mercoledì 11 gennaio 2017

Tullio De Mauro

Di Stefano Corriere
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Linguista, docente universitario, autore del Grande dizionario italiano dell’uso e della Storia linguistica dell’Italia unita, aveva 84 anni. Ministro della pubblica istruzione dal 2000 al 2001

Avvenire giovedì 5 gennaio 2017

L’uomo della svolta nell’indagine del lessico sociale
Tesi dell'impegno. Tullio De Mauro, autore di una prima mappa dell'alfabetizzazione italianaVermondo Brugnatelli Manifesto 6.1.2017, 0:05
Nel panorama della linguistica italiana, Tullio De Mauro ha legato il proprio nome a una svolta importante: l’apertura verso gli aspetti sociali della lingua. Il suo impegno si è espresso soprattutto nell’ambito della Società di Linguistica Italiana (di cui nel 1967 è stato uno dei fondatori), sorta per contrapporsi alla visione fino a allora prevalente nella linguistica dell’accademia, quando la lingua era studiata soprattutto nei suoi aspetti «interni», tralasciando tutto ciò che era connesso con la collettività dei parlanti. Prendere in considerazione la società con le sue complessità e diseguaglianze rompeva o turbava la geometrica armonia delle ricostruzioni storiche o degli schemi strutturali.
GIÀ CON L’OPERA di esordio, quella Storia linguistica dell’Italia unita che dal 1963 a oggi ha avuto infinite ristampe, De Mauro non aveva avuto paura di andare contro radicate certezze sulla lingua nazionale dimostrando, dati alla mano, come al momento dell’unità, essa fosse parlata soltanto da una percentuale estremamente ridotta degli italiani. L’ampio uso di strumenti sociologici, tabelle, statistiche, numeri e percentuali, era una novità assoluta nel campo della linguistica.
Il problema di un ripensamento critico dell’insegnamento, esploso con la contestazione del ’68, non risparmiò le scienze del linguaggio e venne colto da De Mauro e dalla Sli. Nacque così il Gisel (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica), che nel 1975 adottò le sue «dieci tesi per l’educazione linguistica democratica» in cui, tra l’altro, si denunciavano l’inefficacia e i limiti della pedagogia linguistica tradizionale: un testo che ha fatto molto discutere ma che ha posto problemi reali ed è diventato un riferimento indispensabile nel dibattito sulla didattica dell’italiano nelle scuole.
Se il Gisel ha la scuola come ambito privilegiato di riferimento, un altro gruppo sorto all’interno della Sli, il Gruppo di Studio sulle Politiche Linguistiche, rivolge la propria attenzione ai numerosi altri problemi della lingua nella società, la «pianificazione linguistica»: dal riconoscimento delle lingue delle numerose minoranze linguistiche del nostro paese alla situazione dei dialetti, senza dimenticare i problemi di toponomastica delle regioni mistilingui.
ANCHE IN QUESTO AMBITO De Mauro ha sentito l’esigenza di elaborare «sette tesi per la promozione di politiche linguistiche democratiche», che ne costituiscono il manifesto programmatico, datato 2013. La terminologia, («tesi», «democratico») può apparire datata e legata a un mondo ideologicamente sorpassato; ma in realtà essa dimostra come De Mauro credesse fermamente nel senso profondo del mettere al servizio della società civile le proprie competenze linguistiche, senza cedere a facili mode del momento. Perché nonostante la sua dichiarata appartenenza politica, l’orientamento di De Mauro non è mai stato astrattamente ideologico, ma poggiava su solide basi scientifiche e teoriche.



Una questione civica nella rete della lingua
Tullio De Mauro e l'enciclopedia del sapere
Raffaele Manica Manifesto 6.1.2017, 20:02
Nato glottologo e poi per tanti anni professore di Filosofia del linguaggio, Tullio De Mauro è stato anche educatore, ministro, divulgatore, direttore di imprese di cultura e tante altre cose. Ma per chi abbia frequentato da non specialista la parte tecnica dei suoi studi, restano in mente le due pubblicazioni che gli diedero subito notorietà solida e diffusa. Da una parte la Storia linguistica dell’Italia unita (1963), dall’altra l’edizione del Corso di linguistica generale di Saussure (1967). Si tratta di due libri che hanno avuto importante risonanza anche fuori del territorio specialistico, perché cadevano in un momento di svolta della cultura italiana, che si andava sprovincializzando con l’accentuare alcuni suoi tratti specifici in chiave europea.
IL CORSO di Saussure contribuì non soltanto a creare nuovo fervore intorno agli studi linguistici, ma anche a propiziare il clima della stagione dello strutturalismo, del quale era il caposaldo insieme agli studi di Roma Jakobson. È una stagione di cui molto si discute ma che, nel bene e nel male, ha segnato il tempo anche negli studi letterari. De Mauro, che pure con l’edizione e la traduzione di quel libro fondamentale aveva dato il via, la guardò svolgersi si crede con qualche distacco e non senza ironia.
La Storia linguistica dell’Italia unita è ancora oggi, con tutti gli aggiornamenti che De Mauro ha prodotto nel corso degli anni, un libro di riferimento per chi voglia non soltanto scrutare un aspetto fondamentale dell’identità italiana, ma anche per chi voglia correttamente porsi di fronte a vere persistenze e presunte novità linguistiche. Statistiche alla mano, De Mauro percorreva la storia italiana come istituto e come movimento: non un capitolo della storia italiana ma una parte costitutiva e fondamentale, al pari di altre.
QUALCHE MESE FA, gli fu chiesto dalla direzione l’editoriale per un numero di Nuovi Argomenti dedicato allo stato attuale della lingua italiana (il titolo del fascicolo, curato da Giuseppe Antonelli: Che lingua fa?). Il suo pezzo tardava ad arrivare. Si credeva per qualche intervenuta pigrizia o per qualche disguido. Invece De Mauro alla fine consegnò un ampio aggiornamento della questione della lingua in Italia nel cinquantennio che va dal centenario dantesco del 1965 al 2015. Ne risultava una lezione che non andrà dimenticata: la lingua è il bene di una comunità da osservare, curare e preservare. È una questione civica.
ERA DI GRANDE CHIAREZZA nelle idee e nell’esposizione: ciò che gli fu utile per concepire, per esempio, una specie di enciclopedia del sapere di altissima divulgazione: i Libri di base. Insomma: attraverso le parole ragionava di ogni cosa e a diverse altezze. Lo testimonia anche la sua autobiografia: un mondo percepito fin da ragazzo attraverso le parole. Tra le parole e le cose, fin dall’inizio, ci fu per lui un andare e venire completo, una corrispondenza perfetta. Le sue conoscenze da ragazzo furono, diceva, delle vere e proprie epifanie linguistiche, delle rivelazioni della realtà.
Era naturale capire da lì che le parole – la loro storia e sostanza – sarebbero state il suo destino, non solo di studioso.
NELLA POSTILLA FINALE di Parole di giorni lontani, la prima parte dell’autobiografia, aveva scritto: «anche nella sfera personale ogni volta che si propongono questioni su inciampi e incomprensioni linguistiche, su come davvero siamo riusciti a conoscere una certa parola, e a entrare in una lingua e a farla nostra, emergono e si impongono altri problemi che investono strati profondi della nostra individualità, i rapporti con gli altri, le nostre memorie e speranze, la percezione della nostra identità».

Uno stile adatto all’urgenza dei tempi
In morte di Zygmunt Bauman. Negli anni Novanta, il filosofo e sociologo orientò i suoi testi verso una comunicazione veloce. E pur parlando di globalizzazione, lavoro, incertezza e amore, diventò un autore di successo, amato dal grande pubblicoGiuliano Battiston Manifesto 10.1.2017, 20:26
È all’inizio degli anni Novanta, con Le sfide dell’etica (Feltrinelli), che Zygmunt Bauman imbocca la strada che nei decenni successivi lo avrebbe reso celebre in tutta Europa, rendendolo un autore di successo, amato dal grande pubblico.
UNA STRADA PERCORSA in modo consapevole. Scelta, non a caso, dopo aver abbandonato l’insegnamento all’università di Leeds, ultimo approdo di una peregrinazione che dall’università di Varsavia lo avrebbe condotto fino a quelle di Haifa e Tel Aviv, presto abbandonate per l’impiego nel Regno Unito, dove è morto ieri. Negli anni Novanta il sociologo polacco si dichiara deluso. Intorno ai concetti di postmodernità e postmodernismo, sui cui pure aveva ragionato a lungo, si era creata una «grande confusione semantica».
BAUMAN È MOSSO da un obiettivo preciso. Intende analizzare continuità e discontinuità nella modernità – che per lui è un «uno stato di modernizzazione permanente, ossessiva e compulsiva» –, mentre quei termini alludono soltanto alla discontinuità, a una «collezione di assenze». Decide dunque di archiviarli, concentrando l’attenzione su quello «spazio globale» di cui inizia a parlare in modo esplicito proprio in alcune pagine de Le sfide dell’etica. La scelta lessicale, il passaggio dal «postmoderno» al «globale» riflette anche una scelta stilistica, un nuovo orientamento verso i destinatari dei suoi testi: Bauman abbandona il tradizionale stile accademico, con le sue formule espressive rigidamente codificate e le sue precise esigenze editoriali, e ne adotta uno più frammentario, veloce, adatto a un pubblico ampio ed eterogeneo. Uno stile nuovo, consono all’urgenza dei tempi, alle «multiformi trasformazioni che stanno investendo la condizione dell’uomo di oggi», come scrive alla fine degli anni Novanta in Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone. Si tratta di un testo esemplare, già dal titolo: come ricorda Keith Tester ne Il pensiero di Zygmunt Bauman (Erikson 2005), «Bauman avrebbe elaborato una sociologia articolata su due livelli di studio della condizione umana, quello ’meta’ e quello, più circoscritto, della ’politica della vita’».
Al primo livello Bauman si occupa della globalizzazione, sul secondo livello analizza la modernità liquida, la liquefazione di quei modelli di dipendenza e interazione, dall’amore al lavoro, sui quali avrebbe costruito i suoi testi più fortunati e senza i quali non rimane che un Mann ohne Verwandtschaften, un uomo privo di legami, «tipico abitante della nostra società liquida-moderna», modellato non a caso sulla falsariga di quell’Uomo senza qualità descritto da Musil, uno degli scrittori insieme a Kundera, Perec, Borges con cui Bauman ha dialogato a distanza per tutta la vita.
PER L’AUTORE de La società sotto assedio l’affermarsi dei processi di globalizzazione – il divorzio tra potere e politica caratteristico della modernità degli Stati-nazione – conduce infatti alla riduzione dei problemi sistemici, creati a livello sociale, in questioni meramente personali, da affrontare individualmente. Sono ormai lontani sia Freud che Lévinas: sia l’idea che, per funzionare, una civiltà debba reprimere il principio di piacere, sia l’idea che la società sia innanzitutto un meccanismo per «ridurre la responsabilità verso-l’Altro», illimitata. La responsabilità, dice Bauman, «ormai si esaurisce nella responsabilità verso se stessi». O almeno così appare. Perso in una società globale ma individualizzata, alla continua ricerca di una gratificazione istantanea, espulso ai margini della società da processi economici che appaiono irreversibili, l’individuo rischia infatti di dimenticare le «ancora occulte possibilità umane». Rischia di scordare che ogni ordine sociale, anche se presentato come necessario e inalterabile, non è che provvisorio, revocabile e contingente.
COMPITO DELLA SOCIOLOGIA, ha ribadito Zygmunt Bauman fino all’ultimo, è interrogarsi su quelle possibilità. Partendo dalle domande giuste: perché «nessuna società che dimentichi l’arte del porsi domande o che permetta a quest’arte di cadere in disuso può sperare di trovare risposte ai problemi che l’assillano, certamente non prima che sia troppo tardi e che le risposte, benché corrette, siano divenute irrilevanti».

