sabato 3 dicembre 2016

Aspetti della fine della democrazia moderna in Italia


Il sommerso del terzo millennio 
Teodoro Chiarelli Busiarda 3 12 2016
Quarant’anni fa ci aveva sorpreso e ammaliato con l’immagine del sommerso. Un Paese nascosto ma reale, in nero epperò vitale, una locomotiva potente che trainava l’economia italiana. Pmi, acronimo di «piccole medie imprese», e popolo delle partite Iva. Un sommerso che Giuseppe De
Rita definiva «di imprese e di lavoro». 
Oggi, col consueto linguaggio suggestivo e immaginifico, il presidente del Censis ci racconta il sommerso del terzo millennio, il sommerso «post-terziario», il «sommerso di redditi». 
Altro che imprenditoria molecolare, industrializzazione di massa ed epopea del «piccolo è bello». La spina dorsale fatta di piccole aziende e laboratori artigiani è uscita malconcia da dieci anni di recessione e tagli, lasciando sul terreno milioni di posti di lavoro e decine di migliaia di imprese. Il «sommerso di redditi» prolifera nella gestione del risparmio cash («per non andare in banca»), nelle strategie di valorizzazione del patrimonio immobiliare, nel settore dei servizi alla persona, nei servizi di mobilità condivisa. Mentre il sommerso industriale apriva un’era di sviluppo imprenditoriale, l’attuale sommerso è più statico che evolutivo, senza un sistematico orientamento di sviluppo. È un magma di soggetti, interessi e comportamenti, una macchina «molecolare», in cui proliferano figure lavorative labili e provvisorie. 
In questa seconda era del sommerso la società civile si sente rancorosamente vittima di un sistema di casta, mentre il mondo politico si arrocca su se stesso. Il risultato è che le istituzioni non riescono più a fare cerniera tra dinamica politica e dinamica sociale e di conseguenza vanno verso un progressivo rinserramento. Delle tre componenti di una società moderna (corpo sociale, istituzioni, potere politico) secondo De Rita sono proprio le istituzioni a essere oggi più profondamente in crisi. L’89,4% degli italiani esprime un’opinione negativa sui politici, appena il 4,1% positiva. E siamo al ko per tutti i soggetti intermedi tradizionali: solo l’1,5% degli italiani ha fiducia nelle banche, l’1,6% nei partiti politici, il 6,6% nei sindacati. Il 36% tiene regolarmente contante in casa per le emergenze o per sentirsi più sicuro e, se potesse disporre di risorse aggiuntive, il 34,2% le terrebbe ferme sui conti correnti o nelle cassette di sicurezza. 
Ecco perciò che si affaccia un’Italia «rentier», che accumula contanti, li tiene sotto il materasso e non investe nel futuro. Con il rischio di consumare inesorabilmente il tesoretto (chi ce l’ha) e di finire con lo svendere pezzo a pezzo l’argenteria di famiglia. Siamo di fronte a un’immobilità sociale che genera insicurezza e porta a un incremento dei flussi cash. Rispetto al 2007, all’inizio della crisi, gli italiani hanno accumulato una liquidità aggiuntiva per 114,3 miliardi di euro. Un valore superiore al Pil di un Paese come l’Ungheria. La liquidità totale di cui gli italiani dispongono in contanti o depositi non vincolati è di 818,4 miliardi, ossia pari al valore di un’economia che si collocherebbe al quinto posto nella graduatoria del Pil dei Paesi Ue post-Brexit: dopo la Germania, la Francia, la stessa Italia e la Spagna. 
Evidente la débâcle economica dei giovani e in particolare dei millennial. I figli sono più poveri dei padri e perfino dei nonni. E già, questo, non ti lascia il cuore leggero. Il fatto è che continuano a latitare speranza e fiducia. Le aspettative degli italiani continuano a essere negative o piatte. Il 61,4% è convinto che il proprio reddito non aumenterà nei prossimi anni, il 57% ritiene che i figli e i nipoti non vivranno meglio di loro, cosa che pensa anche il 60,2% dei benestanti. Il 63,7% crede che, dopo anni di consumi contratti l’esito inevitabile sarà comunque una riduzione del tenore di vita. L’incidenza degli investimenti sul Pil vede l’Italia fanalino di coda dell’Europa, ma soprattutto ai livelli minimi dal dopoguerra. 
Anche per oggi non si vola. E del doman non v’è contezza. 
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CENSIS, QUEL MURO TRA LE GENERAZIONI 

GUIDO CRAINZ Rep 3 12 2016
INIZIA con un’impressionante serie di pessimistici “mai così” la parte generale sulla società italiana del Rapporto annuale del Censis. Mai così pochi i nuovi nati, mai così dilatata la componente demografica di anziani, mai così depressa la condizione economica dei giovani che “vivono nella frontiera paludosa fra formazione e lavoro”, e mai così alti i muri fra le generazioni. Ora è una dolorosa e fondata certezza, si aggiunge, quella sensazione che da un ventennio almeno ha incrinato visioni di futuro e coesione sociale.
SEGUE A PAGINA 36 ROSARIA AMATO A PAGINA 12
LA SENSAZIONE cioè che i figli non vivranno meglio dei loro padri, tutto al contrario (ed era stato questo, invece, il cemento più solido dei primi decenni della nostra storia repubblicana). E ancora, mai tanta liquidità ferma nei conti correnti (il suo aumento negli ultimi dieci anni ha superato il Pil dell’Ungheria), nel contemporaneo stagnare della propensione agli investimenti: effetto inevitabile della “pervasiva percezione di uno smottamento delle condizioni di vita” e dell’incertezza di futuro. A questa “bolla della liquidità” si assomma poi la “bolla dell’occupazione a bassa produttività”, la moltiplicazione dei “lavoretti” precari e “quasi regolari”: in uno scenario in cui il deperire del lavoro accresce l’erosione della classe media e della componente operaia e artigiana, mentre i processi di digitalizzazione incidono in maniera sempre più rilevante nei settori impiegatizi. Un quadro desolante, se a questi dati ci si arrestasse, ed è esplicito nel rapporto l’interrogarsi sugli effetti di lungo periodo di una crisi internazionale di cui pure l’anno scorso si avvertiva l’esaurirsi. Si segnalava allora il delinearsi di una “società dello zero virgola” (dello sviluppo stentato e quasi invisibile), espressione richiamata anche quest’anno: una differenza positiva, in realtà, rispetto al più drastico pessimismo di qualche tempo prima (“dopo anni di trepida attesa la ripresa non è arrivata e non è più data per imminente”, si annotava alla fine del 2014).
Corre sotterraneamente nel Rapporto un’altra domanda, intimamente connessa: cosa significa oggi “ripresa”, in uno scenario drasticamente mutato? Quali sono i suoi indicatori, inevitabilmente differenti da quelli del passato? Saranno più vicini allo “zero virgola” o al “più 5-6%” dell’ “età dell’oro” dell’Occidente”, segnata da un ruolo dello Stato nel favorire sviluppo e distribuzione del reddito oggi inimmaginabile? La risposta non è difficile, naturalmente, e con questa consapevolezza il Rapporto suggerisce il delinearsi di una “seconda era del sommerso”: un “sommerso post-terziario” radicalmente diverso da quello “pre-industriale” che proprio il Censis aveva visto prender corpo negli anni Settanta. Più fragile e segnato da quelle stesse tare colte allora nella “economia del cespuglio” (perdita di diritti, evasione di obblighi fiscali e contributivi, e così via) ma comunque un’ “onda” fondamentale per la tenuta del Paese. Non più un sommerso di impresa e di lavoro ma un “sommerso di ricerca di più redditi”, in cui rientra la crescita stessa della liquidità (talora con contiguità o compenetrazioni con l’area dell’illecito). E in cui confluiscono le attività più differenti: dall’uso del patrimonio immobiliare come fonte di reddito (a partire dall’esplosione dei bed and breakfast) alle attività di cura (non solo di anziani e bambini), dall’enogastronomia ai consumi culturali. Un “insieme di macchine molecolari” cui si aggiungono i perduranti successi nelle filiere collaudate del made in Italy e in altre ancora, o le start up innovative. Un “insieme” i cui limiti e i cui possibili “vizi” appaiono forse altrettanto rilevanti della loro capacità di aiutare il paese a “reggere”, e i cui contorni sono più evocati che tratteggiati nelle loro dimensioni concrete.
Si innesta qui però l’elemento più profondo della nostra crisi: una frattura fra società e politica, con “reciproci processi di rancorosa delegittimazione”, che sembra giunta al suo apice e di cui proprio il Censis aveva colto precocemente le origini. Già all’inizio dei “dorati anni Ottanta”, ad esempio, segnalava i “sempre più evidenti rinserramenti della società nel proprio particulare interesse” in una crescente distanza dalle forze politiche “nelle loro usurate dialettiche e nelle loro usurate persone”. Aveva origine proprio allora la crisi di quel sistema dei partiti, e nemmeno dopo il suo crollo quel nodo troverà risposte. Si è aggravata così quella frattura, quella reciproca delegittimazione che è il vero alimento dei populismi, annota il Censis, e che non trova più nelle istituzioni il necessario luogo di mediazione e di superamento. Eppure, si conclude, l’unica via d’uscita sta proprio nel rilanciare la loro qualità, la loro dignità e la loro funzione di cerniera.
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Gli stessi che hanno fatto i soldi con la globalizzazione, girata la moda fanno i soldi con il sovranismo

