martedì 29 novembre 2016
Conan Doyle a caccia di balene
Risvolto
Nel 1880 il giovane Arthur Conan Doyle,
ancora studente universitario, si imbarca quasi per caso come medico di
bordo sulla baleniera Hope, diretta al Polo Nord: i lunghi mesi
che seguiranno, tra cacce sanguinose, animali feroci, esplorazioni,
tempeste e comiche disavventure, cambieranno la sua vita per sempre.
Avventura nell’Artico è il
diario in cui Conan Doyle racconta le sue esperienze in quelle regioni
remote e sconosciute, un personale romanzo di formazione tra i ghiacci
del Polo. E quando non bastano le parole, aggiunge minuziose
illustrazioni: disegna barche, marinai, balene, orsi polari, panorami e
tramonti tracciati a colori nei momenti di tranquillità, cullato dal
rollio placido della nave.
Di pagina in pagina, il libro rivela una
doppia anima: è un diario di viaggio, che ricostruisce la prassi della
caccia alle balene, la quotidiana lotta per la sopravvivenza dei marinai
e l’interesse crescente per il mito dell’Artico, ancora tutto da
conquistare; ma è anche un’opera già dal sapore letterario, fonte
d’ispirazione per romanzi e racconti. Un vero e proprio scrigno di
immagini e suggestioni, in cui il futuro inventore di Sherlock Holmes
custodirà per sempre la dimensione epica della giovinezza e l’archetipo
di ogni avventura: «Dietro di noi il riverbero luccicava debolmente sino
a svanire e io avevo visto, probabilmente per l’ultima volta, a parte
nei miei sogni, l’oceano di Groenlandia».
Il Sì "anti-casta" di Renzi, Trump, Le Pen e i problemi del populismo

All'imbroglione giovane sta riuscendo in queste ore il piccolo
capolavoro di far passare il Sì per un gesto di ribellione populista
contro la Casta, la quale sarebbe tutta schierata per il No a difesa dei
propri privilegi.
Il piccolo particolare per cui proprio lui è
al potere e proprio lui è il virgulto preferito dell'establishment,
ovvero delle classi dominanti, passa facilmente in secondo piano in
quella guerra di comunicazione
pubblicitaria su larga scala alla quale è ridotta oggi la contesa per
l'egemonia, e nella quale ciascuno utilizza le armi che ha a
disposizione.
Tutto ciò -
come i primi passi concreti della politica di Trump, anch'egli salutato
come il salvatore della sovranità popolare da un fronte che ha sfondato i
confini tradizionali della destra - pone più di qualche problema a
coloro che ritengono che la risposta populista, la costruzione cioè di
un non meglio definito fronte popolare, sia di per sé la soluzione alla
crisi della democrazia moderna.
Il concetto di populismo è
infatti ampiamente formale. E indicando più che altro uno stile politico
che si dispiega a partire dalla sostituzione della dicotomia politica
destra/sinistra con quella alto/basso, può essere riempito dei più
diversi contenuti concreti e non rappreenta di per sé una soluzione.
Chi costituisce il popolo? Dove comincia e dove finisce? Di quali
classi sociali è composto? In quale direzione si orientano le proposte
populiste, verso una politica redistributiva di ricchezza, potere e
riconoscimento o verso una diversa concentrazione? I confini della
sovranità popolare sono declinati in chiave escludente (Herrenvolk
Democracy) o inclusiva? La Casta sono poi le classi dominanti o solo una
loro frazione?
Il campo populista, oltretutto, per suo statuto
ontologico è in realtà assai più favorevole alle articolazioni
destrorse, che hanno un rapporto privilegiato con l'immediatezza e il
particolarismo. Tanto più nella mancanza assoluta nel campo progressista
di una figura minimamente credibile che sia capace di dominare i mitici
"significanti vuoti" ("cambiamento", "casta", "establishment",
"popolo", "poteri forti"...).
E' per questo che, per come la
penso io, rimane assai preferibile il vecchio caro concetto di strategia
nazionale-popolare e il "populismo" va recepito solo nella misura in
cui costituisce l'ammodernamento di questa proposta. Mentre va
senz'altro respinto laddove si presenta come la versione di sinistra
dell'adeguamento della sfera politica alle esigenze dell'epoca
postmoderna (in primo luogo tramite la costruzione di leadership
carismatiche capaci di legare le domande sociali, in secondo luogo
tramite una pratica egemonica assimilata al marketing).
In ogni
caso, non c'è fretta di decidere perché si tratta di una discussione di
scuola: per la sinistra attuale sarebbe già tanto esistere, figuriamoci
se ci poniamo il problema della strategia [SGA].
Gustavo Zagrebelsky: “Costituzione indifesa come a Weimar. Fermiamo gli apprendisti stregoni”
La Stampa
Corriere della Sera
Corriere della Sera
La Stampa
La Repubblica
La Stampa
La Stampa
Zero fair play, campagne social e toni accesi. E la politica pop diventa trash: l’analisi di comunicatori ed esperti
Diego Motta domenica 27 novembre 2016
La Stampa
La Stampa
La Stampa
La Stampa
La Stampa
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Corriere della Sera Ferrera
La Stampa
Corriere della Sera
Il piano R
Se sconfitto, il premier tenterà di tornare alle urne Ecco come. E chi cercherà di impedirlo
GOFFREDO DE MARCHIS Rep
ROMA. In caso di vittoria del No, Matteo Renzi continua a pensare al voto anticipato nel 2017. Per una questione caratteriale: «Io non mi ci vedo a fare il segretario del Pd per un anno e più sostenendo un altro governo che sarà bombardato da Grillo e Salvini perché non eletto». E per un calcolo che a Palazzo Chigi stanno facendo da molti giorni: «Con una sconfitta di misura, il 45-48 per cento sono voti riconducibili a me e al Pd». Numeri sufficientemente incoraggianti per affrontare una sfida elettorale contro una compagine molto variegata e dove il vero dominus sarebbe Beppe Grillo.