Il primato della parola su pensiero e pulsioni   
Ritratti. Il grande linguista italiano Tullio De Mauro è morto ieri nella sua casa romana, all'età di 84 anni. Non si pensa e poi si parla, non si sente e poi si cerca di mettere in parole sentimenti: questa la sua lezione
Marco Mazzeo Manifesto 6.1.2017, 0:04
Esistono due discipline imparentate tra loro che spesso, come accade in ogni famiglia degna di questo nome, si guardano in cagnesco. La prima è la linguistica, scienza rigorosa che punta a una descrizione fine dei più diversi fatti di parola: la sintassi e la grammatica, la trasformazione fonetica o i problemi generati dal lessico di qualunque lingua umana. La seconda, una strana creatura dal nome «filosofia del linguaggio», sembra librarsi, eterea, nel cielo della speculazione teorica. Non di rado questa diffidenza produce una cecità al quadrato. La linguistica rischia di perdersi nel dettaglio, senza riuscire a fornire uno sguardo di insieme circa il significato antropologico di quel fenomeno, umano e multiforme, che chiamiamo «parlare».
DI CONTRO, LA FILOSOFIA del linguaggio mainstream si ritrova sull’orlo di una crisi di nervi perché cede volentieri alla tentazione di fare filosofia a partire da una lingua, la propria: stranamente le forme più diverse che il linguaggio assume nella vita umana non collimano con le idiosincrasie del parlante di Oxford o della Stanford University.
Tullio De Mauro è stata una figura decisiva del Novecento italiano poiché ha puntato a un profondo rinnovamento teorico proprio a partire dall’incontro tra linguistica e filosofia. Ha lavorato con metodo a smantellare la caricatura che contrapporrebbe il linguista pignolo al filosofo evanescente. Ricerche divenute oramai classiche come la Storia linguistica dell’Italia unita (1963) o il Grande dizionario italiano dell’uso (Utet, 1999-2007) rischiano di mettere in ombra una parte decisiva della sua produzione intellettuale.
Tramite la traduzione (con note di commento teorico e ricostruzioni storico-biografiche tuttora imprescindibili) del Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure (1967), De Mauro ha offerto agli studiosi di tutto il mondo il profilo di un pensatore decisivo per la riflessione sul linguaggio del Novecento. Il titolo dell’opera non deve ingannare. Si tratta di un testo fondamentale non solo per le scienze del linguaggio. Saussure insiste, infatti, nel far vedere perché le lingue siano dei fenomeni storici.
Negli scritti del Saussure esplorato da De Mauro diventa evidente come le lingue siano per molti versi il cardine delle trasformazioni storiche umane e degli assetti istituzionali. Il tempo delle lingue non è il tempo della deriva dei continenti, né quello delle mutazioni genetiche. È il tempo propriamente umano nel quale reale e possibile si intrecciano in modo inscindibile: nel futuro anteriore di chi pensa a come sarà il mondo dopo averlo ribaltato; nel congiuntivo delle Slinding Doors che animano la vita di ciascuno («se quel giorno fossi tornato prima…»), nel presente storico di chi parla del passato come se quel momento fosse qui e ora.
Non importa si parli del ruolo della televisione nella diffusione nazionale di una lingua standard, dei problemi presenti nel Tractatus di Wittgenstein o nel rapporto di somiglianze e differenze tra la comunicazione delle api e il linguaggio umano.
La dimensione storica rimane al centro di una produzione teorica multiforme ma null’affatto sfocata. Senza cedimenti al pensiero debole degli anni Ottanta, questo filosofo-linguista continua a far battere la lingua dove il dente ancora duole. Si provi, oggi, a parlare della storia come categoria decisiva per la filosofia del linguaggio e si farà la fine di un centrifugato di verdure: sbarellati tra riduzionismo evoluzionista (gli umani parlano perché conviene), rigidità del logico (l’italiano è brutta approssimazione di un sistema formale) e le suggestioni post-coloniali di chi si perde nella sfumature dello slang, sempre anglofono, di Baltimora.
SENZA CONCEDERE NULLA al relativismo di chi sostiene che in fondo il significato non esiste e tutto è interpretazione, De Mauro insiste su un punto antropologico fondamentale. Non si pensa e poi si parla; non si sente e poi si cerca di mettere in parole sentimenti poiché la facoltà biologica del linguaggio è la lente focale in grado di dare definizione ai nostri pensieri, alle nostre pulsioni e alle nostre azioni. Se si tiene a mente questo nodo, il lavoro di ricerca teorica e di insegnamento accademico di De Mauro mostra con chiarezza la coesione che lo ha animato.
La facoltà è biologica, non c’è dubbio, ma senza storia essa è nulla: ben che vada, può condurre allo sgambettio quadrumane di un piccolo d’uomo allevato dai lupi. Le parole, infatti, non sono il prodotto secondario di pensieri precedenti, ma una forma tipica della cognizione umana: lavorare a vocabolari o lessici di frequenza significa spalancare le porte a veri e propri laboratori viventi. Significa guardare dal vivo il modo nel quale pensa, soffre e desidera un gruppo di parlanti in carne e ossa.
Uno dei testi internazionalmente più noti, Introduzione alla semantica (1965), insiste proprio su questo punto. L’obiettivo è la costruzione di una piccola genealogia del Novecento nella quale individuare alcuni riferimenti decisivi per chi concepisce il linguaggio come forma cardine delle istituzioni e della vita umana: «primato della prassi», queste sono le parole con le quali si conclude un libro che mette in fila il linguista Saussure con i filosofi Benedetto Croce e Ludwig Wittgenstein. Per la medesima ragione, ancora negli anni Novanta, durante i corsi universitari alla Sapienza che De Mauro organizza con alcuni compagni di viaggio della cosiddetta «scuola linguistica romana» era possibile fare gli incontri più diversi.
DALLA LETTURA SISTEMATICA de La diversità delle lingue di Humboldt si passava a un seminario sui sistemi di comunicazione dei delfini. Il giovedì mattina il laboratorio per una scrittura comprensibile e chiara (il contrario della mitologica «scrittura creativa») era seguito dalla lettura delle Ricerche filosofiche, dalla discussione della semiotica di Louis T. Hjelmslev, della linguistica di Antonino Pagliaro o del libro Pensiero e linguaggio del sovietico Lev S. Vygotsky. E non vi era nulla di cui stupirsi.

De Mauro, il linguista in cammino che non aveva paura del web Morto a Roma a 84 anni. Alla testa del premio Strega, un’esperienza come ministro dell’Istruzione Tra cultura e impegno politico, ha studiato le trasformazioni dell’italiano e il ruolo dei dialetti Mirella Serri Busiarda 6 1 2017
«Sono un ostinato camminante», diceva di sé stesso: fino a qualche giorno fa per le strade alberate del romano quartiere Coppedè ci si poteva imbattere nel professor Tullio De Mauro che procedeva con la sigaretta in mano e il bavero del giaccone rialzato. Da ieri non incontreremo più il grande linguista, docente universitario, collaboratore di prestigiose testate come Il Mondo, che se n’è andato improvvisamente all’età di 84 anni.
Notissimo anche a livello internazionale per i suoi saggi, ministro dell’Istruzione dal 2000 al 2001, De Mauro, nato a Torre Annunziata, è stato uno dei più importanti intellettuali del Novecento e ha imposto straordinarie novità alla cultura italiana con le sue «camminate» scientifiche. Ha sempre avuto un «paso doble»: cultura e politica si sono strettamente intrecciate nella sua intensissima attività. È stato fondatore e presidente della Società di Linguistica Italiana, membro dell’Accademia della Crusca, animatore di ricerche di linguistica teorica, di storia della lingua, di semantica e di semiotica. E si è sempre impegnato anche nelle istituzioni: consigliere della Regione Lazio, presidente delle Biblioteche di Roma, è poi giunto alla carica di ministro. Nelle sue opere ha tenuto insieme le trasformazioni del linguaggio e quelle degli italiani, l’industrializzazione, i mutamenti sociali e l’importanza del cinema, della radio e della televisione, la dialettologia, il parlato comune (analizzato in Guida all’uso delle parole), la cultura popolare, la didattica e il ruolo degli insegnanti (approfonditi in Scuola e linguaggio).
Laureatosi in Lettere classiche nel 1956, De Mauro si è imposto all’attenzione dei lettori con L’introduzione alla semantica, che apriva orizzonti assolutamente sconosciuti per il pubblico dello Stivale, seguita da Senso e significato sui problemi della semiologia. Ha insegnato nelle università di Napoli, Chieti, Palermo e Salerno, per approdare alla Sapienza di Roma: rigoroso, sempre disponibile e per nulla severo, era amatissimo dai suoi allievi. A quelli che si lamentavano per la fatica degli studi ogni tanto ricordava che, diretto in pullman verso le sue sedi universitarie, aveva scritto diversi libri con il dizionario sulle ginocchia. Così aveva visto la luce un testo fondamentale: la traduzione, l’introduzione e il commento al Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure, che portava in Italia le rivoluzionarie acquisizioni del linguista ginevrino.
De Mauro era un parlatore facondo e ricco di aneddoti. Solo su una vicenda preferiva tacere: la tremenda scomparsa del fratello, il giornalista dell’Ora Mauro De Mauro che stava indagando, per conto del regista Franco Rosi, sugli ultimi giorni di vita di Enrico Mattei e che venne rapito da sconosciuti la sera del 16 settembre 1970, senza mai essere ritrovato.
Tra i molteplici interessi del docente un posto di rilievo toccava alla letteratura italiana: nella monumentale Storia linguistica dell’Italia unita, più volte ripubblicata, e nella Storia linguistica dell’Italia repubblicana De Mauro sovvertiva i canoni interpretativi e si applicava all’uso della lingua italiana nella poesia e nella prosa letteraria. Il suo cuore palpitava non solo per i grandi classici, Dante, Petrarca, Boccaccio, ma anche per gli autori moderni, da Leonardo Sciascia a Pier Paolo Pasolini ad Andrea Camilleri con cui scrisse La lingua batte dove il dente duole, dedicato al rapporto degli italiani con il dialetto «che non è solo la lingua delle emozioni. L’ho capito proprio in Sicilia, quando sono arrivato come professore all’università, accolto dalle famiglie dei colleghi che quando si mettevano a discutere abbandonavano l’italiano e scivolavano verso il dialetto».
Da presidente della Fondazione Bellonci che gestisce il premio Strega era solito dire che si sentiva con «le mani in pasta» ovvero che quell’incarico gli permetteva di captare i cambiamenti della letteratura più recente. Raccontava che il suo compito di ministro dell’Istruzione lo aveva aiutato ad allontanare tanti pregiudizi sul funzionamento della macchina burocratica e gli aveva fatto toccare con mano che «l’indice di produttività» di un paese è assolutamente interconnesso con il suo livello di cultura. Se ne era reso conto, per esempio, quando in Parlamento aveva risposto all’interrogazione di una deputata (che peraltro era insegnante). «Dissi: “L’onorevole preopinante” (colui che ha appena dubitato, opinato). Lei mi interruppe: “Come si permette di offendere?”».
Non a caso, lui che aveva curato il Dizionario della lingua italiana e il Grande dizionario italiano dell’uso, di recente si era rivolto sempre più all’analisi della perdita delle competenze linguistiche dopo la fine della scuola. Ma il professore era abituato a guardare avanti: nutriva così una notevole fiducia nel web e nella capacità di integrare insegnamento e uso della rete da parte di docenti e allievi. Il linguista-viaggiatore non amava mai fermarsi.
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Amava i numeri: per guardare in faccia la realtà del Paese Linda Laura Sabbadini Busiarda
Il linguista che amava i numeri. Non i numeri qualunque, i numeri ufficiali, su fenomeni rilevanti socialmente, per misurare il progresso sociale e culturale del Paese. Ho avuto il privilegio di collaborare con Tullio, da quando ero giovane ricercatrice dell’Istat, e cercavo di trovare le soluzioni adeguate, in termini di misurazione, agli interrogativi che poneva per capire lo sviluppo culturale del Paese. Era la fine degli Anni 80. Ho continuato fino a quando, direttora del Dipartimento delle Statistiche sociali e ambientali, abbiamo insieme lavorato per la misurazione del benessere equo e sostenibile.
Il suo contributo è stato fondamentale per lo sviluppo delle statistiche culturali. Il suo spessore intellettuale era entusiasmante. Sempre nuove sfide. Prima la misurazione dell’uso dei dialetti nel nostro Paese, esclusivo o alternato all’italiano nei diversi ambiti sociali, in famiglia, con amici, con estranei. Poi la necessità di individuare quante persone usavano le lingue protette per legge, della cui reale diffusione sul territorio nulla si sapeva. Poi la misurazione della lettura non solo dei libri, ma dei giornali di tutti i tipi, e dei piccoli dettagli, delle notizie lette, perché - diceva - bisogna scovare tutti quelli che leggono nel nostro Paese, anche se si interessano solo delle lettere al direttore. Perché quanto meno leggono, tanto più sono a rischio di non leggere più.
Quindi il contributo alla misurazione delle difficoltà nell’uso della lingua italiana da parte dei migranti e l’analisi e la misurazione del linguaggio d’odio veicolato dai mezzi di comunicazione tradizionali e dai nuovi social media. Infine, la grande attenzione all’analfabetismo, sia funzionale sia strumentale. Si trattava di misurare non solo il numero di persone che non erano capaci di decifrare uno scritto, ma anche quello di chi non riusciva a comprendere un testo.
Si arrabbiava tantissimo, se si consideravano analfabeti solo coloro che non sapevano leggere e scrivere. Esortava a misurare le reali competenze linguistiche e di calcolo della popolazione. E fu molto contento quando Statistics Canada avviò la progettazione delle indagini sulle competenze degli adulti e l’Ocse se ne fece carico in numerosi Paesi. Perché non basta aver imparato a scuola a leggere, scrivere e fare i conti. Si può tornare indietro. E se si è più analfabeti e meno istruiti, e competenti, si diventa più manipolabili e più esclusi.
Tullio De Mauro è stato un linguista, ma ha inciso tanto anche sui numeri del Paese. Come ha scritto, voleva numeri ufficiali per «guardare in faccia la realtà italiana, maschile e femminile».

