lunedì 30 aprile 2018

Una nuova edizione dei Manoscritti economico-filosofici a cura di Enrico Donaggio e Peter Kammerer




Complimenti a entrambi [SGA].

Robinsonate. Il povero Marx stritolato tra particolarismo e universalismo astratto

L'"inchiesta" di Robinson su Marx a 200 anni
L'"inchiesta" di Repubblica sull'attualità di Marx si può riassumere tutta in questo efficace specchietto midcult. Non buttate soldi per comprarla, anche perché domani su Materialismo Storico usciranno i ritagli.
Si tratta del consueto pastone-reportage sulla moda degli ultimi cinque minuti. Un genere letterario tipico della comunicazione odierna, con il medesimo facile format spettacolarizzante buono per qualunque argomento, dalla parousia alle emorroidi del gatto di Salvini.
Il Nostro - povero lui - è stritolato oggi tra il particolarismo di chi ne fa un rozzobruno e l'universalismo astratto di chi lo vuole Icona Pop, e lo sarà ancora per lungo tempo. In questo senso l'evacuazione di Repubblica è indolore e non aggiunge niente di nuovo.
Come siamo in una fase di ritirata e difensiva sul piano politico e sociale, così lo siamo sul piano culturale. Le idee dominanti dominano negli apologeti come nei finti critici. E nelle sue diverse sfaccettature l'egemonia neoliberale copre tutti i bisogni ideologici, a partire da quelli "antagonisti" ovvero ribellistici.
Il lavoro di rielaborazione e rilancio del materialismo storico si svolgerà in realtà sotto traccia e nella discrezione e durerà un secolo, non meno del necessario lavoro politico [SGA].





--

Un Marx massarento e maffettone sull'organo di Confindustria


"Ribellione educata" e "spazio caldo": filosofia come consolazione


Colin Crouch vuole salvare il capitalismo da se stesso mentre i negrieri insegnano la democrazia ai cinesi. Finalmente sapremo cosa significa "governance"

