giovedì 22 dicembre 2016

La falsa iscrizione sulla "moglie di Gesù"



Il caso. La «moglie di Gesù»? Ecco come si costruisce un falsoNel 2012 Karen King, studiosa di Harvard, presentava la “scoperta” dell’iscrizione su un antico papiro, ma fu presto smentita. Ora Ariel Sabar su “Atlantic” ne ricostruisce i retroscenaAvvenire Gabriele Pelizzari martedì 20 dicembre 2016

Un romanzo dalla fine di Weimar


Il figlio di Buffalo Bill

Stirpe selvaggiaEraldo Baldini: Stirpe selvaggia, Einaudi Stile libero, pagg. 304, euro 18

Risvolto
Amerigo è cresciuto in una nostrana Macondo abitata da braccianti, boscaioli e personaggi fiabeschi. È un ribelle, e dicono sia figlio di Buffalo Bill. Forse è destinato a compiere grandi imprese, forse è solo incapace di salvarsi.

San Sebastiano in Alpe, paese dell'Appennino romagnolo, 1906. Amerigo ha nove anni e sua madre l'ha chiamato cosí perché l'ha concepito in America. Quando il Wild West Show fa tappa a Ravenna, lei decide di portare il figlio a conoscere suo padre. Buffalo Bill però non accetta di incontrarlo e questo rifiuto spinge il già inquieto Amerigo a schierarsi per sempre «dalla parte degli indiani». Con Mariano e Rachele si dipinge il viso, e scorrazzando per i boschi sogna di fare la rivoluzione. Ma la Storia divide le strade di questi amici inseparabili, travolti dalle burrasche del Novecento: le lotte di classe, il fascismo, le guerre mondiali. Con grande potenza evocativa, Stirpe selvaggia mette in scena un protagonista struggente come un eroe romantico, eppure modernissimo. Diviso, come ognuno di noi, tra l'affermazione di sé e la rinuncia, tra la solitudine e il bisogno d'amore.
«Quando scorrazzavano nei boschi e sui dirupi che costituivano il loro universo selvaggio, lanciavano le stesse grida di furore e di guerra che avevano sentito durante il Wild West Show. Grida che, non addomesticate e costrette sotto il tendone di un circo, squillavano libere e vere. - Come gli indiani? - chiedeva Amerigo quando stavano per buttarsi in qualche scorribanda o avventura. - Come gli indiani! - confermava Mariano, e col fango, l'erba, la ruggine delle pietre o il sugo di qualche bacca si dipingevano le guance e la fronte, un'unzione che aveva il valore di un sacramento barbaro e profano».

mercoledì 21 dicembre 2016

Ancora l'Album di Roland Barthes: inediti, lettere e altri scritti

AlbumRoland Barthes: Album. Inediti, lettere e altri scritti, Saggiatore 

Risvolto
Album è l’opera che racchiude e unifica tutto il corso della vita e del pensiero di Roland Barthes.
Album è una raccolta di documenti e scritti inediti: su Paul Valéry, Gustave Flaubert, la retorica, il superamento dello storicismo, l’effervescenza formalista, lo strutturalismo, la critica letteraria. Dai testi giovanili che mai hanno visto la luce della stampa, composti quando Roland Barthes è un adolescente costretto in sanatorio, agli abbozzi dell’ultima opera, che non fa in tempo a compiere prima di essere, d’improvviso, raggiunto dalla morte.
Album è un epistolario che contiene molti epistolari: gli intensi scambi con Michel Foucault, Claude Lévi-Strauss, Jacques Lacan, Jacques Derrida, Louis Althusser, Maurice Blanchot, Jean Starobinski, Julia Kristeva, Georges Perec e gli altri grandi contemporanei, filosofi e artisti, con i quali Roland Barthes ha rapporti affettivi e avventure intellettuali; le lettere che raccontano il lavoro febbrile e spesso disperato durante la gestazione delle sue opere; la corrispondenza che testimonia la contesa tra gli editori Gallimard e Seuil per pubblicarle.
Più di tutto, Album – il volume che celebra il centenario della nascita di Roland Barthes – è un arazzo di sorprese, attese, lutti, entusiasmi, incontri, tradimenti, ostinazioni, oblii, alleanze, delusioni, paure, sforzi, gioie, tempo perduto e ritrovato. Una vita intera dispiegata dalla cartografia delle amicizie, universo di segni da decifrare e percorrere, materia multiforme e volatile che la vita ha sottratto alla scrittura e la scrittura alla vita: quel che detta legge è sempre il libro, il libro sempre a venire; il libro dell’esperto di teatro, linguista e critico letterario, sociologo e semiologo; il libro, soprattutto, dello scrittore, là dove cade la distinzione tra critico e autore, studioso e letterato. Da teorico ha asserito la morte dell’autore – ucciso dalla sua stessa opera –, e invece Roland Barthes ha vissuto e vive, con la sua lungimirante inattualità; la sua unicità vera e esemplare; il suo album di scritti e ritratti e frammenti dispersi ora riaccostati.

Il sesto volume delle Leggende degli Ebrei di Ginzberg



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La costruzione politica della continuità della storia russa dal medioevo a Putin, passando per il bolscevismo, nel revisionismo postsovietico


Russia, guai a chi tocca la storia “patriotika” 
Film e mostre celebrano le gesta eroiche dell’Armata Rossa Un’esaltazione acritica che prende il posto della politica 

Lucia Sgueglia Busiarda 20 12 2016
«La Russia è grande, ma non possiamo ritirarci! Dietro di noi c’è Mosca!», grida il comandante Vasily Krochkov ai suoi uomini che cadono uno dopo l’altro nella battaglia per difendere Mosca dalle truppe di Hitler (dipinte come le armate di Darth Vader) nel novembre 1941, con le ultime munizioni rimastegli: bottiglie molotov, granate, persino mitragliatrici puntate contro gli aerei della Wehrmacht. È la scena madre di I 28 di Pamfilov, l’ultimo di una serie di «blockbuster patriottici» russi sul secondo conflitto mondiale, che in patria ha scatenato un putiferio.
Il cinema di Novokuznetskaya è gremito di giovani, la pellicola è proiettata in contemporanea in 123 sale della capitale russa, ed è record ai botteghini. Finanziata dal ministero della Cultura con 460 mila dollari in coproduzione col Kazakhstan (Putin l’ha visionata in anteprima con Nazarbayev), e da tremila «donazioni spontanee» private, celebra le gesta di 28 soldati dell’Armata Rossa, molti dei quali di etnia centro-asiatica, che sarebbero morti nell’impresa di fermare da soli 18 panzer tedeschi ormai alle porte di Mosca 75 anni fa, all’inizio della controffensiva sul fronte occidentale poi terminata con successo.
Una storia simbolo dell’eroismo sovietico che ogni studente russo conosce a memoria, immortalata anche in un monumento fuori città. Peccato sia falsa: una leggenda confezionata dalla propaganda sovietica per sollevare gli animi nel momento più duro dell’assedio. Lo ammisero già nel 1948 gli storici militari sovietici, quando si scoprì che tre dei 28 erano ancora vivi, la divisione contava 10 mila uomini, e i tank distrutti erano solo due, o forse nessuno. Niente di male, si dirà, trattandosi di finzione artistica. Specie se si ricorda che l’Urss perse 27 milioni di vite in quella che per i russi è la «Grande Guerra Patriottica», una tragedia che colpì ogni famiglia. 
Ma quando Sergey Mironenko, direttore degli Archivi di Stato, ha pubblicato documenti che sfatano il mito dei 28, invitando per il bene degli scolari a non confondere realtà storica e «pura fantasia», il ministro della Cultura Medinsky gli ha dato del «criminale», pur ammettendo che di invenzione si tratta: «Chi mette in dubbio l’eroismo degli eroi sovietici durante la Seconda guerra mondiale dovrebbe bruciare all’inferno», quel mito è «sacro, impossibile infangarlo». E Mironenko è stato licenziato. 
Stalin riabilitato
Segno di un patriottismo sempre più acritico, nella Russia di Putin in cui la Vittoria del 1945 è un pilastro identitario fondante e intoccabile, con conseguente riabilitazione del «condottiero» Stalin. In mancanza di un dibattito politico vero, il passato storico e la cultura sono divenuti i principali campi di battaglia, con virulenti dibattiti su giornali, talk show tv, e persino alla Duma, su chi sia meglio tra Nicola II e Stalin, Krusciov e Alessandro III. Lo stesso Putin giorni fa nel suo discorso all’Assemblea federale ha invitato a una «riconciliazione nazionale» sul passato. In vista del centenario della Rivoluzione d’Ottobre nel 2017, che già promette polemiche. 
«Ogni società ha bisogno di una conversazione» ha scritto nel suo blog l’analista Maxim Trudolyubov. «E nelle menti di molti russi la storia della Russia moderna, specialmente del XX secolo, ha preso il posto della politica. In Russia non sei di sinistra o di destra, ma anti-Stalin o pro-Stalin, con decine di sfumature nel mezzo».
Nel frattempo, nella sala del Maneggio sotto le mura del Cremlino, una mostra dedicata anch’essa alla Difesa di Mosca nel 1941-42, promossa dallo stesso Medinsky e dalla Società storico-militare russa da lui presieduta, lancia «l’attacco sul fronte storico» contro i «miti della guerra»: vale a dire le «falsificazioni inventate dall’Occidente» per «screditare la Russia», si legge all’ingresso dove ti accolgono due giovani in uniforme dell’Armata Rossa. La prima stanza è dedicata proprio ai 28 Pamfilovtsy con video animati dei protagonisti, voci e spari dall’audio del film. 
Il dissenso calpestato
Affollato di famiglie una domenica mattina, il percorso interattivo è tagliato su misura per i giovani. Stalin appare in foto a grandezza naturale su uno striscione, dal megafono gracchia il suo famoso «brindisi della Vittoria» nel maggio 1945, in sottofondo canti patriottici. Pannelli educativi con touch screen presentano teorie «revisioniste»: l’Europa orientale dopo la guerra? Accolse i sovietici non come invasori o occupanti ma come «liberatori», accettando «pacificamente» le idee comuniste. La superiorità tecnico-militare dei tedeschi sui sovietici? Falso. Il patto Molotov-Ribbentrop? Stalin fu «costretto» a creare una «alleanza tattica» con la Germania, perché inizialmente Gran Bretagna e Francia rifiutarono di unirsi alla sua coalizione anti-Hitler. «Proprio come oggi con la Siria e Assad, gli Usa e l’Isis», ci dice Evgeny Andriukhin, 50 anni, un visitatore. Per un altro, Viktor Jakarev,«qualcuno dice che hanno vinto la guerra gli americani, e non l’Urss. Ma senza Stalin, forse saremmo tutti bruciati nei Lager». Una ragazza fa da guida a un gruppetto: «Secondo statistiche i paesi europei che oggi ricordano che fummo noi a liberarli sono solo un terzo. Ma in guerra morirono in maggioranza nostri soldati. Noi non dimentichiamo l’orrore vissuto dai nostri nonni, e vogliamo mostrarlo». 
Incise sul pavimento per essere calpestate, le frasi di russi «non allineati», dall’ex sindaco di Mosca Gavril Popov che notò alcune malefatte dell’Armata Rossa, all’oppositore Gozman che accosta l’Nkvd a Ss e Gestapo, al Parlamento di Kiev per il quale l’Urss fu responsabile dell’esplodere del conflitto mondiale. È la nuova «quinta colonna», contro la nuova storia «patriotika», che ha persino uno scaffale dedicato nelle librerie di Mosca, e non disdegna i fake.
Ma il problema vero per Oleg Budnitsky, capo del Centro internazionale sulla Storia e Sociologia della Seconda guerra mondiale, è un altro: «Il sacrificio di chi morì combattendo i nazisti va onorato. Ma come mai in Russia il patriottismo viene inculcato solo sulla base di eventi bellici? Abbiamo altre cose da vantare, dovremmo insegnare la pace».
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“La risposta di Putin sarà veloce e spietata” 
IL PROFESSORE L’INTERVISTA. EDWARD TURZANSKI, COPRESIDENTE DEL CENTRO STUDI SUL TERRORISMO DEL FPRI