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LA VERA EREDITÀ DI TULLIO DE MAURO 

PAOLO DI PAOLO Rep 8 1 2017
SI TRATTA di una coincidenza, ma fa effetto. Ieri, nella stessa giornata della commemorazione pubblica di Tullio De Mauro, sono apparsi sulla stampa gli ultimi dati Istat sui consumi culturali nel nostro Paese: un italiano su cinque non sfoglia mai i giornali e non apre un solo libro all’anno. È intorno a queste cifre — preoccupanti e purtroppo stabili — che De Mauro si è battuto per decenni, richiamando la necessità di proiettarle su un piano concreto di azione politica.
«SAREI felice se sapessi parlare della cosa con sorridente levità. Mi riesce difficile», scriveva su questo giornale nel gennaio del 2008. Commentava un dato parallelo a quelli emersi ieri: solo il 20 per cento dei bambini e ragazzi italiani cresce in case con più di cento libri. Nelle prime, sincere parole dell’articolo c’è già tutto lui: era tra i pochissimi a non ragionare di cultura come di un lusso, di un privilegio. Non gli interessavano gli aspetti esteriori, compiaciuti e perfino frivoli del discorso culturale; non era fra chi esibisce la propria biblioteca domestica come un museo del narcisismo. Semmai, si preoccupava del fatto che la distanza media dalle biblioteche pubbliche, nei piccoli centri e nelle periferie, non rispettasse quella suggerita dagli standard internazionali. Gli stava a cuore la “crescita complessiva” delle capacità culturali della popolazione adulta, la necessità di elaborare in questa prospettiva strategie, programmi, di rinsaldare l’alleanza fra scuole, università e società civile. Basta affiancare interventi scritti a distanza di anni per avere la prova di un impegno inesausto e coerente, mai inquinato dai pregiudizi: nel novembre del 1992, ancora su Repubblica, provava a smontare l’intramontabile luogo comune «i giovani non leggono, i giovani sono ignoranti, i giovani parlano male». Si arrabbiava vedendo alterati malamente, da «lamentosi e superficiali anziani», i dati di fatto: nella lettura di libri non scolastici le fasce giovani occupano una posizione di primato. È ancora così. «Se ragli si sentono, vengono da un’altra parte».
Abbiamo perso anni dietro agli stessi luoghi comuni, abbiamo perso tempo con campagne discutibili sul “piacere della lettura”, a propagandare in modo patetico e inefficace solo la nostra presunta nobiltà di lettori. «Leggere è tutt’altro che facile: osserva un bambino mentre sta imparando e lo capisci», sono parole di De Mauro. Eravamo davanti a un pubblico, un paio di anni fa, gli sottoponevo la solita solfa sul bello della lettura; ricordo che le pronunciò voltandosi verso di me e guardandomi. L’effetto di una doccia gelata. Non è forse questo, un maestro? Qualcuno che ti riporta davanti agli occhi una verità elementare e inoppugnabile che ignoravi o che avevi trascurato. De Mauro, in mezzo secolo di lavoro, lo ha fatto spesso, ponendo una fitta serie di domande. Per esempio: perché, a tutt’oggi, nell’opinione comune, «chi conosce a memoria una poesia di Montale è colto, chi non la conosce non lo è? Può essere un grande matematico o biologo, ma non conosce Montale: non è colto». Perché siamo ancora così indietro nel chiamare cultura intellettuale la dimensione scientifica, tecnologica e operativa del sapere? Perché non facciamo sforzi sufficienti — fino a renderli «il fulcro della politica» — sulla cultura diffusa, su ciò che consente a ciascun cittadino «la piena autonomia di movimento nella società »? Perché (e se ne è occupato nell’ultimo articolo pubblicato su Internazionale) in uscita dalle scuole superiori non si registrano progressi ma stasi o regressi? Perché ragioniamo, anche giornalisticamente, di “spese scolastiche” e non di “investimento redditizio”? Perché digeriamo ancora male l’idea che la capacità di inclusione costituisca il merito di una scuola «non meno della capacità di far ottenere bei voti agli allievi»? Perché non ci preoccupiamo di quell’ampia percentuale di italiani adulti succubi di maghi e guaritori? Perché non mettiamo in cima alle priorità il 70 per cento di cittadini con competenze insufficienti di lettura e ragionamento matematico? Perché il tema dell’«istruzione permanente degli adulti» è così poco frequentato? Ecco, direi così: sul tema dello sviluppo culturale, accanto a molte risposte, Tullio De Mauro ci ha lasciato tutte le domande giuste. È un’eredità grande e impegnativa.
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COSA MI HA INSEGNATO IL MAESTRO DE MAURO 

MARCO ROSSI-DORIA Rep 6 1 2017
LA MORTE di Tullio De Mauro — per migliaia di persone di scuola — suscita un sentimento di grande perdita e, insieme, di riconoscenza e gratitudine. È stato per tanti di noi un maestro. Noi giovani insegnanti degli anni Settanta e Ottanta eravamo “presi in mezzo” tra il dialetto, spesso vivissimo, dei nostri ragazzini poveri, che dava vita ai loro sogni e alle mille vicende dell’esperienza quotidiana e la urgenza di insegnare bene l’Italiano perché era — lo sapevamo — la vera porta verso il mondo, il sapere in ogni disciplina, l’emancipazione da una marginalità che minacciava di essere per tutta la vita. Noi volevamo dare piena dignità all’una e all’altra cosa. Per questo, leggere quel capolavoro che è la Storia linguistica dell’Italia unita è stato come una mano che ti accompagna e ti fa mettere insieme, ogni giorno in classe, lingua e vita.
Questo è stato grazie a quella rarissima qualità di un grande accademico che ha sempre lavorato con la scuola di ogni giorno, la scuola dell’infanzia, primaria, media. Su un piano di assoluta, naturale parità. E oggi ancor più proviamo riconoscenza — in questo tempo di troppe parole vaghe — per il suo parlare e scrivere tanto rigoroso quanto comprensibile a tutti e ogni volta costruttivo, ironico, divertente. E ci mancherà la passione civile incrollabile che gli faceva ripetere che avrebbe voluto avere «una voce ben più tonante» per denunciare la tragedia rappresentata da ciò che egli chiamava la de-alfabetizzazione degli italiani che è il grande, crescente vuoto che sta alla base della crisi politica, economica, sociale e etica che viviamo.
Una parte grande della sua passione di intellettuale che pensa alla politica come autentico servizio, Tullio la ha dedicata alla difesa della scuola della Repubblica nel nome dell’articolo 3 della Costituzione. Perché riconosceva nella scuola la più grande arena nella battaglia per l’eguaglianza.
Ricordo quando venne, da ministro, nelle aule della scuola “Pasquale Scura” nel mezzo dei Quartieri Spagnoli di Napoli per sostenere il nostro sperimento di scuola di seconda opportunità, Chance: «Sono venuto a capire cosa state combinando qui e se ci può essere utile, per tutti». Lo ricordo in piedi, a parlare, anche in dialetto, a tu per tu, faccia faccia, con i ragazzi, il suo sedersi, non badando ai tempi della visita ministeriale, con noi tutti — docenti, dirigente, bidelle, mamme, educatori — per ascoltare a lungo e capire come generalizzare il nostro programma d’azione, per riportare a scuola chi era già fuori.
Tullio non si è mai rassegnato alla marginalizzazione dei ragazzi poveri e alla caduta della funzione di promozione culturale e sociale della nostra scuola, anche nel confronto internazionale. La sua severa e informata indignazione non era solo perché la de-alfabetizzazione funzionale di troppa parte della popolazione è un danno per il Paese; Tullio sapeva davvero bene che era, al tempo stesso, un danno per quel ragazzo lì, per la sua vita. E per questo si batteva per una scuola pubblica davvero capace di accompagnare tutti ma soprattutto ciascuno.


