domenica 29 gennaio 2017
L'estetica di Sloterdijk
Peter Sloterdijk: L’imperativo estetico. Scritti sull’arte, Raffaello Cortina editore, a cura di Pietro Montani, pagg. 193, euro 19
Risvolto
L’estetica di Sloterdijk non è
semplicemente una filosofia dell’arte, ma anzitutto un modo eminente di
fare filosofia. Al centro della riflessione che attraversa i saggi qui
raccolti è la questione dell’aisthesis – la sensazione o
sensibilità – nella sua più ampia declinazione. Da un lato si
attribuisce all’arte “in senso stretto” uno spazio eccentrico rispetto
alla norma, dall’altro si fa valere un modo alternativo di guardare
all’esperienza estetica, riconoscendole un ruolo guida nelle scelte
consapevoli e nelle condotte inconsapevoli dell’essere umano. Così
concepita, l’estetica possiede un profondo potere euristico: ci aiuta a
capire che tipo di mondo ci siamo costruiti, come ci “sentiamo” in
questo mondo e in che modo potremmo cambiarlo, cominciando da noi
stessi.
Con lo stile incisivo e la profondità analitica che gli sono propri, Sloterdijk affronta un ampio spettro di questioni tradizionalmente assegnate alla dimensione estetica – dall’architettura alla musica, dal design alla pittura, dalla forma della città alla letteratura – inquadrandole nella sua originale e innovativa antropologia filosofica.
Con lo stile incisivo e la profondità analitica che gli sono propri, Sloterdijk affronta un ampio spettro di questioni tradizionalmente assegnate alla dimensione estetica – dall’architettura alla musica, dal design alla pittura, dalla forma della città alla letteratura – inquadrandole nella sua originale e innovativa antropologia filosofica.
"Il destino dell'America è guidare il mondo": geopolitica del XXI secolo secondo Robert Kaplan, Anti-Dugin
Risvolto
An incisive portrait of the American landscape that shows how geography continues to determine America’s role in the world—from the bestselling author of The Revenge of Geography and Balkan Ghosts
As a boy, Robert D. Kaplan listened to his truck-driver father tell evocative stories about traveling across America in his youth, travels in which he learned to understand the country literally from the ground up. There was a specific phrase from Kaplan’s childhood that captured this perspective: A westward traveler must “earn the Rockies” by driving—not flying—across the flat Midwest and Great Plains.
In Earning the Rockies, Kaplan undertakes his own cross-country journey to recapture an appreciation of American geography often lost in the jet age. Traveling west, in the same direction as the pioneers, Kaplan traverses a rich and varied landscape that remains the primary source of American power. Along the way, he witnesses both prosperity and decline—increasingly cosmopolitan cities that thrive on globalization, impoverished towns denuded by the loss of manufacturing—and paints a bracingly clear picture of America today.
The history of westward expansion is examined here in a new light—as a story not just of genocide and individualism, but also of communalism and a respect for the limits of a water-starved terrain, a frontier experience that bent our national character toward pragmatism. Kaplan shows how the great midcentury works of geography and geopolitics by Bernard DeVoto, Walter Prescott Webb, and Wallace Stegner are more relevant today than ever before. Concluding his journey at Naval Base San Diego, Kaplan looks out across the Pacific Ocean to the next frontier: China, India, and the emerging nations of Asia. And in the final chapter, he provides a gripping description of an anarchic world and explains why America’s foreign policy response ought to be rooted in its own geographical situation.
In this short, intense meditation on the American landscape, Robert D. Kaplan reminds us of an overlooked source of American strength: the fact that we are a nation, empire, and continent all at once. Earning the Rockies is an urgent reminder of how a nation’s geography still foreshadows its future, and how we must reexamine our own landscape in order to confront the challenges that lie before us.
"Comune": dai foucaultiani ai negrieri, l'odio anarco-proudhoniano verso lo Stato e il lavoro produce populismi reattivi e poi se ne lamenta
Intervista. L'analisi dei filosofi francesi sui tre populismi: mediatico, nazionalista e teorico. "Il populismo è una risposta neoliberale alla crisi del capitalismo. Oggi si fa una deliberata confusione tra la sovranità dello stato-nazione e la sovranità del popolo. Il primo afferma il potere autoritario sul popolo, il secondo è il potere del popolo". L'alternativa? Ripartire da Marx e dal modello federativo della prima internazionale comunista
Roberto Ciccarelli Manifesto 28.1.2017, 0:30
Il populismo come dispositivo teorico emergente nella società neoliberale per rispondere alla crisi del capitalismo. È il tema dal quale Pierre Dardot e Christian Laval, coppia consolidata della filosofia francese, sono partiti per scrivere il loro prossimo libro sul momento populista della politica contemporanea. L’incontro è avvenuto a Roma dove hanno partecipato alla conferenza sul comunismo. La loro analisi distingue tre populismi: mediatico, nazionalista e teorico e parte da una tesi: «Il populismo è una parola del nemico – afferma Pierre Dardot – Siamo per l’uso della categoria di popolo, ma rifiutiamo quella di populismo».
Per quale ragione?
Christian Laval: Il populismo è una categoria che sintetizza fenomeni diversi. Da quando i media dominanti se ne sono impadroniti hanno fatto di tutta l’erba un fascio. Il populismo mediatico mette infatti insieme Le Pen, Trump, Farage, Corbyn, Grillo o Podemos. In questo modo si neutralizza ogni possibile opposizione al sistema.
Anche i populisti vogliono ripristinare la sovranità popolare. Non parlano anche loro di popolo?
Pierre Dardot: Fanno una deliberata confusione tra la sovranità del popolo e la sovranità dello stato-nazione. In Francia Marine Le Pen invoca il popolo perché vuole rafforzare le prerogative dello stato-nazione. La sua idea di sovranità consiste nel rafforzare il potere sul popolo. Vuole rafforzare in maniera autoritaria il potere dello stato a svantaggio proprio del popolo, ovvero la possibilità di tutti di partecipare alla vita politica e agli affari pubblici. Viceversa la sovranità popolare, il potere del popolo, è l’esercizio diretto del potere da parte del popolo.
Un capitalista come Trump può fare gli interessi del popolo alla Casa Bianca?
Laval: Trump è l’esempio di come una parte della classe dirigente ha giocato la carta della collera popolare contro il capitalismo e il sistema. Ha catturato questa collera mettendola a profitto di un rafforzamento del sistema. È una dimostrazione della flessibilità delle classi dominanti capaci di recuperare l’opposizione. Lo dimostrano i primi orientamenti del suo governo. L’élite dei miliardari che ne fanno parte ha deciso di dismettere la timida riforma sanitaria di Obama, deregolamentare la finanza, riarmare l’economia americana contro quella tedesca.
Il populismo può diventare una critica del capitalismo?
Laval: Al contrario, è una risposta neoliberale alla crisi del capitalismo. Accentua la guerra commerciale tra gli stati: guerra finanziaria e fiscale nel quadro di una concorrenza generalizzata. Le diverse configurazioni del populismo, da Trump alla Brexit, sono l’espressione di una politica che appare anti-sistema ma che rafforza il sistema.
Cresce invece il numero di chi crede nella possibilità di un «populismo di sinistra». Come lo spiegate?
Dardot: È la posizione del populismo teorico ispirato dal filosofo argentino Ernesto Laclau. Si riprende il populismo condannato dai media e dalle classi dominanti, lo si rovescia in una categoria positiva. Siamo in totale disaccordo con questo uso perché il populismo è inteso come il momento costitutivo della politica in quanto tale, non un’esperienza specifica come potrebbe essere il peronismo analizzato da Laclau. La valorizzazione del ruolo del leader è un altro problema. Laclau sostiene che sia uno dei fattori che costituiscono l’identità del popolo. Questa tesi mette in dubbio il principio stesso della democrazia perché istituisce un rapporto plebiscitario e paternalistico tra il leader e il popolo. Va fatta un’analisi accurata per distinguere la democrazia dal populismo. Altrimenti si rischia di entrare nella notte dove tutte le vacche sono nere.
Jean-Luc Melenchon, il candidato alle presidenziali francesi alla sinistra del partito socialista si definisce «populista». Come mai?
Dardot: Melenchon rivendica il populismo teorico di Laclau ed è ispirato da Chantal Mouffe. Sorvola sugli aspetti più criticabili del chavismo, il culto della personalità del capo. Il suo movimento si chiama La France Insoumise (La Francia ribelle). Non è un appello alla ribellione del popolo contro lo Stato, ma a un paese che si ribella ai poteri esterni che ne condizionano la sovranità. La componente nazionalista è presente sin dal nome che questo movimento si è dato. Il riferimento è alla pretesa della rivoluzione francese dove la nazione pretendeva di incarnare l’universale. Questo è il modello Robespierre.
Anche l’estrema destra di Marine Le Pen intende riarmare la nazione contro la globalizzazione. Come si spiega questo convergente disaccordo?
Laval: Questo discorso deriva dalla corrente neofascista del Front National. Nell’estrema destra francese la commistione con un discorso socialista non è nuova. Alla fine del XIX ha riscoperto un discorso di tipo socialista. Questa commistione non è nuova: Maurice Barrès alla fine del XIX secolo aveva definito il suo movimento come «socialista nazionale». Se Le Pen padre aveva un orientamento neoliberista puro alla Reagan, Le Pen figlia ha riscoperto il sovranismo e il protezionismo mescolandoli con alcune tesi del socialismo sovranista e gaullista di Jean-Pierre Chevènement. È una politica ambigua che invoca la protezione statale contro la deregolamentazione. Anche per questo persone di sinistra voteranno Front National alle presidenziali. In generale, esiste un orientamento nazionalistico tra chi sostiene che il prossimo presidente dovrebbe andare a Bruxelles per riorientare la politica europea a favore degli interessi francesi. La Francia si considera un paese del Nord Europa, quella dei dominanti. Nessuno pone il problema della cooperazione con i paesi dell’Europa del Sud, vittime dell’asimmetria che oggi premia la Germania.
Perché l’uscita dall’euro è considerata una bandiera?
Dardot: Si vuole restaurare il potere sovrano dello Stato: battere moneta. Chi a sinistra è ipnotizzato dall’uscita dall’euro la riprende e incorre nella confusione della destra che non distingue tra sovranità popolare e sovranità dello stato-nazione. È un’illusione perché lo stato-nazione costituisce una forma attraverso la quale oggi si esercita il potere delle oligarchie. Il loro potere non è sinonimo di sovranità dello stato-nazione, ma di poteri transnazionali che hanno interessi diversi dal popolo che intendono governare. Senza contare che da più di una generazione gli stati-nazione stanno privatizzando alcune funzioni della sovranità: quella militare, ad esempio. Dalla prima guerra del Golfo in poi è diventato evidente la sua cessione verso agenzie private.
Avete proposto una federazione internazionale composta di coalizioni democratiche. In cosa consiste?
Laval: Siamo favorevoli alla ripresa dell’ispirazione che ha fondato la prima internazionale nel XIX secolo. Non pensiamo a un’internazionale dei partiti sul modello delle altre internazionali che svilupparono la loro azione a livello nazionale. Pensiamo invece a una federazione di associazioni, sindacati, cooperative e anche di partiti.
Qual è la differenza con l’altermondialismo dei social forum?
Laval: Quelli erano luoghi di discussione, non di azione contro il sistema neoliberale mondiale. Il modello è quello delle società operaie il cui statuto garantiva a chiunque di aderire direttamente all’associazione internazionale saltando i livelli intermedi. Nessuna organizzazione può mediare la volontà dei singoli e i singoli possono partecipare direttamente, al di là della nazionalità. Questa soluzione potrebbe tutelare i migranti dal potere discrezionale degli stati, ad esempio.
Per federazione intendete anche un’istituzione politica?
Dardot: L’Unione Europea, così com’è, è detestabile. La federazione è un modello politico alternativo che potrebbe ispirare un’organizzazione internazionale aperta con l’obiettivo di federare i popoli europei nell’ottica di una co-partecipazione agli affari pubblici. L’Europa ha bisogno di una prospettiva internazionale per rifondare la democrazia in Europa su altre basi rispetto a quelle neoliberali, non per combattere per la sovranità dello stato-nazione.
La nuova ragione del mondo scritta a quattro mani
Pierre Dardot è ricercatore al laboratorio Sophiapol dell’Università di Parigi Ovest-Nanterre e professore nelle «classes préparatoires» a Parigi. Christian Laval insegna sociologia all’Università di Parigi Ovest Nanterre La Défense. Insieme hanno scritto «Marx, prénom: Karl» (Gallimard), «La nuova ragione del mondo», «Del comune», «Guerra alla democrazia», pubblicati in Italia da DeriveApprodi. Insieme a El Mouhoub Mouhoud, Dardot e Laval hanno scritto «Sauver Marx?: Empire, multitude, travail immatériel» (La Découverte) nato dai lavori del gruppo di studio «Question Marx». Di Christian Laval è disponibile in italiano «Marx combattente», (manifestolibri). Specialista del pensiero utilitarista e liberale, Laval ha scritto tra l’altro «L’Homme économique » (Gallimard).
"Internazionale populista" un corno: rinasce l'Asse Atlantico. Intellettuali socialdemocratici e liberal lividi e spiazzati
Sergio Rame Giornale - Sab, 28/01/2017
NADIA URBINATI Rep
LA “NUOVA” America di Donald Trump, per rispondere alla provocazione di Roberto Saviano, si presenta al mondo con i connotati del vecchio rinnovato a nuovo: un populismo nazionalista che non nasconde il desidero autoritario. Il menu offerto dalla Casa Bianca in questa prima settimana assomiglia all’indice di un libro di storia della prima metà del Novecento. E in questo senso l’America di Trump è insieme vecchia e insieme espressione rappresentativa di un capitalismo globale che vuole rivedere il suo rapporto con la democrazia e il cosmopolitismo dei diritti umani. Di nuovo in questa America c’è la sepoltura senza esequie non solo dei Gloriosi Trenta ma anche dell’ideale che li aveva nutriti: politiche di eguali opportunità e ricerca di cooperazione internazionale.
