sabato 31 marzo 2018

Forse c'è un'alternativa al governo Giggino-Salvino: il governo Giggino-Franceschino










Sarebbe una mossa astuta da parte dei 5Stelle. E sarebbe intelligente da parte del PD, che in tal modo potrebbe mettere da parte Renzi e pian piano mutare l'avversario. Oppure lasciarsi mutare da esso, compenetrandosi e dando vita all'ala progressista di un nuovo bipolarismo neoliberale post-ideologico.
L'alternativa è che questo stesso bipolarismo si sviluppi tra grillini e leghisti e dunque tutto in un solo campo.

Anche per noi non sarebbe malaccio: eviteremmo le cavallette e potremmo esercitare una blanda critica. Per un soggetto politico che non esiste e sembra non voler esistere, è sempre meglio che trovarsi a subire le iniziative altrui in un paese con le ronde.

Certo, i numeri sono risicati e dovrebbero cercare di staccare e attrarre pezzi di Forza Italia.
Che si torni indietro, ad uno scenario in cui c'è il vecchio mondo con PD, il centrosinistra, i cespuglietti, scordatevelo [SGA].

Torna la Sociologia di Simmel

Georg Simmel: Sociologia, Meltemi, pp. 924, euro 40

Risvolto
Pubblicato nel 1908, Sociologia costituisce la maggiore realizzazione della vocazione intermittente per la sociologia che caratterizza il complesso e multiforme percorso intellettuale di Georg Simmel. Nel volume, il talento simmeliano per l’individuazione di nuovi oggetti analitici e la cifra saggistica della sua scrittura si coniugano con il proposito di fornire una fondazione alla nuova disciplina scientifica. L’azione reciproca e le forme della sociazione e dell’interazione sono individuate come l’oggetto specifico su cui costruire l’autonomia della prospettiva di indagine sociologica. Si tratta di un’impostazione che, se nell’immediato non avrà una particolare fortuna, nel corso del tempo manifesterà un notevole impatto accreditando Simmel come terzo padre fondatore della sociologia, a fianco di Weber e Durkheim, anche se in posizione anomala e defilata. Ma Simmel, in Sociologia, non si limita a offrire le coordinate di un possibile approccio metodologico, ce lo mostra all’opera in riferimento a un ampio campionario di temi e problemi, proponendo sviluppi che consentono, ancora oggi, di guardare da prospettive non scontate un complesso di questioni che vanno dal conflitto all’articolazione fra individuale e collettivo, dalle forme dell’inclusione differenziale alla costruzione sociale dello spazio.
Georg Simmel (1858-1918) è stato uno dei grandi protagonisti della scena culturale berlinese a cavallo fra i due secoli. Figura sfuggente, restia alle perimetrazioni accademiche e disciplinari, oltre a influenzare autori come Lukács, Bloch, Benjamin o Rilke ha fornito un contributo autorevole e decisivo in un ampio spettro di ambiti teorici, dal rinnovamento del kantismo allo sviluppo della filosofia della vita fino alla fondazione della nascente sociologia. Tra le sue opere ricordiamo: La differenziazione sociale, Filosofia del denaro, Goethe, La moda, I problemi fondamentali della filosofia, L’intuizione della vita.

Nel capitalismo come natura il senso più riposto dell'anarchismo

anarco-capitalismoPierre Lemiex: L’anarco-capitalismo, Liberilibri 

Risvolto

«L’anarchia coniugata al capitalismo è possibile e desiderabile: questo afferma l’anarco-capitalismo. Si tratta di una corrente di pensiero ricca, che fa riferimento a teorie politiche ed economiche tra le più avanzate del nostro tempo. Riabilitando sia il valore del capitalismo sia la possibilità fattuale dell’anarchia, l’anarco-capitalismo rinnova il vecchio sogno libertario e l’ideale liberale […] Sebbene incompiuta e talvolta caratterizzata da qualche incoerenza, nell’ambito delle sue diverse scuole, l’anarco-capitalismo rimane una dottrina di immenso potere attrattivo, perché impone un ripensamento radicale delle teorie collettiviste, 
stataliste ed egalitariste che tanto hanno caratterizzato il XX secolo […] Si limiterà a questo oppure si può sperare che il progresso dell’umanità e della civilizzazione condurrà, un giorno, all’unione dei grandi ideali moderni che sono l’anarchismo e il liberalismo?» 
(Pierre Lemieux) anarch


Carlo Alberto e gli ebrei




























Il Concordato e la Costituzione


Racconti di Malaparte messi in barzelletta

Nel Malaparte al "Sangue" c'è il gusto amaro della vita
Le prose pubblicate dopo il rientro dal confino di Lipari anticipano i temi di "Kaputt" e "La pelle" Giancristiano Desiderio Giornale - Ven, 30/03/2018

giovedì 29 marzo 2018

Svuotato l'archivo Lukács a Budapest

Il compagno sovranista Orban, che protegge i popoli dalla finanza apolide e dalle migrazioni sostitutive, riserva all'archivio dell'universalista Lukács - precursore dei nazisti eurocratici - la sorte che merita [SGA].