Lo scioglimento delle Camere è veramente il nodo più difficile da districare nei tanti scenari post 4 dicembre. A cominciare dal fatto che le elezioni anticipate sono nella disponibilità del capo dello Stato Sergio Mattarella e che dal Quirinale è già filtrato il mood presidenziale: cercare in ogni modo di arrivare alla scadenza naturale della legislatura, ovvero febbraio 2018. Umore espresso pubblicamente dal ministro della Cultura Dario Franceschini, molto vicino al capo dello Stato. Ma il Colle fa filtrare che il pallino è nelle mani di Renzi, che la via d’uscita alla bocciatura della riforma costituzionale passa innanzitutto dal premier e segretario del Pd, un partito che solo alla Camera conta 312 deputati, più altri 100 senatori. E un governo, qualsiasi governo, ha bisogno di una maggioranza parlamentare per sopravvivere. Questa è la vera partita tra Renzi e il Colle. Comincerà all’indomani del 4 dicembre sempre che non vinca il Sì.
Il sentiero meno impervio per giungere a questo risultato è accettare il reincarico da parte di Mattarella, avviare le operazioni per una nuova legge elettorale, tenere insieme il Pd, convincere gli alleati dell’esecutivo (Ala e Ncd) che l’unica soluzione praticabile è il voto nella primavera nel 2017. Insomma, non ritirarsi a Rignano, come promesso ormai molti mesi fa, ma nemmeno vivacchiare, mettendosi invece subito in gioco e accettando la sfida delle urne.
Le variabili, come si vede, sono molte, forse troppe, e gli ostacoli ancora di più. Renzi però pensa soprattutto a questo orizzonte quando dice, anche al di là della propaganda, che non subirà mai un governo tecnico, un governicchio, un inciucio.
Del resto è difficile vedere, con questo Parlamento, un governo tecnico sul modello Monti. Con quale maggioranza? Pd e 5 stelle insieme? Con Forza Italia e il Pd uniti? Renzi dunque lo nega non solo come spauracchio per spostare gli indecisi sul Sì. È un’ipotesi complicatissima da realizzare, il segretario del Pd non avrebbe problemi a stopparla. Semmai il pressing su Renzi è un altro. Viene dal partito, dalla sua pancia profonda e prevede un’altra strada. Non le elezioni anticipate.
Il premier resta leader dem e propone un governo politico. Un Renzi bis senza Renzi con Delrio o Padoan a Palazzo Chigi. Il governo nasce su un non detto: la durata. In realtà “vede” il traguardo del 2018. Nel frattempo Renzi fa il segretario a tempo pieno, gira l’Italia, prepara il congresso del Pd dove rimane il superfavorito e si ricandida alla guida dell’esecutivo. Questo suggerimento gli arriva ormai da molte parti, principalmente da alcuni dirigenti del suo partito che “misurano” anche la resistenza dei gruppi parlamentari del Pd allo strappo del voto anticipato. Come dire: non è sicuro che i dem seguiranno il leader sulla china del voto a primavera. Il Renzi bis senza Renzi garantisce la stabilità, serve a preparare una rinvincita nel 2018. «Fa un po’ il democristiano - spiega un deputato amico -. Lui alla segreteria che dà le carte, un suo uomo alla presidenza del Consiglio. Altrimenti possono esserci prospettive peggiori perché soluzioni, anche senza di lui, si possono sempre trovare. E non tecniche».
Mentre Renzi è pancia a terra per colmare lo svantaggio e ai suoi professa ottimismo sulle possibilità di rimonta, qualcuno infatti pensa già al dopo. Certo, l’idea di sostenere un altro al suo posto è estranea alla sua grammatica. La sua prima scelta, nel caso, ricadrebbe su Pier Carlo Padoan, l’unico del quale Renzi non avvertirebbe l’ombra allungarsi sul Pd e sulle sue ambizioni.
Ma Padoan, fino a due anni e mezzo fa era all’Ocse. Anche con un esecutivo di ministri politici, avrebbe il sapore di una scelta “tecnica”. Graziano Delrio rappresenta l’alternativa, ma una figura come il ministro delle Infrastrutture, sarebbe davvero così neutra rispetto alla lunga battaglia congressuale e alla ricandidatura? La risposta dei renziani è no.
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SERVE PIÙ DEMOCRAZIA CONTRO IL POPULISMO
NICOLAS BAVEREZ Rep
AVENTICINQUE anni dalla disgregazione dell’Unione Sovietica, le illusioni sulla fine della Storia e il trionfo della democrazia sono ormai svanite, per cedere il posto a una grande angoscia. Le nazioni libere, che si credevano eterne, si riscoprono invece mortali: bersaglio della jihad, soggette alla concorrenza dei Paesi emergenti e alle pressioni delle “democrature”, destabilizzate da una recrudescenza dei populismi senza precedenti dagli anni ‘30 — come dimostrano la Brexit e l’elezione di Donald Trump.
Si definiscono populisti i movimenti contestatari guidati da capi carismatici che cavalcano confusione e sconcerto davanti a grandi sconvolgimenti storici, per esacerbare le passioni identitarie e istigare il popolo contro le élite. La loro capacità di seduzione fa leva sull’esaltazione di idee semplicistiche e ingannevo-li: protezionismo, nazionalismo, xenofobia.
Le ragioni dell’onda d’urto populista sono note. Da un lato la stagnazione dei redditi, la povertà e le disuguaglianze in crescita dal 2008; dall’altro le ansie suscitate dalla rivoluzione digitale che ridisegna le imprese e i posti di lavoro, la crescente insicurezza interna ed esterna. Emerge così sotto i nostri occhi una situazione nuova, ad alto rischio. Sul piano economico si apre un ciclo di de-globalizzazione, sotto il segno del protezionismo, di una ripresa dell’interventismo statale e del rialzo dei tassi d’interesse. Su quello strategico il jihadismo, sulla difensiva in Iraq e in Siria, si avvia a una nuova mutazione, nel cuore delle società sviluppate. Sul piano geopolitico, le democrature — Cina, Russia, Turchia — vedono un’occasione per accelerare la propria espansione a fronte di un Occidente diviso, che dubita dei suoi valori e rimette in discussione le alleanze su cui si fondava la sua sicurezza, definite da Trump «obsolete e costose».