l prezzo senza volto di un ingranaggio 
STORIA DELLE IDEE. Un percorso di letture sul concetto di Governance e la sua evoluzione. Due volumi - molto diversi - di Alain Deneault e di Colin Crouch fanno il punto sulla questione. Il passaggio dal piano economico a quello politico è al cuore del neoliberismo e della postdemocrazia
Benedetto Vecchi  Manifesto 29.4.2018, 0:02 
Il termine ha avuto una antica genesi e una accidentata traiettoria che lo ha visto manifestarsi prima in ambito economico e poi in quello politico. Governance ha infatti origine nella teoria dell’organizzazione produttiva ed è stato usato per indicare quelle tecniche di gestione dei rapporti tra il management e i salariati al fine di attivare pratiche di cooptazione delle forze sindacali per garantire la «pace sociale» interna e per contenere i «costi di transazione» delle imprese. In questo modello di gestione, il coordinamento è di competenza del consiglio di amministrazione, mentre distinti sono stati i momenti di incontro e di discussione tra gli stakeholder, cioè portatori di interesse (i salariati, i consumatori, i piccoli azionisti, l’indotto produttivo) che devono trovare il modo di armonizzare ciò che è potenzialmente conflittuale rispetto le strategie imprenditoriali. 
La governance è quindi l’orizzonte dove collocare tutte le «riforme» organizzative dell’impresa che ha corso però il rischio di essere scalzato da altre suggestioni nella riorganizzazione dei processi lavorativi. A salvare la governance dall’oblio è stata la proposta di un modello di gestione dei burrascosi rapporti tra le multinazionali e le popolazione locali nel Sud del mondo. Di fronte la resistenza verso le strategie di espropriazione e di «cattura» – di risorse naturali e di valore economico – le multinazionali puntavano a recuperare il consenso perduto tra le popolazioni locali, istituendo un «partenariato» con il governo «indigeno» e popolazione locale. Passaggio obbligato era l’accento sulla responsabilità sociale dell’impresa, il rispetto dell’ambiente e della qualità delle merci prodotte: retoriche che assumono la dimensione politica delle relazioni che ogni impresa intrattiene all’interno (i rapporti sociali di produzione) e all’esterno al fine di relegarle a un costo di transazione da contenere attraverso misure virtuose di armonizzazione degli interessi. 
È SU QUESTO CRINALE che il termine acquisisce il significato politico che ne decreterà la sua fortuna nella crisi della democrazia rappresentativa, nello svuotamento della sovranità nazionale da parte degli organismi della globalizzazione economica. La governance diviene cioè il modello usato nella costruzione del consenso e dell’egemonia da parte del capitalismo neoliberista attraverso un feticismo del Politico inteso come astratta e oggettiva pratica amministrativa che naturalizza i rapporti sociali dominanti. 
È attorno questa migrazione della governance dall’economico al politico che si snodano due recenti saggi da poco tradotti e pubblicati in Italia. Il primo libro è del canadese Alain Deneault e ha come titolo un secco Governance (Neri Pozza, pp. 192, euro 16), ma un esplicativo sottotitolo: Il management totalitario. Il secondo saggio è dell’inglese Colin Crouch dal titolo esortativo Salviamo il capitalismo da se stesso (Il Mulino, pp. 102, euro 12). Autori tra loro diversissimi, sia per le loro costellazioni culturali che per la forma di scrittura che prediligono, ma accomunati dalla convinzione che la crisi della democrazia sia il framework all’interno del quale le politiche predatorie del capitalismo contemporaneo cercano – e spesso trovano – la loro legittimità. 
PER CROUCH il capitalismo neoliberista ha così alimentato la formazione di regimi politici «postdemocratici» nei quali i diritti civili e politici sono sì garantiti senza che il loro esercizio possa mettere in discussione il cambiamento radicale nella divisione ed equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo. La «postdemocrazia», costellata da molteplici sliding doors, vede esponenti politici dismettere i panni del politico per sedere in qualche consiglio di amministrazione di una grande impresa; o, all’opposto, imprenditori accedere alla carriera politica senza nessuna soluzione di continuità.
In questo saggio, lo studioso britannico segnala che il neoliberismo e la sua forma politica – la postdemocrazia, appunto – mettono in pericolo il capitalismo stesso. Per questo, invita a una riforma radicale della forma stato e dell’esercizio del potere, innovando le istituzioni della democrazia rappresentativa al fine di favorire la partecipazione dei cittadini, attraverso una riqualificazione del welfare state, della funzione regolativa dello Stato imprenditore e il rilancio dei diritti sociali di cittadinanza. 
La critica dello svuotamento della democrazia è proprio il punto di congiunzione tra l’analisi di Colin Crouch e quella di Alain Deneault. Questo filosofo canadese ha altri riferimenti teorici di Crouch; diverso è anche il contesto sociale dove vive che lo porta a preferire la forma del pamphlet rispetto compassate monografie. Il suo precedente libro tradotto – La mediocrazia (il manifesto del 1 febbraio 2017) – è una sferzante critica alla retorica meritocratica propedeutica al consolidamento di un regime sociale e politico basato su mediocri Yes man. Governance riprende infatti il filo della sua riflessione, perché è questa la forma politica che favorisce il governo dei mediocri e lo svuotamento appunto della democrazia. 
LO STILE SINCOPATO di Deneault è propedeutico ad affermazioni apodittiche sull’imperialismo culturale che favorisce modelli di governance in paesi come Stati Uniti, il Canada e l’Europa, ma li «esporta» nella Repubblica democratica del Congo, la Nigeria, il Sud Africa. E sebbene, la governance sia propagandata come sinonimo di soft power, è un modello di governo che manifesta una violenza evidente quando viene assunto come dispositivo politico contraddistinto dal «partenariato» tra pubblico e privato a favore di quest’ultimo. Governance significa allora istituzionalizzazione di meccanismi di esclusione per tutti coloro che dissentono dal punto di vista dominante – quello delle imprese e delle multinazionali – attraverso una continua valutazione dell’operato dei singoli e lo sviluppo di una vera e propria antropologia della leadership che trae la sua legittimità nell’amplificare l’imperativo della performance e della trasparenza tra tutti i partecipanti agli organismi di governance. 
DA QUESTO PUNTO di vista – convergente con le tesi di Colin Crouch sulla postdemocrazia – ogni tentativo di democrazia partecipativa deve essere vanificato o relegato ad elementi insignificanti e marginali nella gestione della cosa pubblica. Nella governance, e qui Deneault rivela la sua nostalgia per la sovranità popolare e la rappresentanza politica, la buona democrazia è quella che favorisce il potere costituito, relegando a bizzarria ed eccentricità la pretesa che la vede come il regime politico che esprime il «potere del popolo». 
Rilevante sono infine le pagine che contestano l’interpretazione di Michel Foucault come filosofo del neoliberismo. Alain Deneault ricostruisce i passaggi operati dai teorici della governance neoliberista dal termine governamentalità al termine governance. La governamentalità di Foucault, sintetizza l’autore, non è l’apologia della governance bensì la radiografia critica, cioè sovversiva, delle forme di biopotere (la figura pastorale dello Stato o il tema dei corpi docili votati all’obbedienza ne sono alcuni degli esempi proposti). Da qui il giudizio della governance come «meccanica disumana di un totalitarismo senza volto». 
AL DI LÀ DEI TONI e dello stile enunciativo dei due autori, i loro saggi affrontano il nodo delle forme del Politico emerse nella grande trasformazione neoliberista. Si collocano, cioè, su un sentiero di ricerca che dovrebbe però toccare altre esperienze di governo della società per sfuggire il rischio di un occidentalismo seppur critico. Poco e nulla viene infatti dettagliato su come regimi postdemocratici – per esempio quello indiano o cinese – si pongano il problema di come prevenire forme di conflitto presenti nella società; e di come attuare la cooptazione delle forme di autorganizzazione della società civile. 
La società armoniosa proposta da Pechino o la dinamica modernizzatrice promossa in India sono modelli di governance che non assecondano né lo svuotamento della sovranità nazionale, come accade invece in Canada o nel vecchio continente. E non contemplano neppure le figure degli stakeholders, facendo semmai leva sull’invenzione di identità e di comunità immaginarie. Sono cioè varianti del modello di governance piegate a specificità continentali, dove il soft power manifesta tuttavia la stessa violenza celata dietro il velo dell’interesse generale.

Einaudi fautore dello Stato come guardiano notturno e dittatura dei ricchi fatto passare per difensore della civiltà contro il "populismo"