Tullio De Mauro  L’erudito gentile che restituì valore civile alla nostra lingua

FRANCESCO ERBANI Rep 6 1 2016
TULLIO DE MAURO conobbe don Lorenzo Milani a metà degli anni Sessanta, poco prima che il priore di Barbiana morisse. La sua scuola nel Mugello la visitò soltanto dopo. Una volta, qualche tempo fa, descrivendone le povere suppellettili, la carta geografica sdrucita su una parete e andando con la memoria a quella dedizione totale per il fare scuola, portò di scatto le mani al volto e la commozione compressa sfociò in un pianto. Quando si riprese, fece per scusarsi e passò al registro dell’ironia, come a dire: ci sono ricascato. Un po’ di anni prima, infatti, parlando in pubblico della condizione degli insegnanti — forse era già ministro dell’Istruzione — gli era capitato ancora di commuoversi. Suscitando anche commenti non benevoli.
De Mauro, che ieri si è spento a 84 anni — era nato a Torre Annunziata, in provincia di Napoli, nel 1932 — era fatto così. La tempra di studioso irrorava quella emotiva. La vita lo aveva scosso. Il fratello Franco morì in guerra. Mentre Mauro, l’altro fratello, dopo una giovinezza tormentata, arruolato nella Repubblica di Salò, giornalista d’inchiesta all’”Ora” di Palermo, grande tempra di cronista investigativo, fu se
questrato e ucciso dalla mafia nel 1970 e il suo corpo non è mai stato rinvenuto. Tullio parlava poco di Mauro, riversando però ogni energia affinché sulla sua fine fosse fatta piena luce.
Tullio De Mauro veniva da una rigorosa formazione classica e aveva introdotto in Italia una disciplina non proprio aderente ai canoni dominanti, la linguistica. Possedeva un profilo scientifico indiscusso in ambito internazionale dovuto allo straordinario merito di aver ricomposto filologicamente, nel 1967, il Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure, fino ad allora conosciuto in una versione fondata soprattutto su appunti di allievi e che però ne riduceva la forza innovativa non solo per la linguistica ma per la cultura tutta del Novecento. Il rapporto fra langue e parole, l’arbitrarietà del segno linguistico sarebbero entrate, dopo la sua edizione laterziana, nel lessico scientifico e avrebbero emancipato la linguistica dalle sue radici glottologiche o storico-comparative, rendendola una disciplina autonoma, sia di impianto filosofico sia di rilevanza sociale. De Mauro fu il primo insegnante di Filosofia del linguaggio e poi di Linguistica generale. E dalla sua scuola sono uscite generazioni di studiosi.
Ma pur avendo frequentato stabilmente i piani alti della cultura, De Mauro era uno dei pochi intellettuali che non si è mai stancato di percorrere per intero il tracciato della produzione e della trasmissione del sapere, dalle vette più elevate della riflessione fino all’ordinamento delle scuole primarie. Un impegno manifestato anche presiedendo la Fondazione Bellonci, e curando il Premio Strega. Lo interessavano il sapere che produce altro sapere e ciò che accade nella cultura diffusa, convinto che un Paese civile, se ha a cuore la tenuta democratica, deve curare entrambe le faccende. Una rivista che dirigeva all’università di Roma aveva come titolo Non uno di meno. E fra i maestri ai quali era devoto figurava Guido Calogero, grande studioso di filosofia teoretica, che però, dalla fine degli anni Quaranta in poi, animò il dibattito sulla scuola che poi produsse, nel 1962, una delle vere, profonde riforme italiane, quella della media unificata. «Poco male», aggiungeva De Mauro, «se Calogero per girare l’Italia discutendo di pedagogia, di filosofia del dialogo, non abbia mai completato la storia della logica antica cui teneva tanto». Quasi a dire che l’innalzamento dell’obbligo scolastico a tutte e a tutti poteva anche valere qualche sacrificio scientifico. La Storia linguistica dell’Italia unita, uscita da Laterza nel 1963, sta in questa linea di pensiero. Il saggio ebbe grande fortuna. Non è una storia della lingua italiana, ma degli italiani attraverso la loro lingua. È una storia sociale e culturale, economica e demografica, narra di un paese che ha mosso passi da gigante, ma in cui nel 1951 quasi il 60 per cento della popolazione non aveva fatto neanche le elementari. Si parla di città e campagna, periferie urbane, Nord e Sud. Quando nel 2014 pubblicò un prolungamento di quell’indagine in Storia linguistica
dell’Italia repubblicana
(sempre Laterza), De Mauro specificò che una storia linguistica racconta una comunità che può parlare anche altre lingue. Per esempio il dialetto, che per lui non era per niente morto e anzi arricchiva le modalità di comunicazione. Comunque non si poteva non rilevare il tumultuoso convergere della comunità nazionale verso una lingua unitaria. Un fenomeno che induceva a guardare al nostro Paese senza categorie semplificatorie, tutto bianco o tutto nero, ma distinguendo, analizzando — uno degli attributi fondamentali nell’insegnamento e della pratica scientifica di De Mauro.
Restavano ai suoi occhi e un velo di sofferenza gli procuravano i veri fattori di arretratezza. Le indagini internazionali attestano che in Italia, al di là dell’analfabetismo, solo una quota oscillante fra il 20 e il 30 per cento della popolazione, ma paurosamente declinante verso il 20, ha sufficienti competenze per orientarsi in un mondo complesso. Per leggere e capire, spiegava, le istruzioni di un medicinale o le comunicazioni di una banca. E dunque per essere cittadini. La scuola, agli occhi di De Mauro, aveva meno responsabilità di quanto si pensasse e di quanto succedeva fuori di essa e dopo di essa. È qui, in famiglie dove non circolano libri, che si disperde quello che la scuola, con tutti i suoi limiti, trasmette. E di qui muoveva la sua invocazione insistente di un sistema capillare di biblioteche o del long life learning, che un tempo si chiamava educazione permanente, educazione degli adulti.
Al fondo delle tormentate indagini di De Mauro c’è sempre la critica a una nozione restrittiva della parola “cultura”, una nozione che vedeva dominante in Italia, una nozione per cui è cultura ciò che ha a che fare con l’erudizione (e De Mauro erudito lo era a titolo pieno). La sua era invece una nozione larga, che assimilava concetti dall’antropologia all’etologia, che si riferiva alla tradizione di Carlo Cattaneo e Antonio Gramsci. E che risaliva al Kant della Critica del giudizio, laddove il filosofo istituiva un continuum fra la cultura delle abilità necessarie alla sopravvivenza e la cultura delle arti, delle lettere e delle scienze. Kant e don Milani: un tracciato che De Mauro ha colmato con i suoi studi e una vita militante.
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LA MENTE E LO SPIRITO 

STEFANO BARTEZZAGHI Rep
Si sporse dalla sua sedia e mi parlò lontano dal microfono.
Di fronte a noi, cinquecento insegnanti seguivano una tavola rotonda su lingua italiana e comprensione del testo; si stava avvicinando il momento topico delle domande ai relatori. A bassa voce, mi disse così: «Sei il moderatore di questo incontro.
Prima di dare la parola al pubblico ti suggerirei di ricordare che per “domanda” si intende una (e una sola) frase, seguita da un punto interrogativo». Ovviamente lo feci, ovviamente non servì a nulla (con un saluto alla «comprensione del testo»), se non a confermarmi quello che avevo intuito la prima volta che incontrai Tullio De Mauro (si era casualmente seduto vicino a me in treno): era un uomo eminentemente spiritoso. Dalla sua Storia linguistica dell’Italia unita del 1963 all’edizione del
Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure, dall’idea della collana dei Libri di Base per gli Editori Riuniti al suo Grande dizionario italiano dell’uso
(Utet), dall’attività accademica a quella politica, i meriti della sua attività scientifica, divulgativa, sociale e istituzionali andranno valutati assieme ai limiti. Ma nel frattempo a me non sfugge che la dolorosa notizia è arrivata il 5 gennaio, il giorno in cui Umberto Eco avrebbe compiuto 85 anni.
Anche lui del 1932, De Mauro li avrebbe compiuto a marzo. Erano coetanei, oltre che amici e spesso complici, questi due punti di riferimento di mezzo secolo abbondante di cultura italiana.
Linguaggi e comunicazione erano per entrambi oggetti di sguardo disciplinare, ma anche di rapporto con società, politica, filosofia, scienza, didattica. Per entrambi il grado di diffusione della cultura era un indice sicuro di civiltà e per entrambi il sense of humour era un indice sicuro di propria versatilità mentale. Nel libro-intervista La cultura degli italiani con Francesco Erbani, De Mauro cita un dato che dà da pensare. In passato, il grado individuale di cultura era in rapporto diretto con il reddito della famiglia di origine. Oggi è invece in rapporto con il numero di libri presenti nella casa in cui si è nati. Forse è stata proprio la capacità di cercare dati come questo, e interpretarli, a fare in modo che figure come quella di Tullio De Mauro abbiano rivestito un ruolo in cui oggi appaiono insostituibili. Gli intellettuali non si distinguono per serietà. Si distinguono per le frasi alla cui fine aggiungono un punto interrogativo e per quelle nuove, con cui hanno saputo rispondere.


Giuliano Amato “Un ministro professore che non fu mai elitario” 

ALBERTO D’ARGENIO Rep
Il premier che nel 2000 lo chiamò alla guida della Pubblica istruzione rievoca quei giorni “Quanti tormenti sulla riforma universitaria...”

