lunedì 29 giugno 2020

Benigno e Mineo: la storiografia sulla storia italiana


Francesco Benigno e E. Igor Mineo, L’Italia come storia, Viella (pagg. 428, euro 32)


Agli italiani serve tutta un’altra Storia 
Il nostro canone si è sempre basato sull’eccezionalismo negativo del Paese e sui suoi difetti atavici. È tempo di cambiare, spiega ora un saggio

di Simonetta Fiori Rep 26 6 2020

È la fine della storia d’Italia? È possibile oggi raccontare la storia del Paese fuori dal "canone dell’eccezionalismo" che ancora persiste nell’immaginario collettivo? Se lo domandano Francesco Benigno e Igor Mineo in un saggio appena uscito da Viella che ripercorre il modello narrativo incline a enfatizzare l’incompiutezza o il fallimento della storia italiana ( L’Italia come storia. Primato, decadenza, eccezione ; sarà presentato oggi pomeriggio sul sito della Biblioteca di storia moderna e contemporanea). «Le ultime ricerche storiografiche di medievisti e modernisti smentiscono gli stereotipi su cui è stato costruito nell’arco di svariati decenni il canone del Paese irregolare », dice Benigno, professore di Storia moderna alla Scuola Normale di Pisa e autore di saggi che incrociano passato e attualità. «Ma il racconto nazionale inguaribilmente negativo o superbamente rivendicativo tarda a estinguersi. E stenta a decollare una storia d’Europa entro la quale potrebbe rinascere una possibile storia d’Italia del nostro tempo ».
Professor Benigno, le monumentali storie d’Italia sono tramontate da tempo.
«Sì, le ultime grandi opere risalgono agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Penso soprattutto alla Storia d’Italia di Einaudi e alla Storia d’Italia curata da Giuseppe Galasso per la Utet. Non si è più ripetuto il tentativo di costruire un romanzo nazionale di lungo periodo, che muove da qualche punto significativo del Medioevo e arriva fino a oggi».
L’esaurimento di questo modello coincide con la fine della cosiddetta "prima Repubblica", al principio degli anni Novanta. È una coincidenza o c’è un nesso di causalità?
«Si tratta di una coincidenza che ha un forte carattere simbolico. Non è un caso che proprio in quegli anni ci sia stata una fioritura di ricerche sulla storia dell’Italia repubblicana: sull’onda della crisi politica e istituzionale, gli studiosi abbandonano prospettive di lungo periodo per dedicarsi alla "Repubblica dei partiti", una fase storica che nella percezione collettiva si stava concludendo».
Lei sostiene che in quei frangenti torna a emergere con prepotenza un canone nazionale di cui non riusciamo a liberarci: una modalità narrativa fondata sui nostri difetti.
«Il collasso politico fa nascere una letteratura della crisi che rintraccia nel passato le ragioni della debole unità d’Italia, degli squilibri territoriali, della fragilità delle istituzioni. Riaffiora un canone nazionale che era già radicato nella storiografia italiana: l’abbiamo definito il "canone dell’eccezionalismo" perché si concentra sull’irregolarità di una vicenda nazionale che inanella solo primati o solo ritardi. Direi però che il lamento sulla nostra decadenza è stato più forte dell’orgoglio del primato. Questo modello ha caratterizzato anche larga parte della saggistica storica uscita alla fine del primo decennio del nuovo secolo: il tema prevalente era quello dell’identità nazionale».
Ma le altre storiografie nazionali non rivendicano tratti di unicità?
«Caratteri dolorosamente esclusivi sono presenti nei canoni nazionali di Germania e Spagna, ma nel caso dell’Italia assistiamo a un passaggio ulteriore: i mali del presente vengono sistematicamente ricondotti a un deposito di tabe originarie per cui non c’è scampo.
