giovedì 31 maggio 2018

Il nemico principale





























L'Unione Europea può e deve essere criticata in maniera impietosa. Essendo nata in una fase in cui i rapporti di forza erano squilibrati, incarna inevitabilmente un carattere di classe e perciò è doveroso proporsi di mettere in discussione i Trattati (che i comunisti non votarono, a differenza della Lega) ed è persino legittimo volerla smontare e rimontare.
Tenete conto però che le tendenze non solo geo-economiche ma soprattutto storico-politiche verso la convergenza europea datano almeno alla fine del XVIII secolo e che, oltre ad essere progressive, sono talmente fondate nell'oggettività dei processi materiali (e culturali) che è letteralmente ridicolo pensare di fermarle. Esse hanno assunto forme diverse nella storia moderna e contemporanea, sono riemerse nonostante due guerre mondiali e riemergeranno sempre e comunque.
Tenete conto inoltre che i rapporti di forza - e cioè gli elementi fondamentali della lotta di classe - nel frattempo non sono migliorati ma peggiorati ulteriormente e che peggioreranno ancora di più domani. Peché non siamo affatto in una fase rivoluzionaria - come sembra dal grottesco entusiasmo generale per questa crisi organica - ma in una fase di ritirata nella quale semmai dovremmo costruire un fronte difensivo.
Ogni progetto di fuoriuscita si svolgerà dunque in un contesto sociale e politico ancor più nettamente sbilanciato a destra e sarà egemonizzato dalle tendenze più reazionarie, come già si vede nel nostro Paese come in altri. Nessuno pensi che uscendo ci sarà un terreno più avanzato per il Welfare o addirittura per il socialismo, tanto più che proprio le destre dovranno gestire l'inevitabile contraccolpo finanziario e economico che ne deriverebbe.
In quel caso su chi cadrebbe il peso della svalutazione, sulle classi dominanti oppure su quelle subalterne? Saranno i comunisti o i leghisti - maestri di neoliberalismo, evasione fiscale e Stato gendarme - a gestire la crisi? Provate solo a immaginare una manifestazione di disoccupati in un contesto del genere...
Nel criticare quotidianamente l'Unione Europea, non dimenticate mai infine che il primo paese che ha interesse a una sua frantumazione sono gli Stati Uniti. Proprio alle destre - che a differenza nostra hanno un progetto - Washington affiderebbe in seguito l'inevitabile ricostruzione di un'area europea comune.
Tra l'altro, abbiamo in casa decine di testate nucleare americane, non tedesche. E lo stesso vale per la Germania oggi demonizzata [SGA].


