mercoledì 1 febbraio 2017

La sinistra italiana sempre angosciosamente lacerata tra chi vuole andare con il PD subito e chi dopo le elezioni







Scotto: «Stop alla lotta fra noi. Si va verso il voto, serve la gestione collegiale» 

Sinistra italiana/Intervista. Il candidato: quello che succede oggi nel Pd non può lasciarci indifferenti. Cambiamo la ragione sociale del congresso, Trasformiamo l’assise di Rimini in un appuntamento aperto per allargare il campo. Dobbiamo aprire, non chiudere. Non è l’ora delle lacerazioni. Non ho paura di perdere, non c’è un problema di tessere. Ma possiamo dividerci tra di noi su scenari ipotetici e senza capire dove sta precipitando il paese?

Daniela Preziosi Manifesto 31.1.2017, 23:59 
«Trasformiamo il congresso di Rimini in un grande appuntamento aperto in cui ritrovare il senso di una comunità e in cui rilanciare, allargando il campo, avendo il coraggio di riorganizzare una sfida. Dobbiamo aprire, non chiudere. Alziamo lo sguardo, cerchiamo nuove risposte. Cambiamo la ragione sociale del congresso, facciamone una tappa politica, non la nostra blindatura organizzativa». È l’appello, quasi drammatico, del capogruppo alla Camera di Sinistra italiana, candidato segretario a congresso. 

Sta chiedendo di fermare la macchina a una settimana dai congressi locali e a poco più di due dall’assise di Rimini? 

No. Sto chiedendo di fermare la conta. Riapriamo una riflessione a tutti i livelli. 

Ha paura di perdere? 

No. Ho paura che il congresso, se celebrato totalmente fuori sincro dalla fase politica che stiamo vivendo, e cioè dalla precipitazione elettorale che si determina in queste ore, non diventi un nuovo inizio ma anzi sia un fatto del tutto irrilevante. Non è l’ora delle lacerazioni, è l’ora della riflessione e dell’unità. Chiedo a tutti un supplemento di riflessione, non drammatizziamo la nostra discussione tra apocalittici e integrati. 

Il suo appello nasce dal segnale di scissione dal Pd che ha dato D’Alema sabato scorso? 

Siamo oggettivamente di fronte a uno scenario nuovo. L’assemblea dei Frentani e la nascita di una nuova associazione, ConSenso, le prese di posizione del presidente Emiliano, una discussione sempre più esplicita nel Pd, costituiscono un fatto nuovo. E non solo: Renzi ha scelto l’avventura. Bisogna organizzare il campo di un’alternativa credibile alla sua deriva che rischia di consegnare il paese alla saldatura tra Lega e Cinque stelle. Un campo che abbracci i temi sociali sollevati da Laura Boldrini, la discontinuità richiesta finalmente anche da Giuliano Pisapia, la sinistra del Pd che solleva la grande questione della lotta alle diseguaglianze. 

Insomma propone l’alleanza con D’Alema? E se il Pd non si spacca e non si va al voto? 

Sinistra Italiana è nata intorno a un’idea forte: la presa d’atto dell’insufficienza di ciò che c’era, rifondare una forza della sinistra larga, popolare, con una cultura di governo. In grado di tenersi a distanza, allo stesso tempo, dai due vizi cronici degli ultimi vent’anni: la subalternità e la testimonianza. Noi siamo nati sotto questa stella. E abbiamo raccolto intorno a quel progetto, grazie alla generosità di tanti, energie e intelligenze. 

Non può portare questi temi a Rimini e prendere atto della scelta dei delegati? 

Ma possiamo dividerci tra di noi su scenari ipotetici e senza capire dove sta precipitando il paese? Nel corso degli ultimi mesi ho avvertito il rischio di un ripiegamento, di rassegnarsi all’ennesimo cartello della sinistra radicale, senza alcun peso nella società. Il No ricostruttore per un centrosinistra alternativo al renzismo e alla terza via ha aperto nuovi spazi. 

Ma non tutti i suoi compagni considerano il No «ricostruttore» del centrosinistra. 

Ma come si fa a non capire che siamo in un passaggio delicato, nel vortice di una transizione? Abbiamo cominciato a scrivere le nostre tesi congressuali con Renzi ancora a Palazzo Chigi, Obama alla Casa Bianca e nel punto di massima tenuta della grande coalizione europea di socialisti e Ppe. In poche settimane abbiamo vinto un referendum, è caduto Renzi, il Pd è alla vigilia di cambiamenti decisivi, Trump è stato eletto e rischia di determinare poco meno che una guerra con la Cina e un disastro nelle relazioni con il mondo arabo. Nel parlamento europeo socialisti e popolari si spaccano e in Francia nel partito socialista vince Hamon sulle parole d’ordine del reddito e della riduzione dell’orario di lavoro. È cambiato tutto. E noi non proviamo a fare una discussione larga, alta? Oggi, non domani, dobbiamo mettere al centro i temi del lavoro, del reddito, degli investimenti pubblici, della riconversione ecologica, dell’innovazione, di una nuova sinistra che ricostruisce l’ambizione del governo con un programma avanzato, radicale. 

Scusi, non è che sta prendendo atto che la sua area avrà meno delegati e quindi rischia di perdere e doversi adeguare a un’altra linea? 

Voglio essere chiaro: è l’esatto contrario. Comunque delle tessere parleremo in seguito, se sarà necessario, quando capiremo le decisioni del nostro organismo di garanzia. Oggi vorrei solo dire che tutte le posizioni in campo hanno lavorato per allargare la partecipazione al congresso: è un fatto positivo. Per me la priorità è stata convincere tante e tanti che non ci credevano più. Ora si tratta di garantire la massima partecipazione, a cominciare dai livelli territoriali. Ma il punto per me è: non voglio prendere parte a un talent show e ancora meno avvelenare la discussione interna. 

Potrebbe ritirarsi? 

La mia candidatura è a disposizione, è uno strumento e non un fine. Propongo che Rimini sia l’occasione per la costruzione di un campo largo dell’alternativa. Per farlo serve una gestione collegiale del gruppo dirigente, non una lotta fratricida. Se invece si negano queste novità lo si dica chiaramente.
D’Alema: pronta la mia lista Renzi: la sinistra vuole posti 

Il capo di ItalianiEuropei: Gentiloni risponde a Matteo e non agli italiani 

Francesca Schianchi  Busiarda
«Non sono preoccupati per l’Italia, ma per i posti in lista». Ritirato a Firenze, dove incontra a pranzo Diego Della Valle e dedica il blog alla proposta di un fisco più amico, scritta apposta contro Monti e l’ex ministro delle Finanze Visco, Matteo Renzi commenta con alcuni amici l’intervista di Massimo D’Alema rilasciata a «Cartabianca» su Raitre. Non l’ha vista in diretta, ma collaboratori e compagni di partito gli hanno spedito sms per tenerlo informato: minacce di scissione («se Renzi volesse sbaraccare tutto e chiedesse le dimissioni di Gentiloni, senza cambiare la legge elettorale, la reazione sarebbe una nuova lista»), corredate della sicurezza che «un nuovo partito di sinistra supererebbe il 10 per cento»; attacchi al segretario («vuole votare per un calcolo meschino: coi capilista bloccati garantirebbe se stesso e i suoi fedelissimi»); per la prima volta anche al premier Gentiloni: «Purtroppo - sillaba D’Alema in tv - dichiara di mettersi a disposizione delle direttive di Renzi: non dovrebbe farlo perché dovrebbe rispondere ai cittadini italiani».
E’ questo il clima che si respira in questi giorni nel Partito democratico. Destinato a peggiorare in queste due settimane, quelle che separano dalla Direzione decisiva del 13 febbraio. Oggi i vertici dem (arriverà a Roma anche il segretario) stenderanno il calendario degli incontri con le altre forze politiche, per cercare un accordo sulle modifiche della legge elettorale. Una verifica da fare molto alla svelta, in modo che il 13, convocato il «parlamentino» del partito, si scelga la strada da prendere: se ci sia un’effettiva possibilità di cambiare la legge, o se invece il rischio sia di impaludarsi in discussioni infinite, e allora convenga andare a votare con le due leggi attuali di Camera e Senato. «Se andiamo a votare nel febbraio 2018, ci arriveremo dopo che saranno scattati i vitalizi, dopo la legge di stabilità e dopo il referendum sui voucher, che spaccherà il partito. Davvero è il momento giusto?», elenca un fedelissimo renziano.
Il fatto è che prima delle urne la minoranza chiede il congresso. O, almeno, un appuntamento come le primarie, per potersi contendere il partito. Altrimenti c’è il rischio scissione, come ha detto D’Alema e pure Emiliano. «Ma perché quando erano segretari loro e facevano le liste elettorali era democrazia, e se le faccio io non va bene?», si sfoga Renzi con i suoi. «A me non importa nulla di seguirli su questi argomenti. Primarie? Dipende dalla legge elettorale, se saranno previste le coalizioni. Ma non è vero che sono accecato dalla ricerca di una rivincita: non escludo nemmeno di non essere io ad andare a Palazzo Chigi». 
Per ora, nella sede del governo siede Paolo Gentiloni: ieri ha incontrato la ministra dei Rapporti col parlamento Anna Finocchiaro, e i due capigruppo Zanda e Rosato. Sono stati messi in calendario tre decreti in scadenza. Per il resto, si vedrà dopo il 13 febbraio.
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L’obiettivo di Emiliano: 13 mila firme per bocciare le riforme di Matteo 