Per rispondere a queste sfide, le democrazie devono innanzitutto opporre resistenza alla corruzione e alle divisioni interne. I demagoghi, al pari degli autocrati, traggono forza dalla debolezza delle nazioni libere; ma una volta spente le illusioni iniziali non provocano altro che rovine, come si è visto nell’Argentina dei Kirchner e nel Venezuela chavista. Lo scoprono anche i britannici, con la crisi istituzionale, politica ed economica determinata da Brexit; e gli americani si preparano a loro volta a fare quest’amara esperienza. La chiusura delle frontiere e l’interventismo statale finiscono sempre per frenare crescita e investimenti, con perdita di posti di lavoro, aumento di inflazione e povertà, arretramento dello stato di diritto.
Ma per combattere i populismi non si può certo attendere il loro fallimento annunciato. Esclusione, insicurezza e perdita d’identità sono le tre mammelle del populismo. La stagnazione economica e il declassamento di interi settori della popolazione stanno minando la democrazia. È indispensabile rilanciare una crescita inclusiva che comprenda le infrastrutture, gli alloggi, la salute, e soprattutto la scuola e la formazione, che restano gli strumenti più validi per promuovere l’occupazione e preparare cittadini responsabili. Dovremo immaginare un nuovo contratto sociale tra lo Stato, le imprese e gli individui. La sicurezza, condizione prima della libertà e garanzia della pace civile, deve fondarsi su strategie globali per mobilitare, oltre alle politiche pubbliche, anche le imprese e i cittadini. Infine, la chiave di volta resta la solidità dello Stato di diritto, che va promossa attraverso il miglioramento della rappresentatività della classe politica e della qualità del dibattito pubblico.
Dopo la Brexit e l’elezione di Trump, l’Europa si trova in prima linea nella resistenza al populismo. Il miglior modo per batterlo è proseguire la costruzione dell’Unione Europea. L’Europa deve prendere in mano il proprio destino. Nella battaglia tra democrazia e populismo, il referendum italiano, le prossime elezioni presidenziali francesi e quelle legislative in Germania rivestiranno un’importanza cruciale. Sulla Francia pesa una responsabilità particolare: le presidenziali del 2017 non saranno solo l’ultima chance per un risanamento pacifico, ma costituiranno anche un’occasione per arginare l’ondata populista, scegliendo la via del riformismo e della ragione contro le passioni violente e il regresso.
L’autore è un giornalista di “ Le Figaro” © LENA, Leading European Newspaper Alliance ( Traduzione di Elisabetta Horvat)
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Aspra contesa tra storici e giornalisti per chi vince il premio Sciacallo. Battista vincente o piazzato sicuro
Alejandro, l'erede dei Castro che fa già affari con gli Usa
Il reduce della Baia dei Porci: «Così venni preso e torturato»
La Stampa
Il reduce della Baia dei Porci: «Così venni preso e torturato»
Corriere della Sera
De Luna
La rivoluzione rimasta incompiuta - La Stampa
Annunziata
Il mito di Castro
e la negazione della realtà
Gli intellettuali di sinistra hanno chiuso gli occhi per credere all’utopia comunista e non vederne le ombre
di
Pierluigi Battista
Nella città a lutto per il Líder E il regime teme i dissidenti
I cannoni sparano in onore di Fidel. “L’opposizione sfrutterà il momento” è la voce che si ripete I repubblicani a Obama: “Non andare ai funerali”
DANIELE MASTROGIACOMO Rep
L’AVANA. L’urna con le ceneri di Fidel resta un mistero. Nessuna l’ha ancora vista. Ma chi ha avuto il privilegio di osservarla e di toccarla, giura che ha i colori della Rivoluzione. Conservata in una piccola sala al primo piano del ministero della Difesa, è immersa nel silenzio e avvolta dai fasci di luce offerti da un sole finalmente generoso. Un’aria mesta avvolge tutta l’Avana. Per nove giorni, Cuba sarà a lutto. Niente musica, niente rhum, niente feste. Il silenzio domina una città da sempre chiassosa e allegra. Le strade restano deserte; bar e ristoranti lavorano a ritmi ridotti. Persino le auto, dalle berline storiche tirate a lucido ai nuovi modelli arrivati con il disgelo voluto da Obama e da Raúl, scorrono sul Malecón senza diffondere le noti costanti della salsa e del reggaeton.
I cubani si adeguano. Per rispetto. E per autodisciplina. Ma dietro questo dolore collettivo, la tensione è palpabile. Da parte del regime, convinto che l’opposizione sfrutterà il momento con qualche protesta clamorosa. E da parte della gente angosciata da un futuro pieno di incertezze. La morte di Fidel Castro, arriva una settimana dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Due momenti così lontani e insieme così vicini, rendono tutto più difficile. Ci sarà tempo per capire cosa riserva il futuro. Ma pochi s’illudono che il cambiamnto sarà facile come sembrava fino a pochi mesi fa. L’embargo, allentato da Obama, è ancora in vigore. Solo il Congresso può eliminarlo e i primi segnali dagli Usa sono negativi: i repubblicani attaccano il presidente e chiedono che nessuno — neanche il vice Biden o il segretario di Stato Kerry — partecipino ai funerali del «tiranno Castro».
Da oggi, fino al 4 dicembre, Cuba commemora il líder maximo. L’urna sarà esposta sulla Plaza de la Revolución, Dalle 9 alle 18, tutti i giorni, allo scoccare di ogni ora, una salva di cannone esploderà a L’Avana e a Santiago de Cuba, nell’Oriente, come omaggio alla guida suprema. Il ministero della Difesa è il regista di una cerimonia che si snoderà attraverso tutta l’isola. Dal 30 novembre, per quattro giorni, le ceneri inizieranno un pellegrinaggio che toccherà i luoghi-simbolo della rivoluzione. La conclusione è prevista a Santiago, dove riposerà in un mausoleo.
All’Avana, Plaza della Revolu- ción è stata tirata a lucido. Gruppi di operai stanno allestendo il grande palco che ospiterà il vertice del partito e dell’apparato. Il programma è ancora da definire. Ma la radio, quasi con ossessione, elenca le strade che saranno chiuse alla circolazione e quelle dove potrà confluire la folla chiamata a raccolta. La polizia vigila con pattuglie di auto bianche della sicurezza e con agenti in borghese piazzati ad ogni angolo delle strade. I controlli sono serrati sin dagli arrivi all’aeroporto. L’occasione è unica. I segnali che arrivano da Miami, dove la comunità degli anticastristi da due giorni festeggia senza soste la scomparsa del grande nemico, rendono tutti più nervosi. La cattedrale di Santa Rita al Miramar, luogo tradizionale di raduno delle damas de blanco, è presidiata dai poliziotti fin dall’alba. Le madri, sorelle, mogli dei dissidenti in carcere, non si sono fatte vedere. Chi ha partecipato alla messa di mezzogiorno, lo ha fatto con discrezione. Nessuna protesta, nessun gesto clamoroso. Stessa cosa al Lawton, il quartiere dove erano nati Camilo Cienfuegos, una delle figure più paradigmatiche della rivoluzione e la celebre cantante Celia Cruz, diventato il punto di ritrovo degli oppositori. Il parco che circonda grappoli di case logorate dal tempo e dalla povertà era vuoto, pochi passanti.