Il più grande furto della storia e il ruolo del governo giggino-salvino nel conflitto tra le classi sociali. Assange e CGIL votano 5Stelle. Il silenzio di PAP




















Da 130 a 180 miliardi annui di evasione fiscale: è questo il più grande furto della storia, che ogni anno diversi milioni di italiani perpetrano nei confronti di altri milioni di italiani. E' questo l'aspetto decisivo della lotta di classe nel nostro paese perché è il fondamento del blocco sociale egemone, che unisce il piccolo evasore di necessità al criminale seriale e fa guadagnare al secondo la solidarietà del primo.

Senza questa ruberia, che fa sì che i ceti a reddito fisso paghino le tasse e i servizi al posto dei ricchi, consentendo loro di viaggiare, mandare i figli a scuola, curarsi, questo paese sarebbe un paradiso.
Da decenni ormai sentiamo sbraitare contro le ruberie dei politici o contro le banche e la finanza. Di fronte allo scandalo dell'evasione fiscale da parte degli autonomi, dei liberi professionisti, delle imprese - che fa impallidire i quattro spiccioli trafugati dalla "casta" e che è consustanziale alla corruzione sistemica della struttura economica nazionale - nessuno però osa dire una parola.
Eppure la difesa del lavoro subordinato era la ragion d'essere stessa della sinistra.
Basterebbe questo per recuperarla: non riesco invece a spiegarmi perché, pur avendo un argomento potenzialmente esplosivo da poter cavalcare cercando il consenso di milioni di persone e lavorando alla costruzione di un nuovo blocco sociale, anche PAP ignori questa tematica. Che assieme al lavoro, alla scuola e alla sanità dovrebbe essere l'unica cosa di cui occuparsi.
Magari al ritorno da Afrin, certo [SGA].