Il governatore pugliese a Franceschini e Orlando: mollatelo 

Amedeo La Mattina Busiarda 31 1 2017
Gli alleati che finora hanno garantito a Matteo Renzi il controllo del Pd sono in agitazione: vedono la scissione dietro l’angolo e stanno tentando di fermare l’ex premier nella sua corsa verso elezioni. Dario Franceschini, Andrea Orlando e Maurizio Martina vorrebbero favorire un accordo con gli oppositori interni che chiedono prima il congresso e poi le urne. Prima una verifica sulla linea politica, il programma e solo dopo chiedere agli elettori una nuova maggioranza per governare. Considerano Massimo D’Alema già perso, fuori dal partito, mentre intrattengono colloqui con Pierluigi Bersani, Roberto Speranza e con Michele Emiliano. 
Il governatore pugliese ha due colpi in canna: chiederà che l’ultima Assemblea nazionale del Pd venga invalidata, perché si è svolta e ha deliberato senza avere il numero legale. Nell’Assemblea del 18 dicembre venne deciso che il congresso non sarebbe stato anticipato e si sarebbe svolto a scadenza naturale ovvero nel dicembre del 2017. E comunque, ha ribadito ieri il presidente del partito Matteo Orfini, lo statuto non consente di celebrarlo prima di giugno. 
«Renzi si nasconde dietro un articolo per paura del confronto: se fosse un uomo di Stato, se avesse a cuore il partito, non avrebbe alcun timore», si infiamma Francesco Boccia che si muove all’unisono con Emiliano. «Se non convoca il congresso è un codardo, roba penosa, da partito personale», aggiunge il presidente della commissione Bilancio della Camera. Boccia sta lavorando alla costituzione di un comitato nazionale che raccolga le firme per chiedere alla presidenza del Pd di convocare referendum interni per smontare le scelte strategiche del governo Renzi: scuola, banche e lavoro (jobs act). La possibilità di chiedere consultazioni referendarie interne è previsto dall’articolo 27 dello statuto. A farne richiesta possono essere il segretario nazionale, la direzione nazionale con il voto della maggioranza assoluta dei suoi componenti, il 30% dei componenti dell’Assemblea nazionale oppure il 5% degli iscritti. Ecco, questa è l’ipotesi su cui si muovono Emiliano e Boccia: il 5% dei 250 mila iscritti nel 2015-16 è pari a 13 mila firme. «Ce la possiamo fare - dice Boccia - perché riceviamo richieste a formare comitati da tutta l’Italia».
Emiliano è pronto a tutto per evitare «disastrose» elezioni a giugno. È pronto pure alla battaglia delle carte bollate, puntando appunto ad invalidare l’Assemblea del 18 dicembre. Ma il governatore pugliese, che è disposto a candidarsi alla segreteria in alternativa a Renzi, vorrebbe trovare una soluzione unitaria.
Assicura che se al congresso (anticipato però) vincesse Renzi, sarebbe il primo a sostenerlo. La verità è che Emiliano non crede che Renzi voglia il dialogo. Agli alleati del segretario che vogliono fermare la scissione, ha spiegato che Renzi non ha interesse ad un accordo. Anzi vorrebbe che D’Alema, Bersani, Emiliano e tutti coloro che si oppongono alla sue scelte politiche togliessero il disturbo. Renzi così potrebbe farsi un partito a sua immagine e somiglianza, modellare i futuri gruppi parlamentari, eleggendo, grazie ai capilista bloccati, suoi fedelissimi. Secondo Emiliano, Renzi ha pure messo in conto di perdere le elezioni e mandare al governo i 5 Stelle: tanto lui è giovane e può aspettare un altro giro asserragliato in un Pd blindato, mentre gli altri sono «vecchi» e un altro giro non ce l’hanno. Ma non si può mandare il Pd a sfracellarsi contro un muro. Emiliano lo ha detto a Franceschini, Orlando e Martina. Dovrebbero proprio loro staccare la spina a Renzi e chiedere le assise. Con o senza di loro, Emiliano è convinto che Renzi perderebbe la conta interna: per questo ha paura ad anticiparla. Ma senza congresso e con elezioni a giugno, la scissione è nei fatti. 
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La minaccia all’ex premier 
Marcello Sorgi Busiarda 31 1 2017
Per capire cosa sta accadendo nel Pd non bisogna andare troppo lontano.
E neppure troppo indietro nel tempo. Come nel 1993, dopo il referendum del 18 aprile che sancì la fine della Prima Repubblica, il maggior partito di governo è scosso da tensioni politiche, orizzontali, verticali, trasversali, che non riguardano solo la maggioranza renziana e la minoranza bersaniana, ma tutte le correnti al loro interno, per gli esiti del voto referendario del 4 dicembre 2016. Che ha sancito una sorta di inversione a “U” della politica italiana, dalla Seconda Repubblica alla Prima, dal maggioritario al proporzionale, dall’epoca delle leadership forti, a quella, durata quarantacinque anni, dal 1948 appunto al ’93, della partitocrazia e dei governi nati in Parlamento.
Ventiquattro anni fa i Popolari (ex Dc) e il Pds (ex Pci), cioè i due principali soci del Pd, arrivarono all’appuntamento del referendum consapevoli, ma impreparati. E pur avendo contribuito all’approvazione della nuova legge elettorale, il «Mattarellum», che inoculava nel meccanismo maggioritario scelto dagli elettori una quota del vecchio proporzionale, alla resa dei conti si dimostrarono incapaci di partecipare al gioco, presentandosi divisi nelle elezioni del 27 marzo 1994 e favorendo la vittoria di Berlusconi.
Subito dopo, abili nella manovra parlamentare di cui erano maestri nella Prima Repubblica, detronizzarono l’ex Cavaliere, capovolgendo, grazie a un «ribaltone», la sua maggioranza nelle Camere, e lo sconfissero, stavolta coalizzati, nelle urne nel ’96, approfittando della scelta di Bossi di rompere l’alleanza di centrodestra. Fin qui, è ormai storia. Come lo è il fatto che solo Prodi, nel ’96 e nel 2006, sia riuscito a vincere su Berlusconi, mentre i leader della coalizione giunti alla guida del governo per vie parlamentari, come D’Alema e Amato, non poterono presentarsi con la loro faccia, e anche gli altri, vedi Rutelli e Veltroni, pur conseguendo risultati elettorali lusinghieri, nella partita uno contro uno risultarono sconfitti.
Era poi evidente, in tutti questi anni, che una larga parte del centrosinistra rimpiangesse la vecchia partitocrazia. Lo si intuiva dal modo in cui si erano battuti contro le riforme costituzionali e soprattutto contro la legge maggioritaria a due turni proposte da Renzi, e se n’è avuta conferma in occasione del referendum del 4 dicembre, quando il Pd, formalmente, aveva preso posizione per il «Sì», ma una larga fetta del suo apparato, D’Alema e Bersani in testa a tutti, s’è schierata con il «No».
Ma il paradosso è che di fronte a una situazione nuova - o vecchia, secondo i punti di vista - come quella del ritorno al proporzionale, Renzi rischi di fare un errore eguale, ancorché opposto, a quello compiuto da Occhetto e Martinazzoli nel ’93. Mentre Berlusconi ha subito intuito il cambiamento, ha raffreddato di molto i rapporti con i suoi ex alleati e si prepara a correre per Forza Italia, costi quel che costi, sapendo che la partita vera si aprirà dopo il voto, il segretario del Pd si muove ancora con la logica dell’uomo forte con cui ha guidato il partito e il governo. Sottovalutare le numerose candidature alla guida del suo partito, gli annunci di scissione, le promesse di collaborazione che seguono alle separazioni, significa non aver capito che tutto ciò che sta accadendo è frutto della riedizione (o brutta copia) del sistema partitocratico, in cui ognuno porta la sua piccola dote a un ammasso di cui niente si sa, ma di cui presto o tardi salterà fuori un federatore. Può darsi, come Renzi si augura, che il suo Pd, benché acciaccato, raggiunga il 40 per cento, conquistando a dispetto di ogni previsione il premio di maggioranza che la Corte costituzionale ha collocato nell’iperuranio. Ma se non ci riesce, il rischio vero, per il Rottamatore, è ritrovarsi all’opposizione, sepolto dalle macerie della Seconda Repubblica. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI


