venerdì 22 dicembre 2017

Buone feste


E' Natale. Come di consueto, a meno di cose particolarmente importanti questo blog riprenderà la sua attività regolare solo dopo la Befana.

Intanto, due non disinteressati suggerimenti [SGA].



















"Comunismo liberale": lo zio di Popper era stravagante ma decisamente meglio del nipote


Dai cavi elettrici all'elicottero, dalla psicanalisi a una sorta di comunismo liberale. Idee profetiche del grande austriaco 

Daniele Abbiati Giornale - Ven, 22/12/2017

Agnes Heller da Gyorgy Lukacs all'anticomunismo perpetuo


Una raccolta di articoli divulgativi di Piketty

Copertina Capitale e disuguaglianzaThomas Piketty: Capitale e disuguaglianza. Cronache dal mondo, Bompiani 
Risvolto
Capitale, disuguaglianza, sicurezza, Europa: quattro parole chiave per comprendere il mondo di oggi spiegate attraverso gli articoli che Thomas Piketty - economista francese diventato una star del dibattito economico dopo la pubblicazione del ''Capitale nel XXI secolo'' - ha scritto su ''Libération'' e poi su ''Le Monde''. Con variazioni infinite tra paese e paese, la disuguaglianza moderna combina elementi antichi, fondati su rapporti di dominio puro e semplice e su discriminazioni razziali e sociali, ed elementi più nuovi, direttamente legati al capitalismo contemporaneo. Solo una vera lotta alle disuguaglianze su scala globale potrà condurre a uno sviluppo sociale equo, presupposto per garantire quella sicurezza che oggi più che mai sentiamo quotidianamente minata. L'Europa è chiamata a un ruolo centrale in questa battaglia, ma saprà interpretarlo solo rifondando democraticamente le sue istituzioni e rilanciando il suo modello di integrazione.

Jared Diamond arruolato contro Strumpf


Una esemplificazione dell'imperialismo


La teoria leninista dell'imperialismo - l'arroganza suprematista della "Nazione eletta da Dio" e del "Manifest Destiny" - sintetizzata in pochissime parole dall'ambasciatrice Usa all'Onu, Nikki Haley.

Siamo di fronte a una Dottrina Monroe planetaria, per cui - a prescindere da ciò che il mondo vuole, come si vede dallo scarso seguito dell'iniziativa - tutto ciò che accade nel mondo rientra nella politica interna statunitense e può essere dichiarato minaccia alla sicurezza nazionale, così come tutto è interesse nazionale.

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"L'America sposterà la sua ambasciata a Gerusalemme, ed è questa la cosa giusta da fare. Nessun voto alle Nazioni Unite farà la differenza. Ma questo è un voto che gli Stati Uniti ricorderanno, ricorderanno il giorno in cui sono stati attaccati per aver esercitato il loro diritto come nazione sovrana.azione sovrana. Questo voto farà la differenza su come gli americani guarderanno l'Onu e i Paesi che ci mancheranno di rispetto. Ricorderemo questo voto" [SGA].

Il senso di appartenenza religiosa in Italia. Revival delle fedi o disincanto postmoderno?


