venerdì 28 settembre 2018

La manovra del Popolo Bue: il keynesismo per i ricchi e una sinistra assente. Fino a quando la Costituzione riuscirà a difendersi da sola?


 Aumentare deficit e debito non per accrescere i salari o per Welfare e investimenti strutturali ma per finanziare un condono fiscale tombale agli evasori, il taglio delle tasse ai ricchi e una elomosina flexsecuritaria e ricatatoria ai disoccupati che assieme alla stretta sugli immigrati consentirà un controllo sociale totale e la fine del conflitto sul mercato del lavoro, con la creazione di una semiservitu legale.
Redistribuire povertà tra i subalterni, invece di togliere a chi è ricco per dare a chi è povero.
Il tutto pagato dai lavoratori dipendenti tassati alla fonte, i quali pagheranno domani anche la manovra per colmare lo sforamento.
E che tuttavia oggi festeggiano contenti la propria miseria e impotenza.
Dall'altra parte, quella che dovrebbe essere la sinistra si affida alla vendetta dello spread e dei mercati (che pure esistono e non possono essere irresponsabilmente ignorati) invece di pretendere autentica giustizia sociale e organizzare gli ultimi.
Siamo perduti.
***
Costituzione e deriva a destra del Paese
La Costituzione nata dalla lotta di liberazione dal nazifascismo e dalla fatica delle classi lavoratrici italiane riesce ancora a difendersi da sola, in mancanza di una sinistra politica in grado di aiutarla. E respinge simultaneamente l'attacco della destra tecnocratica renziana e di quella populista grillo-leghista.
Per quanto tempo però sarà ancora in grado di farlo?
Siamo alla vigilia di un ulteriore slittamento a destra, che passerà probabilmente 1) da un nuovo tentativo di controriforma costituzionale nel solco del presidenzialismo, 2) dalla neutralizzazione del Parlamento (il "sorteggio" di Casaleggio: condivisi i fondamentali da parte di tutte le forze politiche, si può persino estrarre a sorte i funzionari della borghesia), 3) dalle spinte secessioniste nascoste dietro le nuove richieste di autonomie territoriali.
Prepariamoci a una lunga notte [SGA].

















Il bombardiere filosofico Walzer e l'internazionalismo astratto liberal che produce guerre e populismo reattivo