Ecco la lista D’Alema: “Vale il 10%” Ma Bersani si sfila: battaglia nel Pd 
L’ex premier rilancia in tv: “Se non fa il congresso, è Renzi che spaccherà tutto” La rete del nuovo partito: Emiliano, prof del No, ex Ds. Corte a Bassolino

TOMMASO CIRIACO Rep 31 1 2017
La scissione è adesso. O meglio, arriverà quando Matteo Renzi chiederà elezioni senza cambiare prima la legge elettorale: «La reazione - promette Massimo D’Alema - dovrebbe essere quella di preparare un’altra lista a sinistra, che supererà sicuramente il 10% dei voti. Senza un congresso, sarà lui a rompere». Un nuovo passo verso la frattura è compiuto. Proprio nel giorno in cui Francesco Boccia, a nome di Michele Emiliano, lancia un referendum tra gli iscritti per un’assise anticipata e pianifica una consultazione parallela sui social con un quesito fotocopia: «Non è meglio scegliere prima il segretario e poi tornare al voto?». I puntini della strategia della minoranza, insomma, iniziano a unirsi. E disegnano un big bang che minaccia il segretario dem, convinto però di poter recuperare l’ala bersaniana alla causa. «Io sto girando l’Italia per la mia candidatura alla guida del Pd - si mantiene cauto Roberto Speranza - E sto combattendo la mia battaglia dentro il partito ».
Alla vigilia del raduno al centro Frentani, un sms di un professore universitario fa sorridere D’Alema. «Ecco - lo mostra agli amici - se anche personalità moderate sono così arrabbiate con Renzi, vuol dire che la scissione dobbiamo farla per davvero». E in effetti il PdD - il partito di D’Alema - è qualcosa più di una bozza. Uno spazio a sinistra, ha verificato Ipr-Tecné, può puntare all’11%. Se fosse guidato da Emiliano, è opinione dell’ex premier, potrebbe addirittura puntare più in alto: «Michele ha tanti difetti e magari non sarà il leader ideale della sinistra per atteggiamenti e convincimenti, ma è una brava persona e può recuperare molto nel confronto con i cinquestelle ».
Tutto nasce con la stagione dei comitati per il No al referendum. «E però - ricorda l’eurodeputato Massimo Paolucci, mentre recluta truppe - quando abbiamo iniziato quella campagna sembravamo dei pazzi, mentre adesso il clima è cambiato ». Di ceto politico al fianco del leader ne è rimasto pochino. Oltre a Paolucci, il parlamentare europeo Antonio Panzeri e il senatore Paolo Corsini. Agli ultimi summit si sono visti Pietro Folena, Valdo Spini, il professor Guido Calvi e Cesare Salvi. Antonio Bassolino no, mentre sono stati avvistati due storici bassoliniani come Michele Caiazzo e il sindacalista Cgil Michele Gravano. Un segnale, utile a colorare la mappa d’Italia con qualche puntino rosso.
In cima alle speranze di consenso c’è naturalmente il Sud. «In alcune regioni - ragiona D’Alema - possiamo prendere più di Renzi. Anche perché nel Mezzogiorno il Pd ha raccolto il peggio degli ex cuffariani e cosentiniani, mentre la gente per bene se ne va». Non solo Meridione, però: i dalemiani indicano sacche rosse in Lombardia e Veneto. In quest’ultima regione, in particolare, si prova a convincere Flavio Zanonato a partecipare all’avventura. Ma è la Puglia il cuore pulsante della scissione. L’assalto alla segreteria da parte di Emiliano è in corso, le firme per un referendum interno saranno raccolte nelle prossime ore. «E Renzi non riuscirà a reggere pubblicamente un rifiuto - confida ai colleghi Francesco Boccia - Mica siamo la Casaleggio associati...».
Molto si muove, dalle parti del Pd. Nessuno sottovaluta il segnale che arriva dalla Francia, dove la scalata dell’outsider socialista fa sognare D’Alema e gli avversari dell’ex premier. Chi però preferirebbe affrontarlo restando nel partito sono soprattutto i bersaniani, consapevoli dei rischi della concorrenza interna delle altre sinistre dem. «Hamon è un altro Davide contro Golia che ce la fa giura Speranza - E io penso che serva un congresso e un momento di chiarezza prima delle elezioni». Si vedrà. Di certo l’ex capogruppo ha ripreso a sentirsi con il Nazareno. E Pierluigi Bersani continua a frenare i suoi. Non minaccia scissioni, pur invocando una profonda discontinuità. L’importante, ha spiegato ai fedelissimi, è non restare vittima del “divide et impera” di Renzi nei confronti della minoranza. Una tecnica già sperimenta in passato dal leader, ha ricorato l’ex segretario, «con ottimi risultati».
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L'impegno indefesso dei liberal e degli universalisti per consolidare il consenso di Trump nella piccola borghesia


La Repubblica
Il ritorno di Obama: “Valori minacciati” 

