lunedì 12 marzo 2018

Il carteggio tra Martin Heidegger e Karl Löwith. Von Kaiser e Petrucciani

Quel che li divise fu il ruolo dell’Altro 
Lettere. Maestro e allievo si incontrano sulla compenetrazione di vita e filosofia, contro la distaccata scientificità di Husserl: Il «Carteggio 1919-1973», da Ets 
Stefano Petrucciani Alias DOmenica 6.6.2018, 19:09 
In filosofia, e più in generale nell’accademia, i rapporti tra maestro e discepolo sono sempre complicati. Tanto più quando il maestro, come nel caso di Heidegger, finisce per aderire convintamente al nazismo, mentre l’allievo (l’ebreo Löwith) è costretto all’esilio. Il Carteggio 1919-1973 (Ets, pp. 264, euro 24, 00) tra i due filosofi che ora viene pubblicato in italiano a cura di Alfred Denker e Giovanni Tidona, autore anche di una ben documentata introduzione, consente di ripercorrere nelle sue diverse fasi la relazione tra questi due intellettuali certamente diversi per statura ma fondamentali entrambi per chi voglia riflettere sul paesaggio filosofico del Novecento, sui suoi luoghi cruciali e le sue contraddizioni. 
Non molti anni dividono Löwith e Heidegger: il primo nacque a Monaco nel 1897; il secondo a Messkirch nel 1889. Si incontrano a Friburgo, l’ateneo dove brillava, all’inizio degli anni Venti, la stella filosofica di Edmund Husserl, il maestro della fenomenologia del quale Heidegger fu allievo ma da cui, già all’inizio degli anni Venti, prendeva decisamente le distanze, come si legge per esempio nel suo corso del 1923-24 appena tradotto in italiano, intitolato Introduzione all’indagine fenomenologica (a cura di Matteo Pietropaoli, Bompiani, pp. 704, 35,00). 
La fascinazione degli anni Venti
Anche Karl Löwith aveva raggiunto Friburgo per seguire l’insegnamento di Husserl, e anche lui ne fu presto deluso e si accostò al molto più affascinante verbo heideggeriano. Questa fase della formazione di Löwith è ampiamente documentata nella lettere che egli indirizza a Heidegger all’inizio degli anni Venti, la parte più ricca e cospicua del carteggio. Leggiamo per esempio quello che il giovane scrive in una missiva del 26 febbraio 1921: «Oggi mi è del tutto chiaro che Husserl nel profondo non è un grande filosofo, che metterlo sullo stesso piano di Kant non può che essere un enorme errore e che la sua intera impostazione è infinitamente lontana della realtà, tutt’altro che vitale e al contrario irrigidita nella sua dotta logica. (…) Preferisco un netto e unilaterale rifiuto, piuttosto che portarmi appresso questa fatale zavorra. Non ho bisogno di dirle, invece, cosa percepisco in Lei di estremamente positivo». 
In sostanza, quella di Husserl appare a Löwith come un filosofia sterile, lontana dalle brucianti problematiche dell’esistenza e della storia; proprio ciò che, invece, il giovane trova nell’oscuro, affascinante e profondo Heidegger. Nella sua autobiografia scritta molti anni dopo, nel 1940, e titolata La mia vita in Germania prima e dopo il 1933 (Il Saggiatore, 1988) Löwith ricorderà, con accenti assai critici, questo suo giovanile incontro con l’autore di Essere e tempo: pur riconoscendo in Heidegger il suo vero maestro, e colui al quale è debitore di tutto il suo sviluppo spirituale, Löwith ne traccia un ritratto al vetriolo. Come Fichte, scrive, anche Heidegger era «solo per metà un uomo di scienza; per l’altra metà, forse la maggiore, aveva la natura dell’oppositore e del predicatore, che sapeva affascinare per quel suo mettersi in urto col mondo, spinto dall’indignazione verso il proprio tempo e verso se stesso». 