«Sovranità» da Bruxelles, non da Washington 
L’arte della guerra. La rubrica settimanale a cura di Manlio Dinucci 
Manlio Dinucci Manifesto 28.5.2018, 23:59 
Steve Bannon – ex stratega di Donald Trump, teorico del nazional-populismo – ha espresso il suo entusiastico sostegno all’alleanza Lega-Movimento 5 Stelle per «il governo del cambiamento». 
In una intervista (Sky TG24, 26 maggio) ha dichiarato: «La questione fondamentale, in Italia a marzo, è stata la questione della sovranità. Il risultato delle elezioni è stato quello di vedere questi italiani che volevano riprendersi la sovranità, il controllo sul loro paese. Basta con queste regole che arrivano da Bruxelles». 
Non dice però significativamente «basta con queste regole che arrivano da Washington». 
Ad esercitare pressione sull’Italia per orientarne le scelte politiche non è infatti solo l’Unione europea, dominata dai potenti circoli economici e finanziari soprattutto tedeschi e francesi, che temono una rottura delle «regole» funzionali ai loro interessi. 
Forte pressione viene esercitata sull’Italia, in modo meno evidente ma non meno invadente, dagli Stati uniti, che temono una rottura delle «regole» che subordinano l’Italia ai loro interessi economici e strategici. 
Ciò rientra nelle politiche che Washington adotta verso l’Europa, attraverso diverse amministrazioni e con metodi diversi, perseguendo lo stesso obiettivo: mantenere l’Europa sotto l’influenza statunitense. Strumento fondamentale di tale strategia è la Nato. 
Il Trattato di Maastricht stabilisce, all’Art. 42, che «l’Unione rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite la Nato». 
E il protocollo n. 10 sulla cooperazione stabilisce che la Nato «resta il fondamento della difesa» dell’Unione europea. 
Oggi 21 dei 27 paesi della Ue, con circa il 90% della popolazione dell’Unione, fanno parte della Nato, le cui «regole» permettono agli Stati uniti di mantenere, sin dal 1949, la carica di Comandante supremo alleato in Europa e tutti gli altri comandi chiave; permettono agli Stati uniti di determinare le scelte politiche e strategiche dell’Alleanza, concordandole sottobanco soprattutto con Germania, Francia e Gran Bretagna, facendole quindi approvare dal Consiglio Nord Atlantico, in cui secondo le «regole» Nato non vi è votazione né decisione a maggioranza, ma le decisioni vengono prese sempre all’unanimità. 
L’ingresso nella Nato dei paesi dell’Est – un tempo membri del Patto di Varsavia, della Federazione Jugoslava e anche dell’Urss – ha permesso agli Stati uniti di legare questi paesi, cui si aggiungono Ucraina e Georgia di fatto già nell’Alleanza atlantica, più a Washington che a Bruxelles. 
Washington ha potuto così spingere l’Europa in una nuova guerra fredda, facendone la prima linea di un sempre più pericoloso confronto con la Russia, funzionale agli interessi politici, economici e strategici degli Stati uniti. 
Emblematico il fatto che, proprio nella settimana in cui in Europa si dibatteva aspramente sulla «questione italiana», è sbarcata ad Anversa (Belgio), senza provocare alcuna significativa reazione, la 1a Brigata corazzata della 1a Divisione statunitense di cavalleria, proveniente da Fort Hood in Texas. 
Sono sbarcati 3.000 soldati, con 87 carri armati Abrams M-1, 125 veicoli da combattimento Bradley, 18 cannoni semoventi Paladin, 976 veicoli militari e altri equipaggiamenti, che saranno dislocati in cinque basi in Polonia e da qui inviati a ridosso del territorio russo. 
Si continua in tal modo a «migliorare la prontezza e letalità delle forze Usa in Europa», stanziando dal 2015 16,5 miliardi di dollari. 
Proprio mentre sbarcavano in Europa i carri armati inviati da Washington, Steve Bannon incitava gli italiani e gli europei a «riprendersi la sovranità» da Bruxelles.

Tradotto un vecchio libro di Bauman sul socialismo

Risultati immagini per Bauman: Socialismo utopia attivaZygmunt Bauman: Socialismo utopia attiva, Castelvecchi 
Risvolto
Nel momento in cui l’ideale socialista viene riscoperto in tutto il mondo, da Bernie Sanders a Jeremy Corbyn, l’analisi di Bauman ritorna di grande attualità. Il filosofo polacco, in un periodo in cui la spinta utopica nata con Babeuf alla fine del Settecento sembrava isterilita tra la crisi delle socialdemocrazie occidentali e il plumbeo autoritarismo del “socialismo reale”, ripercorre le tappe dell’impatto che l’utopia socialista ha avuto sullo sviluppo della società moderna. Partendo dalla contrapposizione tra pensiero sociale utopico e positivismo scientifico, Bauman presenta il socialismo come controcultura della società capitalista, esamina le ragioni del fallimento della sua applicazione alla Rivoluzione Russa ed esplora, infine, alcune forme che l’utopia socialista potrebbe assumere nelle società industriali di fine Ventesimo secolo.

L'inizio della fine della sinistra italiana: quando scoprirono il Sessantotto e fondarono il Manifesto


Va detto che la cultura reazionaria, come il Solinas più sotto, ha capito del Sessantotto non più di quanto abbia capito quella progressista [SGA].

