mercoledì 29 novembre 2017

"Fake News" e noi: Rifondazione, PdCI-PCI e Rete dei comunisti procedano a una fusione in tempi rapidi dei loro strumenti informativi.


Rifondazione, PdCI-PCI e Rete dei comunisti (ma anche il PC di Rizzo se non si isola) procedano a una fusione in tempi rapidi dei loro strumenti informativi.

La polemica sulle cosiddette fake news tra gli spacciatori tradizionali delle bufale di professione, cioè giornali, TV e grandi provider o portali, e gli outsider delle bufale artigianali (con tutti gli annessi sulle ingerenze di potenze straniere, come se gli americani non controllassero le elezioni nelle colonie dal termine della guerra ispano-americana...), è un pezzo della lotta interna alle classi dominanti e ai loro apparati ideologici.

Una lotta - dilagante in tutti i paesi capitalistici - per il controllo della manipolazione del consenso, in una fase nella quale le élites della produzione di informazioni, non garantendo più nessuna redistribuzione, hanno perduto l'antico monopolio, esattamente come le élites politiche stabilite, quelle economiche o quelle intellettuali (la casta). E sono anch'esse scavalcate dagli strumenti digitali di disintermediazione (cioè dell'immediatezza).

È una lotta cruciale perché, esaurita la democrazia moderna, il suffragio universale è stato abolito da una de-emancipazione de facto su vasta scala e in assenza di partiti politici veri, e cioè di partiti di massa, le competizioni elettorali riconoscono oggi solo i comitati capaci di influenzare e mobilitare minoranze contingenti e variabili ma compatte.

In questa lotta, la sinistra verrà stritolata. Priva di strumenti autonomi anche in questo campo, infatti, non può più elemosinare l'accesso ai media tradizionali come in passato (tanto più che la sua posizione sistemica è ora occupata dal partito di Bersani D'Alema e Vendola, mentre la Lista Anticapitalista avrà quello un tempo proprio dei gruppuscoli cioè nessuno). Al tempo stesso, la sua presenza nei media digitali è dilettantesca e frammentata ai limiti dell'invisibilità.

Abbiamo perso 10 anni per capire ciò che è sempre stato ovvio anche ai muli e cioè che non dobbiamo andare né col PD (quello di oggi o quello di ieri che sia, Renzi come Bersani), né con quelli che a loro volta vogliono andare col PD e sono nati solo per questo, come Vendola.
Dobbiamo perderne altrettanti per capire che è di vitale importanza dotarsi di un portale nazionale di informazione e cultura?

Rifondazione, il PdCI-PCI, la Rete dei comunisti e cioè gli unici soggetti minimamente organizzati (personalmente vorrei anche Rizzo ma temo si isolerà) mettano assieme le loro risorse e individuino le persone competenti in grado di realizzare un progetto di comunicazione. E facciano anche in fretta, o sarà troppo tardi e non potremo fare nemmeno la campagna elettorale. Il resto seguirà.
Anche così non sarà nemmeno la centesima parte di ciò di cui abbiamo bisogno.

Tradotto l'anatema del menagramo Šestov contro i bolscevichi

Che cos'è il bolscevismo?Lev Šestov: Che cos’è il bolscevismo, introduzione di Dario Borso, La Scuola, pagine 160, euro 12

Risvolto


Parigi, settembre 1920. Il «Mercure de France» pubblica un saggio sulla natura del bolscevismo dalle conclusioni sorprendenti: il movimento alla guida di una delle esperienze politiche che segneranno il ventesimo secolo, la Rivoluzione russa, viene giudicato idealista, brutale, parassitario e, soprattutto, reazionario. Oggi, a un secolo da quegli avvenimenti, presentiamo la prima traduzione completa del suo testo, finora inedito nella nostra lingua, preceduto da un'ampia introduzione di Dario Borso. «I monarchi uccisero la monarchia, i democratici uccisero la democrazia, in Russia i socialisti e i rivoluzionari uccidono, e hanno già quasi ucciso il socialismo e la rivoluzione. Che cosa avverrà dopo? Il periodo di accecamento è finito, il Signore in corruccio ha smesso di stregare gli uomini? O abbiamo ancora da vivere a lungo nell'antagonismo reciproco, continuando l'opera orrenda di autodistruzione?». 