Inedita polemica tra due “presidenti”. “Sul divieto ai rifugiati sono confortato dal livello di mobilitazione” Washington Post: si valuta annullamento tutele per i gay che lavorano nel governo. Petizione a Londra contro Trump
FEDERICO RAMPINI Rep
BARACK Obama si vede costretto a tornare nell’arena politica, contro il suo successore, appena dieci giorni dopo il pensionamento. Rompendo con la tradizione di non intervento degli ex presidenti, si unisce alla vasta coalizione che protesta contro il bando anti-islamici. L’ex presidente è «confortato dal livello di mobilitazione, corrisponde esattamente a quello che vogliamo vedere quando i valori dell’America sono minacciati ». Attraverso un portavoce, esprime «disaccordo fondamentale rispetto al concetto di discriminare le persone in base alla loro religione». È un altro shock inaudito questo scontro fra due presidenti, ma è tutto senza precedenti nell’era Trump. Sembra quasi che il neopresidente se l’aspettasse, questo ritorno in forze del predecessore. Domenica sera, dopo 48 ore di caos provocato dal suo ordine esecutivo di venerdì, Trump si era difeso tirando in ballo Obama: invocando il precedente del 2011 in cui era stato sospeso per sei mesi l’afflusso di rifugiati iracheni; e attribuendo a Obama stesso la selezione dei sette Paesi più rischiosi come potenziali riserve di terroristi. Si accentua l’isolamento di Trump senza che questi dia il minimo segno di pentimento. Di ieri sera anche la notizia del Washington Post secondo il quale la Casa Bianca starebbe valutando la possibilità di annullare le tutele per i gay che lavorano nel governo federale.
All’estero le condanne sono venute dall’Onu, da alleati-ex-occupati come l’Iraq dove il Parlamento chiede ritorsioni, fino a includere la Gran Bretagna. A Londra una petizione per cancellare l’invito della Regina Elisabetta a Trump ha raggiunto in poche ore 1,5 milioni di firme. Perfino un populista del fronte Brexit come il ministro degli Esteri Boris Johnson ha definito “fortemente controverso” l’ordine esecutivo che ha chiuso le frontiere Usa a certe nazionalità. All’interno degli Stati Uniti il gesto estremo di Trump ha creato una fronda di diplomatici, con un memorandum dei ribelli al Dipartimento di Stato che vogliono ignorare le direttive. Ma il portavoce del presidente risponde secco: «Se non siete d’accordo, andatevene ». Più complicato per la Casa Bianca è l’ostacolo del federalismo: diversi ministri della Giustizia degli Stati Usa governati dai democratici fanno ricorso per incostituzionalità del decreto sigilla-confini. Questo accresce le forze messe in campo sul fronte giudiziario, dopo che vari magistrati federali avevano bloccato con ordinanze locali le espulsioni dagli aeroporti di New York, Boston, Washington, San Francisco. L’effetto immediato è un aumento della confusione, rasenta l’impazzimento: la polizia di frontiera che lavora negli aeroporti è strattonata da ordini contrastanti, non sempre le è chiaro a chi debba obbedire. Il caos regna anche dentro l’Amministrazione dove domenica sera il generale John Kelly, nuovo segretario alla Homeland Security, voleva esentare dal blocco i detentori della Green Card. Poi questo gesto deve essere sembrato un dietrofront che sconfessava il presidente, e quindi per le Green Card si è tornati a un limbo di controlli discrezionali. Trump ieri ha cercato di minimizzare, con un tweet surreale: «Solo 109 persone su 325.000 fermate e detenute per interrogatori. I grossi problemi negli aeroporti sono stati causati da un blackout informatico della compagnia Delta, e da qualche manifestante». Trump reagisce con una fuga in avanti. Accelera i tempi per la nomina del giudice costituzionale vacante, alla Corte suprema. È l’assalto all’ultimo bastione del potere che ancora gli manca, quello giudiziario. Una volta blindata la Corte suprema, con una maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato, è convinto che l’opposizione sarà impotente. E il resto del mondo? America First.
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Obama in campo contro Trump “I nostri valori sono in pericolo” 

Prima dichiarazione pubblica dell’ex presidente. Onu: i decreti sono illegali e meschini Critiche anche da Wall Street e imprese. Casa Bianca: un buon giorno per la sicurezza 

Francesco Semprini Busiarda 31 1 2017
È muro contro muro tra Donald Trump e l’esercito di oppositori ai decreti sull’immigrazione voluti dal neopresidente, di cui assume il ruolo di capofila un ritrovato Barack Obama. Il predecessore di Trump, nella sua prima affermazione pubblica dalla fine del doppio mandato, si dice - tramite il portavoce -, in disaccordo con la discriminazione religiosa e «rincuorato» dalla risposta del Paese. Obama non fa riferimento al presidente Trump ma i suoi commenti sono riferiti ai suoi decreti, e si dice «in disaccordo» con le discriminazioni su base religiosa: «I nostri valori sono in pericolo».
Prima di lui era stato l’Alto commissario del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, Zeid Ra’ad al Hussein, a definire il bando verso i cittadini di 7 Paesi islamici «illegale e meschino e foriero di sprechi di risorse nella reale lotta al terrorismo». È poi il numero uno del Palazzo di Vetro a ribadire la speranza che «le misure adottate dall’amministrazione Trump siano temporanee». Malumori comuni a quelli che stanno animando una parte dello staff del dipartimento di Stato che in una comunicazione «dissidente» denominata «Canale di dissenso» che condanna la decisione di Trump, bollandola come «contraria al fondamento dei valori americani» e si sostiene che le restrizioni «alimenteranno il sentimento anti-americano». A scendere in campo è anche la Corporate America capitanata da Starbucks con l’annuncio dell’assunzione, nei prossimi cinque anni, di 10 mila rifugiati a partire proprio dagli Stati Uniti. Anche Google scende in campo contro il giro di vite di The Donald, creando un fondo da quattro milioni di dollari da destinare a quattro organizzazioni che si occupano di migranti e rifugiati. Mentre il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, avverte sullo stesso social che «dobbiamo mantenere questo Paese sicuro ma dovremmo farlo concentrandoci sulle persone che effettivamente rappresentano una minaccia». 
Critiche arrivano anche da destra, dai fratelli Charles e David Koch, considerati voce influente dell’universo conservatore, grazie anche ai loro ricchi finanziamenti. E da Wall Street con Jp Morgan e Goldman Sachs che elogiano «l’importanza della diversità». A schierarsi nel mondo accademico è Harvard che invita l’amministrazione, il Congresso e il sistema giudiziario a rivedere e abolire il decreto sull’immigrazione. Le associazioni musulmane d’America invece annunciano una causa federale contro il bando sui musulmani, come spiega Nihad Awad, leader del Council on American-Islamic Relations. È poi il turno del procuratore generale dello Stato di Washington Bob Ferguson pronto a lanciare un’azione legale contro il presidente Trump, la prima del genere. La protesta vola poi sulle note di Bruce Springsteen che da un concerto ad Adelaide, in Australia, con la sua E Street Band, afferma: «Stasera vogliamo aggiungere le nostre voci a quelle di migliaia di americani che manifestano negli aeroporti in giro per il Paese». Trump sembra tuttavia impermeabile alle critiche, anzi rilancia. «In realtà ieri è stato un buon giorno in termini di sicurezza nazionale... speravamo di poter agire e abbiamo deciso di fare una mossa», afferma durante l’incontro con i leader della piccola impresa. Il presidente ha bollato come «lacrime finte» quelle del senatore democratico Chuck Schumer, leader di minoranza al Senato, che ha pianto criticando il bando. 
Il presidente, forte della maggioranza repubblicana al Senato e del granitico appoggio del suo entourage, prosegue a colpi di decreti esecutivi. Anche se un primo neo emerge dal suo cerchio magico, ed è del vice Mike Pence. A suo discapito riemerge un tweet dell’8 dicembre 2015 in cui l’allora governatore dell’Indiana sposava posizioni di tenore ben diverso da quella assunta venerdì sui migranti: «Impedire ai musulmani di entrare negli Stati Uniti è offensivo e anticostituzionale».
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“Donald è un demagogo Nei gesti del suo governo ci sono i segni dell’odio” 