Effetto Brexit in libreria anche la letteratura diventa protezionista 

Da Julian Barnes a J. K. Rowling l’isolamento adesso è d’autore
CLAUDIA DURASTANTI Rep 3 12 2016
Da qualche settimana, gli inglesi possono assistere alla versione restaurata di “Napoleon” di Abel Gance, film muto del 1927. Durante una proiezione al British Film Institute di Londra, quando è apparsa la schermata in cui Napoleone dichiara di voler creare un’Europa unita nel nome della libertà del popolo, la sala ha iniziato a rumoreggiare. Qualcuno ha fischiato, molti si sono concessi delle risate isteriche, il signore
dietro di me ha urlato «Come no». Qualche tempo fa, invece, durante un collegamento in diretta con Edward Snodwen dopo la proiezione di Citizen Four all’Institute of Contemporary Arts (ICA), un ragazzo ha preso la parola e ha iniziato a fare battute sulla Brexit, ricorrendo all’umorismo un po’ dissonante e macabro che va per la maggiore da queste parti. Ma Edward Snowden non ha raccolto e ha persino rimbrottato un po’ l’interlocutore, invitandolo a prendere molto sul serio quanto sta succedendo nel suo Paese, alterando il suo cipiglio di solito imperscrutabile. Di nuovo, il pubblico si è lasciato andare a qualche risata imbarazzata.
Negli ultimi tempi ho scoperto che il cinema è un posto perfetto per tarare il livello di disagio nazionale e quello che gli inglesi non dicono durante le transazioni commerciali quotidiane o sul posto di lavoro. Una delle conseguenze più evidenti del referendum di giugno è questa: che nessuna battuta è innocente, sul grande schermo o meno. E in un Paese in cui niente ha il privilegio dell’innocenza, la dichiarazione rilasciata qualche giorno fa da uno scrittore del calibro di Julian Barnes che lamenta l’apertura del prestigioso Man Booker Prize agli americani perché questa minaccerebbe la visibilità degli autori locali, lo è ancora meno. C’è la presunzione che la letteratura vada oltre questo tipo di protezionismi, anche all’interno di una cornice in fondo un po’ conservatrice e vetusta come quella dei premi nazionali. Ma se Brexit è l’evento politico più devastante per gli inglesi dai tempi delle guerre mondiali, è inevitabile che le sue ripercussioni vadano a toccare l’intoccabile: esisteva una letteratura di guerra, esisterà una letteratura di rinuncia alla globalizzazione. L’accusa di Barnes non è senza fondamento: in questo terzo anno in cui il Man Booker ha aperto agli americani, ha vinto effettivamente un cittadino statunitense, Paul Beatty con Lo schiavista (Fazi). A complicare l’opportunità della sua dichiarazione, c’è il fatto che Paul Beatty è un afroamericano concentrato sulla satira sulla razza nel suo Paese, tema un po’ indigesto ai locali per cui c’è ancora un conflitto di classe, ma per cui
Black Lives Matter è un po’ un’operazione di marketing. Da questo punto di vista persino la parola Commonwealth evocata da Barnes (il Man Booker è sempre stato aperto agli scrittori delle ex colonie) risulta inopportuna, per tutti i suoi rimandi alla violenza dell’imperialismo britannico. Scrittori come A. S. Byatt, Susan Hill e Philip Hensher hanno fatto da eco alla polemica di Barnes. È inevitabile notare cosa hanno in comune questi autori dissidenti: sono bianchi, più o meno di mezza età, e sono cresciuti in aree periferiche prima di diventare metropolitani. Per farla breve, è il profilo medio dell’elettore che ha votato per la Brexit. Anche se hanno poco in comune con i sostenitori di Nigel Farage, nei loro libri eruditi o nostalgici, Hensher e gli altri difendono un’idea di vecchia Inghilterra educata nelle grammar schools. A lamentarsi delle regole del Man Booker Prize non è stata infatti una scrittrice inglesissima come Zadie Smith, e men che meno lo ha fatto Salman Rushdie. Non è solo perché entrambi sono sbarcati in America o hanno un’idea più dinamica di identità, ma perché hanno un fortissimo potere contrattuale sul mercato editoriale internazionale, il che fa capire bene come la questione sia più economica che altro: il protezionismo auspicato da Barnes ha a che fare con il successo commerciale dei libri, non con la sacrosanta difesa dei valori nazionali. Ma nell’Inghilterra post Brexit agitata dal malcontento delle minoranze è inevitabile che la sua risuoni come la lamentela dell’uomo bianco che ha perso potere nel mondo. Un mondo in cui forse romanzi come Swing Time di Zadie Smith e Lo schiavista di Paul Beatty si impongono di più all’attenzione del pubblico banalmente perché i lettori hanno voglia di storie di questo tipo, che allargano il mondo invece di contrarlo. Per articolare meglio la sua protesta, Philip Hensher ha dichiarato che l’attacco al Man Booker Prize è in realtà una critica esplicita al potere finanziario degli americani capaci di dettare la linea culturale dominante, esattamente come gli inglesi un tempo hanno imposto Shakespeare in tutte le colonie.
Ma chi di protezionismo perisce, di protezionismo ferisce. Gli inglesi la linea culturale dominante la dettano ancora, quando vogliono: lo scorso anno, il Paese è stato travolto dal successo de
La vegetariana, il body horror letterario della sudcoreana Han Kang (uscito in Italia da Adelphi). Il libro è stato tradotto da Deborah Smith con il plauso unanime, e per la prima volta il vincitore del Man Booker International Prize – andato appunto ad Han Kang – ha dovuto dividere il premio con il suo traduttore. In realtà è stata Deborah Smith la vera vincitrice: in varie circostanze pubbliche, è come se la figura di Han Kang fosse stata completamente eclissata. Anche l’insistenza su una traduzione bellissima e viscerale perdeva senso, perché in fondo chi ha mai letto l’originale e chi poteva comparare? Gli inglesi, insomma, sono riusciti a trasformare La vegetariana in un libro loro.
È infine curioso che autori come Barnes e Byatt lamentino l’insularità e l’irrilevanza della letteratura nazionale quando il mercato è schiacciato dal successo di J. K. Rowling, un franchising inglesissimo che ha assoggettato le librerie di mezzo mondo. O forse non lo è affatto, perché in una polemica che interseca risiko, mercato e fiction, viene ribadito comunque il confine che separa la scrittura letteraria dalla narrativa commerciale.
Poco tempo fa sono andata a vedere Animali fantastici e dove trovarli, tratto dal libro di Rowling parallelo alla saga di Harry Potter. In teoria doveva essere un film disimpegnato, ma l’eco di Brexit si è impossessata anche di quella sala cinematografica: un po’ perché la trama, incentrata su dei maghi in trasferta a New York che si battono per difendere animali “diversi”, non può fare a meno di invocare il totalitarismo nazista e tutta la Scuola di Francoforte in esilio, ma anche per le continue e quasi esasperanti battute sulla differenza tra il modello sociale americano e quello inglese, dove gli inglesi ne escono vincitori, suscitando l’ilarità e la gioia sbarazzina del pubblico. Il che andrebbe bene, e sarebbe comprensibile: peccato che il film sia ambientato negli anni Venti.
Invocando il restringimento del Man Booker Prize ai soli inglesi e alle vecchie colonie, Julian Barnes ha ottenuto il bizzarro effetto di riportare in auge una separazione linguistica e storica che dovrebbe aver fatto il suo tempo, reinventando l’Impero come una minoranza. Il suo desiderio di fare degli scrittori con il passaporto britannico un’enclave sicura, protetta e non esposta al mercato internazionale, è lo stesso che ha animato chi il 24 giugno ha votato per andarsene. Barnes paga l’effetto perverso della Brexit che priva ogni discorso di una sua legittimità nel timore che voglia alludere alla cosa peggiore possibile, in un momento in cui il peggio non possiamo permettercelo.
L’autrice vive a Londra. Il suo nuovo romanzo è Cleopatra va in prigione ( minimum fax)
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Igort alle radici del postmoderno italiano


Il libro di Francisco Rico su Petrarca


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Francisco Rico: I venerdì del Petrarca, Adelphi pagg. 219 euro 14

Risvolto
Di nessun altro uomo vissuto prima di Petrarca abbiamo una così vasta messe di informazioni biografiche, diceva Ernest H. Wilkins. Ma precisava che tali informazioni si fondano per lo più su lettere e altri scritti petrarcheschi. Bisognerà allora chiedersi: che cosa sappiamo di lui con certezza? La verità è che ogni scrittore mira a diventare, per usare le parole di Ortega y Gasset, «romanziere di se stesso, originale o plagiario». E, come dimostra l'affascinante indagine di Francisco Rico, Petrarca non sfugge alla regola: anzi, la incarna in sommo grado. Il che significa non solo che l'autoritratto che egli va componendo nel tempo è ispirato a exempla illustri, ma che nulla di quanto ci dice è letterale e innocente. Dietro ogni data, dietro la semplice menzione di un giorno della settimana (il venerdì, ad esempio, giorno marcato per eccellenza), si cela una fitta rete di rispondenze, una raffinata simbologia – e un audace disegno: trasformare i momenti vissuti o immaginati in frammenti di un racconto unitario capace di sottrarli alla corrosione del tempo. Ma Petrarca si spinge ancora più in là nella costruzione di un'esistenza ideale: grazie a Rico, lo vediamo infatti applicare la dispositio persino alla vita non scritta, modellarla come un testo, mettendo in atto ciò che non scrive – o, se vogliamo, facendo letteratura con le proprie azioni.

venerdì 2 dicembre 2016

Tradotta la biografia di Bruno Pontecorvo

Risultati immagini per Close: Una vita divisaFrank Close: Una vita divisa. Storia di Bruno Pontecorvo, fisico o spia, Einaudi

Risvolto
La comunicazione sulle possibili attività spionistiche di Bruno Pontecorvo, spedita da Washington, venne intercettata da Kim Philby, un agente inglese che agiva come spia per i sovietici, nel luglio del 1950. Sei settimane piú tardi, Pontecorvo, un fisico di Harwell, il laboratorio di fisica nucleare del Regno Unito, sparí senza lasciare traccia all'età di 37 anni, proprio qualche mese dopo la condanna della spia atomica Klaus Fuchs, un suo collega. Quando ricomparve, cinque anni piú tardi, Pontecorvo si trovava dall'altra parte della cortina di ferro. Era uno dei piú geniali scienziati della sua generazione, ed era al corrente di molti segreti: aveva infatti lavorato al Manhattan Project anglo-canadese e aveva fornito un contributo fondamentale alle ricerche sulla fissione nucleare. Quando sparí, però, il controspionaggio del Regno Unito sostenne che le informazioni in suo possesso non erano tali da mettere in pericolo la sicurezza dell'Occidente. Quella dello scienziato fu una personalità divisa in due parti complementari: in una Bruno Pontecorvo, ricercatore estroverso, sempre in vista, brillante, e nell'altra Bruno Maksimovic Pontekorvo, figura enigmatica, oscura, strettamente legata, con devoto impegno, al sogno comunista. Oggi, grazie alla possibilità di accedere a nuovi archivi e carteggi, e dopo aver intervistato membri della famiglia e i colleghi scienziati, Frank Close si chiede se la fuga di Pontecorvo fu davvero l'atto finale di una carriera da spia, cercando di far luce sulla vita di un uomo segnato dall'avvento dell'era atomica e della guerra fredda.