Tutti pensano che qualcosa accadrà. La polizia e la gente. Lo danno per scontato. Così come tutti sono convinti che la morte di Fidel sia avvenuta qualche giorno fa e che solo venerdì notte sia stata annunciata ufficialmente. «Sappiamo che esisteva un protocollo da seguire», sostiene la nostra guida, un ex veterano della guerra in Angola, profondo conoscitore dei meccanismi del regime. «Prima sono stati informati i ministri, poi il vertice del partito e solo dopo i cubani. L’impatto andava gestito. Così stanno facendo». «Ma sappiamo anche che l’opposizione sfrutterà il momento», aggiunge. «Cuba ha gli occhi del mondo puntati addosso. Anche una sola piccola protesta, potrebbe avere un impatto dirompente. Il regime vuole evitarlo ad ogni costo».
La gente ne parla, ma lo fa senza enfasi. La morte di Fidel ha colto ancora in vita tre generazioni. Diverse per storia e formazione. Ci sono i veterani; quelli che hanno vissuto i fasti e i guasti della rivoluzione; quelli che l’hanno solo subita. Con il blocco che per mezzo secolo ha strangolato un’economia in affanno e le maglie di un regime avvolto in sé stesso. C’è chi si emoziona, chi si adegua. I dipendenti dell’Hotel Naciónal si radunano nella hall e tra le lacrime rievocano i vecchi slogan. Frotte di turisti s’immortalano davanti ai monumenti con i cellulari. La morte di Fidel li ha colti nel viaggio che programmavano da tempo. Felici, si mettono in posa. Sotto i murales del Che e del leader supremo, immortali sulla spianata della Revolución, vivono l’ultimo atto che chiude la storia del Novecento.
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“Cuba ha perso il suo dittatore ora sono gli Usa ad averne uno” ANTONELLO GUERRERA Rep
«CHE BALORDO il destino. Cuba ha perso Castro. E noi abbiamo preso quello nuovo».
In che senso?
«Donald Trump. Gli Stati Uniti, che negli anni tanto hanno osteggiato il dittatore cubano, ora il Castro ce l’hanno in casa».
Lei davvero crede che Trump possa spingersi a tanto?
«Certo che sì. Si ricordi tutto quello che ha detto e fatto in campagna elettorale. Trump, come Fidel quando inneggiava alla democrazia appena preso il potere per poi rinnegarla, vuole limitare la libertà in America. Come Castro, manipola la verità. E, come Castro, vuole rendere il potere una cosa di famiglia installando figli e parenti nei luoghi nevralgici della diplomazia e della nazione. Trump, come Castro, non ha limiti. Se il popolo americano lo lascia fare, in tre-quattro anni gli Stati Uniti non saranno più gli stessi». Dopo la morte di Fidel Castro, lo scrittore americano Martin Cruz Smith, padre del bestseller Gorky Park e di uno dei più bei romanzi di sempre ambientati a Cuba, Havana, teme la castrizzazzione degli Stati Uniti. Cruz Smith è triste, come lo era terribilmente il suo celebre detective Arkady Renko nella Cuba di Havana, dove tenta il suicidio. Ora il prossimo marzo per Mondadori uscirà il suo nuovo La ragazza di Venezia, ambientato in Italia durante la Seconda guerra mondiale, il Parkinson lo perseguita da anni («prima pensavo e scrivevo molto più veloce») ed è stato molte volte a Cuba.
Signor Cruz Smith, ma chi era davvero Castro?
«Un mostro che riusciva perfettamente a negare la realtà, un padre che ha saputo plagiare i suoi figli sfruttando i loro sentimenti, un astuto fanatico che appena arrivato al potere non ha aspettato a divorare tutte le promesse democratiche che aveva fatto».
E ora Cuba come continuerà il suo cammino verso la democrazia e la libertà?
«Non è facile dirlo perché può accadere di tutto. La morte di Fidel Castro, nonostante la scorza solida del regime, può innescare grosse tensioni. In più l’attuale “reggenza” è molto anziana, c’è tutta un’altra generazione che spinge. Nonostante le mosse di Raúl, una maggiore apertura democratica potrebbe causare paradossalmente ulteriori fratture nel gotha del potere».
Lei ha ambientato il suo “Havana” nella tensione tra l’isola e Unione Sovietica. Secondo lei, Cuba può subire lo stesso destino oligarchico di Mosca, la stessa “democratura”?
«Secondo me no. All’inizio, Raúl e gli altri si limiteranno a stimolare l’economia con l’apertura ai mercati. Poi può succedere di tutto. Anche un governo molto più democratico».
Gli Stati Uniti come dovrebbero comportarsi?
«Ovviamente col dialogo. Ma Trump ci farà tornare ai vecchi tempi, spero non quelli dei patetici tentativi di assassinio di Castro. Tuttavia, Cuba ha sempre utilizzato l’embargo per mascherare e giustificare la sua anemia economica».
E se Trump, da uomo di affari, sfruttasse il grande potenziale di Cuba, abbandonando la linea dura?
«Ah, certo. Lui è un voltafaccia continuo. Per ottenere i suoi obiettivi, cambia sempre idea».
Cosa le mancherà della Cuba di Castro?
«Il suo popolo straordinario. Chissà se ora rimarrà lo stesso. La prima volta che arrivai rimasi colpito per la libertà e la dignità che avevano i neri sull’isola. Da noi non era mai stato così. Ero sconvolto».
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Una storia del calcio
Risvolto
Codificato
dall'Inghilterra trionfante al tramonto del XIX secolo, il calcio
è diventato lo sport più popolare al mondo. Eppure la
sua storia resta largamente misconosciuta. Come sono nati club, federazioni
e competizioni internazionali? Quando e perché sono state fissate
le regole sul numero di giocatori o la dimensione del pallone, passando
per i cartellini gialli e rossi, i corner e i punti di penalità?
