sabato 19 maggio 2018

Satana a Goraj: il primo Singer


La filosofia della storia di Isaac B. Singer in una psicotica vicenda secentesca 

Grandi esordi. «Satana a Goraj», il primo romanzo Yiddish dell'autore, pubblicato a puntate sulla rivista polacca «Der Globus» tra il 1933 e il 1935 
Massimiliano De Villa Alias Domenica 10.6.2018, 6:00 
«La cittadina di Goraj, un tempo celebre per i suoi studiosi e i suoi uomini d’ingegno, restò completamente deserta. La piazza era invasa dalle erbacce, insozzate di sterco di cavallo la sinagoga e la scuola. La maggior parte delle case erano state rase al suolo». Al massacro perpetrato dai tatari di Crimea, dai contadini rivoltosi e dai cosacchi di Bogdan Chmel’nitskij, che infuriano sulla fiorente comunità ebraica nel 1648, pochi sopravvivono e Goraj – nella Polonia sudorientale, a mezza via tra Lublino e Zamosc – offre alla metà del Seicento un quadro di abbandono e distruzione. 
Dal totale azzeramento, nel giro di alcuni anni la città rialza la testa e si riconfigura in una realtà del giorno dopo che è solo un pallido riflesso della prosperità passata. Un’esistenza residuale che il vecchio rabbino Rabbi Benish Ashkenazi, granitico custode dell’ortodossia, orchestra e convoglia sulla via dell’osservanza.
Nonostante l’argine che Rabbi Benish alza a salvaguardia della legge religiosa, la stentata sopravvivenza rende la comunità ricettiva a fermenti e attese che la attraversano come guizzi a scuotere la saldezza della tradizione. L’ansia millenaristica che affretta la fine dei tempi, annunciando l’irrompere di prossime escatologie e redenzioni incipienti, assume, a Goraj, la forma di un’idea sottile e persistente attraverso cui il male si infiltra in città, per poi dilagare ed eroderne le fondamenta. A ridosso del fatale anno 1666, la comunità di Goraj sarà infatti travolta dall’entusiasmo per il sedicente Messia Shabbetay Tzevi e per i suoi autoproclamati emissari, in un’allucinazione collettiva che ne decreterà, stavolta sì, la fine irrevocabile. 
Sono queste le grandi linee di Satana a Goraj, il primo romanzo yiddish di Isaac Bashevis Singer, pubblicato a puntate sulla rivista polacca «Der Globus» tra gennaio e settembre del 1933 e in volume nel 1935, a salutare la definitiva partenza dell’autore per gli Stati Uniti. In Italia, il libro ha conosciuto una lunga vicenda editoriale, composta di quattro stazioni a partire dagli anni Sessanta fino ai primi Duemila, ed è ora riproposto da Adelphi nella storica traduzione di Adriana Dell’Orto, per la cura di Elisabetta Zevi (pp. 183, 18,00).
Non sono mai troppe le riproposizioni di questo racconto, che ha in sé tutta la grandezza, la tensione e la contraddittorietà del Singer più maturo e che molti considerano il prodotto migliore della sua scrittura. Su una base verosimile e storicamente accertata – che potrebbe condurre (e in passato ha condotto) la narrazione verso la casella del romanzo storico, se non intervenissero altri elementi costitutivi a impedirne la semplice classificazione – Singer compone la partitura di un delirio nero e psicotico che prende corpo tra le case di Goraj e si impossessa dei suoi abitanti. Una smania isterica che, per la corale e formicolante velocità del suo realizzarsi, migra spesso verso il grottesco, verso la paradossale deformazione del quotidiano, conferendo alla mania collettiva un tratto espressionistico, pur trattenuto nelle movenze classiche e nella grazia arcaica di un racconto che respira con la calma dell’epica.
Alla vicenda di Singer giungono molti affluenti, dalle favole scure dei Grimm, al romanticismo nero di Hoffmann alle molte storie di possessione demoniaca che corrono attraverso l’Europa ashkenazita, dove dibbukim, spiriti malvagi e anime senza pace costellano lo spazio del racconto orale e scritto. A questo patrimonio occidentale-orientale, Singer aggiunge il proprio timbro inconfondibile, evidente nel gusto per il soprannaturale, nell’arte della rievocazione storica, nel grande intuito psicologico.