ARTURO ZAMPAGLIONE  Rep 20 12 2016
NEW YORK. «La vendetta di Vladimir Putin sarà veloce e spietata», dice Edward Turzanski. E spiega: «Sin dai tempi della Cecenia, quando soffocò la ribellione nel sangue, il leader russo ha dimostrato di non tollerare affronti al potere del Cremlino e soprattutto di non farsi troppi scrupoli. E ora, non appena si sarà capito meglio l’origine dell’attentato contro l’ambasciatore di Mosca ad Ankara, Putin vorrà punire con analoga brutalità i responsabili del gesto».
Copresidente del Centro studi sul terrorismo del Foreign Policy Research Institute, il celebre think-tank di Filadelfia, e professore di scienze politiche all’Università La Salle, Turzanski ha lavorato per decenni nell’intelligence americana con ruoli di primo piano. A lui
Repubblica
ha chiesto una valutazione dell’impatto geopolitico che potrà avere l’uccisione di Andrey Karlov.
Turzanski, era prevedibile che, proprio durante la fase di riavvicinamento tra Russia e Turchia, ci fosse un omicidio del genere? E come influenzerà le relazioni tra i due paesi?
«L’episodio è inevitabilmente legato al ruolo più attivo della Russia nella regione: nel passato erano i diplomatici americani nel mirino di terroristi e attentatori, adesso questo “privilegio” viene condiviso con altri. Per quanto riguarda il futuro dei rapporti tra i due paesi, molto dipenderà dalle posizioni che assumerà nelle prossime ore Tayyip Erdogan. Magari il presidente turco spera di poter dare le colpe ai suoi arcinemici, cioè i curdi, ma la matrice potrebbe essere ben diversa, vista la crescente insofferenza dei turchi per i rifugiati siriani. Comunque Erdogan dovrà dimostrare a Putin di essere indignato come lui e pronto a reagire».
C’è qualche possibilità che la morte dell’ambasciatore porti Mosca a rivedere alcune strategie sulla Siria?
«No, assolutamente no. A questo punto gli obiettivi di Putin in Siria sono molto chiari e non cambieranno. Mosca vuole mantenere le sue basi militari in Medio Oriente, tenere al potere Bashar al Assad, usare l’Iran per tenere a bada l’estremismo sunnita e soprattutto rafforzare l’influenza russa in una zona ormai vastissima, che va dalle coste iraniane sul Golfo Persico a quelle mediterranee della Siria».
E gli Stati Uniti rimarranno a guardare?
«Putin si è convinto che, con l’arrivo di Donald Trump, Washington finirà per accordarsi: lo stesso presidente eletto ha fatto capire di voler combattere l’Isis al fianco dei russi. E non penso che ci saranno troppe obiezioni da parte dei collaboratori del futuro presidente: sì, forse il prossimo consigliere per la sicurezza nazionale, l’ex generale Mike Flynn, non sarà entusiasta, ma nel complesso gli uomini che Trump sta scegliendo sono dei realisti, non degli ideologi, a cominciare dall’ex presidente della Exxon- Mobil e futuro segretario di stato Rex Tillerson. Risultato: la nuova Casa Bianca si convincerà, a mio avviso, che è troppo costoso, anche in termini di vite umane, continuare a chiedere l’uscita di scena del presidente siriano Bashar al Assad».
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Un’inchiesta della Cia sulle ingerenze russe l’ultima carta anti-Trump 
I senatori premono per l’istituzione di una Commissione speciale per stabilire se il tycoon sia davvero un “Siberian Candidate”

VITTORIO ZUCCONI Rep 20 12 2016
C’È UNA serpe velenosa nella corona di alloro che ieri la Costituzione americana ha deposto sul capo di re Trump e il suo nome è Cia. Ora che il Collegio Elettorale dei 538 rappresentanti dei 50 Stati e della capitale Washington ha ufficializzato la vittoria del marito di Melania Trump, egli è divenuto formalmente il president elect e la serpe che avvelenerà la sua presidenza si è scossa. Ha cominciato a insinuarsi in Senato, verso una possibile Commissione speciale d’inchiesta volta a chiarire quanto, e perché, il Cremlino lo abbia aiutato a vincere, come l’agenzia di spionaggio sostiene. E dunque stabilire se Trump sia il Siberian Candidate, il presidente americano manovrato da Mosca sulla traccia del romanzesco Manchurian Candidate.
Falliti i disperati assalti degli irriducibili al fortilizio del Collegio Elettorale dove la maggioranza dei 306 delegati su 538 creata dalla vittoria di Trump in 30 dei 50 Stati Uniti in novembre era a prova di infedeltà e ripensamenti, spenta l’ultima fiammata di rabbia in manifestazioni nelle capitali dove i Grandi Elettori si erano riuniti per certificare la scelta, è nel grande gioco sotterraneo fra centrali di spionaggio, hacker, fughe di notizie, disinformazione, petrolio e sanzioni micidiali per l’economia putiniana che si sposta la partita per sabotare il Presidente Eletto. Le possibili o certe infiltrazioni degli “gnomi di Mosca” appoggiati dai disponibili server di Julian Assange promette di essere quello che gli affari immobiliari e gli affari di sesso furono per la presidenza Clinton: un tormentone di inchieste, scoop, bufale, fughe di notizie, deposizioni, dirette tv e streaming in grado di insinuare tutto per mesi e non provare niente.
A Washington si muovono i grandi incantatori di serpenti per organizzare lo show. Nel Senato, che dovrà eventualmente formare la Commissione d’inchiesta, il boss della minoranza democratica, il newyorchese Chuck Schumer, il senatore repubblicano John McCain, ancora potentissimo e consumato dall’odio per colui che gli aveva dato del “vigliacco”, il giovane collega Marco Rubio, sconfitto da Trump che lo aveva deriso per la statura chiamandolo “Little Marco” premono pubblicamente. Spediscono lettere aperte e richieste formali al boss della maggioranza, Mitch McConnell, perché autorizzi l’inchiesta e formi un comitato bipartisan per esplorare la Russian Connection del futuro Presidente.
Si muove la “ditta” di Langley, la Cia, che Trump disprezza ignorandone i briefing e licenziandola come quella che aveva garantito a George W. Bush la presenza di arsenali chimici e nucleari in Iraq, per denunciare la mano del vecchio rivale del Kgb, l’ex colonnello Vladimir Putin nell’attacco ai computer dei democratici in campagna elettorale. Traccheggia l’Fbi, che detesta la Cia, simpatizza per il nuovo sceriffo Trump e alla vigilia del voto aveva sferrato una stilettata a Hillary con nuove insinuazioni sulle sue email. Tace, come sempre, la Nsa, la centrale di spionaggio elettronico dalla lunga coda di paglia tessuta di intercettazioni anche ad alleati come Angela Merkel che difficilmente può indignarsi con gli altri per quello che fa anch’essa. E, ciliegina sulla schiumosa torta dei sospetti, Trump mette alla guida della politica estera Usa un ex presidente della Exxon, Re Tillerson, pizzicato ad avere società e affari alle Bahamas proprio con il padrone del gigante russo dell’energia Rosneft, Igor Sechin. Anche lui, come Putin, figlio e alunno della confraternita della Lubjanka, il Kgb.
All’intrigo internazionale, che gronda petrolio, servizi segreti, dollari, paradisi fiscali, si mescola l’intrigo interno, l’odio e la rivalità fra le venti agenzie governative di spionaggio e di sicurezza che sgomitano a Washington per avere fondi e voce in capitolo, risse oscure che esplosero già nel duello fra Cia e Fbi nell’affare Watergate Anni ’70 usando i giornali per demolire Nixon e oggi manovrano per posizonarsi pro o contro Trump. Non saranno i conflitti di interesse fra pubblico e privato, i tweet sparati nel cuore della notte, il prepotente dilettantismo, i “muri” promessi e mai costruiti, il temperamento da impresario da circo a far tremare Donald o a creare ipotesi di “impeachment” di incriminazione. Ma il sospetto di un Siberian President, di un sovrano manipolato ed eletto dalla Piazza Rossa, potrebbe essere troppo anche per il suo “popolo” e per le serpi di Washington.
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SE ALEPPO È COME GROZNY 