giovedì 21 dicembre 2017

Per il modernismo. La mostra di Vittorio Gregotti a Milano

vedi anche qui per Il possibile e il necessario

Con Gregotti, progetto integrale contro il narcisismo 
Al PAC di Milano, "Il territorio dell’architettura", a cura di Guido Morpurgo. Una mostra in cui si dispiega la lunga carriera di Vittorio Gregotti, tutta all’insegna di un’idea: come il lascito del Movimento moderno possa aiutare a rettificare le distorsioni dello sviluppo, selvaggio o estetistico, della nozione di «città» 
Maurizio Giufrè Alias Domenica MILANO 28.1.2018, 0:10 
Che sia una mostra celebrativa, quella che il Padiglione di Arte Contemporanea dedica (fino all’11 febbraio) allo studio Gregotti Associati, non deve apparire una valutazione impudente. Al contrario, auguriamoci in futuro di visitare altre mostre di architettura così correttamente ragionate come questa, sia ancora nel padiglione di Gardella, con cadenza annuale come promette il suo direttore Domenico Piraina, sia in altri spazi, in particolare quelli già investiti di questo compito, com’è il caso della Triennale. Crediamo tuttavia che con più di mille progetti, dei quali centoventicinque in mostra, «la lunga, complessa e prolifica carriera» di Vittorio Gregotti, come nota Rafael Moneo in catalogo (Skira), meriti ancora altre indagini.
Materiali per nuovi studi
«Ci vuole sufficiente distanza – scrisse Werner Oechslin – per non perdere di vista la foresta per i troppi alberi». In questo senso i contributi raccolti – oltre a quello dell’architetto madrileno, di Franco Purini e di Joseph Rykwert, insieme all’«ordinamento oggettivo» dei materiali da parte del curatore Guido Morpurgo – sono di certo utili spunti affinché storici e critici indipendenti sappiano più avanti, anche con maggiore «distanza» rispetto alle personalità sopra citate, sviluppare molti temi che lo studio milanese ha elaborato in un così lungo periodo. Nell’immediato, però, possiamo condividere il principio generale che la mostra richiama e che ci interessa in modo particolare. Si tratta di comprendere quali margini abbia ancora la «cultura del progetto integrale», lascito del Movimento Moderno, al quale l’architetto novarese, appena giunto ai novant’anni, in modo costante ha sempre fatto riferimento. In altri termini, collegato a quanto già diffusamente esposto da Habermas, Maldonado e da molti altri, quali argomenti o contributi l’architettura dovrà disporre o offrire affinché il progetto della modernità (tarda o post che sia) possa configurarsi come barriera all’attuale deriva estetico-narcisistica dell’architettura stessa.
Gregotti ha indubbiamente dimostrato con il suo lavoro cosa ha significato agire all’interno di quell’enorme cumulo di interpretazioni e tesi, aporie e contraddizioni, ma soprattutto immagini, che costituiscono il patrimonio storico della modernità, senza cadere – questo gli va riconosciuto – nella vuota e a volta persino caricaturale imitazione stilistica. Per la mostra milanese il titolo scelto, Il territorio dell’architettura – lo stesso del saggio pubblicato da Gregotti nel 1966 e simile a quello impiegato nel 2016 a Parigi (L’Invention du territoire) per l’hommage del Beaubourg –, sembra ancor più avvalorare la tesi che vuole sempre valido l’orizzonte ideale che ha mosso la sua attività di architetto e dei suoi Associati. È l’idea-guida, oggi come allora, che la città, vista nelle sue connessioni con il paesaggio e interpretata nel suo divenire storico (l’«antropogeografia» dei territori), è l’oggetto, o meglio il «materiale», che l’architettura deve significare. Per modificare, però, l’esistente l’architettura, intesa come «poiesis dell’abitare e delle sue forme», si devono combinare teoria e prassi, pensiero critico e agire responsabile.