Ostalgia canaglia: quando entravamo illegalmente in Unione Sovietica


Nel mio piccolo, lo feci anch'io: acquistammo il biglietto Interrail fino a Vienna, e poi per risparmiare comprammo gli altri al mercato nero per arrivare sino a Mosca. Ma era il 1990, importava assai poco a tutti e alla frontiera dormivano [SGA].

Cornelia Klauss e Frank Böttcher: Viaggiare contro vento. Viaggiatori illegali nell'Urss, Keller Editore, pagg. 192, euro 15

Risvolto
Tutti sappiamo della gente dell’Est che fuggiva all’Ovest durante la Guerra fredda, ma che cosa sappiamo di chi invece voleva scoprire cosa stesse accadendo a Oriente? Queste sono le voci, le immagini, i resoconti di alcuni giovani viaggiatori illegali nell’Imperium sovietico.

Una sola grande passione: la libertà e con essa la curiosità, la montagna, il viaggio, la natura… Un gruppo di giovani negli anni Settanta e Ottanta si mette in viaggio (ognuno per conto proprio), non per sfuggire al comunismo riparando in Occidente ma per scoprire cosa ci fosse oltre l’orizzonte. Montagne da scalare, altipiani e pianure da percorrere e popoli da scoprire e gente, tanta gente da incontrare. Tutto unito nel nome dell’Unione Sovietica eppure tutto così diverso e incredibilmente variegato…
Questo è il resoconto di quei viaggi – proibiti e non autorizzati – di personaggi e storie ai quali si fa fatica a credere. Di “fuorilegge” e di poliziotti e agenti dei servizi segreti che a un certo punto “chiudono un occhio”, di venditori di Bibbie in incognito, di territori immensi in una terra che sembra non aver confini… di qualcosa che unisce tutte le giovani generazioni: la voglia di scoprire a proprio modo il mondo.

Nuovi studi su Pareyson


A ormai cento anni dalla nascita del filosofo piemontese alcuni libri ne fanno emergere il coraggio di collocare in Dio il dialogo fra le molteplicità, mettendo a fuoco il male che incombe sull'uomo

Avvenire Roberto Righetto domenica 26 novembre 2017 

Lacan Bonazzo tra Filippo Turati e Matteo Renzi ma soprattutto contro il sacrificio e il lavoro del negativo

Il nuovo saggio di Massimo Recalcati: «La croce di Gesù è l’atto di donazione in cui la Legge trova compimento Ma già in Isacco viene salvaguardata la singolarità dell’essere umano»
Avvenire Alessandro Zaccuri domenica 3 dicembre 2017 