Il fumettista Spiegelman: peggio di quanto mi aspettassi Vuole distruggere le fondamenta dell’America 
Paolo Mastrolilli Busiarda 31 1 2017
Quando risponde al telefono, Art Spiegelman chiede un momento per riflettere, «altrimenti il mio primo istinto sarebbe rovesciarle addosso una valanga di insulti, che non potrebbero essere pubblicati sul suo giornale». Poi l’autore di «Maus» si ricompone, e attacca: «Steve Bannon, il consigliere di Trump autore dei suoi decreti, è uno xenofobo, antisemita e misogino, legato ai gruppi neonazisti di Alt Right. Trump non è abbastanza sofisticato per capirlo, ma tutto questo è parte di un piano preparato e annunciato pubblicamente da tempo dai suprematisti bianchi. Non a caso, il decreto sul bando dei musulmani è stato firmato proprio nel Giorno della Memoria dell’Olocausto».
Sta dicendo che lo hanno fatto apposta?
«Certo, sono antisemiti. Non vi siete accorti che nel comunicato per il Giorno della Memoria non c’era nemmeno la parola ebreo? Qualcuno lo ha fatto notare, pensando che si trattasse di una svista, ma la Casa Bianca ha confermato che non voleva citare di proposito gli ebrei, ricordando l’Olocausto».
Secondo lei perché?
«Era un segnale lanciato ai gruppi neonazisti di Alt Right, che Trump ha sempre tollerato al suo fianco. America First è uno slogan razzista e suprematista».
Lei è nato in Svezia da una coppia di ebrei polacchi sopravvissuti all’Olocausto, e quando era bambino vi trasferiste negli Usa. Sta paragonando la sua esperienza a quella dei rifugiati di oggi?
«Esatto».
E sta dicendo che l’America ha perso il senso di solidarietà e accoglienza offerta a voi?
«La storia dell’accoglienza degli ebrei negli Stati Uniti dopo l’Olocausto è meno rosea di quanto si racconti, e ora quella stessa repulsione viene applicata ad altri esseri umani. Trump è molto peggio di quanto mi aspettassi, nel suo governo ci sono tutti i simbolismi iniziali del fascismo».
Lui dice che il bando non è contro i musulmani, ma contro i terroristi che minacciano di colpire l’America.
«È fuori dalla realtà. Primo, nella lista dei Paesi banditi non ci sono Egitto e Arabia, quelli da dove venivano gli attentatori dell’11 settembre, e anche quelli dove Trump ha interessi commerciali. Secondo, dal 2001 ad oggi gli Usa non sono stati più colpiti da terroristi venuti dall’estero: o siamo stati fortunati, oppure le misure di prevenzione adottate dalle amministrazioni repubblicane e democratiche hanno funzionato. Terzo, tutti gli esperti di sicurezza sostengono che per proteggere il Paese bisogna concentrarsi sugli individui che vogliono attaccarlo, non su interi Stati in maniera indiscriminata. Questo è un provvedimento che non ha alcun senso pratico, è solo un atto politico demagogico. Qualcuno ha detto che la Statua della Libertà piange: vogliono distruggere le fondamenta dell’America».
Però oltre 60 milioni di elettori hanno votato Trump, aspettandosi questo genere di provvedimenti. Perché?
«Dicono che sia stata una risposta alla crisi economica. In parte è vero, ma io vedo soprattutto una reazione a dove sta andando l’America. Abbiamo avuto il primo presidente nero, i matrimoni gay, il dibattito sui bagni bisex, come peraltro sono in tutte le nostre case. Una parte della popolazione si è ribellata. Io devo dividere il bagno con un finocchio? Farmi ordinare da un nero come comportarmi, e poi da una donna? Le elezioni di novembre sono state il colpo di coda, l’ultimo conato della parte peggiore della mia generazione. Ma quando passerà, se Trump non farà troppi danni, torneremo sulla strada che stavamo percorrendo».
Come?
«Dobbiamo riscoprire la mentalità dei miei cari Anni Sessanta, quando la gente decise di organizzarsi e mobilitarsi contro un potere che violava i suoi diritti. Io sono stato alla marcia della donne, un esempio della resistenza permanente da costruire. Per fortuna, il sistema giudiziario sta già reagendo. Dobbiamo tornare al volontariato, l’organizzazione di base dell’origine. Poi è necessario riformare il Partito democratico, affinché a guidarlo non sia solo un settantenne come Sanders. Bisogna fare in modo che l’America esca da questo disastro, usandolo per mettersi definitivamente alle spalle l’ideologia che lo ha provocato». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI


La mobilitazione del capitalismo Usa “Il bando contrario ai nostri ideali” 

Non solo la West Coast ma anche le banche a Wall Street e i petrolchimici di Koch ora dubitano di Trump e prendono le distanze
FEDERICO RAMPINI Rep
NON si ricorda una simile mobilitazione del capitalismo americano contro un presidente. Stavolta Donald Trump ce li ha contro tutti, non solo le aziende digitali della West Coast ma il capitalismo più tradizionale, le banche di Wall Street, perfino i petrolchimici della dinastia Koch. È riuscito a unirli tutti all’opposizione, contro il suo decreto blinda-frontiere.
Il coro di critiche dall’establishment economico coincide con una giornata di calo delle Borse, un altro segnale che la luna di miele con Trump è in crisi. E nella condanna unanime dal mondo delle imprese giocano fattori che vanno oltre gli interessi materiali. Certo, le imprese americane da mezzo secolo sono abituate a potersi rifornire di manodopera e cervelli attingendo a un mercato del lavoro globale, l’idea di creare barriere etnico-religiose ha un impatto dannoso sul business. Ma c’è anche un appello ai valori che viene da tanti imprenditori e banchieri loro stessi immigrati o figli d’immigrati, compresa la componente ebraica che ricorda l’Olocausto. Infine il decreto anti-musulmani è la goccia che ha fatto traboccare il vaso: confermando i sospetti di tipo caratteriale su Trump, il dilettantismo e l’improvvisazione uniti alla presunzione formano un cocktail micidiale. I poteri forti dell’industria e della finanza di colpo dubitano che lui possa mantenere anche le promesse “positive” (meno tasse, deregulation) visto il disastro in cui è incappato al primo test serio.
«Goldman Sachs critica il governo di Goldman Sachs», è il titolo ironico usato dall’agenzia Bloomberg News. In effetti la potente merchant bank ha piazzato ben tre suoi dirigenti come ministri o alti consiglieri del presidente. Eppure il suo
chief executive Lloyd Blankfein non esita a mandare un messaggio vocale ai 34.400 dipendenti, sull’ordine esecutivo di venerdì che blocca gli accessi da 7 paesi: «Non è una politica che sosteniamo». Un altro colosso di Wall Street, la JP Morgan Chase, sottolinea che «l’America è rafforzata dalla diversità».
Clamorosa la presa di distanza della Ford. La casa automobilistica era protagonista di un idillio con Trump, a cui aveva promesso di ri-localizzare in Michigan una nuova fabbrica inizialmente destinata al Messico. In cambio si era vista offrire un abbattimento della tassa sui profitti e lo smantellamento delle norme anti- smog di Obama. Ma di fronte al decreto anti-islamici il presidente e il chief executive della Ford non ci stanno: «Contraria ai valori della nostra azienda». La città natale della Ford, Dearborn, è la “capitale islamica” degli Stati Uniti, il 30% degli abitanti sono di origine araba. I più beneficiati dalla “contro-rivoluzione fossile” di Trump, i fratelli Koch, hanno rotto la solidarietà con la Casa Bianca: «È possibile mantenere l’America sicura, senza escludere coloro che vogliono venire per migliorare la vita delle loro famiglie». La Silicon Valley californiana, e in generale tutta la West Coast, vede una sollevazione anti-Trump di tutti i grandi nomi dell’imprenditoria. Il chief executive di Apple, Tim Cook, ricorda che il compianto Steve Jobs era figlio di siriani. Mark Zuckerberg di Facebook ha subito condannato Trump, come lui hanno preso posizione Microsoft, Netflix e tanti altri.
Dopo le proteste scatta la solidarietà con le vittime. Da Seattle Starbucks annuncia che assumerà diecimila rifugiati entro i prossimi cinque anni. Da San Francisco si muovono le app digitali: Airbnb offre alloggi gratis ai profughi, Uber offre prezzi scontati a chi ha bisogno di un passaggio per andare a manifestare negli aeroporti. Google vara un fondo di solidarietà di 4 milioni con chi ha subito i danni del blocco degli ingressi, Lyft fa lo stesso con un milione di dollari.
Trump in campagna elettorale aveva messo in conto che l’establishment capitalistico potesse remargli contro: questo rientrava nella sua narrazione, che lo descrive come l’outsider, il difensore del popolo contro le élites. Poi però aveva lanciato una serie di segnali pro-business, sulle tasse o contro l’ambiente, per recuperare consensi su quel fronte. Ieri ci ha riprovato, con un ordine esecutivo che promette di abrogare due norme ogni volta che ne viene creata una nuova. È anche tornato a promettere uno smantellamento della legge Dodd-Frank, la riforma della finanza che varò Obama e non piace a Wall Street. Ma almeno ieri il grande comunicatore ha fatto cilecca, questi due annunci sono stati quasi ignorati nel fracasso generato dal bando di venerdì.
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Bannon, l’uomo forte che ha dettato a Donald la linea anti-immigrati 