Ti hanno richiamato quelli dell'MI5, dopo che gli ho spedito la tua lettera?» Quando ho incominciato a fare ricerche sulla vita di Bruno Pontecorvo, il fisico nucleare scomparso nel 1950 al di là della cortina di ferro, all'apice della guerra fredda, non prevedevo che qualcuno mi avrebbe rivolto una tale domanda e men che meno che avrei risposto affermativamente. Ciò nonostante, la mia corrispondenza con il controspionaggio inglese mi ha portato a risolvere un enigma vecchio di sessant'anni: perché Pontecorvo era fuggito improvvisamente, proprio qualche mese dopo la condanna del suo collega, la spia atomica Klaus Fuchs? La risposta, ovvia – ovvero che Pontecorvo era «la seconda spia piú letale della storia», per citare la descrizione che il Congresso degli USA piú tardi ne avrebbe dato –, ha circolato per decenni, ma non è mai stata prodotta alcuna prova del fatto che Pontecorvo abbia passato segreti atomici ai sovietici, né si sono avanzate ipotesi sulle informazioni che potrebbe aver divulgato. In contrasto con quanto comunemente si crede, né l'FBI né l'MI5 hanno mai individuato prove contro di lui. Dunque, se è stato una spia, Pontecorvo ha svolto assai bene il suo lavoro.
       

Un viaggio di Sartre in Italia

Foto Cover di La regina Albemarle o l'ultimo turista, Libro di Jean-Paul Sartre, edito da Il Saggiatore
Jean-Paul Sartre: La regina Albemarle o l’ultimo turista, Saggiatore 

Risvolto
Fine estate del 1951. Jean-Paul Sartre, partito "con le mani in tasca e della carta bianca in valigia", inizia il suo viaggio in Italia. Approda a Napoli, città gremita di edifici scarnificati fino al midollo, con i panni appesi ai balconi e ovunque arsura, marmaglia, miseria. Poi si addentra nel cuore di Capri, attraverso una strada selvaggia a serpentina. Ne contempla il paesaggio duro come la roccia e soffice come la vegetazione, una terra nera e fertile che è stata prima africana, poi greca e romana. A Roma, i suoi passi echeggiano nella città vuota, come in una cattedrale deserta. Qui si intrattiene con Carlo Levi, cena con gli amici del Pci, visita il Colosseo. Nelle strade le voci parlano della partita di calcio della Roma, di Coppi che correrà a Lugano, di scioperi in corso o covati sotto la cenere. Sartre si trascina per le vie della capitale, penetra nelle viscere della classicità, i cui resti sono pietra stregata capace ancora di asservire. Infine, a Venezia, sullo sfondo degli affreschi del Tintoretto, fra santi, putti e dogi, si sente rinnovato: la città galleggiante ha l'aura di un sogno, vaporoso e sinistro; è una materia fluida in lotta con le architetture dell'uomo che irretisce e plasma il turista. Definita da Sartre stesso "La nausea della mia maturità", La regina Albemarle - che il Saggiatore ripropone oggi in una nuova edizione, per la cura di Arlette Elkaïm Sartre, figlia adottiva del filosofo - è un diario di viaggio che reca poche indicazioni temporali...

Castro - come Gramsci e tutti gli atei senzadio - si è convertito e forse prima di morire ha anche votato Sì al referendum di Renzi



Fidel e il ritorno alla fede “Parlava spesso di religione” 
Le sue ceneri saranno conservate nel cimitero cattolico di Santiago 

Paolo Mastrolilli  Busiarda
è difficile scrutare cosa avviene nell’animo di un uomo novantenne malato, quando si avvicina alla morte, ma Fidel Castro qualche indizio lo ha dato. Il primo era stato un articolo pubblicato a ottobre su Granma, l’ultimo scritto prima di morire, in cui affermava di aver capito che «i principi religiosi sono più importanti di quelli politici e scientifici». Il secondo è quanto ha riferito Frei Betto, il frate dominicano con cui il Líder Máximo aveva scritto un libro dedicato alla fede, parlando con l’ambasciatore brasiliano a Cuba. «Negli ultimi tempi - ha detto - non discutevamo più di politica, ma solo di religione e filosofia».
Le voci del ritorno al cattolicesimo di Fidel, cresciuto dai gesuiti nel Colegio de Dolores di Santiago e poi in quello di Belen a L’Avana, si rincorrono da anni, e la prova definitiva che sia avvenuto non esiste. Persone informate sul suo rapporto con la fede però non lo escludono. Le sue ceneri saranno seppellite domenica mattina a Santiago nel cimitero di Santa Ifigenia, che è cattolico, ma è anche il luogo dove riposa l’eroe nazionale José Martì. Il suo percorso spirituale, invece, è stato documentato anche dai recenti incontri con tre pontefici.
Il fratello Raúl ha detto che se Papa Francesco continuerà a comportarsi come sta facendo, lui potrebbe tornare nella chiesa cattolica. L’evoluzione di Fidel è stata più riservata, ma forse proprio per questo anche più profonda. Sul piano politico il rapporto con la chiesa era stato molto duro, al punto che aveva cancellato dal calendario la festa di Natale. La fede però è rimasta nel cuore dei cubani, come testimoniano ad esempio gli atti di devozione che si trovano al santuario del Cobre, dove i militari portano in dono le loro spalline e i rivoluzionari i certificati di encomio firmati da Castro. 
Sul piano politico il Vaticano ha avuto un ruolo chiave per l’accordo con gli Usa, ospitando i colloqui segreti fra americani e cubani, ma il regime spera ancora che la Santa Sede lo aiuti nella difficile transizione in corso. La chiesa infatti viene vista come un elemento stabilizzante nella società, capace di favorire il dialogo invece dello scontro. Qualche segnale di riconoscenza già si vede. Ad esempio durante l’ultimo uragano che ha colpito l’isola, a differenza del passato, gli aiuti della Caritas e delle parrocchie sono stati incoraggiati, comunicando ai leader locali che erano benvenuti. Raúl stesso ha detto che è un piacere lavorare con la chiesa, anche se poi magari il regime apre le porte pure agli evangelici, per bilanciare un’influenza che potrebbe diventare troppo forte. Il Vaticano in cambio vorrebbe che le scuole cattoliche, tollerate ma non riconosciute, fossero almeno accettate come istruzione complementare, mentre l’Università di L’Avana ha chiesto ai professori dell’Istituto di Studi Ecclesiastici Varela di collaborare. Il nuovo arcivescovo della capitale, Juan Garcia, è meno coinvolto nella politica del predecessore Ortega, e anche questo sta aprendo una nuova pagina nelle relazioni, comunque si sia chiusa quella spirituale con Fidel.
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Castro “ritrova” il Che a Santa Clara città della Revolución La carovana fa tappa al mausoleo di Guevara Busiarda
I galli, che nelle strade di questa città è normale sentire ogni mattina, non hanno ancora preso a cantare il sole nascente, quando dalla Calle Colón si alza un brusio. Il rumore diventa sempre più forte e la curiosità spinge ad aprire la finestra. Sotto, centinaia di persone sono allineate lungo il marciapiede e parlottano tra loro. Alcune alzano gli smartphone, arrivati nella provincia cubana dove il carretto tirato dai cavalli è ancora un trasporto pubblico ufficiale, per scattare foto e girare video dell’evento storico della loro vita. 
La processione con le ceneri di Fidel, che percorre a ritroso il cammino della Caravana de la Libertad nel gennaio del 1959, sta per passare qui. E non poteva essere altrimenti, visto che la battaglia di Santa Clara, vinta dalle due colonne comandate da Che Guevara e Camilo Cienfuegos, era stata la trave che aveva spezzato la schiena dell’asino, convincendo Batista a scappare da Cuba.
L’urna di cedro nero che contiene i resti del Comandante in Capo è arrivata in città nella notte, e già era stato uno spettacolo inusuale vedere decine di persone schierate con le bandiere lungo l’autostrada, per accoglierlo al buio. Lo hanno portato proprio nel mausoleo dedicato al Che, dove sono sepolti i suoi resti rimpatriati dalla Bolivia, per fargli passare un’ultima notte al fianco del suo amico. Poi, alle sette, è prevista la processione sul carro tirato da una jeep, ma la città in pratica non ha dormito. Santa Clara ha fatto la veglia a Fidel, e verso le quattro del mattino è già assiepata in strada per salutarlo.
Il primo in cui mi imbatto, Jorge, è un campesino che porta ancora in faccia i segni della sua missione in Angola. Gli chiedo perché è qui, perché invece di guardare al passato di Cuba non pensa al suo futuro, e lui mi guarda come se fossi un pazzo: «Quando la rivoluzione trionfò - mi spiega - Fidel aveva 33 anni e una lunga barba». Come Gesù, in pratica. Questa connessione quasi mistica fra la novella di Castro e quella di Cristo mi era sfuggita, ma l’errore evidentemente è mio. Infatti nel soggiorno della casa particular dove ho passato la notte, in assenza di stanze negli alberghi della città, il proprietario Julio ha appeso alla stessa altezza un ritratto del Sacro Cuore, e una foto di Fidel in divisa da baseball. Ad essere fiscali, il ritratto di Cristo è decisamente più grande di quello di Castro, ma ciò non toglie nulla al significato della scelta, e anzi fa onore alla capacità dei cubani di mantenere le proporzioni.
Julio è uno dei tanti che lavorano «per conto proprio», cioè pagano una tassa allo Stato in cambio della possibilità di esercitare le attività private previste dalle riforme volute da Raúl. Dunque, è insieme una persona moderna e rispettosa del passato: «Cosa succederà ora? Niente, tutto continuerà come prima», e dalla smorfia che compare sul suo viso non capisci se è contento o afflitto da questa incrollabile certezza.
Elvira Valenzuela, che dice di essere un’economista ed è venuta in strada con le due nipoti, approfondisce il concetto: «Lo so che molti pensano sia stato il regime a portarci in piazza. In qualche caso sarà pure vero, però guardati intorno: sarebbe possibile smuovere tanta gente, se non ci fosse un affetto sincero?». Per spiegarsi meglio, fa il suo caso: «Io venivo da una famiglia povera, in qualunque altro Paese non avrei avuto una possibilità. Qui invece mi hanno dato la casa, la sanità e l’istruzione gratuita. Ho lavorato sodo per farcela, ma senza Fidel non avrei avuto neppure l’occasione di provarci». Elvira sembra una donna ragionevole, che ha calcolato tutte le possibili soluzioni della propria equazione esistenziale: «So anche che alcuni non la pensano come me, a Cuba e soprattutto fuori, dove pochi conoscono i fatti. Dicono che il prezzo da pagare è stato alto, non c’è la libertà, i dissidenti vengono puniti, l’economia è a pezzi e con un altro sistema saremmo tutti più felici. Guardiamo allora agli Usa, e a come sono divisi: una come me, partendo da zero, quante possibilità avrebbe avuto? Là non avrei avuto neppure i soldi per curarmi un’appendicite».
I galli di Santa Clara nel frattempo hanno cominciato a cantare, e in strada sono arrivati anche i bambini della scuola in divisa bianca e ruggine. «Fidel sono io!», gridano. Perché non hanno mai visto altro nella vita, e chissà se mai lo vedranno. [p. mas.]