Torna la Teoria dell'atomo di Niels Bohr


Il convegno su Liutprando re dei Longobardi a Pavia




Zellini e la dittatura del calcolo

Quella vita antica dell’algoritmo 
Scienza. «La dittatura del calcolo» di Paolo Zellini, pubblicato da Adelphi. «Cosa può e cosa non può essere automatizzato?». Il quesito attraversa il libro, squaderna di fronte ai lettori un turbinio di possibili esiti e di questioni teoriche e pratiche irrisolte
Teresa Numerico Manifesto 20.5.2018, 0:04 
Il libro di Paolo Zellini La dittatura del calcolo (Adelphi, pp. 186, euro 12) descrive la storia di un successo nella scienza algoritmica che però potrebbe essersi mefistofelicamente trasformato nell’incubo di una dittatura dell’algoritmo su tutta la conoscenza e persino nelle scelte che hanno conseguenze sulla vita delle persone.
Si tratta della genealogia dell’algoritmo, nato nella pratica della matematica antica per risolvere problemi concreti di calcolo e precisato definitivamente dai logici negli anni Trenta per promuovere la soluzione di alcuni problemi fondazionali dell’aritmetica.
I metodi algoritmici vibrano di desiderio nell’attenta, puntuale ricostruzione di Zellini. La definizione si precisa nella teoria della computabilità – quanto di più astratto offra la matematica. Eppure l’algoritmo diventa l’idea cardine dell’informatica. L’autore dimostra ancora una volta la sua maestria nel muoversi e accostare campi lontani come la storia delle idee, della matematica teorica e del calcolo applicato. Riesce a tenere insieme la ricostruzione tecnica di una vicenda multiforme con la discussione della posta filosofica, e in questo caso anche politica, in gioco. 
LA SUA POSIZIONE rimane intermedia, rispecchia la costruzione del calcolo algoritmico per la soluzione dei problemi, come potenza e come rischio per la conoscenza. Nella lotta tra la dimensione magica, divina della matematica che investe anche l’etica antica da un lato, e dall’altro una sua potenziale «irrazionalità impaziente e risoluta» che sembra stare al centro di una perdita di controllo degli algoritmi da parte degli umani, Zellini si limita a osservare, senza parteggiare.
«Cosa può e cosa non può essere automatizzato?». Il quesito attraversa il libro, che squaderna di fronte ai lettori un turbinio di possibili esiti e di questioni teoriche e pratiche irrisolte. Un suggerimento che potrebbe essere la chiave di volta arriva dalla citazione di Novalis: «l’uomo per pigrizia desidera un puro meccanismo o una pura magia». Il calcolo algoritmico sembra offrire tutte e due le cose in una volta. Il metodo favorisce forse il riposo eterno per l’essere umano troppo pigro per guardare nella scatola nera della macchina algoritmica.
Il concetto di algoritmo comincia a precisarsi per definire l’infinito in atto nel tardo Ottocento per opera di Dedekind e Cantor. Abbandona poi l’idea dell’infinito per svolgere un ruolo cruciale nella soluzione negativa del problema della decisione nell’ambito del programma logico di David Hilbert.
È Alan Turing, uno degli scienziati più importanti del Novecento, che nel 1936 fornisce una definizione di algoritmo come una macchina in grado di eseguire una procedura di calcolo in un numero finito di passi prescritti da una tavola di istruzioni. La definizione serviva per ottenere un equivalente formale o quasi-formale all’idea di «calcolabilità effettiva». Una procedura effettiva è eseguibile attraverso una Macchina di Turing, un dispositivo astratto, in grado di catturare l’idea stessa di cosa sia un calcolo in linea di principio. 

LA MACCHINA DI TURING è un oggetto anfibio alla cerniera tra logica formale e calcolo materiale. Viene usata per ottenere un risultato negativo: ci sono numeri che non può calcolare come quello che serve a risolvere il problema della decisone in un sistema formale di logica, o la fermata di un programma prima che sia terminato. Nonostante sia stata inventata per fornire un risultato teorico negativo, paradossalmente la macchina apre la strada alla nascita del computer meno di dieci anni dopo.
Zellini propone una tesi interessante: pur essendo al centro della discussione sui fondamenti della matematica, la teoria algoritmica abbandona i problemi astratti per concentrarsi sulle possibilità dei calcoli concreti; occupa, quindi, il cuore dell’informatica, scienza applicata per eccellenza. Ma il passo di lato dell’algoritmo, che rimuove fondamenti e infinito, non è sufficiente. Nella scienza applicata si ripresenta l’incertezza: dall’effettività si passa all’efficienza. 
IL PROCESSO INFORMATICO non solo deve terminare in un numero finito di passi, ma deve essere «efficiente». Un algoritmo è efficiente se limita la complessità computazionale, se cioè ottiene il risultato in un tempo ragionevole, e occupa una porzione di memoria limitata. Inoltre deve contenere entro un tasso minimo dato, la percentuale di errori che produce, deve essere sufficientemente affidabile. 
NELL’AMBITO della calcolabilità algoritmica pratica si propone di nuovo il problema del confine tra finito e finito molto grande che è simile a quello del rapporto controverso tra finito e infinito. Quindi nella pratica – suggerisce Zellini – si trova di nuovo la faglia della matematica teorica: se il finito è molto grande, lo possiamo maneggiare con gli algoritmi? O ci sfugge di nuovo, ma ne siamo inconsapevoli?
Sono molte le questioni che minano l’affidabilità della scienza algoritmica quando pretende di occuparsi di qualsiasi problema, inclusi quelli delle scienze sociali e delle scelte politiche: per esempio, a chi offrire i servizi del welfare? Quali caratteristiche servono per ottenere un mutuo? L’esplosione esponenziale dei passi in un algoritmo, che in linea di principio ha una soluzione, costringe in pratica ad abbassare le richieste e scegliere un algoritmo simile, la cui affidabilità è più incerta del metodo ottimale ma impraticabile. 
QUANDO I DATI sono troppi e le procedure lunghissime non possiamo essere sicuri del contenimento dell’errore, ma una volta che abbiamo delegato le decisioni alla macchina, non possiamo più guardarci dentro per scoprire cosa non andava. Dobbiamo fidarci della bontà di un risultato incerto, auspicando di aver impostato bene il problema. Il totalitarismo cibernetico non nasce solo da una deformazione del rapporto tra uomo e macchina, come denunciava Norbert Wiener, padre della cibernetica, citato da Zellini, ma da una rimozione dei problemi dei fondamenti della matematica e dalla «fatale attrazione di una materialità algoritmica».
Il desiderio di misurare e controllare ogni cosa è irrealizzabile, ma la dittatura algoritmica vorrebbe imporre su ogni problema il risultato di un calcolo, come soluzione inequivocabile. In molti casi è impossibile rappresentare i problemi per poterli calcolare, senza stravolgerli. Qual è, per esempio, il fidanzato ideale per Margherita che ama la natura, e scrive poesie? Non è ragionevole quantificare le relazioni sentimentali. L’ipotesi implicita degli algoritmi dei siti e delle app di dating e incontri online, come di ogni algoritmo che riguarda le persone, presume invece una misurabilità del desiderio, che trasforma tutti in oggetti, merci del mercato neoliberale. 
LE PREVISIONI DI MACCHINE algoritmiche, oracolari come le sentenze di Tiresia, sacerdote cieco di Apollo, hanno però effetto sulla nostra storia, trasformandola. Se Edipo non fosse stato cacciato da Tebe neonato, per contrastare la profezia che lo voleva assassino del padre e sposo della madre, avrebbe conosciuto i suoi genitori e non l’avrebbe avverata.
L’oracolo è parte attiva nella realizzazione della storia che anticipa. Per questo la dittatura degli algoritmi è dannosa oltre che millantatrice e inaffidabile.