Da Harvard alla finanza, dal sito delle “fake news” a consigliere del presidente. Ecco chi ha ispirato le prime mosse
VITTORIO ZUCCONI Rep
C’È QUALCOSA di marcio nel castello del nuovo sovrano, c’è un uomo che dalla curva più estrema della Destra americana più scalmanata controlla dall’interno della Casa Bianca i pensieri e le opere di Donald Trump. Il suo nome è Steve Bannon. Il suo potere è immenso. Le sue impronte digitali sono sulle prime decisioni prese dal presidente.
Bannon è per la nuova corte di King Donald quello che gli Schlesinger e i Soerensen furono nell’immaginario Camelot di John F Kennedy, il “consigliore” al quale il re affida la costruzione della propria immagine e della propria politica, come gli aveva affidato con successo la leggenda della propria campagna elettorale. A sessantaquattro anni, senza nessun precedente di governo o di amministrazione pubblica, senza esperienza internazionale, senza cravatta sulle camicione scozzesi che predilige per mostrarsi astutamente “uomo del popolo”, Bannon non è entrato soltanto alla Casa Bianca come assistente personale di Trump. Da domenica, è parte integrante del “Consiglio per la Sicurezza Nazionale”, quel circolo di consiglieri, divenuto potentissimo grazie a Henry Kissinger che ne fece un governo ombra sotto Nixon, che decide la strategia politica e militare dell’Amministrazione Usa. Per fargli posto, Trump ha escluso il Direttore dei servizi di intelligence e il Capo degli Stati Maggiori riuniti, dunque i due uomini che dovrebbero informare il Capo dello Stato e aiutarlo nelle scelte di vita o di morte. E custodire l’arsenale nucleare.
Da bizzarro, efficace, spregiudicato polemista nascosto dietro un popolarissimo sito di propaganda in Rete, Breitbart, celebre per titoli come “La pillola anticoncezionale rende le donne brutte e ripugnanti” o “Le cliniche abortiste hanno fatto già la metà dei morti dell’Olocausto”, Bannon è ora l’abilissimo stratega che guiderà il presidente nei suoi rapporti con la nazione americana e con il mondo. La sua mano si è già mostrata nelle tre principali ordinanze firmate da Trump nella prima settimana di presidenza: il primo passo verso la demolizione della Riforma Sanitaria, la “Obamacare”; l’annuncio del completamento della Grande Muraglia al confine con il Messico e il blocco dell’immigrazione di viaggiatori legittimi, con visti e permessi di soggiorno, provenienti da alcuni Paesi musulmani. Questi e altri “Ordini Esecutivi” che sicuramente verranno a tappeto sono la messa in atto di promesse elettorali che lui, Bannon, aveva saputo sfruttare conoscendone la efficacia con l’elettorato più ruvido e disperato.
Fanaticamente reazionario, ammirato dalla Destra Suprematista fino al Ku Klux Klan, devoto del potere alla Dart Fenner di Star Wars che aveva esaltato in una sua dichiarazione, Steve Bannon è tutt’altro che uno sprovveduto o uno zotico pescato da quella “pancia” dell’America ruspante e frustrata che ha fatto vincere Trump. Viene da una famiglia di lavoratori della Virginia che lo avevano allevato come Democratico, fino alla devastante delusione di Jimmy Carter alla fine anni ’70, che spinse Steve dall’altra parte del fossato e poi nella prateria selvaggia della alt-right, la destra alternativa anche alla destra tradizionale dei Repubblicani, prima Tea Party, oggi trumpista.
E stato ufficiale di Marina per quattro anni, studente con lauree in università di grande prestigio, come Georgetown e Harvard e poi, sempre per la leggenda della “Piccola Classe Media” dimenticata, dirigente della Goldman Sachs, quella finanziaria dalla quale provengono ben sei dei massimi consiglieri nel Team Trump. Dalla Goldman uscì per crearsi una propria “boutique” finanziaria per speculazioni ardite e, fatti abbastanza milioni, poi venne il passaggio alla pubblicistica online con la creazione di Breitbart e la produzione di notizie “fake”, prima che le “notizie false” diventassero di moda. I suoi scoop immaginari divennero, insieme con la propaganda dei commentatori radiofonici vicini all’estremismo della destra neonazionalista, il pane quotidiano di milioni di consumatori, avidi di odio per “il nero usurpatore” Obama e per i “liberal”, per i progressisti.
«I travestiti sono i più affetti dall’HIV». «Le donne nere sono disoccupate perché falliscono nei colloqui di lavoro». «La pillola rende le donne brutte e ripugnanti ». «Huma Abedin (la amica più stretta di Hillary) è legata al terrorismo islamico». «Lesbiche devastano un negozio di abiti da sposa». «Planned Parenthood (la rete di cliniche ginecologiche e abortiste) ha origini naziste ». «Bill Kristol (opinionista repubblicano che sconfessò Trump) è un ebreo rinnegato». «Il tour dei froci torna nei Campus Universitari». E questo crescendo di pseudogiornalismo culminò in una domanda che Steve Bannon fece nella versione radiofonica del suo sito: “Preferireste che vostra figlia diventasse femminista o avesse un cancro?”.
Ora l’autore di questi titoli siede nel circolo più stretto e segreto che condiziona il presidente, senza dover rispondere a nessuno, non al Parlamento, non ai tribunali, perché il Consiglio per la Sicurezza Nazionale è formato, e funziona, a totale discrezione del Capo. E la “Formula Bannon”, si è vista all’opera nella stessa tecnica utilizzata per costruire prima i notiziari calunniosi e poi nella campagna elettorale che lui, di fatto, ha guidato negli ultimi mesi decisivi. È la tecnica che in radio fu definita quella dello “Shock Jock”, del fantino degli shock, colui che frusta il cavallo dell’opinione pubblica con sferzate sempre più forti per fare dimenticare gli errori di ieri e per sbalordire con la botta di domani.
Il prevedibile caos creato dall’ordinanza presidenziale sull’immigrazione, pubblicato prima che le guardie di frontiera, gli uomini della Sicurezza Nazionale, il Dipartimento di Stato fossero consultati o avvertiti, ha creato, nella polarizzazioine di folle apparse agli aeroporti e nell’applauso dei “boia chi entra”, il perfetto diversivo. È stata la sensazionale arma di “Distrazione di Massa”, sempre costruita con lo strumento della paura indispensabile nella cultura del nazionaltrumpismo, per fare dimenticare l’unmiliazione subita dal Messico con l’annullamento della visita di stato del presidente Peña a Washington e l’imbarazzo dei parlamentari repubblicani di fronte alla demolizione del sistema assicurativo per il quale non hanno nessuna alternativa credibile. Il fatto che centinaia di viaggiatori, residenti, profughi con documenti e visti in perfetto ordine, uomini e donne anziani, bambini, siano stati bloccati nella confusione o fermati all’imbarco dalle compagnie aeree, che il mondo intero sia rimasto sbigottito di fronte alla irrazionalità di un decreto imposto a sorpresa, non ha turbato il piccolo, formidabile Richelieu della corte di Trump, ma ne ha accresciuto la statura agli occhi del sovrano, che infatti lo ha promosso a membro permanente del Consiglio. L’ombra di un maestro del falso giornalismo e dell’elettroshock propagandistico si allunga, come vero burattinaio, dietro la sagoma di cartone di Donald Trump.
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NELLE SCELTE DI TRUMP L’ODIO COME POLITICA TAHAR BEN JELLOUN Rep 3 2 2017
LA DECISIONE di Donald Trump di proibire l’ingresso in America ai cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana — al di là dell’aspetto del razzismo, senza precedenti negli annali della politica — è un’istigazione a passare dal semplice odio nei confronti dell’Islam ad azioni terroristiche che prendano di mira i musulmani. Può anche darsi che il terrorista che ha compiuto l’attentato in una moschea del Québec, provocando sei morti, non sia da mettere in collegamento diretto con la decisione del neo presidente, ma dobbiamo prendere atto della coincidenza. Chi ha perpetrato questo massacro avrebbe ammesso di provare ammirazione per Donald Trump e Marine Le Pen. La caccia ai musulmani è dunque stata aperta dal presidente della più grande potenza del mondo, un presidente impreparato e che dell’Islam in senso stretto non sa nulla.
I Paesi presi di mira sono sette, ma l’elenco potrebbe allungarsi in funzione dell’umore di Trump. Con lui, tutto è possibile. L’efficacia di questo decreto non è garantita: Daesh o al-Qaeda hanno militanti che vivono nei Paesi che sono intenzionati a colpire. I terroristi non entrano in un Paese da turisti. Hanno le loro reti, e spesso sono individui isolati che prendono da soli l’iniziativa di colpire, commettendo attentati pur sapendo che la loro vita non vale niente. Si tratta di persone che hanno scelto di loro spontanea volontà di trasformare l’istinto di vita in un istinto di morte, una morte data e subita. La loro logica non segue quella delle persone razionali normali. Per altro, non sono neanche pazzi, perché chi è pazzo fa qualsiasi cosa. La loro determinazione elude la vigilanza delle forze dell’ordine.
In ogni modo, la decisione americana nasce da una politica demagogica non suffragata da analisi né da conoscenze specifiche. Procede dalla spirale terroristica. Si limita a stigmatizzare ed esacerbare ancora di più le popolazioni di religione musulmana che soffrono come tutti gli altri a causa del terrorismo e delle sue ripercussioni.
Dopo gli attentati in Paesi come Egitto o Tunisia, l’economia locale che si reggeva sul turismo è crollata. Nessuno è stato risparmiato. In ogni caso, il terrorismo jihadista non sparirà creando difficoltà ai musulmani che devono recarsi in America per motivi di lavoro o vogliono riunirsi alle loro famiglie che già vi abitano legalmente. Al contrario.
Il razzismo procede per generalizzazioni. E da qui hanno origine pregiudizi difficili da estinguere. Trump è ignorante. Peggio ancora, è convinto che l’origine del male assoluto sia la religione di Maometto. Non sa nulla di questa religione, ancora meno della sua civiltà, e niente dell’epoca d’oro degli arabi che tra il IX e il XII secolo hanno dato validi apporti alla civiltà universale. Ignora perfino dove si trovino alcuni Paesi musulmani.
La cosa grave, in tali circostanze, è che Donald Trump riflette abbastanza fedelmente l’opinione di un buon numero di americani. Incarna un tipo di mentalità assai diffusa, chiusa e ripiegata su sé stessa, disinteressata nei confronti del resto del mondo. Si sente forte ed è determinato perché persuaso di essere stato eletto da chi lo ha delegato espressamente a varare questa politica, che non conosce moderazione né diplomazia e ancor meno giustizia. Agisce come un texano che non ha mai messo piede fuori dal suo ranch e che nutre soltanto pregiudizi assurdi sull’Islam, sugli arabi, sui messicani. L’ignoranza, sommata all’arroganza che si accompagna alla ricchezza, porta all’odio, e l’odio predispone alla guerra.
Il nuovo segretario delle Nazioni Unite ha fatto bene a esprimere la sua viva preoccupazione. Invece di smussare le relazioni già molto turbolente tra i vari Paesi, ecco che Trump getta benzina sul fuoco e va avanti con le provocazioni. Dimentica che l’America è formata da tanti immigrati, che deve la sua forza ad apporti diversi, che la sua anima sta tutta in questa smisurata diversità, che l’Islam appartiene alle religioni che si praticano da tempo in questo grande Paese.
Per fortuna, i cittadini americani manifestano la loro opposizione a questa politica di odio e razzismo, e un giudice ha permesso alle persone colpite da questo decreto di entrare in America. Gli americani che si stanno mobilitando per respingere questa politica di odio e di esclusione sono sempre più numerosi. Forse, soltanto la rabbia della popolazione riuscirà a cambiare la situazione.
Nel frattempo, i musulmani degli altri Paesi non reagiscono, non esprimono solidarietà agli altri musulmani discriminati. Sarebbe normale, invece, se i musulmani indignati dal razzismo in versione Trump reagissero insieme e insieme manifestassero il loro rifiuto nei confronti di quest’America, presa in ostaggio da ciò che ha di peggio.
( Traduzione di Anna Bissanti) ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Il Mito Transpolitico del professor Katechon e quella solita sinistra sottovalutazione della questione nazionale che produce populismi reattivi