Non a caso il percorso espositivo inizia davanti alle vetrine che contengono i libri scritti e le riviste dirette («Edilizia Moderna», «Rassegna», «Casabella») da Gregotti. Intorno ai contenitori posti al centro dell’ingresso, che bene illustrano la sua vasta produzione saggistica e editoriale, si collocano sui tre lati: il lungo prospetto della Sede dell’Università degli Studi della Calabria (1973-’79), riprodotto su una grande parete bianca, le tavole d’insieme dei piani urbanistici di Torino (1987-’95) e Livorno (1992-’99) e il masterplan della Centrale off-shore per Enel-Ansaldo (1987). Ognuno di questi progetti richiama uno dei tre ambiti principali di interesse dello studio milanese: l’architettura, fondata sulla chiarezza dei suoi «principi insediativi»; l’urbanistica intesa come organizzazione dello sviluppo della città che si confronta con «i valori dei luoghi costruiti dalla storia»; la tecnologia, considerata mai come soluzione da esibire di per sé, ma legata alle finalità logiche e funzionali dell’edificio. Con l’architettura e il disegno urbano, convivono l’interior e l’industrial design, la grafica e l’allestimento di stand e mostre: esperienze tutte sottoposte alla stessa coerenza di fini e di metodo, prima ancora che di linguaggio.
Comunque è dentro la complessa costruzione della città europea che si dispiega in massima parte l’interesse della Gregotti e Associati, dove le specifiche tecniche dell’operare tutte confluiscono: «Dal cucchiaio alla città», per abusare anche noi della battuta di Ernesto Nathan Rogers che di Gregotti fu il maestro. È all’interno del dibattito sulla città contemporanea occidentale, quindi, che si inscrive la storia che narra la mostra, almeno nella fase centrale, dagli anni settanta ai Novanta, secondo un percorso che è diacronico decrescente. È in questo periodo che lo studio ha la sua massima espansione. Gregotti associa Pierluigi Cerri, Hiromichi Matsui, Pierluigi Nicolin, Bruno Viganò; dopo il 1981, con l’uscita degli ultimi tre, giungono Augusto Cagnardi e Carlo Magnani; poi, nel 1998, Michele Reginaldi. Il tentativo collettivo è, attraverso la partecipazione a una lunga serie di concorsi (alcuni dei quali vinti e con masterplan realizzati), di risarcire le sventure e gli errori (troppi) della città moderna. Sarà questa vasta quantità di elaborati e la costante riflessione critica sulla realtà dell’ambiente urbano a costituire le credenziali per i progetti in Cina degli anni Duemila: Shangai, (Pujiang Village, Recupero dell’area di Waitanyuan, 2002-’03), Zhou Jia Jiao (Piano per la Citic Area, 2007), Dalian. Una presenza, quella in Estremo Oriente, che continua a essere detenuta con il Piano di conservazione dell’architettura storica di Shangai. Occorre dire che la volontà di favorire insediamenti abitativi di media o bassa densità non è, come in Cina, solo una risposta a una precisa richiesta governativa. Nel corso degli anni il pensiero «cartesiano» che Gregotti (con Cagnardi) ha rivolto alla dimensione urbana ha subito sensibili cambiamenti passando nel 1993 dai “villaggi radiali” del Piano per una nuova città per 150.000 abitanti in Ucraina (Kiev), seriale e indeformabile quanto il Quartiere ZEN a Palermo di vent’anni prima, al raggiunto equilibro tra edificato e spazi vuoti della morfologia insediativa delle nuove città cinesi.
Case a corte in Lützowstrasse
La qualità urbana che si riflette in una migliore vivibilità è il risultato di un intenso periodo di sperimentazione e affinamento formale intorno alla costruzione di maglie regolari composte da insulae o isolati «a blocco». A Berlino con le Case a corte in Lützowstrasse (1984-’86), poi a Lisbona con il Centro Culturale di Belém (1988-’93), infine a Milano, con il Progetto Bicocca, la ricerca è stata sempre quella di modellare temi e tipi architettonici in grado di significare la città, rispondere in modo propositivo ai suoi «fenomeni», compresi nei suoi aspetti storici e sociali. La progettazione contiene in sé una «critica al presente», quindi l’architettura «attende, resiste, s’interroga», e nel marcare questi propositi prova a contrastare ciò che ormai è l’«evasiva decorazione» o il diventare «puro strumento» di potere.
Salite le scale, il ballatoio del padiglione contiene i progetti che Gregotti ha eseguito fino alla fine degli anni sessanta con Giotto Stoppino e Lodovico Meneghetti. È questa una stagione che, se pure non si richiama al neoliberty, come scrive Rykwert, mostra comunque chiara l’insofferenza verso le consumate offerte dell’International Style. L’allestimento della sezione dell’Ecologia del Tempo Libero alla XIII Triennale (1964) rappresenta un’invenzione fantastica rimasta insuperata, così come i magazzini di Palermo e Torino della Rinascente (1969) che Moneo individua come l’origine di quell’attenzione alla «nuova scala» che costituirà l’idea fissa che Gregotti porterà sempre con sé e che gli permetterà di inventare territori: un «frammento di verità alternativa e poeticamente appassionata».