Il peccato originale e la riflessione politica nel Medioevo


le ricerche botaniche di Joseph Banks durante il viaggio di Cook

Banks, nei mari del Sud alla ricerca dell’arte botanica 
Da Einaudi, "Joseph Banks Florilegium. Tesori botanici dal primo viaggio di Cook". Il risultato dell’avventuroso viaggio 1768-’71 del naturalista Joseph Banks fu un’enorme mole di esemplari, disegnati freschi, poi incisi in b/n, incisioni rese a colori solo nel 1990... 
Andre Di Salvo Alias Domenica 24.12.2017, 0:10 
La pubblicazione e diffusione scientifica dell’enorme mole di campioni e di dati, specialmente botanici, raccolti nel corso del suo lungo e avventuroso viaggio nei mari del Sud da un giovanissimo ma già affermato naturalista, Joseph Banks, tardava a tradursi in volume ancora molti anni dopo il suo acclamato rientro in Inghilterra, nel 1771. E ciò, malgrado le insistite sollecitazioni nientemeno che dell’inventore del sistema di nomenclatura binomia con il quale da allora si aspirava a mettere ordine nella natura delle cose. Prima che i tarli o il fuoco rischiassero di divorare quegli esemplari unici, Linneo non si stancava di perorare la causa della loro pubblicazione per il tramite del suo migliore allievo, lo svedese Daniel C. Solander, che di Banks era stato compagno in quella mitica impresa.
Salpati a fine agosto 1768 sul brigantino a palo «Endeavour» al comando del capitano James Cook, dopo tre anni nei quali avevano circumnavigato il globo, scoprendo en passant e cartografando nuovi possedimenti da rivendicare all’impero britannico, erano tornati in patria con un bottino di 30.000 esemplari di semi e piante essiccate, tra le quali 1.400 specie sconosciute nel Vecchio Mondo, destinate, tra l’altro, a ibridare lo stile dei giardini del tempo.
Parkinson, acquerelli e schizzi
Da allora, di pari passo con il procedere del lavoro di catalogazione, specialmente a cura di Solander, quel Joseph Banks che presto sarebbe diventato il motore principale dello sviluppo della moderna scienza botanica britannica aveva impiegato cinque pittori per completare l’opera dell’artista Sydney Parkinson, anch’egli imbarcato sull’«Endeavour» con altri illustratori e cartografi allo scopo di documentare le scoperte del viaggio e in particolare gli esemplari di piante collezionati, fintantoché erano ancora freschi.
Deceduto prima del concludersi della missione, Parkinson aveva comunque fatto in tempo a dipingere oltre 269 acquerelli e, incalzato dall’ampliarsi della messe di esemplari individuati via via che si toccavano nuove terre, sempre più velocemente aveva schizzato con linea vivace e rigorosa minuzia non meno di 674 dettagliati bozzetti, corredandoli sul verso del foglio di precise note di colore, in vista della pubblicazione. Diciotto incisori avevano poi lavorato alla realizzazione di quasi 750 tavole dalle quali erano state tirate però soltanto delle prove di stampa in bianco e nero che variamente circolavano tra gli studiosi.
Il progetto editoriale prevedeva complessivamente la stampa di quella mole di incisioni in 14 volumi in folio. Ma nei decenni successivi la pubblicazione risulterà tuttavia accantonata. E non avrebbe trovato compimento se non duecento anni più tardi.
Il volume di grande formato intitolato Joseph Banks Florilegium Tesori botanici dal primo viaggio di Cook (Einaudi, pp. 320, € 90.00) propone ora per l’Italia proprio una selezione dall’intera serie delle stampe finalmente pubblicata soltanto nel 1990 presso la Alecto Historical Editions. Quando, dopo un certosino lavoro di recupero delle matrici, veniva infine realizzata un’edizione a colori a tiratura limitata ottenuta avvalendosi della antica tecnica à la poupée che, con un’unica inchiostrazione, consente una resa precisa dei colori, come si racconta nella postfazione di Joe Studholme.