«Un intellettuale di sinistra non elitario, un ministro dalla sensibilità istituzionale unica, un amico da tempo immemorabile». Tullio De Mauro viene ricordato così da Giuliano Amato, l’uomo che da presidente del Consiglio volle il celebre linguista al suo fianco come ministro della Pubblica istruzione nel governo 2000-2001. La voce di Amato è addolorata: «La notizia della sua scomparsa mi ha molto turbato — racconta quasi sussurrando — con Tullio ci eravamo visti due o tre settimane fa per presentare un libro ed ero stato felice di vedere quanto fosse vivace e come sempre limpido nel parlare del tema che amava di più, la lingua italiana. Leggere a poche settimane di distanza la notizia della sua scomparsa è sconvolgente ».
Presidente, a suo modo di vedere qual’era la cifra del Tullio De Mauro intellettuale?
«Io lo conoscevo da un numero immemorabile di anni, non ricordo nemmeno da quando, e ho sempre apprezzato il professore di lingua e di letteratura che, a differenza di molti intellettuali di sinistra, non aveva nulla di elitario».
Cosa intende per non elitario?
«Voglio dire che apprezzare la televisione a suo tempo non era affatto di sinistra, però capire che per milioni di italiani quello era un veicolo di formazione linguistica e quindi identitario per gli italiani secondo me di sinistra lo era e solo lui lo capì. Solo lui vide nella televisione il completamento dell’opera della scuola nel formare gli italiani e la nostra lingua ».
Qual’è invece il suo ricordo del De Mauro ministro della Pubblica istruzione nel governo da lei presieduto?
«Lui fu un ministro professore, del resto l’Italia aveva una sia pur limitata tradizione di ministri grandi uomini di lettere a partire da Francesco De Sanctis, Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Lui si inseriva in questo piccolo lotto».
E come si muoveva l’intellettuale nell’universo della politica?
«Da uno così magari ti potresti aspettare che con l’autorevolezza che ha nel mondo accademico e letterario stia sulle sue, guardi la gente dall’alto in basso. Ma lui no, lui era tutto il contrario ».
Qual’è l’atteggiamento per il quale lo ricorda in quei due anni di governo vissuti insieme?
«Io che gli ero amico da anni ero stupito di vederlo arrivare nel mio ufficio a Palazzo Chigi molto di frequente per discutere con me decisioni che doveva prendere e che secondo lui avevano un risvolto di politica generale e per questo dovevano essere rimesse al presidente del Consiglio. Raramente ho trovato tanta sensibilità istituzionale, oltretutto in una persona dalla quale ci si poteva anche aspettare il contrario. Ma ho un altro ricordo che non ho mai raccontato a nessuno».
Prego, racconti pure.
«Nei mesi del governo vivemmo insieme una specie di tormento perché il suo predecessore Luigi Berlinguer, che era uno stimato amico di entrambi, aveva impostato attraverso una legge delega il nuovo sistema universitario della laurea breve, il tre più due. Noi dovevamo attuarla altrimenti scadeva il termine. Da un lato sentivamo la responsabilità di trasformarla in realtà, dall’altro nessuno di noi due era convinto che il tre più due applicato a tutte le facoltà avrebbe funzionato. Ad esempio, eravamo certi che sarebbe andato bene a ingegneria, ma non eravamo altrettanto convinti sulle scienze sociali. Tuttavia non avevamo il tempo per rendere il sistema facoltativo ».
Come usciste dal travaglio?
«Passammo tanto tempo a discutere e infine decidemmo che l’avremmo attuato com’era. Poi fortunatamente dopo il sistema è stato reso flessibile».
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Alberto Asor Rosa “Il mio geniale e ironico compagno di scrivania” 
“Quando lessi il suo primo saggio dattiloscritto compresi che avrebbe rivoluzionato il sistema” Un’amicizia intellettuale nata alla Sapienza

SIMONETTA FIORI Rep
Quando muore un amico è difficile trovare le parole. Al telefono Alberto Asor Rosa fa fatica, l’emozione del ricordo a tratti sovrasta il ragionamento distaccato. Quasi coetanei, lui e Tullio De Mauro hanno attraversato insieme mezzo secolo di storia culturale. «Compagni dello stesso banco », diceva spiritosamente De Mauro alludendo a un periodo alla Sapienza in cui da professori erano costretti a condividere la stessa scrivania e dunque ad alternare la seduta. «Ci siamo conosciuti negli anni Cinquanta all’Università di Roma: Tullio allievo del grande linguista Antonino Pagliaro, io di Natalino Sapegno. Mi sembrava più scafato di me: giovanissimo e già autorevole».
Politicamente eravate distanti.
«Sì, io stavo con i socialcomunisti di Rinascita, mentre Tullio partecipava all’Unione Goliardica di orientamento liberaldemocratico. Ma questa differente radice politica non ci ha impedito negli ultimi anni di arrivare a conclusioni simili».
Quali?
«Che forse ci eravamo fatti troppe illusioni sulle sorti del paese e molti dei nostri sforzi sono risultati vani».
Il libro che ne rivelò il profilo intellettuale fu nel 1963 la “Storia linguistica dell’Italia unita”. Si ricorda che impressione le fece?
«Tullio aveva appena 31 anni. Me lo diede da leggere in dattiloscritto. Io ebbi la netta impressione di trovarmi tra le mani una di quelle opere che cambiano il “sistema”. Fino a quel momento le storie linguistiche erano storia dei cambiamenti interni alla lingua, sul piano sintattico, grammaticale e logico. Il De Mauro studioso proietta questa storia sulle vicende reali degli italiani. E se i suoi predecessori prediligevano lo studio della lingua colta, Tullio ha sprofondato la sua analisi nel parlato quotidiano».
Un interesse non solo intellettuale. Lingua, istruzione e democrazia sono questioni intrecciate.
«Ed è stato anche questo un tratto della sua grandezza. Non si è limitato a un ragionamento teorico, approfondito poi con gli studi su Saussure. Ma tra gli anni Sessanta e Settanta diede vita a numerosissime iniziative come il Cidi — il centro degli insegnanti democratici — che miravano a un processo di reale alfabetizzazione della nazione. E quando alcuni obiettivi sono stati raggiunti, ci ha messo in guardia dalle storture di questo processo».
Come professore aveva tratti di straordinarietà. Sorprendeva che un intellettuale della sua fama — divulgatore in Italia dell’opera di Wittgenstein — affidasse agli studenti compiti scritti per casa che poi correggeva con una celerità inaudita.
«È stato unico anche come collega. In genere le personalità accademiche si guardano l’un l’altra con sospetto, con antagonismo o agonismo. Con Tullio non è mai capitato».
“Compagni dello stesso banco”, diceva lui.
«Per un periodo, ci trovammo a dividere la stessa scrivania alla Sapienza in una stanza affollata di professori. Alleggerì il disagio con il suo senso dell’umorismo ».
Molto ironico, con un tratto lievemente malinconico.
«Tullio ha subito molti lutti famigliari, tra cui quello del fratello Mauro, il giornalista ucciso dalla mafia. Ma non amava parlarne. Allo humour corrispondeva un tratto complementare che è la riservatezza ».
Era molto legato alla famiglia.
«Sì, alla prima moglie Annamaria Cassese, da cui ebbe Sabina e Giovanni. Ha seguito i figli con amore e discrezione, gioendo per il successo di Giovanni direttore di Internazionale. La sua vita negli ultimi vent’anni è stata rischiarata dal rapporto profondo con la seconda moglie Silvana Ferreri».
Cosa le mancherà dell’amico?
«Tullio aveva il sentimento dell’amicizia. Aveva la capacità profonda di sentire le cose, oltre a capirle».
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Leonardo Benevolo

Proposte utopistiche tecnicamente fondate 
LEONARDO BENEVOLO. Tra scienza, storia e impegno sociale, dal «Progetto Fori» alla nuova fisionomia delle periferie. La sua è una profetica avvertenza dei rischi a cui è sottoposto il futuro incerto di Roma. Ha sempre creduto nel pensiero olivettiano sull’analisi e lo sviluppo del territorio urbano intesi come essenziali per le sorti di una democrazia
Maurizio Giufrè Manifesto 7.1.2017, 21:26 
Nella sua ultima lunga intervista rilasciata nel 2011 a Francesco Erbani, Leonardo Benevolo racconta di essere approdato alla scelta di diventare architetto attraverso la curiosità e l’attrazione per il paesaggio. Quando giunge a Roma nel 1941 da Novara lo affascina la geometria descrittiva, la sola disciplina in grado, attraverso il calcolo matematico, di impossessarsi dello spazio tridimensionale. 
QUESTO PROFONDO interesse per la scienza unito alla passione per la storia sono i due poli entro i quali graviterà nel corso degli anni l’impegno professionale di Benevolo, non solo quello di storico, ma anche quello di progettista di architetture e urbanista. Come rappresentante di quella figura ormai desueta di architetto-storico, ma più in generale di architetto-intellettuale, egli è stato tra i primi, nel 1960 – quattro anni dopo l’ottenimento della sua docenza a Roma (1956) – a scrivere una Storia dell’architettura moderna che non fosse «avversa» – come riconobbe Bruno Zevi – al Movimento Moderno. 
Lo storico Giovanni Klaus Koening scrisse che la Storia di Benevolo – per lui in assoluto «la più letta al mondo» – fu «un enorme sforzo di documentare con foto di prima mano delle architetture conosciute solo sulle riviste» scoprendo, per esempio, nelle sue «esplorazioni» il cattivo stato di conservazione del Bauhaus a Dessau di Gropius. La sua passione e impegno nell’attività di storico e di insegnante non gli impediscono di svolgere la sua attività professionale. In sodalizio con Carlo Melograni e Tommaso Giura Longo progetta la nuova sede della Fiera di Bologna (1964-1965), ma pochi anni dopo dà alle stampe Storia del Rinascimento (1968) e a distanza di un po’ di tempo, ma con progressione, Storia della città (1975) e Storia della città orientale (1988) tutte edite dall’editore Laterza. 
ALLA FINE degli anni Cinquanta Benevolo si avvicina sempre più ai temi della tutela e conservazione del patrimonio culturale e ambientale aderendo alle iniziative provenienti dai gruppi più vicini al movimento moderno. Aderisce all’Associazione dell’Architettura Organica (Apao) e attraverso l’esperienza del programma del Cepas e Unrra-Casas per l’Abruzzo – l’agenzia promossa dalle Nazioni Unite e dagli americani per la ricostruzione delle zone bombardate durante la guerra – ha l’opportunità di conoscere il mondo di Adriano Olivetti: stringe amicizia con Paolo Volponi, Attilio Bertolucci e Pasolini, lavora al fianco di Angela Zucconi e Manlio Rossi-Doria. È in quel contesto di umili genti alle prese con la costruzione di una scuola e le infrastrutture necessarie a uno sviluppare iniziative turistiche a supporto della modesta produzione agricola che Benevolo matura la convinzione «che l’architettura non dovesse nascere da altra architettura. Né per conformarsi né per contrastarla. E che invece dovesse formarsi in una realtà esterna, oggettivamente considerata». 
IN QUESTA COMPRENSIONE di ciò che si sarebbe dovuto chiamare «realismo», l’impegno (politico) di Benevolo proseguirà con le sue ricerche per il Progetto 80 e sullo «spreco edilizio» insiemi ad altri architetti e urbanisti «compagni di strada»: da Quaroni a Campos Venuti, da Giancarlo De Carlo a Italo Insolera, da Francesco Indovina a Giovanni Astengo. Il lavoro di Benevolo, sempre più segnato dall’impegno sociale, si muove nel non perdere un momento per denunciare la cattiva gestione del territorio. Lo stesso che sul piano giornalistico farà Antonio Cederna o su quello politico Fiorentino Sullo. 
Negli anni dell’insegnamento romano che durerà fino al 1976, anno delle sue polemiche dimissioni poco più che cinquantenne, si dedicherà molto ai problemi urbanistici ed edilizi della capitale. In un numero memorabile di Urbanistica, insieme ad altri (Insolera, Tafuri, Manieri Elia, ecc.) cerca di raccontare il nuovo piano regolatore di Roma, il primo dopo quello piacentiniano del 1931. Un piano che firmato da Piccinato e Quaroni doveva configurarsi «funzionale e moderno» ma che Benevolo riconobbe di recente «una cantonata» perché al momento della sua attuazione il piano restò inapplicato nelle sue linee-guida di crescita verso est, per salvaguardare il centro storico «attrezzando» infrastrutture e servizi nella periferia orientale della capitale. In questa riconosciuta inadeguatezza a occuparsi degli aspetti sia amministrativi sia economici dell’attuazione delle procedure di pianificazione Benevolo, forse, ci ha lasciato una profetica avvertenza dei rischi che oggi come ieri corriamo nel pensare il futuro di Roma. 
LA PRESENZA dell’economia finanziaria, oggi più scaltra dei proprietari fondiari di un tempo, con le sue numerose società immobiliari che si contendono ogni ettaro di suolo della capitale, è ancora lì a decidere la forma urbis romae. Benevolo ha sempre creduto nel pensiero olivettiano sull’urbanistica che veniva concepita «come una disciplina essenziale per le sorti di una democrazia».
Quando nel 1970 Luigi Bazoli (Dc) lo incarica per Brescia di redigere la variante generale al piano regolatore dimostra cosa significa interpretare in termini complessi un territorio, intrecciando dati fisici, sociali ed economici, sullo sfondo di una «comunità» di cittadini che vive e lavora. A Brescia Benevolo mette in atto una pianificazione che permette a Bazoli di «spezzare l’alleanza dei costruttori con gli utenti, emarginando i proprietari terrieri» complici dei costruttori. 
L’esperimento riuscì permettendo di salvaguardare il territorio comunale dallo scempio visto in altri città di un’edificazione senza controllo rispetto ai fabbisogni reali di crescita. È degli anni Settanta la realizzazione del Quartiere residenziale S. Polo (1973-1975): purtroppo solo in parte realizzato secondo le previsioni mancando il parco urbano. Tuttavia negli stessi anni si avvia anche il recupero di circa ottocento alloggi del centro storico ritornati dopo il restauro a essere occupati dalle famiglie che li possedevano senza produrre alcun effetto di gentrificazione. Per concludere non possiamo ricordare la figura e l’insegnamento di Benevolo senza menzionare, forse, il progetto che più l’ha tenuto impegnato fino ad oggi insieme al piano particolareggiato per il centro storico di Palermo (con Pier Luigi Cervellati e Insolera): la sistemazione dell’area archeologica centrale di Roma, altrimenti detto «progetto Fori» (1985-88). 
È probabile che quella sfida, della stessa natura di «groviglio inestricabile» del quale è fatta ogni pagina dell’urbanistica romana, restata aperta per mille questioni, perde oggi il suo principale protagonista. Se vorremo in un prossimo futuro ancora interessarci a come superare «l’incompatibilità fisica» tra l’antico e il moderno a Roma non si potrà che ritornare al lavoro di Leonardo Benevolo, ai suoi scritti e ai suoi disegni.
In un suo pamphlet del 1996, L’Italia da costruire, un programma per il territorio riferendosi alle «poche speranze» che il dibattito faceva presagire comunque esortava a non rinunciare, citando uno dei suoi maestri De Menasce, a «proposte utopistiche tecnicamente fondate». Quell’esortazione non può cadere nel vuoto.