Il Nobel per la pace a Ahed Tamimi e alla memoria di Rachel Corrie



Se fosse accaduto in Russia o in Corea del Nord? [SGA].

Adamo ed Eva nella filosofia politica medievale: Briguglia

Risultati immagini per Briguglia: Stato d’innocenzaGianluca Briguglia: Stato d’innocenza. Adamo, Eva e la filosofia politica medievale, Carocci, pagine 140, euro 17,00

Risvolto
Se pensiamo alla caduta di Adamo ed Eva ci vengono subito alla mente i grandi affreschi sul peccato originale e sulla cacciata dall’Eden e non possiamo non considerare quella storia nei termini del mito, o della favola. C’è però molto altro, perché la caduta dei progenitori è stata concepita per molti secoli, e fin dentro la modernità, come il preambolo per comprendere la natura umana, da quel momento preda di passioni antisociali. Che cosa sarebbe successo alla nostra convivenza se Adamo ed Eva non fossero caduti, se fossero rimasti nello stato di innocenza? È questa la sorprendente domanda controfattuale che filosofi, teologi, intellettuali si sono posti non per immaginare un mondo perduto, ma per poter meglio capire il nostro. Dal rigore di Agostino alle narrazioni storiche di Tolomeo da Lucca, dal sempre innovatore Tommaso d’Aquino al francescano Ockham, da Wyclif a Suárez e a molti altri, in un conflitto continuo e creativo di idee, di teorie, di immagini, di posizioni irriducibili e di aperture sempre nuove, lo stato d’innocenza è il luogo paradossale per pensare l’ambiguità della convivenza, l’ambivalenza della politica, il perimetro della natura umana. Tutt’altro che semplice favola, stato d’innocenza è uno dei nomi della realtà.

Gli ottanta euri di Renzi anche per i professori universitari

La montagna della protesta "per la dignità della docenza" ha prodotto il topolino della mancia una tantum.

È la differenza che passa tra un'inversione di rotta e la mera riduzione del danno nell'ambito di rapporti di forza che tendono però ancora a peggiorare.

Ed è un esito che divide il fronte e prepara la vittoria della mentalità centrosinistra che negli anni ci ha condotti ad accettare la qualunque.

Un risultato misero e triste per chi pretendeva addirittura di vendicare l'onore dell'Università tradita.

Adesso dovremmo anche ringraziare chi - come nel gioco del carabiniere buono e di quello cattivo - ci ha propinato questa polpetta avvelenata.

Se a gennaio non facciamo niente, faranno bene i dottorandi e i precari a percularci da qui all'eternità [SGA].

Editoria: la Einaudi di Berlusconi



Il comitato d'affari della borghesia stracciona si cala le braghe davanti ai padroni





L'arte russa prima e dopo la Rivoluzione: un'altra mostra a Gorizia



martedì 19 dicembre 2017

"La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte" a cura di Giuseppe Galasso nelle edizioni Adelphi


"Ecce Homo": un nuovo libro su Montaigne di Nicoletta Panichi

Risultati immagini per panichi ecce homoNicola Panichi: Ecce homo. Studi su Montaigne, Edizioni Scuola Normale Superiore

Risvolto
Spesso per uno studioso c’è un autore che si staglia su tutti gli altri e diventa una specie di pietra magica capace di raccogliere tutti i fili di una ricerca, anche quelli più lontani. Sono gli autori con i quali chi studia stabilisce, con gli anni, un rapporto speciale: di amicizia e, nei casi più straordinari, quasi di fraternità. Quelli che si chiamano gli autori di una vita, perché si intrecciano con gli interessi più profondi – filosofici, culturali, politici, religiosi ed anche esistenziali – di chi continua a studiarli, ponendo loro sempre nuove domande. Alle quali essi sono in grado di rispondere, spostando i problemi – ed è questo che rilancia, in un moto inesauribile, l’interesse e la ricerca – su un piano sempre più alto e più complesso, in un nuovo terreno, spesso imprevedibile. Amicizia: una parola, un sentimento molto amato da Michel de Montaigne, l’autore al centro di questo libro di Nicola Panichi, una delle interpreti più importanti, e più sottili, del perigordino sia in Italia che sul piano internazionale. Esso raccoglie saggi e studi pensati e scritti in momenti diversi ma unificati dal ‘problema’ che li ha generati e che è chiaro fin dal titolo – sorprendente e fulminante – scelto dall’autrice. Chi lo legge potrà verificare come l’amicizia per un autore possa diventare la chiave più preziosa per penetrare nella sua esperienza umana e intellettuale. 