ROBERTO TOSCANO Rep 20 12 2016
È SEMPRE piuttosto sgradevole se non imbarazzante sottoporre atti di terrorismo come l’attentato contro l’ambasciatore russo in Turchia a un’analisi politica che deve necessariamente andare oltre la dimensione della condanna.
SGRADEVOLE, ma indispensabile se si vuole cercare di capire cosa c’è dietro la violenza, sempre spregevole ma raramente insensata.
Colpire la Russia in Turchia, chiunque siano stati i terroristi e i loro mandanti, ha certamente un senso preciso, come hanno rivelato le grida dell’assassino: «Ricordate Aleppo». Aleppo, che non è certo la fine della quinquennale guerra civile siriana ma probabilmente una svolta decisiva, coinvolge tanto la Russia quanto la Turchia. Con la battaglia di Aleppo risulta confermato quello che avrebbe dovuto da tempo essere evidente: che grazie soprattutto all’appoggio di Mosca il regime di Assad non potrà essere rovesciato da uno schieramento politico- militare frammentato ma politicamente anche troppo omogeneo in quanto egemonizzato dalle correnti più radicali del salafismo. La Turchia di Erdogan, clamorosamente sconfitta nella sua ambizione di appoggiare l’eliminazione di Assad, è oggi all’affannosa ricerca di una politica di ricambio capace di preservare i suoi interessi: da una parte impedire che possa emergere uno Stato curdo e dall’altra portare avanti il disegno di un forte ruolo, di stampo neo-ottomano, nell’intera regione medio-orientale.
Oggi — e si tratta di un’ulteriore conferma del successo della politica di Putin — sono molti a rendersi conto del fatto che la Russia è tornata a svolgere un ruolo di primo piano nella regione, capace com’è di proteggere i propri alleati sia sul terreno diplomatico che su quello militare.
Nothing succeeds like success, e i vari attori sulla scena medio-orientale non possono fare a meno di ricavare indicazioni strategiche dal contrasto fra questo protagonismo russo e l’eclissi della potenza americana nella regione, risultato delle esperienze fallimentari degli interventi in Iraq e Libia. Una potenza americana che non è chiaro se e come potrà tornare a pesare sul quadro geopolitico della regione sotto un nuovo presidente che da un lato denuncia il soft Obama (fra l’altro contrastandolo con il tough Putin) e dice che l’America dovrà tornare a farsi rispettare, ma dall’altro sembrerebbe esitante a tornare a percorrere le fallimentari strade degli interventi militari dell’era Bush.
È il momento del realismo nella sua versione più cinica e disinvolta. Oggi a Mosca si siederanno allo stesso tavolo, per discutere di Siria, i ministri degli esteri di Russia, Turchia e Iran. Ma se Mosca e Teheran già coincidevano, anche se non del tutto, nel sostegno al regime di Damasco, la grande novità è la Turchia, che sta ora cercando di salire sul carro dei vincitori.
Questa volta, di fronte all’assassinio dell’ambasciatore russo, sarà molto difficile per Erdogan puntare il dito contro il Pkk, destinatario automatico delle accuse per gli episodi di terrorismo che si verificano in Turchia. Il terrorista ha infatti gridato «Allah è grande» e ha inneggiato alla jihad. Sembra quindi molto più credibile che l’attentato contro l’ambasciatore russo sia opera di chi considera la svolta turca uno spregevole tradimento della causa islamista. Non è un mistero che in Siria il passaggio dall’opposizione pacifica alla rivolta armata sia stato causato dalla iniziale violenza unilaterale del regime contro chi chiedeva più democrazia, ma che sia stato reso possibile non solo dalle armi provenienti dai Paesi del Golfo, ma anche dalla straordinaria e non casuale permeabilità della frontiera turca al transito di armi e volontari jihadisti. Vedere oggi una Turchia retta da un regime sempre più islamico allinearsi ai russi — quei russi che hanno contribuito a fare di Aleppo una nuova Grozny — deve essere considerato come un misfatto da punire e contrastare in ogni modo. Tanto più che, come se non bastasse, a Mosca non si incontreranno solo russi e turchi, ma anche iraniani, quelli che per i radicali sunniti e chi li finanzia e rifornisce di armi, in primo luogo l’Arabia Saudita, sono i nemici principali.
Russia, Turchia e Iran cercheranno di presentarsi, all’incontro di Mosca e successivamente, come autentici pacificatori. Pretesa di per sé paradossale, se si pensa che anche loro sono responsabili di strumentalizzare il conflitto e di alimentarlo nel perseguimento di propri interessi in contrasto brutale con ogni considerazione minimamente umanitaria. Ma è anche vero che forse solo loro potrebbero fare qualcosa per passare dalla strage a un compromesso i cui termini non sono facilmente individuabili, a parte il mantenimento del regime di Assad, seppure con qualche condizionamento e qualche concessione quanto meno ad alcune componenti dello schieramento anti- Assad.
Sulle macerie di un intero Paese il regime siriano sopravvive, e anzi canta vittoria. C’è da chiedersi quale possa essere il giudizio sia politico che morale nei confronti di chi — pur non avendo la forza sufficiente per rovesciare il regime con le armi e soprattutto per dare credibili garanzie sul “dopo” — ha respinto le proposte di compromesso del mediatore Onu («con Assad non si negozia») mentre il Paese si dilaniava. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ma veramente avevate creduto che avrebbero rimesso il proporzionale?














Ma se ora fanno le primarie di coalizione come dice Delrio, il PdCI partecipa di nuovo per votare Bersani? [SGA].

Pisapia, prove di sinistra con Cuperlo “C’è tutto un popolo che cerca casa” 
Franco Giubilei  Busiarda 20 12 2016
Nella patria dell’Ulivo tornano a risuonare parole di sinistra, non per evocare spettri scissionisti ma per pungolare il malconcio Pd dall’interno, nel segno di «unità e ricostruzione» e con un piccolo manipolo di sindaci o ex sindaci, come Giuliano Pisapia, convocati da Virginio Merola a fare i conti con la disfatta referendaria. Accorrono a centinaia nell’hotel del centro di Bologna, quasi tutti ultra 40enni a confermare la lontananza dei giovani, con Cuperlo che sottolinea: «Abbiamo vinto a Milano, Bologna e Cagliari dove abbiamo avuto il coraggio di tenere il centrosinistra largo, non è stato così dove si è spezzato in più parti. Il Pd è una grande forza ma da solo non è sufficiente. Renzi è stato onesto nell’ammettere che abbiamo straperso, ora vanno approfondite le ragioni. Abbiamo bisogno di un congresso prima delle elezioni».
Pisapia premette che non aspira a ruoli istituzionali, aggiunge che è stato «un referendum contro Renzi e il governo, ora serve uno sguardo verso il futuro e profonda discontinuità rispetto agli ultimi anni». Ambizioso il titolo dell’incontro, «Per un nuovo centrosinistra», officiata da una prodiana Doc come Sandra Zampa, con interventi dell’ex sottosegretario Sandro Gozi e del giovane sindaco di Cagliari Massimo Zedda. Tocca a Cuperlo rivolgersi “al segretario del mio partito per dirgli che una comunità politica si dirige e non si comanda, e basta con l’idea che se esprimi un’idea diversa sei un gufo, ma penso che questo Renzi l’abbia compreso. Il Pd da solo non basta».
Infine Pisapia, l’ospite d’onore: «Ora è evidente a tutti che non saremo la stampella di nessuno, la sinistra è un campo aperto e bisogna chiedere al Pd discontinuità e se vuole guardare a destra o a sinistra. Da questo convegno esce l’idea dell’unità per cambiare».
La rottamazione? Da rottamare, molto meglio «la rotazione», per «dare spazio ai giovani» che al referendum hanno detto «No» nell’80% dei casi.
«Non vogliamo un partito nuovo del 3-4%, ma una rete, guardiamo a sinistra e parliamo col sindacato e i corpi intermedi per una casa comune della sinistra». Un’invenzione a U rispetto alla politica dell’ex premier, ricordando anche che «siamo gli unici argini contro il
populismo. Oggi siamo a un bivio».
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Mattarellum, sì della Lega E Renzi cambia il vertice Pd

Nella nuova segreteria il sindaco di Mantova, Mattia Palazzi Il leader dem sul voto a ottobre: no, ci massacrano sui vitalizi 
Francesca Schianchi  Busiarda 20 12 2016
Una segreteria rinnovata in cui coinvolgere anche qualche sindaco, come Mattia Palazzi, il 38enne che ha guidato Mantova al primo posto nella classifica delle città più vivibili d’Italia. Per rilanciare il partito, e intanto coltivare nuovi progetti e incontrare persone: qualche giorno in America, un think tank in una Università della West Coast o forse a Chicago, là dove il sindaco, il democratico Rahm Emanuel, è un amico. E poi «buttarsi in mezzo alla gente», girando il Paese ma senza camper e tour organizzati. All’indomani dell’Assemblea nazionale del Pd, contento per come è andata, dalla casa di Pontassieve Matteo Renzi assiste al dibattito sulla legge elettorale e pianifica le prossime settimane lontano da Roma: «Non voglio passare le giornate a fare il controcanto a Grillo o a Salvini», ha detto domenica agli amici.
La proposta di legge elettorale il Pd l’ha fatta: tornare al Mattarellum. Tanto è bastato per far ribollire gli animi della politica. Ok dalla Meloni e Salvini: «Siamo disposti anche a presentarlo insieme al Pd», si sbilancia il leader della Lega. Purché si voti alla svelta, il prima possibile. Una posizione che Renzi condivide, ma che potrebbe metterlo in difficoltà se troppo insistita. Perché sa bene che molti elettori questo vogliono, tornare alle urne, ma il Pd si è preso la responsabilità di sostenere il governo Gentiloni. Con cui i rapporti restano buoni: qualcuno ne ha letto una prova nell’atteggiamento del premier di domenica, quando avrebbe dovuto sedere in prima fila, e invece ha voluto sedersi alla destra di Renzi al tavolo della presidenza. 
Fino a quando durerà questo governo, ancora non si sa. «Di certo non possiamo fare come abbiamo fatto nel 2011, quando ci siamo caricati il governo Monti e poi l’abbiamo pagata alle urne», ripete però per l’ennesima volta Renzi. Il segretario-ex premier vorrebbe votare ad aprile, ma non è semplice arrivarci così velocemente. A quel punto, due sono gli slot possibili: giugno 2017, o direttamente febbraio 2018, la fine della legislatura. Non ci sarebbe un’altra soluzione, perché ottobre, ha calcolato il segretario con alcuni collaboratori, è impossibile: non solo perché si affaccerà la legge di bilancio, ma anche perché poco prima, a metà settembre, saranno scattati i vitalizi per i parlamentari di prima nomina: «Il M5S ci farebbe sopra tutta la campagna elettorale». 
Anzi, secondo Renzi è proprio lì che Grillo e i suoi vogliono andare a parare: tirare fino a ottobre per poter sfruttare quell’argomento. E andarci col Consultellum. Il segretario del Pd voleva stanare prima di tutti loro proponendo il Mattarellum: le reazioni sono state del tenore «Renzi lo porti con sé in esilio» e «pronti al Vietnam parlamentare contro l’Anticinquestellum». «Ma se si va al voto col proporzionale, il Pd è lì, c’è. Quanto sarà voto del Pd di quel 40 per cento della sconfitta al referendum? Il 33, il 35, il 37? In ogni caso saremo decisivi», ragiona con i suoi, mentre guarda con interesse alla crisi romana. «Se la Raggi alla fine si dimettesse e si votasse a giugno per comune di Roma e politiche, metà campagna elettorale sarebbe già fatta: volete governare il Paese come la capitale?».
Mentre gli altri discutono di Mattarellum sì o no, è tempo anche di mettere mano al partito. A una squadra nuova dove affiancare all’ultimo arrivato, il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, altri amministratori locali. Forse avranno spazio anche Piero Fassino agli esteri e Tommaso Nannicini al programma, oltre a qualche altro rappresentante della corrente di Cuperlo e di quella di Martina. Domani Renzi riunirà i segretari provinciali e regionali. Giovedì invece sarebbe dovuto andare a inaugurare l’ultimo tratto della Salerno-Reggio Calabria: ma era un’altra vita.
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Le fragilità dell’Italia 
Mario Deaglio  Busiarda 20 12 2016
L’erba del vicino sembra sempre meno verde, all’opposto di quanto dice il noto proverbio anglosassone. Talvolta il vicino ha, almeno parzialmente ragione, specie se l’erba è italiana e il vicino è tedesco. Ieri CESifo, il maggior istituto tedesco di analisi della congiuntura, ha diffuso il risultato di un sondaggio condotto tra i professori universitari tedeschi di economia dal quale si apprende che quasi un terzo (il 29 per cento, per la precisione) considererebbe l’uscita dell’Italia dall’euro come un fatto positivo. E più di un quarto (il 24 per cento) ritiene quest’uscita probabile.
CESifo, nel suo commento, afferma che questo è un segnale di fiducia nell’Italia in quanto i due terzi e più degli intervistati si esprime a favore del nostro Paese. In realtà, visto da questa parte delle Alpi, il giudizio appare capovolto, un allarmante campanello d’allarme: deve essere motivo di preoccupazione che una minoranza non trascurabile degli specialisti tedeschi ci vede in uscita dalla moneta unica senza che il tema di un’uscita italiana sia in alcun modo all’ordine del giorno, al di là di dichiarazioni piuttosto vaghe di qualche esponente grillino. E questa minoranza non trascurabile, per di più, se ne rallegra, sostenendo che sarebbe un bene per l’Europa (e la Germania) se l’Italia se ne andasse. Probabilmente questo giudizio è condiviso da una quota molto maggiore dell’opinione pubblica tedesca, percorsa, come tutto il resto dell’Europa, da un’ondata di populismo anti-europeo. 
Il commento elenca quelli che considera i tre principali fattori dell’attuale debolezza italiana. Al primo posto pone la crisi bancaria; da noi si esita a chiamare con questo nome le vicende del Montepaschi e affini, e forse i tedeschi esagerano. Tutto ciò non toglie, però, che avvertimenti su Montepaschi siano all’ordine del giorno nella comunità finanziaria internazionale e che noi li trascuriamo allegramente. Al secondo posto è collocato l’alto livello del debito pubblico italiano, da noi ritenuto quasi naturale, da risolvere con la «flessibilità» che gli altri ci concedono assai poco volentieri. Viene infine ricordata, al terzo posto, la scarsa concorrenzialità internazionale dell’Italia (sulla quale c’è stata una piccola inversione di tendenza negli ultimi anni) unita all’elevato livello di disoccupazione e alla crescita economica «da ultima della classe» che caratterizza il Belpaese. 
Sarebbe arduo trovare traccia di questi problemi nel ribollente dibattito politico italiano degli ultimi giorni, a cominciare dall’Assemblea del Pd, dove i discorsi di tattica politica hanno pressoché monopolizzato la scena, mentre non v’è quasi traccia di discorsi di strategia economica. Nessuno sembra considerare che, al tavolo in cui si cerca di decidere in materia di leggi elettorali e di fine della legislatura, sta seduto un convitato di pietra che si chiama Estero: in Italia la politica schiaccia l’economia ma i nostri partner internazionali ci giudicano (e comprano i nostri titoli) largamente in base ai nostri risultati economici. Dei loro giudizi a noi non sembra importare nulla.
Per questi motivi la Germania - un Paese in cui i problemi bancari sicuramente non mancano e potrebbero addirittura esplodere - guarda all’Italia con una preoccupazione che non può essere automaticamente classificata come malanimo, anche se la fiducia nell’Italia è sempre stata generalmente scarsa: negli Anni Settanta, il Cancelliere Helmuth Schmidt pretese una garanzia in oro per concedere un prestito all’Italia. E se andiamo ancora più indietro nel tempo, nel suo secondo viaggio in Italia, nel 1790, Goethe parlò dell’Italia come un Paese in cui «i politici fanno i propri affari».
Sulla situazione italiana, forse i tedeschi dovrebbero essere un po’ meno preoccupati visto che alla fine l’Italia è spesso riuscita a «scattare all’insù» ma gli italiani dovrebbero sicuramente interessarsi un po’ meno dei calcoli della politica e un po’ più delle cifre dell’economia. Proprio ieri, lo stesso CESifo ha diffuso la sua consueta analisi sul clima economico del Paese, che mostra un miglioramento al di là delle previsioni. C’è di che fare invidia all’Italia. 
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E l’ex premier spariglia con Salvini “Legge insieme e presto alle urne” 
IL RETROSCENA. TELEFONATA DI RENZI. NEL CENTRODESTRA L’IRA DI BERLUSCONI SUL LEADER LUMBÀRD