Tradotta "L'antica nave" di Zhang Wei


Una nuova traduzione per Tolkien


domenica 29 aprile 2018

"L'Italia che cambia". Il ritorno alla zappa di una semicolonia in declino irreversibile


Mentre i paesi capitalistici avanzati cavalcano la rivoluzione digitale e ristrutturano drasticamente i propri apparati produttivi, mentre la Cina Popolare conquista lo spazio, l'Italia sembra accettare rassegnata un destino che costringe molti giovani a tornare al lavoro degli antenati. Con la fatica quotidiana e spesso la fame che questo lavoro comporta.

Certo, non è la stessa agricoltura di 50 o 5000 anni fa. Ma non è nemmeno la tecnologia avanzata dei tedeschi.

Il miracolo della rivoluzione passiva però è che questo regresso netto - che è sostanzialmente il sintomo di una pressione gigantesca per la riduzione del costo del lavoro - viene presentato come se fosse chissà quale figata e dobbiamo anche esserne contenti. Basta chiamarle " startup della natura", o qualcosa di simile.

Del resto, è quello che da sempre vuole la sinistra populista che ha in odio lo sviluppo delle forze produttive e va in sollucchero per le giuggiole naccarate dei frati cerconi del Casentino. A patto che siano gli altri ad alzarsi alle cinque per raccoglierle, ovviamente. [SGA].


Il curioso Filosofo marxista americano che ci parla di narcisismo e "politiche dell'identità" ma non dice una parola sulle guerre coloniali liberal


Peccato perché sul finire dice anche cose molto sensate su Marx e i tempi della storia [SGA].