L'epistolario di Dmitrij Šostakovič e la genesi della Sinfonia di Leningrado



Lo spettro di Weimar e la verità sul "populismo" di oggi. Essere settari come i trotzkisti ma per ragioni opposte


Nella situazione concreta il "populismo" è prevalentemente sinonimo di risposta reattiva alle migrazioni dei popoli e non è terreno praticabile per la sinistra perché è già orientato ed egemonizzato a destra

Non esiste oggi nessuna pulsione anticapitalistica nonostante la crisi economica perdurante e ogni paragone con il periodo tra le due guerre mondiali del Novecento non ha il minimo senso (non esiste infatti nemmeno nessun pericolo di fascismo, nonostante il reiterato Al lupo! Al lupo! di chi agita lo spettro di Weimar per aiutare il PD).

La società borghese non è mai stata forte come oggi e la sua egemonia - che copre tutto lo spettro ideologico dall'estrema destra all'estrema sinistra - non è mai stata tanto incontrastata, al punto che è in grando di assorbire ogni esigenza: quelle sistemiche e quelle soggettivamente antagoniste.

 L'unico scompenso è dovuto alle migrazioni, percepite come minacciosa diminuzione della ricchezza a disposizione dei subalterni: tolta questa faccenda, anche i "populismi" evaporerebbero da un giorno all'altro.


E' del tuttto sbagliato e vano collocarsi su quel terreno, impegnandosi in una battaglia che non è possibile vincere per definizione


Passiamo a Rizzo. Anche un mulo capirebbe che nelle condizioni in cui siamo e con la storia della sinistra italiana degli ultimi 30 anni, la presentazione di una lista autonoma - tra l'altro ottenuta obtorto collo e con Rifondazione che ancora insegue Fratoianni in ginocchio - è già un mezzo miracolo. E che dunque non è il caso di sottilizzare o di fare + 1 ma un'occasione da prendere al volo.
Rizzo - che pure della nostra storia è stato un infausto co-protagonista - non ci arriva. O meglio: sapendo benissimo come stanno le cose e avendo avuto ottime scuole (la scuola dell'Armando), fa finta di non arrivarci.
Se proprio vuole fare un soldo di bene dopo tanti danni, aiuti a raccogliere le firme per Potere al Popolo, portando la sua organizzazione a fare politica assieme ai compagni.
Al limite facciamo a cambio: i trotzkisti escono, lui entra. Sarebbe un bene per tutti.

[SGA].


























La Dottrina di Strumpf
















Tanti auguri agli insegnanti italiani



Il direttore della Fondazione Agnelli fa gli auguri di Natale a tutti gli insegnanti italiani: merdacce assistite legate al posto fisso che dovrebbero levarsi rapidamente dagli zebedei per fare spazio a squali più servili ma anche più competitivi perché più affamati [SGA].

L'epopea dei liberali italiani contro lo statalismo assistenzialista








































Gli inediti di Achille Campanile


lunedì 18 dicembre 2017

L'epistolario di Joseph de Maistre, finto cattolico integralista e forse massone e deista infiltrato...

Luci e ombre di Joseph de Maistre 

Radiospada

De Benoist populista. Il parere del Nostro Furet


Il Pentagono ha fatto e fa sistematicamente ricorso a maghi, fattucchiere e "sensitivi"


Tutti gli scritti di Unamuno sul Chisciotte

Risultati immagini per Vita di Don Chisciotte e Sancio e altri scritti sul ChisciotteLeggi anche qui qui e qui


Unamuno in barba ai masoreti cervantisti 
Letteratura spagnola. Miguel de Unamuno affrontò il «Chisciotte» con libera genialità, senza alcuna reverenza verso i filologi. Tutti gli scritti da Bompiani 

