lunedì 25 giugno 2018

Un'intervista sul marxismo, la sinistra e l'Europa, PAP, rozzobrunismo, crisi politica e l'universo mondo...


















D. Stefano, da anni ti troviamo in prima linea sul fronte ideologico della lotta di classe. Tra gli strumenti che metti a disposizione c’è una rivista, di cui sei fondatore e direttore scientifico: “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”. Un titolo che richiama i fondamenti stessi del marxismo che tra il popolo tutto, non solo quello che lavora solo con le mani, non gode di ottima salute. Da cosa nasce, dunque, l’esigenza di un’iniziativa così controcorrente e qualè stata la reazione del mondo accademico italiano ed internazionale?
R. In prima linea mi pare troppo. Diciamo dal divano, visto che non faccio più militanza attiva dal 2009, quando sono stato espulso da Rifondazione Comunista…
Il marxismo come materialismo storico, che è una cosa ben diversa dall’economismo oltre il quale molti compagni non riescono ad andare, ha rappresentato un salto nell’evoluzione delle forme di coscienza dell’umanità che dobbiamo considerare irreversibile: come è accaduto dopo la rivoluzione scientifica copernicana, dopo il marxismo nulla può essere più come prima nell’analisi della realtà; chiunque pretenda di capire il mondo senza confrontarsi con esso, sia pure per contestarlo, difficilmente potrebbe essere preso sul serio. Questo vale anche in ambito accademico, dove coloro che vogliano studiare la società e le sue forme espressive non possono evitare, anche volendo, di utilizzare il concetto di classe sociale...

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I rozzobruni italiani alla coda di Dugin e di Salvini sbarcano su Repubblica

I nostri Rozzobruni conquistano Repubblica e, con il tradimento, anche due minuti di poco invidiabile celebrità

L'articolo - che sembra sollecitato attraverso relazioni personali dalle stesse persone che l'articolo indica - cita anche Marx XXI e l'Antidiplomatico, contiene le consuete imprecisioni pucciarelle perché confonde strumentalmente le sacrosante posizioni di attenzione verso Cina e Russia e quelle dei saltafossi innamorati i Salvini  ma è comunque segno dei tempi nei quali siamo immersi.

Al posto di qualcuno farei querela per il solo fatto di essere associato a certi nomi e a certe posizioni. Ma temo che invece saranno tutti assai contenti, incorniceranno l'articolo e ne faranno strumento di propaganda e regalo ai nipoti.

Alcuni di loro quando si dicevano comunisti erano infatti ignoti anche ai loro stessi familiari: adesso hanno due minuti di notorietà ma a tal fine hanno dovuto diventare traditori. E come tali verranno trattati (SGA).

La cravatta di Tachipirinas

Ho criticato Tachipirinas a suo tempo perché aveva fatto un referendum per usarlo come bluff contro la Germania. La quale, naturalmente, è andata a vedere le carte e al posto dell’altra Europa gli ha dato il due di picche, obbligandolo a distribuire supposte alle classi subalterne greche.

Tuttavia quelle supposte dolorosissime non sono niente rispetto alla catastrofe che avrebbe investito la Grecia se fosse uscita in mancanza di un’alternativa (che non c’era e non c’è e nessuno sta nemmeno costruendo). A quest’ora parleremmo del respingimento dei migranti greci.

C’è poco da festeggiare perciò ma non c’è nemmeno nessuna ragione per infierire, perché la vicenda greca non fa che confermare la natura tragica della situazione: restando in Europa si rimane a destra (tecnocratica) ma dall’Europa si esce altrettanto a destra (particolaristica e populista).

In realtà ai “sovranisti” va detto che abbiamo ancora enormi margini di sovranità nazionale: usiamoli per par pagare le tasse agli evasori e per far pagare ai ricchi il costo della crisi reintroducendo la progressività più rigorosa.

Questa sovranità però ai populisti non piace, perché il sovranismo amato dal popolo è in realtà un’arma ideologica dei ricchi ed è al modello ultraliberista delle zone franche - Flat fax - che questi squali guardano.

In realtà sarebbe perfettamente possibile fare pagare le tasse ai ricchi anche rimanendo nell’euro e scaricare sui ricchi i costi della convergenza europea. È questione di volontà politica e cioè di rapporti di forza tra le classi. Ma se i rapporti di forza oggi non consentono una patrimoniale, figuriamoci se consentirebbero una exit a sinistra [SGA].