L’America di Trump è un rinnovato vecchio: protezionismo economico in età di globalizzazione finanziaria che, per irrobustire l’industria nazionale, farà prima di tutto gli interessi delle multinazionali imprenditrici, promettendo ai molti (che hanno votato Trump) che questo sarà positivo soprattutto per loro. La stessa vetustà nel nuovo è rintracciabile nella propagandistica cancellazione per decreto di intenti della riforma sanitaria di Obama lasciando in sospeso il contenuto, ovvero come potrà rendere l’assicurazione altrettanto universale senza gravare sulla spesa pubblica. In questa cornice si inserisce l’obolo ai repubblicani: l’assalto rinnovato al diritto di interruzione di gravidanza. Vecchia e tradizionale è anche la politica antiambientalista che subito si afferma per decreto, dando via libera al passaggio dell’oleodotto anche nelle terre dove vivono gli Indiani d’America, e che rischiano l’inquinamento delle falde acquifere.
Vecchia politica di aggressione all’ambiente, dunque, cucinata insieme alla promessa di alleggerimento delle tasse agli imprenditori se promettono di investire in America. Una politica, faceva osservare un articolista del New York Times, che vende l’illusione ottocentesca di moralizzare il capitale, come se non sia realisticamente ovvio ( in primis a Trump, lui stesso un impresario che opera sul mercato globale) che esso segue la logica della convenienza, non della morale. Ma il protezionismo rinnovato in grande stile si avvale dell’armamentario della filosofia liberista che Ronald Reagan portò alla Casa Bianca: anche Trump prova a giocare con la favola del trickle- down, vendendo l’illusione per cui abbassare le tasse ai ricchi equivarrà a indurli ad investire con un po’ di convenienza per tutti. E la guerra ideologica contro il Messico, al quale Trump vorrebbe imperialmente fare pagare il muro anti-immigrazione che lui vuole finire di costruire, rischia di diventare un boomerang perché molti dei beni abbordabili per i consumatori americani sono importati proprio dal Messico, mano d’opera compresa.
Ma di nuovo zecchino, qualche cosa c’è. Prima di tutto, la pratica in grande stile e alla luce del sole del conflitto di interessi, di fronte al quale la più vecchia democrazia del mondo non ha, proprio come l’Italia di Berlusconi, nemmeno uno straccio di impedimento normativo. In secondo luogo l’attacco, anche violento nel linguaggio, verso chi critica il presidente e, soprattutto, verso la stampa. Trump rovescia la tradizione jeffersoniana per cui un Paese può reggersi senza un governo ma non senza una stampa libera e rispettata. La Casa Bianca inscena quotidianamente comunicati contro i giornalisti, e in aggiunta contro l’opinione democratica che gli ricorda che lui, il voto popolare non lo ha preso. Per questo, Trump sta facendo una crociata senza precedenti per contestare i “dati” veri nel nome di “dati alternativi” e quindi ricontare i voti. Il Presidente è in permanente campagna elettorale, come il populismo vuole.
Quale sarà l’effetto di questa vecchia-nuova politica populista e nazionalista fuori dagli Stati Uniti? Questa domanda mette in luce l’altra grande novità del governo Trump: la sua presidenza è un messaggio eloquente di sostegno ai populisti d’Europa, a partire dagli eredi della Brexit, ma soprattutto a quelli emergenti nel vecchio Continente che a Coblenza si sono riuniti in internazionale populista con un solo obiettivo: atterrare questa Unione per fare una nuova Europa, tanto populista, bianca e cristiana quanto l’America che Trump vuole. La novità straordinaria che sta sotto i nostri occhi è che, oggi, il maggiore concorrente dell’Europa democratica viene proprio dall’America.
La storia ha ricorsi mai identici perché avvengono in un nuovo contesto. Ritorna con l’elezione di Trump la reazione contro la democrazia tollerante e la voglia del nazionalismo geloso delle frontiere, e che però deve alzare muri fisici poiché mezzo secolo di libertà di movimento non si cancella per decreto. Ritorna il senso di fallimento degli ordini liberali degli anni del primo dopoguerra, quando dalle disfunzioni dei partiti tradizionali emersero nuovi leader autoritari che si scagliarono contro l’umanitarismo democratico e la Lega delle Nazioni. Così Trump arringa contro l’Onu e dichiara che la tortura può essere buona strategia nella lotta contro l’Isis, ignorando che anche il suo Paese ha firmato una convenzione internazionale contro la tortura, che la pratica in silenzio e senza fanfara presumendone l’illegittimità. La grande differenza è che nel Primo dopoguerra, in alternativa ai regimi totalitari che quei “nuovi” leader misero in scena, negli Stati Uniti si stava sperimentando una risposta democratica alla crisi economica, a guida Frank Delano Roosevelt. La nuova America è, al contrario omologa alla voglia di populismo che c’è in Europa. E questa novità è una cattiva notizia per tutti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
CARO ORWELL, ADESSO TI CHIEDO SCUSA
ADAM GOPNIK Rep
TEMO di dover fare una confessione terribile: non sono mai stato un grande entusiasta di 1984 di George Orwell. Nelle sue proiezioni dal presente al futuro, mi è sempre sembrato troppo perfetto e studiato, un po’ carente rispetto a quelle rappresentazioni irreali che cerchiamo nella letteratura distopica. Come fece notare tanto tempo fa lo scrittore britannico Anthony Burgess, l’inferno moderno di Orwell in sostanza era una riproduzione della miseria in Gran Bretagna negli anni di razionamento del dopoguerra. Con l’aggiunta di una malvagità da stato di polizia stalinista.
L’altro classico che si legge al primo anno delle superiori, Il mondo nuovo di Aldous Huxley — nel quale in una società ferocemente e profondamente non egualitaria persiste un’attività ininterrotta legata al sesso e alle sostanze stupefacenti —, mi sembrava di gran lunga più profetico, come pure ogni opera di Philip K. Dick che proiettava le nostre bizzarre ossessioni americane per l’intrattenimento molto più in là, in un futuro ancora più bestiale, nel quale Ken e Barbie sarebbero stati adorati alla stregua di divinità. Al confronto, quando immaginava il rapporto tra stato autoritario e cittadini indifesi, 1984 sembrava troppo disumano, troppo atavico, troppo limitato. Le scuse affiorano spontanee alle labbra, tenuto conto che il libro di Orwell continua a scalare, come è opportuno che avvenga, le classifiche di Amazon: era di gran lunga meglio e più brillante di quanto i bei tempi in passato ci permettessero di supporre. A farmi cambiare opinione, naturalmente, è stata la presidenza di Donald Trump. E questo perché ciò che in assoluto colpisce di più della sua impareggiabile prima stravagante settimana è quanto primitivo, atavico, esplicitamente brutale si sia rivelato essere l’autoritarismo targato Trump. Per saggiarne la qualità dobbiamo ritornare a 1984 perché, in verità, dobbiamo tornare al 1948.
Non vi è nulla di inafferrabile nel comportamento di Trump: egli mente, ripete la balla, e chi l’ascolta o si accuccia spaventato, balbettando incredulo, oppure cerca di capire in che modo ribaltare la menzogna per il proprio tornaconto. Le menzogne di Trump, e il suo impulso a dirle, sono rozzezza da Grande Fratello allo stato puro, a prescindere da quanto siano zoticamente articolate. Non sono trabocchetti e tentazioni post-moderne: sono soltanto primitivi sfottò e sopraffazioni da cortile di scuola.
Il cieco e palese disprezzo della verità ci è offerto senza neppure una sottile patina glassata di facciata, senza l’edulcorante di una certa gradevolezza di temperamento o di moderazione o di rappresentanza — non con il bagliore di un consenso arrendevole, ma con il timbro arcaico della rabbia, dell’arroganza, e della rivalsa. Trump è l’essere rabbioso autoritario allo stato puro.
Di conseguenza, rileggendo Orwell, ci viene rammentato quello che l’autore aveva correttamente presagito riguardo all’autoritarismo bestiale — in sostanza il fatto che esso si basa su menzogne dette spesso e a tal punto ripetute che combatterle diventa non soltanto più pericoloso, ma addirittura più logorante che ripeterle. Orwell vide, e va a suo merito, che distorcere la realtà è solo in un secondo tempo un modo per cambiarne la percezione: distorcere la realtà è prima di ogni altra cosa un modo per affermare il proprio potere.
Quando ripete la ridicola storia dei tre milioni di elettori clandestini — faccenda di cui nessuno è a conoscenza tra chi sa queste cose, e nella quale non credono neppure uno degli impiegati della Casa Bianca e nemmeno uno dei rappresentanti repubblicani al Congresso — , a Trump non interessa affatto se qualcuno ci crede, anche se, a un certo livello di follia, lui ci crede. Più o meno. Non è previsto che la gente debba crederci, ma che ne sia intimidita. La menzogna non è una dichiarazione su fatti specifici; la follia è una sfida deliberata all’idea più generale di sanità mentale stessa. Una volta che una bugia così grossa inizia a circolare, cercare di riportare il dibattito nell’ambito della logica diventa irrealizzabile.
Nel frattempo, i repubblicani al Congresso, del tutto intimoriti e in soggezione, con gli occhi che sprizzano lucida paura da un lato e avidità dall’altro, sfrutteranno la “questione” dei brogli elettorali per perseguire politiche che soffochino gli elettori delle minoranze. È risaputo che Caligola, l’imperatore pazzo di Roma, nominò senatore il suo cavallo Incitatus, gesto che da millenni a questa parte è diventato per antonomasia il simbolo di un’azione dispotica da squilibrati. Adesso, però, sappiamo che cosa accadrebbe qualora Caligola nominasse il suo cavallo senatore se al Senato la maggioranza fosse formata dal moderno partito repubblicano: i repubblicani prima direbbero di non aver voluto interferire ed essere coinvolti nelle discussioni sulle scelte personali dell’Imperatore, e in un secondo tempo passerebbero subito a prendere in considerazione in che modo la presenza del cavallo potrebbe aiutarli a legittimare lo smantellamento delle regolamentazioni nel settore dei trasporti con calessi trainati da cavalli. La follia dell’Imperatore e il ladrocinio dei senatori sono un’accoppiata perfetta.
A cominciare da questa settimana, dunque, è di vitale importanza che chiunque voglia mantenere la propria salute mentale capisca che le cose stanno così — che si tratta di una falsa credenza che la ragione, come è normalmente intesa, possa influire su questo processo, o che possano farlo le “conseguenze”, così come sono anch’esse normalmente intese. Ogni volta che in un’ideologia irragionevole è radicata una svolta autoritaria, le persone benintenzionate sosterranno che quella situazione non potrà durare a lungo, perché i risultati saranno palesemente negativi per le persone che credono in essa, che si tratti della rivoluzione teocratica in Iran o della prima Amministrazione veramente assolutista in America. È tragico, è terribile, ma non accade mai che le cose vadano così.
Dal punto di vista politico, a Trump non costa nulla essere considerato incompetente, impulsivo, superficiale, inconsistente e sdegnoso della verità e della ragione. Sono queste le sue politiche. È così che è arrivato al potere. La sua base ama la sventatezza, l’incompetenza e il disprezzo della ragione perché la sanità di mente, la competenza e la paziente raccolta di prove sono cose che permettono alla gente istruita di fingere di essere superiore. Il risentimento arriva prima della ragione. Ora ci rendiamo conto che gli intellettuali conservatori condividono questi rancori più profondamente di quanto valutino le prassi razionali. E se fossero costretti a scegliere, anteporrebbero sempre il demagogo ai dimostranti.
Sul versante positivo, beh, ci sono state le marce delle donne dello scorso fine-settimana, che hanno riempito di speranza il cuore di chiunque abbia un briciolo di senno. Le nostre menti si sentono ispirate da slogan semplici, che non spiegano le cose in modo semplicistico. L’unione è l’unica cura contro la catastrofe. L’azione è l’unico antidoto alla rabbia. Se vi sembrano un po’ simili alle esternazioni sommesse di Winston in 1984 — quando scrive di nascosto, per esempio, che la sanità mentale non è statistica — almeno per il momento si tratta ancora di verità intimamente universali. Preghiamo che così continuino a essere.
Donald e Theresa, un asse per tenere a battesimo l’Internazionale populista
Stavolta la relazione preferenziale tra Washington e Londra è all’insegna di nazionalismo e anti-europeismo. Ma non è chiaro a quali trattati bilaterali porterà questa “globalizzazione diversa”
FEDERICO RAMPINI Rep
È nata la nuova Internazionale populista. Ha la sua Dottrina: nazionalista, anti- europea, perfino… “operaista”. La visita di Theresa May alla Casa Bianca è il battesimo ufficiale. Occasione solenne, test precoce per Donald Trump: primo summit con un leader straniero, a sette giorni dall’Inauguration Day. L’intesa funziona, l’affiatamento c’è. Prove generali per ricostruire la leggendaria coppia Reagan-Thatcher. Dai quali Trump-May ereditano l’atteggiamento pro-business, antistatalista, anti-tasse. Si discostano su un aspetto importante dal liberismo degli anni Ottanta: soprattutto Trump, abbraccia un protezionismo che non è nella tradizione della destra classica, né dell’establishment capitalista.