Pasquale Di Palmo Alias Domenica 17.12.2017, 0:12 
Nel celebre racconto Pierre Menard, autore del «Chisciotte», Borges descriveva le peripezie del protagonista impegnato a riscrivere, parola per parola, attraverso un procedimento estemporaneo, il capolavoro di Cervantes. Sembra che lo scrittore argentino si fosse ispirato a Miguel de Unamuno (1864-1936), filosofo, saggista, narratore, poeta, guida carismatica di quella generación del ’98 che così tanto peso ebbe nelle scelte ideologiche e culturali spagnole nei primi decenni del ventesimo secolo. Unamuno fu ossessionato dalla figura di Don Chisciotte cui dedicò svariati testi. Bompiani ora pubblica, con testo originale a fronte, una nuova, pregnante traduzione di Vita di Don Chisciotte e Sancio e altri scritti sul Chisciotte («Il pensiero occidentale», pp. 896, € 40,00), a cura di Armando Savignano. Il testo che dà il titolo al volume, proposto a più riprese in italiano, conobbe una prima traduzione già nel 1913, qualche anno dopo la pubblicazione dell’editio princeps. Questa nuova raccolta accoglie alcuni tra gli scritti più significativi sull’hidalgo che costituiscono un’esauriente summa di quell’impareggiabile corpo a corpo sostenuto da Unamuno, durante tutta la sua esistenza, con il personaggio creato da Cervantes e che ispirarono varie opere, tra cui le Meditazioni del Chisciotte di un pensatore d’eccezione come Ortega y Gasset. 
Un saggio iconologico 
Il primo brano presentato è Il cavaliere dalla triste figura (1896) che, come dice il sottotitolo, è un «saggio iconologico» in cui Unamuno ripercorre, da par suo, la storia degli illustratori del Don Chisciotte. Vengono esposte le ragioni per cui nessuno di essi riuscì a calarsi adeguatamente nei panni del protagonista del romanzo (men che meno il tanto celebrato Gustave Doré), ritraendolo in maniera poco verosimile, anche se viene riconosciuto agli artisti spagnoli di aver composto, con la loro opera, «un archetipo empirico, per forza nebuloso e graficamente astratto, da cui il pittore potrebbe trarre la figura di Don Chisciotte». Unamuno argomenta sui tratti fisiognomici di Don Chisciotte scomodando Lavater e contrapponendosi alle teorie lombrosiane. Rimprovera agli illustratori di averlo immortalato in maniera approssimativa, disquisendo con leggerezza sopra «baffi tesi e arrotolati» o spioventi.
Nel 1905 uscì il saggio Sulla lettura ed interpretazione del Chisciotte che si può considerare una sorta di prologo alla più celebre Vita di Don Chisciotte e Sancio. «Unamuno critica con vigore l’erudizione fine a sé stessa e la pedanteria accademica che impedisce di intendere appieno il senso e l’attualità di Don Chisciotte, che egli affranca paradossalmente dallo stesso autore Cervantes ritenendolo una figura autonoma con un’entità indipendente e reale», osserva Savignano nella sua introduzione. Aggiungendo che Cervantes è «il ventriloquo di una storia fantastica che sarebbe, in un modo o nell’altro, venuta alla luce». Unamuno stesso suddivide in due distinte fazioni esegeti e ammiratori: da una parte i cervantisti, dall’altra «la sacra legione dei chisciottisti». E rincara la dose: «Non c’è dubbio che se mai Cervantes ritornasse al mondo si schiererebbe con i cervantisti e non con i chisciottisti». 
Il lato comico della vicenda 
Cervantes viene additato come uno scrittore che riesce a manifestare il suo genio solo a diretto contatto con il Chisciotte (duro il giudizio espresso sulle Novelle esemplari), senza peraltro capire la psicologia del personaggio, spesso travisandolo, inaridendone la sorgiva fierezza di intenti, quella che María Zambrano ha definito «passione tragica dell’essere». Aggiunge Unamuno: «Cervantes ha realizzato nel suo Chisciotte l’opera più impersonale che si possa fare e, pertanto, quella che in un certo senso è la più personale. Cervantes, come autore del Chisciotte, non è altro che il ministro e il rappresentante del suo popolo». In tal senso Unamuno ridimensiona il lato comico della vicenda, attribuendole un forte ascendente drammatico e spirituale. Non delinea in fondo l’inesausta lotta del «cavaliere errante» la metafora di una condizione umana pervasa da quello che è il «sentimento tragico della vita»? Non è un caso che nel suo trattato filosofico del 1913 il capitolo conclusivo sia dedicato a «Don Chisciotte nella tragicommedia europea contemporanea». 