Un nuovo soggetto politico tra le strade di Parigi 
Sessantotto. «Considerazioni sui fatti di maggio» di Lucio Magri e «L’anno degli studenti» di Rossana Rossanda. La manifestolibri ripubblica i due testi cinquant'anni dopo la loro prima apparizione
Aldo Garzia Manifesto 30.5.2018, 0:04 
È a Parigi, in pieno ’68, che ha cominciato a prendere forma l’idea di dar vita a una rivista come luogo in cui raccogliere la riflessione della sinistra critica interna ed esterna al Pci. Un anno dopo, nel giugno 1969, quella rivista mensile sarebbe uscita in edicola con la testata il manifesto, esplicito riferimento al «Manifesto dei comunisti» di Marx ed Engels del 1848, andando incontro alla radiazione dal partito dei suoi promotori. Ma era da qualche tempo che nel Pci si era sviluppato un confronto inedito sui temi del neocapitalismo italiano e di un conseguente rinnovamento strategico che trovò nell’XI Congresso del 1966 il momento di più aspro confronto (furono le assisi in cui Pietro Ingrao pose il tema del superamento del centralismo democratico come metodo di vita interna e di un nuovo modello di sviluppo). 
È QUESTA LA PRIMA riflessione che viene in mente rileggendo i due libri meritoriamente rieditati dalla manifestolibri cinquant’anni dopo della prima edizione della De Donato: Lucio Magri, Considerazioni sui fatti di maggio (pp. 176, euro 16); Rossana Rossanda, L’anno degli studenti (pp, 96, euro 12). Magri, allora giovane funzionario di Botteghe oscure, e Rossanda – in quel periodo deputata del Pci dopo aver diretto la Sezione culturale del partito – andarono insieme a Parigi nel 1968 per capire quello di nuovo che animava il maggio.
La lettura non ha perso di attualità. Si tratta infatti di due testi che, con uno stile a metà tra saggio e puntigliosa cronaca giornalistica, ricostruiscono gli eventi di quell’anno indimenticabile in Francia e in Italia con chiavi interpretative e di approfondimento. Scrive Magri, di cui si scorge l’influenza della Scuola di Francoforte di Marcuse e Adorno a rapporto con il marxismo più classico: «La forma di dogmatismo più diffuso è quella che usa una grande apertura metodologica e squillanti riconoscimenti delle novità della situazione solo per conservare l’essenziale delle proprie idee». 
PER LUI, I FATTI a cui ha assistito impongono invece nuovi approcci e scelte non di routine. Rossanda – che analizza il ’68 italiano nelle università di Trento, Pisa, Torino, Venezia – socializza una convinzione: «Gli studenti non sono un soggetto a parte, con i quali solidarizzare, o da respingere, o semplicemente da comprendere; sono un aspetto del capitalismo maturo che esplode e domanda sbocco». Nella sua originale analisi del movimento italiano riecheggiano le lezioni non ortodosse di Louis Althusser e Jean-Paul Sartre. 
Sta qui una prima convergenza politica e d’analisi tra Magri e Rossanda che avevano raggiunto una proficua e intensa collaborazione intellettuale destinata a durare per molti anni con reciproco arricchimento (i due libri s’intrecciano per questioni e domande). Per loro, il movimento degli studenti prodotto della scolarizzazione di massa è un soggetto politico nuovo che esprime una propria critica alla società capitalistica: bisogna indagarne dunque cultura e potenzialità, oltre alle forme di autorganizzazione (i due libri avviano tale ricerca in modo parallelo e intrecciato, perciò vanno letti in continuità). 
È LA NUOVA stratificazione delle società mature inoltre che produce inespresse soggettività sociali, come dimostreranno l’intero ciclo sessantottino e gli anni successivi. Si presenta perciò anchilosata – secondo Magri e Rossanda – la lettura tradizionale della politica delle alleanze che viene dalla tradizione del Pci: operai e contadini più vaghe classi medie o indistinto ceto medio. Riprendendo la lezione di Antonio Gramsci, in Occidente il processo rivoluzionario di trasformazione sociale si conferma per Magri e Rossanda, proprio alla luce del ’68, complesso, di lunga durata, con la continua conquista di «case matte» che fanno crescere livelli di politicizzazione di massa. 
A COLPIRE Magri e Rossanda è anche la diffidenza e la chiusura con cui il Partito comunista francese guarda agli avvenimenti del maggio, atteggiamento meno ostile seppure molto prudente avrà il Pci (da non dimenticare l’incontro nella sede di via delle Botteghe oscure tra il segretario Luigi Longo e alcuni esponenti del movimento tra cui Oreste Scalzone). I due autori traggono infine un’altra conclusione dalla loro ricerca: sembra non reggere più la tesi secondo cui il ruolo del Pci debba favorire lo sviluppo di un capitalismo italiano che resta arretrato senza criticarne indirizzi. Modi di produzione e valori. Su questo si era già avviata una discussione nel convegno del 1962 su «Le tendenze del capitalismo italiano» dell’Istituto Gramsci, dove Giorgio Amendola, Bruno Trentin e Lucio Magri avevano animato un dibattito non convergente negli approcci e nelle conclusioni. 
IL TESTO DI MAGRI è prefato da un saggio di Filippo Maone, che aveva accompagnato lui e Rossanda nel viaggio parigino. Ci vengono dunque consegnati da Maone particolari umani e politici che hanno fatto da contorno a quella missione politica di cinquant’anni fa, oltre a ulteriori spunti di riflessione politica.
Quanto alla tesi che l’idea del mensile il manifesto nacque in Francia nel ’68, scrive a proposito Maone: «Quelle due settimane e mezza trascorse a Parigi accelerarono la scelta, già da qualche mese in maturazione, nella mente di Lucio e Rossana, di dare vita a una rivista». Al progetto si unirono Aldo Natoli, Luigi Pintor, Luciana Castellina, Valentino Parlato, Massimo Caprara, lo stesso Maone e molti altri.
Il testo di Rossanda è prefato invece da Luciana Castellina che mette in evidenza l’intuizione del fenomeno sessantottino da parte del futuro gruppo del manifesto: «Era una crisi della modernità capitalistica, non dell’arretratezza».