Le ceneri di Castro  Quell’urna tra le reliquie della RevoluciónA Santa Clara, prima tappa delle esequie di Fidel Un percorso inverso a quello dei “liberatori” La gente recita gli slogan rivoluzionari come un rosario, sui muri ancora i segni delle pallottoleBERNARDO VALLI IL CORTEO IL SALUTO DEI BAMBINI Rep 2 12 2016
SANTA CLARA LE CENERI viaggiano da due giorni. Sono dirette a Santiago, a quasi mille chilometri di distanza, all’altra estremità dell’isola, dove saranno sepolte. È un corteo funebre e trionfale. L’urna, coperta da una bandiera cubana, è posata su un rimorchio piccolo e basso, agganciato a un’auto militare scoperta, ed è ben visibile.
La folla assiepata in città e villaggi, ma anche nelle pianure su cui si stendono piantagioni di canna da zucchero e di tabacco, o dove il paesaggio è ondulato o montagnoso, la vede passare a pochi metri. All’altezza dello sguardo. E scandisce il nome di Fidel. Recita come un rosario gli slogan della Revolución. Ci sono volute più di dodici ore per percorrere la prima tappa, circa trecentocinquanta chilometri, tra L’Avana e Santa Clara.
L’URNA sul rimorchio spesso traballante, per la Carretera Central non priva di crepe e buche, non corre nell’attraversare luoghi dove sono evidenti i segni delle difficoltà economiche dell’ultimo mezzo secolo. Il Paese è bello e sciupato. Le difficoltà hanno a volte sconfitto lo zelo della resistenza. E il disordine nelle decisioni vi ha contribuito. La Revolución si è spesso impegnata altrove, non solo nell’America Latina, ma anche in Africa. Il Che andò persino a chiedere aiuto alla Cina e, da solo, si avventurò nel Congo. Senza fortuna. La piccola Cuba pensava in grande.
Al passaggio della “Carovana della Libertà” che ripercorre a ritroso il cammino dei “barbudos” e va verso Santiago, la gente ha il tempo di osservare la scatola posata su un tappeto di fiori, in cui sono rinchiuse le ceneri di Fidel. È una folla in bianco e nero. Molti sono gli uomini e le donne di origine africana, mischiati agli uomini e le donne di origine europea, com’era Fidel, la cui famiglia veniva dalla Galizia. La Revolución del ’59 ha subito abolito ufficialmente la discriminazione razziale così come ha emancipato i lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero. Nel ‘61 un’amica cubana della grande borghesia che aveva aderito al castrismo (era una segretaria di Raúl Castro) mi portò nel club sul mare riservato ai bianchi il giorno in cui veniva aperto alla popolazione di origine africana. Lei apprezzava l’avvenimento, ne era orgogliosa, ma pianse nel vedere la sua spiaggia invasa dai neri. L’emancipazione risale ormai a parecchi decenni fa. I sentimenti contrastanti della mia amica di allora non sono stati forse cancellati del tutto. Non ce n’era comunque traccia nella folla che, spontanea e unita, invocava Fidel morto. Le possibili ferite subite, le altrettanto possibili delusioni e rancori erano o sembravano sepolti sotto il cordoglio collettivo. Il decretato rimpianto nazionale prevaleva. E pareva avesse la sincerità delle grandi manifestazioni popolari. Il passaggio del corteo annunciava anche la fine di un’epoca nell’isola. Chi l’aveva dominata, con il potere e le prepotenze annesse, invadendola con la sua passione, se ne è andato.
Le ceneri di Fidel hanno passato la notte a Santa Clara. Nel dicembre ‘58 la città fu il teatro della battaglia che segnò la fine della dittatura di Fulgencio Batista e il trionfo della Revolución. Batista interruppe le feste di fine d’anno e fuggì in aereo insieme ai tanti uomini della mafia, proprietari di casinò, di alberghi e night club (freddi come frigoriferi per consentire alle turiste nordamericane di sfoggiare visoni ai tropici). Ad aprire la strada per l’Avana furono i barbudos comandati da “Che” Guevara e Camilo Cienfuegos. I muri dell’albergo Santa Clara Libre, nella piazza centrale, il Parque Vidal, sono ancora crivellati dalle pallottole dell’inverno ’58. Oggi è dipinto di un verde acceso, ma i graffi restano lì, come reliquie. Dall’alto dell’albergo, un piccolo grattacielo dominante la città di poco più di duecentomila abitanti, una donna che ha vissuto bambina quei giorni ci indica i luoghi in cui la battaglia fu intensa. Dal Parque Vidal si diramano strade dritte e case basse, come in molte città latinoamericane sulle quali pesa la tradizione ispanica.
A ricordare la battaglia c’è il mausoleo dominato da una statua in bronzo del “Che”. È davanti a quel monumento che le ceneri di Fidel si sono fermate arrivando dall’Avana. Là, nel mausoleo, ci sarebbero i resti di Guevara, della guerrigliera Tania, sua compagna di allora, e di alcuni compagni caduti in Bolivia. Ci sono anche quelli di quattordici combattenti uccisi in Guatemala. Il ”Che” raffigurato è il guerrigliero in azione, con il mitra, ma in un’altra parte del mausoleo viene ricordato anche come medico durante lo sbarco dei barbudos a Cuba nel ‘56.
Il lungo viaggio delle ceneri di Fidel può essere interpretato come un segno della stabilità del regime, nonostante la distensione con la vicina superpotenza avviata da Barack Obama sia seriamente minacciata dall’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump. E nuove nubi si addensino sull’isola. Oltre all’inevitabile omaggio al “comandante” e al desiderio di mobilitare il Paese con il ricordo di chi ha incarnato mezzo secolo di vita nazionale, il successore Raúl Castro ha voluto dare un’im- pronta solenne ai funerali del fratello per manifestare la volontà di non venir meno alla Revolución. Accettando, com’era inevitabile e ragionevole, l’apertura americana egli ha forzato la mano a Fidel che pur essendo gravemente malato non ha esitato a esprimere la sua reticenza a un abbraccio con i gringos. Raúl ha anche avviato o confermato riforme: piccole iniziative private, limitate proprietà della terra ai coltivatori diretti, acquisto di case, viaggi all’estero, limitata estensione del turismo (che ha i noti risvolti sessuali) agli americani. Ma non ha cambiato l’essenziale natura del regime. Ha rafforzato il ruolo fondamentale dei militari presenti, oltre che nella sicurezza, in tanti settori della vita economica. Su questa base il fratello minore, presidente di rincalzo, dovrebbe poter garantire una certa stabilità al regime nei due anni da governare che gli restano, stando al mandato che si è assegnato. Potrebbe succedergli il figlio Alejandro. Roberto Vega di Cuba Posible, organizzazione per il dialogo politico, è di questo parere: crede nella stabilità. Non è d’accordo Enrique Lòpez Oliva, storico della Chiesa, il quale, nella morte di Fidel, vede piuttosto il forte segno di un cambio. Determinato anche dalla svolta americana, che potrebbe rinviare sine die l’approvazione del Congresso all’abolizione dell embargo contro Cuba, e dall’indebolimento o addirittura la fine dell’aiuto del Venezuela di Maduro in grande crisi.
Figlio di un proprietario terriero di Biran, nella parte orientale dell’isola, Fidel è sempre stato un appassionato di agricoltura. Chi l’accompagna nell’ultimo viaggio, mentre le sue ceneri attraversano le belle pianure cubane, lo pensa impegnato nella riforma agraria che realizza subito nel 1959 limitando a 400 ettari la superficie massima delle proprietà agricole, poi ridotta a 67 ettari nel ’63. Salda così un primo debito con i campesinos che l’hanno aiutato, protetto, nutrito, negli anni della guerriglia sulla Sierra Maestra e riforma un sistema di sfruttamento che rende schiavi o miserabili i lavoratori nelle piantagioni di canna da zucchero. Sotto forma di fattorie del popolo o di cooperative la Revolución arriva così a controllare il 70 per cento delle terre. I piccoli proprietari sopravvissuti sono costretti a vendere allo Stato, che fissa i prezzi, la quasi totalità dei loro prodotti. Il 90 per cento. E poi, col tempo, dovranno cedere anche gli orti che avevano potuto conservare per i consumi familiari.
Fidel non ha mai rinunciato a imporre non solo la sua politica agricola, ma anche la sua abilità di tecnico dell’agricoltura. E in questa veste venne descritto come presente ovunque, ostinato, collerico e sempre pronto a pontificare sulla coltivazione della canna da zucchero come sull’allevamento del bestiame. Le pianure coltivate che, in questi giorni, l’urna con le sue ceneri attraversa non hanno mai migliorato la loro produzione. In molti casi l’hanno peggiorata. Nei campi assolati la rivoluzione non è riuscita. Sotto la guida di Fidel non hanno mai assicurato all’isola orgogliosa un’autonomia alimentare, economica. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Lo scisma di Antonio Socc'mel contro Papa Ciccio anticristo musulmano e comunista fa proseliti liberali: Valli