La nuova Dottrina la espone il neopresidente americano, stabilisce il legame tra Brexit e il Muro: «I nostri popoli vogliono decidere chi entra nel proprio Paese». Aggiunge la comune volontà di «governare rispondendo ai lavoratori ». Mentre rilancia la «relazione privilegiata», lo fa martellando su un aggettivo: sovranità nazionale, identità nazionale, interesse nazionale. È diverso dallo storico asse angloamericano Roosevelt-Churchill che difese i valori delle liberaldemocrazie contro i nazifascismi; è diverso anche da Reagan-Thatcher che insieme al capitalismo credevano in una cosa chiamata Occidente contro “l’Impero del Male” (Urss). Stavolta la relazione preferenziale Washington- Londra è all’insegna del nazionalismo. È destinata a diventare il faro per i populismi del momento, da Marine Le Pen a Beppe Grillo, da Orban a Salvini. La venatura anti-europeista è potente; Trump esalta Brexit come «un anticipo di quello che accadrà»: la prima crepa in un edificio destinato a crollare. Per sottolineare come sia bello lo Stato-nazione, in contrapposizione a tutto ciò che è sovranazionale, lui evoca una vicenda dei suoi affari privati; senza scendere nei dettagli — siamo sul terreno scivoloso dei suoi conflitti d’interessi — ricorda che in Europa riuscì ad avere un “permesso” velocemente da un’autorità nazionale, mentre i tempi si allungarono per il via libera di Bruxelles. Conia un neologismo spregiativo, l’Unione europea diventa “Il Consorzio”.
Nei primi passi della relazione con la May, che gli consegna un invito a Londra dalla Regina, ci sta pure una sorta di apprendistato. Trump sembra disponibile a lasciarsi moderare o forse perfino guidare, cosa rara per il temperamento dell’individuo. Uno sprazzo di umiltà — incredibile — fa capolino anche quando lui accetta di dare al generale Mattis l’ultima parola sulla tortura: si fida dell’esperto. Che sia capace di fare un passo indietro, su temi scottanti? In conferenza stampa lui lascia che sia la premier britannica ad attribuirgli un «sostegno al 100% verso la Nato», non la smentisce.
È una posizione congeniale alla Gran Bretagna che non può sognarsi una difesa senza gli Stati Uniti; ma è una correzione vistosa rispetto alle dichiarazioni precedenti di Trump che aveva definito la Nato “obsoleta”. La scena è analoga sulle sanzioni alla Russia, dove la May rimane legata alla solidarietà europea, «le sanzioni rimangono finché la Russia non rispetta gli accordi» (sulla sovranità dell’Ucraina). Questo è un altolà, a poche ore dalla prima telefonata Trump-Putin fissata per oggi. E il leader americano diventa più cauto: «Con Putin non so se avrò una relazione buona o cattiva. Vedremo. Di certo io rappresenterò con forza gli interessi del popolo americano. E’ troppo presto per parlare di sanzioni». Nel dubbio, sapendo quanti sospetti si addensano su di lui dopo le interferenze degli hacker russi in campagna elettorale, Trump non deve poter apparire come “The Manchurian Candidate”, eletto con l’aiuto di una potenza straniera. Si rifugia in una posizione che gli è congeniale: il businessman, l’autore de “L’arte degli affari”, si siede al tavolo di ogni negoziato senza scoprire in anticipo le sue carte, pronto alle giravolte tattiche che gli possono servire. Manca, nel disegnare un percorso delle nuove relazioni internazionali, ogni riferimento a un quadro di valori, di principi. È tutto negoziabile, l’unico criterio è portare a casa il massimo risultato «per la nazione, il popolo, i lavoratori».
Così lui si cava d’impiccio anche sull’altro tema scottante del momento, il Muro col Messico. C’è stata una telefonata distensiva col presidente Nieto, ma il vero problema restano «i 60 miliardi di deficit Usa col Messico, i milioni di posti di lavoro perduti» per colpa dei «presidenti precedenti che negoziarono male i trattati ». Trasferito ai rapporti con l’Europa, l’approccio di Trump può creare problemi soprattutto alla Germania, grande esportatrice. Già Barack Obama si era scontrato con una Merkel che non fa la sua parte per rilanciare la crescita mondiale, accumula avanzi commerciali col resto del mondo con effetto “depressivo” sulla domanda.
Nella Dottrina nazionalpopolare Trump-May, rimane lacunosa la parte costruttiva. Quale tipo di trattato bilaterale tra Washington e Londra può aprire la strada a una “globalizzazione diversa”? La May cita i «mille miliardi di investimenti bilaterali» a conferma della densità di rapporti economici già esistenti. Appunto: ma in futuro sono destinati a crescere? E seguendo quali nuove regole? Il vortice degli ordini esecutivi mitragliati da Trump nei primi sette giorni, dà le vertigini. Quando il polverone si abbasserà, si vorranno vedere i dettagli.
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May vola da Trump, l’asse commerciale contro l’Europa
Usa/Gran Bretagna. Prima visita di Stato per il neo-presidente: poli opposti su Mosca e tortura, ma il punto di incontro è l’isolazionismo anti-Ue: all’orizzonte un accordo economico a due per contrastare l’effetto Brexit
Marina Catucci Manifesto NEW YORK28.1.2017, 23:58
Il giorno dell’incontro è arrivato: Theresa May – la prima visita di un leader straniero alla nuova presidenza – ha raggiunto Donald Trump alla Casa Bianca, per un meeting a cui ha fatto seguito una conferenza stampa congiunta dei due leader.
L’incontro (cominciato con una visita al cimitero di Arlington ) è avvenuto il giorno seguente il discorso che May ha tenuto a Philadelphia, al ritiro dei repubblicani, e già si sapeva che durante il meeting i due avrebbero parlato di come rafforzare i legami Usa-Regno Unito, il commercio e gli affari esteri.
Nel suo intervento a Philadelphia, May aveva affermato di voler «rinnovare il rapporto speciale» tra Regno Unito e Stati Uniti e ribadito che i due Paesi «devono sempre essere solidali al fianco dei nostri amici in Paesi democratici che si trovano in situazioni difficili», tra gli applausi dal pubblico.
Ma, aveva anche aggiunto, rimarcando la politica non interventista cavallo di battaglia di Trump, Regno Unito e Stati Uniti non dovranno tornare a «interventi militari fallimentari per rifare il mondo a propria immagine» alludendo alle guerre in Afghanistan ed Iraq.
Già questo intervento aveva segnato una svolta nella politica estera, sia britannica che statunitense degli ultimi anni. Ed ha anche rappresentato un’esortazione per Trump a non tornare indietro. May aveva poi continuato come, ci si aspettava, definendo la Nato, tanto invisa a questa nuova amministrazione, come «la pietra angolare» della difesa occidentale, per poi concedere comunque che, nonostante la grande importanza delle associazioni internazionali, «alcune di queste organizzazioni hanno bisogno di una riforma e di un rinnovamento per renderle rilevanti per le nostre esigenze di oggi».
Un colpo ad entrambi i lati, insomma. Per questo, dopo il suo discorso al ritiro repubblicano, l’attesa era per la conferenza stampa congiunta che ha seguito il meeting.
La visita di May alla Casa Bianca è l’inizio di un week-end dedicato alla politica estera, per Trump, con incontri centrati sull’Europa. Il suo portavoce Spicer ha riferito che sono previste telefonate con il cancelliere tedesco Merkel, il presidente francese Hollande e il presidente russo Putin.
Molti leader stranieri hanno detto di non sapere cosa aspettarsi da Trump, che da parte sua ha affermato che gli altri Paesi dovrebbero pagare per l’assistenza degli Stati Uniti in termini di difesa, inclusi i paesi membri della Nato.
Così, durante la sua prima conferenza stampa con un leader straniero da quando ha assunto l’incarico, Trump ha affrontato argomenti di cui si sta parlando molto in questi giorni come il famigerato ritorno all’uso della tortura, le sanzioni nei confronti della Russia e le relazioni tese tra Stati Uniti e Messico.
«Una Gran Bretagna libera e indipendente è una benedizione per il mondo», ha affermato Trump aprendo la conferenza stampa, ed ha aggiunto che l’uscita dall’Europa sarà una cosa fantastica per l’Inghilterra. E non ha poi potuto fare a meno di vantarsi di aver previsto Brexit, lungimirante.
Interrogati sui rapporti commerciali tra i due Paesi, May ha dichiarato che i due leader hanno affrontato il tema di come «approfondire i rapporti commerciali» bilaterali ed ha definito un patto tra Stati Uniti e Gran Bretagna sull’interscambio «un vantaggio per entrambi i Paesi».
Ma ulteriori colloqui per implementare davvero un’intesa commerciale con Londra, ha continuato Trump, verranno organizzati in seguito. Per ora la Gran Bretagna non può avviare negoziati formali perché non ha completato la rottura con l’Unione europea.
May ha preannunciato una visita di Stato di Trump alla Regina entro il 2017. Rispondendo al giornalista della Bbc che lo incalzava sulle dichiarazioni sull’uso della tortura, Trump non ha fatto nessun passo indietro ed ha ribadito di credere che il waterboarding sia una strategia vincente, ma deferirà il tema al Segretario alla Difesa James Mattis, il quale è contrario.
«Non sono necessariamente d’accordo, ma il capo del Pentagono prevarrà su di me, perché gli darò questo potere» ha detto precisando che gli Stati Uniti comunque «vinceranno con o senza l’uso dei waterboarding».
Interrogato sul delicato e difficile argomento dell’immigrazione e gli scambi commerciali, Trump ha cercato di minimizzare la crisi con il Messico ed ha detto di aver avuto una «telefonata molto amichevole» con il presidente messicano Enrique Pena Nieto, durante la quale entrambi hanno deciso di non discutere più pubblicamente le proprie divergenze riguardo il muro.
Alla domanda riguardo l’eliminare o meno le sanzioni alla Russia rafforzate da Obama a seguito delle interferenze di Putin nelle elezioni americane, Trump non ha risposto in modo chiaro, limitandosi a commentare: «Vedremo cosa accadrà alle sanzioni».
Un improbabile regno atlantico
Usa/Gran Bretagna. Theresa
May vorrebbe ricostruire con Trump il rapporto Washington-Londra degli
anni Ottanta, ma alla base stanno visioni diverse su economia, Nato e
Russia
Fabrizio Tonello Manifesto 28.1.2017, 23:58
Il primo ministro inglese Theresa May, che non ha avuto una buona
settimana, si è incontrata ieri con il presidente americano Donald
Trump avendo un unico obiettivo: resuscitare il «legame speciale» che
negli ultimi 100 anni ha unito i destini di Gran Bretagna e Stati Uniti.
Stavolta per un progetto solo bilaterale neo-conservatore,
formalmente contrapposto al cosiddetto «neo-laburismo» mondiale dell’era
Clinton-Blair degli anni Novanta.
Era esattamente un secolo fa, infatti, quando l’amministrazione
Wilson preparava l’ingresso nella Prima guerra mondiale con il pretesto
annunciato di «rendere il mondo sicuro per la democrazia»: la
dichiarazione di guerra sarebbe arrivata il 6 aprile 1917.
Le truppe del generale Pershing salvarono gli alleati ma fallirono
nell’obiettivo di creare un ordine internazionale stabile e pacifico: al
contrario il trattato di Versailles piantò i semi della Seconda guerra
mondiale.
Anche in quel caso gli Stati Uniti intervennero e, di nuovo,
tardivamente: il conflitto scoppiò nel 1939 ma, nonostante gli stretti
legami personali con Winston Churchill, Franklin Roosevelt vi entrò solo
a fine 1941, costretto dall’attacco giapponese contro Pearl Harbour.
La vittoria del 1945 consacrò definitivamente il ruolo dell’America
come superpotenza, in sostituzione di una Gran Bretagna vincitrice ma
stremata dalle perdite umane e materiali.
Ora, approfittando dell’uscita dall’Unione Europea, Theresa May
vorrebbe ricreare con Donald Trump quello che in tempi più recenti era
il legame tra Ronald Reagan e Margaret Thatcher ma non basta un vertice e
una photo opportunity per tornare ai dorati anni Ottanta e a quelli che furono i successi di allora.
Prima di tutto Ronald Reagan riconosceva Margaret Thatcher come un
politico che era arrivata al potere prima di lui, vincendo le elezioni
nel 1979, e come mentore intellettuale: benché Reagan condividesse con
lei le idee neoconservatrici sul libero scambio e sulla necessità di
confrontarsi a muso duro con l’Unione Sovietica, Thatcher era un
politico più intelligente e più preparato (era stata deputato fin dal
1959, quando ancora Reagan faceva pubblicità per i frigoriferi General
Electric in televisione).
Fu questo rapporto di ammirazione verso Margaret Thatcher che indusse
Reagan ad accettare Gorbaciov come partner privilegiato nei negoziati
sul disarmo nucleare culminati nella firma del trattato per
l’eliminazione dei missili a medio raggio, nel 1987, e nell’avvio delle
trattative per la riduzione di tutte le altre armi nucleari prevista dal
trattato Start I.
Questa forte solidarietà ideologica, unita a una profonda fiducia
personale che raramente si trova fra leader di paesi diversi, sembrano
assenti nel rapporto fra Trump e May, almeno per ora. Theresa May è un
politico tradizionale, un puro prodotto dell’establishment inglese,
laureata ad Oxford, passata alla Banca d’Inghilterra, deputato fin dal
1997.
Trump è un miliardario narcisista e bugiardo, che non ha mai
ricoperto una carica politica, e abile in una sola cosa: dominare i
telegiornali serali con dichiarazione provocatorie.
I tratti caratteriali potrebbero anche diventare secondari se ci
fosse un forte accordo politico ma questo non sembra essere il caso, in
particolare per quanto riguarda i rapporti con la Russia.
Theresa May è non solo una sostenitrice della Nato ma certamente
ricorda quando, nel 2006, i servizi segreti del Cremlino assassinarono a
Londra il dissidente Alexander Litvinenko, in un’operazione che
l’inchiesta attribuì a un ordine di Vladimir Putin. Negli ultimi anni,
le relazioni tra Londra e Mosca sono state pessime, ben lontane da
quelle amichevoli che Trump vuole ristabilire con la Russia.