La rivolta nata allora ha fermato il tempo in una falsa e decadente età dell'oroStenio Solinas Giornale - Mar, 29/05/2018

Il libro di Stefano Pivato su Bartali e l'attentato a Togliatti


Una biografia di Louise Michel



Marco Rovelli: Il tempo delle ciliegie, elèuthera
Risvolto

Consacrata a simbolo stesso della Comune di Parigi da Victor Hugo, che le dedicò la poesia Viro Major, Louise Michel si schierò sempre dalla parte degli ultimi, umani o animali che fossero, con un'abnegazione talmente assoluta che le valse l'appellativo di «santa anarchica». Questo racconto a più voci di quella che fu la più nota «incendiaria» parigina ci narra al contempo l'epopea di quei giorni, fatti di speranze e barricate. Ed è proprio per quelle barricate che questa istitutrice libertaria, dopo essersi esercitata nei luna-park per imparare a sparare, lascia il servizio nelle ambulanze (e il tradizionale ruolo attribuito alle donne negli eventi rivoluzionari) per trasformarsi nella strenua combattente cantata anche da Paul Verlaine. Certo la pagherà cara, con la prigionia e la deportazione, ma Louise sapeva che il tempo delle ciliegie, la primavera di emancipazione, prima o poi sarebbe arrivata. E ha vissuto per questo. 