Risultati immagini per cacciari“Nessuna sinistra oggi può vincere in Europa” Francesca Paci  Busiarda 31 1 2017
La crisi della sinistra è venuta a noia a Massimo Cacciari, che pure l’ha indagata come pochi. Ma, nella difficoltà di afferrare il nuovo ordine (o disordine) globale, il Novecento si prende la rivincita sulla Storia e torna a proporre le logiche politiche di ieri. 
Cosa possiamo dedurre dal trionfo di Hamon, la sinistra della sinistra francese?
«Il problema, in Francia e nel resto d’Europa, non è quale sinistra vinca ma se la sinistra vince alle elezioni che contano. E la risposta è no. È già capitato che alle primarie, anche locali, prevalesse la sinistra sinistra. Come Hamon a Parigi, a Venezia passò Casson. Ma poi si perde regolarmente. Nessuna sinistra, socialdemocratica o meno, può vincere oggi in Europa».
Perché non vince più?
«Ci sono ragioni storiche e strutturali. Da una parte è venuta meno la classe operaia, il suo blocco sociale di riferimento, dall’altra la sinistra non ha capito la crisi fiscale dello Stato. Non c’è più spazio per la sinistra tradizionale, certamente non per i D’Alema e i Bersani. Ma non ce ne sarebbe neppure per i grandi socialdemocratici del passato come Willy Brandt. Il mondo è cambiato e la sinistra appartiene al mondo di ieri. Come la destra».
E il presidente Trump?
«Trump non viene dalla destra tradizionale, che non lo voleva. E non vengono da lì i Grillo, i Salvini o i pro Brexit del Regno Unito, dove i Tory erano piuttosto europeisti. Anche Renzi non viene dalla sinistra tradizionale. O archiviamo i parametri del passato o sarà la catastrofe». 
Per la sinistra o per il mondo?
«Per tutti. Lo Stato nazionale non ha più la sovranità politica sui flussi di capitale, il lavoro dipendente si è polverizzato, le diseguaglianze crescono a dismisura e i poteri politici non sanno per loro natura affrontare problemi di questo genere. L’unica cosa che potrebbero fare è smetterla di sbandierare la sovranità che non hanno più e dire la verità sul poco che possono fare».
Tipo il reddito di cittadinanza?
«Quella è la strada giusta. Se ci illudiamo che ci sarà di nuovo uno sviluppo capace di produrre più lavoro sbagliamo. È ancora il mondo di ieri, quello in cui si credeva che la rivoluzione tecnologica avrebbe aperto nuovi settori. È un fatto: sebbene in Occidente la ricchezza continui a crescere si riducono le chance per il lavoro. Ma non per questo bisogna lasciare la gente senza le risorse minime. È una delle poche cose serie dette dal Movimento 5 Stelle: o ragioniamo per provare a evitare il disastro o siamo finiti. Credete che le misure imposte dalla Troika alla Grecia passerebbero in Italia senza sparare? Se cadi dal primo piano reggi, dal terzo crepi» 
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I cigni neri della quarta rivoluzione industrialeCODICI APERTI. Il populismo e il protezionismo come reazioni alla diffusione della Rete 
Vittorio Filippi Manifesto31.1.2017, 19:15 
I cigni neri crescono e affollano minacciosamente i cieli del futuro prossimo venturo. Com’è noto, è stato il filosofo Nassim Taleb a denominare cigni neri gli eventi che per quanto imprevisti ed inattesi possono davvero capitare con ripercussioni enormi ed incalcolabili. E di cigni neri – passando dall’epistemologia alla previsione – ne propone molti, troppi, l’ultimo rapporto del World Economic Forum. 
Una specie di corposo ed inquietante cahier de doléances mondiale che parte dalle cinque grandi tendenze che ipotecheranno i prossimi dieci anni, tendenze che si riassumono nell’aumento della disuguaglianza di reddito e di benessere, nel cambiamento climatico, nella crescente polarizzazione sociale, nell’incremento della cyber dependency, nell’invecchiamento della popolazione. 
Un mix complesso di variabili economiche, sociali, ambientali, tecnologiche e demografiche la cui interconnessione, a sua volta, produce ulteriori rischi ed ulteriori incognite: nuovi cigni neri, se si vuole usare la metafora succitata. Il rapporto non lesina analisi, ma profonde suggerimenti e consigli. In campo economico si sottolinea la cronica debolezza della ripresa, una debolezza che suscita umori populistici, antielitari ed antiglobalizzazione. Siamo di fronte ad un inedito globalization trilemma in cui tra democrazia, sovranità nazionale ed integrazione economica internazionale solo due di questi elementi sembrano essere compatibili tra loro e la tendenza è di privilegiare i primi due e di sacrificare il terzo. Donald Trump docet. 
Da un punto di vista sociologico il trittico sovranismo-nazionalismo-populismo sta guadagnando consensi un po’ ovunque (spinto anche dalla delle migrazioni) e spinge a guardare con malcelata simpatia ad un deus ex machina (charismatic strongman lo chiama il rapporto) che finalmente risolva l’eccesso di complessità e di incertezza che avviluppa la quotidianità di tanti mentre lo sfilacciamento sociale e le troppe invisibili marginalità mettono in crisi i canali tradizionali del consenso politico ed i partiti stessi. E sono proprio gli anziani ex baby boomer – sempre più importanti per ovvi motivi demografici – a spingere verso un voto «securitario» e protettivo. 
Sulla tecnologia già il titolo è evidente: gestire la distruzione. Che non sarà necessariamente quella creativa di Schumpeter, perché la quarta rivoluzione industriale – che mescola tecniche e tecnologie fisiche, biologiche e digitali – sta creando nuovi rischi ed enfatizza quelli già esistenti. Mandando a gambe all’aria non solo i modelli occupazionali usuali, ma anche le relazioni sociali e la stabilità geopolitica. 
L’automazione in senso lato minaccia quasi la metà degli attuali posti di lavoro, non solo nell’industria ma anche nei servizi. Questo trionfo del lavoro morto sul lavoro vivo – per dirla con Karl Marx – sposta il pendolo della ricchezza verso il capitale, dato che l’80% della quota della ricchezza persa dal lavoro dipendente dal 1990 al 2007 è dovuta alla tecnologia. Alimentando così spinte antiglobalizzazione ma anche antitecnologiche di nuovi luddisti spaventati e confusi. 
Nota il rapporto che in un mondo sempre più disincantato circa la cooperazione interstatuale, cresce lo scetticismo verso le organizzazioni internazionali e sovranazionali e cresce anche il ricorso agli armamenti (tradizionali, atomici, elettronici) che rendono fragile e «rischiosa» la stessa coesistenza, tra isolazionismi, frammentazioni e troppi failed State. 
Infine l’ambiente, che nonostante i fragili progressi compiuti (dall’accordo di Parigi al coinvolgimento della Cina alla conferenza di Marrakesh) è un tema su cui non solo molto resta da fare, ma anche da fare in fretta. Per evitare ad esempio non solo catastrofi naturali estreme, ma anche ingestibili migrazioni climatiche dalle conseguenze geopolitiche imprevedibili o crisi idriche o agricole altrettanto catastrofiche. 
E la democrazia? Non sta molto bene, conclude il rapporto. Non sta bene perché lesa o indebolita da molteplici, simultanei attacchi sferrati dall’insicurezza (economica, lavorativa, finanziaria), da una polarizzazione che è culturale prima ancora che sociale, da una indefinita paura sulla velocità dell’accelerazione dei cambiamenti (rilevante su questo punto è l’analisi del filosofo tedesco Hartmut Rosa nel volume Accelerazione e alienazione, Einaudi), da una informazione ipertrofica ma inquinata dalle fake news e dalla cosiddetta «post verità» che privilegiano emozioni e sensazioni ritagliate per gruppi piuttosto che il rigore informativo per tutti. 
E soprattutto da una disuguaglianza lacerante che ha visto – secondo i dati di Oxfam International (An economy for the 99%) – lo scorso anno l’1% del mondo accumulare quanto il restante 99 ed in Italia i primi sette miliardari possedere ciò che ha il 30% dei più poveri. 
Che tu possa vivere in un’epoca interessante, dicevano i cinesi per maledire qualcuno. Di sicuro quest’epoca è interessante, forse anche troppo. Divenendo quindi la maledizione di un turbocapitalismo prometeico che ormai preoccupa perfino le stesse élite di Davos.