Il governo dell'infamia: crudele con i deboli, prono ai potenti, ai ladri e agli evasori. Disonore perpetuo su chi da sinistra ha votato M5S e Lega









L'Europa in fiamme 1914-1923: Gerwarth


La fuga degli artisti d'avanguardia dalla Germania nazista: Passaro

Maria Passaro: Artisti in fuga da Hitler. L’esilio americano delle avanguardie europee, Il Mulino
Risvolto
Emblematica della furia censoria nazista, la mostra sull'«Arte degenerata» del 1937 presenta gli artisti d'avanguardia come un residuo sociale perverso e irrecuperabile. In quel clima carico di minacce, un'intera leva di artisti si trovò a dover fuggire dall'Europa e a cercare riparo negli Stati Uniti. Per loro quel grande paese fu prima di tutto l'approdo alla salvezza, poi la possibilità di un nuovo inizio, senza nostalgie né rimpianti. Smentendo una rappresentazione dell'esilio come perdita, il libro mostra come per molti di quei transfughi - da Mondrian a Randinsky, da Moholy-Nagy a Max Ernst - l'esperienza americana coincise con una stagione ricca di creatività, portatrice di straordinari innesti artistici.             

Machiavelli in Europa


Il commentario di Marsilio FIcino alle Epistole di San Paolo


Le omelie sull'Esamerone di Basilio di Cesarea


Le Storie babilonesi di Giamblico

Storie babilonesiGiamblico: Storie babilonesi, La Vita Felice 
Risvolto

Sinonide, a quest’ultima cosa, avvampò e non attese il resto del discorso, ma disse: «Soreco, ti ho concesso questa tua infelice tirata, e ho fatto male: magari fossi morta, prima di aver sentito che Rodane è bello anche per un’altra! Non tentare di fermarmi, se non vuoi assistere a un delitto in questo luogo deserto. Tu lo sai che non mento: ho te come testimone della mia audacia. Vedi che ho una spada, e ho una ferita; Rodane è stato solo appeso alla croce, io invece ho sfiorato la morte e ho avuto la prova che gli uomini non provano dolore mentre muoiono, la morte non è sgradevole: per gli innamorati, anzi, è addirittura dolce. Perché mi trattieni, Soreco? Lo attesto, tu vuoi salvare a Rodane la sua amata; non minacciarmi processi, arresti, punizioni: io non ho paura di nessuno, io che non ho avuto paura né della notte né della croce...».
Due bellissimi sposi, Rodane e Sinonide, la sorte capricciosa, che ama scatenare i turbinosi eventi caratteristici della narrativa romanzesca di età tardo-ellenistica e imperiale, un’ambientazione esotica e remota, un perfido antagonista, numerose vicende secondarie ricche di dettagli sanguinosi e macabri, qualche particolare scabroso, una serie infinita di rocamboleschi colpi di scena e scambi di persona, morti apparenti e miracolose risurrezioni... Tutto questo e molto altro si trova nelle Storie babilonesi di Giamblico, o per meglio dire si trovava, perché il romanzo è andato perduto, a parte un discreto numero di brevi frammenti, più tre di maggiore estensione, ma risulta ricostruibile grazie all’epitome contenuta nella Biblioteca del patriarca bizantino Fozio.

Torna il "Campalans" di Max Aub


Max Aub: Jusep Torres Campalans, Theoria

Risvolto

Durante un viaggio in Messico nel 1955, Max Aub incontra un anziano signore che si fa chiamare Don Jusepe. E un ex pittore cubista, ma ora ha smesso di dipingere. Ha vissuto a Parigi nei primi decenni del secolo ed è stato amico di Picasso e della sua cerchia. Si è reso protagonista di avventure inenarrabili e di eclatanti provocazioni. Aub decide d'intervistarlo e di raccogliere quanto più materiale possibile allo scopo di raccontare per intero la sua storia, recandosi a Parigi e incontrando alcuni dei grandi protagonisti di quell'epoca inquieta e densa di fermenti artistici e intellettuali. Ma è tutto falso. All'uscita del libro, i critici, prendendola per la biografia di un pittore catalano realmente esistito, scatenano una caccia all'uomo. Tutti vogliono conoscere Campalans, proprio mentre a New York si celebra una mostra che espone i suoi quadri (in realtà dipinti da Aub stesso e dalla nipotina). Prefazione di Panella Giuseppe.
             

Magris e il dubbio filosofico


Memorie di Barnum






domenica 24 giugno 2018

Gianni Vattimo e gli ultimi giganti del Novecento

Gianni Vattimo negli anni Ottanta ha dato con il Pensiero Debole la versione italiana della svolta postmoderna-neoliberale che ha accompagnato il riflusso.
Tuttavia, dopo quella fase la realtà è andata così a destra che Vattimo, rimanendo fermo sulle sue posizioni, si è ricollocato all'estrema sinistra (la polemica con Ferraris dopo la svolta nuovorealistica di quest'ultimo ne è attestazione, assieme al giudizio sugli esperimenti di socialismo bolivariano e alla difesa della Palestina).
Ma non solo. Quella ricollocazione è stata poi riconosciuta, radicalizzata e elaborata concettualmente nell'idea di "comunismo ermeneutico".
Diametralmente opposta, ad esempio, la parabola del pensiero di Costanzo Preve, che aveva colto in tempo reale i rischi apologetici del decostruzionismo ma le cui tesi sono finite oggi all'estrema destra, anche a causa di molti suoi pessimi discepoli.
Quella di Vattimo è certamente una posizione diversa dal materialismo storico perché indebolisce il marxismo sul terreno dell'ermeneutica di ispirazione heideggeriana (questo spiega le affinità con Laclau). Tuttavia, sebbene muovendo da una prospettiva distinta, è un'operazione analoga a quella autonoma secolarizzazione e de-mitologizzazione del marxismo proposta da Domenico Losurdo. E si colloca saldamente sul terreno di un universalismo concreto che annienta ogni immediatezza, sia quella particolaristica sia quella che ha inficiato l’universalismo stesso da quando le classi subalterne sono state sconfitte.
Vattimo, a differenza di tanti suoi critici, rimane un gigante. A prescindere dal senso intrinseco e dalla fattibilità dell'operazione, il suo sforzo di salvare Heidegger e ancor prima Nietzsche portandoli a sinistra contrasta oggi più che mai con la moda infame di deturpare Marx e Gramsci tentando - inutilmente - di deportarli e disinnescarli a destra. [SGA].