CARMELO LOPAPA Rep
ROMA. «Se tu ci stai, questa partita la chiudiamo davvero in poche settimane, approviamo la legge elettorale e andiamo al voto». La telefonata tra i due Matteo è il colpo di scena delle ultime 48 ore e imprime un’accelerazione inattesa sulla via del ritorno al Mattarellum.
Contatto diretto tra il segretario Pd Matteo Renzi e il leader leghista Matteo Salvini, dopo l’Assemblea democratica di domenica. Una tenaglia nella quale i due intendono stringere le forze che non ci stanno, soprattutto Forza Italia, dato che l’M5S si chiama già fuori dai giochi. E allora eccolo il capo del Carroccio, che non a caso da Milano tende una mano all’acerrimo avversario durante la presentazione del candidato sindaco di Como. «Siamo disposti a presentare la proposta anche insieme al Pd, noi siamo per il Mattarellum spiega conciliante come mai finora - tutelerebbe sia la rappresentanza sia la governabilità e soprattutto non ti devi inventare niente, in 15 giorni la riapprovi, anche prima del parere della Consulta». Lo aveva detto anche Renzi due giorni fa davanti alla platea dei mille dem: «Un solo articolo», basta un solo articolo, si fa in fretta. E adesso entrambi convergono: «Si potrebbe votare in primavera ». Presto, anche ad aprile, dicono gli interessi convergenti. I numeri non ci sono, né alla Camera né al Senato, ma il cantiere è aperto. A destra poi maggioritario vorrebbe dire primarie, Salvini con molta probabilità leader, cessione definitiva dello scettro della coalizione.
Silvio Berlusconi ha già mangiato la foglia e mobilita le sue truppe. Nei ritagli di tempo di ieri tra un vertice familiare e un briefing con i manager aziendali per arginare l’offensiva Vivendi su Mediaset, ha sondato alcuni tra i big di Forza Italia e tutti hanno avvertito la collera del leader: «Il Mattarellum è l’Opa di Salvini e Meloni contro di me, vogliono farmi fuori ancora una volta». Un fiume in piena, il Cavaliere. Che infatti in serata pubblica attraverso il braccio destro Sestino Giacomoni una nota di fuoco. «Gli italiani non mangiano certo pane e legge elettorale. Il Parlamento avrebbe da occuparsi di ben altre priorità», è la premessa. Poi la stroncatura del maggioritario, «una legge che poteva andar bene quando il paese era diviso in due schieramenti», non ora con tre. Forza Italia dunque volta le spalle a Salvini e si schiera per una « legge che possa garantire la governabilità ma anche la rappresentatività», ovvero un proporzionale, più o meno corretto, ma proporzionale. Da lì l’ex premier forzista non si schioda. Anche perché le prime proiezioni fatte elaborare ad Arcore sono da brividi: se col proporzionale vecchio stampo Fi potrebbe sperare in 120-150 parlamentari, con un sistema a base maggioritario, coi collegi da spartirsi con gli alleati (40 per cento al Carroccio, 40 a Fi, 20 a Fdi e Fitto), i forzisti rischiano di ridursi a 65: la metà. Per non dire del tramonto definitivo di qualsiasi velleità di diventare determinanti per la nascita di un governo di larghe intese subito dopo le elezioni - che poi è il vero obiettivo di Berlusconi - e scarse, scarsissime chance di successo in collegi in cui il centrodestra rischia di arrivare terzo, dopo Pd e M5S. Insomma, il baratro. La riunione congiunta dei gruppi parlamentari forzisti con Berlusconi di domani al Senato si trasformerà nella “fossa dei leoni”. Un gruppo di fedelissimi di peso, coordinatori delle regioni più grandi e senatori, alzano già le barricate in nome dell’identità forzista e del «non moriremo leghisti». Da Gelmini (Lombardia) a Marin (Veneto), da Vitali (Puglia) a De Siano (Campania), da Fazzone (Lazio) a Micciché (Sicilia) a Ceroni (Marche). Poco, molto poco invece Berlusconi ha gradito l’uscita del governatore Giovanni Toti, ormai sempre più vicino alle posizioni leghiste, di sostanziale apertura al Mattarellum («Una base di discussione »). Su questo punto tutto il fronte “sovranista” si sta compattando. Così Giorgia Meloni di Fdi («Va bene tutto purché si voti»), così Raffaele Fitto («Punto di partenza »). Berlusconi è circondato, ne va della sua sopravvivenza politica e punta a far saltare il tavolo.
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Mattarellum, proposta Pd alle Camere 
Renzi accelera e lavora a un testo da presentare dopo le feste: “Bene la Lega, anche gli altri dicano sì o no” Delrio: serviranno primarie di coalizione. Pisapia, Merola e Cuperlo rilanciano il centrosinistra 

GIOVANNA CASADIO SINISTRA Rep
ROMA. Dall’annuncio ai fatti. Il Pd presenterà la legge elettorale Mattarellum in Parlamento subito dopo le ferie natalizie. Oggi intanto la discussione fissata nella riunione ristretta della commissione Affari costituzionali della Camera che potrebbe dare il via libera all’esame a inizio gennaio .
Matteo Renzi insiste e punta a stanare Forza Italia e i 5Stelle: «Ho tutto il Pd con me sulla legge Mattarellum. Significa collegi e territori. Le forze politiche che non la vogliono devono dirlo e prendersene la responsabilità». All’indomani dell’Assemblea dem, il segretario è soddisfatto del risultato portato a casa, almeno sulla carta. «Bene che Lega, a destra, e Giuliano Pisapia, a sinistra, siano d’accordo sul Mattarellum», dice Renzi.
Il percorso della legge potrebbe partire anche dal Senato, che è il terreno più insidioso ma si deve ancora nominare il presidente della commissione Affari costituzionali, poiché Anna Finocchiaro è diventata ministra. E si fa il nome di Luciano Pizzetti, finora sottosegretario alla Riforme, che però assumerebbe un ruolo-chiave in Parlamento.
Renzi ha chiaro tuttavia che non ci sarà un ritorno al Mattarellum del 1993. Non può funzionare in un sistema tripolare, dove non sono più centrodestra e centrosinistra a fronteggiarsi ma sulla scena politica troneggiano anche i 5Stelle. In una partita a tre, col vecchio Mattarellum si correrebbe «il rischio quasi certo dell’ingovernabilità». Il Mattarellum prevede 475 seggi assegnati con i collegi uninominali maggioritari (vince il candidato che ottiene un voto in più) e 155 con il proporzionale. Ma con tre poli non si riesce a fare una maggioranza.
Una correzione è indispensabile. Quale? Per Forza Italia, o almeno per una parte dei forzisti, potrebbe essere attraente un Mattarellum più proporzionale, cioè con un 60% di collegi uninominali e il resto proporzionale. Anche per Sinistra italiana. Per la sinistra dem, che ha presentato il Mattarellum 2.0, la strada da seguire è opposta: premio di maggioranza (90 seggi) per rendere più maggioritario il meccanismo. Federico Fornaro, il dem che l’ha studiato e proposto, ritiene che non ci sia altra soluzione. «Renzi il coraggio lo ha avuto, perché passare dall’Italicum su cui ha posto a fiducia, al modello Mattarellum, non è cosa da poco. Si convinca delle correzioni da apportare».
Però per il Pd e il suo segretario c’è un piano B. Se continua la melina, allora lo start lo darà la sentenza della Consulta del 24 gennaio sull’Italicum, ora in vigore solo per la Camera, poiché si immaginava che il Senato sarebbe stato abolito. E la sentenza della Corte costituzionale potrebbe anche essere “autoapplicativa”, consegnare cioè un modello con il quale si può andare a votare. O sollecitare immediate limature dal Parlamento.
Domani nella riunione della segreteria del Pd al Nazareno, si dovrà riflettere su un punto: il Pd autosufficiente e a vocazione maggioritaria è finito? Il Mattarellum infatti obbliga alle coalizioni. E il ministro Graziano Delrio in tv ieri a La7, ne trae le conseguenze e annuncia: «Se la legge elettorale dovesse prevedere le coalizioni, penso sia assolutamente giusto fare le primarie». Coalizione che per Pisapia ieri a Bologna a una affollata manifestazione con Gianni Cuperlo, leader di sinistra dem, e con il sindaco Virginio Merola - è il centrosinistra da ricostruire. Quindi - sottolinea Pisapia - «il Mattarellum è una prospettiva positiva» per chi, come lui, dice di voler costruire «una casa comune» e non un nuovo partito. Tante le adesioni, da Massimo Zedda a Nicola Zingaretti, da Sandro Gozi a Antonio De Caro.
Già domani Renzi allarga la segreteria ai sindaci, di certo a quelli di Reggio Calabria e di Ercolano, Falcomatà e Bonaiuto.
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E' la religione il problema, o la politica?