La seduzione fatale del narcisismo 
Intervista. Parla il filosofo marxista Brian Leiter dell’università di Chicago. Come la «politica dell’identità» nella società americana fa dimenticare le disuguaglianze economiche. «Trump ha vinto perché 100mila operai hanno lasciato i Democratici. La sinistra è ostaggio di aspiranti borghesi in cerca di riconoscimento»
Roberto Veneziani Manifesto 28.4.2018, 0:05 
Negli ultimi decenni, gli Stati Uniti sono stati caratterizzati da una crescente polarizzazione nella società e da forti oscillazioni elettorali. Da un lato, l’elezione del primo Presidente afro-americano e i movimenti di massa con piattaforme radicali (Occupy Wall Street, Black Lives Matter, e la campagna #metoo); dall’altro lato, l’elezione di Donald Trump e l’ascesa dell’estrema destra. Diverse nazioni sembrano convivere all’interno degli stessi confini, e la distanza tra esse cresce a vista d’occhio.
Due sono le spiegazioni ricorrenti di questa polarizzazione: il ritorno delle classi sociali al centro dell’arena politica (dimostrato dalla vittoria di Trump negli stati deindustrializzati della «Rust Belt») e i limiti della cosiddetta identity politics. La «politica dell’identità» è una strategia di definizione delle posizioni politiche e di costruzione dei blocchi sociali basata su elementi identitari quali etnia, genere, età, religione, orientamento sessuale. Nel tentativo di costruire una coalizione basata sulla politica dell’identità, il Partito democratico – e la sinistra Usa in generale – avrebbe perso di vista i problemi economici, consegnando il tema delle divisioni di classe alla destra.
Il ruolo delle classi sociali e dell’ideologia, e la relazione fra religione, etica e politica, sono al centro della ricerca di Brian Leiter. Filosofo della morale, della politica e del diritto, Leiter è professore ordinario alla Facoltà di giurisprudenza dell’università di Chicago. È anche un intellettuale pubblico e interviene regolarmente nei dibattiti accademici e politici, sui principali mezzi di comunicazione Usa e nella blogosfera. Il suo nuovo libro su Marx sta per essere pubblicato da Routledge. 
Come definirebbe la politica dell’identità e quanto è centrale nella sinistra (mainstream e radicale) e nella società statunitense?
La politica dell’identità consiste nella richiesta di vari gruppi storicamente marginalizzati negli Usa – neri, donne, omosessuali – di essere «riconosciuti» e di ottenere rispetto per le proprie identità costruite su etnia/genere/sesso anche all’interno di relazioni di produzione di tipo capitalistico. La politica dell’identità è il narcisismo degli aspiranti borghesi, che desiderano sedersi alla tavola della società capitalista e ottenere la propria quota di riconoscimento nel linguaggio e nella cultura. (Si pensi alle controversie grottesche sul numero di artisti neri che hanno ricevuto l’Oscar.) Nella misura in cui è ostaggio della politica dell’identità, la cosiddetta sinistra negli Usa è impotente contro i veri ostacoli al progresso umano. 
L’enfasi posta sulla politica dell’identità ha spesso portato a spostare l’attenzione dalle disuguaglianze economiche alla sfera culturale e linguistica. Quali sono i limiti di questo slittamento da un punto di vista politico? E possono spiegare, almeno in parte, il fenomeno Trump e la sconfitta della sinistra mainstream Usa?
La sinistra statunitense è defunta da decenni, a cominciare dalla caccia ai comunisti negli anni Cinquanta per continuare con la rivoluzione neoliberale e la guerra al movimento sindacale degli anni Ottanta. Trump è il sintomo e non la causa dell’assenza della sinistra negli Usa. Non c’è un’unica causa che spieghi la sua vittoria, ma un fattore determinante è stato la diffusa insicurezza economica delle vittime della globalizzazione – per lo più membri della classe operaia. Trump ha vinto perché circa 100mila operai hanno abbandonato i Democratici in tre stati industriali. Trump ha offerto una «spiegazione» dell’insicurezza economica: i posti di lavoro sono andati a migranti, minoranze, e lavoratori di altri paesi. Aveva ragione su questi ultimi, ma è troppo stupido per capire che nel capitalismo è inevitabile: se la manodopera costa meno in altri paesi, le imprese delocalizzano. Puntando il dito contro migranti e minoranze, ha giocato anche sulla retorica a volte ottusa dei sostenitori della politica dell’identità, ma non è stato un fattore determinante in questa elezione, al confronto con le ampie sacche di razzismo che ancora persistono. Bisogna ricordare che negli Stati uniti sono passate solo due generazioni da quello che era un vero e proprio regime di apartheid. 
La politica dell’identità ha svolto un ruolo anche in recenti dibattiti all’interno della sinistra, generando controversie su temi come l’etica nella ricerca e la libertà di opinione. La tendenza è quella di sorvegliare i confini disciplinari e gli argomenti di discussione considerati legittimi…
Se si tiene a mente che la politica dell’identità è il narcisismo degli aspiranti borghesi, questo fenomeno è meno sorprendente. Negli Usa la stragrande maggioranza degli accademici proviene da famiglie benestanti, e, da un punto di vista economico, le loro vite sono molto diverse da quelle della classe lavoratrice; alcuni accademici poi sono membri, o aspiranti tali, delle classi dominanti. Come altri componenti della loro classe sociale fuori dall’accademia – nel mondo degli affari, per esempio, – vogliono la loro quota del capitale culturale, di rispetto e riconoscimento. La tragedia è che in America l’unico posto in cui posizioni di dissenso radicale sono possibili è proprio l’università. I narcisisti della politica dell’identità conducono una guerra sulla lingua e contro le idee che urtano la loro sensibilità nell’accademia. Non si rendono conto che questo semplicemente legittimerà l’esclusione delle idee che non si limitano a urtare le suscettibilità ma minacciano realmente lo status quo e il sistema economico dominante. Come diceva Marcuse, le università devono essere luoghi di «tolleranza indiscriminata» di tutte le idee che sono parte di una scienza (Wissenschaft). 
Ma se un appello a concetti normativi, quali uguaglianza, solidarietà e libertà, non può spingere gli oppressi a ribellarsi contro il sistema capitalista, allora cosa può farlo?
Gli ideali politici e morali sono molto importanti per gli esseri umani, ma non c’è alcuna prova che gli scritti teorici (spesso incomprensibili) degli accademici su questi temi facciano alcuna differenza. Marx, che era un ottimo scrittore (a differenza di Habermas), catturò l’immaginazione dei rivoluzionari del XIX secolo perché spiegò loro le cause di fenomeni a loro visibili e indicò una strada da seguire; non dovette convincerli che stavano soffrendo. Nessuno che legga Marx può confonderlo con Habermas. Ma tornando alla sua domanda: cosa può motivare una resistenza al capitalismo? Su questo concordo con Marx: la miseria. E tuttavia Marx sottovalutò i capitalisti in un aspetto cruciale: essi riconobbero presto la necessità di evitare che la ricerca del profitto spingesse troppe persone in miseria, almeno non nei loro paesi (da questo punto di vista, Trump è in piena continuità). Ovviamente, la miseria da sola non basta: la gente deve comprendere le cause reali della propria situazione. Ed è per questo che Marx è importante, mentre Habermas è importante solo per i professori universitari. 
Lei ha scritto che una delle cose su cui «Marx ha avuto ragione ben più dei suoi critici è la secolare tendenza nelle società capitaliste all’impoverimento della maggioranza delle persone» e il compromesso socialdemocratico del secondo dopoguerra si rivelerà presto una mera parentesi. Perché, dunque, la sinistra è in piena crisi in quasi tutti i paesi avanzati?

I primi nemici. Chi non riesce mai a distinguere una rivoluzione da un golpe atlantico



Un articolo imperdibile oggi per capire l'atteggiamento arrogante e eurocentrico della Sinistra Atlantica nei confronti della Cina.
Il tentativo di rovesciamento del potere socialista, in sincrono con la scena conclusiva della Guerra Fredda in Europa, va ricordato secondo il Manifesto per la "consistente partecipazione operaia" e per la "critica al modello economico adottato con le riforme post-Mao del 1978", oltre che per il legittimo tentativo di sbarazzarsi del "partito dominante".
Le proteste di Tienanmen - dei quali conosciamo oggi tutti i dettagli, a partire dai poliziotti bruciati vivi e appesi dai "pacifici" studenti che esibivano Statue della Libertà in cartapesta - andrebbero dunque inquadrate come una rivoluzione che Mao (del quale i manifestini si ritengono non si sa perché eredi) avrebbe certamente benedetto. Esattamente come la caduta del Muro di Berlino, liquidata come "il collasso dei regimi burocratici dell’Europa dell’Est".
Come potremmo mai risollevarci dalla sconfitta se i primi nemici sono nel nostro campo?
Come potremmo, poi, se siamo costretti a leggere recensioni zuccherose che fanno passare per poeta l'ultimo degli scribacchini? [SGA].