Leggi anche qui sull'ultimo libro di Vattimo


Il teorico del postmoderno non ha eredi. Nella Torino che fu nel ’900 avamposto del pensiero I suoi allievi hanno preso altre strade e il suo archivio è finito a Barcellona: «Qui nessuno me lo ha chiesto» 
di Marco Pacini l'Espresso

del Rey: la tirannia della valutazione capitalistica nella società neoliberale


Angélique del Rey: La tirannia della valutazione, Elèuthera, pp. 190, euro 15

Risvolto

Che sia a scuola, nelle aziende o nella pubblica amministrazione, la valutazione si presenta oggi come una retorica dell'oggettività, come una modalità incontestabile che intende rapportare ogni cosa al suo valore e, pertanto, al suo costo. Ma di fatto questi sistemi si propongono di misurare ciò che non è misurabile, cioè di dare un valore quantitativo a una qualità.
Prefazione di Francesco Codello
Oggi, in qualsiasi ambito sociale ci si trovi a interagire con gli altri, essere valutati in base a criteri ritenuti oggettivi appare non solo naturale ma persino desiderabile. Anzi, ricondurre l'individuo a un'entità misurabile che dia precisamente conto della propria efficienza e competenza è diventato l'imperativo che governa le nostre prestazioni e relazioni. Questa rincorsa al «merito» instaura peraltro un clima di estrema competitività tanto a livello sociale quanto a livello individuale. Oltretutto, smentendo clamorosamente i suoi fautori, questa ossessione valutativa sta creando, in nome dell'efficienza, una forma inedita di inefficacia, proprio perché comprime le differenze normalizzando i profiliindividuali. Come appunto dimostra questa articolata critica della meritocrazia – portata avanti in vari ambiti sociali ma soprattutto nell'ambito del lavoro e dell'educazione – che contrappone al riduzionismo di un sistema iper-valutativo la complessità della vita e delle relazioni umane.