Indagine su Valentin de Boulogne



Il mistero del pittore che non era Caravaggio 
La storia di Valentin, il francese che seguì le orme di Merisi Mentre le mostre lo celebrano, ecco gli indizi sulla sua vita

FRANCESCA CAPPELLETTI Rep 20 12 2016
La vita misteriosa di Valentin de Boulogne si racconta più facilmente e la sua opera si comprende meglio partendo dalla fine, avvenuta nel 1632. La morte infatti è nota e i biografi ce la descrivono, anche come monito ad evitare i vizi comuni ai giovani artisti, con molti particolari. Reduce da una notte di eccessi nell’agosto torrido di Roma, in preda al bruciore del vino e del tabacco, il pittore decise di buttarsi nell’acqua gelida della fontana al Babuino: il rimedio non fece che accrescere una terribile febbre che lo uccise in pochi giorni. Il funerale del “pictor famosus”, come lo registra il libro dei morti della parrocchia di Santa Maria del Popolo, venne pagato dal cavalier Cassiano del Pozzo, antiquario, erudito, enciclopedico sognatore; senza il suo intervento non si sarebbe saputo come dare sepoltura all’artista. La sua scomparsa è quasi la fine
anagrafica del caravaggismo, se questo termine, usato in lungo e in largo, ha ancora qualche valore.
A dare nuova visibilità al misterioso personaggio è ora Valentin de Boulogne. Beyond Caravaggio la mostra ora a New York e poi a Parigi (Metropolitan Museum, fino al 16 gennaio; Louvre, 20 febbraio-22 maggio 2017, ne ha scritto Anna Ottani Cavina) dedicata alle opere delicate e selvagge del pittore francese, la cui attività nota si svolse esclusivamente a Roma nei primi decenni del Seicento. Andare oltre Caravaggio significa, per i curatori Keith Christiansen e Annick Lemoine, tracciare il contributo fondamentale che Valentin, interiorizzando la lezione di Caravaggio e dipingendo dal naturale, cioè dal modello in posa, diede al dibattito artistico dell’epoca e alla pittura francese dei secoli successivi, fino a Courbet e all’invenzione del realismo ottocentesco. Non è forse la linea caratterizzante della pittura francese, quella cartesiana e sorvegliata di Poussin e di Cézanne, avverte Jean Pierre Cuzin nel catalogo della mostra, ma comunque la ricerca che sta all’origine della compassione eroica nella Morte di Marat di David e della violenza romantica della Zattera della Medusa di Géricault.
Trasporre avvenimenti recenti e drammatici, facce conosciute e addirittura familiari, l’urgenza stessa delle vicende umane in un mondo di colori e di forme che ne usciva per forza rinnovato, nell’urto di un uso nuovo e rivoluzionario del dipingere dal vero è il fulcro dell’opera di Caravaggio. La pittura, da questa misurazione costante con la tradizione e con il modello, ne usciva rafforzata, diventava una attività intellettuale complessa, capace di creare nuove regole e di ambire a una conoscenza profonda della realtà. È questa l’essenza delle “pitture tocche con fierezza” di Valentin, popolate di personaggi scarmigliati e assorti, raffigurati in una solitudine senza consolazione sia quando si tratta di figure singole, come la Giuditta di Tolosa e il Sansone di Cleveland, o quando siano riuniti di notte nelle taverne, in poco allegre compagnie.
Ma chi era Valentin? Ancora una volta come Caravaggio, per noi il pittore nasce a Roma; non si conoscono opere precedenti a quanto imparò e dipinse nella città del papa. I suoi compagni degli anni Venti del Seicento, che avevano praticato la pittura dal naturale e avevano elaborato un repertorio di motivi tratti dalle opere di Caravaggio, come Nicolas Tournier e Nicolas Régnier, probabili allievi di Bartolomeo Manfredi, Simon Vouet, diventato principe dell’Accademia di san Luca nel 1624, cercavano altre strade o abbandonavano la città e anche i caravaggisti di Utrecht, già dai primi anni Venti, avevano lasciato la scena romana. Negli ultimi, commoventi e vigorosi tributi che alcuni collezionisti amici di Caravaggio avevano allestito nei loro palazzi, Valentin era ben rappresentato: una sua grande Fuga in Egitto, ora perduta, si poteva vedere probabilmente già nel 1626 nel salone di ingresso del palazzo di Vincenzo Giustiniani, accanto alle opere di altri artisti stranieri che nel palazzo del marchese avevano trovato spesso anche ospitalità. Negli stessi anni Asdrubale Mattei, il più giovane dei fratelli che nel 1601 avevano ospitato nel loro palazzo Caravaggio e gli avevano commissionato i capolavori a mezze figure dell’inizio del secolo, come la Cattura di Cristo oggi a Dublino, aveva fatto costruire una galleria dove porre le opere più significative della sua raccolta, il proprio definitivo e sintetico ritratto. L’Ultima cena di Valentin, un catalogo di vecchi pellegrini e di più giovani compagni di serate, stava ben a rappresentare gli esiti della pittura dal naturale negli anni Venti. La fine del decennio si ricostruisce poi grazie al filo della committenza Barberini: il francese riceve la prestigiosa commissione per San Pietro, il
Martirio dei Santi Processo e Martiniano, e esegue, per Francesco Barberini, uno dei quadri più ambiziosi e singolari di tutta la sua carriera, l’Allegoria
dell’Italia. Pagato nell’agosto del 1628 e citato in un inventario del 1629, l’Allegoria oggi a Roma, a villa Lante al Gianicolo, è un dipinto che rispetta tutte le regole delle complesse macchine celebrative destinate a un cardinal nipote e all’esaltazione del suo ruolo politico, ma immettendovi i personaggi “dal naturale ritratti”. Il fiume Tevere, sulla sinistra, esemplato nella posa sui modelli antichi, che certo non sfuggivano a Valentin, è uno dei suoi modelli preferiti, il vecchio con la lunga barba bianca riconoscibile nelle Quattro età dell’uomo di Londra,
nel San Matteo di Versailles e che qui presta all’allegoria del fiume antico le sue lunghe gambe ossute e il petto villoso. Allo stesso modo la figura dell’Italia, con la corona turrita e la posa di Minerva trionfante è una fanciulla anch’essa in posa, con il naso pronunciato e il volto polposo della giovinezza. Se questo è il trionfo estremo del naturalismo caravaggesco, in grado di sorreggere e anzi rafforzare, riempire di “fierezza” persino l’allegoria, è più difficile trovare punti fermi per i decenni precedenti.
Le zingare, i giocatori, i concerti nelle taverne si scalano probabilmente già dal 1613-1614 in poi, anni in cui, insieme a Simon Vouet, qualche biografo dice anche prima, Valentin dovrebbe essere arrivato a Roma. Una conferma documentaria è stata recuperata da Patrizia Cavazzini, che nel 1614 lo trova già a Roma, citato in un atto giudiziario in cui un suo connazionale si riconcilia con lui dopo un’aggressione. Era quindi già inserito e già partecipe di quella vita segnata da eccessi, risse, scontri, rivalità violente, che spesso lo tenevano lontano dagli altri francesi e lo spingevano, secondo Sandrart, alle amicizie con i pittori del Nord. Una conferma di questa sua inclinazione è la presenza all’interno della Bent, la lega dei pittori stranieri a Roma a partire dagli anni Venti: ognuno, all’interno di questa informale e sotterranea società di giovani artisti, assumeva un soprannome e quello di Valentin, tramandato dalle fonti fino a noi, era Amador – l’Innamorato. Se della vita e delle attitudini questi dati ci dicono qualcosa, nulla si sa con certezza della datazione e della destinazione delle sue opere. La mostra propone una cronologia, dal precoce San Giovanni Battista con i baffi, in cui è davvero probabile individuare un ritratto, forse un autoritratto, ai Bari di Dresda, in cui l’isolamento del giovane avvolto dall’inganno è ancora più marcata che nel modello caravaggesco, alle composizioni via via più complesse, come le taverne malinconiche, abitate da personaggi persi nei propri pensieri, da bambini ai quali è sfuggito l’uccellino dalla gabbietta vuota, da soldati stanchi, con l’armatura che non serve più se non a splendere nella luce notturna delle candele.
Sappiamo poco di lui prima del decennio barberiniano perché ci mise probabilmente molto a farsi conoscere e anche riconoscere come quel grande pittore “dal naturale” che ci appare oggi. Un protagonista poco alla moda, un eccellente colorista, un interprete sottile e malinconico della contraddittorietà e dell’inconsistenza delle passioni umane, dal gioco, alla guerra, al potere, alle sofferenze e agli incanti di quell’amore che gli era valso, da parte dei suoi amici artisti, il suo soprannome.
L’autrice insegna Storia dell’arte moderna all’Università di Ferrara. Ha pubblicato
Caravaggio – Un ritratto somigliante ( Electa) ©RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 20 dicembre 2016

Postdemocrazia: per la prima volta si parla in maniera esplicita di un superamento del suffragio universale e della democrazia moderna


E non per caso questo tabu viene infranto simultaneamente a quello che fino a poco fa vietava di pensare a un aperto revival del colonialismo.
Pian piano, tutto questo diventerà nel giro di un decennio moneta corrente e ci sembrerà normale [SGA].

"... L’organizzazione dei collegi elettorali e la rappresentanza politica non può più essere, infine, solo per territori. I giovani, soprattutto quelli più preparati, sono definiti dalla mobilità e, dunque, hanno una propria potenziale base elettorale che è geograficamente dispersa...".