Riprodotte a grandezza naturale con straordinaria perizia grafica, le piante prescelte vengono ora presentate nella sequenza cronologica degli approdi dove sono state raccolte, da Madera a Tahiti, dalla Nuova Zelanda alle coste orientali dell’Australia, a Java, specificando, per ciascun individuo, l’appartenenza e le caratteristiche, nonché il nome dell’artista e dell’incisore ritrattisti. Corredate di didascalie e dei commenti del botanico David Mabberley, nel complesso le tavole costituiscono una narrazione di grande raffinatezza, dall’impaginazione del soggetto alla cura scientifica nella resa dei dettagli. Testimoniando il combinarsi della curiosità per il dilatarsi di nuovi orizzonti e dell’aspirazione per la catalogazione del reale.
Ancora, oltre al procedere del viaggio di esplorazione dell’«Endeavour», le tavole del Florilegium raccontano in controluce il nuovo spirito del tempo, incarnato dalla vicenda biografica e intellettuale di Banks, come ci ricorda Mel Gooding nel saggio di inquadramento, da avventuroso naturalista a patrono di grandi istituzioni scientifiche, grande organizzatore, consigliere del re…
Resta l’interrogativo sulle ragioni dell’abbandono della pubblicazione del Florilegium. Certo la morte improvvisa del caro amico Solander nel 1782 fu per Banks un grave colpo; sicuramente lo condizionarono la miriade di impegni scientifici e istituzionali, la quarantennale presidenza della Royal Society, la responsabilità di coordinare Kew Garden per il cui tramite invierà in giro nel mondo i suoi cacciatori di piante con un occhio sempre più attento alla valenza economica della diffusione coloniale dei «nuovi» vegetali. E certo anche gli esorbitanti costi che comportava una pubblicazione così ricca e articolata. Che in maniera inedita per il periodo aveva accuratamente pianificato il sistematico ricorso alla resa in immagine come strumento di documentazione scientifica.
Due case-museo a Londra
Ma più di ogni altra cosa, nel rapido incedere delle cose, deve aver contato il venir meno della ragione pratica della divulgazione delle sue scoperte. Molte delle quali, proprio per questo, scivolate nell’attribuzione ad altri.
Generosamente, come già per la diffusione informale delle prove di stampa delle tavole ancora inedite, Banks accoglieva nelle sue case museo di Londra, dapprima in New Burlington Street e poi al 32 di Soho Square, eruditi e studiosi di passaggio, appassionati e esploratori scientifici in cerca di appoggio e di lettere di presentazione. Come in una sorta di istituzione aperta, lì avvenivano incontri e si poteva accedere alle sue raccolte. Esposte in stile museale e divise per stanze: la sala d’armi, quella degli abiti e degli addobbi delle popolazioni indigene, gli erbari, le sale degli animali, rettili, anfibi, e il gabinetto con l’amplissima serie di disegni di storia naturale, accuratamente descritti.
Tutto ciò mentre nel paese si andava trasversalmente diffondendo, ben oltre la cerchia ristretta di specialisti e collezionisti aristocratici, una sorta di passione nazionale per la botanica e il giardinaggio. Dalla pubblicazione di opuscoli e almanacchi a buon mercato a riviste dedicate di taglio divulgativo, dal propagarsi di motivi floreali negli abiti e nell’arredamento, al successo fin popolare del poemetto che il nonno di Darwin, Erasmus, intitola a Gli amori delle piante (ispirandosi al sistema di classificazione sessuale linneiana), mentre traduce dal latino, proprio dedicandolo a Banks, il testo fondativo di Linneo.
Resta, al di là delle ragioni dell’abbandono dell’originario progetto editoriale, la qualità rara delle tavole realizzate per il Florilegium che ne fanno davvero un’opera scientifica di «arte botanica». Perché se Banks insisteva sulla necessità di incidere ogni dettaglio per restituire un’informazione puntuale, fondamentali furono la capacità e il talento di Sydney Parkinson, fattosi presto egli stesso botanico sul campo, di condividere con Banks quell’esigenza di associare attitudine analitica e valenza conoscitiva del saper cogliere, forte della prova dei sensi, e mostrare, e trasmettere, la meraviglia per la varietà.
Non a caso, tra i libri portati con sé in cabina sull’«Endeavour», assieme a diversi classici, Parkinson custodiva L’analisi della bellezza di William Hogarth.