Ingmar Bergman guerriero freddo


"La caduta dal cielo": racconti e visioni dello sciamano Kopenawa


La biblioteca di Pasolini



Calcio a tre porte e "trialettica"


Rilke e Cézanne


Cézanne 1907, quella pittura è una muraglia 
"Paul Cézanne e Rainer Maria Rilke. Quadri da un'esposizione", Jaca Book. Bettina Kaufmann ha trovato traccia certa di 42 delle 56 opere del maestro di Aix esposte nella storica mostra tenutasi nel 1907, l'anno dopo la sua morte, al Grand Palais: visitatore folgorato Rilke, che ne riferì. Vi si rivelò uno sguardo totale, «un morire per rinascere alla realtà» (André Pératé). Anche il Cézanne ultimo era molto ben rappresentato
Giuseppe Frangi Alias Domenica 3.6.2018, 0:10 
Il Salon d’automne in quel 1907 aprì il primo ottobre. Era alla quinta edizione e per il successo ottenuto era stato trasferito dagli spazi un po’ angusti dei piani bassi del Petit Palais a quelli immensi del Grand Palais. Quell’anno il manifesto annunciava quattro personali: Berthe Morisot, Eva Gonzales, Jean-Baptiste Carpeaux e Paul Cézanne, morto proprio nell’ottobre dell’anno prima. Il Salon, inventato da Frantz Jourdain, architetto e critico di origine belga, prevedeva sempre la pubblicazione di un piccolo catalogo, con la lista puntuale delle opere esposte. Nel caso di Cézanne ci rivela che erano 56, elencate a blocchi per collezionisti prestatori, con il solo titolo e senza misure. Stranamente di quell’edizione del Salon non si conoscono fotografie, così le sale di Cézanne sono rimaste sempre un po’ in un cono d’ombra, nonostante si fosse trattato della sua prima grande personale e di una delle mostre-cardine del secolo passato.
Ci sono voluti 110 anni per scoprire quali quadri fossero appesi negli spazi del Grand Palais. Merito del lavoro di Bettina Kaufmann, co-curatrice del Cézanne Online Catalogue Raisonné, che sulle 56 opere esposte ha trovato traccia certa di 42, mentre altre 14 non hanno potuto essere identificate univocamente, per via della genericità dei titoli e dei numerosi passaggi di mercato. Comunque siamo nell’altamente probabile. Così la sfilata di immagini nel volume ora pubblicato a conclusione del lavoro – Paul Cézanne e Rainer Maria Rilke Quadri da un’esposizione (Jaca Book, pp. 144, 56 tavv. col., euro 50 ,00) – restituiscono bene la fisionomia di quella mostra-evento che ha segnato come poche altre la storia dell’arte del secolo scorso. Si scopre che lo sguardo su Cézanne era già uno sguardo totale, con notevole attenzione anche alle opere dell’ultimo periodo dello scontroso maestro di Aix: in particolare Ambroise Vollard aveva intercettato due ritratti del Jardinier Vallier, quasi ancora freschi di pittura. Il figlio Paul aveva prestato una serie di sette meravigliosi acquerelli, tra i quali un capolavoro del 1906, La Bouteille de Cognac. Tra i prestatori c’era anche un italiano, Egisto Fabbri, il mercate fiorentino che nella sua collezione aveva decine di opere di Cézanne, tra le quali Madame Cézanne à la jupe rayée, oggi al museo di Boston. Fuori catalogo, ma documentato dalle cronache, arrivò anche una 57esima opera, che Claude Monet volle prestare in omaggio al grande collega da poco scomparso: è un quadro del 1867, una figura di uomo nero di spalle, Le Négre Scipion. Un quadro strano se pensato in rapporto agli interessi di Monet, ma che documenta un approccio a Cézanne come artista totale e non come semplice compagno nell’avventura dell’Impressionismo e di ciò che ne derivò.