Fumaroli e la repubblica delle lettere

Nostalgiche rievocazioni degli eruditi d’antan 
Casi critici. In «La Repubblica delle lettere», Marc Fumaroli finge di ignorare la più elementare deontologia della ricerca storica e rende emblematici trascurabili casi singoli 
Pierluigi Pellini Alias DOmenica 1.7.2018, 16:00 
Nel ricorrente, e in anni recenti un po’ stracco, dibattito sull’identità europea, e sull’esistenza di una letteratura del vecchio Continente capace di nutrire un immaginario condiviso, non di rado viene evocata, come possibile modello positivo, la cosiddetta Repubblica delle Lettere: una comunità sovranazionale di scrittori e filosofi, collezionisti e filologi, che dal Cinquecento di Erasmo al Settecento degli Illuministi ha coltivato la dotta urbanità del dialogo erudito, a dispetto delle guerre innumerevoli (religiose e no) che in quei tre secoli hanno insanguinato quasi ogni angolo di terra, fra l’Atlantico e gli Urali. Grandi epistolografi in lingua franca (latino e poi francese), i membri di questa comunità extraterritoriale si scambiavano idee e aggiornamenti scientifico-culturali, e così tenevano in vita un ideale di universalismo del sapere e di pax litteraria (meno irenica, in realtà, di quanto spesso si pensi), prima che le rivoluzioni di classe e i nazionalismi ottocenteschi accentuassero divisioni e contrapposizioni anche nelle élite colte, costringendo i savants a prendere partito, a rinunciare al privilegio aristocratico di un sapere super partes, insomma a diventare, con neologismo affermatosi durante l’affaire Dreyfus, «intellettuali»: più o meno organici, più o meno impegnati, ma in ogni caso consapevoli del fatto che nessuna conoscenza è neutrale, nessun valore di cultura privo di rapporti con la politica, l’economia, la storia. 
Proprio il rifiuto di questa consapevolezza novecentesca è il centro intorno al quale gravitano i saggi – di argomento in realtà disparato: le forme della conversazione nell’Europa delle Corti, la nascita delle Accademie, l’epistolografia umanistica, il genere letterario delle Vite – raccolti nell’ultimo libro di Marc Fumaroli, La Repubblica delle lettere, uscito in Francia nel 2015 e ora pubblicato da Adelphi (traduzione di Laura Frausin Guarino, pp. 464, euro 32, 00). Duplice è infatti lo scopo della nostalgica rievocazione della comunità dei dotti d’ancien régime, «permanente concilio degli spiriti» e «cittadinanza ideale» astratta dai conflitti della storia: da un lato il richiamo ai valori condivisi di una tradizione umanistica che ha consentito il dialogo oltre le differenze di religione e nazione, e ancora oggi può costituire un punto di riferimento per i processi di integrazione europea; dall’altro l’affermazione militante dell’«unità dell’Europa cristiana» e classicista, sulla scia di una tradizione di pensiero nobilmente reazionario (da Novalis a Valéry). Non senza una rivendicazione snobistica dei privilegi del letterato puro, avulso da ogni compromissione con l’engagement politico. 
Non tutto è legittimo
Nulla di sorprendente, per chi conosca i precedenti libri di Fumaroli. Del resto, essere cattolico e reazionario è legittimo, soprattutto se non impedisce di scrivere volumi importanti sul grand siècle francese, come L’età dell’eloquenza (1980), e su Chateaubriand (2003), o un pamphlet non privo di provocatoria intelligenza contro l’interventismo dei poteri pubblici francesi in materia di creazione artistica (Lo stato culturale, 1991). Meno legittimo pare invece addebitare all’invenzione della stampa le guerre di religione del Cinquecento (colpa del libero esame delle Scritture, giacché la cattolica ignoranza avrebbe garantito la pace); o postulare un’improbabile comunanza d’intenti fra Repubblica delle Lettere e Curia, o addirittura, per la proprietà transitiva, fra Galileo e i suoi censori; e perfino convertire la filologia, con toni da apologetica parrocchiale, in «leale sottomissione dello spirito umano al suo creatore»; o, ancora, individuare, contro ogni evidenza storica, nel potere di «un’élite culturale e morale» il migliore antidoto contro «le passioni e le violenze» del volgo. 
Ancor meno legittimo è ignorare – o fingere di ignorare, con superciliosa nonchalance – la più elementare deontologia della ricerca storica: in cui il caso singolo può diventare emblematico solo se è indizio, o sineddoche, di fenomeni più ampi; mentre in tutto il libro Fumaroli non soltanto pretende di fare storia delle élite prescindendo completamente dai dati quantitativi e dalle condizioni materiali dell’attività intellettuale (riesce a non citare nemmeno una volta Lucien Goldmann), ma procede come quei laureandi che, innamorati del proprio microscopico argomento di tesi, cercano goffamente di promuoverlo a emblema universale. Così, per fare due esempi, un mediocre collezionista e epistolografo di primo Seicento, Nicolas-Claude Fabri de Peiresc, assurge al ruolo di Principe della Repubblica delle Lettere; e i vieti stereotipi sui caratteri dei diversi popoli europei, propalati nel Seicento da John Barclay e, in modi poco meno grossolani, nel primo Novecento da Hermann von Keyserling, sono proposti come preziosi contributi ancora d’attualità. 
Ingiustificate faziosità
Sprezzante con i suoi avversari di sempre – la sociologia marxista, la storiografia delle «Annales» (che la non impeccabile traduttrice, Laura Frausin Marino, declina al maschile) –, Fumaroli è ditirambico con i suoi maestri, tanto da fare di due onesti eruditi di vecchia scuola sorbonarda, René Pintard e Paul Dibon, gli ideali antagonisti di Pierre Bourdieu, a sua volta mai citato, ma costante bersaglio polemico implicito di un libro la cui impostazione di fondo, di là dai contenuti più o meno interessanti, più o meno marginali, dei singoli saggi, consiste precisamente in questo: nell’esaltare l’erudizione e l’impressionismo salottiero contro il metodo, lo snobismo contro l’analisi materialista dei rapporti di forza e dei privilegi sociali. 
L’affinità elettiva di un editore dichiaratamente snob (Roberto Calasso, di cui Fumaroli incensa un «mirabile saggio») ha portato questo tomo inutile nelle librerie italiane; la deferenza dei recensori (magari di sinistra, come Lina Bolzoni sul «Sole») gli garantirà un qualche successo commerciale. Intanto si discorre da trent’anni, e di recente anche su queste colonne, di crisi della critica; mentre chi scrive ha letto di recente, per dovere d’ufficio (concorso di abilitazione), libri molto belli di autori trentenni, pubblicati da minimi stampatori come Aguaplano o Fiorini. Senza indulgere a retoriche farlocche (TQ, rottamazioni), sarà lecito auspicare che, per cercare un’uscita dalla crisi, la grande editoria conceda spazio a qualche giovane, anziché dar fiato ai tromboni del 1932.