Anche per quanto riguarda la politica economica è difficile che i due
personaggi si intendano: Trump ha vinto la sua campagna elettorale
invocando il protezionismo, e da allora ha continuato a minacciare di
imporre dazi doganali contro interi paesi (il Messico) o singole aziende
(cosa che non ha il potere di fare, ma l’importante è il messaggio ai
suoi sostenitori).
Theresa May ha bisogno di avere un alleato nei difficili negoziati
con l’Unione Europea ma non si vede quale interesse potrebbe avere Trump
a darle una mano.
Soprattutto, Trump sembra determinato a seminare il caos nel sistema
economico mondiale: dopo il ritiro dal Trattato di libero scambio del
Pacifico, le sue iniziative contro il Messico minacciano seriamente di
sfasciare anche il Nafta, il trattato di libero scambio con, appunto, il
Messico e il Canada.
Se a questo si aggiunge l’incertezza nei rapporti con la Cina e la
possibilità di guerre commerciali bilaterali, si capisce che l’ottimismo
attuale dei mercati finanziari americani è destinato a durare poco.
La Borsa di Wall Street, ottimista sulla possibilità di avere un
«normale» presidente repubblicano che portasse in dote meno tasse e meno
regole per il settore finanziario, dopo le elezioni è salita ma
cambierà presto opinione.
Il crack potrebbe arrivare tra qualche settimana o qualche mese, ma
arriverà e non sarà Theresa May a convincere il bullo della Casa Bianca
che sarebbe più prudente riflettere prima di twittare.
se la lady spinge donald al realismo
Gianni Riotta Busiarda 28 1 2017
Il premier inglese Churchill aveva mamma americana e provò ad andare d’accordo con l’aristocratico presidente Roosevelt, mentre il ruvido Truman lo ascoltava meno. La Thatcher e Reagan erano compagni di strada liberisti e fu la Lady di Ferro a persuadere Bush padre ad attaccare Saddam dopo il Kuwait. Blair era gemello di Clinton ma non abbandonò Bush figlio in Iraq.
La storia della «special relationship» tra Usa e Regno Unito, come la battezzò Churchill nel 1946, ha vissuto ieri un nuovo atto con l’incontro tra il neopresidente Donald Trump e la neopremier Theresa May. I due non potrebbero essere più diversi, il palazzinaro che attacca briga dalla Casa Bianca a colpi di tweet, la politica tradizionale, forbita, attenta a ogni virgola. I due cicloni 2016, Brexit ed elezioni Usa, hanno portato la Strana Coppia Theresa-Donald alla ribalta e devono ora darsi una mano. La May è sola davanti a una Unione Europea che non fa sconti a Brexit, con un Parlamento riottoso a Londra. Trump ha passato la prima settimana al potere a emanare decreti presidenziali, come fulmini di Giove a Washington, ignaro del monito di Truman al successore Eisenhower, ex generale che trionfò in Normandia: «Povero Ike, dalla Casa Bianca darà ordini credendo di essere nell’esercito e si accorgerà che qui nulla si muove».
Ieri, per la prima volta, la realtà, sola maestra che dà i voti all’uomo più potente della Terra, ha fatto capolino davanti a Trump. Su Putin e Nato, la premier May ha tenuto duro, le sanzioni contro Mosca, dopo le offensive in Crimea e Ucraina, restano come gli accordi di Minsk, la Nato è baluardo occidentale, non «obsoleta» come Trump la definisce, anche se gli europei devono pagare infine per le comuni spese militari.
Con veleno sottile, cui Trump non è uso nella sua «braggadocio», la foga irruenta, May ha sussurrato che il presidente si è detto «d’accordo con me sulla Nato». Quindi Trump, che oggi parlerà con il presidente russo Putin, la cancelliera tedesca Merkel e il presidente francese Hollande, ha dovuto assumere un insolito atteggiamento difensivo «Non conosco quel signore (Putin), vedremo come va la nostra relazione, io voglio buoni rapporti, con Russia e Cina».
Perfino sulla tortura, pallino di Trump, il presidente non fa marcia indietro, «per me funziona», ma annuncia che ha decidere sarà il generale «Cane Rabbioso» Mattis, che è contrario. Trump scopre presto come sui grandi temi, Muro con il Messico, Nato, tortura, commercio internazionale, Europa, Russia, Cina ogni parola pesa come un grattacielo. Nei suoi libri sul business Trump elogia uno stile di negoziato a somma zero, chi vince prende tutto, chi perde zero. Ma in politica, interna ed estera, il bravo leader cerca di far sì che tutti, o almeno tanti, vincano negli accordi, con meno esclusi possibile. Prima dell’incontro con la May, Trump ha dovuto parlare per un’ora al telefono con il presidente messicano Peña-Nato: altro che tweet, 60 minuti per evitare una disastrosa guerra commerciale nata dal nulla.
«Non sono così focoso come mi dipingete» ha detto, sottovoce, Trump ai giornalisti, per la prima volta impressionato da quanto pesi il governo. I parlamentari repubblicani, nelle stesse ore, lo mettevano in guardia dal bocciare subito la riforma sanitaria di Obama che lui detesta ma che copre anche i loro elettori, mentre in Europa Merkel e Hollande chiamavano all’«unità europea». Immaginare che Trump possa trasformarsi d’incanto in statista moderato è un miraggio, ma anche l’illusione del presidente di cambiare il mondo e l’America con un tratto di penna sfuma in fretta. Non sganciate però ancora le cinture: domani Trump si vedrà dipinto da «moderato» in tv e la sua mano correrà al tweet. Facebook riotta.it BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
il momento della verità per l’europa
Giorgio Napolitano* Busiarda 28 1 2017
L’insediamento del nuovo Presidente americano e il suo perentorio discorso del giuramento hanno impresso un segno lacerante in quel «tempo di grave disordine mondiale» che assunsi come punto di partenza nel mio dialogo con i lettori de La Stampa. Smentite le ottimistiche previsioni di quanti si attendevano sostanziali attenuazioni dei suoi dirompenti messaggi e preannunci elettorali, è una «buia visione» (come l’ha definita il New York Times) quella che è stata posta dal Presidente Trump dinanzi agli Stati Uniti e al mondo. Ed essa, di fatto, sembra saldarsi con la visione delineata dalla leadership britannica del dopo-Brexit.
Ma proprio non vedo come si possa affermare che l’Inghilterra ha ormai una sua visione e l’America se ne è appena data anch’essa una, mentre l’Europa non ne avrebbe alcuna.
Il disegno europeista è fondato su una visione che mai come ora esibisce i suoi valori e le sue potenzialità in senso antitetico a ciò che ha formato la base della vittoria del referendum in Gran Bretagna e del successo elettorale di Trump. I fondamenti del progetto e del processo di integrazione e unità europea coincidono con i valori della pace, della cooperazione mondiale, del superamento della conflittualità, cronicamente riemersa in Europa dall’esercizio di sovranità nazionali assolute. In costante e conseguente confronto, dunque, con i nazionalismi e i protezionismi.
Antagonismo più netto non potrebbe immaginarsi con propositi e primi atti concreti delle attuali leadership inglese e statunitense. E dobbiamo essere più che mai consapevoli - come europei eredi e portatori dell’«invenzione comunitaria» - della qualità politica e morale e della capacità di futuro della visione che ci è propria dalla dichiarazione Schuman del 1950.
Il mix di nazionalismo e protezionismo che si agita come possibile base di un’alleanza tra populismi europei e strategia trumpiana («America first») minaccia regressioni profonde nell’ordine mondiale sotto la bandiera di un rigetto totale della globalizzazione. Ma la nuova alleanza Washington-Londra di cui si parla non può che risultare in definitiva, come ha ben detto Sergio Romano, «una alleanza effimera».
E l’Europa? Sarebbe fuorviante considerare l’allarmante involuzione in atto come «un’occasione» per l’Europa: sarebbe un sinistro paradosso. Ma essa è certamente un momento della verità, della chiarezza e del coraggio per noi europei. Perché abbiamo accumulato negli ultimi venti anni troppi ritardi, omissioni e inconcludenze; ancora negli ultimissimi tempi abbiamo mancato di capacità di decisione perfino dinanzi al drammatico emergere del flusso migratorio, del terrorismo di matrice islamica, dell’ansia di sicurezza delle nostre popolazioni.
Ma non si possono mettere insieme in un bilancio quasi liquidatorio pur fondate insoddisfazioni e ogni sorta di giudizi critici. I principi di Ventotene continuano a guidarci, ma non siamo rimasti a quella profezia. Abbiamo alle spalle i balzi in avanti compiuti dalla Comunità e dall’Unione. D’altronde Altiero Spinelli non è stato solo il profeta del Manifesto di Ventotene, ma ha operato ad alto livello come membro della Commissione europea (anche lui un «euroburocrate»?); e infine ha promosso a Strasburgo il progetto di una Unione europea che avesse anche istituzioni e regole da rispettare e funzionari qualificati al proprio servizio.
Tocca oggi all’Europa confrontarsi con le sfide del presidente americano, dare le sue risposte non demagogiche ai «perdenti» o «dimenticati» della globalizzazione sul terreno dell’impegno ad affrontare le accresciute diseguaglianze sociali, a contrastare concentrazioni di potere finanziario e di ricchezza.
«L’Unione non può tollerare una situazione di stallo per un altro anno», ha affermato, qualche giorno fa a Roma, una qualificata conferenza internazionale dell’Ispi nella quale sono stati suggeriti i passi avanti indispensabili per dare la prova che l’Europa non sta ferma, intende andare avanti per il cambiamento con le riforme. Passi concreti ed espliciti verso l’indilazionabile difesa comune europea, il pieno completamento dell’Unione bancaria, il decollo di un processo di riforma del bilancio dell’Unione: muovendo in queste direzioni, nel 2017, l’Europa può recuperare consensi e sostegni che ha perduto.
E non bisogna più esitare nell’indicare la strada lungo la quale vogliamo andare avanti, senza semplicemente ripetere che siamo troppi e troppo diversi per stare insieme entro un’unica prospettiva, un unico assetto istituzionale e sistema di impegni e di vincoli. Ne parliamo da oltre venticinque anni - dall’indomani della caduta del muro di Berlino - passando da un’ipotesi o da una formula all’altra, senza concludere.
Possiamo ancora eludere o dissimulare la necessità di definire e aggregare diverse e più omogenee formazioni di Stati europei, privilegiando quella votata a un percorso verso l’Unione federale?
Trump-May, patto su Isis e commerci Ma Putin divide ancora l’Atlantico
Grande sintonia nel primo incontro alla Casa Bianca: “Insieme batteremo il terrorismo” La premier: lui crede al 100% nella Nato. Il presidente: la Brexit è una cosa meravigliosa
Paolo Mastrolilli Busiarda 28 1 2017
La nuova alleanza tra gli Stati Uniti di Donald Trump e la Gran Bretagna di Theresa May è nata ieri nello Studio Ovale della Casa Bianca, davanti al busto di Churchill tornato al suo posto d’onore, ma non è ancora completa.
L’accordo è forte sulla collaborazione commerciale; la lotta all’Isis e al terrorismo, ora che il Presidente americano sembra disposto a rinunciare alla tortura; e il ruolo della Nato per la stabilità globale, anche se qui è stata la May a prendere l’impegno per entrambi. L’intesa invece resta incerta sul rapporto con la Russia, perché Theresa non vuole togliere le sanzioni fino a quando gli accordi di Minsk saranno applicati, mentre Donald è più disponbile verso Putin; e in generale sul futuro dell’Europa, perché il capo della Casa Bianca sembra quasi più entusiasta della Brexit dell’inquilina di Downing Street, considera l’Unione Europa «una consorteria» di lenti burocrati, e dà la netta impressione di essere favorevole alla sua totale disgregazione, in favore del ritorno ai rapporti di forza bilaterali con i singoli stati. Quanto al Messico, che si è infilato nel vertice perché ieri mattina Trump ha parlato al telefono col collega Nieto, i due presidenti hanno cercando di spegnere la miccia diplomatica accesa giovedì, accordandosi di non essere d’accordo sulla costruzione del muro e il suo pagamento. Trump poi ha firmato due decreti, uno per ricostruire le forze armate, l’altro per negare l’accesso a chi arriva da Paesi a rischio terrorismo come Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Yemen e Sudan.
May era venuta per rilanciare la «relazione speciale» sul modello del rapporto tra Reagan e Thatcher, sperando di trasformarla in un asse bilaterale con cui guidare l’Occidente, dopo l’uscita dalla Ue. Il primo punto nell’agenda era iniziare a negoziare un accordo sugli scambi bilaterali, anche se un vero trattato commerciale non potrà essere firmato prima di due anni, cioè quando la Brexit sarà completa. Su questo l’intesa ci sarà, non solo perché Donald riverisce le origini britanniche di sua madre, ma soprattutto perché tra i due Paesi c’è un trilione di investimenti reciproci da salvaguardare. Discorso simile per la lotta al terrorismo, dove la premier ha detto che «abbiamo discusso come potenziare insieme la lotta all’Isis». Trump ha già chiesto al capo del Pentagono Mattis di colpire con più forza, eliminando alcuni limiti imposti dalla volontà di evitare i «danni collaterali», ma sul contrasto al terrorismo pesava la sua apertura all’uso della tortura, che la legge britannica non consente. «Io - ha detto ieri il capo della Casa Bianca - penso che funzioni, mentre Mattis è contrario. Su questo non siamo d’accordo, ma lascerò a lui la decisione».
Trump aveva preoccupato l’Europa dicendo che la Nato è obsoleta, ma ieri May deve averlo convinto che resta essenziale. Quanto meno lei, parlando a nome di entrambi, ha detto che «il Presidente appoggia l’Alleanza al cento per cento», senza essere smentita.