Diario poetico e politico di Tian’anmen 
In versi. «Sull’educazione» di Meng Lang, un’inedita visione della storia cinese che si affida ai bambini, per Damocle editore 
Federico Picerni Manifesto 28.4.2018, 0:03 
La pubblicazione della silloge Sull’educazione. Un diario poetico su Tian’anmen 1989 di Meng Lang, grazie all’interessamento di Damocle edizioni e alla traduzione di Claudia Pozzana e Alessandro Russo (pp.130 euro 12), offre ai lettori italiani un’inedita visione su un evento cruciale della storia cinese – e, in verità, mondiale – relativamente recente, ma le cui conseguenze marcano indelebilmente il nostro presente. Con i saggi in introduzione e appendice, Pozzana e Russo forniscono un indispensabile quadro storico di quegli anni e uno sguardo critico sulla contemporaneità cinese. 
GLI AVVENIMENTI attorno al grande movimento di protesta che si sviluppò in Cina nella primavera del 1989 e culminò tragicamente con il massacro del 4 giugno in piazza Tian’anmen restano un campo aperto di analisi. Non basta la semplicistica interpretazione di una protesta per un sistema politico di tipo occidentale, ignorandone aspetti fondamentali come la consistente partecipazione operaia e la critica al modello economico adottato con le riforme post-Mao del 1978.
Meng Lang, poeta dai versi sferzanti e intensi, interessato ai temi della politica e della storia, dà un’altra chiave di lettura, questa volta poetica, in modo del tutto originale e, forse, più unico che raro. Un diario poetico sull’evento politico di Tian’anmen 1989 da parte di chi vi ha partecipato squarcia la nebbia della negazione integrale dell’avvenimento da parte del governo cinese: in quell’occasione, caratterizzata peraltro da un contesto globale che vedeva il collasso dei regimi burocratici dell’Europa dell’Est, il partito dominante ribadì che nessuna organizzazione politica al di fuori di sé sarebbe stata tollerata. È come se Meng Lang, quindi, ripensasse in poesia quella politica che la negazione depoliticizzante del regime ha oscurato: la «domanda madre», scrivono Pozzana e Russo, ruota attorno al «come pensare dall’interno della poesia un evento che è chiaramente politico». 
IN CINA IL POETA, e lo scrittore in generale, è invischiato in una «relazione complicata» con la politica. Fino agli anni 60 e 70, il suo era un ruolo militante. Allora andare nelle campagne e nelle fabbriche per subire la sana rieducazione da parte dei contadini e degli operai era vista come una precondizione per poi produrre opere in grado di analizzare il presente sociale e ridurre il divario fra lavoro manuale e intellettuale. Con la generale depoliticizzazione post-riforme e la politica divenuta appannaggio esclusivo della burocrazia, l’indipendenza soggettiva dell’artista tornò al centro. Il poeta Bei Dao parlava di «distanza della poesia», ma Meng Lang si chiede «in fondo quanto lontano da me» siano gli eventi. 
L’ANTOLOGIA COMPRENDE venticinque poesie in ordine cronologico. Le prime, calate nel pieno del fermento, compongono il diario vero e proprio, una riflessione tutta poetica sul movimento. Studenti, operai, chi è sceso in piazza sono «polvere», i cui granelli, minuscoli e deboli singolarmente, formano una «colonna» che, «levatasi nella tempesta», «quasi si solidifica»: è la potenza delle soggettività disperse unite in una mobilitazione collettiva. Colpisce la materialità in questi versi: l’immagine dei «denti falsi» che «minacciano il popolo» evoca la vacuità della ferocia repressiva (Mao denunciava l’imperialismo come «tigre di carta») e la fisicità dei corpi, quelli il 4 giugno resteranno sanguinanti sulle strade. «Il corpo si lancia selvaggiamente contro la storia»: proprio il tempo è un altro aspetto ricorrente di questi versi, il tempo di cui i dimostranti si appropriano, ma che si infreddolisce e che infine sfugge. Nelle poesie successive, la metafora ricorre, ma stavolta sarà il vento del mondo a travolgere i corpi. 
DOPO L’ESILIO, Meng Lang non nasconde una certa angoscia. Rispetto al grande fervore delle prime poesie, ora si respira la melanconia del poeta che si allontana dalla sua terra e dagli eventi, fisicamente, temporalmente e artisticamente: «i miei ultimi passi / hanno perduto l’immaginazione / percorrono solo una strada inaridita».
La riflessione si evolve poi su toni più critici. Versi come «una donna che si trucca al mattino mette sulle labbra una goccia di sangue anonimo», e altri che si scagliano contro l’indifferenza e l’oblio fungono da monito a una modernità (neoliberale) che trae origine da un fatto di sangue. 
SEMPRE NELLE ULTIME poesie si accentua la riflessione sull’educazione. Al «bambino» si rivolge Meng Lang, un po’ come Lu Xun, padre della letteratura cinese moderna, che nella sua critica della tradizione confuciana esortava a «salvare i bambini». Esposto a un’educazione patriottica che frena il pensiero critico, la speranza per il bambino sta nel pronunciare «una parola sbagliata», cioè nel rompere gli schemi della narrazione ufficiale e criticare l’esistente

Guerra Fredda culturale continua. Furono i sovietici a invadere la Germania scatenando la Seconda Guerra mondiale


Prin prin! Il prof. Golpe Democratico sull'inglese all'Università



















Il nuovo romanzo di Ermanno Cavazzoni





















mercoledì 25 aprile 2018

Una nuova edizione per Jahre der Entscheidung di Oswald Spengler


Oswald Spengler: Anni della decisione, traduzione di Anna Vittoria Giovannucci, Oaks editrice, pagg. 252, euro 12

Risvolto
Al contrario del "Tramonto dell'Occidente", negli "Anni della decisione" l'uomo non è sottomesso passivamente alle leggi deterministiche della storia, ma può reagire alla decadenza e alla minaccia delle due rivoluzioni incombenti, quella della politica e quella dei popoli. 