Un libro sulla Badessa di Castro. Il parere del Nostro Toynbee come storico dell'Età Moderna

Porzia Orsini, la storia di uno scandalo 

SCAFFALE. «La badessa di Castro», un libro di Lisa Roscioni edito per Il Mulino racconta le vicende della donna che entrò in un monastero cistercense nel 1557 e che venne poi coinvolta in un processo che consegnò la sua parabola a una delle più rappresentative della controriforma 

Marina Montesano Manifesto 24.2.2018, 0:03 
Mentre in Europa si diffondeva la Riforma luterana, tra 1545 e 1563 il concilio di Trento elaborava una risposta che si sarebbe esplicata su diversi piani. La liturgia postconciliaristica venne incentrata sull’esaltazione della presenza reale del corpo e del sangue del cristo nell’Eucarestia, sulla devozione per Maria Vergine e per i santi, per il riconoscimento del magistero della Chiesa. 
IL CLERO fu soggetto ad attente verifiche morali e culturali, e nacquero, per prepararlo, i seminari. Il controllo sui fedeli fu rafforzato con la predicazione, la confessione, la catechesi, ma anche con gli strumenti inquisitoriali e in particolare con l’istituzione del Sant’Uffizio. È indubbio che, per molti versi, siano esistiti un «prima» e un «dopo» per la Chiesa e per la società cattoliche, dove lo spartiacque è appunto dato da un maggior controllo collettivo e individuale. Da tempo la storiografia ha preso in considerazione vicende individuali che possono da una parte rispecchiare, dall’altra far luce sul clima della Controriforma (o Riforma cattolica, come talvolta si preferisce), e certamente il lavoro di Lisa Roscioni, La badessa di Castro (il Mulino, pp. 252, euro 20) si inserisce perfettamente in questo filone. Vi si narra la storia di Porzia Orsini, entrata in un monastero cistercense nel 1557; proveniva da una famiglia turbolenta dell’aristocrazia laziale, che appena dieci anni prima aveva subito un violento rovesciamento. Forse a causa della dote matrimoniale che i fratelli non volevano pagare, fu avviata alla monacazione in una struttura atta ad accogliere ragazze prive di dote e dunque a rischio di finire in giri loschi. Era stato fondato per ragioni caritatevoli dalla zia di Porzia, Gerolama Orsini: «Era un gesto di generosità da parte della duchessa, che rientrava in una prassi che di lì a poco fu vietata dalle nuove norme imposte dal Concilio tridentino. Per evitare commistioni pericolose per l’osservanza della clausura, il versamento di una dote diventò obbligatorio accentuando così il carattere elitario dei monasteri, mentre le fanciulle più sfortunate furono destinate ad apposite istituzioni». 
IN QUANTO NOBILE, Porzia la dote l’aveva, ma si ritiene inferiore a quella che la famiglia avrebbe dovuto sborsare in caso di matrimonio. La sua monacazione avvenne dunque in un periodo di transizione per questo genere di istituzioni, e visto il complesso della vicenda si può immaginare che fosse percorsa da sentimenti quali frustrazione e scontento, soprattutto quando, a partire dal 1563, il concilio di Trento irrigidì l’obbligo della clausura.
Come scrive ancora Roscioni: «Quando Porzia entrò in convento nel 1557 è probabile che si fosse ritrovata in un’istituzione ancora relativamente aperta al mondo esterno, dove la clausura veniva violata costantemente, come del resto attestano le numerose deposizioni rese durante il processo». 
PROCESSO SUSCITATO da uno scandalo: divenuta abbadessa nel 1565, nel 1573 la ritroviamo incriminata per una gravidanza in seguito a un rapporto con il vescovo di Castro, Girolamo Maccabei, a sua volta ben poco felice della destinazione che gli era toccata in sorte e soggetto di molte dicerie da prima che scoppiasse lo scandalo. La vicenda piacque a Stendhal, che ne dette una versione assai attualizzata in un breve romanzo pubblicato nel 1839, nel quale adottava l’escamotage della voce narrante che tradurrebbe un manoscritto italiano; questione sulla quale si apre il saggio di Roscioni. 
IL ROMANZO DI STENDHAL porta lo stesso titolo (L’Abbesse de Castro) ora scelto dall’autrice. A giusta ragione, viene da dire, dal momento che anche la vicenda, ricostruita con criteri storiografici, mantiene qualcosa di romanzesco, ma allo stesso tempo ci aiuta a collocarla nella società e nella cultura controriformistiche. Soprattutto perché l’autrice è una specialista di questo mondo «para-carcerario» (ospizi, monasteri), e dunque opera con agilità il collegamento con storie analoghe, restituendoci nei limiti del possibile, date le lacune nelle fonti, un affresco attendibile della vita della badessa di Castro e di altre figure femminili del suo tempo.


Nuovi studi su Pound



Guida al mondo e alla mente di Ezra Pound. Per leggere la sua poesia oltre gli stereotipi
Una serie di saggi inglesi e americani raccontano l'autore dei "Cantos" Luca Gallesi Giornale - Mar, 28/11/2017

Torna il Bach di Buscaroli

BachPiero Buscaroli: Bach, Mondadori

Risvolto
Il Bach di Piero Buscaroli è uno studio esemplare, da decenni un classico imprescindibile per chi voglia avvicinarsi al grande compositore barocco, semplicemente “la” biografia di Johann Sebastian Bach. Pubblicato nel 1985, questo libro per la prima volta ha riscoperto e riletto con eccezionale scrupolo filologico le fonti primarie della vicenda bachiana, ne ha ridisegnato con acume e inedita capacità di penetrazione psicologica le linee artistiche e familiari. Il risultato è un saggio che restituisce al musicista tedesco la sua intera storia, la sua umanità, l’ansia, il gran carattere, la volontà di potenza, i suoi scopi d’artista, i rapporti col mondo circostante, il passato e il futuro dell’arte.