Se le imprese del Chisciotte sono da annoverarsi alla stregua di un’opera autonoma, svincolata dal suo stesso creatore, la Vita di Don Chisciotte e Sancio (1905), valutata uno dei capisaldi dell’opera di Unamuno, ne rappresenta il testo paradigmatico. Concepito come un commento al romanzo, è in realtà una riscrittura del capolavoro di Cervantes; in quest’ambito non si può non considerare l’estensore di un simile progetto contagiato dalla stessa follia di cui viene tacciato il «cavaliere errante». Eppure, nonostante le premesse giocassero a suo sfavore, Unamuno è riuscito a regalarci un libro altamente poetico, che contiene un sistema filosofico basato su un ideale etico teso a ricercare l’immortalità attraverso la gloria e la fama agognate da Don Chisciotte, in virtù dei suoi precetti cavallereschi. Abbagnano aveva parlato di «fede nell’immortalità come strumento di emancipazione dell’uomo dalla miseria della vita quotidiana e come impulso a costruire un mondo migliore». 
La figura di Don Chisciotte è vista come quella scarnificata di un «Cristo spagnolo», un Cristo di Velázquez crocifisso a uno di quei mulini a vento contro cui si scagliava eroicamente, scambiandoli per giganti, in groppa al suo Ronzinante. Al superuomo nietzschiano subentra il superuomo cristiano incarnato nel profilo allampanato ed eccentrico di un cavaliere che «avanzava nel mondo per raddrizzare i torti che gli si presentavano». Il grottesco si configura come il veicolo attraverso il quale si manifesta la dicotomia esistente tra spleen e idéal, secondo la definizione baudelairiana. 
L’Ignazio di Pietro di Rivadeneira 
Numerosi sono i passaggi in cui Unamuno enumera le analogie con la Vita del beato Padre Ignazio di Loyola di Pietro di Rivadeneira, opera pubblicata in volgare castigliano nel 1583 e appartenuta, secondo la versione unamuniana, alla biblioteca di Don Chisciotte – anche se Cervantes omette volontariamente di citarla. Unamuno rielabora e commenta, capitolo dopo capitolo, le vicissitudini del Chisciotte, con una libertà di movimento disarmante e ammirevole al tempo stesso, contraddicendo spesso le asserzioni di Cervantes, di cui rimarca a più riprese la «limitatezza dell’ingegno». Unamuno salta capitoli interi e, quando un argomento è funzionale alla sua esposizione, si sofferma a dissertare sopra altri in maniera dotta e articolata. Osservava Carlo Bo: «Unamuno (…) è come l’eroe della sua vita, parte subito lancia in resta e non teme di vedere nel libro cose che sono soltanto nella sua fantasia, nella teoria dei suoi umori intellettuali e spirituali». E proprio in questo limite sta la grandezza del libro di Unamuno, nell’aver affrontato, in barba a filologi e «masoreti cervantisti», il capolavoro di Cervantes senza alcun timore reverenziale, libero di paragonare i mulini a vento agli infernali «apparati meccanici» moderni o di assecondare l’hidalgo quando crede d’alto lignaggio una contadina la cui identità diventa quella idealizzata di Dulcinea del Toboso. 
Sancio Panza è considerato un «doppio» del suo padrone, visto che «l’ombra di cupidigia che lo spinse a partire (…) fece sì che la sete d’oro si trasformasse alla fine in sete di fama». Tuttavia, commentando certi episodi, Unamuno rileva il contrasto esistente tra il cavaliere e il suo scudiero: «Così avviene appunto col sanciopanzismo che la gente chiama alcune volte positivismo, altre naturalismo e altre ancora empirismo, e la faccenda consiste nel fatto che, passata la paura, ci si può benissimo fare beffe dell’idealismo chisciottesco». Ma esiste una contrapposizione così netta tra questo Sancio «chisciottizzato» e un Chisciotte «sancizzato»?



Siate frugali, morti di fame! Il revival della "morale proletaria" per consolare gli ultimi nell'epoca della "morale liberale" e del consumo di massa: Westacott


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Gnoli intervista Donald Sassoon