La scrittura singeriana in Satana a Goraj attenua la cupezza a colpi di ironia (e autoironia), affollando le pagine con personaggi divisi tra ruvidità e esuberanza, insieme disperati e stravaganti ai limiti della bizzarria, con il puntello di complesse cosmologie cabbalistiche che, al solo contatto con la realtà di Goraj, si svuotano di ogni sacralità, lasciando il posto alla più prosaica e nuda tragicommedia, modulata sui ritmi di uno shtetl polacco, con i mille traffici e tutto il brulicare di palandrane nere, cappelli a tesa larga, riccioli sulle tempie, abluzioni rituali, salmodie sinagogali e sgozzamenti di bestiame.
Di capitolo in capitolo, la storia si fa strada tra rabbini rigorosi e contestatori scismatici, invasati apostoli del falso messia, profetesse epilettiche, macellatori rituali, santoni lascivi, taumaturghi, impostori, sfrenati cabbalisti, cerusici e fattucchiere, in un mulinello di sregolatezze che conduce la storia lungo la china di un inevitabile sfaldamento. Cavalcati dal fervore messianico, gli abitanti di Goraj spalancheranno le porte all’astutissimo e demoniaco Reb Gedaliah che, appoggiandosi alle visioni isteriche della bella e storpia Rechele, istituirà a Goraj un regime di vizio e turpitudine, in un clima di esaltazione religiosa con matrice erotica, sorretto dalla convinzione che solo l’empietà al sommo grado potrà accelerare la venuta del Messia.
Affidandosi a «filatori di raggi di luna» e alle mirabolanti dicerie su Shabbetay Tzevi – la «canna incrinata» che sta infiammando tutte le comunità ebraiche d’oriente e d’occidente – gli abitanti di Goraj imboccano così la strada dell’empietà, sfigurando il sacro in continui atti blasfemi. Per questa via, perderanno il contatto con la radice più intima della tradizione, abdicando alla fiducia rispettosa e paziente in Dio e nel suo Messia.
Per il tramite di una vicenda secentesca, Singer, come sempre, riflette sul presente, formulando una filosofia della storia che si interroga sull’incontro tra modernità e tradizione, sul destino della spiritualità ebraica nel cuore d’Europa, sulla possibilità di vivere ancora dopo la catastrofe.
Satana a Goraj è un romanzo che testa, sfida e spesso demistifica i concetti di rivoluzione, speranza e utopia, ponendoli a confronto e a contrasto con l’esasperazione, il fanatismo politico-religioso e il moto, alterno e perpetuo, di illusione e delusione tipico della dinamica messianica. Inevitabilmente, dunque, l’arrivo del Messia, agognato ed estorto anzitempo alla storia, non avrà luogo e gli abitanti di Goraj rimarranno, muti e delusi, a fissare le macerie della loro esistenza. Nel 1943, l’anno in cui diventa cittadino statunitense e in risposta immediata allo sterminio nazista, Singer ripubblica Satana a Goraj, a mostrare un’altra volta, contro il nuovo scenario, dove possano condurre le ubriacature collettive del presente, i tentativi di affrettare la storia verso un suo presunto compimento, le violenze alla millenaria attesa messianica.
Contro tutte le fanfare ideologiche, i sogni totali (e totalitari) di rigenerazione e supremazia universale, sembra dire Singer, il Messia oggi deve parlare piano, esprimere tutta la stanchezza e il disincanto, anche il dubbio sulla fede, la rabbia per la sofferenza ingiusta. E di lì a poco anche Hertz Yanovar, nell’ultima riga della Famiglia Moskat, risponderà lo stesso agli amici che, in una Varsavia bombardata e in fiamme, gli chiedono sgomenti se il Messia potrà salvarli: «Il Messia verrà presto La morte è il Messia. Questa è la verità».

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