lunedì 27 novembre 2017

La storia presunta di Jakov Blumkin, bolscevico o chissà cosa


CHRISTIAN SALMON: IL PROGETTO BLUMKIN, LATERZA PREZZO: 18 EURO PAGINE: 263 TRADUTTRICE: SILVIA BALESTRA

Risvolto
  «Una storia di lealtà e tradimento. Di delitto e castigo. L’epopea di un terrorista che era anche un poeta. Tutto questo è Jakov Blumkin. L’eroe che, sopravvissuto alle situazioni più estreme, fu tradito dal suo amore per una rivoluzionaria intrepida come lui, in nome degli interessi superiori di una Rivoluzione, essa stessa tradita. Solo adesso ho capito che ero ossessionato da lui perché volevo raccontare un fallimento: quello di una generazione, la mia, che voleva cambiare il mondo. Volevo tornare al tempo in cui le masse irrompevano sul palcoscenico della Storia, ed era la Storia in persona che dettava le sue parole.»
Un passato bolscevico riemerge da un baule in una casa lungo la Marna. Un trasloco, una storia privata e una storia pubblica, due vite che si intrecciano, quella personale di Christian Salmon e quella di un personaggio leggendario della Rivoluzione d’Ottobre, Jakov Blumkin. Inizia così il viaggio di Salmon che insegue in tutta Europa la vita epica di Blumkin e al tempo stesso la sua stessa vita, il tempo in cui era stato anche lui un bolscevico. Un bolscevico per modo di dire, certo, ma pur sempre un bolscevico. Blumkin era un čekista e un poeta, un mistico e un assassino, fu amico dei più grandi poeti e dei boia della Lubjanka. Era l’uomo dai mille volti: ora il viso sfilato, ora appesantito; in alcune foto sembra avere vent’anni, in altre ne dimostra quaranta. Eppure era lo stesso uomo, Jakov Blumkin, alias ‘Il Lama’, alias ‘Sultano Zade’. O ‘Živoj’ che significa ‘il Vivo’, come lo aveva soprannominato Majakovskij una sera che lo aveva incontrato in uno dei caffè letterari alla moda che frequentava. Ma per altri era un personaggio di finzione inventato e lanciato nel mondo dai servizi segreti sovietici come copertura per ogni affare losco. La sua breve apparizione sulla terra resterà segnata da due colpi di pistola: quello che sparò all’ambasciatore tedesco il 6 luglio 1918 e quello che mise fine alla sua vita il 3 novembre 1929, quando non aveva ancora trent’anni. Fra queste due detonazioni, la vita di Blumkin si dispiega in un cielo di congetture, come un fenomeno luminoso che si consuma sotto i nostri occhi.

"Invasori": la fine dei Neanderthal



Rischi di scisma tradizionalista contro papa Ciccio anticristo e bolscevico?


50 anni dall'occupazione di Palazzo Campana e in generale dal Sessantotto: prepariamoci al diluvio