I problemi, o le intese che vanno ancora rifinite, cominciano con la Russia. Theresa è stata netta: «Le sanzioni devono restare in vigore, fino a quando gli accordi di Minsk non saranno applicati», cosa che include restituire all’Ucraina il controllo dei propri confini. Donald, che oggi avrà la sua prima telefonata con Putin, è stato più aperto, pur spostandosi verso il realismo: «Se andassimo d’accordo, ad esempio nella lotta all’Isis, sarebbe un vantaggio. Non so se accadrà, magari no, ma prima devo parlarci». In altre parole, se Vladimir offrisse qualcosa di concreto in Medio Oriente, lui potrebbe chiudere un occhio sull’Ucraina.
La distanza invece resta ampia, se non incolmabile, su Bruxelles. May deve procedere con la Brexit, che non aveva sostenuto in pubblico durante il referendum, ma non detestava in privato. Però non è convinta che la disgregazione sia nell’interesse di Londra e Washington. Trump invece pensa che «la Brexit è meravigliosa», e la Ue «una consorteria» che blocca lo sviluppo. Meglio perderla, dunque, e puntare sulle alleanze bilaterali come con Londra.
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Lamy: lo scontro sui mercati penalizzerebbe le aziende Usa
L’ex direttore del Wto: alleanza angolamericana anti Ue? Londra non può cancellare i suoi legami con l’Europa
Marco Zatterin Busiarda 28 1 2017
«È una mossa che non può fare e non farà». Pascal Lamy quieta le paure alimentate dalle uscite no-global di Donald Trump. «Il presidente del Congresso americano ha già detto di non condividere l’idea di introdurre dazi al 45% sull’import cinese e i parlamentari non lo permetteranno», dice l’economista francese, segretario dell’Organizzazione mondiale del commercio dal 2005 al 2013, oggi presidente emerito del Delors Institute. «Si scatenerebbe una guerra commerciale irresponsabile, in cui le prime ad essere penalizzate sarebbero le imprese americane», assicura il francese. Nell’export dalla Cina c’è più valore aggiunto Usa che asiatico, insiste. Basta prendere un iPhone, in cui «il rapporto fra valore americano e cinese è quattro a uno». Così, «per una volta che danneggi i cinesi, colpisci quattro volte gli americani».
Trump dice Fair Trade al posto di Free trade. Commercio equo contro commercio libero. È una buona idea?
«È una vecchia idea, un’espressione comoda. Noi tutti siamo per l’equo commercio, non si può essere contrari. Può funzionare solo se è una scelta bilaterale: occorre che due parti siano d’accordo su cosa e bisogna essa lo sia agli occhi di entrambi».
Cosa ha in mente il neopresidente?
«Supponendo che non cambi idea su Twitter a ogni istante, la sua ricetta è un nazionalismo economico. Dice “America first”, pone i suoi interessi davanti a quelli di tutti. In campagna elettorale ha detto più volte che la crisi era tutta colpa del libero scambio, bombardando quanto è stato fatto negli ultimi trent’anni per aprire i commerci. Ovviamente le cose non stanno così».
Perché Trump ha scelto questa linea?
«È convinto che il deficit commerciale bruci posti di lavoro. In realtà dimentica che il vero problema è la capacità americana di esportare, che è inferiore alla domanda di importazioni. E che l’aumento del commercio internazionale aiuta più i poveri che i ricchi e non viceversa. Questo gli sfugge pienamente. Può uccidere l’accordo europeo, un embrione sacrificato sull’altare del protezionismo. Ma non il Nafta, l’intesa con Canada e Messico. Fatto questo, cercherà di rinegoziare il Nafta. Ma non passerebbe in Congresso perché lì sanno che ridurrebbe la forza economica degli Stati Uniti».
Ha sentito Xi Jinping il globalista a Davos? Possiamo fidarci di loro?
«È stato un ottimo esercizio di relazioni pubbliche, ma l’idea che la Cina sia l’alfiere dell’apertura dei mercati va presa con ogni precauzione. Meno di una volta, ma è sempre una economia chiusa. Investimenti e esportazioni restano difficili. È chiaro che Pechino immagina che l’America possa lasciare un vuoto e dunque cerca di colmarlo. Ma per essere credibili, i cinesi devono attuare un volume considerevole di riforme, soprattutto nel settore pubblico e nei servizi. Poi si vedrà».
In tutto questo orientamento dei paradigmi, i più vedono l’Europa schiacciata e a rischio fallimento.
«È un punto di vista esagerato. Siamo la prima potenza commerciale del pianeta, il mercato principale e più ricco. Questa la nostra garanzia, la base su cui costruire».
C’è un movimento di opinione pubblica cavalcato dalla politica che vuole nazionalizzare l’economia e limitare il libero commercio. Possibile?
«La cifra chiave è il contenuto di importazione dei prodotti europei. Oggi è il 40 per cento. Se introduciamo dei dazi, ci penalizziamo da soli»
Pericoloso.
«Il sistema in cui operiamo rende il protezionismo molto più dannoso di una volta e, allo stesso tempo, più improbabile. Tuttavia, in materia di commercio, il protezionismo è frenato dall’integrazione stessa».
Theresa May corteggia Trump. E viceversa. C’è la prospettiva di un patto angloamericano che snobbi l’Europa?
«Per ora è tutto teatro. Vedremo. Qualunque cosa decidano di fare, comunque, May e Trump non hanno il potere di postare il Regno Unito dal 22° meridiano. L’isola britannica resta legata all’Europa anche se il referendum ha detto il contrario».
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Raid, truppe e nuove alleanze Ecco la strategia anti-jihadisti
Il capo del Pentagono Mattis prepara l’assalto finale al Califfo Assad torna in gioco. Mosca lancia il piano di spartizione della Siria
Giordano Stabile Busiarda 28 1 2017
«Sradicare l’Isis dalla faccia della Terra». È questo il primo punto della politica mediorientale di Donald Trump e uno dei pilastri dell’intesa con Theresa May. Ma per farlo il neopresidente americano dovrà mettere insieme molti tasselli. Se il Califfato è sopravvissuto per quasi tre anni agli assalti di quasi tutte le potenze mondiali è per le divisioni fra i suoi nemici. Il rinnovato asse anglo-americano dovrà per forza allargare le alleanze e renderle più efficaci.
Anche nella telefonata di oggi fra Trump e il presidente russo Vladimir Putin si parlerà soprattutto di «lotta al terrorismo». Con la consapevolezza che senza un accordo sulla Siria l’assalto finale allo Stato islamico in tempi rapidi è impossibile. Sul piano militare ci sta lavorando il nuovo Segretario alla Difesa James Mattis. Serve prima però una base strategica e diplomatica.
Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha già fatto trapelare qualcosa. Assieme alla bozza di nuova Costituzione per la Siria, è pronta anche un mappa. Mostra, disegnate con matita rossa, verde e blu le «safe zone» da attribuire alle grandi potenze. In rosso quella russa, in verde quella turca, in blu le due americane. Una al confine Nord, nei territori che i curdi vorrebbero trasformare in una loro regione autonoma. E una a Sud, nell’area di Daraa, al confine con la Giordania.
Donald Trump ha parlato due giorni fa, non a caso, di «safe zone» in Siria. Un modo politicamente corretto, una volta tanto, per dire «zone di influenza». Nel «deal» con i russi che ha in mente il leader americano ci sono molte carte da scambiare, e una potrebbe essere la permanenza del raiss siriano al potere in cambio delle «zone d’influenza», teste di ponte da dove lanciare l’assalto a Raqqa e al cuore del Califfato. Per chiudere la partita.
Il piano di Mattis
Trump ha incaricato Mattis di preparare un piano «più aggressivo» entro un mese. Finora l’azione statunitense è stata frenata dal dogma «lottare contro l’Isis e al tempo stesso contro Assad». In questo modo si è investito molto sui guerriglieri curdi dello Ypg, con buoni risultati, e sui «ribelli moderati», con risultati nulli. Bashar al-Assad è rimasto in sella e l’Isis si è radicato in tutto l’Est del Paese.
«Mad Dog», un uomo d’azione, ha davanti un nodo difficile da sbrogliare. Potrà armare senza remore i curdi siriani e inviare nuove truppe nel Nord della Siria in modo da lanciare l’assalto a Raqqa in primavera. Ma in questo modo dovrà rompere con l’alleato fondamentale della Nato in Medio Oriente, la Turchia. Oppure dovrà cercare di coinvolgere i turchi, cosa che richiede tempi più lunghi.
Anche in questo caso le «zone di influenza» potrebbero essere la soluzione. Come si vede nella mappa, alla Turchia andrebbe tutto il Nord-Ovest, compreso il cantone curdo di Afrin, per accontentare Erdogan. Agli americani tutto il Nord-Est, dove i curdi potrebbero realizzare una loro autonomia sotto stretta tutela, ai russi la «Siria utile», più ricca e popolosa, dell’Ovest, e soprattutto le basi militari nelle province di Lattakia e Tartus. Dalle «safe zone» partirebbe poi l’assalto a Palmira, Raqqa e Deir ez-Zour, le principali città in mano all’Isis, la cui spartizione sarebbe decisa in seguito.
Quanto alla permanenza di Assad al potere, ieri anche il ministro degli Esteri inglesi Boris Johnson ha alluso a un possibile «cambio di strategia» in Siria. E il Regno Unito, assieme alla Francia, è stato finora il più rigido nel chiedere l’allontanamento del raiss. L’asse transatlantico immaginato da Theresa May richiede sacrifici, e non solo sul fronte del libero commercio.
Il ruolo della Nato
Gli inglesi, da buoni negoziatori, chiedono però in cambio un ruolo anche per la Nato, che nei disegni di Trump è destinata a sparire assieme all’Unione europea e all’Onu. La grande guerra al terrorismo islamista potrebbe allungare la vita all’Alleanza atlantica. Non in Siria ma in Iraq. Gli addestratori europei e americani hanno avuto un ruolo importante nella preparazione della battaglia di Mosul. Che ora potrebbe essere allargato. Il difficile puzzle prevede la conferma del ruolo dei curdi, previo assenso della Turchia, e un ridimensionamento delle milizie sciite addestrate dall’Iran. A quel punto sarà necessario addestrare una grande forza federale irachena, in grado di controllare le province sunnite di Ninive e dell’Anbar senza scatenare l’ennesima insurrezione. E gli addestratori Nato potrebbero essere riciclati per il nuovo compito. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
“Questo idillio fra presidente e Cremlino è diventato una sfida per il futuro della Nato”
Saggista e autore di “The Right Nation”
Busiarda 29 1 2017
John Micklethwait, caporedattore di Bloomberg News e co-autore del best seller del 2005 «The Right Nation». Cosa ne pensa dell’atteggiamento aggressivo del nuovo presidente Trump verso i giornalisti?
«Credo che la libertà di stampa sia connaturata all’America e che dovremmo giudicare il nuovo presidente come abbiamo fatto con il predecessore: da ciò che dice e che fa. Se crea “fatti alternativi” che non sono verificati, dovremmo dirlo. Se le sue azioni minacciano la libertà d’informazione, dovremmo denunciarlo, ma non l’ha ancora fatto; essere sgarbato con i giornalisti non basta. Trump ha dato problemi ai mezzi d’informazione fin dall’inizio: alle primarie continuava a dire cose offensive, che dovevamo riportare, a sottrarre tempo agli interventi degli avversari. La cosa interessante è che gaffe e articoli critici non lo distruggevano come avrebbero fatto con altri. Malgrado il suo linguaggio da caserma, una gran parte delle donne bianche ha votato per lui».
Recentemente ha avuto occasione di intervistare Vladimir Putin. Che impressione le ha fatto?
«Putin gestisce male l’economia, ma è abile politico. I suoi interventi in materia economica sono stati deboli, imperversa il clientelismo, non è riuscito a svincolarsi dal petrolio. Il risultato è un’economia debole, che limiterà sempre le sue ambizioni. Difficile individuare una strategia, salvo un forte desiderio di far tornare grande la Russia. Ha il vantaggio di farsi pochi scrupoli, si tratti della Siria o dell’Ucraina, o solo di dire la verità. In tv, Putin è combattivo, ma cortese; in privato è più aggressivo e si rivela un instancabile osservatore dei punti di forza e di debolezza delle persone. Il clima di paura che riesce a creare tra i collaboratori è impressionante e inquietante. Dovrà affrontare il problema di un’uscita di scena pacifica: troppi intorno a lui hanno rubato troppo, perciò deve restare al potere».
Pensa che ci sarà una forte alleanza fra Trump e Putin, e che questo destabilizzerà il mondo e finirà per distruggere l’Unione europea?
«Temo per il futuro della Nato alla luce di quanto ha detto Trump. Ma sospetto anche che l’idillio tra lui e Putin abbia raggiunto il picco. Per Putin, essere riuscito a raggiungere una posizione in cui rappresenta una forza nella politica statunitense e dove l’Orso russo è responsabile delle sorti di parte del Medio Oriente, è un risultato notevole, probabilmente insostenibile. Per tenere buoni i suoi nazionalisti in patria, deve continuare a provocare l’ America; così rischia di alienarsi il suo nuovo amico, Donald. Da candidato, a Trump piaceva sottolineare i successi di Putin contro l’ America, come mezzo per sottolineare la debolezza di Obama. Da presidente non gli piacerà essere percepito come debole. Se verrà abbattuto un aereo, il mondo guarderà a Trump; se Putin fomenterà la ribellione in Estonia, danneggerà un membro della Nato guidata da Trump, e questo farà arrabbiare i repubblicani. A Margaret Thatcher non importava molto delle Falkland, finché l’Argentina non le invase».
Pensa che Trump creerà tensioni pericolose nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Cina?
«Sì, per me questo è l’aspetto più pericoloso della presidenza Trump. Molti, anche in Cina, insistono a definirlo un pragmatista che non crede a nulla, un immobiliarista che inizia ogni trattativa chiedendo un prezzo spropositato e poi accetta di accordarsi su una cifra ragionevole. Ma se il nuovo presidente crede nel primato dell’America: da tempo è scettico sul libero scambio (è contrario al Nafta). E poi, non sono certo che Xi Jinping abbia tutto il margine di trattativa che immaginano gli ottimisti o Trump. Questo è un anno cruciale per Xi, potrebbe voler restare in carica oltre i 10 anni. Per ragioni di politica interna, non vorrà mostrarsi accondiscendente verso le potenze straniere. Credo si arriverà a un accordo: le due superpotenze hanno bisogno una dell’altra».
