria si divisero tra cattolici e luterani. I gruppi riformati in Italia e in Spagna furono duramente repressi e non incontrarono appoggio a livello popolare.
Tra la metà del XVI secolo e quella del XVII l’Europa fu dilaniata da vere e proprie «guerre di religione», che si sommarono a conflitti politici e sociali. In Francia, nel 1559 un sinodo nazionale calvinista definì quella confessione (gli aderenti alla quale assunsero il nome di «ugonotti»), ch’era forte soprattutto nell’aristocrazia ed era vicina anche alla corte. Dopo alterne vicende (famosa la «Notte di San Bartolomeo», 24 agosto 1572) una vera e propria guerra civile si concluse con l’ascesa al trono di Enrico di Borbone, capo degli ugonotti, che – col nome di Enrico IV – si convertì al cattolicesimo assicurando ai suoi ex-correligionari le libertà essenziali. 
LA GUERRA «dei Trent’anni» (1618-1648), nata come conflitto religioso, ma complicata dall’alleanza tra la Francia e i protestanti tedeschi, si chiuse nel 1648 con le paci di Westfalia che modellarono la mappa religiosa europea definitiva. A parte Scozia e Irlanda, dove fra Sei e Settecento le persecuzioni protestanti si dettero a massacri indiscriminati contro i cattolici, eliminandoli o quasi dalla Scozia e dall’Irlanda settentrionale. In tempi come i nostri, nei quali si prova a ricucire il rapporto fra comunità, confessioni e Chiese che sono state separate anche nel sangue, ricostruire questa storia è più importante che celebrare anniversari.