Quali sono state le grandi evoluzioni tattiche e tecniche del gioco,
dribbling e colpi di testa?
È a queste domande, e a molte altre, che quest'opera senza precedenti, basata su documentazione inedita proveniente in particolare dagli archivi della FIFA, dà una risposta. C'è la storia dei grandi club – Ajax, Bayern, Liverpool, Saint-Etienne, Real, Barcellona, Juventus, Milan, Inter, Napoli, Roma, Torino – degli allenatori carismatici e dei giocatori d'eccezione, come Platini, Rivera, Maradona, Pelé, Garrincha, ma ci sono anche la strumentalizzazione del calcio da parte dei totalitarismi del Novecento e le relazioni pericolose con il denaro e i diritti televisivi.
È a queste domande, e a molte altre, che quest'opera senza precedenti, basata su documentazione inedita proveniente in particolare dagli archivi della FIFA, dà una risposta. C'è la storia dei grandi club – Ajax, Bayern, Liverpool, Saint-Etienne, Real, Barcellona, Juventus, Milan, Inter, Napoli, Roma, Torino – degli allenatori carismatici e dei giocatori d'eccezione, come Platini, Rivera, Maradona, Pelé, Garrincha, ma ci sono anche la strumentalizzazione del calcio da parte dei totalitarismi del Novecento e le relazioni pericolose con il denaro e i diritti televisivi.
Paul Dietschy, ex allievo della Scuola
normale superiore di Fontenay-Saint-Cloud e aggregato di Storia, è
oggi professore di Storia contemporanea e Storia dello sport all'Università
di Franche-Comté, e anima in collaborazione con Patrick Clastres
un seminario sulla Storia dello sport al Centro di Storia di Sciences-Po
(Parigi). Ha pubblicato in Francia: Histoire du football
(2010), Le football et l'Afrique (2008), Histoire politique
des coupes du monde de football (2006).
Un romanzo di formazione nel postmoderno
Risvolto
Faber è bellissimo, straordinario. Rifiuta i limiti, promette una
vita diversa e al liceo è stato lo spirito guida di una rivolta contro
ogni ipocrisia e conformismo. Anni dopo, Madeleine e Basile, i
suoi amici e seguaci più fedeli, ricevono una lettera che contiene una
richiesta d’aiuto in codice. E decidono di sacrificare le loro vite
ormai autonome per riportare a Mornay l’amico di un tempo. Il loro
legame si rinsalda ma tornano a galla vecchi rancori e vecchie storie,
anche quelle più segrete e tragiche, che li costringevano in un’alleanza
soffocante. Faber si è ormai trasformato in una sorta di oscura
leggenda: mostro manipolatore oppure antica divinità abbattuta dalla
ferocia dei nuovi dèi. E i suoi amici si ritrovano in bilico tra
fascinazione e paura.
Il romanzo del filosofo Tristan Garcia è una struggente storia di
amore e di amicizia che racconta della lotta contro il tempo, della
tragica battaglia per conservare le illusioni e dell’adolescenza breve e
affamata che si erge solitaria in difesa dei sogni.
Questo libro è per chi ama osservare le sfumature bianco argento del
fuoco, per chi ascoltava gli Smashing Pumpkins negli anni Novanta, per
chi da bambino ha inventato un codice segreto per sfuggire ai nemici, e
per chi crede che il futuro sia più antico del passato e che
l’adolescenza sia l’ultima libertà che ancora abbiamo.
L'astuto Quirico che si fece rapire dai suoi amici rivaluta Carolina Invernizio
Carolina Invernizio, dissepolta e viva
La Stampa Quirico
domenica 27 novembre 2016
Il Marx di Hannah Arendt
Da una prospettiva del tutto diversa, ma bisogna concordare con la lettura assai critica di Von Kaiser. Che ha il dente avvelenato con Hannah Arendt per via di vecchie faccende familiari. E che di conseguenza non resiste alla tentazione e alla fine riconduce tutto a ciò che più le sta a cuore [SGA].
I seminatori di populismo reattivo si lamentano del populismo reattivo. Ma ci pensa Italian Theory
L’EQUILIBRIO CHE SI SPEZZA
ROBERTO ESPOSITO
CHE la globalizzazione sia entrata, forse per la prima volta, in una crisi profonda è sotto gli occhi di tutti. Certo, sul piano tecnologico il mondo è sempre più connesso. E nell’economia finanziaria l’interdipendenza tra i mercati si è addirittura accentuata. Ma sul terreno politico i punti di arresto, e anche di arretramento, sono altrettanto vistosi. L’idea di uno spazio globale senza frontiere batte ogni giorno contro nuovi muri. Tutt’altro che occasione di crescita comune, la globalizzazione sta diventando l’arena di scontro tra identità contrapposte. La Brexit e la vittoria di Trump sono le conseguenze di un’onda lunga che da tempo porta acqua al mulino dell’isolazionismo. Gli Stati tornano a parlare il linguaggio della sovranità nazionale e delle sfere d’influenza. Contro una logica cosmopolitica, la politica riprende a radicarsi nel territorio — se perfino il terrorismo globale cerca di costruirsi un profilo statale. Dopo che per qualche tempo si è pensato che non esistesse più un “fuori”, l’esclusione prevale sull’inclusione. Per dirla con i filosofi, il “negativo” ricomincia a far sentire la sua voce attraverso emigrazioni forzate, guerre, terrorismo.
Ma la crisi politica della globalizzazione non si limita a segnare nuove linee di frattura tra Stati sovrani. Essa configura in maniera inedita i regimi politici, scomponendone gli elementi costitutivi. Ad andare in crescente difficoltà è la forma istituzionale che da tempo siamo abituati a chiamare “liberal-democrazia”. Se già, alle porte dell’Europa, Russia e Turchia hanno imboccato un percorso autoritario, anche gli Stati Uniti di Trump sembrano tentati di girare le spalle all’alleanza occidentale, per candidarsi a leader dell’antiglobalizzazione. Ma è soprattutto in Europa che il binomio democrazia-liberalismo pare disgregarsi in una maniera che trasforma, e insieme deforma, entrambi i suoi termini. Per almeno un secolo il luogo d’incontro tra democrazia e liberalismo è stato il rapporto tra diritti individuali e sovranità popolare. Esso implicava che gli interessi individuali si integrassero con le scelte politiche di governi legittimamente eletti, in un equilibrio di poteri garantito dalla Costituzione. È appunto questo equilibrio complessivo che rischia oggi di spezzarsi nella prevalenza dei diritti individuali su quelli collettivi, del mercato globale sulle volontà nazionali, della logica finanziaria sulle scelte politiche.