Addio Leonardo Benevolo sognatore di città più giuste
FRANCESCO ERBANI Rep 7 1 2017
È morto a 93 anni a Brescia il grande studioso di architettura Iniziò con Olivetti, rivoluzionò l’urbanistica e le periferie
Leonardo Benevolo, che si è spento a 93 anni nella sua Cellatica, in provincia di Brescia, ha attraversato da storico dell’architettura e da urbanista l’intero secondo Novecento. Che è stato un periodo drammatico per il territorio italiano, i paesaggi e l’assetto delle città. I suoi volumi, editi da Laterza, hanno raccontato le origini della città e dell’urbanistica, una disciplina che, nei primi anni dell’Ottocento — raccontava — si specializzò per evitare che la rivoluzione industriale, che aveva disseminato stabilimenti nelle aree immediatamente esterne ai centri storici, minasse la salute e la qualità della vita di milioni di persone. Era dunque una disciplina che si proponeva di tutelare l’interesse generale e in particolare quello dei più deboli.
Benevolo era di formazione cattolico- democratica, ma seppe attingere ai repertori della socialdemocrazia europea. Sulle sue analisi si sono formati molti professionisti i quali hanno interpretato l’urbanistica come un servizio collettivo, un argine agli spiriti proprietari che sempre sono attivi nella costruzione della città. Benevolo ha vissuto molte esperienze, anche fuori dell’urbanistica, come l’insegnamento al Cepas, la scuola per assistenti sociali diretta negli anni Cinquanta da Maria e Guido Calogero e finanziata da Adriano Olivetti. È stato fra gli animatori del Progetto Abruzzo, insieme a Manlio Rossi-Doria e Angela Zucconi, che si proponeva una ricostruzione non solo materiale dei paesi abruzzesi distrutti durante la Seconda guerra mondiale. Il progetto faceva capo al community development, lo sviluppo di comunità di marca, appunto, olivettiana.
È stato comunque nell’urbanistica che Benevolo ha sperimentato la sua cultura e una sensibilità sociale e politica che oggi appaiono quasi un gesto eroico. «Io non faccio letteratura urbanistica », diceva. Si proponeva quello che era realizzabile, senza però piegarsi a un riformismo esangue. Guardava alle esperienze europee, la sua città doveva crescere pianificata, affidata al controllo pubblico.
Questi precetti lo hanno accompagnato nel lavoro con Carlo Melograni e Tommaso Giura Longo, poi con Ludovico Quaroni e Luigi Piccinato al piano regolatore di Roma negli anni Sessanta (che sarebbe diventato altra cosa rispetto alle premesse), nella pianificazione di Venezia, del centro storico di Urbino e di Palermo (insieme a Italo Insolera e Pierluigi Cervellati). Ma fra i suoi interventi emerge quello di Brescia, dove si trasferisce nel 1976. Chiamato da Luigi Bazoli, assessore all’urbanistica di una giunta democristiana sostenuta dai comunisti, ridusse a un decimo le previsioni edificatorie del piano regolatore, fece comprare dal Comune i terreni sui quali far crescere la città, li dotò delle infrastrutture e vendette ai costruttori il diritto a edificarvi concordando un prezzo. In questo modo tagliò le unghie a chi speculava sul valore delle aree. Una rivoluzione che realizzò nei fatti quel che la riforma del ministro Fiorentino Sullo proponeva per via legislativa — ma quella riforma fu fatta fallire prima di essere varata.
Dagli anni Settanta Benevolo era impegnato sul Progetto Fori, la ricomposizione dell’area archeologica centrale di Roma, con l’eliminazione della via dei Fori imperiali e la creazione «di un sublime spazio pubblico». In quel piano, redatto con Vittorio Gregotti, ebbe come compagni il soprintendente Adriano La Regina, Insolera, il sindaco Luigi Petroselli e soprattutto Antonio Cederna, amico di una vita. Non se ne fece nulla. «Il nostro progetto era troppo bello», disse forzando oltremisura la sua modestia. «Occorre essere pazienti », diceva Benevolo, citando Le Corbusier e rivolgendosi ai suoi colleghi più giovani, quei «protagonisti impazienti della scena attuale che arrivano al successo e si sentono prematuramente soddisfatti». «L’architettura», insisteva, «non è un’attività che si realizza producendo cose dall’oggi al domani ».

Paura liquida nella società post-industriale

Risultati immagini per Bordoni: Stato di pauraCarlo Bordoni: Stato di paura, Castelvecchi 

Risvolto
La paura è oggi uno dei tratti più inquietanti delle società globalizzate. Carlo Bordoni, in un serrato confronto con la visione baumaniana della "società liquida", analizza la fenomenologia e gli effetti del più antico sentimento del mondo sul tessuto connettivo della contemporaneità. La dissoluzione dell'ottimismo che aveva dominato gli ultimi anni del Novecento, sull'onda della più grave crisi economica, ha lasciato spazio a molteplici forme di paura: dell'invasione, dell'esclusione, dell'alterità; a vere e proprie forme di nostalgia per le società "solide" e, addirittura, per le società autoritarie, garanti della sicurezza e della stabilità seppure al prezzo della libertà. Con una Postfazione di Zygmunt Bauman.

Nuove ipotesi sulla condanna di Giordano Bruno

Germano Maifreda: Giordano Bruno e Celestino da Verona. Un incontro fatale, Pisa, Edizioni della Normale

Risvolto
9 settembre 1599: la Congregazione del Sant’Uffizio è d’accordo, con varie sfumature, sul fatto che l’imputato Giordano Bruno non è convictus: non ne è stata, cioè, dimostrata in modo irrefutabile la colpevolezza. 17 febbraio 1600: Bruno viene bruciato in Campo de’ Fiori, dopo aver dichiarato al Papa e al Tribunale di non sapere di cosa dovesse pentirsi perché non aveva nulla di cui pentirsi. Perché quella situazione di stallo si sia risolta nella condanna a morte è ancora oggi difficile da capire: analizzando il comportamento del Nolano, alcuni hanno parlato di una sua scelta lucida e consapevole; altri, all’opposto, di un suo crollo nervoso. Con una tecnica alla Hitchcock – e il ritmo di un thriller –, Germano Maifreda concentra l’obiettivo su uno dei maggiori accusatori – fra’ Celestino da Verona – ipotizzandone, anche sulla base di nuovi documenti, un ruolo fondamentale nella decisione da parte di Bruno di scegliere la morte.

Chiesa, bestiari e iconografia del potere

Draghi e colombe gli animali che fecero grande il potere papale 
Il saggio di Agostino Paravicini Bagliani ricostruisce l’evoluzione dei simboli nella storia della chiesa
MORENO MONTANARI 31 12 2016

Può sembrare curioso il punto di vista dal quale Agostino Paravicini Bagliani sceglie di introdurci ai simboli del potere papale ( Il bestiario del papa, Einaudi). Tuttavia, da una prospettiva junghiana, esso coglie doppiamente nel segno perché gli animali, come la religione, rimandano alla dimensione extraumana e sovrapersonale ma sono al contempo, come simbolo di impulsi istintuali e dunque “bassi”, tutto ciò che la chiesa vuole domare, per porlo al servizio di una più “alta” espressione dello spirito. In questo senso l’animale è metafora stessa dell’inconscio, sia come Ombra della ragione, sia come medium, figura psicopompa, tra il mondo umano e quello dello spirito. Questo è popolato di immagini archetipiche, in questo caso animali, che permettono all’individuo di trascendere la coscienza e di spingere la psiche nelle più segrete profondità delle sue radici: l’inconscio collettivo e le sue fantasie ancestrali. Come nota l’autore, «all’interno della cultura occidentale, gli animali sono il medium condiviso » del quale il papato si è servito per puntellare e significare la propria sovranità; ma il valore simbolico di certi animali, dalla colomba al serpente, dal cavallo al mulo, dall’aquila al leone, dalla fenice al drago, muta con il mutare dei tempi, della concezione che la chiesa ha di se stessa e del modo in cui viene progressivamente intesa dall’immaginario collettivo. Così, a fronte di un’apparente inerzia simbolica, il libro ci guida all’interno di una vera e propria genealogia dei simboli del potere che è al contempo un’introduzione al potere dei simboli e alla storia della loro trasformazione.