Risultati immagini per Michael WalzerIl giro di Walzer che serve a sinistra 
di Michael Walzer 23/9/2018 ROBINSON
Di fronte all’entità della sofferenza umana nel mondo, l’internazionalismo di sinistra è prima di tutto una politica di salvataggio e soccorso. Di fronte ai pericoli del degrado ambientale, una politica di prevenzione. Di fronte alle lotte organizzate degli operai in paesi come Cina o Bangladesh, è una politica di solidarietà di vecchio stampo. Di fronte alla tirannia e alla repressione, una politica di mobilitazione democratica. L’internazionalismo di sinistra non è, né oggi né in un futuro prossimo, una politica rivoluzionaria. A eccezione di pochi marxisti settari, nessuno a sinistra si aspetta un’imponente trasformazione globale conclusa la quale non avremo più problemi. Ma l’internazionalismo di sinistra può e deve essere trasformativo nell’affrontare le crisi della povertà, la condizione dei senzatetto, il dominio predatorio, la pulizia etnica e i massacri. Qui non è sufficiente alleviare temporaneamente la sofferenza umana, in modi per cui ci sarà bisogno di affrontare ripetutamente le medesime crisi.
Il nostro obiettivo deve essere la ricostruzione e non soltanto il soccorso: noi vogliamo che le donne e gli uomini oppressi diventino attori politici in controllo delle proprie vite. Ecco perché sosteniamo i partiti e i movimenti di sinistra in altri paesi e difendiamo il diritto di costituire sindacati. Gli internazionalisti di sinistra aiutano le persone in modo che queste possano aiutare se stesse. Ricordiamo la frase di Trockij sui terroristi che vogliono rendere le persone felici senza la loro partecipazione. Noi vogliamo farle partecipare e loro dovranno rendere felici se stesse.
Un internazionalismo di agency: questo è ciò che l’impegno per la libertà, la democrazia e l’uguaglianza significa in pratica. E, nel mondo come lo conosciamo, l’agency cruciale di autoaiuto è lo Stato – intendo uno Stato decente, nelle mani del suo popolo. Nessun altro attore politico può raccogliere e distribuire le risorse, offrire welfare e istruzione, regolare l’attività. imprenditoriale, proteggere i sindacalisti, far rispettare la legislazione sulla sicurezza e sulla tutela ambientale, e così via – l’elenco è lungo. Abbiamo ancora bisogno di una regolazione globale per mezzo di versioni socialdemocratiche del Fondo monetario internazionale e dell’Organizzazione mondiale del commercio; abbiamo ancora bisogno dei trasferimenti di risorse agli Stati più poveri ( come quelli che dovevano aver luogo, e qualche volta hanno avuto luogo, all’interno dell’Unione Europea). Ma i benefici di un internazionalismo redistributivo dovranno a loro volta essere distribuiti dagli Stati riceventi, e se questi Stati non sono democratici e liberi, i loro cittadini non otterranno mai una quota equa.
Gli internazionalisti di sinistra una volta immaginavano che la loro politica li avrebbe portati al di là dello Stato nazione. Forse un giorno succederà. Ma adesso essa ci porta soltanto al di là del nostro Stato nazione, a preoccuparci delle persone provenienti da altre nazioni che non sono protette da uno Stato decente, che non hanno mezzi di autoaiuto, che sono le vittime, senza sosta, di disastri naturali e di devastazione umana.
Noi siamo internazionalisti in nome loro; i nostri compagni sono quelli fra loro che mirano a liberare se stessi e a liberarsi l’un l’altro. Quei compagni possono essere lavoratori, contadini, donne e uomini che svolgono una professione, intellettuali borghesi o civil servants e burocrati. Non ci sono limiti di classe, ma ci sono limiti morali: i nostri compagni non sono líderes máximos, terroristi o oligarchi. Essi devono praticare una politica di solidarietà democratica con i propri concittadini prima che noi possiamo unirci a loro in una solidarietà di internazionalisti di sinistra.
(…) Ma gli Stati non sono gli unici attori; anche noi persone di sinistra siamo attori. Noi dobbiamo sollecitare i nostri governi a una politica internazionalista decente, ma dobbiamo anche imparare come aiutare amici e compagni all’estero che stanno lavorando per riformare o per trasformare le loro società. Noi abbiamo gli strumenti a portata di mano, le organizzazioni riconosciute della sinistra e i civil servants di sinistra che le gestiscono: i sindacati, i partiti politici, i gruppi ambientalisti e le associazioni in difesa dei diritti umani, dei prigionieri politici e dell’uguaglianza di genere.
Una brigata internazionale di combattenti per la libertà sembra adesso al di là della nostra portata, ma sono gli attivisti che lavorano per ONG liberali e di sinistra come Human Rights Watch o Amnesty International a formare le nostre brigate internazionali. Più avanti discuterò della società civile globale nella quale essi lavorano. Qui voglio soltanto descrivere il ruolo che possono giocare nel dar vita all’internazionalismo di sinistra (…).
Ma che cosa dovremmo fare esattamente? Come nel caso dell’Europa dell’Est prima del 1989, dovremmo pubblicare i lavori dei dissidenti, organizzare dimostrazioni e firmare petizioni contro i loro arresti, scrivere su e contro la tirannia che sperimentano, unirci a loro negli incontri all’estero e nei loro paesi, se possiamo entrarvi. Dovremmo chiedere loro sistematicamente quale ulteriore aiuto vogliono o di quale hanno bisogno. Per esempio, desiderano che facciamo pressione sui nostri governi per organizzare boicottaggi dell’economia dei loro paesi?
I boicottaggi economici sono spesso dolorosi per i cittadini comuni, eppure talvolta sono politicamente d’aiuto; è più probabile che a suscitare sostegno da parte di compagni all’estero siano “ sanzioni mirate” che negano rifornimenti militari ai governi tirannici. ?
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Pacelli nella Prima guerra mondiale: tradotto il libro di Ickx

Quando il futuro Pio XII era "nemico" segreto della Germania 

Grazie alle carte ritrovate nell’archivio vaticano, lo studioso belga Johan Ickx ricostruisce l’impegno clandestino del giovane Eugenio Pacelli contro la propaganda bellica tedesca, durante la prima guerra mondiale