Non può più essere solo il seggio elettorale il luogo nel quale esercitare il proprio diritto e i cittadini devono avere la possibilità di scegliere se esprimersi a distanza. Non possono più essere solo le elezioni l’unico meccanismo attraverso il quale vengono aggrega le preferenze degli individui

di Francesco Grillo Corriere della Sera 19 12 2016

Radicalizzazione dell’islamismo o islamizzazione del radicalismo? Olivier Roy


Olivier Roy:  Le djihad et la mort, Seuil, pp. 144, euro 16


Risvolto
De Khaled Kelkal en 1995 à l’attentat de Nice en 2016, pratiquement tous les terroristes se font exploser eux-mêmes ou tuer par la police, sans vraiment chercher à fuir et sans que leur mort soit nécessaire à la réalisation de leur action. Mohammed Merah reprendra la phrase attribuée à Oussama ben Laden et systématiquement reprise avec des variantes : « Nous aimons la mort, vous aimez la vie. » La mort du terroriste n’est pas une possibilité ou une conséquence malheureuse de son action, elle est au cœur de son projet. L’on retrouve cette même fascination pour la mort chez le djihadiste qui rejoint Daech : l’attentat-suicide est la finalité par excellence de son engagement. Et si c’était cela, le vrai danger ? Non pas les dégâts infligés, mais l’effet de terreur. Car la force de Daech est de jouer sur nos peurs. Et cette peur, c’est la peur de l’islam. Le seul impact stratégique des attentats est leur effet psychologique : ils ne touchent pas la capacité militaire des Occidentaux ; ils ne touchent l’économie qu’à la marge ; ils ne mettent en danger les institutions que dans la mesure où nous les remettons nous-mêmes en cause, avec le sempiternel débat sur le conflit entre sécurité et État de droit. La peur, c’est celle de l’implosion de nos propres sociétés.

Olivier Roy, directeur de recherche au CNRS, enseigne à l’Institut universitaire européen de Florence. Il a notamment publié, au Seuil, L’Islam mondialisé (2002), La Sainte Ignorance. Le temps de la religion sans culture (2008) et En quête de l’Orient perdu (2014).

Il caso Grynszpan e la Notte dei cristalli nella Germania nazista


La Sinistra Inutile in una dimensione europea: l'ala sinistra del PSE




Il congresso della Sinistra Europea è stato un disastro perché ha certificato l'orientamento moderato di quel raggruppamento politico e la sua linea subalterna alle politiche che discendono da Maastricht e complementare al PSE.
Con queste posizioni non si va da nessuna parte e saremo carne di porco per le destre. Né poteva andare diversamente visto che quel raggruppamento politico è nato, ormai diversi anni fa, esattamente con questa missione costitutiva, che non consente altro. L'elezione di Gysi a presidente e dell'innocuo Brioscino a vicepresidente ne sono l'emblema.
Nelle facce soddisfatte di Tachipirinas e del tedesco, il destino centrosinistro e fallimentare che ci attenderebbe da qui all'eternità se i cosiddetti "populisti" non fossero destinati a spazzare via tutto entro i prossimi 10 anni [SGA].



Il fronte anti-austerità si incontra a Berlino 
Sinistra europea a congresso. Gregor Gysi eletto nuovo leader, europeista convinto e figura di peso della Linke 

Jacopo Rosatelli Manifesto 18.12.2016, 23:59 
Mettere radicalmente in discussione i trattati, e rifondare il progetto di integrazione europea oggi in crisi. È questo l’obbiettivo fondamentale che si propone il partito della Sinistra europea (Se), che oggi conclude il suo quinto congresso a Berlino, vera capitale politica dell’Unione europea (Ue). Le assise si svolgono nel pieno di un nuovo braccio di ferro che oppone il governo greco alle istituzioni comunitarie, obbedienti come sempre al volere del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble: oggetto del contendere, l’aumento delle pensioni deciso da Atene. Una scelta che Alexis Tsipras – che per la Se fu candidato a presidente della Commissione Ue – ha orgogliosamente rivendicato dalla tribuna del congresso berlinese: «Siamo determinati a difendere i diritti del popolo greco, in particolare dei poveri, di chi percepisce salari bassi e dei disoccupati». 
La situazione, tuttavia, non è facile. I rapporti di forza continuano a essere sfavorevoli alle forze anti-austerità. E questo è il punto-chiave che torna in quasi tutti gli interventi degli esponenti dei 25 partiti nazionali che compongono la Se: come riuscire a contrastare sia l’egemonia delle forze neoliberali al governo quasi ovunque, sia i movimenti di estrema destra, da Alternative für Deutschland ad Alba Dorata. Esaurito il ciclo di ascesa delle sinistre nei Paesi periferici – Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda – il centro della scena è ora tutto per lo Stato-guida di questa Ue: la Germania. Il 2017 sarà l’anno delle elezioni politiche nella Repubblica federale, e per la prima volta dalla riunificazione l’opzione di una svolta progressista è in campo: Angela Merkel non è più invincibile, e i socialdemocratici prendono finalmente in considerazione l’alleanza con la Linke (e i Verdi). La fine del dominio di Merkel e Schäuble è la condizione – necessaria ma non certo sufficiente – dell’inversione di rotta. 
Non è un caso, quindi, che il congresso berlinese ieri abbia eletto nuovo leader Gregor Gysi, che proprio della tedesca Linke è la figura di maggior peso. Subentra al francese Pierre Laurent, segrerario generale del Pcf, per 6 anni alla guida della Se. Il carismatico Gysi è fra i più europeisti dei dirigenti della sinistra tedesca: sono note le differenze con l’altra figura-chiave del suo partito, Sahra Wagenknecht, decisamente più scettica verso la possibilità di mantenere in vita l’euro e le attuali istituzioni politiche dell’Ue. E molto meno incline di Gysi ad alleanze con i socialdemocratici. Divergenze che si ritrovano, in realtà, fra tutte le organizzazioni raccolte sotto l’ombrello della Se, e che il nuovo numero uno avrà il non facile compito di far convivere. L’esperienza e la capacità per farlo di certo non gli mancano. 
Per l’Italia ha preso parte al congresso Rifondazione comunista, che, insieme a L’altra Europa con Tsipras, è l’unica forza politica italiana membro a tutti gli effetti del partito della Sinistra europea. E proprio un’esponente del Prc, Eleonora Forenza, è la deputata che il gruppo della Sinistra ha candidato alla presidenza del parlamento europeo. Per sostituire il dimissionario Martin Schulz (che passa alla politica nazionale) il prossimo 17 gennaio ci sarà una competizione tutta italiana: gli unici con chance di essere eletti sono il berlusconiano Antonio Tajani per i conservatori del Ppe e il democratico Gianni Pittella per i socialisti europei (Pse). Vincerà chi saprà aggiudicarsi i voti degli altri gruppi: ago della bilancia potrebbero risultare i liberali di Guy Verhofstadt, ma anche le forze di destra come lo Ukip di Nigel Farage e il Front National di Marine Le Pen. Ma c’è un’altra possibilità: un accordo stile «grande coalizione» che veda il Ppe aggiudicarsi la presidenza dell’Europarlamento «cedendo» al Pse quella del Consiglio europeo (il vertice dei capi di governo), carica attualmente ricoperta dal polacco Donald Tusk.
Pd, il problema non è più Renzi. È fermarlo
L’assemblea di oggi del Partito democratico dovrebbe rispondere a una domanda: quali caratteri di sistema ha la sconfitta di Matteo Renzi? Il plebiscito, che lo ha travolto, è il frutto di un processo lungo di perdita di ogni credibilità.
Nessun leader può vincere in una contesa se la sua stessa parola, a maggior ragione dopo un abbandono così riluttante, è percepita come ingannevole.
Quando il loro leader ha perso l’ethos, ovvero il carattere, l’immagine che rende rispettabile, e degna di essere seguita, una figura pubblica, i ceti politici di supporto devono prendere gli accorgimenti inevitabili: affidarsi a un altro capo per sopravvivere. Occorre che qualcuno persuada i dirigenti del Pd oggi riuniti che è necessario che pria facciate al duce spento/successor novo, e di voi cura ei prenda. Ma il Pd, che ha scambiato la personalizzazione della politica con il partito della persona, ha smembrato questo argine. E quindi, mentre il sistema bipolare proprio con il referendum ha replicato il grande crollo del 2013, si coltiva l’illusione di una sua restaurazione imminente, ad opera dello stesso leader annichilito, che crede di avere in dote un potere personale.
Dopo il tracollo di dicembre, che è il compimento di un ciclo e non una eruzione improvvisa di cieca protesta, Renzi non ha più alcuna seria possibilità di trionfo. Questo non significa che ormai irrilevante risulti la sua ombra nella prossima battaglia. «Nessun problema politico – spiegava Bismarck – giunge ad una completa soluzione di tipo matematico. I nodi appaiono, hanno i loro tempi, e poi scompaiono soltanto sotto altri problemi». Finché non si completa il seppellimento del capo, la cui fascinazione è dileguata, altri problemi non compaiono a strutturare i nuovi conflitti.
Non porterà alcun effetto ricostituente per la democrazia la cura rivoltante di un governo sotto tutela dei consoli gigliati spediti a presidiare palazzo Chigi. Accresce ancor più la rabbia un esecutivo che occupa il tempo solo per scaldare la poltrona vacante e riconsegnarla al capo voglioso di riavere lo scettro che ha solo accantonato per qualche mese.
Un leader del tutto annebbiato impone alle sue truppe una mappa irrealistica di risalita perché è saltato il sistema bipolare. Renzi pensa ancora ad un traino leaderistico esercitato dal capo con un preteso dono carismatico: spento rito delle primarie, incoronazione nella marcia dei gazebo e poi assalto disperato al palazzo. Il punto di debolezza della sua strategia è evidente: confida in un nuovo congegno maggioritario per blindare un bipolarismo solo immaginario.
L’attivismo di Renzi per tornare al potere appartiene al campo del tragico. Senza più alcuna credibile capacità offensiva, la sua presenza al timone è la garanzia più certa del naufragio inevitabile. Anche per questa sua vulnerabilità estrema il M5S lo ha irriso chiedendogli di rimanere a palazzo Chigi sino al voto. Non spaventa più come leader in ascesa, e perciò da temere, e anzi il suo spettro, che emana il volto sfigurato di una potenza in decadenza, incrementa le chances di successo dei nemici. È il peggio che possa capitare per un leader.
La conseguenza della sua nuova scalata alla guida del Pd sarebbe l’esplosione inevitabile del suo partito, entro il quale proprio il suo comando assoluto costituisce il principale elemento divisivo e l’ostacolo insuperabile ad ogni ipotesi di alleanza. Che i notabili del suo giro non ne tengano conto, e fingano di essere ancora sedotti dalla promessa di un simulacro di ordine bipolare, è anch’essa una manifestazione di propensione al tragico.
L’abbandono renziano, con la nostalgia dell’immediato ritorno, coltiva il vizio assurdo di esorcizzare un sistema tripolare con l’energia, con la stabilizzazione di una conquista del centro mediante un regime personale da consolidare attraverso la ripresa economica. Orfano del bipolarismo violato dal popolo, Renzi può mantenerne in vita una caricatura, con il progetto evaporato del partito della nazione, che assorbe i residui del berlusconismo e si erge a paladino del sistema della legittimazione che combatte e isola le forze antisistema (la Lega e il M5S).
Rientrano nel grottesco le gesta di un leader che dal buen retiro di Rignano minaccia di tornare presto al palazzo brandendo un’ipotesi già sconfitta: il bileaderismo. Renzi? È un problema in astratto risolto che però resiste complicando così le trame di un sistema che non può dedicarsi alle nuove questioni perché deviato dalle velleità di ritorno in sella di un leader del passato. Eppure l’accantonamento di Renzi è la condizione, non sufficiente e però indispensabile, per rispondere ai segnali sempre più preoccupanti di involuzione del sistema.