L’essenza del simbolo è infatti quella di non ammettere alcuna schematizzazione, pena il declassamento a stereotipo o mero simulacro. Dal punto di vista junghiano un simbolo è tale solo finché resta “vivo”, ossia riesce a veicolare, meglio di qualsiasi altra espressione, un significato mai del tutto codificabile, perché in massima parte inconscio, e ad ogni modo irriducibile ad un’unica interpretazione. Il simbolo, infatti, non riveste la funzione analogica di nominare ciò che è conosciuto ma quella di produrre le stesse condizioni di conoscibilità di ciò che è nominato, in una formula, rende possibile l’accesso al reale. Non appartiene alla semiotica, non rimanda cioè ad una realtà significata, ma è esso stesso una realtà operante capace di chiamare in causa l’intero psichismo dell’uomo e di combinare in un’impressione unitaria e totalizzante elementi tra loro disparati e persino contrari (simbolo, deriva dal greco synballein, “mettere assieme parti separate”).
Così se nel IV secolo il Drago, che Silvestro I sarebbe riuscito a rendere innocuo in nome di Gesù Cristo, simboleggia l’anticristo e la paganità che il papa sconfigge, dimostrando la propria superiorità su di essi, nel XVI secolo, con Gregorio XIII, diviene simbolo del papa che si pone a guardia della Porta Santa – i draghi stanno a protezione dei più preziosi tesori – e della vittoria “sui serpenti nel deserto” – gli eretici della riforma protestante creando i presupposti perché, nel secolo seguente, Papa Paolo V Borghese possa scegliere come proprio simbolo un drago in piedi con le ali spiegate, per significare il suo potere salvatore e di mediatore tra cielo e terra. Così l’eroe è al contempo colui che sfida e vince il drago e il drago che protegge e vince sul male.
Il significato di un simbolo è sempre dinamico: cambia dal contesto e dalla risonanza nella coscienza di chi lo sperimenta, si pone come un’esuberante sorgente di idee e come uno straordinario stimolatore dell’attività creatrice della fantasia, ma secondo la personalità e lo sguardo di chi lo vive e i canoni, rivisitati, dello spirito del tempo. Ne costituisce un’ultima testimonianza il taglio di fratellanza ecologica con il quale papa Francesco concepisce la relazione con il creato che, se da una parte è affidato all’enciclica Laudato sì, dall’altro è simboleggiato dalla proiezione degli animali dell’Arca di Noè sulla facciata di San Pietro in occasione dell’inizio del Giubileo della misericordia. Il potere universale della chiesa, che vuole governare su tutta la natura e su tutta la storia, non è più presentato in veste di dominio ma di presa in carico e custodia. Allora, ciò di cui davvero si occupa questo bestiario del papa è l’uomo come animale simbolico.
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La vita al tempo dei mostri alati Immaginari. Un percorso di letture per indagare la polisemia di alcuni simboli della tradizione classica e cristiana 
Marina Montesano Manifesto 14.4.2017, 15:07 
«Al mondo ogni creatura è come un libro e una pittura per noi, e uno specchio. Della nostra vita, della nostra morte del nostro stato, della nostra sorte fedele simbolo».
Cantava così, in pieno XII secolo, il filosofo e poeta Alano di Lilla. Fedele alla massima pitagorico-neoplatonica secondo la quale tutto ciò ch’è in alto è come quel ch’è in basso, l’universo medievale e umanistico – e sarà così fino all’avvìo delle scienze sperimentali che, tra Cinque e Seicento, riformeranno la «visione del mondo» – è un mirabile e coerente insieme nel quale ogni parte somiglia e corrisponde alle altre secondo un complesso sistema di speculari rapporti analogici. L’immensamente grande e l’immensamente piccolo si corrispondono: nulla accade in una parte dell’universo che non si rifranga e non si ripercuota nelle altre. 
L’UMANO è microcosmus, «piccolo universo» concentrato, esattamente come tutto il creato è macrocosmus, «grande universo» esteso e dispiegato. Ogni costellazione e ogni pianeta – ciascuno incastrato nel proprio cielo etereo e mosso nella sua orbita dalla forza impressagli dall’empireo – ha le sue virtù, che proietta nell’universo sensibile e sublunare, quello costituito dalle sfere dei quattro elementi (fuoco, aria, acqua, terra) al centro del quale, nel globo planetario terraqueo (costituito cioè essenzialmente dai quattro elementi empedoclei e aristotelici più grevi), vivono gli esseri animati – piante e animali – che sono tessuti dei quattro elementi, variamente distribuiti in ciascuno di essi, mentre l’intero mondo animale, vegetale e minerale è soggetto all’influenza di stelle e di pianeti e ne accoglie gli influssi. Anche l’uomo, dotato di quell’anima immortale che gli è stata fornita dal soffio divino, è compartecipe di quest’ordine e della fitta rete delle sue norme. 
LA SCIENZA ANTICA, medievale e umanistica si compendia e si dispiega tutta nello studio di queste corrispondenze, alle quali i trattati detti «bestiari», «erbari» e «lapidari» – i quali descrivono i componenti dei tre regni naturali: animale, vegetale, minerale – forniscono una chiave non tanto scientifico-naturalistica nel senso nostro (che pure è presente, specie sotto forma di esposizione delle «virtù» – cioè delle caratteristiche, qualità e potenzialità terapeutiche – di ciascuna specie), quanto piuttosto etica. Non v’è quindi animale, pianta o gemma che non rinvii a un corpo celeste e non sia simbolo di un aspetto del mondo divino, angelico o demonico, oppure di un vizio o di una virtù.
I bestiari, in modo particolare, offrono un campo di indagine imprescindibile. Esiste un «bestiario del Cristo», al quale in passato molti studiosi della simbolica medievale hanno dedicato la propria attenzione.
Mancava tuttavia un «bestiario del papa», al quale provvede oggi Agostino Paravicini Bagliani (Il bestiario del papa, Einaudi, pp. 380, euro 32). Si parte dalla constatazione che i papi, al pari dei grandi sovrani e degli imperatori, tenevano un serraglio di animali. Ma questi, oltre a testimoniare del lusso della corte pontificia, avevano una valenza simbolica potente: perché il più antico cortile del Vaticano si chiama Cortile del pappagallo? Perché la colomba e il drago hanno svolto una funzione preminente nella storia del papato? È una rassegna di animali simbolici quella che passa nel volume di Paravicini Bagliani. Per esempio il grifone, che deriva dalla ricchezza della tradizione greca e orientale. La tradizione cristiana lo associa alla difesa dei luoghi sacri (quindi alla tutela contro i pericoli) e all’ascesa delle anime al cielo, com’è suggerito dalla doppia natura di uccello rapace e di forte animale benefico. I due caratteri associati, l’aquila (emblema divino) e il leone (umano e regale), su cui hanno insistito anche grandi studiosi come Rudolf Wittkover, hanno fatto sì che nel grifone si sia visto un perfetto simbolo cristico: tale esso è attestato in Isidoro di Siviglia e in Dante (Purg., XXIX). 
In Grecia e a Roma si contrapponeva la mitezza della colomba alla fierezza delle aquile e dei corvi e si sosteneva che ciò derivava dal fatto che essa non avrebbe disposto di glandole biliari. Il carattere di mitezza e di pace attribuito alla colomba nel mondo vicino-orientale spiega forse perché essa viene scelta da Noè, dopo il corvo, quale messaggera, e torna tenendo in segno di pace un ramoscello d’olivo nel becco. La colomba della pace trova nel Genesi la sua spiegazione. In seguito, in Matteo (3, 16) la colomba che scende su Gesù all’atto del suo battesimo a indicare la predilezione del Padre per il Figlio è divenuta in seguito simbolo tradizionale dello Spirito Santo perché nella scena del battesimo si è vista una teofania della Trinità. In questo senso, la colomba riflette la qualificazione dello spirito santo come Amore, quindi Carità. Ma come altrettante colombe s’indicano già fin dalla tradizione paleocristiana i «sette doni dello Spirito santo», simboleggiati anche da altrettanti candelabri; e quindi – come la colomba di Noè, che viene dall’acqua per annunziare che Dio è ormai placato – si presentavano come colombe anche i cristiani che erano stati appena battezzati e venivano dalle acque del fonte battesimale. 
OPPURE SI PARLA del muschio, il «buon profumo del Cristo»: la sostanza che si estraeva dalle ghiandole di un mammifero asiatico e che veniva e viene usata come agente fissativo ed è dunque preziosa nell’industria dei profumi. O ancora della fenice, il cui mito viene compiutamente narrato da Ovidio in Metamorfosi (XV, 392-400), dal quale traevano argomento tutti i bestiari medievali fino a Dante, il quale scriveva: «Così per li gran savi si confessa / che la fenice muore e poi rinasce, / quando al cinquecentesimo anno appressa; / erba né biado in sua vita non pasce, / ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, / e nardo e mirra son l’ultime fasce» (Inferno, XXIV, 106-111). Ma nel libro di Paravicini Bagliani non abbiamo soltanto una rassegna degli animali che compongono il bestiario del papa. Il nucleo forte è dato dalla capacità di legare questi temi alla storia politica del pontificato medievale, del quale l’autore è da decenni uno dei principali esperti 
ANCHE LA RACCOLTA di saggi di Carmelina Urso: La mentalità medievale fra immaginario e simbolismo (Mario Adda Editore, pp. 240, euro 20), si muove in campi nei quali storia sociale e immaginario si intrecciano. Sovente con riferimento alla condizione femminile: la maternità nel Medioevo con il suo corredo di usi, credenze, teorie mediche, riferimenti alla Storia Sacra; ma anche l’alterità dinanzi alla maternità, offerta da vetulae e streghe. C’è spazio per la concezione del corpo e della gestualità medievali: il bacio con i diversi significati simbolici che ad esso vengono attribuiti; e soprattutto i capelli, intorno ai quali si costruisce un complesso discorso sulle identità regali (i lungi capelli dei re merovingi), femminili (il lusso, la modestia), ecclesiastiche (la tonsura).
Siamo insomma dinanzi a un immaginario medievale proteiforme, che non significa astrazione dal reale, ma che anzi mira ad approfondire la conoscenza e la rappresentazione del reale attraverso la polisemia del simbolo. 

SCHEDA 
Sembra che l’origine dell’immagine e del mito della fenice derivi dal mitico volatile egizio detto Benu, l’airone che sarebbe stato nel mito cosmogonico il primo a posarsi sulla collina primordiale uscita dal fango. Il Benu era un simbolo sacro alla divinità del sole, e veniva difatti adorato a Heliopolis, dove si diceva comparisse una volta ogni cinquecento anni. Dall’originale colore cinereo del Benu (cui va forse riferito il mito dell’incinerimento della fenice), si passò a immaginare il mitico volatile come di color rosso, riferito evidentemente alle fiamme. Più tardi la si dipinse però in oro o in molti colori, e così essa si presenta in Roma a partire dall’età d’Augusto, dove divenne simbolo della forza vitale sempre rinnovantesi dell’impero e come tale s’incontra effigiata su monete e mosaici. Per questo i Padri della Chiesa interpretarono la fenice come simbolo dell’immortalità dell’anima e della resurrezione del Cristo: e come tale essa passò al capostipite dei bestiari medievali, il Phisiologus.

Post-operaismi, invenzione dell'Italian Theory e conflitti tra moltitudini cognitarie negriere e foucaultiani


Pietro Maltese e Danilo Mariscalco: Vita, politica, rappresentazione. A partire dall’Italian Theory, ombre corte, pp. 208, euro 18

Risvolto
Quando si parla di Italian Theory ci si riferisce a un canone, a un paradigma, a un contro-canone, a uno stile di pensiero? È legittimo l'accostamento di autori tanto diversi e, talora, in polemica opposizione? Ha un fondamento il sospetto secondo cui l'Italian Theory non sarebbe altro che l'ennesimo (e prevedibilmente effimero) trend filosofico condannato al medesimo destino di altre tendenze un tempo altrettanto à la page? Oppure la riapertura del dossier sul pensiero radicale italiano è operazione che consente feconde letture del presente?