Negrieri e accelerazionisti uniti nella lotta

Alex Williams e Nick Srnicek: Manifesto accelerazionista, Laterza

Risvolto
  Il futuro ha bisogno di essere costruito. Il capitalismo neoliberista lo ha smantellato. L’accelerazionismo spinge verso un futuro più moderno. Tocca a noi dischiuderlo, sciogliendo i nostri orizzonti verso le possibilità universali del Fuori.
Uscito originariamente nel 2013, il Manifesto accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek è tra gli scritti politici più discussi e controversi degli ultimi anni. A partire da una critica a quella ‘folk politics’ di sinistra arroccata su nostalgismi ormai inattuabili, gli autori provano a immaginare quali possano essere i caratteri di una sinistra moderna che recuperi lo slancio prometeico inscritto nel suo DNA. E che finalmente si trovi a suo agio in un mondo nuovo, complesso e tecnologico.

Bremmer e Michnik: una nuova Teoria del Totalitarismo flessibile contro tutti i nemici dell'Occidente. La variante populista

Marrani heideggeriani. Il parere del Nostro Toynbee come storico dell'ebraismo





Il culto Herrenvolk di Whitman


lunedì 23 aprile 2018

Tra antifascistismo e rozzobrunismo: mentre la sinistra fiancheggia Albright, il Mito Transpolitico si diffonde e trova in Giorgio Galli trova il battistrada italiano