CopertinaAldo Maria Valli: 266. Jorge Mario Bergoglio. Franciscus P.P., liberilibri

Risvolto
Eletto il 13 marzo 2013, primo papa sudamericano e gesuita, primo a trovarsi a convivere con un papa emerito e primo a scegliere per sé il nome di Francesco, Jorge Mario Bergoglio, pontefice numero 266 nella storia della Chiesa cattolica, ha subito stabilito con la cultura progressista e laicista un rapporto di profonda simpatia. È piaciuto il suo presentarsi all’insegna dell’umiltà, della semplicità e della povertà. È piaciuta la disponibilità all’intervista. Sono piaciute le sue bordate contro la Chiesa che non sa essere “in uscita”, le sue sferzate a preti e vescovi, la sua proposta di Chiesa “ospedale da campo”, l’attenzione verso le “periferie”, la richiesta, rivolta ai pastori, di por tare addosso “l’odore delle pecore”, l’insofferenza verso l’economia di mer cato, l’allinearsi (specie nel l’enciclica Laudato si’) a un certo ecologismo à la page. Con altrettanto entusiasmo è stata salutata la sua proposta di Chiesa “misericordiosa”, disposta a perdonare tutti, come fa il Padre buono, e desiderosa di non giudicare.
Nello stesso tempo, tuttavia, proprio questa linea, esplicitata soprattutto nell’esortazione apostolica Amoris laetitia sull’amore nella famiglia e sfociata nella richiesta di giudicare non sulla base di principî generali ma caso per caso, ha suscitato perplessità crescenti in chi vi vede un cedimento allo spirito del mondo, a un certo relativismo morale e a un populismo fatto di slogan che, a un esame più approfondito, si rivelano vuoti se non ambigui. Proprio la lettura di Amoris laetitia legittima una domanda: che cosa sta più a cuore alla cosiddetta “Chiesa di Francesco”? La salvezza dell’anima o il benessere psicologico ed emotivo delle persone? C’è poi il grande problema della mancata denuncia delle radici religiose dell’estremismo islamista, che, insieme all’abbraccio con il patriarca di Mosca Kirill, ci mette di fronte a una Realpolitik a sua volta fonte di domande e perplessità.
È difficile infine non accorgersi dell’approssimazione che caratterizza numerose affermazioni del papa, anche su temi fondamentali per la dottrina e per la fede. Si può dunque dire che, al di là del successo di cui Bergoglio sembra godere, esiste un serio “caso Francesco” sul quale interrogarsi. Un dibattito già in corso con la partecipazione di eminenti cardinali, teologi e filosofi nel quale è stata evocata perfino la parola scisma.


"Risposta multipla" di Zambra


giovedì 1 dicembre 2016

Un nuovo Reagan. Destra e sinistra sono tuttora le categorie fondamentali dello spazio politico


Ma oltre alla pace nel mondo multipolare, Donald Trump non sanciva quella fine della dicotomia destra/sinistra in direzione di una politica populista che era stata annunciata da Brexit e da Johnson e che avrebbe abbattuto l'establishment da Miami fino a San Pietroburgo, passando per una Parigi liberata dalla sinistra mondialista?
Cos'è questa storia di un giro di vite reaganiano?

Fermo restando che la colpa è in primo luogo della finta sinistra che dopo la fine della Guerra Fredda si è fatta destra, chi dice che destra e sinistra non esistono più vuole in realtà soltanto una destra più immediata, diretta e senza scrupoli.

Si consoli dunque Fukuyama, a cui il pregiudizio ideologico impedisce di comprendere di aver vinto [SGA].






Il ministro Lavrov: «La Russia è pronta a un nuovo disgelo con gli Stati ...





Boris Johnson: “Avanti con le sanzioni Putin smetta di provocare la Nato” 

Il ministro inglese: “Brexit? Saremo più forti ma l’Ue ci dia accesso al mercato unico” 
Alberto Simoni  Busiarda
Putin non può continuare a provocare la Nato e i suoi alleati, per questo le sanzioni devono continuare a mordere la Russia. Assad deve essere escluso da qualsiasi transizione in Siria, ha sulla coscienza 400 mila vittime in 5 anni di guerra. Il Regno Unito fuori dall’Unione europea sarà ancora più forte, «ma vorremmo piena libertà per le aziende britanniche di fare affari nella Ue in un sistema di mercato unico». A parlare è Boris Johnson, 52enne ex sindaco conservatore di Londra, volto della campagna per la Brexit - fu la sua discesa in campo a imprimere la svolta decisiva ai «brexiters» fino ad allora senza una figura carismatica da imporre come messaggero del sogno anti-Ue - e da quattro mesi ministro degli Esteri del governo di Theresa May. Il numero uno del Foreign Office è a Roma per i «Med Dialogues» e oggi sarà uno dei protagonisti del panel sulla sicurezza nel Mediterraneo. 
Ministro Johnson, le frizioni fra Cremlino e Nato sono sempre più frequenti. La Nato mobilita le truppe a Est lungo il confine russo e Mosca risponde mandando navi da guerra verso la Siria oltrepassando nel loro tragitto la Manica. Ha ancora senso continuare a implementare sanzioni visto che il Cremlino continua indefesso per la sua strada?
«Il sostegno della Russia ai separatisti nell’Ucraina dell’Est e le azioni in Siria a favore del regime di Assad hanno causato immense sofferenze umane. L’annessione illegale della Crimea non è stata dimenticata e le ripetute provocazioni verso la Nato e i suoi alleati non possono essere tollerate. Per questo è giusto continuare a respingere l’aggressione. Le sanzioni sono un’importante leva e comportano un costo per lo Stato russo. Noi tutti dobbiamo continuare a sostenerle».
Come si tratta con Putin?
«La Nato è principalmente un’organizzazione difensiva, è vitale per la sicurezza e la prosperità delle due sponde dell’Atlantico. Mentre è fondamentale restare forti dinanzi alle provocazioni; la Nato rimane aperta a un dialogo di sostanza con la Russia. Malgrado le divergenze, dobbiamo continuare a parlare con Mosca, incoraggiando cambiamenti laddove non vi è intesa e cercando la cooperazione ove è possibile. Ma questo approccio funzionerà solo se la Russia risponderà allo stesso modo».
Il governo britannico ha detto che fino a quando sarà parte della Ue non ci sarà spazio per una difesa europea alternativa alla Nato. Viste le sfide nuove del terrorismo jihadista, non crede sarebbe una buona idea che gli europei condividessero le capacità militari?
«È un’ottima idea, e peraltro già lo facciamo in ambito Nato. Per il Regno Unito e per i 22 membri della Ue che sono anche parte dell’Alleanza atlantica, questo organismo è, e resterà, il fondamento della nostra difesa collettiva. Concordo sul fatto che la Ue fronteggia numerose minacce comuni. È per questo che ho sempre dichiarato che il Regno Unito manterrà il suo impegno per la difesa e la sicurezza europea in collaborazione con i nostri alleati. Tra queste ultime vi sono gli sforzi comuni per migliorare le capacità operative e il coordinamento fra l’Ue e la Nato. Tuttavia, per poter davvero fare la differenza un maggior numero di Paesi europei deve raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil per la spesa militare, e spero che l’Italia si impegni a farlo».
Bruxelles non intende consentire a Londra l’accesso al mercato unico senza la libera circolazione delle persone. Vede spazi per un compromesso nei negoziati su Brexit?
«Non ho alcun dubbio che il Regno Unito prospererà una volta lasciata la Ue. Ma voglio anche una Unione europea forte, è negli interessi di entrambi. Come detto dal Primo ministro, vorremmo che le aziende britanniche avessero la massima libertà di fare affari e operare in un mercato unico consentendo alle imprese europee di avere reciprocamente lo stesso trattamento qui nel Regno Unito. Ma non rinunceremo al controllo dell’immigrazione e non accetteremo la giurisdizione della Corte europea di Giustizia. Questo è un negoziato che richiede concessioni reciproche ma ci sarà un accordo che riflette la relazione matura e collaborativa che si ha tra stretti alleati e amici».
L’uscita dalla Ue avrà ripercussioni anche sui rapporti con l’Italia? Come sono le relazioni bilaterali?
«I rapporti fra Regno Unito e Italia sono eccellenti, l’Italia è uno dei maggiori alleati internazionali e voglio rendere omaggio agli sforzi italiani per la pace e i temi della sicurezza. La cooperazione bilaterale e le affinità che ci accomunano hanno radici profonde e sono sicuro continueranno a rafforzarsi nel tempo. La decisione di lasciare l’Unione europea non cambierà questa realtà. Continuiamo a collaborare strettamente su una vasta gamma di temi, dalla politica estera, alla difesa alla sicurezza. Saremo felici di intensificare la cooperazione quando l’Italia occuperà il seggio al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e presiederà il G7 nel 2017».
Lei ha sempre espresso l’idea che Assad deve lasciare il potere. Nella loro prima telefonata, Trump e Putin hanno invece enfatizzato che gli sforzi congiunti contro Isis non possono fare a meno, almeno all’inizio, di Assad al potere. Può funzionare?
«La permanenza al potere di Assad è costata la vita a 400.000 siriani; il regime è responsabile per l’85%-90% delle vittime civili. La brutalità del regime - il ricorso a barili bomba, gli attentati con il gas-cloro, l’uso tattico dell’assedio per portare la gente alla fame - sono ripugnanti e incoraggiano la crescita di gruppi estremisti come l’Isis. Assad non è capace di unire il Paese e di riportare la stabilità. Una transizione politica senza Assad è l’unico modo per costruire un futuro stabile per la Siria».
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Il temibile squalo della finanza scelto per rilanciare la crescita 