La mostra su Frank Lloyd Wright a Torino

Disegnare l’architettura, un desiderio di civiltà: Wright 
La mostra "Frank Lloyd Wright tra America e Italia" a Torino, Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli. Una selezione dei meravigliosi disegni del maestro di Taliesin, centrati sulla fusione di edificio e ambiente 
Maurizio Giufrè Alias DOmenica TORINO 17.6.2018, 0:10 
Tutte le volte che ci troviamo davanti ai disegni di Frank Lloyd Wright dobbiamo rallegrarci e riflettere, di là dell’attrazione che esercitano, sull’energia che infondono in chi li ammira. È come se volessero incoraggiarci nel credere che l’architettura può essere ancora un antidoto per debellare gli «amari frutti» della città. Il disincanto viene allora meno e ci si abbandona a quei «sistemi e forme degni dell’ideale democratico», come lo stesso Wright scrisse, per «desiderio di civiltà», così da non farci scoprire dagli archeologi del futuro come «cornacchie dotate di psicologia scimmiesca».
La mostra torinese Frank Lloyd Wright tra America e Italia (fino all’1 luglio), alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, giunge in ritardo di un anno dalle celebrazioni per i 150 anni della nascita dell’architetto statunitense. Si tratta di un congruo numero dei suoi disegni originali tra quelli, circa 450, che sono stati esposti al MoMA di New York (Frank Lloyd Wright at 150: Unpacking the Archive), l’istituzione che dal 2012 li custodisce, trasferiti dall’Avery Architectural & Fine Arts Library della Columbia University. Il focus sull’Italia è un cortese e circoscritto omaggio che andrà meglio in futuro approfondito: ben oltre la vicenda veneziana del Masieri Memorial, rimasto sulla carta, e dell’APAO, l’Associazione per l’Architettura Organica creata da Zevi appena di ritorno nel dopoguerra dall’America. A tal riguardo la sezione «La mostra italiana», posta alla fine del percorso espositivo, raccoglie documenti interessanti della visita di Wright a Firenze in occasione della sua retrospettiva a Palazzo Strozzi nel giugno 1951, e poi del suo soggiorno a Venezia. Un peccato non averli ritrovati tutti in catalogo (Corraini Edizioni), che purtroppo delude per la riproduzione ridottissima dei pregevoli disegni e l’assenza di un pur minimo apparato bio-bibliografico. Tuttavia, anche se le «note» di Jennifer Gray, curatrice della mostra torinese e co-curatrice di quella newyorkese, avrebbero meritato un altro editing e formato editoriale per il catalogo, la mostra si apprezza per la perfetta sintesi della poetica del maestro di Taliesin.
Inizia con la serie delle case in Praire Style, lo stile della «prateria», che dalla Winslow House (1893) giunge alla Robie House (1908): tetti poco inclinati, sviluppo orizzontale e aperto della pianta, distribuzione asimmetrica delle funzioni, pattern astratti per la decorazione. In mostra queste splendide case realizzate tra Chicago e i suoi dintorni, sono illustrate dalle litografie tratte dal portfolio pubblicato nel 1910 dall’editore berlinese Wasmuth. La loro presentazione in prospettiva e con tratto sottile rimanda alle stampe giapponesi, impreziosite di inserti in oro e colori tenui. Sappiamo quanto Wright amasse Hokusai, Gakutei o Shinsai, ma soprattutto riconosceva alla bellezza della xilografia giapponese la funzione morale di «risvegliare la coscienza artistica occidentale» (The Japanese Print, An Interpretation, 1912, tradotto da Electa). La preparazione del portfolio avvenne durante il suo lungo soggiorno a Fiesole. Sulle colline che guardano Firenze egli comprese «un nuovo tipo di unità organica – come scrive la Gray – che non dipendeva più dai piani convenzionali e dalle linee geometriche». Al cospetto del paesaggio toscano capì la naturale integrazione dell’architettura minore con l’ambiente e in quelle «strutture indigene» ravvisò l’autentico significato del loro riflesso con la «vita sentimentale della gente».
Quali materiali impiegare per riprodurre il continuum spaziale tra edificato e lambiente circostante vissuto in Italia è l’oggetto della seconda sezione, che tratta dell’uso innovativo del calcestruzzo in blocchi (concrete block) e che si apre con la gigantografia della Alice Millard House (1923), mimetizzata tra gli eucalipti del giardino con i suoi blocchi cementizi dai motivi fitomorfici. Datati agli anni venti, si riferiscono a questa tecnica i complessi edilizi di rilevanti dimensioni, ma purtroppo mai costruiti, quali il Doheney Ranch Resort, esteso ai piedi delle colline di Santa Monica, o il San Marcos-in-the-Desert Resort Hotel (1928). Un frammento di quei monumentali progetti è la Charles Ennis House (1924) a Los Angeles che sembra fuoriuscita dal terreno granitico su cui sorge.
Tuttavia è davanti ai disegni di quell’«unicum, tonante e ciclonico», della Fallingwater (1934), la «Casa sulla cascata» dei Kaufmann, che l’architettura wrightiana, come riconoscerà Zevi, «contagia e magnetizza la roccia, l’acqua, il dirupo boschivo», realizzando la perfetta comunione con l’ambiente. La «rinascita» degli anni trenta è documentata dall’Edificio Uffici della Johnson Wax , 1936, a Racine, nel quale Wright precisa, con le celebri colonne a fungo, la sua concezione dei piani a sbalzo in cemento. La metafora biologica seguirà Wright anche nella progettazione di una serie di grattacieli, immaginandone la sagoma simile a quella di una radice: stretta in basso e larga in alto. È un’idea già visibile nella prospettiva slanciata del progetto irrealizzato della St. Mark’s-Tower in-the-Bouwerie, 1927, a New York, che troverà una soluzione, dopo più di venti anni, a Bartlesville nella Price Tower (1952). La mostra termina con il Salomon Guggennheim Museum, 1943: la spirale candida e rigonfia della galleria Wright definì la sua «onda incessante», metafora del suo assiduo agire utopico e creativo.

Tornatore e un film sul'assedio di Leningrado che non si farà


Due libri su Franco Fortini


Lo sguardo obliquo di Franco Fortini 
Scaffale. In due libri per l'editore Quodlibet, a firma di Francesco Diaco e Bernardo De Luca, la figura del poeta e saggista, dal tempo dell'adolescenza e giovinezza all'esercizio della dialettica