Fenomenologia dell’onda nera 

TEMPI PRESENTI. Un percorso di lettura sul neofascismo italiano nella stagione della crisi. Presso gli adolescenti, in «un misto di nascondimento ed esibizione», il «fascismo pop», diventa una sorta di «moda», grazie all’esaltazione di simboli e stili identitari 
Guido Caldiron Manifesto 26.4.2018, 0:04 
Alla vigilia delle recenti elezioni politiche, la tentata strage di Macerata, drammatico epilogo di una campagna elettorale dominata dagli appelli al «prima gli italiani», sembrava aver imposto in modo inderogabile all’attenzione generale il tema della diffusione del razzismo, anche violento, e del ritorno del neofascismo nella società italiana. Eppure, malgrado il voto abbia tradotto plasticamente l’estrema pervasività delle tesi agite dagli imprenditori politici dell’intolleranza e dai sostenitori di una chiusura identitaria e discriminatoria della società, favorendo però la Lega, e in parte almeno anche i 5 Stelle, a scapito delle formazioni della destra radicale, di quell’allarme, salutare ben al di là della contingenza elettorale, sembra ora rimanere poco o nulla. 
Proprio la fotografia dell’Italia del 4 marzo, segnata da una deriva che ha trasformato in un sinistro senso comune le invocazioni xenofobe e gli appelli identitari, induce al contrario a guardare al neofascismo più come ad una inquietante avanguardia di fenomeni molto più articolati e diffusi, che come ad una testimonianza residuale. Un orizzonte evocato da una serie di saggi e inchieste che propongono letture e analisi della galassia nera. 
Punto di partenza obbligato per questo itinerario, la constatazione, pressoché scontata per chi guardi all’appeal che l’estrema destra esercita sui giovanissimi, relativa al debutto di un fenomeno nuovo, definibile nei termini di «fascismo pop». A tracciarne le coordinate è Christian Raimo, che in Ho 16 anni e sono fascista (Piemme, pp. 112, euro 13) descrive come presso gli adolescenti, in «un misto di nascondimento ed esibizione», il fascismo sia diventato una sorta di «moda». 
Il tentativo di uscire dalla ridotta della semplice nostalgia, avviato da decenni, seppur non senza contraddizioni, dalla destra radicale, irrompe nel contesto deteriorato e contraddittorio della realtà italiana. In tali condizioni, «il fascismo oggi è una possibilità per molti: non è una possibilità maggioritaria, ma si è trovato in una larga parte della società una legittimazione», spiega Raimo. «Mentre i movimenti neofascisti elaboravano nuovi codici culturali, dalla musica alla grafica dei manifesti, mentre riuscivano a rimuovere un linguaggio che li stigmatizzava che oggi ci sembra distante secoli (pensiamo alla parola “naziskin”), mentre il fascista in giacca e cravatta si conquistava una presenza fissa nei talk show televisivi, – aggiunge il giornalista e scrittore romano – nell’Italia post-crisi avveniva uno smottamento sociale per cui slogan che erano considerati fascisti e per questo inaccettabili, impronunciabili e minoritari come “Aiutiamoli a casa loro” o “Resistenza etnica” sembravano poter entrare nel dibattito pubblico come ipotesi di buonsenso». Al punto che perfino «Traini (l’attentatore di Macerata, nda) è la conseguenza naturale di questa educazione fascistoide di massa, quotidiana, spacciata per racconto del reale». 
Accanto ai riferimenti consueti della tradizione fascista, a partire dal rapporto con la violenza e con la morte, scanditi da «una drammaturgia quasi rituale» – che si esprime ad esempio nelle marce in onore dei caduti, della Rsi come degli anni Settanta -, la comunicazione di questi gruppi si orienta ora verso temi quali l’immigrazione, già al centro di costanti campagne mediatiche. La tesi dominante in materia, quella della cosiddetta «grande sostituzione» – l’idea che i processi migratori siano il risultato di «un complotto» contro l’uomo bianco -, ammanta però in questo caso il tutto di quello che Raimo definisce come il «fascino cospirazionista (che) finge di spiegare con un solo concetto questioni molto diverse e complesse, dalle incognite dell’economia globale a quella della crisi della rappresentanza». 
Parallelamente alle forme nuove/vecchie di proselitismo, centrate, come racconta un responsabile di Blocco studentesco, sulla «fascinazione per un simbolo», sulla definizione di uno «stile», e su un processo totalizzante di coinvolgimento dei militanti che ricorda quello di «una setta», emerge l’utilizzo massivo della rete e dei social. 
Una dimensione, quest’ultima, che come indicato a partire dal caso francese – dove il Front national fu nel 1996 il primo partito a sbarcare in rete -, da Dominique Albertini e David Doucet in La fasciosfera (La nave di Teseo, pp. 437, euro 20), caratterizza sempre più l’estrema destra che dopo aver cercato per questa via «di aggirare il filtro dei media tradizionali», ne ha fatto il proprio terreno di battaglia principale. «Siti e blog, Facebook e Twitter, commenti sui forum o sui siti d’informazione, video, fotomontaggi: le forme di esistenza online sono innumerevoli. Non è nemmeno più una sfera: è un turbine», affermano i due reporter transalpini. 
Due le caratteristiche che emergono in questo processo. In primo luogo la volontà di presentarsi come dei «dissidenti» rispetto all’informazione mainstream; quindi, «la creazione di ecosistemi ideologici le cui componenti si completano, si corrispondono, si amplificano a vicenda»: comunità che prendono vita in rete per poi tentare di imporre i propri contenuti nell’azione politica tout-court. 
In questo senso, concludono Albertini e Doucet, «lo sviluppo della fasciosfera somiglia molto a quello del mercato pornografico. Prima dell’esplosione del digitale, la rappresentazione della sessualità sullo schermo era rara e controllata. Analogamente, le idee di estrema destra sono uscite dal cono d’ombra e hanno raggiunto il grosso pubblico». E rischiano ora di affermarsi, offrendo «una risposta alla crisi di significato del mondo contemporaneo», e proponendo a società indebolite e segnate dall’incertezza, una sinistra via d’uscita con la rievocazione dei miti di razza e nazione e un inedito profilo sociale. 
Inevitabilmente, la stagione della crisi fa da sfondo anche al «viaggio nell’Italia che si è riscoperta fascista», compiuto da Paolo Berizzi attraverso le pagine di NazItalia (Baldini & Castoldi, pp. 424, euro 20). Il cronista, da anni sulle tracce dell’estrema destra, riflette in particolare sul modo in cui «un fascismo liquido, certo, disaggregato e sfuggente, e proprio per questo molto insidioso» si sta diffondendo nel nostro paese, «grazie alla sottovalutazione e alla sbadataggine, o alla complicità di qualcuno», e punta «a permeare – in parte ci è già riuscito – gli strati più deboli della società». In un quadro composto dalla trasversalità politica degli accenti allarmistici sull’immigrazione, dalla banalizzazione dei discorsi d’odio, e perfino da un’«accettazione di un tasso di violenza squadrista allarmante», sono le stesse tappe attraverso le quali si compie l’esplorazione di Berizzi a descrivere l’inquietante eccezionalità del «caso italiano». 
Dopo essere passata per stadi e concerti nazirock, come tra le fila di Forza Nuova e Casa Pound, l’inchiesta approda infatti alla nuova Lega nazionale di Matteo Salvini, «il Grande Traghettatore dell’Italia nera», che, sfruttando il clima sociale e politico di questa fase, è diventata «interprete del sentimento nazionalista e antieuropeo, delle pulsioni identitarie, xenofobe, razziste, delle parole d’ordine e dei principi della destra radicale». Portando «l’onda nera» sulla soglia dell’esecutivo. 
Proprio Berizzi ricorda però come specifico al neofascismo sia anche il nesso costante tra il nuovo e l’antico, attraverso il passaggio di testimone tra una generazione e l’altra, fino a definire un percorso senza soluzione di continuità che dal Ventennio alla Rsi, passando per l’ordinovismo degli anni Sessanta e Terza Posizione nel decennio successivo, giunge fino alle formazioni attuali. 
Alla luce di questa prospettiva, si può leggere la Storia di Ordine Nuovo firmata da Aldo Giannuli e Elia Rosati (Mimesis, pp. 242, euro 18). Un libro che ha il grande pregio di illustrare in qualche modo «dall’interno», grazie all’ampia documentazione a cui Giannuli ha avuto accesso come consulente della Commissione stragi, le vicende e «l’antropologia» del gruppo più importante della stagione della Strategia della tensione, e la sua eredità politica. Oltre ad offrire al contempo, nel saggio conclusivo di Rosati, il profilo ideologico e la funzione di «laboratorio» culturale che On svolse, intorno alla figura di Julius Evola, e la cui eco ha attraversato il mondo neofascista fino ad anni recenti.
Pur se radicato nel presente, e nelle sue contraddizioni, suggeriva del resto vent’anni orsono Umberto Eco, esiste in ogni caso un Fascismo eterno, – che è anche il titolo di un suo celebre intervento riproposto da La nave di Teseo (pp. 52, euro 5) -, le cui caratteristiche tipiche, per quanto in forma apparentemente contraddittoria o innocente, hanno attraversato la storia e sono «ancora oggi intorno a noi».

Una raccolta di interventi su destra e sinistra nella quale sembrano mancare troppe cose


I populismi secondo Cas Mudde