Come pensa che gestirà la crisi in Medio Oriente? Trump cambierà atteggiamento nei confronti di Siria, Turchia, Iran, Israele, Libia?
«Ha un approccio contraddittorio riguardo al Medio Oriente: vuole starne fuori, ma anche sconfiggere l’Isis. Suppongo che alla fine sarà come Obama, una sorta di poliziotto arcigno, con maggiori problemi a gestire la rabbia. Probabilmente sarà un po’ più duro con l’Iran e un po’ meno con Israele, sulla Siria cercherà un accordo con la Russia. Ma mi aspetto un ruolo attivo in Medio Oriente». Traduzione di Carla Reschia
Nuovo asse con Mosca e il disgelo prepara l’addio alle sanzioni
“Cooperazione anche nel campo dell’economia e degli scambi” E ora è l’Europa che rischia di più
FEDERICO RAMPINI Rep
È la fine della “seconda guerra fredda”. È subito luna di miele fra Donald Trump e Vladimir Putin. Noncurante dei sospetti sulla sua “Russian Connection”, il presidente americano corona la prima settimana di governo con il più atteso di tutti i suoi colloqui internazionali. È il leader russo a svelare a gran velocità il contenuto della prima telefonata di lavoro col suo omologo americano. È un rilancio delle relazioni bilaterali tra le due superpotenze rivali, ma stavolta “da pari a pari”, un rapporto fra eguali, all’insegna della dignità reciproca: proprio quello che Putin rimproverava a Barack Obama- Hillary Clinton di avergli negato.
Subito i due si mettono al lavoro insieme, per sconfiggere l’Isis in Siria. Non c’è l’annuncio ufficiale sulla levata delle sanzioni contro Mosca, però appare nel resoconto sintetico della telefonata fatto da Putin una frase molto allusiva: i due sono «nello spirito favorevole a restaurare e migliorare la cooperazione Usa-Russia, anche nel campo dell’economia e degli scambi». Se è così, le sanzioni hanno i mesi contati. I due del resto hanno l’intenzione di far seguire a questa telefonata un vero e proprio summit, il primo vertice bilaterale in cui s’incontreranno di persona: resta solo da definire la data e il luogo. C’è intesa anche sulla priorità comune: «Unire gli sforzi per combattere il terrorismo internazionale ». Questo prelude a un accordo operativo in Siria nelle operazioni militari contro l’Isis. Inoltre è anche un implicito endorsement che Putin regala a Trump 24 ore dopo il controverso decreto anti-islamici che chiude le frontiere degli Stati Uniti ai profughi siriani e a tutti i visitatori o perfino immigrati legalmente residenti originari da sette paesi a maggioranza musulmana. Si torna così all’asse Usa-Russia contro il terrorismo islamico così come c’era stato brevemente dopo l’11 settembre 2001 (quando Mosca diede un appoggio logistico agli americani in Afghanistan). Putin si è sempre offerto agli americani come un modello da imitare in questo campo, per la sua esperienza nella guerra in Cecenia.
Trump ha una partenza favorevole là dove fallì Obama quando tentò un “reset” a tutto campo nelle relazioni con la Russia, ma sbagliò interlocutore puntando su Dmitri Medvedev anziché Putin. Ora resta da vedere se questo spettacolare disgelo verrà digerito dai falchi repubblicani al Congresso, dove notabili come i senatori John McCain e Lindsay Graham hanno ribadito la totale ostilità a Putin, in particolare dopo le rivelazioni sulle interferenze russe nella campagna elettorale. Il Congresso potrebbe mettersi di traverso quando verrà il momento di levare le sanzioni. Quelle sanzioni economiche hanno contribuito a stremare un’economia russa già indebolita dal calo del petrolio, oltre che dalla cronica corruzione e dalla fuga dei cervelli. Ma furono decise da Stati Uniti ed Unione europea come reazione alla violazione della legalità internazionale in Crimea- Ucraina. Per toglierle, ci vorrebbe qualche ravvedimento operoso di Putin sul terreno ucraino. È quello che venerdì la premier inglese Theresa May si è permessa di ricordare sommessamente a Trump nell’incontro alla Casa Bianca.
Equivoci e timori di varia natura continueranno ad aleggiare attorno a questo idillio Trump-Putin. In America l’opinione pubblica liberal e buona parte dei media ci vedono la conferma delle pulsioni autoritarie di Trump, una pericolosa “affinità elettiva” con l’Uomo Forte di Mosca, aggravata dai sospetti che Putin si sia dato un gran daffare per impedire l’elezione della Clinton. I conservatori tradizionali temono che Trump si faccia raggirare da un leader ben più astuto di lui e finisca per regalare alla Russia nuovi spazi d’influenza. Quest’ultima preoccupazione si salda con quella degli europei, che rischiano di essere doppiamente destabilizzati, fra la ritirata protezionista di Trump e le mire espansioniste di Putin. Per questo la cancelliera Angela Merkel, anche lei a telefono con Trump ieri, si è premurata di strappargli una garanzia sul ruolo insostituibile della Nato: ma l’ha dovuta “pagare” con la promessa che gli europei dedicheranno maggiori risorse alla propria difesa. E quest’ultima, da decenni, è una prospettiva del tutto indigesta alle opinioni pubbliche del Vecchio continente, tedeschi in testa.
Chi ne esce con un bottino ragguardevole naturalmente è Putin. Può rilanciare la sua narrazione preferita sugli eventi degli ultimi anni: una ricostruzione in base alla quale la Russia sarebbe stata umiliata dagli americani che ne sfruttarono le debolezze all’epoca di Gorbaciov e poi di Eltsin. Adesso finalmente lui sancisce grazie a Trump un ritorno di centralità e prestigio globale della Grande Russia.
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E' partita la corsa alle liste del nuovo Centrosinistra

Corriere della Sera
Pd, la corsa al voto rianima la scissione D’Alema all’attacco
Renzi mira a blindare le liste, la minoranza: “Ci caccia” L’ex leader Ds trasforma in movimento i comitati per il No
GIOVANNA CASADIO Rep
Bastano gli appuntamenti del fine settimana a fotografare il Pd com’è. Il segretario Matteo Renzi sarà a Rimini oggi, all’assemblea dei mille amministratori dem. Dice che non parlerà di legge elettorale e data del voto, ma di ambiente, sicurezza, delle liste d’attesa nella sanità: per sentirsi sindaco tra i sindaci. Nelle stesse ore a Roma i comitati “Scelgo No” al referendum costituzionale di dicembre, capitanati da Massimo D’Alema, tutt’altro che disposti a sciogliersi, si riuniscono in un Movimento, che avrà un nuovo nome: per la Ricostruzione del centrosinistra. Qui il parterre sarà affollato di leader della minoranza del partito, ci saranno Roberto Speranza, candidato bersaniano alla segreteria, e Michele Emiliano, il governatore della Puglia anche lui in corsa nella sfida a Renzi, il bersaniano Stefano Di Traglia e sindacalisti della Cgil.
In un clima sempre più surriscaldato dalla volontà di Renzi di andare a elezioni a breve, in primavera, e con una blindatura delle liste, il Pd fa i conti con una fibrillazione continua. E la parola scissione non è più un tabù. Se il segretario si irrigidisse nella sua strategia di corsa al voto, di liste bloccate e volesse davvero portare il Pd verso un listone da Alfano alla sinistra di Pisapia, allora la strada «obbligata » non può che essere quella della separazione.
D’Alema l’ha spiegato a più di uno tra gli invitati alla sua kermesse: «Se Renzi pensa di scoraggiare la possibilità di una scissione con soglie di sbarramento alte, come l’8%previsto per il Senato, si sbaglia. Perché noi supereremmo quell’8%. E al Sud prenderemmo più voti di lui». Insomma con liste senza sinistra, la separazione sta nelle cose.
Bersani e i bersaniani si muovono con più cautela. Ripetono sempre più spesso che il Pd deve cambiare, altrimenti è difficile sentirsi a casa propria. Non vogliono neppure sentire nominare l’ipotesi di un listone. Smentita del resto dallo stesso vice segretario dem, Lorenzo Guerini: «Sono scenari fantasiosi, mai pensato a un listone con dentro tutto e il suo contrario». Ma molti sono giornate in cui si tastano tutte le possibilità. La battaglia per le candidature dentro il Pd sembra già cominciata. Ai bersaniani che contestano la “riserva” di candidature del segretario, i renziani rispondono: «Ma con la segreteria di Bersani ci furono i pre-assegnati e a noi toccò l’8%».
Renzi invita a restare sul concreto: «La gente vuole le nostre proposte, non le nostre polemiche ». A Rimini Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, ha preparato una scaletta di interventi che va da gli amministratori in prima linea nel terremoto a quelli che hanno saputo investire. Il segretario del Pd dirà che da qui si riparte da «una nuova classe dirigente di giovani preparati e con un forte radicamento sul territorio». Dall’altra parte - è l’affondo di Renzi - ci sono i soliti con le «solite vecchie discussioni ». Alla convention con D’Alema andrà oggi anche il bersaniano Miguel Gotor, che assicura: «Non andiamo via dal Pd, ma sfideremo Renzi e possiamo batterlo. La corsa alle elezioni è un errore, il Pd non può fare cadere il terzo governo guidato da un suo esponente».
Però tutto è in movimento. Francesco Boccia pensa a una raccolta di firme per chiedere il congresso anticipato del Pd: «Metteremo un banchetto anche a Pontassieve, sotto casa di Renzi». A Firenze l’11 e il 12 febbraio riunione dem organizzata da Cecilia Carmassi: «Complicato reggere liste blindate e la strategia annunciata da Renzi ». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Pisapia, Alfano e l’incubo listoni via al valzer delle alleanze forzate
Tutti a caccia di intese prima e dopo il voto: da Di Maio-Salvini a Renzi-Berlusconi il sonno della politica e le notti (agitate) degli elettori
STEFANO CAPPELLINI Rep
«SAREBBE un incubo un listone con il Pd, Alfano e me», scrive su Twitter l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia. «Non esiste» risponde a stretto giro, sempre sul social network, lo stesso Angelino Alfano: «Non soffro di incubi. Ne ho avuti di peggiori e di migliori, ma mai uno uguale a questo». Anche se Pisapia e Alfano provano a garantirsi sonni sereni, allontanando lo spettro di un’ammucchiata elettorale, il tema delle alleanze innaturali, forzate o improvvisate è destinato ad agitare le notti di molti (elettori compresi). Troppo allettante la prospettiva di provare a conquistare il 40 per cento alla Camera, garantendosi un premio di maggioranza che, dopo l’eliminazione del ballottaggio da parte della Corte costituzionale, appare come un’oasi da raggiungere a ogni costo. Forse è solo un miraggio, ma poco importa: anche se la soglia restasse lontana per tutti, oggi guardarsi intorno a caccia di alleati è imperativo, dato che con quest’aria di proporzionale sarà il partito di maggioranza relativa a dare le carte. Una manciata di voti in più alla propria lista può essere decisiva per mettere il busto davanti agli altri sulla linea del traguardo elettorale e garantirsi di essere i primi a ricevere una telefonata dal Quirinale.
Nel Pd si pensa già a rispolverare i tempi degli indipendenti di sinistra, quando il Partito comunista infilava in lista intellettuali, artisti e scienziati per aggiungere al consenso ideologico quello più volatile dei ceti medi riflessivi, come allora si definivano gli elettori a caccia di una preferenza doc. Un ruolo che Matteo Renzi immagina perfetto proprio per un Pisapia, candidato ideale nel collegio di Milano, ma pure per una Laura Boldrini, altro nome che l’ex premier ospiterebbe volentieri per coprirsi a sinistra. A patto che, chiosa appunto Pisapia, le maglie delle liste dem non si allarghino per fare entrare pure centristi e post-berlusconiani vari. Perché la coperta delle alleanze è corta per definizione, e a tirare da una parte subito si scopre l’altra. «Ipotesi fantasiose », giura il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, spiegando che Angelino, alleato di governo, non sarà tale sulla scheda elettorale, almeno non sotto il tetto di un simbolo comune. Poi si vedrà.
Perché il risiko delle alleanze nella incipiente Terza Repubblica si dipana in due tempi, uno prima delle elezioni e l’altro dopo, quando chi avrà vinto le elezioni si ritroverà, quasi matematicamente, senza i voti che occorrono per governare da solo e dunque obbligato a rastrellarli in aula. Dice: ma forse, a sorpresa, i rapporti di forza nelle urne premieranno qualcuno più del previsto. E se Renzi sfonda di nuovo come alle europee del 2014? E se il M5S fa il botto? Ognuno immagini lo spariglio come crede, ma qualsiasi trionfo, per quanto possibile, resta comunque inutile. Se il Parlamento non vara una riforma nuova di zecca, al Senato si vota con il Consultellum: un proporzionale puro, su base regionale, che può esprimere una maggioranza chiara con le stesse probabilità che una slot truccata macini il jackpot. Se pure qualcuno si trovasse a governare saldamente la Camera, insomma, dovrebbe chiedere aiuto a Palazzo Madama.
Ecco perché nel M5S ci si agita tanto su un tema, quello delle alleanze post-elettorali, che a sentire i vertici è un’invenzione della stampa. Ma l’idea di escogitare formule d’intesa con la Lega è tutt’altro che fantasiosa e il primo a teorizzare possibili convergenze fu il consigliere comunale dell’Emilia Massimo Bugani, uno dei fedelissimi di Casaleggio. Un governo Di Maio-Salvini? Un incubo per molti grillini della prima fila («Dio ci scampi dalla Lega», ha pregato Roberto Fico prima di essere costretto a trangugiare l’olio di ricino del blog di Grillo) e della prima ora (come la pattuglia di pentastellati genovesi che hanno fatto fagotto: «Mai con la destra»).