Com’è noto la mostra fu teatro delle visite compulsive di Rilke che in quegli anni era a Parigi e che tra il 6 e il 24 ottobre raccontò, in una sequenza quasi quotidiana di lettere alla moglie Clara, la propria folgorazione davanti alle opere di Cézanne. Nel volume di Jaca Book le lettere sono presentate nella selezione curata da Clara Rilke in occasione della prima pubblicazione del 1952, con l’aggiunta di due lettere «cézanniane» inviate dal poeta alla pittrice tedesca Paula Modershon-Becker, sempre nel 1907. Scrive Rilke che «Cézanne è stato un evento che quasi tutti erano impazienti di ammirare, i pittori in particolare non vedevano l’ora».
Che si fosse trattato di una mostra terremotante lo conferma la circostanziata e a suo modo straordinaria stroncatura firmata da André Pératé per la «Gazette des Beaux-Arts». È una recensione che testimonia come il contraccolpo del disvelamento di Cézanne avesse causato un profondo e quasi drammatico malessere in tanti osservatori. «Le vecchie abitudini classiche o romantiche – scrisse Pératé –, il nostro idealismo, per quel poco che sussiste, il nostro desiderio di stile e di sentimento, tutto è travolto, violentato da questo pittore brutale, da questo pazzo». Cézanne «uccide il mio innocente Corot, svela le bugie di Délacroix», scrisse quasi impaurito il critico francese, davanti a quella pittura che sembrava come «una muraglia», «una realtà» davanti alla quale «tutto il resto, alla prova, sembra come un decoro». Cézanne è un barbaro, metà operaio e metà trappista, per il quale la pittura è «un morire per rinascere alla realtà» (il corsivo è di Pératé).
Lo sguardo di Rilke è più contiguo di quanto non sembri a quello di Pératé. Anche lui, come scrive Franco Rella nel saggio sulle lettere del poeta contenuto nel libro, «avverte una vertiginosa concentrazione», perché nella pittura di Cézanne c’è «tutta la realtà». Rilke arriva in mostra avendo già avuto più di un approccio con Cézanne, prima da Cassirer, in Germania, e poi alla galleria Bernheim-Jeune a Parigi, nel 1906, in occasione di una mostra di suoi acquerelli. Il 7 ottobre, durante la visita quotidiana al Salon, aveva incontrato anche Julius Meier-Graefe, lo storico dell’arte che aveva fatto conoscere l’impressionismo in Germania e di cui aveva anche apprezzato un libro su quella stagione pittorica. Inoltre Rilke aveva compulsato i ricordi e le lettere che Émile Bernard aveva pubblicato nei suoi Souvenirs sur Cézanne, riproposti dal «Mercure de France» in occasione del Salon. Quello di Rilke è dunque un approccio strutturato e consapevole, che gli permette di scavare dentro la pittura e di cogliere delle dinamiche rivelatrici. Scrive ad esempio: «È come se ogni punto sapesse di tutti gli altri. Tanta è la sua partecipazione; tanto si combinano in lui adattamento e rifiuto». Il suo è uno sguardo ravvicinato, che si tiene alla larga da un’interpretazione letteraria. È un approccio che trova un rimando in una pagina sinteticamente straordinaria dei Pensieri Verticali di Morton Feldman (una lettura di cui sono debitore a Lea Vergine), che spiega come Cézanne abbia costituito un nuovo inizio per la pittura: «Cézanne ci ha dato la “pittura per la pittura”, ma ci ha dato anche l’ultima grande rivelazione sulla natura. Questo è ciò che rende il suo approccio “analitico” così straordinariamente commovente. Per Cézanne il mezzo è diventato l’ideale».