Certo, nei nostri sistemi politici, il diritto costituisce il collante della democrazia. La stessa idea di democrazia presuppone un insieme di regole condivise, all’interno delle quali le forze politiche si misurano contendendosi il governo dei rispettivi Paesi. Ma ciò è possibile per gli Stati nazionali. Negli organismi sopranazionali — come l’Unione Europea — la legislazione tutela un sistema di interessi che non coincide con il diritto pubblico. Il quale resta, al momento, appannaggio degli Stati nazionali. In fondo il contenzioso aperto da alcuni di essi — tra cui anche l’Italia — riguarda proprio questa differenza. Che è quella che sempre più tende a separare neoliberalismo e democrazia. Mentre il primo presuppone un mercato regolato dal principio di concorrenza, garantito da istanze terze di natura non politica, la democrazia ha al proprio centro la volontà popolare espressa dai governi politici. In questo senso è vero che non esistono governi puramente tecnici. Un governo nazionale esprime comunque scelte in ultima analisi politiche. È quello che manca all’Unione Europea. Non essendo espressione di un unico popolo, essa sconta necessariamente un deficit di democrazia. A essere sempre più contestato — con accenti spesso populisti — è un progetto costruito su una trama di accordi giuridici adeguati alla logica globale del mercato, ma privi di legittimità politica.
In questo modo la latente divaricazione tra liberalismo e democrazia spinge l’uno e l’altra verso due estremi che rischiano di allontanarsi sempre di più. Da un lato il sistema globale neoliberale tende ad emanciparsi dai governi nazionali, dettando loro le proprie regole, senza farsi carico degli interessi e delle volontà dei popoli. Dall’altro le democrazie, chiuse nei confini dei singoli Stati, incorporano dosi sempre maggiori di populismo anti-istituzionale, col rischio di cancellare le indispensabili mediazioni rappresentative. Così i due processi opposti di globalizzazione e nazionalizzazione minacciano di deflagrare. Quando la via da seguire sarebbe un’altra. Quella di articolare istituti democratici e istanze sovranazionali, diritto pubblico e diritto privato. La stessa Unione Europea, con tutte le sue contraddizioni, costituisce per sempre l’unico spazio in cui tali esigenze possono trovare una misura comune. Solo se ciò accadrà, un’Europa politica potrà competere da pari a pari con gli altri grandi spazi in cui si divide il mondo.
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Uno spettro s’aggira per l’Europa Il populismo autoritario
Uno studio inglese individua alcune caratteristiche comuni ai diversi movimenti: egoismo e razzismo specialmente
Jacopo Iacoboni Busiarda 27 11 2016
Hanno sentimenti negativi verso i migranti, i diritti umani e l’Unione europea: piuttosto che allargare le maglie vorrebbero restringerle, su tutte e tre le questioni. Sono ostili ai giornali, e si fidano di più di un tuffo in Internet senza stare a sottilizzare particolarmente su quale sia la fonte a cui si affidano, nella scia della massima di Donald Trump «non credete ai giornali, credete a Internet». Uno studio condotto in Inghilterra da tre professori - David Sanders dell’University of Essex, Jason Reifler dell’University of Exeter, Tom Scotto dell’University of Strathclyde - per analizzare la questione del referendum sulla Brexit, ha scoperto che il 50 per cento degli inglesi condivide questa «mentalità» e questi «sentimenti negativi». I tre prof utilizzano, per definirla, l’etichetta di «populismo autoritario» (Pa), che è un vero e proprio «insieme coerente di convinzioni».
Lo studio, bisogna rilevarlo, non è un sondaggio ma un’analisi sui dati di una serie di indagini su panel di YouGov condotte tra il 2011 e il 2015, quindi nel quadriennio che porta dritti alla Brexit. Ne vien fuori questo ritratto: i populisti autoritari non sono, per capirci, esattamente dei «fascisti», o ciò che eravamo abituati a intendere con questa parola, intanto perché occupano una fascia centrale dello spettro politico - e non la tradizionale, limitata destra o estrema destra. Ma sono anche diversi dal populismi sudamericani, così nutriti di emotività, e non necessariamente permeati dai medesimi elementi (per esempio l’ostilità ai migranti).
Abbiamo potuto conversare con i tre studiosi che hanno avuto a disposizione questi dati e abbiamo chiesto loro sostanzialmente due cose: il «populismo autoritario», studiato con riferimento al Regno Unito, è una dinamica che accomuna solo i Paesi anglosassoni della Trump-Brexit, o riguarda anche posti come la Francia di Marine Le Pen, o l’Italia del Movimento cinque stelle? Secondo: il Movimento cinque stelle, alleato di Nigel Farage (uno dei campioni dell’attitudine «populista autoritaria») al parlamento europeo, condivide gli stessi sentimenti, a giudizio di questi studiosi, almeno per la comune fascinazione - sempre più percepibile anche ai più distratti - per il mito dell’uomo forte (The Helping Man) alla Trump, o alla Vladimir Putin?
David Sanders ci racconta: «Ho fatto alcuni recenti lavori con YouGov, l’agenzia di rilevazioni inglese, compreso uno studio sul populismo autoritario europeo su dodici nazioni. Cercavamo un set di attitudini consistente (verso l’Ue, l’immigrazione, la politica estera, i diritti umani, il collocamento sull’asse destra-sinistra), che giace come una risorsa sottostante per forze politiche differenti - compresi ovviamente partiti autoritari o anti-establishment. Abbiamo trovato in Europa modelli simili a quelli in Regno Unito»: supporto potenziale per la Le Pen, Danimarca, Olanda, Svezia, Finlandia, Polonia, Spagna, e in misura più limitata, Germania. In tutti questi posti il populismo autoritario tende a destra, è anti Ue, egoista in politica estera e vuole una robusta politica di difesa. In Francia, un’attitudine al Pa occupa addirittura il 60% dell’elettorato». E in Italia? «Come in Romania, da voi c’è una cosa singolare: il populismo autoritario è stato mischiato anche con movenze prese dalla sinistra radicale. È il caso del populismo autoritario del M5S e di Grillo».