Donatello Santarone Manifesto 28.3.2018, 0:03 
Il colto editore di cose fortiniane, Quodlibet di Macerata, che stampa anche la rivista L’ospite ingrato del centro studi Fortini di Siena (www.ospiteingrato.unisi.it), pubblica due libri di grande qualità, opera di Francesco Diaco, torinese in forza presso l’università di Losanna, e Bernardo De Luca, napoletano docente di scuola superiore. Si tratta di due giovani studiosi, esponenti di quella ormai numerosa schiera di nuovi interpreti dell’opera di Fortini, miracolosamente emersi dopo un ventennio di oblio che i loro padri avevano decretato nei confronti di un poeta e di un saggista troppo compromesso con marxismo e rivoluzione.
Il libro di Francesco Diaco ha un titolo preso in prestito da Renato Solmi: Dialettica e speranza. Sulla poesia di Franco Fortini (Quodlibet, pp. 373, euro 24). Si tratta di un commento storico critico delle sei raccolte poetiche fortiniane, da Foglio di via del 1946 a Composita solvantur del 1994, l’anno della morte, e costituisce uno strumento utilissimo per quanti vogliano accompagnare la lettura delle poesie di Fortini (oggi raccolte in un oscar Mondadori a cura di Luca Lenzini) con una guida interpretativa che ne aiuti a capire i molteplici significati e significanti. 
IL COMMENTO di Diaco è inoltre preceduto da un lungo saggio introduttivo in cui l’autore si interroga sul «rapporto tra la scrittura fortiniana e la categoria di tempo» inteso «come principio costruttivo e filosofia della storia». Un tempo attraversato dall’urgenza del presente e dalla tensione verso un futuro liberato dalla schiavitù del capitale. Un tempo, ci ricorda Diaco, fatto «di pazienza e di impazienza», di tragedia e utopia, di «partecipazione e secessione».
In questa incessante dialettica nasce la poesia di Fortini, strano frutto della lirica novecentesca, «sporcato» di economia politica, di società e storia, intriso dei volti, delle speranze e delle sconfitte di quanti hanno lottato per il comunismo, ma senza malinconiche nostalgie arcadiche o populismi accattivanti, anzi: la poesia di Fortini vive nella straniante esibizione del suo essere «poesia», ovvero forma, metrica, maniera, assumendo il detto brechtiano secondo il quale bisogna scrivere in una lingua durevole perché ciò di cui si parla avrà bisogno di molto tempo affinché possa essere realizzato.
Le analisi di Diaco sulle singole poesie, corredate sempre da una ricchissima e aggiornata bibliografia critica oltreché da fonti inedite d’archivio, sono sempre accompagnate da un denso paragrafo conclusivo e riassuntivo in cui l’autore mette a fuoco temi e stilemi fondamentali della singola raccolta esaminata. 
COSÌ, AD ESEMPIO, dopo aver sottolineato il classicismo goethiano presente nella rappresentazione della natura in Paesaggio con serpente (penultima raccolta fortiniana del 1984), il giovane studioso ne sottolinea il carattere mimetico che non rinuncia ai propri fondamenti storico-politici ma prende atto della sconfitta (momentanea) del socialismo ad opera della controrivoluzione neoliberale degli anni Ottanta e si presenta per questo in forme manieristiche e allusive. «Fortini – scrive Diaco – si esprime obliquamente, in modo cifrato e indiretto, proprio perché ha compreso e introiettato la portata della sconfitta».
Con il lavoro di Bernardo De Luca siamo invece dentro gli anni dell’adolescenza e della gioventù di Fortini, tra la Firenze ermetica anni Trenta, le leggi razziali del ’38, la dilagante potenza politico-militare del nazifascismo, la chiamata per il servizio militare nel ’41, la guerra, l’attesa per la partenza verso il fronte russo, l’esilio in Svizzera, la Resistenza nella repubblica della Valdossola e la decisione di stabilirsi, dopo la Liberazione, con la futura moglie Ruth a Milano dove Elio Vittorini, con cui Fortini lavora al Politecnico, proporrà a Giulio Einaudi nell’aprile 1946 la pubblicazione della prima raccolta poetica del giovane fiorentino, Foglio di via, subito accompagnata da una acuta recensione di Italo Calvino. 
SU QUESTA RACCOLTA Bernardo De Luca ha compiuto un approfondito lavoro storico-filologico e ci ha dato un testo (Franco Fortini, Foglio di via e altri versi di Franco Fortini. Edizione critica e commentata, Quodlibet, pp. 368, euro 26) che ricostruisce la genesi, la composizione, lo sviluppo, le varianti, le diverse edizioni del libro primigenio di Fortini, oltreché un ricco e chiaro commento delle poesie e dei singoli versi. Foglio di via («la ‘bassa di passaggio’ che nei trasferimenti accompagna il soldato isolato», spiega Fortini) è stato un libro controcorrente che scardinava dall’interno l’eredità ermetica, provando a rompere il guscio del lirismo autosufficiente della tradizione petrarchesca in direzione di una coralità fatta di dolore ma anche di grandi speranze nate dalla guerra di liberazione e dalla prospettiva di costruzione del socialismo.
«Foglio di via – scrive De Luca – si sviluppa attraverso la dialettica fra due poli delle forme poetiche, corrispondenti ai due poli dell’individuo e della collettività: la greater Romantic lyric, di cui i principali modelli italiani sono rappresentati in Foglio di via da Leopardi e Montale… e quella che, sulla scorta di Starobinski, abbiamo definito ’poesia dell’evento’, i cui immediati esempi sono i poeti della Resistenza francese». Merito del lavoro di De Luca è essere riuscito ad attraversare i testi di questa raccolta poetica rivolgendosi, come scrisse Fortini, «a quella parte di ciascuno di noi che nella ricerca e serietà specialistica ama la serietà della ricerca senza credere nell’ideologia dello specialismo».