La cultura musulmana e l'Illuminismo europeo: Alexander Bevilacqua


Byung-Chul Han è anche buddista zen


Kristeva su de Beauvoir e il femminismo dell'uguaglianza


"Leggere Simone Weil" di Giancarlo Gaeta


Ritratto di Charles Krauthammer


Barbarossa. Alla borghesia Stalin non va bene se ferma Hitler ma nemmeno se ritarda nel fermarlo


Ro-do-tà! Ro-do-tà! "Critica del diritto privato"

Quel paradosso «depositario» e «prigioniero» della sua storia 
SCAFFALE. Stefano Rodotà, «Critica del diritto privato» a cura di Guido Alpa e Maria Rosaria Marella. Edito da Jovene «Editoriali e saggi della Rivista Critica del Diritto Privato», dal 1983 al 2016 
Michele Spanò Manifesto 3.7.2018, 0:03 
Non esiste forse forma più genuinamente moderna del pensiero di ciò che chiamiamo critica. Un’operazione che, da Kant a Marx, attraversa e assume tutta quanta la tradizione – tutti i quanti i «dogmi» – proponendosi di verificarli prima per poterli meglio rovesciare poi. È a questa pratica illuminista – il cui sabotaggio foucaultiano, sotto l’etichetta di «ontologia del presente», è fin troppo noto perché metta conto ricordarlo – che Stefano Rodotà si è sempre orgogliosamente richiamato. 
E NON È UN CASO che a essa decise di intitolare una delle sue imprese editoriali più felici e forse più importanti: la fondazione e la direzione della Rivista critica del diritto privato. A poco più di un anno dalla sua scomparsa, Guido Alpa e Maria Rosaria Marella – che della Rivista è oggi la direttrice – hanno deciso di orchestrare una silloge degli Editoriali e dei Saggi destinati da Rodotà alle pagine della Rivista. Si comincia nel 1983 e si finisce nel 2016 per il volume appena edito da Jovene e con il titolo rispondente di Critica del diritto privato, pp. 362, euro 36). A essere insieme oggetto e soggetto di critica – secondo la felice indistinzione tipica del genitivo – non è in questo caso né la conoscenza e neppure l’economia politica, ma un sapere e una tecnica apparentemente più esotica e grigia: il diritto privato. 
IL DISPOSITIVO critico gli si applica tuttavia secondo gli stessi protocolli e in accordo alle medesime procedure: è ossessiva, nelle pagine di Rodotà, l’immagine di un diritto privato insieme «depositario» e «prigioniero» della sua storia.
Proprio di questo paradosso è questione in ogni luogo del volume: l’esibizione, operata attraverso una certosina storicizzazione delle sue categorie, del carattere di indiscernibilità che corre tra tecnica e ideologia, efficacia e intelligenza di un sapere. Ha così occasione di sciogliersi l’equivoco singolare cui Rodotà era spesso, e suo malgrado, protagonista: quello di essere confuso, da civilista che era, per costituzionalista. Ciò fu possibile perché il diritto privato pensato e praticato da Rodotà è in tutto e per tutto un diritto civile: le sue categorie più proprie, le sue tecniche più tipiche, i suoi modi più riconoscibili di operare non sono quadri appesi al museo del sistema ma esistono davvero solo quando sono attivati, mobilitati, criticati, sabotati e rifunzionalizzati, misurati e configurati secondo gli urti con quel «movimento ineguale, irregolare e multiforme» che è la vita comune delle donne e degli uomini. 
PERCIÒ LA LETTURA incrociata di testi programmatici, che hanno il piglio del manifesto, ma conservano il nitore e la sobrietà così tipica del ductus rodotiano, e quelli più distesi che propongono colpi di sonda su un caso, una querelle di metodo o una diagnosi di fase, fanno di questa raccolta un vero e proprio regesto, una summa, un repertorio delle pièces de résistance della sua traiettoria intellettuale (così come della sua sterminata cultura): la proprietà, «le frontiere dell’appropriabilità» e i «riferimenti non proprietari», la responsabilità civile come cerniera tra forme di vita e modo di produzione, le metamorfosi del contratto tra principi e clausole.
Ma di là dalla messe tematica – dai mutati rapporti tra politica e giurisprudenza al ruolo della tecnica, dalla bioetica alla biopolitica, dai diritti alla dignità – è l’unità di metodo a fornirne insieme il sigillo e il blasone: una strenua, paziente, meticolosa guerriglia contro la «tecnica della fattispecie chiusa», una pratica dell’alterazione costante dell’isolamento dogmatico alla luce di altri saperi, la possibilità, infine e soprattutto, di approdare a un diritto privato non patrimoniale non già abdicando alla sua potenza tecnica ma al contrario attingendo, secondo il modo della critica interna, «dentro e contro», alle sue risorse operative più proprie e speciali.
IN ULTIMA ANALISI è in questo ritmo che separa e unisce la vita e le forme che andrà riconosciuto il filo rosso del volume. Tutte le scene che lo compongono sono dominate dal rapporto tra la materialità (dei bisogni, dei corpi, dei desideri) e la loro formalizzazione possibile: è il rapporto tra l’esistenza sans phrase e le tecniche molteplici della sua messa in forma a essere cruciale e a sintetizzare lo stesso passo metodologico così come l’ethos civile di Rodotà. Nell’intreccio tra forme di vita e forme della produzione che descrive il nostro tempo, il diritto privato è allora quella tecnica capace di istituire la potenza – o la dignità – della cooperazione sociale e dei suoi prodotti.