Ma lo stesso problema ha in prospettiva Renzi, che a guardarsi in giro in cerca di sponde, rischia di trovare proteso solo il braccio di Silvio Berlusconi. Qualcuno, a microfoni spenti, spiega che l’intesa con Berlusconi è un prezzo ragionevole da pagare per evitare che il Paese sia governato a colpi di decreti sulla piattaforma Rousseau. Altri, con più velleità politologiche, si azzardano a teorizzare che, se i nemici giurati della Prima Repubblica- democristiani e comunisti - hanno fondato un partito insieme nella Seconda, qualche passo insieme nella Terza possono permetterselo pure quelli sinistra e berlusconiani - che hanno battagliato per vent’anni. Il gioco delle alleanze è appena agli inizi. E se il sonno della ragione genera mostri, quello del Parlamento sulla legge elettorale produce incubi per tutti i gusti.
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“Cerca la rivincita, è come un giocatore di poker disperato”
Enrico Rossi: con me segretario, lui mai più premier E sul ritorno alle urne: “Drammatico votare adesso”
Giuseppe Salvaggiulo Busiarda 28 1 2017
Toscano come Renzi eppure diversissimo, il mite Enrico Rossi, presidente della Regione e aspirante segretario del Pd, oggi parlerà all’assemblea convocata a Roma da D’Alema. «Vado ovunque si discuta. Anche Renzi mi ha invitato a Rimini, ma ho scoperto che dovrei parlare domani, quando lui se ne sarà già andato. Non mi pare un buon modo di discutere».
Condivide la reazione del Pd alla sentenza della Consulta?
«Renzi si comporta come un pokerista disperato, che raddoppia la posta dopo ogni partita persa. Dopo le amministrative, dopo il 4 dicembre, dopo la sentenza sull’Italicum. Sempre una rivincita. Ricominciare a correre verso le urne è una scelta drammatica. Per il Pd e per il Paese».
Si dice che l’opinione pubblica voglia le elezioni.
«Forse. Ma siamo sicuri che in questa richiesta non ci sia anche la volontà di dare il colpo finale a Renzi?».
Come giudica l’atteggiamento del Pd verso il governo Gentiloni?
«Pare che serpeggi il desiderio di ammazzarlo in culla. Renzi potrebbe passare alla storia come il segretario che ha fatto cadere due premier del suo partito».
Non si può votare con questa legge?
«La legge di risulta dopo la sentenza della Consulta è inadeguata».
Qual è la sua proposta?
«Dare un’agenda al governo: povertà, voucher, giovani, Casa Italia che per ora è una scatola vuota. Il Parlamento riscrive la legge elettorale e il Pd fa il suo congresso. Elezioni nel 2018».
Dell’ipotesi listone Renzi-Alfano-Pisapia che pensa?
«I listoni non funzionano, dai tempi della bicicletta Psi-Psdi. Gli elettori non si identificano. Noi dobbiamo puntare a ricostruire una coalizione di centrosinistra. Difficile, il campo è stato desertificato».
Si riparla di nuovo Ulivo.
«Non mi affascina. Perché parla al passato e al moderatismo in un orizzonte blairiano. Il mondo è cambiato, serve un riformismo radicale».
Perché lei vuol fare il segretario del partito, mentre tutti aspirano alla premiership?
«So di sembrare démodé, ma da lì bisogna ricominciare. Contro la logica del rapporto diretto leader-popolo e niente in mezzo. Logica che produce populismo, non democrazia».
Lei è mediaticamente meno esposto degli altri aspiranti segretari. È un problema?
«Stiamo girando l’Italia presentando il mio libro, abbiamo creato un’associazione, una rete digitale di 4000 persone, siamo presenti in 60 province. Stiamo crescendo. Le televisioni arriveranno».
Serve un candidato unico anti Renzi?
«La cosa peggiore è la santa alleanza anti Renzi. Lui se lo augura, è il suo terreno ideale».
Il suo libro s’intitola «Rivoluzione socialista». Anche questo démodé.
«Mi è venuto in mente ascoltando Bernie Sanders. Il socialismo richiama concetti chiave: lotta alle disuguaglianze, lavoro per i giovani, mercato regolamentato».
Non basta l’aggettivo democratico?
«Non connota, infatti il Pd è scolorito».
Bisogna cambiare nome?
«Per carità! Questa storia dei nomi ha stufato».
I partiti socialisti non se la passano bene, in Europa.
«Sono schiacciati tra un capitalismo che produce dolore sociale e la rivolta dei ceti popolari. Siamo all’ultima chiamata. Poi saremo travolti».
Nel Pd dicono che lei è un falso oppositore di Renzi.
«Perché sono stato corretto e non ho verso di lui l’astio di alcuni compagni, peraltro refrattari all’autocritica».
Né con Renzi né contro?
«Giammai. Io mi candido contro Renzi. Per tirare una riga sul renzismo. Con me segretario, lui non sarà mai più premier».
Che cosa gli imputa?
«All’inizio pensavo che la sua campagna nauseante fosse un errore di comunicazione. Lettura superficiale: l’errore è aver trasformato il Pd nel partito dell’establishment».
E lei che partito vuole?
«Un partito partigiano. Dalla parte dei perdenti della globalizzazione».
Tassa e spendi?
«Veramente quello che ha speso, e molto, è Renzi. Ma male. Incentivi non selettivi alle imprese, bonus a pioggia a fini di consenso».
E se Renzi svoltasse?
«Impossibile. Correva a tutta velocità, è caduto. A chi lo soccorre e gli consiglia di andare al pronto soccorso risponde risalendo sulla bici e pedalando ancora più forte. È l’immutabilità della natura umana, direbbe Machiavelli». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
La strategia Renzi per il voto attacca l’Europa e arruola i sindaci
Oggi prima uscita pubblica dopo la sconfitta del leader Pd, convinto che il 40% sia raggiungibile A Rimini kermesse con messaggi su fisco più leggero e lotta alla povertà. Pronto un nuovo libro
Carlo Bertini Busiarda 28 1 2017
È il giorno del ritorno in campo, quello fisico. E politico. Dopo il colpo del referendum, Matteo Renzi era tornato a mostrarsi all’assemblea del Pd del 18 dicembre, ma poi più nulla. Quella di oggi è la prima occasione per incanalare un progetto nuovo che rafforzi la sua leadership indebolita. Tutti si aspettano il colpo d’ala. Il corpo a corpo a Rimini con il suo esercito, sindaci, ministri, parlamentari e dirigenti del suo partito, con l’apparato locale più radicato, è la prima uscita che coincide con il fischio di inizio della campagna elettorale. Certo, questo evento di Rimini serve a Renzi per dire che si tenta la rivincita delle urne, ripartendo dai territori. Con la convinzione che il 40% non sia una chimera, che il Pd può farcela, come dimostrerebbero i voti incassati al referendum. Ma di date ed elezioni non farà cenno.
Liste piene di sindaci
Non c’è solo la certezza che parlando unicamente di legge elettorale «si muore», per dirla con un suo stratega, ma c’è pure il tentativo di mostrarsi senza paramenti di Palazzo, di tenersi fuori dal Circo Barnum della politica. Dunque non parlerà delle polemiche romane e di partito, non parlerà di voto anticipato, alleanze e tatticismi. Anche per evitare un tema che comporta la fatica di dover staccare la spina ad un governo scaturito da una costola del Pd. Piuttosto vorrà dare l’idea di avere una strategia, di avere proposte precise per il Paese. La bussola per orientarsi in quello che sarà il canovaccio di Renzi sono i temi trattati in questa due giorni: ambiente, sicurezza, sanità, investimenti, lotta alla burocrazia. Storie concrete di amministratori con l’idea che dai territori può venire una nuova classe dirigente. Che guarda più ai problemi del Paese che alla durata della legislatura e ai vitalizi. Per questo la nuova squadra di candidati per il Parlamento sarà piena di sindaci: qualcuno, come il sindaco di Mantova Mattia Palazzi, entrerà in segreteria per dare il segnale.
La nuova segreteria
Del nuovo corso del Pd. Dove la pax delle correnti sul voto a giugno va cercata ogni giorno. Nella nuova squadra Renzi darà soddisfazione a tutti, Franceschini, «giovani turchi», sinistra di Martina. La squadra rinnovata ormai da giorni è decisa, ma per qualche casella non ancora al suo posto stenta a vedere la luce: di sicuro per ora c’è Nannicini al Programma, Fassino con la delega agli Esteri, Ermini alla Giustizia, Puglisi, all’Istruzione, Rotta alla Comunicazione, l’emiliano Andrea Rosso all’Organizzazione, Matteo Ricci agli enti locali. Tra i vari confermati, dovrebbe restare Emanuele Fiano ed entrare Matteo Richetti, ma non si sa.
Le tasse da tagliare
Di sicuro nella fase due del renzismo quella di Tommaso Nannicini emerge come figura emergente: l’economista, già sottosegretario a Palazzo Chigi, sta diventando più di un consigliere politico, una sorta di ideologo, «un po’ quello che fu Peter Mandelson per Blair», è l’esempio che risuona nel cerchio magico. Sarà lui a dare l’impressione di un profilo riformista del Pd, un Pd più attento al tema delle nuove povertà e dell’impoverimento della classe media, con un profilo sociale più affilato, per fare tesoro degli errori del passato. Saranno il taglio delle tasse e l’evasione fiscale però i temi centrali, oggetto di due appuntamenti cui parteciperà Renzi, organizzati da Nannicini.
Un colpo a Bruxelles
Renzi comunque oggi vuole suonare la riscossa: partendo dalle recenti sconfitte, proverà a rilanciare la richiesta di riforme nel Paese. E che sia il calcio di inizio della campagna elettorale lo si vedrà pure dal salto di qualità impresso nella dialettica con l’Europa: il tweet di Orfini dell’altra sera sulla «richiesta irricevibile» di Bruxelles rispecchia l’irritazione di Renzi contro l’Europa che ci chiede soldi in questo frangente.
Il blog e un Pd più social
Certo la scelta di circondarsi di sindaci e amministratori per la «rinascita» svela il tentativo di avviare se pur a fatica la stagione del «noi al posto di quella dell’io». Anche il suo nuovo blog con quella grafica vintage che suscita ironie pure tra i suoi, è la ricerca di piazze virtuali dove rimetter fuori la testa con ragionamenti più meditati e meno urlati, con toni non più arroganti e sempre ossessivamente vincenti. Pure il suo libro in uscita vuol essere un testo sui mille giorni di governo con una parte dedicata agli errori ed una alla ripartenza.
Vocazione maggioritaria
E la corsa a negare che sia possibile la nascita di un listone alle urne del Pd con Alfano e Pisapia muove dalla voglia di provare a vendere un Pd capace di rincorrere ancora una vocazione maggioritaria. Renzi batterà su questo tasto d’ora in poi. Ognuno va per conto suo alle urne e poi se ne riparla. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Il congresso e il partito della sinistra comune
La destra non vince perché
il centrosinistra è diviso, ma perché la sinistra di governo ha fatto
politiche di destra. Costruire l’alternativa non è una prospettiva
minoritaria
Nicola Fratojanni Manifesto 28.1.2017, 23:59
Siamo ormai alla vigilia del Congresso fondativo di Sinistra
Italiana. Sono convinto che si tratti di un appuntamento importante, per
chi vi parteciperà direttamente e, spero, per un mondo più largo
convinto che sia necessario in questo Paese dare nuova forza a una
proposta della sinistra. Penso che, come in molti abbiamo detto
all’indomani del voto del 4 dicembre, con la sconfitta della riforma
Renzi-Boschi vada archiviata la stagione del governo del capo, frutto
della lunga fase maggioritaria. Per questo sono convinto che Sinistra
Italiana debba, prima che sui nomi, decidere quale strada intraprendere,
quale sia la sua ragione fondativa, in quale modo dare gambe e corpo a
un progetto collettivo e condiviso.
Da troppo tempo infatti, anche a sinistra, alla crisi dei partiti si è
risposto con la scorciatoia dei leader, del marketing, dei comitati
elettorali fondati magari su modalità discutibili di tesseramento.
Occorre, innanzitutto su questo terreno, una svolta radicale. Tra di noi
c’è chi dice che il problema da cui dobbiamo guardarci è
l’autosufficienza identitaria e, se capisco, la conseguente composizione
di cartelli elettorali fatti da sigle e siglette. Sono d’accordo.
L’autosufficienza non è mai una risposta.
Ma credo che il nostro problema, il problema numero uno della
sinistra in Italia e fuori dai nostri confini, sia un altro: lo
svuotamento, se non il rovesciamento, delle parole che compongono il
nostro lessico politico. Che vuol dire, per chi vive in questo paese,
«centrosinistra»?
Che significa «riformismo», una parola che provoca ormai nei più la
ricerca istintiva di un riparo contro una nuova espropriazione di
diritti, di reddito, di dignità? Bisogna tornare a scrivere le parole
del cambiamento, ridare credibilità a ciò che l’ha persa. Alla
«politica» stessa, alla «sinistra» in particolare.
Serve dunque una cesura. Netta: il coraggio di mettere in discussione
l’ordine del discorso. Occorre disertare dalla “sinistra” che ha scelto
di misurare la propria utilità sul terreno della compatibilità di
sistema. Occorre elaborare una proposta politica che abbia l’ambizione
di delineare una alternativa di società. È una prospettiva minoritaria? È
una rinuncia all’ambizione di governo? Non credo. Non è minoritario
mettere in discussione un mondo in cui poche persone detengono la
ricchezza della metà della popolazione, non è velleitario tornare a
porre la questione della riduzione dell’orario di lavoro in un mondo in
cui pochi lavorano sempre di più e in condizioni sempre peggiori e una
stragrande maggioranza arranca tra la precarietà e l’esclusione.