PAOLO RODARI Rep 22 settembre 2018
Il 25 agosto del 1914 i tedeschi diedero fuoco a Lovanio: oltre duemila palazzi, l’Accademia di Belle Arti, i collegi storici della vecchia università, il teatro civico, la Universiteitshal e la collegiata di San Pietro, furono ridotti in cenere. Insieme alla cattedrale di Reims, rasa al suolo poco dopo, la distruzione della biblioteca universitaria di Lovanio divenne un simbolo della barbarie teutonica. Per l’immaginario collettivo, inculcato dalla propaganda tedesca, il Belgio divenne abitato da terroristi socialisti sul fronte vallone e da preti fanatici su quello fiammingo, i quali insieme istigavano la popolazione contro l’invasore.
Trentatré studiosi tedeschi pubblicarono il manifesto An die Kulturwelt, "Appello al mondo della cultura", nel quale negavano l’esistenza di una politica tedesca del terrore a Lovanio e legittimavano la condotta di guerra della Germania. Ma un report rimasto nei cassetti vaticani svela dell’altro. È lo storico belga Johan Ickx, responsabile dell’archivio storico della segreteria di Stato vaticana e consultore della Congregazione per le cause dei santi, a parlarne in Diplomazia segreta in Vaticano
(Cantagalli), un libro su cui la Santa Sede mette la firma anche con la prefazione del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin.
Il report parla dell’esistenza di un gruppo segreto attivo nel cuore di Roma: il "club dei cinque", legato all’operato di Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, nel 1914 segretario della Congregazione degli affari ecclesiastici straordinari, che presso la Santa Sede cercò di smascherare la propaganda bellica tedesca. La Germania giustificava, col placet delle diplomazie di mezzo mondo, la distruzione di Lovanio come rappresaglia alla presunta azione dei franchi tiratori. Pacelli si mosse per smontare questa tesi, anche se riuscì a convincere Benedetto XV solo nel 1915, un anno dopo i fatti, a causa della titubanza, poi giudicata interessata, dell’allora nunzio in Belgio Giovanni Tacci e del collaborazionismo sotterraneo dell’incaricato d’affari Emanuele de Sarzana. Pacelli, criticato per i silenzi sull’Olocausto quando venne eletto al soglio di Pietro, si mosse per convincere Benedetto XV dell’ipocrisia tedesca. Tanto che secondo Ickx anche la sua nomina anni dopo alla nunziatura bavarese non ebbe a che fare con un’ipotetica vena germanofila, ma con il contrario: la consapevolezza vaticana che occorreva mandare in terra tedesca un nunzio che sapesse di cosa fosse capace la Germania del tempo. Pacelli si mosse sotto impulso di monsignor Deploige, professore di filosofia dell’Università di Lovanio, che lo aiutò nel coagulare il "club dei cinque". Il gruppo fu composto da un belga, un francese, un inglese, un romeno e un giapponese.
Coordinavano, con il supporto del cardinale Gasquet, benedettino inglese, azioni per esercitare pressione sull’orientamento della diplomazia della Santa Sede. Oltre ai personaggi principali, la storia verte su due documenti: il report segreto di 22 pagine dattiloscritte e l’analisi di queste scritte dallo stesso Pacelli. Il rapporto fu firmato dal rettore dell’Università di Lovanio, Paulin Ladeuze.
Monsignor Tacci, incaricato dalla segreteria di Stato di reperire i testi, decise di tenerli nel cassetto tanto che arrivarono a Benedetto XV un anno dopo i fatti. I commenti di Pacelli sono stati custoditi per un secolo nell’archivio storico della sezione per i rapporti con gli Stati della segreteria di Stato. Da essi si evince cosa il futuro Papa pensasse: le sparatorie che ebbero luogo a Lovanio sono da imputare a un complotto. I lovaniesi non hanno sparato. Sono state contate dieci persone che hanno dichiarato che comandanti tedeschi avevano parlato del fatto ancor prima che avvenisse. La distruzione era stata pianificata con premeditazione. Era un attacco che mirava a seminare terrore.
Per il ritardo della consegna a Roma del report e per l’atteggiamento servile verso i tedeschi dell’incaricato d’affari della nunziatura a Bruxelles Benedetto XV è ancora ricordato come Deustch freund, amico dei tedeschi.
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Le ricerche di Eveline Lot-Falck sugli sciamani siberiani





















giovedì 27 settembre 2018