Spiega Tom Scotto: «L’attitudine di questo tipo di elettorato è un rigetto, diffuso in molti Paesi occidentali, del “liberalismo cosmopolita”. La working class, e anche la parte bassa della middle class, nelle democrazie avanzate hanno visto spostarsi i loro lavori in outsource verso le economie emergenti. Persone che appartengono alla fascia compresa nell’80-90% del patrimonio globale esistono sia in Uk, sia in Usa, Francia, Italia: questa gente si sente insicura, e l’insicurezza non si ferma ai confini delle nazioni». Certo, il Pa «ha poi molto a che fare col tema della razza, anche se è ingiusto dire che gli elettori di Trump, o della Le Pen, siano tutti razzisti». Il Pa si nutre poi molto anche del «culto del capro espiatorio», indicare la soluzione semplice a problemi complessi: cosa succederà quando vedranno che soluzioni semplici a queste insicurezze, economiche e sociali, non ci sono? «Questi movimenti potrebbero moderarsi, diventare più una sorta di conservatorismo sociale teso a qualche forma di redistribuzione; ma la transizione la vedo difficile. Più probabile una ricerca ancora più forte del capro espiatorio, ma a quel punto il bivio diventa drastico: o il Pa si affievolisce, o diventerà ancora più tossico nei comportamenti sociali».
Reifler osserva: «La vera domanda secondo me sarà: fino a quanto puoi arrivare a essere apertamente razzista, e nello stesso tempo conquistare il potere? I partiti sembrano avere più successo quando non sono così catturati dal razzismo, o dalle teorie cospirazioniste. Ma Trump ha smentito questo assunto; anche se va detto che l’America ha una storia brutta e difficile sulla razza, e Trump in questa storia non è il primo».
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La Stampa
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Romiti “C’è un clima becero non importa chi vince il problema sarà ricostruire il Paese”
ALESSANDRA LONGO NELLA NUVOLA
ROMA. «Vede questo disegno? L’ha fatto Asia, una bimba di due anni e mezzo, la stessa età di una mia pronipote. Mi ha chiesto un pennarello. Io parlavo con sua mamma, una ragazza madre, e lei si è ritratta sdraiata sul letto mentre la sua casa veniva giù con il terremoto. ”Sai, il mio letto è caduto”, mi ha detto». Cesare Romiti, 93 anni, ancora attivissimo con la presidenza della fondazione Italia-Cina, siede alla scrivania della sua bella casa di via Pinciana a Roma e tiene in mano quel foglietto. L’età ne ha addolcito il carattere (quando non parla di politica): «Aiuto personalmente un certo numero di famiglie che hanno perso tutto. Sono andato da solo ad Amatrice ed Accumoli. Non ho voluto incontrare nessuno, solo una preside. Le scuole: bisogna occuparsi delle scuole e delle persone. Questa dovrebbe essere la priorità della politica ».
Dottor Romiti, come vede questo Paese?
«Respiro un clima pessimo, c’è gente che urla, c’è acredine, malessere ».
Si riferisce agli ultimi giorni di battaglia sul referendum?
«Anche. Mai vista una campagna così becera nemmeno ai tempi di Monarchia/Repubblica. Non sono preoccupato per l’esito. Comunque vada, il problema sarà ricucire le lacerazioni».
Ha deciso per chi votare?
«Quasi, ma non glielo dico. C’è tempo fino all’ingresso in cabina per prendere una decisione. Il voto non va ostentato. Prodi fa benissimo a non divulgare la sua scelta».
Si poteva evitare lo scontro frontale fra le due posizioni?
«Si doveva evitare. Anche se gli italiani si son sempre divisi tra guelfi e ghibellini. La litigiosità è nel loro Dna. Però non bisognava portarli fino a questo punto ».
Colpa del premier?
«Non voglio prendermela con lui. Avrà pure personalizzato ma gli altri gli sono andati dietro. L’ho conosciuto quando era sindaco, ho pranzato a Palazzo Vecchio. Mi era sembrato un giovane brillante anche se non ho mai condiviso la parola rottamazione, la trovo offensiva».
Come si fa a ricomporre il quadro di una comunità?
«Io amo l’Italia, è proprio questa la mia preoccupazione. Guardi che cosa succede intorno a noi, i borghi distrutti dal terremoto, fiumi che esondano, scuole e ospedali che non sono sicuri, c’è un Paese da ricostruire e bisogna chiedere agli italiani di contribuire. Se hai la neve davanti a casa, e ti chiedono di spalarla, lo fai, però ci deve essere un clima di solidarietà, un orizzonte comune da condividere. È stato così dopo la guerra. Dalle macerie siamo risorti diventando forti a livello mondiale. Oggi purtroppo non c’è un piano Marshall, ci dobbiamo arrangiare da soli. E allora i politici non dovrebbero fare la politica per la politica ma agire con i fatti».
La classe dirigente nel suo complesso non le sembra all’altezza?
«Mi sembra molto modesta».
Come si spiega la fascinazione di certa sinistra per Marchionne e la grande apertura di Marchionne nei confronti del premier?
«Avrei una risposta cattiva, ma non gliela dico. Non parlo di Fiat».
C’è tanta rabbia in giro, nessuna mobilità sociale. Lei racconta sempre di aver fatto la fame e molti lavori dopo la guerra, però poi è diventato Romiti. Oggi per i giovani è dura.
«Infatti lo squilibrio è troppo forte. La disoccupazione giovanile in Italia, rispetto alla Germania, è ancora a livelli inaccettabili. E non bastano i voucher, non basta lavorare un’ora alla settimana. Io sento quello che dice la gente».
In America hanno preferito Trump.
«È il ceto medio impoverito che ha decretato la bocciatura della Clinton e ha scelto Trump con i suoi modi che noi definiremmo da cafone. Dovrebbe essere una lezione anche per noi».
Non mi vuol dire che cosa voterà al referendum ma mi può dire chi ha votato a Roma.