Una vita di successi dalla Goldman Sachs a Hollywood 
Busiarda 1 12 2016
Uno squalo di Wall Street, che è riuscito a strizzare soldi dalla crisi economica del 2008, arricchendosi pure a Hollywood. Così gli avversari di Donald Trump descrivono Steven Mnuchin, l’uomo che lui ha scelto come segretario al Tesoro. Il presidente eletto però risponde che si tratta di una persona preparata, esperta di mercati, che sa come rilanciare la crescita e l’occupazione, e su questi obiettivi dovrà essere giudicato.
Mnuchin, 53 anni, si era laureato alla prestigiosa Yale University, quella dove Bill Clinton aveva conosciuto Hillary, e subito dopo era entrato nella Goldman Sachs. Per 17 anni aveva lavorato nella banca di investimenti, che durante la campagna elettorale Trump aveva definito la personificazione dell’elite finanziaria che «ha rapinato la nostra classe lavoratrice», diventando chief information officer. Sarà il terzo dipendente della Goldman Sachs a fare il ministro del Tesoro, dopo Robert Rubin con Clinton ed Henry Paulson con Bush, e questo non sembra presentarlo come il candidato migliore per «prosciugare la palude» della corruzione a Washington, come aveva promesso Donald durante la campagna elettorale.
Chiusa l’esperienza a Wall Street, infatti, Mnuchin si era trasferito in California, dove aveva acquistato dallo Stato per pochi spiccioli la IndyMac, una compagnia fallita che forniva mutui. L’aveva ristrutturata, aveva cambiato il nome in OneWest, e poi l’aveva rivenduta al Cit Group per 3,4 miliardi di dollari, incassando un notevole profitto. Nel frattempo era stato anche accusato di discriminazioni razziali, perché la sua azienda ostacolava neri, ispanici e asiatici in cerca di mutui.
In California Mnuchin si era concentrato poi sull’industria del cinema, finanziando progetti di grande successo come «Avatar», «X Men», e «Suicide Squad». Chiusa l’esperienza sulla costa occidentale, Steven era tornato a New York, dove oggi ricopre il ruolo di Chief Executive Officer dell’hedge fund Dune Capital.
Con un curriculum così, sembrava difficile puntare a gestire il Tesoro nell’anno elettorale caratterizzato dalla rivolta contro Wall Street, tanto fra i democratici con Sanders, quanto tra i repubblicani con Trump. Il suo profilo pareva più adatto a una candidata dell’establishment, come Hillary Clinton, con la quale infatti aveva avuto contatti. Quando Donald ha vinto le primarie di New York, però, Mnuchin lo ha appoggiato, e lui in cambio lo ha nominato direttore finanziario della sua campagna. Così si è sviluppato uno stretto rapporto di collaborazione e stima, che lo ha fatto prevalere su candidati al Tesoro come il Ceo di JP Morgan Jamie Dimon. 
Trump lo ha scelto, alla faccia del risentimento verso Wall Street che ha dominato l’umore degli elettori, perché lo considera la persona giusta per centrare i suoi obiettivi, cioé ridurre le tasse, eliminare le regole che frenano l’economia, favorire crescita e occupazione, e rinegoziare i trattati commerciali internazionali. Mnuchin pensa che la legge Dodd-Frank, approvata dopo la crisi del 2008, debba essere rivista, eliminando ad esempio la Volker Rule che frena le attività delle istituzioni finanziarie. Pensa che sia necessario tagliare le tasse, ma soprattutto alla classe media. I ricchi invece dovrebbero ricevere benefici dalla semplificazione del sistema, la riduzione delle aliquote da 7 a 3, e l’eliminazione delle complicazioni per le deduzioni. Lui viene dalla finanza mondiale, e quindi capisce l’importanza dei commerci internazionali, nonostante l’ondata anti globalista che ha spinto Trump alla Casa Bianca. Però condivide l’obiettivo di rivedere i trattati sugli scambi, come il Nafta, per renderli più favorevoli agli Usa e alle loro aziende.
La scelta di Mnuchin appare come un tradimento delle promesse fatte da Trump in campagna elettorale, ma il nuovo ministro del Tesoro ha detto che gli Usa possono crescere al ritmo del 3 o 4% annuo. Se ci riuscirà, ogni altro dubbio verrà cancellato.
[p. mas.]

come fermare l’avanzata dei populisti
Franco Bruni  Busiarda 1 12 2016
La vittoria di Trump stimola riflessioni sul populismo: di che cosa si tratti davvero, quali le cause e le reazioni più opportune. L’idea più diffusa è che globalizzazione e tecnologia, inadeguatamente governati, portino nel mondo vantaggi economici e culturali ma anche costi di cambiamento, generando vincenti e perdenti. I perdenti sono impoveriti e protestano. I politici populisti catturano la loro protesta e la scagliano semplicisticamente contro le élite e gli «stranieri», promettendo l’impossibile (quando non l’insensato) e guadagnando voti. Per rimediare occorre «compensare i perdenti», ridistribuendo reddito e ricchezza a loro favore, con tasse, trasferimenti (anche internazionali) e nuovo welfare, così da farli smettere di svendere i loro voti a chi li usa in modo opportunistico, inconcludente, a volte pericoloso. Diagnosi e ricetta sono state fatte proprie ufficialmente anche dal Fmi.
Circolano però altre idee, non incompatibili con questa. In un bell’articolo su Project Syndicate, il Nobel Robert Shiller dice che in Usa lo spostamento dei voti determinante non è stato quello dei poveri, per i quali una ridistribuzione di redditi potrebbe essere soluzione accettabile, ma quello «di chi si considera classe media e vuole che le sia restituito potere economico», di chi non vuole ridistribuzioni caritatevoli, ma «tornare a controllare la propria vita economica». Shiller arriva a fare un parallelo col marxismo, che metteva in primo piano una rivoluzione di potere. Conclude un po’ sconsolato perché è molto più difficile ridistribuire potere che denaro. 
Il mancato buon governo della globalizzazione e della tecnologia ha causato incertezza e un disorientamento che non colpisce solo gli ultimi. Il mondo si complica e l’elettore medio teme di perdere il controllo di ciò che conta nella sua vita. Non si fida delle indispensabili deleghe che deve concedere a chi decide lontano da lui. Perché mai, per suo conto, in sedi remote, qualcuno può fare accordi sugli ogm, sulla possibilità che falliscano le banche o che il lavoro sia sostituito da robot? Meglio non fidarsi, puntare sulla politica km zero e su forme di democrazia diretta. L’invidia dell’America più rurale per i privilegiati delle grandi città emerge dalle ricerche sul voto Usa e traduce la sfiducia nelle élite. Sfiducia che si ritrova in Europa, in forme diverse, nei populismi anti-Bruxelles. 
In parte i comportamenti spesso sprovveduti, ipocriti, autoreferenziali, eticamente riprovevoli delle élite pubbliche e private, politiche e finanziarie, professionali e intellettuali, meritano sfiducia e rottamazioni. Ma la crescente complessità del mondo è inevitabile. Cercare chiusure difensive non può che peggiorarne l’esito, per tutti. Governare la complessità richiede deleghe, a volte molto indirette, esercitate, con indipendenza, lontano dai deleganti di base. 
Le deleghe dovrebbero essere di qualità e con severo rendiconto, a scadenza, di come sono state usate. Dovrebbero perseguire quella cosa difficile da interpretare che è l’interesse collettivo; con i delegati che avvertono su di sé l’occhio dell’elettore medio, al quale il mondo moderno offre nuove opportunità ma sottrae potere diretto sulle condizioni della propria vita. Occorrerebbe riconquistare la sua fiducia nell’intelaiatura sempre più complessa del potere economico e politico.
Gli sgravi fiscali per i ricchi del programma Trump non rispondono al bisogno di ridistribuzione. Ma ancor più grave sarà la delusione di chi ha interpretato il suo «rifare l’America grande» come una promessa di tornar grande lui stesso, con più controllo su ciò che gli sfugge. Dovremmo comunque tutti impegnarci a non curare solo la povertà economica ma anche i complessi di inferiorità politica che rendono il nostro mondo sfiduciato circa virtù e capacità di chi lo guida. Il ridisegno delle forme di «governance» è compito urgente e congiunto di politologi, sociologi ed economisti, stimolati da cittadini capaci di guardare con più sincerità e profondità ai propri disagi. 
franco.bruni@unibocconi.it
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La filiazione centrosinistra di Renzi dimostrata dai fatti. Tutti pronti a accordarsi con Renzi sia con il Sì, sia con il No


























Il paradosso di Cacciari e le ragioni del Sì   
"... Un’opposizione di sinistra intelligente dovrebbe svelenire il clima plebiscitario e dare sin d’ora la disponibilità a un governo politico di scopo in caso di vittoria del No, anche a guida Renzi.
Una prospettiva di stabilità scongelerebbe gli incerti e toglierebbe l’alibi della mancanza di alternative..."
Spagnoli sul Manifesto di oggi


Corriere della Sera - 19 ore fa
verso il voto del 4 dicembre ... la sinistra ferita dalla scelta di Prodi: «Ma con le sue parole boccia Matteo» ... Ma pur sempre un Sì. Il Professore motiva così: «Anche se le ...