mercoledì 28 marzo 2018

Imminente collasso di ciò che rimane a sinistra. PAP se c'è - e se è tornata da Afrin - batta un colpo


"Al prossimo giro tocca a noi"? Su politica estera e questioni sociali è in realtà imminente il collasso di ciò che rimane a sinistra.
PAP se c'è batta un colpo
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Se richiamano i diplomatici russi, Giggino e Salvino si prendono Marx XXI, L'Antidiplomatico e forse anche il PCI-Pdci, dopo essersi presi tutto il giro di Giulietto Chiesa e i feticisti del No-Euro.

L'altra metà dei compagni invece sta con Gentiloni che li ha espulsi e con gli euromani.
Lo smottamento nel nostro campo è destinato a diventare presto una frana.
I realpolitici di casa nostra saranno irresistibilmente attratti dal filo-putinismo di facciata e dal giro di vite retorico sui migranti, decoro urbano, legalità, ecc. ecc., mentre quelli un poco più normali fuggiranno per non restare soli con i frufru e i mistici del Rojava.
Lo stesso discorso si può fare rispetto al conservatorismo neoliberale compassionevole che sarà la cifra del prossimo governo nelle politiche sociali.
Quando poi le forze in campo getteranno la maschera e la bolla si sgonfiera, questi non li ripigli più.
Altro che "al prossimo giro tocca a noi"! Siamo nel pieno di un'offensiva egemonica alla quale sarà molto difficile resistere. Il tempo passa e fino a questo momento PAP non ha proposto uno straccio di niente.

Per dire. Ieri ad Ancona proteste davanti alla Regione contro la legge PD per la sperimentazione delle fusioni pubblico-privato nella sanità.
Presenti 5Stelle, Lega e Centrodestra, che cavalcano le ambiguità della legge per proporre più privatizzazioni. PAP assente: erano a manifestare con l'immaginazione ad Afrin.
Forse, siccome la privatizzazione della sanità in regione è cominciata quando Rifondazione Comunista era in giunta, si sono vergognati e sono andati dove non li conosce nessuno.
È solo un esempio tra mille possibili, ma fa capire come siamo messi male [SGA].

Il commercio degli schiavi in Italia nel Medioevo e nella prima età moderna



La schiavitù in Italia: le origini dell'abominioGià durante il Medioevo, e poi nella prima età moderna, genovesi e veneziani conoscevano bene i profitti del commercio degli esseri umani, soprattutto se donneAvvenire Alessandro Marzo Magno mercoledì 14 marzo 2018

AMM

Università Giggina


























Givone e il bello


«In origine la belleza era un’esperienza religiosa, non estetica; aveva a che fare con la realtà anziché con l’apparenza». Il filosofo parla in occasione delle Romanae disputationes

Avvenire Gabriele Laffranchi giovedì 15 marzo 2018 

Due libri di Julia Kristeva. Una di noi? L'agente Sabina e i servizi segreti bulgati


Due libri della scrittrice sulla necessità per credenti e no di costruire un nuovo umanesimo ispirato dal cristianesimo: per sconfiggere tutti gli estremismi religiosiAvvenire Roberto Righetto martedì 20 marzo 2018