«Virginia Raggi. È giovane, rappresenta un cambio di mentalità. Ha avuto inizi stentati ma bisogna darle tempo».
Il centrodestra come lo vede?
«Sono stato - e sono - amico di Berlusconi ma non si può rimanere in prima linea a qualunque età. Si tiri indietro! Stefano Parisi a me sembra in gamba. Doveva aiutarlo, non buttarlo giù».
Se dovesse dare un consiglio a Renzi?
«Non lo accetterebbe. È sicuro di sé, beato lui».
Dottor Romiti, che cosa succederà il 5 dicembre?
«Niente, che cosa deve succedere? Le ripeto la frase di Obama: “Il sole sorgerà come tutti gli altri giorni”». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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Vladimir Putin Busiarda 27 11 2016
Le contraddizioni che oggi scaturiscono dalla ridistribuzione del potere economico e dell’influenza politica non fanno che aumentare. Il fardello della reciproca sfiducia limita le nostre possibilità di trovare risposte efficaci alle sfide e alle minacce concrete che il mondo di oggi si trova ad affrontare.
Al contempo, in alcuni dei nostri partner non vediamo l’intenzione di risolvere i veri problemi internazionali. In alcune strutture, costituite durante la Guerra Fredda e chiaramente superate, come per esempio la Nato, nonostante tutte le parole spese sulla necessità di adeguarsi alla nuova realtà, non si registra nessun effettivo adattamento. Invece sono in atto continui tentativi di trasformare un meccanismo cruciale per garantire la sicurezza comune europea e transatlantica come l’Osce, in uno strumento al servizio degli interessi di politica estera di qualcuno. Il risultato è che questo importante strumento ormai gira a vuoto.
Inoltre si riproduce continuamente il cliché delle «minacce», immaginarie e fittizie, come la famigerata «minaccia militare russa». Effettivamente si tratta di un affare redditizio: si possono gonfiare gli stanziamenti per il settore bellico dei propri Paesi, piegare gli alleati agli interessi di una singola superpotenza, espandere la Nato, portare l’infrastruttura dell’alleanza, unità militari e nuovi armamenti vicino ai nostri confini. Ovviamente può essere conveniente rappresentare se stessi come difensori della civiltà contro chissà quali nuovi barbari. Ma il fatto è che la Russia non ha nessuna intenzione di attaccare chicchessia. La sola Europa ha 300 milioni di abitanti. La somma della popolazione dei Paesi membri della Nato assieme agli Usa è di 600 milioni, probabilmente. La Russia ha solo 146 milioni di abitanti. E’ semplicemente ridicolo parlarne. E invece questa idea continua a essere sfruttata per fini politici particolari.
Un altro problema immaginario è quello dell’isteria - non può essere definita altrimenti - che gli Usa hanno montato sulle supposte interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti a quanto pare hanno molti problemi reali e urgenti: dall’enorme debito pubblico all’incremento di tragici casi di utilizzo delle armi da fuoco, agli interventi arbitrari commessi dalla polizia. Ma forse è più semplice, anziché ragionare sulle cause e ipotizzare soluzioni, distrarre l’attenzione della gente sui cosiddetti hacker, sulle spie, gli agenti e così via, mandati dalla Russia. Siamo onesti: davvero qualcuno pensa seriamente che la Russia possa in qualche modo influenzare le scelte del popolo americano? L’America è una grande potenza, non una specie di «repubblica delle banane».
Noi tutti vediamo cosa succede in Afghanistan, Iraq, Libia e in tanti altri Paesi. Mi domando: dove sono i risultati della lotta contro il terrorismo e l’estremismo? Nel complesso, se guardiamo all’intero mondo, a livello regionale, in singole aree si sono ottenuti alcuni risultati, ma la lotta al terrorismo non ha globalmente avuto successo e la minaccia continua a crescere. Ricordiamo tutti l’entusiasmo di qualche capitale per la cosiddetta «primavera araba». Dove sono finite quelle coraggiose manifestazioni, oggi? Gli appelli della Russia per una lotta comune al terrorismo vengono ignorati. E per di più i gruppi terroristici continuano a essere armati, riforniti, sostenuti e addestrati nella speranza di poterli utilizzare ancora una volta per finalità politiche personali. Si tratta di un gioco molto pericoloso.
Oggi le Nazioni Unite continuano a rimanere un’istituzione senza uguali per rappresentatività e universalità, una piattaforma unica nel suo genere per un dialogo paritario. Le sue regole universali sono necessarie a includere il numero maggiore possibile di Paesi nel processo di integrazione economica ed umanitaria, a garantirne la responsabilità politica e a operare per coordinare le loro azioni, nel rispetto della loro sovranità e del loro modello di sviluppo.
Non abbiamo dubbi che la sovranità sia il principio cardine dell’intero sistema di relazioni internazionali. Il suo rispetto e il suo consolidamento sono la chiave della pace e della stabilità a livello nazionale e internazionale. Ci sono molti Paesi che, come la Russia, possono contare su una storia millenaria e noi abbiamo imparato ad apprezzare le nostre identità, libertà e indipendenza. Ma non aspiriamo né al dominio globale, né all’espansione, né allo scontro con nessuno. Nella nostra visione, la vera leadership non consiste nell’inventare minacce fittizie, sfruttandole per sottomettere gli altri, ma nell’individuare i veri problemi, collaborare per unire gli sforzi degli Stati per risolverli. Questo è esattamente il modo in cui la Russia concepisce oggi il suo ruolo nell’arena mondiale.
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Barzellette nell'antica Roma
Mary Beard; Ridere nell’antica Roma, CarocciRisvolto
In che modo, e perché, si rideva nella Roma antica? Come agiva il riso nella cultura dell’élite romana? Qual era il suo compito politico, intellettuale, ideologico? E che cosa ci dice di come funzionava la società? In questo libro, Mary Beard – una fra le storiche dell’antichità più conosciute al grande pubblico – esplora le varie forme della comicità a Roma, gettando nuova luce su alcuni celeberrimi classici, dalle commedie di Plauto all’inquietante Asino d’oro di Apuleio. Ma in queste pagine non si parla solo di letteratura, si parla anche del riso nella vita quotidiana, fra barzellette e scherzi burloni, fra uomini comuni e imperatori, fra scritte ingiuriose e motti di spirito, perché ridere è anche una questione di potere.
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