Questo peccato originale assume di volta in volta un nome diverso, può essere la mancanza della riforma protestante o la mancanza di una rivoluzione. Oppure torna in campo l’eterno carattere degli italiani, che è un passepartout per ogni questione. Un testo fondamentale di questo indirizzo eccezionalista è L’italiano di Giulio Bollati, che ci ritrae come diffidenti verso la modernità . Ma il canone può essere declinato anche da autori di opposta ispirazione nella mappa culturale».
Quali ricerche possono smentire quelli che appaiono tratti costanti della nostra storia?
«Sono gli studi più aggiornati a mettere in discussione il mancato rapporto con la modernità o la vocazione innata al trasformismo. Prendiamo uno degli stereotipi più ripetuti del canone eccezionalista: l’assenza di Stato. Ma il giudizio dipende dal modo in cui guardiamo alla questione. Se si adotta come riferimento il modello statuale francese, lo Stato italiano ne esce con le ossa rotte. Ma è un metodo di analisi riduttivo e antiquato, riferito a un modello peraltro messo in discussione. Le ricerche più recenti hanno riletto l’esperienza degli stati italiani preunitari fuori dalla cornice schiacciante dell’unità nazionale, aprendo prospettive diverse».
Un altro luogo comune di questa narrazione dell’irregolarità riguarda la famiglia, vista sempre come causa dei guasti della vita pubblica italiana.
«In questo caso sono i Women’s Studies a smontare tutta la retorica scaturita dalla categoria di "familismo amorale" coniata dall’antropologo statunitense Edward Banfield: la sua tesi ha tenuto banco per decenni, nonostante non avesse solide basi scientifiche».
Con l’aiuto degli storici, nel libro demolite diversi altri "topoi" del canone nazionale. Resta il fatto che nel Novecento l’Italia s’è distinta per indiscusse primazie. Siamo stati noi a inventare il fascismo esportandolo nel mondo.
«Questo è vero, ma non è un tratto eccezionale italiano. La Germania ha partorito il nazismo e la Spagna il franchismo. Sono i fascismi il tema, non la patologia originaria del carattere degli italiani. Anche in questo campo, la storiografia tenta faticosamente di liberarsi da un impianto che dal Risorgimento fa rotolare la storia d’Italia fino al regime di Mussolini».
Lei però segnala che molti storici continuano a ricorrere alla retorica eccezionalista.
«È inevitabile che anche nel nostro mestiere possa esserci una forte contaminazione con l’opinione comune. Succede anche alle migliori firme della storiografia, soprattutto tra i contemporaneisti».
Ma è possibile raccontare una storia d’Italia fuori dal canone dell’anormalità?
«Molti studiosi si stanno impegnando in questa direzione e affrontano le questioni entro una cornice più larga che oltrepassa gli steccati nazionali. Una storia d’Italia potrebbe avere nuova vita all’interno d’una storia d’Europa, capace di garantire buoni esiti sia sul piano storiografico che sul piano civile. Ma purtroppo questa storia europea è rimasta un’incompiuta, così come è fallito il tentativo di costruire un’anima del nostro continente».
Il risorgere dei nazionalismi spinge da un’altra parte.
«Le storiografie nazionaliste fioriscono nei regimi autocratici dell’Europa centrorientale, ma non sono immuni dall’orgoglio patrio anche le storie nazionali inglese e francese. In Italia permane l’impronta nazionale nel patriottismo alla rovescia, nella retorica della vergogna dell’essere italiani».
Il genere è stato molto alimentato dagli storici stranieri che hanno studiato il nostro paese.
«Sì, un maestro è stato Denis Mack Smith. Ma le nuove generazioni di studiosi inglesi e francesi hanno cominciato a interrogarsi sul valore di certe generalizzazioni, chiedendosi in cosa consista davvero l’anomalia italiana, e se non risieda nella capacità di anticipare tendenze che si manifestano anche altrove. Mi sembra un indirizzo interessante che andrebbe incoraggiato».
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