“Io, agente del Kgb bulgaro? Accuse false e tossiche” 
La filosofa Julia Kristeva replica a un articolo del “Nouvel Observateur”
JULIA KRISTEVA Rep 10 4 2018
Il Nouvel Observateur ha fatto la scelta di pubblicare un lungo articolo intitolato Julia Kristeva ex agente del Kgb bulgaro, che si dedica ad attribuirmi il ruolo romanzesco di informatrice dei servizi segreti bulgari tra il 1970 e il 1973. A sostegno di un’accusa del genere porta la divulgazione di un rapporto proveniente da «archivi» della polizia bulgara, che menzionerebbe la mia partecipazione ad attività di intelligence sotto lo pseudonimo fantasioso di «Sabina».
Ho già smentito pubblicamente il contenuto di quei rapporti e quelle informazioni immaginarie. L’articolo che si pubblica mi costringe e farlo di nuovo: affermo di non aver mai, in qualsiasi modo, preso parte a simili attività, la cui rivelazione, repentina e tardiva, arreca pregiudizio alla comprensione e alla diffusione delle mie ricerche nel campo della psicanalisi, della linguistica, della filosofia e della contestazione politica del totalitarismo, in particolare nella mia analisi dell’opera di Hannah Arendt. Simili asserzioni screditano i miei lavori, e sul piano personale, torno a dirlo, risvegliano vecchie ferite.
Ho abbandonato la Bulgaria grazie a una borsa del governo francese, in condizioni difficili, lasciando laggiù la mia famiglia e con la consapevolezza che le posizioni che avrei assunto dall’altro lato della Cortina di Ferro avrebbero esposto i miei cari, e in particolare mio padre, ai pericoli di un regime totalitario.
È storia vecchia, ma oggi constato con grande pena che le pratiche equivoche delle polizie segrete al servizio di questi regimi rimangono terribilmente vive e tossiche. Il discredito che il giudizio della storia ha inflitto a questi regimi passati non ha colpito, a quanto pare, la giornalista che firma l’articolo. La schedatura di persone a loro insaputa, il fatto di attribuire a esse delle parole, dei ruoli e delle funzioni senza raccogliere il loro consenso e di costruire dossier sulle loro presunte attività sono metodi ormai noti, ma non abbastanza noti. Ricercatori e giornalisti, negli stessi Paesi ex comunisti, protestano oggi vigorosamente contro queste falsificazioni e il loro utilizzo da parte di commissioni tendenziose. Mi sarebbe piaciuto trovare nell’articolo consacrato a questi «archivi» una traccia di quel discernimento critico, invece di credulità e fascinazione verso questi detriti del passato. Basta leggere, per esempio, le frasi inverosimili che il dossier mi attribuisce, in forma di discorso indiretto, su Aragon e il surrealismo, sulla Primavera di Praga o sulle «azioni di aiuto filopalestinesi» frustrate dalla «propaganda francese in mano a organizzazioni sioniste», se si pensa ai miei scritti e alle mie posizioni pubbliche ben note su questi argomenti, all’epoca come adesso; e, last but not least, basta leggere la ripresa integrale (20 pagine tradotte in bulgaro!) della mia intervista con Jean-Paul Enthoven sui «dissidenti» nel numero 658 del Nouvel Observateur, 20-26 giugno 1974, che fa di me una persona sotto sorveglianza più che un’«agente», per constatare che questa manipolazione è intessuta di pettegolezzi riferiti e pseudofonti mediatiche sovrainterpretate, senza alcun valore probatorio in questa farsa penosa.
Non solo: il credito che l’articolo a me dedicato accorda a informazioni archiviate in un edificio staliniano, partecipa — e la cosa mi spaventa — alla perpetuazione spudorata di quei metodi totalitari. Mi sarebbe molto piaciuto che la scoperta di quegli archivi fosse un’occasione, per un settimanale come questo, di indignarsi per azioni tanto indegne! E invece, nella pubblicazione così ingenua e compiacente, leggo una forma avventata di giustificazione di quelle pratiche.
Quegli «archivi» sono dei fossili ideologici sconfessati e combattuti dalle democrazie: perché accordarvi oggi una fede tanto cieca? Come si fa a non assumere il distacco che impongono ancora una volta metodi del genere, e a ricavarne insegnamenti per il presente e per il futuro? Come sempre, bisogna porsi la domanda: cui prodest? – Traduzione di Fabio Galimberti

Chi era Wilkie Collins



Honestà!


Dizionario dei luoghi letterari immaginari

Anna Ferrari: Dizionario dei luoghi letterari immaginari, Utet, pp. 672, euro 24
Risvolto
«Come si arriva a Trapananda?» domanda un personaggio del libro "Patagonia Express" di Luis Sepùlveda. E come si arriva ad Atlantide, alla caverna di Ali Babà, a Camelot o a Narnia? «Con pazienza, amico» è la risposta, «con molta pazienza.» Infatti, come tutti i luoghi immaginari della letteratura, nessuno è segnato sulla mappa. Ma questo non li rende meno reali: ciascuno ha nutrito per anni, o addirittura per secoli, la vita interiore dei suoi lettori. Nel "Dizionario dei luoghi letterari immaginari" Anna Ferrari ne raccoglie moltissimi: sono isole del giorno prima, collocate oltre i limiti dello spazio o del tempo; paesi del tutto simili a quelli esistenti ma anche città perdute o invisibili; caverne e palazzi sotterranei così come asteroidi alieni e metropoli galleggianti nell'aria; giardini dai sentieri che si biforcano e terre di mezzo abitate da nani, elfi e draghi. Questo dizionario è un vero e proprio elogio della fantasia e del genio letterario e, pagina dopo pagina, disegna una vasta, sorprendente mappa della creatività occidentale.             