I saggi qui raccolti muovono da tali interrogativi e tentano di esplorare le istanze poste dalla differenza italiana sul piano specifico della (bio)politica e delle corrispondenti forme di rappresentazione, proponendo un rinnovato confronto fra le armi della critica e la crisi, a un tempo determinante e determinata, dei modelli. 
Il problema resta quello, annoso e antico, del rapporto fra teoria e pratica. Se il pensiero italiano contemporaneo è estroflesso e conflittuale, allora non dovrebbe esso, se non guidare e orientare, quanto meno intrattenere una stretta relazione con il campo della prassi politica?
Contributi di Sandro Chignola, Roberta Coglitore, Michele Cometa, Roberto De Gaetano, Roberto Esposito, Michele Filippini, Dario Gentili, Pietro Maltese, Danilo Mariscalco, Mauro Pala, Ingo Pohn-Lauggas 

Pietro Maltese è ricercatore in Pedagogia Generale e Sociale presso l'Università degli Studi di Palermo. Si è occupato, tra l'altro, di Antonio Gramsci e del rapporto tra formazione e lavoro nella contemporaneità postfordista. Tra le sue pubblicazioni: Letture pedagogiche di Antonio Gramsci (2010), Generazioni precarie. Formazione e lavoro nella realtà dei call center (2011), L'università postfordista. Nuovi modi di produzione e trasmissione della conoscenza (2014).
Danilo Mariscalco è dottore di ricerca in Studi Culturali e docente a contratto di Analisi dell'Espressione e Critica del Testo presso l'Università degli Studi di Palermo. È membro del comitato scientifico della rivista "Forma. Revista d'Estudis Comparatius. Art, Literatura, Pensament". Autore di diversi saggi e curatele sui movimenti antagonisti e la cultura visuale, per i nostri tipi ha pubblicato Dai laboratori alle masse. Pratiche artistiche e comunicazione nel movimento del '77 (2014).

Ideologia italiana postmoderna: femminismi differenzialisti foucaultiani

Risultati immagini per Dini: La materiale vitaTristana Dini: La materiale vita, Mimesis

Risvolto
Le teorie e le pratiche femministe offrono un punto di avvistamento privilegiato sull’orizzonte biopolitico che viviamo. Da due secoli al centro dell’area di attrito tra biopolitica e democrazia, il femminismo – nelle sue numerose varianti – ha messo a nudo il carattere contraddittorio di categorie della teoria politica classica come uguaglianza, democrazia, individuo, diritto, cittadinanza. Se la vita al centro delle traiettorie del bio-potere si configura come vita sacra, uccidibile, “nuda vita”, le teorie femministe la collocano in una dimensione relazionale di interdipendenza. Ma in che modo la comune vulnerabilità può aprire ad una politica differente? Che rapporto c’è tra biopolitica e cura materna? Nel momento in cui le nuove tecnologie portano il capitalismo al cuore della vita, della sessualità, della riproduzione e i corpi delle donne risultano frammentati, oggettivati, investiti dal biopotere, si fa urgente una “politica della vita materiale” in grado di disegnare nuovi modi di abitare la contraddizione tra bíos e zoé.

Tristana Dini collabora con la cattedra di Filosofia Morale dell’Università Federico II di Napoli. Dottoressa di ricerca in Metodologie della filosofia (Università di Messina) e Filosofia teoretica e politica (Istituto Italiano di Scienze Umane Napoli), ha condotto le sue ricerche presso la Ruhr Universität di Bochum, la Fondazione Bruno Kessler di Trento, l’università degli studi di Salerno. Si occupa di filosofia classica tedesca e di etica e filosofia politica contemporanea con particolare riferimento alle teorie femministe e al concetto di biopolitica. Fa parte del collettivo di redazione della rivista “www.adateoriafemminista.it”.

Primo Levi dalle Teche Rai

Il veleno di Auschwitz. Il volto e la voce: testimonianze in tv 1963-1986. Con DVD
Primo Levi: Il veleno di Auschwitz . Il volto e la voce. Testimonianze in Tv 1963-1986, Marsilio, libro e dvd euro 15

Risvolto
Dal settembre '63, alla fine dell'86 (a pochi mesi dalla morte), Primo Levi, sollecitato da giornalisti e uomini di cultura, ripropone la sua vicenda di uomo e di deportato, di scrittore e di chimico, misurandosi non solo con la dolorosa memoria personale di Auschwitz, ma anche con i problemi della società contemporanea, della scrittura e della morale. Ne emerge una figura capace di trasmettere conoscenze e valori che riguardano ancora oggi la nostra società. La precisione delle risposte, la pacatezza delle riflessioni, la fermezza nel riconoscere sempre nell'uomo e nella democrazia riferimenti irrinunciabili; fanno di questi filmati uno strumento indispensabile per la comprensione dell'oggi.

Femminismo settecentesco


Caterina da Siena di André Vauchez


Caterina da SienaAndré Vauchez: Caterina Da Siena, Laterza

Risvolto
André Vauchez punta l’attenzione sulle molte contraddizioni della vita di Caterina da Siena, tali da rendere vano ogni tentativo di classificarla. In rottura con la famiglia e con tutti gli affetti ‘carnali’, pur convinta sostenitrice della superiorità della vita contemplativa nei confronti della vita attiva, Caterina ha mantenuto fino alla fine la sua condizione di penitente che viveva in modo autonomo in mezzo al mondo, sempre in movimento, per poter essere più libera ed efficace nella sua azione a favore della Chiesa e della sua riforma. Si è considerata una messaggera di Dio incaricata di recapitare all’umanità moniti e consigli per il conseguimento della salvezza, ma non ha preteso di essere imitata nel suo genere di vita né di fare scuola su questo.Il suo comportamento e il suo modo d’intervenire nella storia sono innovativi, in quanto non ha esitato a uscire dalla sfera privata per invadere lo spazio pubblico e a rovesciare a proprio vantaggio il rapporto di dipendenza che normalmente le donne intrattenevano nei confronti degli uomini, dei potenti di questo mondo e dei dotti. Favorita da una crisi profonda delle istituzioni e dei poteri del suo tempo, la sua azione e quella di altre donne coeve ha inaugurato una nuova stagione nella storia dell’Occidente, aprendo la strada a un ‘cattolicesimo al femminile’. Ma lei è l’unica il cui ricordo abbia attraversato i secoli e fino a oggi non abbia mai cessato di esercitare il suo influsso sulle menti.

Sartre e Céline



L'amicizia tra Joyce e Svevo

Stanley Price: James Joyce and Italo Svevo, Somerville Press

Risvolto
James Joyce left Dublin in 1904, bound for Trieste and a job teaching English at the Berlitz School. He was to live there for the next eleven years. Italo Svevo, born and bred in Trieste, worked there for his family’s marine paint company. He had also written two novels, published privately and unsuccessfully. In 1907, wanting to improve his English to do business with the British Admiralty, Svevo went to Berlitz, where Joyce became his teacher.
Svevo was then 46 and Joyce 25. Despite their different backgrounds, Irish Catholic and Triestene Jewish, they had, intellectually, much in common. They admired each other’s writing. Joyce improved Svevo’s English. Svevo helped Joyce stay solvent, and also became the inspiration for Leopold Bloom. In Ulysses, the near father-son relationship between Stephen Dedalus and Bloom in Dublin was very close to that of Svevo and Joyce in Trieste.
The two writers lived through the great political and cultural upheavals of the early 20th century, and their story has a fascinating supporting cast – W.B. Yeats and G.B. Shaw, Proust and Hemingway, Freud and Jung, H.G. Wells and T.S. Eliot. Although often living in different cities – Zurich, Paris, London – their friendship survived. When Ulysses was finally published in Paris in 1922, its success enabled Joyce to help Svevo find a publisher for his great comic masterpiece The Confessions of Zeno. European literature owes a great deal to that meeting in Trieste.

Santayana e l'americanismo Herrrenvolk

Libro La tradizione signorile nella filosofia americana e altri saggi George Santayana
George Santayana: La tradizione signorile nella filosofia americana e altri saggi, Bompiani, pp. 710, euro 35

Risvolto
«Noi stimiamo gli esseri umani per la loro mente, con i suoi scopi, la sua qualità e la sua natura, in quanto solo in virtù della mente esistiamo come esseri umani e siamo qualcosa di più che semplici accumulatori di energia materiale. Siamo perciò sinceramente umani. Siamo soddisfatti di avere una vita mentale.»
George Santayana occupa una posizione singolare nel panorama filosofico del Novecento. È stato annoverato tra i filosofi classici americani e al tempo stesso etichettato come un filosofo avulso dal mondo, a cui guardava con un atteggiamento di profondo distacco. Ciò non gli ha impedito di elaborare un'analisi carica di pungente ironia nei confronti del mondo americano, bene accolta, fra l'altro, dalla sua punta più avanzata. La sua particolare posizione di insider/outsider lo ha dotato di uno sguardo penetrante su quella che egli, con una fortunata espressione, ha definito "la tradizione signorile" della filosofia americana. Al centro della sua visione emerge un dualismo insanabile tra due anime del mondo americano: una che trova espressione nella religione, nella morale, nella filosofia accademica e nella letteratura, caratterizzata dalla fedeltà alle tradizioni e dal rifiuto di tutto ciò che si allontana da esse; l'altra, all'opposto, caratterizzata dall'apertura verso il nuovo e dalla costante ricerca della crescita economica. Nei confronti di entrambe Santayana esprime una critica serrata: contro la prima per il suo soffocante atteggiamento di censura nei confronti del nuovo e del diverso, contro la seconda per il suo smaccato utilitarismo e la sua limitatezza culturale. Ne deriva una critica della modernità di grande interesse per il dibattito contemporaneo sul tema del controllo della libertà individuale, in quanto esso procede di pari passo con l'incentivazione del progresso e il miglioramento delle condizioni pratiche della vita nel mondo contemporaneo.

La diaspora degli intellettuali europei durante il nazifascismo

Ilaria de Seta e Sandro Gentili (a cura di): Borgese e la diaspora intellettuale europea negli Stati Uniti, Franco Cesati editore

Risvolto
Il volume si sviluppa intorno al “caso Borgese” e alla sua figura di intellettuale poliedrico, spesso in­giustamente accantonato. Non si tratta di saggi di critica letteraria sui suoi libri, che pure meritano sempre molta attenzione, né di analisi condizionate dall’ideologia, ma piuttosto di un vero approfondi­mento sul dibattito culturale di cui fu protagonista dal 1931, quando lasciò l’Italia per trasferirsi negli Stati Uniti in seguito alle minacce da parte del re­gime fascista.
La raccolta di saggi indaga sul modo in cui Borge­se condusse i rapporti col fascismo, fino a quando non poté più esprimere liberamente il proprio dis­senso e fa luce sulla sua attività intellettuale: duran­te l’esilio americano Borgese fu infatti editorialista, docente, attivista, saggista e poeta.
Il volume comprende inoltre documenti come le lettere aperte a Mussolini, con cui nel 1933 e nel 1934 spiegò la propria opposizione al regime, sancita dal mancato giuramento fascista; la lettera a Benedetto Croce e la trascrizione del discorso che Borgese pronunciò in occasione dell’onorificenza antifascista ricevuta dal governo italiano negli Stati Uniti nel 1951: «The star of Italian Solidarity».