Altri pompeiani


Il terzo volume delle Opere di Primo Levi







martedì 29 maggio 2018

Nè con gli euromani, né con gli eurofobi: per l'autonomia culturale e politica dei marxisti e dei comunisti. La guerra di classe tra le élites capitalistiche sta portando il paese alla rovina

A mente più fredda, è stato un golpe, un golpetto o la rappresentazione di un golpe?


 In realtà, il furbo Salvini ha messo nel sacco il povero Mattarella. Il quale, nonostante il pedigree democristiano, è andato in confusione euromane e ha fatto il gioco dell'avversario (fornendo l'occasione per la canea eurofoba, ma non certo impedendo la nascita del governo grillo-leghista né orchestrando un golpe, ragion per cui le richieste di impeachment sono solo propaganda).


Ma soprattutto Salvini ha fottuto l'ingenuo Di Maio, autentica pippa politica.


Bastava che quest'ultimo dicesse che a lui Giorgetti andava di lusso, e Salvini sarebbe finito nell'angolo. I residui di moralismo presenti nel suo movimento gliel'hanno invece impedito, paralizzandolo.

Non esiste in politica che stai per fare il governo, hai portato a casa la sostanza e ti impunti su un nome. O sei fesso come Giggino, o sei scaltro come l'erede di Bossi.

A scacchi - un gioco più serio dei giochini complottisti - vince chi ha le idee chiare e sa cosa fare sin dall'inizio.

In realtà il vero errore di Mattarella è stato un altro.
Dopo aver votato il pareggio di bilancio in costituzione (che ovviamente è sbagliato), Salvini si indigna per le perplessità del presidente della repubblica di fronte a un programma che prevede millemila miliardi di spese e due caramelle di entrate.
Il vero errore di Mattarella è che avrebbe dovuto semplicemente dire che quel pareggio di bilancio che proprio la Lega ha voluto gli impediva di avallare un programma senza entrate certe, mettendolo in contraddizione con se stesso e con Di Maio e evitando di richiamarsi autolesionisticamente ai mercati e all'Europa.
Deludente per un democristiano cedere così all'ideologia.

Adesso, nell'impazzimento sovranista del paese, Salvini ha mani libere. Può allearsi con i 5Stelle e egemonizzarli oppure - più probabile, se Berlusconi ha ancora le sue carte in mano - ripresentare il centrodestra unito e fare bingo.

E' chiaro dunque che nell'ambito di una guerra di classe tutta interna alle élites, la cordata fino a ieri dominante sta consegnando il paese a Salvini e Di Maio per i prossimi 20 anni, mentre anche un bambino capisce che prima cominciano a governare, prima finiscono. Adesso, invece, avranno buon gioco nel mobilitare le folle al seguito della cordata concorrente, con tanto di belle parole sul principio democratico e con la possibilità concreta di saldare un nuovo blocco storico.

Inviterei però i compagni deboli di cultura politica, improvvidamente affascinati dal guevarismo di Giggino e Salvini, a tener presente che la democrazia moderna è già finita da tempo in Italia, non certo oggi.

E se le motivazioni indicate da Mattarella per il suo comportamento sono state certamente condizionate dall'avvento di una forma di governo nuova, fondata sulla governance neoliberale, esattamente sullo stesso pericolosissimo terreno eversivo si muovono Lega e 5Stelle. Che non eleverei a campioni della Costituzione, perché portatori di un progetto postmoderno non meno pericoloso ed eversivo, nel quale la volontà popolare diventa plebiscito immediato e muore (e in un caso e nell'altro lascerei perdere il fascismo, che non c'entra niente).

Mai come oggi, perciò, dovremmo essere rigorosamente autonomi e non cedere alle sirene liberali come a quelle rozzobrune, all'euromania come all'eurofobia. Altrimenti questo passaggio segnerà la nostra fine come area politica, come già si profila negli appelli deliranti a costruire un grottesco "Nuovo CLN Sovranista" alla coda di Lega e 5 Stelle.

Mai come oggi dovremmo reimparare a dire che la borghesia grande e piccola porterà il paese al disastro e che solo il movimento dei lavoratori e il governo dei lavoratori possono salvarlo.

Purtroppo questo movimento non c'è più. E sempre più ci rendiamo conto di quanto ci manchi.


***
Come l'euromania ci ha consegnati mani e piedi al PD, allo stesso modo l'eurorofobia ci sta già consegnando mani e piedi alla Lega.
Come previsto, i gigginisti leninisti hanno già lanciato l'appello per un "Nuovo CLN Sovranista" alla coda di Lega e 5Stelle.
È evidente che se pensate che l'Europa è il nazismo che sta colonizzando l'Italia in nome del Quarto Reich tedesco, non c'è altra conclusione politica possibile.
Ma è l'analisi, appunto, che è sbagliata e che, rimuovendo la durissima lotta di classe in corso in seno alle élites, vi porterà all'inferno. Questa non è la contraddizione principale, per cui, come in Siria, saremmo obbligati a stare di qua o di là. L'analogia con i movimenti di liberazione nazionale non regge ed è un imbroglio strumentale.