Ritratto di Raymond Chandler


Chandler, che ha inventato la metropoli moderna 
RITRATTI. Lo scrittore statunitense ha influenzato l’immaginario letterario e cinematografico di intere generazioni

Andrea Colombo Manifesto 27.3.2018, 0:02 
Se si dovesse stabilire quale scrittore del XX secolo ha influenzato più di ogni altro non solo la letteratura ma l’intera cultura popolare in tutte le sue espressioni, la scelta sarebbe limitata a pochi nomi. In quella rosa scarna di petali figurerebbe senza dubbio Raymond Chandler: con ottime probabilità di risultare il più votato.
L’ex dirigente di una compagnia petrolifera, messo alla porta negli anni della Grande Depressione perché beveva troppo, si dava troppo da fare con le donne ed era affetto da mania depressiva, ha influenzato innumerevoli scrittori e non solo nel noir. Ma l’impatto di Chandler non si è fermato sui confini della carta stampata. Ha segnato il cinema, la moda, la musica. Ha influenzato per decenni l’immaginario in ogni sua modalità espressiva e continua a farlo. 
RAYMOND CHANDLER, scomparso 59 anni fa, è uno di quegli innovatori che finiscono per essere apprezzati persino da chi non li conosce, inconsapevolmente, tramite epigoni. Chi legge Michael Chabon e il suo bellissimo Il sindacato dei poliziotti yiddish non è necessariamente consapevole del debito che in quel libro lo scrittore newyorchese del XXI secolo contrae con il maestro hard-boiled del secolo scorso. La legione di spettatori che hanno adorato Blade Runner, e che da quel film hanno copiato lo stile degli anni ’80 magari ignorano che quel film deve a Raymond Chandler, ispiratore nascosto, quanto e più che a Philip Dick, autore del romanzo da cui è tratto il cult-movie.
Tra gli investigatori con o senza distintivo forse solo Maigret può competere con Marlowe quanto a popolarità: del resto Simenon è uno dei pochissimi che, come Chandler, hanno infranto ogni barriera tra letteratura mainstream e di genere. Eppure questo grandissimo scrittore ha iniziato a scrivere tardi e scriveva con difficoltà e sofferenza. Come confessava agli intimi. Aveva provato a fare il giornalista da ragazzo, con corrispondenze dall’Europa. Aveva fatto fiasco e imboccato tutt’altra strada. Senza quel provvidenziale licenziamento probabilmente non avrebbe mai ripreso la penna in mano. Invece nel 1933, a 44 anni, iniziò a scrivere racconti per la famosissima Black Mask. 
NEL 1939 pubblicò il primo romanzo della serie Marlowe, Il grande sonno. Ne avrebbe scritti altri sei, più un canovaccio teatrale e cinque sceneggiature, alcune delle quali sono capolavori in sé: La fiamma del peccato per Billy Wilder, dal romanzo di James Cain, La dalia azzurra e Delitto per delitto, dal romanzo di Partricia Highsmith, per Hitchcock. Non era un grande costruttore di trame: nei suoi romanzi il rischio di perdersi è tanto forte che William Faulkner e Howard Hawks, sceneggiatore e regista del capolavoro tratto da Il grande sonno, con Bogart e Laureen Bacall, dovevano continuamente telefonare al papà di Marlowe chiedendo lumi sul confuso intreccio. Non era neppure particolarmente magistrale nella creazione dei personaggi. Marlowe è essenzialmente quello che l’autore voleva che fosse sin dall’inizio: un cavaliere senza macchia e con poca paura, onesto e dunque povero, solitario e sentimentale dietro la scorza tosta, inguaribilmente romantico in un mondo dove l’onestà non è di casa, la corruzione è dietro ogni angolo e quasi tutti sono pronti a fare quasi tutto per i soldi. Con il vantaggio inestimabile su tutti gli altri cacciatori di criminali di una dose a tutt’oggi insuperata di ironia e autoironia. 
NESSUN AUTORE DI NOIR, e pochissimi scrittori in generale, hanno curato con tanta meticolosità ogni dialogo, lavorando di fino persino sulle battute apparentemente meno significative. È grazie a quei dialoghi e a quelle battute che Chandler ha reso il suo personaggio una figura chiave nel pantheon della modernità metropolitana del Novecento: Doghouse Reilly, come si definisce lui stesso nella seconda battuta che pronuncia in assoluto, Scalogna Reilly. Un perdente, a modo suo orgoglioso di esserlo ma allo stesso tempo per nulla soddisfatto della sua sorte, in un mondo dove la regola è cercare di vincere a tutti i costi.
Quel che appassionava Chandler non erano i congegni narrativi e non era neppure la gelida analisi della struttura nascosta della società americana nella quale eccelleva Hammett quello che cercava Chandler. Gli interessavano solo le atmosfere, ed era capace di sudare sangue riscrivendo a ripetizione i suoi romanzi per renderle perfette. Evocative e avvolgenti. Definitive. Raymond Chandler non ha descritto la metropoli del XX secolo. La ha inventata. Ha colto per primo il suo torvo incanto, il suo fascino torbido, il romanticismo nascosto dietro il manto di cinismo.
Ha creato le lenti con cui tutti, ancora oggi, guardiamo quel mondo notturno, quelle strade e quei vicoli, quella dimensione ambigua in cui potere e crimine, ricchissimi afflitti dalla noia e sfigati in cerca di occasioni si incontrano, si sfiorano, intrecciano i loro percorsi con conseguenze spesso sanguinose. Il «mondo di mezzo», con oltre mezzo secolo di anticipo sulla definizione azzeccatissima di Massimo Carminati.