Il film di De Toth che anticipava il processo di Norimberga


Cavazzoni, Bouvard e Pécuchet: La galassia dei dementi























Un romanzo distopico di Sorokin: Manaraga

Il neo-medioevo di Sorokin 
Narratori. Nell’ultimo libro dello scrittore russo, un universo distopico che porta le cicatrici di una tremenda guerra globale ed è governato da appetiti brutali: «Manaraga», da Bompiani 
Mario Caramitti Alias Domenica 1.7.2018, 6:00 
Dopo quarant’anni di onorata e ostinata opera di decostruzione e liofilizzazione della parola altrui, valsa a farne il più famoso scrittore russo vivente, Vladimir Sorokin è arrivato alla sfida più estrema nel campionario della bibliofollia: i libri sono semplicemente carta da bruciare, e la magia della parola solo un vago riflesso trasmesso alle pietanze grazie a loro grigliate. Quello di Manaraga La montagna dei libri (traduzione di Denise Silvestri, Bompiani, pp. 224, euro 17,00 ) è l’universo distopico di un nuovo medioevo che reca ovunque le cicatrici di una tremenda guerra globale e, pur nel persistere di prodigiosi progressi tecnologici, è guidato da appetiti brutali e elementari: ecco allora un’accolita di spregiudicati e romantici cuochi-spadaccini che, sfruttando la nostalgia degli ormai introvabili libri cartacei, va predandoli per biblioteche e raccolte antiquarie e in clandestinità, a prezzi esorbitanti e rischio della vita, li usa – sempre e solo se autentiche prime edizioni – come ciocchi per la dilagante moda globale del book’n’grill. Un’affumicata osmosi diffonde l’unico talento residuale: girare le pagine con vorticosa destrezza a mezzo di spadini-spiedini, detti excalibur, affinché il rogo sia lento, omogeneo, integrale. 
Dissezionare generi in punta di penna è, del resto, una costante della narrativa di Sorokin, che neppure qui si smentisce: dominano le atmosfere rarefatte e la livida sobrietà del noir, la postapocalissi e la storia alternativa sono in molto dissimulate e filtrate attraverso il prisma del protagonista: un cuoco di nome Géza, ponderato, meditativo, a suo modo elegante e brillante. Il tutto a ritmi tesi e serrati, da spy-story.
Intertestuale dalla prima all’ultima riga, eppure dotata di inconfondibile e spiccata personalità, la produzione di Sorokin può essere inquadrata in due grandi fasi. All’epoca della letteratura underground e della perestrojka lo scrittore russo aveva fatto oggetto di mimesi il realismo socialista e gli assurdi rituali della quotidianità, attivati in perfetti congegni narrativi e poi fatti esplodere tra diluvi di sangue e granghignolesca féerie. Di questo periodo in italiano si può leggere in sostanza solo il testo dialogico La coda. Poi, già prima dell’avvento del putinismo, Sorokin ha iniziato a costruire un personale universo distopico, che si rincorre e completa di libro in libro, dove alla Russia soggetta a una nuovo autocrazia sincretica, ispirata alla propaganda sovietica ma anche a realia dell’epoca di Ivan il Terribile, saldamente inserita nell’orbita politico-tecnologica cinese (nella trilogia – tradotta per intero in italiano – Una giornata di un opricnik, Cremlino di zucchero e La tempesta), subentra un’intera Europa travolta da rivoluzione islamica e neofeudalesimo (principalmente in Telluria, di grande successo in Russia, ma non tradotto, e Manaraga). 
Come ogni libro di Sorokin, che spesso trova la dimensione esemplare nel racconto, anche Manaraga sciorina episodi su episodi a rifrazione del motivo ispiratore, sapientemente variati e in potenza in sé conclusi. Al centro però, come già in copertina, c’è la magnifica montagna dalle sette cime del nord degli Urali, che si rivelerà, naturalmente, piena di libri, e graverà sul testo, affascinante e minacciosa (nella lingua dei nenci Manaraga significa «zampa di orso»), fino a ospitarne l’epilogo.