Ce n’est qu’un début 

1968. Paolo Brogi, nel suo ultimo libro pubblicato per Imprimatur, racconta quella stagione del mondo in rivolta. E a Pisa, presso Palazzo Blu, una mostra fotografica ripercorre le tappe della contestazione 
Alessandro Santagata Manifesto 28.11.2017, 0:04 
Le ricorrenze storiche sono spazi aperti per la costruzione delle memorie. Se poi come nel caso del ’68 si tratta di memorie così distanti e spesso conflittuali, c’è motivo di credere che le «celebrazioni» del cinquantenario riproporranno sulla scena pubblica contrapposizioni note e narrazioni «sterili». Da una parte il «culto» del ’68 e dall’altra i detrattori della «rivolta», i sostenitori della continuità tra contestazione e lotta armata e del «tradimento» dei rivoluzionari di un tempo, integrati nel corso dei decenni ai più alti livelli della società. 
CERCA DI SOTTRARSI a questa dicotomia l’ultimo libro di Paolo Brogi, ‘68 ce n’est qu’un début. Storie di un mondo in rivolta (Imprimatur, pp. 336, euro 16). Si tratta della testimonianza di un attore del ’68, anzi più correttamente di un insieme di racconti che ricostruiscono con dovizia di particolari (e senza mettere l’autore al centro della scena) il tumultuoso succedersi degli eventi. Brogi, giornalista e negli anni Settanta militante di Lotta Continua a Pisa, ha scritto un libro non accademico e antiretorico, che si fonda su cronache e fonti orali di una stagione internazionale. 
ANCHE SE È IL MOVIMENTO studentesco italiano a fare da protagonista – le occupazioni della Sapienza a Pisa, già nel febbraio 1967, della Cattolica a Milano, di Palazzo Campana a Torino e di Sociologia a Trento – non manca lo sguardo largo su quanto accadeva nel resto del mondo: la «grande battaglia dei cocomeri» di Sanrizuka in Giappone, con le testimonianze del cineasta militante Shinsuke Ogawa, la rivolta della Columbia, la «fabbrica dei manifesti» a Parigi, ricostruita dal leader di Atelier Populaire il pittore Gérard Fromanger, senza dimenticare i focus su realtà meno note come la Turchia o il Brasile. 
Tornando al contesto italiano, il libro descrive le azioni di protesta più eclatanti messe in atto dagli studenti, come l’occupazione di Sant’Ivo alla Sapienza a opera del gruppo degli «Uccelli» e quella della cattedrale di Parma, simbolo della contestazione cattolica. Sono gesti provocatori, dei quali Brogi evidenzia la natura di irriverente rottura simbolica nei confronti dell’ordine costituito, in primo luogo dell’ordine universitario. Nella lettura dell’autore il ’68 è presentato come il momento in cui finalmente si è potuto gridare che il «re è nudo» e che l’anacronismo del potere paternalista era ormai insopportabile agli occhi della nuova generazione. Nello stesso tempo, il libro non dimentica la saldatura tra questo genere d’istanze e la ripresa delle mobilitazioni operaie al termine della fase di sviluppo del decennio. 
È l’«operaio-massa», spesso immigrato dal Meridione, che si prende la parola e pretende reddito (ma anche dignità), la sua giusta porzione di quella «società del benessere» che ha contribuito a costruire. La saldatura tra studenti e operai, teorizzata già nel 1967 nelle Tesi della Sapienza, trova a Pisa la sua realizzazione nelle mobilitazioni alla Marzotto e alla Saint Gobain, ma anche in altre realtà minori del circondario come l’Hernaux di Querceta, di cui Brogi ricostruisce per la prima volta le lotte. 
LE PAGINE SU PISA, del resto, sono forse le più interessanti: vi si legge la passione dell’autore, che nel ’68 «non ha nessuna macchina, lavoricchia alla mensa degli studenti, e frequenta con poca diligenza la facoltà di Lettere». 
L’IMPEGNO INTELLETTUALE lo esercita piuttosto tra gli scaffali della libreria Fanon, messa in piedi insieme a Guelfo Guelfi e diventata rapidamente un punto di riferimento per il movimento. Città di provincia, ma centro universitario di rilievo nazionale, Pisa è un laboratorio ideale per leggere le dinamiche del ’68, tra gli slanci teorici del potere operaio (Gian Mario Cazzaniga e Umberto Carpi, per citare due tra i principali), le lotte concrete che portano alla «manifestazione della stazione» e la repressione che colpisce violentemente il movimento in occasione dei fatti della Bussola, quasi a chiusura di quell’anno caldissimo. Brogi illustra i legami con il movimento studentesco internazionale: li testimonia la sua avventura a Berlino per il Vietnam Kongress organizzato dalla Sds di Rudi Dutschke. 
AMPLIANO IL QUADRO i saggi, e soprattutto le immagini, contenute nel catalogo della mostra fotografica Il Sessantotto. Immagini di una stagione pisana, curato da Giuseppe Meucci e Stefano Renzoni (Pacini, euro 12). Le foto esposte a Palazzo Blu (fino al 7 marzo 2018) provengono dall’archivio del fotoreporter Luciano Frassi e documentano con la loro forza evocativa il movimento di protesta: dagli antefatti del 1964 – le critiche rivolte a Togliatti in Normale e la prima occupazione della Sapienza – agli scontri sui lungarni del 1972 e alla morte dell’anarchico Franco Serantini. Proprio dalle fonti è necessario prendere le mosse per comprendere il ’68 decostruendo le narrazioni che vi sono state innestate anche attraverso le testimonianze dei protagonisti.
Una nuova generazione di studiosi lo sta già facendo e la «vetrina» del 2018 potrebbe essere un’occasione da sfruttare.