In Heidegger, insomma, la filosofia, colorandosi anche di forti accenti teologici, si sposava con il rifiuto del tempo presente e del pensare accademico; entrava nel vivo dell’esistenza e della soggettività, esercitando già una notevole attrazione sui giovani, che sarebbe divenuta vera e propria moda dopo la pubblicazione nel 1927 del capolavoro del primo Heidegger, Essere e tempo. Come sottolinea giustamente Tidona nell’introduzione, la compenetrazione di vita e filosofia è proprio il terreno sul quale Löwith e Heidegger si intendono e si incontrano nei primi anni Venti. Contro la distaccata scientificità husserliana questo è il pathos che li accomuna. Come si legge in una lettera heideggeriana del febbraio 1921, «la filosofia non è un passatempo; per essa si può andare in rovina, chi non si assume questo rischio non arriverà mai a lambirla». 
Proprio nella interpretazione dell’esistenza, però, il trentenne Löwith comincia a prendere le distanze dal maestro. Sotto la guida di Heidegger, infatti, egli lavora alla sua tesi per la libera docenza, che viene completata nel 1927 e pubblicata nel 1928 col titolo L’individuo nel ruolo dell’altro. Un contributo alla fondazione antropologica dei problemi etici. L’altro di cui Löwith si occupa nel suo libro è indicato in tedesco con la parola Mit-Mensch, che si potrebbe tradurre letteralmente come Con-Uomo. Il tema insomma è quello del rapporto tra io e tu, tra l’individuo e l’altro con cui si è sempre in relazione. Pubblicata proprio a ridosso dell’uscita di Essere e tempo, la tesi di Löwith costituisce in realtà un attacco piuttosto deciso alla prospettiva che il maestro aveva sistematizzato nell’opera del 1927. In buona sostanza, infatti, l’analisi heideggeriana dell’esistere era incentrata sulla ricerca di una autenticità che si definiva soprattutto attraverso il rapporto con se stessi, e dove dunque la relazione con l’altro (e le dimensioni etiche in essa contenute) risultavano alla fine marginali. Löwith invece le metteva al centro. 
La presa di distanza avveniva in forme estremamente moderate ma era, cionondimeno, assai radicale. Per essere obiettivamente aderenti allo svolgimento dei fatti, va detto a onore di Heidegger che in questa occasione si mostrò molto liberale, esortando l’allievo a non preoccuparsi se si andava allontanando teoricamente da lui (forse perché si sentiva così in alto che la cosa lo lasciava piuttosto freddino). «Mi è del tutto indifferente se si segua o no Essere e tempo», scriveva. All’epoca, una simile liberalità era piuttosto rara nell’accademia. Continuava infatti il maestro: «trovi uno solo tra i bonzi regnanti che avrebbe accettato di abilitare un allievo con un tale lavoro criticamente avverso! Non me lo attribuisco come merito…». 
Tutto precipita nel ’33
Sta di fatto comunque che, dopo il conseguimento della libera docenza, quando Löwith cominciò a insegnare, i rapporti tra i due si allentarono, anche se non mancarono, da parte di Heidegger, espressioni di apprezzamento, come quelle riferite nel 1932 al saggio di Löwith, effettivamente molto bello, dedicato al confronto tra Marx e Weber. Ma nel 1933 tutto precipitò: Heidegger aderì al nazismo e assunse, pronunciando un famoso discorso, la carica di rettore dell’Università di Friburgo. L’ebreo Löwith fu costretto all’esilio: prima, dal 1934, a Roma; e successivamente in Giappone e negli Stati Uniti. 
Nel 1936, quando Heidegger venne a Roma per tenere una famosa conferenza su Hölderlin all’Istituto di studi germanici di Villa Sciarra, i due si incontrarono in modo ancora formalmente amichevole, ma la storia finì lì. Dopo la guerra, nel 1953, Löwith chiuse i conti con Heidegger in un libro assai severo, dal quale il maestro si sentì molto ferito; anche se poi, negli anni Sessanta, vi fu tra i due qualche timido segno di riavvicinamento. Il carteggio si conclude con la lettera sinceramente addolorata che Heidegger scrive nel 1973 alla vedova Löwith dopo la morte del suo antico allievo.

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