“Una decisione sofferta E Matteo dimentica l’Ulivo” 

L’ex premier: correndo sotto i portici di Bologna ho pensato di dover parlare. Preoccupazione per la stabilità internazionale 

Fabio Martini  Busiarda 1 12 2016
Il Professore sembra un uomo sollevato: «Sì, è stata una decisione sofferta. Certo, da tempo avevo deciso come votare, ma stamattina, correndo sotto i portici a Bologna, ho definitivamente maturato la convinzione che fosse giusto rendere pubblico il mio voto, anche se da diversi anni ormai non prendevo posizione su temi di politica italiana». Le prime parole di Romano Prodi, pronunciate poco dopo aver scritto la nota per le agenzie, restituiscono il background emotivo di una decisione sofferta, che gli è costata, ma che alla fine è stata liberatoria. Un endorsement per Renzi? La svolta a favore del Sì, che potrebbe ribaltare le sorti di una partita ancora in bilico? Le duemilaottocento battute scritte dal Professore per la sua nota pro-Sì sono un distillato di orgoglio, una rivendicazione della sua battaglia storica per «una democrazia decidente e bipolare», ma anche il più severo ritratto di Matteo Renzi che sia stato mai scritto da una personalità del centrosinistra. Al punto che, se gli si chiede se il suo Sì sia scandito a prescindere dal governo, Romano Prodi risponde con un monosillabo: «Sì».
Decisione «sofferta» quella del Professore: in questi anni il suo profilo di uomo padano, concreto, razionale è stato messo a dura prova da esperienze così originali da diventare proverbiali. Il Professore ha vinto per due volte le elezioni con un Berlusconi in pieno vigore politico e per due volte i governi guidati da Prodi sono stati mandati all'aria dai suoi stessi alleati. In lui hanno lasciato il segno i cinque, interminabili mesi trascorsi in solitudine a Palazzo Chigi da presidente dimissionario all’inizio del 2008; ma anche la «chiamata» di Pier Luigi Bersani che nel 2013 lo candidò (senza rete) alla Presidenza della Repubblica, senza «calcolare» il tradimento dei 101. E negli ultimi anni l’attuale presidente del Consiglio ha tenuto Prodi a distanza, in particolare nella vicenda della Libia, dove l’ex premier era stato invocato dalle fazioni locali come uomo di mediazione.
Certo, il rapporto tra Prodi e Renzi, formalmente mai intaccato, non è si è mai trasformato in amicizia. Ma neppure in ostilità. I due ogni tanto si parlano, l’ultima volta è stata due settimane fa in occasione del breve passaggio in Sardegna del presidente cinese Xi Jinping. Proprio perché il rapporto personale scorre lungo un binario a scartamento ridotto, ma scorre, nei giorni scorsi Prodi era infastidito dall’idea che qualcuno potesse interpretare il suo riserbo sul referendum come una forma di rancore verso Renzi. Dunque, non una questione personale verso Renzi, ma invece una forte riserva politica, che Prodi ha distillato nella sua nota con espressioni molto secche, rimproverando a Renzi una «leadership esclusiva, solitaria ed escludente», accusandolo di aver cancellato l’esperienza dell’Ulivo, «come se le cose cominciassero sempre da capo». E imputando al governo di aver gettato «il Paese nella rissa», con la stabilità, «inutilmente messa in gioco da un’improvvida sfida» e provocando «turbolenza qualsiasi sarà il risultato di questo referendum». Parole in cui si coglie l’eco di una forte preoccupazione per quello che potrebbe accadere all’Italia a livello internazionale e sui mercati. 
Romano Prodi e Arturo Parisi, l’«ideologo» del bipolarismo e dell’Ulivo si espongono per il Sì, spinti dalla paura che la vittoria del No possa riaprire la strada alla «palude» del proporzionale, al ritorno del Partito nella versione «decotta» dei post-comunisti. Ecco perché nella nota di Prodi c’è anche una stilettata per Massimo D’Alema: «C’è chi ha poi strumentalizzato» la storia dell’Ulivo, «rivendicando a sé il disegno che aveva contrastato».
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Bersani: “Da Romano sostegno senza entusiasmo ma io non mi turo il naso” 

La sinistra del Pd accusa il colpo a sorpresa 

Andrea Carugati  Busiarda 1 12 2016
La metafora contadina usata da Prodi per spiegare il suo Sì al referendum - «meglio succhiare l’osso del bastone» - non dispiace a Pier Luigi Bersani. E del resto, sulle metafore emiliane i due si sono sempre capiti. Stavolta però il succo politico diverge nella sostanza: «Io quell’osso non lo succhio, e neppure il bastone. E non mi turo il naso», spiega l’ex leader Pd a margine di una iniziativa per il No, al circolo Arci di Pietralata nella periferia romana. «Dalle parole di Romano mi par di capire che il suo Sì sia assai poco entusiasta…».
L’atmosfera è quella giusta per un No che si tinge di rosso. A fianco di Bersani ci sono la presidente dell’Arci Francesca Chiavacci e il segretario della Cgil del Lazio Michele Azzola. «Io mi incazzo quando mettono la mia faccia insieme a quelle di Casa Pound. E poi qui abbiamo la Cgil, l’Arci, l’Anpi, con Renzi ci sono i banchieri, Marchionne», spiega. E insiste: «Contro la legge truffa c’erano il Pci e l’Msi, e così in altri referendum. Nelle urne ci sarà tanta gente arrabbiata che con quella matita vuole segnalare un disagio, io voglio starci con tutti e due i piedi con queste persone, non li regalo a un Trump o ad una Le Pen italiani».
A tre giorni dal voto, l’obiettivo del leader della minoranza dem è rassicurare i compagni indecisi, «la nostra gente che non è convinta di questa riforma». «Ci stanno raccontando un sacco di balle, dobbiamo stare tutti tranquilli e votare in libertà e per convinzione. Se vince il No non si può andare a votare, perché ci sono da fare due leggi elettorali. E dunque Renzi può restare a palazzo Chigi. Il problema per la stabilità nasce se vince il Sì, dal giorno dopo tutte le cancellerie si chiederanno quando si vota e se vince Grillo…è col Sì che il Paese entra nel frullatore». L’analisi di Bersani sulla eventuale corsa alle urne è semplice: «Se resta il ballottaggio, si può anche smettere di domandarsi chi vince, perché la risposta è Grillo. Alle amministrative abbiamo vinto un ballottaggio su 20 e avendo litigato con tutti finisce che la gente ci manda un bel ‘ciaone’». L’ex segretario martella su palazzo Chigi: “Se vince il Sì da lunedì siamo nel regime del governo del Capo, e le modifiche all’Italicum sono affidate al suo buon cuore». 
Nonostante le battute del leader, nelle truppe bersaniane, che hanno impugnato la bandiera ulivista contro Renzi, la scelta di Prodi pesa come un macigno. Miguel Gotor, docente di Storia e consigliere di Bersani, si consola col No di Paolo Prodi, fratello dell’ex premier e storico: «E’ schierato sul No, con motivazioni non dissimili da quelle di Romano. Lo storico è più attento al processo istituzionale, l’economista al nodo della stabilità. Visto che si parla di Costituzione mi pare più giusto ispirarmi a Paolo…». Gotor ricorda i giorni della mancata elezione del Prof. al Quirinale: «Ho contato almeno 101 tweet del fronte del Sì a sostegno della scelta di Romano, e la cosa non mi ha sorpreso».
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Il Professore si prepara al dopo voto 
Marcello Sorgi  Busiarda 1 12 2016
Adesso tutti a chiedersi quanto sposterà nelle urne il «Sì» di Prodi. Attesa da settimane, preceduta dalle prese di posizione a favore delle riforme di alcuni prodiani eccellenti, come ad esempio l’inventore dell’Ulivo Arturo Parisi, la dichiarazione di voto del Professore alla fine è arrivata, a soli quattro giorni dal referendum, sebbene accompagnata da una serie di esplicite riserve sul testo su cui dovranno pronunciarsi gli italiani, e da un antico detto contadino, che spiega tutto: «Meglio succhiare un osso che un bastone». Prodi dunque dice «Sì» a denti stretti e avverte il premier che si aspetta un cambiamento di marcia dopo il voto e un effettivo cambio della legge elettorale, per riequilibrare il nuovo assetto costituzionale che uscirebbe dall’approvazione popolare della riforma. E al contempo, con questa mossa sapiente, studiata nei tempi e nell’articolazione, si conquista un ruolo per il dopo-voto nella necessaria ricucitura della spaccatura del centrosinistra a cui anche Renzi ieri ha fatto accenno.
In realtà sono proprio le perplessità esplicite del due volte presidente del Consiglio dei governi del 1996 e del 2006, oltre che il suo carisma ancora oggi molto forte presso l’elettorato orfano dell’Ulivo e non del tutto convinto dal Pd, a dar peso alla decisione del Prof. Una scelta razionale, per certi versi scientifica.
Prodi non è mai stato dov’è Berlusconi e si è sempre sentito stretto dove c’è D’Alema, ecco perché non poteva votare «No» e doveva schierarsi pubblicamente, per non lasciare dubbi, in nome di una coerenza con le sue posizioni che in tutti questi anni non è mai venuta meno. Allo stesso modo non ci si poteva aspettare una sua adesione convinta alla riforma del governo, di cui non ha condiviso la genesi (vedi il «patto del Nazareno»), il percorso e gli occasionali alleati centristi o di centrodestra, che via via si sono aggiunti a una maggioranza in difficoltà e che perdeva pezzi a sinistra. Inoltre, se non proprio Prodi, nelle file prodiane sono ancora tanti a considerare non rimarginata la ferita della mancata elezione del Professore alla Presidenza della Repubblica nel 2013, e a ritenere che, se il grosso della responsabilità di aver bruciato il candidato più prestigioso del centrosinistra fu di Bersani, per il modo confuso in cui il nome di Prodi fu portato in votazione senza la certezza di avere i voti necessari, tra i famosi centouno franchi tiratori che lo affossarono, un gruppo, o un gruppetto di renziani, doveva pur esserci.
Così il Prof. s’è rivolto alla sua gente, a quelli che ancora pensano che la sua stagione sia stata la migliore del centrosinistra, e ha chiesto loro di mettere da parte i dubbi e andare a votare «Sì». Difficile dire quanti siano, ma quelli che saranno certamente si aggiungeranno a chi aveva già stabilito di schierarsi per la riforma. Non a caso Renzi, che ha ringraziato Prodi malgrado le critiche, lo ha fatto poiché ha capito di aver aggiunto un mattone decisivo alla sua costruzione. E Bersani, che ha cercato di minimizzare, è consapevole che il «Sì» del Prof. sposta, eccome.
Nella campagna renziana sono proprio le novità degli ultimi giorni che possono capovolgere i pronostici finora favorevoli al «No». E accanto a quella di Prodi, non va trascurata l’altra notizia della giornata: l’accordo con i sindacati per i dipendenti pubblici, che porterà nelle tasche di tre milioni e trecentomila elettori aumenti di stipendio attesi dal 2010 e invano chiesti e richiesti prima di adesso. Se solo si riflette che la campagna referendaria è cominciata con la nuova legge di stabilità incentrata sugli aiuti ai pensionati e sull’anticipo dell’età pensionabile innalzata dalla legge Fornero, è ormai chiara e scoperta l’architettura del blocco sociale che nei piani del premier domenica dovrebbe salvare il governo e la riforma.
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Nancy e il sesso