Al di là del nome ugrofinnico, questa possente mole quasi dolomitica è del tutto estranea all’immaginario condiviso dei russi, come del resto le montagne tutte: sommerso di classici carbonizzati, il lettore straniero faticherà forse a rendersene conto, ma Manaraga è un tour de force centrato sul mitico letteraturocentrismo russo nel quale non compaiono né russi né Russia. Géza è un ungherese, con sangue ebreo, bielorusso e tataro, che ha imparato un po’ di russo scritto sui libri che brucia: ormai è una lingua morta, dopo i cataclismi e le migrazioni che hanno travolto il Titanic postsovietico nessuno lo parla più. 
Il primo libro senza Russia è anche, cosa ancora più sorprendente per Sorokin che è il principe degli stilizzatori, il primo libro con un narratore: la voce è quella di Géza, che ogni sera in una diversa città del mondo racconta i suoi viaggi e le sue cene con tono pacato, equilibrato, risoluto, e pur aspirando alla neutralità stilistica non può non lasciar trapelare un po’ di malinconica impulsività unita a inclinazioni omosessuali e masochistiche. Nessun pericolo, però, di monotonia: bruciare testi è l’ulteriore ed estremo innesco di un meccanismo di scatole cinesi citazionali. Da frammenti di testo scampati alle fiamme alla leggendaria scena dell’Idiota in cui Nastas’ja Filippovna getta centomila rubli nel camino, da una parodia del neofascismo alla Prilepin all’autocitazione dell’opera I figli di Rozenthal sul videocircuito interno nel camerino della cliente primadonna. Ma l’esempio più funambolico di pluralità dei piani testuali è il cliente norvegese che, nel generale rimodellarsi chirurgico-genetico, si è fatto sosia di Tolstoj e si fa cucinare delle polpette rigorosamente vegetariane sul testo pseudotolstoiano appena finito di comporre, firmato Lev Tolstoj e intitolato Tolstoj, con per protagonista un Tolstoj contemporaneo – gigante di oltre tre metri con un mammuth nella sporta – che predica il tolstoismo ai contadini e inserisce come ulteriore testo nel testo una stilizzazione di un racconto tolstoiano per l’infanzia. 
Le due vere vette intertestuali del libro sono per la verità entrambe novecentesche. All’idea compositiva stessa può aver offerto la scintilla una celeberrima citazione dal Maestro e Margherita di Bulgakov: «I manoscritti non bruciano». Non varranno a smentirla tutta la maestria e la scienza di Géza, precipitate in un clamoroso fiasco di fronte alla beffarda energia sulfurea del libro, che smette di bruciare esattamente alla scena del ristorante il cui menù si tentava di riprodurre sul braciere. Ada di Nabokov è invece il libro ideale per l’universo cosmopolita dei cuochi, adatto a specialisti in cucina americana, russa, svizzera, francese, e non a caso finirà in un milione di copie nel ventre della montagna. Nel titolo russo del libro è forte l’eco dell’Ade greco, ma è omesso or Ardor, che invece Denise Silvestri recupera brillantemente in italiano (nel complesso la sua è una resa davvero perspicace e coerente). 
Tra le oltranze più curiose, anche un tentativo di scrittura «automatizzata», quando, all’insaputa del lettore e con brusco cambio stilistico, la pulce intelligente che vive nel cervello di Géza si prova a usurpare il ruolo del narratore. Trattate come teneri animaletti domestici – ne ha un’altra tra i capelli, una nel lobo dell’orecchio – queste eredi miniaturizzate degli odierni smartphone tutto sanno del presente, del passato e dell’ambiente circostante, ovunque proteggono e guidano il loro proprietario. L’intelligenza artificiale non è più solo in competizione, ma si sovrappone fisicamente a quella umana, in una dirompente prospettiva, per il momento abbastanza marginale, ma foriera di sequel nella saga distopica di Sorokin. In Manaraga alle pulci intelligenti resta un ultimo compito d’acrobazia narrativa: inserire un falso happy end nel continuum verbale del narratore.