Redistribuire reddito, puntare sulla lotta ai cambiamenti climatici e a
un modello di sviluppo incompatibile con la vita del pianeta, sono oggi
proposte realiste, non promesse tanto belle quanto irrealizzabili come
ci viene detto anche in quello che alcuni chiamano «campo progressista».
Lo stesso vale per la scuola e per gli apparati formativi ridotti alla
parodia di una azienda poco competitiva. Vale per quella che Arturo
Scotto ha chiamato la rivoluzione delle donne, curiosamente associata
alle imponenti marce contro Trump ma non alla splendida manifestazione
del 26 novembre a Roma. Vale per il nostro continente, dove la retorica
europeista non ci salva dalla regressione sovranista dei protagonisti
del vertice delle destre europee che tanto ci spaventa.
Di fronte a questa paura non c’è nostalgia che tenga. Non ci protegge
la riedizione di qualche formula antica. La destra non vince perché il
centrosinistra si è diviso. Vince perché la cosiddetta sinistra di
governo ha fatto politiche di destra. Vince perché il riformismo si è
arenato nell’esaurimento dei margini di mediazione sociale causato dalla
crisi e dalle scelte che ne hanno aggravato gli effetti. Vince perché
l’ansia di esorcizzare lo spettro del populismo prevale, anche tra di
noi, sulla necessità di interpretare e indirizzare le domande, pure
ambivalenti, di un popolo provato e frammentato da quattro decenni di
neoliberalismo.
Dunque occorre scartare. Il nostro congresso sia un passaggio:
l’apertura e non la chiusura di un processo. Aprirsi è una necessità,
non una concessione. Dovremo guardare con attenzione e curiosità a tutto
ciò che vive fuori di noi. Prima di tutto, però, a chi con noi ha
condiviso una scelta, un prendere parte – facciamo un partito, per
l’appunto. Il 4 dicembre ha cambiato tutto: se lo pensiamo davvero,
guardiamo innanzitutto a chi il 4 dicembre ha contribuito a questo
cambiamento. Alle mille sinistre, come dice Montanari, che vivono e
crescono lungo la penisola, alle sinistre politiche, a quelle civiche, e
quelle sociali. Con loro dobbiamo formulare un progetto, per cambiare i
rapporti di forza. Non per esistere. Non per uno spazio nel “panino”
dei telegiornali.
E poi cura. Cura del partito. Tornare a immaginare l’organizzazione
come una dimensione non burocratica ma vitale. Il partito come un mezzo,
uno strumento collettivo. I gruppi dirigenti tornino a misurarsi col
consenso degli iscritti, dei militanti. Abbiamo bisogno di imparare,
nuovamente, il senso della verifica. Sulle grandi scelte, quelle che
segnano il destino di una comunità si torni a chiedere alla nostra
comunità di esprimersi, prima e non dopo, in modo vincolante. È una cosa
semplice, ma allo stesso tempo difficilissima, dopo anni passati a fare
il contrario. Ci pone il problema della legittimazione continua delle
scelte. Gli eletti tornino, tutti, a contribuire economicamente alla
vita del partito. Mettiamo le risorse a fattor comune, non solo per
finanziare la nostra attività ma anche per dare gambe a forme di nuovo
mutualismo. Lì c’è l’ossigeno per una sinistra utile. Vorrei un partito
impegnato a riconquistare la società prima della società politica.
Questo viene prima dei nomi, dei ruoli, degli incarichi. Certo le
persone contano. Siano le compagne e i compagni a decidere chi sia più
indicato/a a svolgere una determinata funzione. Ma sia il che fare, come
farlo e con chi farlo a venire prima.
Tocci: la sfida a Renzi oggi si può vincere, ma il campo non è solo il Pd
Democrack. La proposta: «Apriamo il partito, no un congresso chiuso in se stesso» Oggi la rentrée del segretari. D’Alema a Roma riunisce i suoi. La babele antirenziana. L’ex premier tesse la tela per avvicinare gli sfidanti Ma non è esclusa la nascita di un partito di orfani della sinistra e del Pd ante-Leopolda
Daniela Preziosi Manifesto 28.1.2017, 23:59
«La leadership di Renzi oggi può essere battuta. Un’alternativa ci può essere. Ma non è una partita che si gioca tutta all’interno del Pd così com’è oggi. Questa sfida la si può vincere soltanto se si allarga il campo di gioco». La proposta è del senatore Walter Tocci, uomo «del No» e critico rigoroso della stagione renziana. Rimbalza da qualche giorno, in versione di bozza di ragionamento, nelle mail dei «compagni» in via informale. È venuta allo scoperto giovedì a Roma durante la presentazione del libro «Rivoluzione socialista» di Enrico Rossi davanti a un folto gruppo di democratici romani. Tutti ormai convintamente antirenziani.
Un passo indietro: il libro è il programma con cui il presidente toscano si candida a segretario del Pd; ma se la situazione precipitasse verso il voto «correrò anche da candidato premier», ha spiegato senza giri di parole. Nell’occasione Tocci ha pronunciato grandi elogi alla proposta di ritorno al socialismo di Rossi. E ha esposto con discrezione la sua proposta, sulla falsa riga della «coalizione civica» che aveva lanciato a Roma per il Campidoglio, ricevendo una porta in faccia dal Pd romano. Stavolta la scala è nazionale. Si parte da un programma politico decisamente declinato al sociale e alle redistribuzione, «non un discorso da minoranza ma da grande forza di governo». «Dopo una sconfitta ci stiamo preparando a un voto decisivo che può avere esiti molto preoccupanti», è l’incipit, «Al punto di difficoltà in cui siamo, piuttosto che arrenderci a questa coazione alla sconfitta, neppure noi che abbiamo svolto una critica possiamo dire ’avevamo ragione’. Anche noi dobbiamo metterci in gioco». In concreto: «Dobbiamo uscire dalla contrapposizione Renzi-minoranze, dobbiamo riportare il dibattito alle questioni di fondo. Uscire dall’isolamento che Renzi ha costruito intorno al Pd, politico e sociale; e anche empatico. Lavorare tutti insieme non a una conta congressuale, ma a allargare il campo per riconciliare il Pd con quello che c’è intorno al centrosinistra. Qui si può costruire una sfida alla leadership».
L’ottimo sarebbe «ripetere con un segno diverso l’operazione che ha fatto Renzi nel 2013, quando ha vinto la leadership aprendo il Pd, chiamando nell’agone aspettative, ambienti, elettori che non erano nel Pd. Ma questo», è l’avviso finale, « richiede una messa in discussione di tutti noi».
E qui arrivano i dolori. Le minoranze democratiche si preparando ai prossimi appuntamenti in confusa e disordinata separatezza, Ed è chiaro che in assenza di una regia comune, qualsiasi sfida a Renzi è velleitaria. Roberto Speranza prosegue il suo giro per l’Italia in vista del congresso. Altrettanto fa Enrico Rossi. Entrambi oggi – ma non Tocci – saranno all’assemblea dei comitati del No di Massimo D’Alema, che stamattina nella storica sede del Pci romano di via dei Frentani (ora è un centro congressi) si trasformeranno in «comitati del nuovo centrosinistra» e partiranno lancia in resta per battere Renzi. L’ex premier, che farà le conclusioni, sente spesso Speranza. Ma anche Rossi è della sua «famiglia» di ex Pd. Così come il quotatissimo ministro Andrea Orlando, vicino a sua volta anche all’ex presidente della Repubblica Napolitano. Orlando è papabile per le primarie, anzi è l’unico che potrebbe ricevere il risolutivo appoggio dei centristi del Pd.
Riuscirà l’ex premier a mettere insieme le anime concorrenti contro l’avversario comune? Pietro Folena, vicino a Rossi ma soprattutto tornato a fianco di D’Alema nei comitati del No, è sicuro che si può fare. «Dobbiamo creare un network aperto che incroci la ricerca di una nuova identità socialista, un neosocialismo lontano dal moderatismo di questi anni,il campo di chi è convinto che il lavoro, la giustizia sociale e l’inclusione siano il nuovo glossario democratico.
Per scendere dalla teoria al ground zero della manovra politca, tutto dipende dalla data del voto e dalla legge elettorale con cui si andrà a votare. Qualcosa di più si capirà dai toni della rentrée di Matteo Renzi oggi pomeriggio a Rimini all’assemblea degli amministratori. Quella dalemiana per ora è una centrale di iniziativa antirenziana. Ma in caso di legge proporzionale potrebbe sfociare in un partito che raduni gli orfani del centrosinistra e del Pd ante-Leopolda. O viceversa trasformarsi in una «massa critica» che entri a gamba tesa nelle primarie del Pd, quelle per la premiership in caso di voto anticipato, quelle per la segreteria in caso contrario.
“Non andrò contro Renzi” Il premier sceglie il partito e si prepara alle elezioni
Il presidente del Consiglio, nonostante alcune perplessità, ha deciso di non opporsi alla linea che punta al voto e rivendica l’azione del suo governo in continuità con il precedente
CARMELO LOPAPA Rep
«Io tutto posso fare, tranne che mettermi contro il mio partito». Il Consiglio dei ministri lampo è terminato da pochi minuti, Paolo Gentiloni sta lasciando Palazzo Chigi per volare a Madri, per il bilaterale col collega Mariano Rajoy, e rassegna questa considerazione secca a chi nel governo lo avvicina per chiedere lumi. Perché lo scontro aperto coi gendarmi dei conti di Bruxelles ormai non consente neutralità: o si cede sulla manovra correttiva da 3,4 miliardi che la Commissione vuole imporre o ci si mette in trincea e si indossa l’elmetto della resistenza ai rigoristi. Come ha già fatto il segretario Matteo Renzi, virtualmente in campagna elettorale.
Ecco, il presidente del Consiglio ha deciso di stare col suo leader. Nonostante qualche perplessità e la maggiore cautela del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che ha cercato di tenere il punto all’Ecofin di ieri. Una nuova manovra sarebbe «depressiva », come Gentiloni l’ha poi bollata nella conferenza stampa al fianco di Rajoy. Al massimo, nell’ottica di Palazzo Chigi, si può ricavare qualche soldo intervenendo su voci di bilancio inutilizzate o marginali, ma nulla che possa richiedere un intervento legislativo in piena regola. Figurarsi una manovra bis. È la “linea Maginot” tracciata da Renzi e che sul piano politico segna una spinta ulteriore verso il voto anticipato, alla quale l’ex ministro degli Esteri ha deciso di non opporsi. La battuta con la quale ha chiuso il Consiglio dei ministri del mattino del resto è destinata a diventare un po’ lo slogan del suo esecutivo: «Noi qui non facciamo politica, ci occupiamo delle cose da fare», ha tagliato corto a chi tra i ministri gli chiedeva che fare dopo il pronunciamento della Consulta sulla legge elettorale. La parola passa al Parlamento e ai partiti, è la posizione dalla quale Gentiloni non intende recedere.
Nessuna forzatura, ma la bussola del segretario del suo, di partito, segna ormai voto a giugno. «Adesso dobbiamo stare attenti a non trascorrere questo periodo lasciando a Beppe Grillo la possibilità di dettare l’agenda politica — va ripetendo Renzi alla cerchia ristretta che lo affianca alla convention di Rimini — dal referendum in poi sono stati sempre loro a imporre i temi. Dobbiamo ricominciare a farlo noi». E il braccio di ferro contro l’Europa rigorista e contabile è un argomento ghiottissimo per la campagna elettorale che ha in mente. Contro Bruxelles che non è disposta a riconoscere nemmeno l’eccezionalità del terremoto, che si ricorda a giorni alterni del lavoro compiuto sull’immigrazione. Pierre Moscovici, il commissario responsabile del controllo sui bilanci, e gli altri rigoristi da questo punto di vista diventano “bersagli” perfetti. E la risposta che il governo italiano ha garantito a Bruxelles entro il primo febbraio segnerà proprio la linea della resistenza rispetto a una manovra da 0,2 per cento del Pil che — verrà spiegato da Padoan — non avrebbe a Roma nemmeno i numeri per essere sostenuta in Parlamento.
Già, perché in un gioco di sponda tutt’altro che casuale, al termine di un giro rapido di telefonate, il ministro degli Esteri Angelino Alfano in piena intesa ormai con Renzi ha fatto alzare la voce ai suoi uomini contro qualsiasi ipotesi di ritocco ai conti. «Un’ipotetica manovra chiesta dall’Europa potrebbe pure essere portata in Parlamento, ma noi non la voteremmo mai e senza di noi non c’è maggioranza», annuncia con schiettezza il capogruppo Ncd alla Camera, Maurizio Lupi. Niente manovra e ventre a terra per aiutare le popolazioni colpite dal sisma. Sembrano le parole d’ordine di Renzi, le pronuncia l’alfaniano Lupi. Come un gioco di squadra. La squadra del voto anticipato.
Certo non basterà opporre un no ai “burocrati” della Commissione per risolvere i problemi in un quadro che per Roma resta complesso. L’Italia che perde anche l’ultima “A” delle agenzie di rating, la Bce che inizia a stringere i cordoni degli aiuti, lo spread sui Bund tedeschi tornato a crescere. Come se si fosse ripiombati in un clima di instabilità politica della quale invece il premier Gentiloni non vuole sentire parlare. È l’unica risposta quasi piccata che dà a chi la ventila in conferenza stampa a Madrid: «In Italia non c’è alcuna instabilità, c’è un governo passato purtroppo attraverso la sconfitta del referendum, che lavora in continuità» con chi l’ha preceduto. Intanto, ed è quello che sta tentando di fare il ministro Padoan, ci sarà da evitare la procedura di infrazione. Un passo — ed è quello in cui confida il dicastero di via XX Settembre — che non solo l’Italia ma anche Bruxelles non potrebbe permettersi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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