Siamo finiti. Si salvi chi può e chi può mantenga l'autonomia che i marxisti dovrebbero saper conservare.


***

"Imperialismo tedesco e europeo"?
Se negli anni Novanta qualcuno avesse provato a ostacolare la ferrea volontà popolare degli italiani di partecipare al processo di convergenza europea, il popolo avrebbe giustamente gridato al golpe.
L'unica forza che lo metteva in discussione e che votò contro Maastricht, Rifondazione Comunista, non fu affatto premiata da quella scelta (che era giusta perché non contestava l'Unione ma le sue regole scritte a vantaggio dei padroni, quelli italiani prima di tutti).

***

Il problema, in ogni caso, non è la convergenza europea come tale, che come tale sarebbe metafisicamente antipopolare, ma il fatto che questa convergenza sia avvenuta nel contesto di rapporti di forza tra le classi squilibrati.
Le grandi unioni nascono di solito dopo grandi rivoluzioni. L'UE nasce dopo una controrivoluzione alla fine della guerra fredda.
È normale che l'architettura e le regole dell'Unione, scritte negli anni della restaurazione borghese e alla fine della democrazia moderna, riflettano questi rapporti. E dunque spingano alla compressione del costo del lavoro e alle privatizzazioni.
Se per mera ipotesi scolastica il processo fosse avvenuto qualche decennio prima, dentro rapporti più favorevoli, e se quei rapporti fossero rimasti tali, adesso avremmo la socialdemocrazia continentale.
Tuttavia anche allo stato attuale le regole europee non impediscono di togliere ai ricchi i soldi necessari per stare nei parametri, invece che ai poveri. Le regole europee non impediscono la patrimoniale o la lotta all'evasione fiscale. Queste sono scelte politiche.
E da cosa dipendono queste scelte politiche?
Ancora una volta, ciò che conta sono i rapporti di forza tra le classi .

 [SGA]
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"Il potere della verità": i saggi postumi di Mario Vegetti su Platone


"Disuguaglianze": la lotta di classe che non interessa né alle élites euromani, né ai populisti eurofobi


"Radical Markets": altri due geni americani riformano il capitalismo. Riscrivere "L'era dell'accesso" di Rifkin 20 anni dopo o quasi










Crainz e De Luna sessantottini













Problemi dell'insegnamento della filosofia in Francia


Sennet urbanista liberal

Costruire e abitareRichard Sennett: Costruire e abitare. Etica per la città, Feltrinelli

Risvolto
Fin dall’antichità esiste una tensione tra il modo in cui le città sono costruite e la capacità delle persone di abitarle. Oggi la maggior parte della popolazione mondiale abita in città.  In uno studio urbanistico che chiude la trilogia dell’homo faber nella società, dopo L’uomo artigiano e Insieme, Richard Sennett mostra come Parigi, Barcellona e New York hanno assunto la loro forma moderna e ci guida nei luoghi che sono l’emblema della contemporaneità, dalle periferie di Medellín in Colombia al quartier generale di Google a Manhattan. E denuncia la diffusione globale della “città chiusa” – segregata, irreggimentata e sottoposta a un controllo antidemocratico –, che dal Nord del mondo ha conquistato il Sud del mondo e i suoi agglomerati urbani in mostruosa espansione.  Secondo Sennett, esiste un altro modo di costruire e abitare le città. Nella “città aperta” i cittadini mettono in gioco attivamente le proprie differenze e creano un’interazione virtuosa con le forme urbane. Per costruire e abitare questa città, occorre “praticare un certo tipo di modestia: vivere uno tra molti, coinvolto in un mondo che non rispecchia soltanto se stesso. Vivere uno tra molti, nelle parole di Robert Venturi, permette ‘la ricchezza di significati anziché la chiarezza di significato’. Questa è l’etica della città aperta”. 

Il Diario 1930-1943 di De Gasperi. Il parere del Nostro Toynbee come storico della Prima Repubblica



"L'eroe da romanzo": testi critici di Drieu La Rochelle


Vampiri di Castoldi


Jascin e i Mondiali in Russia