sabato 23 giugno 2018

Prima che il gallo canti, dopo e anche durante. Che cos'è la sinistra popolare?



























A giudicare dal dibattito su Salvini, Europa e quant'altro, pare che quelli di sinistra abbiano votato tutto tranne PD e SEL negli ultimi anni.
Sparano a palle incatenate e pare che sapessero tutto già prima e l'avessero anche detto personalmente ai quattro venti.
Fosse vero, Rifondazione doveva stare al 20% minimo.
Non si capisce a questo punto chi è che votava centrosinistra a parte Renzi e Vendola.

Adesso che Salvini propone la pistola libera, ad esempio, la sinistra che vuole "parlare al popolo" cosa dovrebbe fare, rilanciare con il bazooka? E visto che propone anche di abolire le tasse agli evasori, dovremmo girare direttamente la busta paga ai ricchi?

In realtà, nessuno di coloro che pontificano oggi dopo aver pontificato ieri sa che pesci prendere. 


Cosa vuol dire sinistra popolare? Cosa dovrebbe fare concretamente un eventuale leader populista di sinistra, se esistesse, in un campo politico che è già nettamente orientato?
Mettersi a competere con Salvini nella caccia al migrante in nome del proletariato indigeno autentico?


Mi pare improbabile e soprattutto tempo perso, perché il terreno è già occupato. Chi ci ha provato ha fallito.
Forse se ci avesse pensato prima: avrebbe avuto un certo successo, ma sarebbe stato ancora considerabile di sinistra?
Potrebbe allora cavalcare il disagio sociale contro l'Europa. Tempo perso: tutto occupato.
Contro i padroni? Quelli italiani? Non se lo fila nessuno.
Sforzarsi di dimostrare al popolo che i migranti sono proletari e la caccia al migrante devia l'attenzione dai veri problemi, come cerca di fare PAP? Peggio mi sento, e questo comunque non sarebbe populismo.
C'è una sola strada: scendere sul terreno definito dall'avversario e alzare il livello del confronto, chiamando i militanti a militare attivamente e organizzando in tal senso i migranti per l'autodifesa e il  contrasto delle iniziative discriminatorie. Rispondendo a provocazione con provocazione secondo una precisa strategia, anche comunicativa, che si appropria dell'agenda altrui e la ribalta.
Non vedo altre possibilità. Altrimenti, come visto, siamo costretti a fuoriuscire dal populismo e a ricorrere ad altri e diversi strumenti analitici e pratici.
A prescindere dal fatto che non esistono leader di sinistra e nemmeno potenziali leader, mentre aspettiamo che gli autoproclamati giovani salvino l'Italia questo scenario, nella sua lunarita', è un'altra conferma della natura tutta artificiale e strumentale del dibattito sul "populismo di sinistra" nel nostro paese.

Il problema mi sembra un altro: dialettica contro immediatezza. Comprendere cioè le sofferenze dei subalterni e le loro ragioni ma senza lisciar loro il pelo e cioè senza mai identificarsi con l'attuale configurazione plebea alla quale lo smantellamento sistematico e organizzato della "classe operaia" ha ridotto la loro antica alleanza popolare. E proporsi semmai di annientarla ricostruendo.
È semplice da capire ma è anche la cosa più difficile da fare, soprattutto nell'epoca dello spettacolo realitario diffuso e della disintermediazione ovvero dell'immediatezza. Per le destre, che sono sinonimo di spontaneismo e particolarismo, è sempre stato tutto molto più facile.

Quanto stiamo vivendo è ' una amara conferma, in ogni caso, del fatto che i limiti dei sentimenti morali di un popolo o di una civiltà e di conseguenza il perimetro del concetto universale di uomo sono proporzionali alla quantità di risorse disponibili - che le classi dominanti lasciano disponibili - in un determinato momento.
Il reinselvatichimento in atto è la conseguenza del riequilibrio mondiale, figlio ultimogenito della rivoluzione democratica internazionale del ciclo delle due guerre mondiali e del socialismo, e della pronta risposta neocoloniale.
L'Occidente che ha concepito il genere umano sembra essere in grado di praticarlo solo attraverso il dominio e l'esclusione, tanto siamo ancora dentro lo stato di natura [SGA]

Gli studi di Iacono su Marx

Studi su Karl Marx. La cooperazione, l'individuo sociale e le merci
Alfonso Maurizio Iacono: Studi su Karl Marx,. La cooperazione, l'individuo sociale e le merci, Ets 

Risvolto
Questo libro raccoglie studi su Marx, sui temi della cooperazione e della sua ambivalenza, sul suo metodo, sulle sue concezioni antropologiche. Nonostante siano accadute molle cose nel corso del tempo, dalla fine dell'era industriale alla caduta del muro di Berlino, dalla crisi irreversibile dei partiti operai al trionfo del neoliberismo, alcuni punti, che molti, troppo spesso abbacinati dal mantra conservatore del nuovo e del cambiamento, hanno abbandonato, a mio parere, restano fermi. Primo fra tutti il lavoro e in particolare il lavoro cooperativo, grazie a cui, come sostiene Marx, gli uomini si spogliano dei loro limiti individuali e sviluppano la facoltà della loro specie e a causa del quale, nello stesso tempo, essi, dopo aver subito il dispotismo e il disciplinamento di fabbrica, introiettano oggi il dispotismo e il controllo della produzione. E ciò mentre vivono la condizione illusoria di essere imprenditori di se slessi, dopo che dal comprensibile desiderio della flessibilità si ritrovano nella miseria materiale e psicologica della precarietà del lavoro. Non hanno più né tempo né possibilità di progettare il futuro e, del resto, è proprio il futuro che è stato tolto, perché esso oggi si mostra al massimo e quasi soltanto come mantenimento dell'esistente, quando non come una devastazione catastrofica del presente. Nessuno ha il coraggio di guardare altrove, là oltre l'orizzonte, dove immaginare una vita diversa dalla libera, depressiva solitudine degli iperconnessi che convive con naturalezza con la schiavitù del lavoro nella gran parte del mondo. Eppure è proprio quello che serve. 

De Masi, che proponeva di lavorare gratis, continua a dispensare confusione e a farsi pagare (dai grillini)



















Cancellato dalla storia il conflitto di classe, il capitalismo digitale libera il lavoro [SGA].