La storia di Béla Guttmann




Ritorna Robbe-Grillet



Il diavolo nella musica


Il film sceneggiato da Majakovskij


"Il terrorista": tradotto "The Dynamiter" di Stevenson

Robert L. Stevenson, Fanny Van de Grift: Il terrorista (The Dynamiter), a cura di Livio Crescenzi, Mattioli 1885, pp. 249, € 16,00

Risvolto
spirato all’ondata di attentati che colpì l’Europa fin de siècle e in un’atmosfera di continua minaccia, Stevenson trovò ispirazione per il terrorista Zero – protagonista di questo romanzo – ritagliandolo sulla personalità di O’Donovan Rossa, una delle figure eminenti del movimento nazionalista irlandese. Terzo e fondamentale volume conclusivo delle New Arabian Nights, questo romanzo è un intreccio di avventure che si muovono fra autoconservazione, brama di possesso, desiderio di supremazia. Il terrorista del romanzo, così inafferrabile, insidioso e misterioso, evoca fin troppo da vicino quanto ci intimorisce in questi ultimi tempi. È il trionfo della parte anarcoide e ribelle del personaggio colpevole, quel criminale verso il quale in qualche modo Stevenson non è avaro in fatto di simpatia e curiosità.

| Non avevano ancora superato l’angolo del giardino, quando s’arrestarono di botto udendo una cupa esplosione violentissima, accompagnata e seguita da un fracasso assordante. Voltandosi, Somerset fece appena in tempo a vedere il palazzetto squarciarsi in due, vomitando fiamme e fumo, per poi subito crollare al suolo sprofondando nelle cantine. E contemporaneamente, l’onda d’urto lo gettò violentemente a terra. | R.L.S.

domenica 26 novembre 2017

Tradotto "L'evento" di Heidegger. La Nuova Scuola dalla ripetizione devota al rimprovero affettuoso




"Privatizzare la guerra": Prince. Verso un nuovo medioevo postmoderno


Filosofia e edificazione: Emanuele Severino su Alain Touraine ma soprattutto sul severinismo




Ombre nuovorealiste


Rossi, Spinelli, Einaudi e altri mostri liberali italiani



Rossi, Spinelli, Einaudi e l'equivoco europeo
Tra "Manifesto di Ventotene" e le idee dell'economista liberale le distanze erano enormi. Tranne sul sovranismo 
Dino Cofrancesco Giornale - Sab, 25/11/2017 -

Non possumus: D'Alema spiega perché la sinistra alternativa non può andare con MDP e SI


Spiegando perché MDP e SI non possono andare con il PD, Massimo D'Alema spiega anche - con la consueta intelligenza politica - perché la sinistra alternativa non può andare con MDP e SI.
Sostituite la parola "PD" con "MDP", sostituite il nome "Renzi" con "D'Alema", "Bersani", "Vendola" e fate 2 + 2.
Chi considera vacui e politicamente sbagliati gli argomenti usati dal PD contro MDP per spronare al voto utile, non usi gli stessi argomenti contro la Lista Anticapitalista [SGA].

Sì Global, sì Xi









































La guerra di Repubblica e dei media della grande borghesia per il monopolio delle Fake News

"Fake News" o lotta per il monopolio della manipolazione del consenso?

Hanno la faccia come il deretano. In Italia è assolutamente urgente varare una legge contro le Fake News, che impedisca ogni ingerenza da parte di Stati stranieri nelle vicende politiche nazionali.

In Russia invece è in corso un attentato alla libertà e ai diritti umani, perché una legge di Putin contro le Fake News cerca di impedire agli Stati stranieri di ingerirsi nelle vicende politiche nazionali... [SGA].