Il contropiede di Renzi No al congresso anticipato ritorno al Mattarellum 

Il segretario: “Abbiamo straperso tra i giovani, sul web e al Sud” E Grillo lo attacca: “Bugiardo, avevi promesso di lasciare” 

Francesca Schianchi  Busiarda
Un tentativo di autocritica, niente congresso anticipato e proposta di tornare al sistema elettorale chiamato Mattarellum. Chi si aspettava plateali rese dei conti all’Assemblea nazionale del Pd di ieri sarà rimasto deluso dalla nuova «fase zen» esibita da Matteo Renzi. A due settimane dal referendum «non perso, straperso» che gli è costato la poltrona da premier, ieri la sua relazione, nella grande sala sotterranea dell’albergo romano colonizzato dai delegati dem, mette tutti d’accordo: 481 voti a favore, 10 astenuti e due contrari. La minoranza non vota: altrimenti, pur critica con l’analisi della sconfitta, avrebbero dovuto dire sì al Mattarellum.
«Eravamo a un passo dalla Terza repubblica: sembra di essere tornati alla Prima», e proprio con il brano «La Prima repubblica» di Checco Zalone si è aperto l’appuntamento. «Non è facile lasciare», ha avuto voglia di mollare tutto, giura il segretario, mentre elenca le ragioni della sconfitta: il web «lasciato nelle mani di chi è sotto gli occhi del mondo come diffusore di notizie false», lo scollamento con il Sud, con le periferie, con i 30-40enni (e per chi ne ha 41 «è come perdere in casa»). 
Alla sua destra nel tavolo della presidenza il premier Paolo Gentiloni: un abbraccio dopo l’inno, una breve citazione. Lancia qualche frecciata alla minoranza, si dice «ferito» da chi ha festeggiato le sue dimissioni, risponde a D’Alema che ha parlato della «puzza» delle sue riforme: «Non puzzano, segnano la grandezza del Pd». Ma non è questo il momento delle polemiche sanguinose, e allora manco cita il contestato Jobs Act. Il clima è disteso, gli attacchi moderati: ci pensa solo il renziano Roberto Giachetti a svegliare la platea, attaccando la minoranza a suon di «avete la faccia come il c…». Le bordate di Renzi sono più per il M5S: «Smettete di dire bugie su di noi, e noi smettiamo di dire la verità su di voi, cioè che siete un’azienda privata che firma contratti con gli amministratori». Sulla corruzione, infilza sul caso Marra: più dire no alle Olimpiadi «bisognerebbe scegliere meglio i collaboratori».
Promette un nuovo corso nel Pd: campagna di ascolto, «più noi e meno io», niente tour in camper per il Paese perché «voglio essere allenatore più che giocatore, fare da talent scout», segreteria da rinnovare e scadenze varie (21 gennaio mobilitazione dei circoli, 4 febbraio evento sull’Europa). Senza riuscire a convincere molti del suo cambiamento, ma tant’è: «Ho accettato il consiglio di non fare del congresso il terreno di scontro sulla pelle del Paese», e quindi la conta interna è rinviata di un anno. E le elezioni quando saranno? «Stiamo andando al voto, non sappiamo quando ma come», evita di dare una data di scadenza al governo, anche se sul discorso scritto che ha sotto mano si era appuntato «per noi prima possibile», e la stessa frase la pronuncia il ministro Graziano Delrio.
La proposta del Pd è arrivarci col Mattarellum: «Andiamo a vedere, gli altri ci dicano cos’hanno in testa». Lega e Fratelli d’Italia hanno detto sì; Fi con Gasparri no; il M5S con un post di Grillo lo attacca, «tu che hai un partito che è una banca», e lo invita a farsi da parte: «Lo avevi promesso, sei bugiardo.». Il segretario zen ha lanciato la proposta. «Non sottovalutino i signori del no che quel 41% è politico». Quella per lui è la percentuale da cui ripartire. Tutti insieme: resa dei conti rinviata.
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Matteo archivia il renzismo Viaggi studio all’estero e ricerca del basso profilo 

L’ex premier: “Non mi vedrete in tour né sul camper” Poi l’autocritica: “C’è più bisogno di noi che di io” 

Fabio Martini  Busiarda
Nella stessa sala dell’hotel Ergife dove Bettino Craxi nel 1993 fece la sua ultima apparizione da leader del Psi, prende la parola Matteo Renzi e pronuncia l’atteso mea culpa con un garbo in lui inusuale. Davanti a centinaia di quadri del Pd l’ex rottamatore sciorina espressioni politicamente corrette, quasi candide: «La prima regola del nuovo corso è ascoltare di più, io per primo», «un uomo si vede da come porta le proprie ferite», fino a pronunciare la frase che vorrebbe segnare la maggiore discontinuità: «C’è più bisogno di noi che di io». In un discorso durato 58 minuti, il premier sconfitto ha pronunciato un’ articolata autocritica dopo la batosta referendaria del 4 dicembre - autocritica spesso più emozionale che fattuale - anche se l’attesa maggiore da parte dei quadri del Pd e dell’opinione pubblica coinvolta era contenuta nella domanda più ricorrente nei corridoi dell’Ergife: da una autentica autocritica prenderà corpo un “nuovo” Renzi, oppure si va verso un restyling tattico? 
L’ex presidente del Consiglio sta privatamente coltivando nuovi progetti e un diverso stile di vita, ma intanto ha iniziato a tratteggiare un primo autoritratto del Matteo pubblico che verrà. Un Renzi che, nelle sue stesse intenzioni, dovrebbe archiviare una certa immagine del “renzismo” esteriore e tener vivo il nucleo duro del “renzismo” politico. Certo, sul piano politico, almeno per il momento, il premier uscente ha dovuto assecondare - e subire - una certa “normalizzazione”. Voleva un Renzi-bis per andare nel giro di qualche settimana alle elezioni anticipate e ci ha dovuto rinunciare. Accarezzava l’idea di Primarie ri-legittimanti da farsi a fine febbraio e ci ha dovuto rinunciare. La “normalizzazione” di Renzi si è potuta leggere negli interventi dei due ministri che nei giorni scorsi più si sono battuti dietro le quinte per assorbire le istanze renziane e che hanno lanciato ponti d’oro verso il leader ridimensionato. Hanno detto all’unisono Dario Franceschini e Andrea Orlando: «Matteo, la tua sconfitta è la sconfitta di tutti». Risultato: nessuno, a parte Gianni Cuperlo, ha approfondito più di tanto le ragioni e le conseguenze politico-sociali della vittoria del No, meno che mai la minoranza, protagonista di uno spettacolare forfait: non hanno parlato Bersani e D’Alema ma neppure Roberto Speranza, che pure si è candidato in nome di un ritrovato ruolo del partito.
Renzi a questo punto si è “rassegnato” a votare a giugno e anche se nessuno può garantirgli questo timing, d’ora in poi il segretario del Pd riorganizzerà tutto se stesso su questo traguardo. Primo obiettivo confidato: abbassare il profilo, sgonfiare la “bolla comunicativa” che lo ha circondato, riducendo le presenze televisive. E anche quelle in giro per il Paese: «Non mi vedrete a fare tour per l’Italia o giri in camper». Un distacco esibito che Renzi intende concretizzare con due-tre viaggi all’estero, viaggi di approfondimento, di “aggiornamento professionale” al massimo livello e non finalizzati ad incontri politici. Su un piano parallelo Renzi sta lavorando ad un libro, a cavallo tra consuntivo e progetto per la “nuova” Italia che dovrebbe andare in libreria a febbraio. Progetti che dovrebbero avere protagonista un Renzi che, dice lui, sarà più attento all’«umanità» e per farlo credere, ha raccontato di aver preparato gli scatoloni «di notte, per non farmi vedere». Nel frattempo Paolo Gentiloni, che Renzi ha voluto a palazzo Chigi, è uscito dall’Ergife convinto di una cosa: la ribadita leadership di Renzi e il rinvio del congresso Pd consentono al governo di navigare nelle prossime settimane senza scosse “innaturali”.
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Matteo inaugura la fase Zen ma la road map non cambia “Urne a giugno, forse prima” 
L’ex premier cambia stile e toni e apre la segreteria ad altre correnti: tra le ipotesi Fassino, Martina e Cuperlo

GOFFREDO DE MARCHIS Rep
IL SEGRETARIO del Pd rivoluziona lo stile, il tono. Inaugura la fase zen, parla di «ponti», di «aperture», di «inclusione», di «ascolto». Ma dopo Renzi c’è sempre Renzi e la strategia non è cambiata: bisogna andare al voto a giugno. Anche prima, ad aprile- maggio. Dopo le dimissioni, Renzi torna a parlare e lo fa con qualche segno di novità: lo scansare argomenti scivolosi e di divisione come il Jobs Act (nemmeno una parola).
EPOI la veloce autocritica, soprattutto sul Sud (con relativa presa di distanza da Vincenzo De Luca, «non dobbiamo più parlare con il notabilato ») e sui giovani, la ferita che fa più male a un 41enne, appartengono a una nuova stagione. Ma in fondo, il discorso di ieri all’assemblea nazionale convocata nell’albergo dei congressi radicali, l’Ergife, è solo il primo passo di una campagna elettorale che Matteo Renzi dovrà giocarsi con parole diverse, cambiando la comunicazione, resettando il tono. Non se stesso. Ad esempio, il nuovo Renzi non dà al Pd e al governo Gentiloni un tempo lungo, maggiore profondità di riflessione. Sulle elezioni anticipate, il segretario non ha cambiato opinione: l’orizzonte è giugno 2017. Ma l’obiettivo vero è qualche mese prima.
Renzi pensa che nel momento in cui ci sarà una legge elettorale, ovvero dopo il 24 gennaio, il giorno della sentenza della Consulta sull’Italicum, scatterà un tana libera tutti. Cadrà ogni alibi per non andare al voto. Persino giugno sembrerà una data troppo distante «perchè noi siamo pronti - dice il leader dem ai suoi collaboratori - e non possiamo essere gli unici che dicono aspettiamo ». Del resto, ricordano i renziani, l’atto costitutivo del governo Gentiloni è scolpito nei saloni del Quirinale: legge elettorale e poi elezioni. Quindi, il tentativo sul ritorno al Mattarellum è obbligato ma senza attendersi risposte concrete dagli altri partiti. «Una proposta tattica? Anche», dice un renziano. E se il 24 gennaio la legge elettorale sarà immediatamente applicabile, il primo ostacolo alle urne scomparirà d’incanto. Anche con il proporzionale, il voto sarà il male minore. Su questo punto per il momento l’accordo Renzi-Gentiloni regge. Per il momento.
Per tenere insieme il partito e affrontare il braccio di ferro che nascerà dentro il Pd sullo scioglimento delle Camere, Renzi deve però cambiare il messaggio. È forzato a includere, finalmente, partendo dalle correnti dem che gli sono rimaste fedeli. Domani avrà un incontro con Lorenzo Guerini, il vicesegretario che parla con tutti, anche nei momenti di burrasca. Alla vigilia della riunione convocata per mercoledì. Insieme, proveranno a ridisegnare la segreteria del Pd, sostituendo probabilmente alcuni renziani, facendo entrare qualcuno della corrente di Maurizio Martina, dando posti ai Giovani Turchi. Provando a coinvolgere Piero Fassino, un nome di peso. E offrendo anche a Gianni Cuperlo, già rappresentato da De Maria, un ulteriore apertura.
I vicesegretari rimarranno al loro posto a meno che non sia Debora Serracchiani a chiedere il cambio per concentrarsi di più sulla presidenza del Friuli Venezia Giulia. Votare prima di giugno significa saltare il congresso e c’è bisogno di sponde per arrivare al risultato. «Il congresso va celebrato prima del voto - attacca Francesco Boccia, in linea con Michele Emiliano ed Enrico Rossi -. Se proveranno a scansarlo raccoglieremo le firme degli iscritti».
Se è questa la road map, la fase dell’ascolto non avrà tempi lunghissimi. Ma il Renzi zen sa che non funziona più l’Io e valorizzerà il Noi, come ha detto ieri al microfono. Come? Non con le adunate nei teatri. «Voglio arrivare all’improvviso, fare l’allenatore e il talent scout dei giovani». Sta preparando anche due viaggi «di studio » all’estero per cancellare l’immagine del premier tra i leader europei nei vertici, quei vertici che non portano a nulla. «Cibo per la mente», è la definizione usate dall’ex presidente del Consiglio per immaginare le due trasferte. Da verificare se saranno partecipazioni a think tank politici, visite private e incontri a due.
Il richiamo al Mattarellum è anche un richiamo all’Ulivo, al tenere insieme il centrosinistra, a trovare alleati che il Pd a vocazione maggioritaria aveva via via escluso. È una via politica, ma anche la strada per un linguaggio diverso. Renzi ha sparato quasi tutte le sue cartucce nella campagna referendaria e ha fallito. «Ora ripartiamo per una campagna elettorale dicendo che cosa? È un bel problema», dice un deputato dem.
La domanda si fa strada anche nel circolo ristretto del renzismo. Parlare di «ponte» con le persone, come ha fatto ieri il segretario, è già qualcosa. Non rinuncerà a rivendicare i successi dei mille giorni.
Ma anche Renzi sa che è una «traversata del deserto» come fu quella di Silvio Berlusconi sconfitto nel 1996. Una traversata che nell’epoca della velocità, il leader del Pd vorrebbe fare come fosse uno sprint.
E non disperdendo il patrimonio dei voti del Sì: il 40 per cento, 13 milioni e mezzo. Che secondo lui sono «il 31-32 per cento di voti alo Pd di Renzi». Oggi, però. Perché potrebbero non durare a lungo.
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Il rilancio del Pd sulla legge elettorale “Staniamo M5S e FI” 
Renzi punta su Ulivo e Mattarellum. Ma c’è già il no di Grillo e Berlusconi