Jean-Luc Nancy: Del sesso, Cronopio

Risvolto
"L'eccitazione sessuale, con tutta la sua forza animale e il suo singolare dominio sull'animale umano, rappresenta una turbolenza ontologica del rapporto: alla pari del linguaggio, lo porta molto lontano, cioè dove non si può parlare di 'satisfactio', dove non se ne può mai fare abbastanza, ma dove c'è incessantemente qualcosa da fare, qualcosa che non avviene mai come tale, né come risultato, che perciò non è mai "fatta", ma che pure non smette mai di volersi fare. Cosa facciamo quando facciamo l'amore? (domanda sussidiaria: in quante lingue si dice, più o meno letteralmente, fare l'amore?) Noi non facciamo niente nel senso di produrre qualcosa (se si fa un figlio, che lo si consideri o meno una produzione, non si tratta dell'amore in quanto tale, che potrebbe benissimo essere del tutto assente)." (Jean-Luc Nancy)

Panebianco contende in extremis a Battista il premio Sciacallo e ribadisce qual è il vero terrore della borghesia. Ciai senza chances






















No a imprese e investimenti all’Avana si apre la stagione del neo-isolazionismo 

Dopo la visita di Obama a marzo Raúl ha promosso una sorta di “controriforma”

OMERO CIAI Rep 1 12 2016
L'AVANA. L’AVANA. Com’è diversa l’atmosfera di questa città da quella che quasi due anni fa, era il 18 dicembre 2014, accolse con giubilo l’annuncio di Obama e Raúl Castro sulla ripresa delle relazioni tra i due Paesi dopo oltre mezzo secolo di guerre ideologiche, diplomatiche e commerciali. Ma non è soltanto il serrate le fila intorno alla memoria del padre della Rivoluzione, né i nove giorni di lutto, né il corteo funebre con la teca delle ceneri che attraverserà ogni villaggio di Cuba fino all’altra punta dell’isola, in un lungo addio che vuole essere l’affermazione di solidità perenne del regime, ad aver cambiato il clima che si respira nelle strade dell’Avana. Qualcosa s’è rotto molto prima della vittoria di Donald Trump e della scomparsa di Fidel. Come se il brivido dell’ignoto avesse fermato Raúl e il gruppo dirigente al potere di fronte all’accelerazione delle riforme economiche e all’introduzione degli elementi di mercato nel sistema, spingendoli verso un’altra orgogliosa stagione di neo isolamento. Il primo a notarlo era stato un raffinato storico cubano, Rafael Rojas, che insegna all’Unam, l’Università di Città del Messico. Settimane prima della morte di Fidel e dell’elezione di Trump, Rojas aveva parlato di una “controriforma a Cuba” che a suo giudizio sarebbe iniziata subito dopo la storica visita di Obama, nel marzo del 2016, con l’assise del Congresso del partito comunista cubano che si aprì poco dopo, in aprile. Era lo stesso periodo di tempo nel quale diventava sempre più evidente l’epilogo dell’epoca dei governi di sinistra, amici di Cuba, nei grandi Paesi dell’America Latina. Dal Brasile all’Argentina, passando per la crisi senza fine del miglior alleato dell’Avana: il Venezuela di Nicolás Maduro. Una controriforma che, secondo Rojas, ha come oggetto «la riaffermazione dell’egemonia dello Stato nella politica economica, nelle relazioni internazionali, nell’ideologia e nella cultura», e si è tradotta anche «in un aumento del controllo sulla sfera pubblica, con più repressione per la società civile e per l’opposizione, e con l’irrigidimento della retorica ufficiale ». Un argine al rinnovamento che ha colpito tutti quelli che avevano confuso la pax americana con una spallata verso l’uscita dalla società socialista. Dai cuentapropistas, quel germe di nuove attività private liberate dalle prime riforme di Raúl Castro dopo il 2008, ai blogger indipendenti, alle deboli organizzazioni dei dissidenti. Oggi si calcola che i lavoratori in proprio, dai contadini alle cooperative di servizio, dagli affittacamere fino ai tassisti, impieghino ormai il 30 percento della forza lavoro. Le possibilità di crescita sarebbero grandi, lo stesso governo riconosce che ci sono almeno due milioni di lavoratori di troppo nell’apparato statale che potrebbero avviarsi alle imprese private. Ma il nuovo cammino s’è fermato. E le forti tasse imposte ai nuovi privati complicano di molto la loro espansione.
Episodio minore ma molto simbolico è la vicenda della fabbrica di trattori Cleber. Quando due imprenditori dell’Alabama annunciarono che avrebbero prodotto sull’isola un migliaio di trattori l’anno da vendere ai contadini cubani che, in molti casi, ancora oggi arano i loro appezzamenti di terra con l’aratro tirato dai buoi, la notizia venne salutata come il vero inizio della nuova Era. Barack Obama, nonostante l’embargo, autorizzò l’investimento in febbraio, alla vigilia del suo trionfale sbarco all’Avana, come un’ennesima prova delle sue buone intenzioni. Ma la fabbrica Cleber a Cuba non è mai nata perché la Commissione cubana l’ha bocciata. È la stessa sorte toccata ad altri medio-piccoli imprenditori americani eccitati dalla svolta che sono finiti nelle strette maglie della complicata, e lentissima, burocrazia locale. Alle grandi aziende del turismo è andata meglio. Le navi da crociera fanno ormai scalo a Cuba senza problemi e qualche giorno fa American Airlines ha potuto fare anche il primo volo commerciale. Ma a dominare oggi è l’incertezza sul futuro. Il doppio effetto della morte del Líder máximo e delle elezioni di Trump, con il ritorno dell’influenza sulla Casa Bianca della lobby anticastrista della Florida, spingerà Raúl e i dirigenti cubani a tornare nella trincea di un neo-isolazionismo per difendersi dai nuovi nemici, oppure no? Di fronte ai nuovi scenari, qualcuno, come Jon Lee Anderson, il biografo americano del Che Guevara, esprime dubbi sulla possibilità che Raúl, ormai 85enne ma in ottima salute, onori la promessa di lasciare il potere entro il 2018. E l’assenza di tanti leader alle cerimonie funebri non lascia troppo spazio all’ottimismo. Neppure Putin ha teso la mano ai cubani sempre più a corto di petrolio per la tragedia venezuelana.
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Una raccolta su Franco Fortini

Risultati immagini per Luigi Carosso e Paolo Massari Come ci siamo allontanatiLuigi Carosso e Paolo Massari: Come ci siamo allontanati, Arcipelago Edizioni

La totalità ermetica di Franco Fortini 
Donatello Santarone  Manifesto 1.12.2016, 0:10 
Il titolo di questa raccolta di saggi – «Come ci siamo allontanati» Ragionamenti su Franco Fortini, a cura di Luigi Carosso e Paolo Massari, Arcipelago Edizioni, pp. 193 – richiama il primo verso di una poesia di Fortini dedicata al suo grande amico e altrettanto grande poeta, Vittorio Sereni. Vi emerge la lucida consapevolezza, di ascendenza insieme biblica ed hegelo-marxista, che i nostri destini, pur importanti e dialetticamente intrecciati, non si spiegano da soli, non si svolgono nell’autosufficienza del soggetto. 
C’È «ALTRO» che ci determina, e questo «altro» è fondamentalmente la storia umana. Un insegnamento tenuto sempre fermo da Fortini e che proviene da uno dei suoi maestri, il poeta cattolico Giacomo Noventa, il quale affermava che la poesia non ha tutti i diritti e che bisogna cercare più in là.
Si tratta di uno dei massimi temi fortiniani in versi e in prosa, che attraversa in forme e qualità diverse gli otto saggi dedicati allo scrittore fiorentino in occasione del ventennale della morte (1994-2014). Essi nascono quasi tutti da una serie di interventi, coordinati da Paolo Giovannetti, svolti nella Libreria popolare di via Tadino a Milano. 
Ezio Partesana su Adorno, Emanuele Zinato su inconscio politico e autobiografia, Filippo Grendene sul saggismo, Luigi Carosso sul surrealismo, Elisa Gambaro sul poeta, Alessandro La Monica su Foglio di via (la prima raccolta poetica di Fortini), Luca Daino sul giovane Fortini ed Ennio Abate su Fortini collaboratore del manifesto, indagano da prospettive diverse e con diversi strumenti critici la «totalità concreta» di un poeta e di un critico-saggista tra i massimi del Novecento. (Per una analitica recensione del libro, il rinvio è al testo di Francesco Diaco, apparso sull’Ospite ingrato on-line, la rivista del Centro Studi «Franco Fortini» di Siena (www.ospiteingrato.unisi.it). 
LA «TOTALITA’» DI FORTINI, cioè la sua capacità di parlare simultaneamente di un verso di Tasso e di un contadino cinese, ha sempre indispettito e reso sospettosi i politici e i letterati: i primi vedevano e vedono in Fortini un intruso dilettante, i secondi un fastidioso salmista. Questa commistione di saperi e linguaggi è, in realtà, la forza del poeta fiorentino e fa ben sperare che tanti giovani studiosi – come testimonia anche questo libro – oggi siano attratti proprio dal potente allegorismo di Fortini. 
CON IL PASSARE degli anni sembra tuttavia mostrarsi la forza della poesia di Franco Fortini. In quel manierismo a un tempo gioioso e ostile risiedono forse le cose più importanti che egli ha voluto trasmettere. Di alcune verità neanche lui era consapevole e certo, di alcuni versi neanche lui sapeva che cosa volessero esattamente dire. E valorizzare il Fortini poeta, come ha fatto con acume Giovanni Raboni, non vuol dire oscurarne la dimensione politico-ideologica. Anzi. Dal calibratissimo filtro metrico, dalle molteplici forme sperimentate nella poesia emerge la forza concettuale del suo inquieto marxismo.
Vorrei concludere con una testimonianza del critico Stefano dal Bianco riportato nel saggio della Gambaro: «La verità è che Fortini è un mare. Sotto qualunque aspetto lo si visiti è fagocitante. Ti tira dentro». A queste parole la Gambaro aggiunge un sensato commento: «Questo corpo a corpo tende a ripetersi con tutti gli autori davvero grandi con cui avviene di confrontarsi criticamente». Si tratta di un auspicio importante, che ci invita a quella «fatica del concetto» da cui troppi globe trotter della cultura oggi si sono allontanati. 

Divagazioni di Cioran