martedì 27 marzo 2018

Pubblicati da Andrea Lombardi numerosi testi di Céline inediti in Italia

Louis Ferdinand Céline: Un profeta dell’Apocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze, a cura di Andrea Lombardi, Bietti Editore, 2018


Risvolto
Maestro di stile e "medico dei poveri", pacifista e sferzante fustigatore dell'uomo occidentale, autore di capolavori della letteratura mondiale e di quei pamphlet che gli valsero in vita l'emarginazione letteraria: questo e altro fu Louis-Ferdinand Céline, disincantato testimone del Novecento, di cui conobbe, visse e a volte subì tutte le maschere. Curato da uno dei maggiori studiosi italiani dello scrittore francese, questo libro raccoglie un'enorme mole di documenti céliniani inediti, tasselli ideali di una biografia travagliata e "maledetta". Lettere, interviste e scritti, dalle trincee della Grande Guerra alla Parigi dell'occupazione, dalla prigionia all'esilio degli ultimi anni. Un viaggio nel cuore di tenebra del XX secolo, fino al termine della notte. E più oltre ancora.           

Gli antichisti italiani e l'interventismo accademico nella Prima guerra mondiale

Elvira Migliario e Leandro Polverini (a cura di): Gli antichisti italiani e la Grande Guerra, Le Monnier
Risvolto
Agli inizi del XX secolo, quando gli intellettuali dell'Italia post-unitaria dovettero confrontarsi con i nuovi assetti politici europei e decidere dove collocarsi, anche gli antichisti si trovarono a dover compiere una scelta, particolarmente dolorosa per i tanti fra loro che si erano formati alla scuola diretta o indiretta dei grandi maestri tedeschi. Lo scoppio della Grande Guerra fu vissuto pertanto come un autentico trauma, e portò a una profonda frattura con quanti invece ritenevano necessaria la partecipazione dell'Italia al conflitto. Questo volume raccoglie buona parte delle relazioni presentate a un convegno tenutosi a Trento nel maggio 2015, a cento anni esatti dall'intervento italiano, con l'intento appunto di esplorare le motivazioni culturali, gli orientamenti ideologici e le valutazioni politiche che indussero molti dei maggiori studiosi italiani del mondo antico a prendere apertamente posizione a favore dell'entrata in guerra dell'Italia, a fronte di una minoranza schierata per il mantenimento della neutralità.

José Antonio Abreu

















































Il vero senso delle critiche del PIL

Avete presente la feroce critica dello "sviluppismo" e del concetto di Prodotto Interno Lordo che da almeno tre decenni ascoltiamo a sinistra assieme declamazioni decrescitiste?
Ecco che fine grillasca ha fatto, nell'andamento generale della fase e dei rapporti di forza, esattamente come innumerevoli altre genialate consimili [SGA].

L'immagine della psicoanalisi nella sinistra liberal tra luoghi comuni rassicuranti, tentazioni scientiste e Lacan Bonazzo