TOMMASO CIRIACO CONCERTO DI NATALE Rep
Compattare il Pd sul Mattarellum. Allargare l’alleanza alla sinistra di Giuliano Pisapia. E portare gli avversari a “scoprirsi” sul sistema elettorale, mostrando plasticamente che nessuno - ad eccezione dei democratici - intende davvero cambiare la legge. E poi? «E poi – confida Matteo Renzi ai capicorrente che lo avvicinano durante l’assemblea del partito - diremo che va bene anche la legge della Consulta, l’importante è che si torni a votare». Non basta insomma la disponibilità della Lega e di Fratelli d’Italia, né il sostanziale via libera della minoranza di Roberto Speranza. La trattativa resta più in salita che mai. E il punto di caduta sembra già un altro: l’Italicum, nella nuova versione che stabilirà la Corte costituzionale.
Il leader sa di aver sparigliato, rilanciando il Mattarellum e mandando in confusione i suoi nemici. «Ho smosso le acque». Per questo, intende percorrere fino all’ultimo la strada indicata davanti all’assemblea dem. Come? Scrivendo presto ai leader degli altri partiti per ribadire l’offerta di tornare alla legge del 1993, oppure incardinando direttamente in Parlamento la proposta. Il problema è che Forza Italia e Movimento cinque stelle si opporranno alle
avances
renziane. È una partita a scacchi, d’altra parte, per questo il segretario dem si è attribuito la prima mossa. «Facciamo sul serio – giura il senatore renzianissimo Andrea Marcucci - ma nessuna melina». Ecco il punto, allora: per condurre la trattativa senza perdere tempo in un infinito tira e molla, l’ex premier intende far uscire allo scoperto le altre forze politiche. A partire dai grillini.
Beppe Grillo ha già scavato il solco, rivolgendosi a Renzi: «Noi vogliamo andare al voto subito con una legge elettorale che abbia il vaglio della Consulta. Tu vuoi allungare il brodo? Risparmiarcelo ». Un no che, a dire il vero, fa a pugni con il passato dei cinquestelle, che alla Camera votarono nel 2014 una mozione di Giachetti che invocava proprio il Mattarellum. Ma il rischio, adesso, è che il ritorno ai collegi danneggi il Movimento. «Sfavorisce i candidati poco conosciuti sul territorio - hanno spiegato in privato Davide Casaleggio e Luigi Di Maio - per noi sarebbe un suicidio ».
Il vero ago della bilancia, però, si chiama Silvio Berlusconi. Da Arcore, non lascia spiragli alla proposta dell’ex premier, almeno nella versione originale: «Noi aspettiamo la sentenza della Consulta. Vogliamo il ritorno al proporzionale, magari corretto con un piccolo premio di maggioranza ». Sembra la fotografia di come potrebbe diventare l’Italicum dopo il pronunciamento dei giudici costituzionali, certo qualcosa di diverso dal Mattarellum. A meno che non si decida di correggerlo, aumentando in modo esponenziale la quota proporzionale. Ma perché rischiare? Alcune proiezioni hanno già orientato il Cavaliere. Con la legge del 1993, è la sintesi, Forza Italia rischia di scomparire in tutto il Centrosud. «Presidente, saremmo cancellati », gli hanno spiegato i consiglieri più fidati. Una previsione forse eccessiva, che però il via libera di Salvini al Mattarellum contribuisce per paradosso a rafforzare.
Nelle prossime ore, Renzi aumenterà l’intensità del suo pressing. Già oggi incasserà il via libera di Pisapia, atteso con Gianni Cuperlo e Virginio Merola a un evento dal titolo inequivoco: “Unire il centrosinistra”. Proprio a loro guarda, per rilanciare l’alleanza di centrosinistra. E non a caso richiama la stagione prodiana: «Il Mattarellum ha visto vincere centrosinistra e centrodestra. E ha visto affermarsi l’Ulivo di Prodi». Arriveranno anche altri no. Quelli dei suoi avversari. E quelli - più silenziosi - di pezzi di Pd: i siciliani, i veneti, i laziali, quelli insomma di chi combatte in zone a forte densità leghista o cinquestelle. A quel punto il segretario potrà passare al piano B. «L’importante – ripete – è tornare al voto il prima possibile».
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UN’AUTOCRITICA CHE NON CONVINCE 

STEFANO FOLLI Rep
UN’ASSEMBLEA durata poche ore, forse troppo poche; un voto a favore del segretario in apparenza “bulgaro”, in realtà reso tale dai tanti assenti; la sensazione di un partito ferito e incerto.
SEGUE A PAGINA 29
UN LEADER, Renzi, che ha in mano una sola carta da giocare, se ci riesce: le elezioni entro cinque-sei mesi al massimo, con una legge ancora tutta da definire e da approvare in Parlamento.
Si potrebbe continuare, nella cronaca di una giornata non proprio trionfale per l’ex presidente del Consiglio. Bisogna infatti distinguere fra gli applausi al capo carismatico e lo spessore del dibattito; fra il desiderio di voltare pagina nel dopo referendum e la difficoltà di analizzare quello che è realmente successo il 4 dicembre; fra la necessità per Renzi di coinvolgere Franceschini e altri nella gestione del partito («d’ora in poi convocherò la segreteria») e la fatica di deporre la stella dello sceriffo solitario. È dentro questa cornice che la platea ha ascoltato una specie di autocritica che tale era solo in minima parte. Certo, il tono del segretario-ex premier era diverso e più conciliante rispetto al passato. Tuttavia ciò era inevitabile date le circostanze e considerato l’accordo interno da cui è nato il governo Gentiloni. Quel governo in cui, sul piano del potere, Renzi è riuscito a ottenere quasi tutto quello che voleva, tranne la delega per i servizi di sicurezza. Almeno finora.
Se dunque si fa eccezione per lo stile del discorso, meno veemente del consueto, e per l’apertura a favore del Mattarellum — una mossa attesa e come previsto gradita alla minoranza — , non si può dire che ieri sia nato un altro Renzi. È il medesimo personaggio ben conosciuto, con i suoi pregi e i suoi difetti, con la sua energia vitale e le sue astuzie. Semmai gli si può riconoscere un maggiore autocontrollo e un cambio di passo tattico di cui non tutti lo credevano capace. Ma la sua autocritica, a voler essere sintetici, si può riassumere così: ho sbagliato e ho perso, anzi “straperso”, perché non mi sono fatto capire dagli italiani. Ovvero: perché la comunicazione del governo era carente rispetto all’aggressiva campagna degli altri, il fronte eterogeneo del “No”. Per essere più precisi: abbiamo perso perché non abbiamo saputo usare il “web” e ci siamo arresi alle “bufale” diffuse via internet dagli avversari.
Non è tutta qui l’analisi renziana, ma nella sostanza non c’è molto di più. Si comprende allora che c’è molto da riflettere sulla sconfitta del 4 dicembre, sul perché il Sud e i giovani hanno detto no. Altro che “web”. Del resto, il segretario è oscillante. Dice di aver perso, ma poi precisa: «Pensavo di prendere 13 milioni di voti, invece ne ho presi 13 milioni e mezzo»: purtroppo l’affluenza è stata talmente alta che l’onda anomala del “No” ha travolto gli argini. Qui lo sforzo autocritico del leader sembra davvero arenarsi. Perché si limita a chiosare: «non ho compreso la politicizzazione del voto». Come se la responsabilità fosse tutta dell’accozzaglia del “No” — secondo la celebre definizione — e non del tentativo di Palazzo Chigi di trasformare fin dall’inizio il referendum in un plebiscito: o con me o contro di me.
Ne deriva che l’autocritica di Renzi sarebbe stata molto più convincente se si fosse addentrata nella vera contraddizione di quei sette mesi di campagna elettorale: credere che l’Italia descritta sulla via della ripresa a tutti i livelli, socialmente coesa e ottimista sotto la guida del leader, fosse quella vera. Solo in quel caso avrebbe avuto un senso, sia pure assai discutibile, la logica del plebiscito. Ossia una mera verifica della straordinaria popolarità del capo. Viceversa l’epica renziana andava in una direzione mentre il paese arrancava in un’altra. Forse nemmeno il generale De Gaulle, uno che pure amava i plebisciti, si sarebbe azzardato a organizzarne uno in anni di “crescita zero”. Il popolo, quando viene chiamato in causa, merita di essere ascoltato e non solo utilizzato. Altrimenti si finisce per dar ragione all’ironia di Brecht, quando ammoniva i dirigenti della Germania Est che «se il comunismo non va bene per il popolo, bisogna cambiare il popolo».
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