L'ex presidente del Pds ricorda il suo Maestro politico




Ernesto Rossi: onestà e rigore le virtù perdute della politica
Tra gli autori del Manifesto di Ventotene che anticipò il progetto europeo A cinquant’anni dalla morte, Stefano Rodotà ricorda il suo maestro

Mirella Serri Busiarda 31 1 2017
Perché siamo stati capaci di guardare così lontano? Vicino a noi non c’era niente: dovevamo per forza avere una visuale in grado di superare la linea dell’orizzonte delimitata da sassi e mare»: così, con ironia, Ernesto Rossi illustrava a un giovane interlocutore, Stefano Rodotà, l’origine del celebre Manifesto di Ventotene. «Era una necessità l’andare oltre», diceva il noto antifascista minimizzando la scelta fatta con Altiero Spinelli, Ursula Hirschmann ed Eugenio Colorni - durante il periodo trascorso al confino sull’isola di Ventotene - di mettere nero su bianco il sogno del federalismo europeo.
Il 9 febbraio saranno i 50 anni dalla morte di Rossi e il 25 agosto i 120 dalla sua nascita e oggi Rodotà ricorda con un pizzico di rammarico i suoi incontri con l’autore de I padroni del vapore: «Mi dispiace non aver mai registrato le nostre conversazioni che riguardavano la politica italiana, la Confindustria, le lotte operaie», spiega il giurista e politico che conobbe il fustigatore del malcostume italiano nella redazione del settimanale Il Mondo a cui Rodotà aveva appena cominciato a collaborare.
Rossi fu un importante esponente del Partito d’Azione. Tra i fondatori del Partito Radicale, agguerrito militante a fianco di Marco Pannella nelle lotte per i diritti civili rifiutò nel neonato organismo politico ogni carica direttiva. Come mai? «Non amava i ruoli istituzionali. Nei rapporti umani era diretto e sincero e io, quando lo conobbi, ero un neolaureato pieno di curiosità», rammenta il professore che aderì anche lui al Partito Radicale. «Quando gli ponevo qualche quesito dava l’impressione di essere indaffarato, di non voler mai perdere tempo. Ma era solo l’apparenza: si spendeva molto, era generoso e disponibile».
Il 25 marzo si celebreranno i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma che sono stati il battesimo della grande famiglia europea. Già allora Rossi deprecava l’assenza d’integrazione tra gli Stati del Vecchio Continente e la cecità delle sue classi dirigenti. Sono ancora valide le sue indignazioni?
«Per anni il Manifesto è stato dimenticato. Eppure era un testo che non permetteva nessuna banalizzazione. Non era un generico auspicio ma un concreto progetto politico che metteva insieme la cultura liberale con quella socialista e si confrontava polemicamente con i comunisti. Auspicava il rinnovamento sociale e l’eliminazione delle diseguaglianze», osserva Rodotà che è stato anche tra gli estensori della carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. «Adesso il “Manifesto” è spesso tirato in ballo ma in forma retorica: così è avvenuto durante l’incontro tra Matteo Renzi, François Hollande e Angela Merkel quando hanno deposto “fiori europei” a Ventotene».
Spadaccino dal pizzetto pepe e sale, Rossi infilzava le tonache svolazzanti Oltretevere, l’illegalità, «le cricche e le clientele» della classe politica ed esortava ad «abolire la miseria». Sono superate queste disamine?
«Per nulla. Era molto severo con se stesso. E dunque lo era anche con gli altri. Cominciammo a incontrarci assai di frequente nei pressi di corso Francia dove entrambi eravamo andati ad abitare, e poi lo vidi spesso alla rivista Astrolabio a cui davo il mio apporto. Sapeva mettersi in discussione: partecipò come volontario alla prima guerra mondiale e scrisse per il Popolo d’Italia di Benito Mussolini. A salvarlo, diceva, fu Gaetano Salvemini che gli “ripulì il cervello”. La sua attività clandestina contro il regime gli costò una condanna a 20 anni di reclusione».
Rossi scelse come punto di riferimento l’opera di Piero Gobetti, anche lui un grande moralista. Nominato nel dopoguerra presidente di un’azienda, l’Arar, Rossi chiese, per esempio, che la sua indennità non fosse superiore al suo stipendio di docente negli istituti superiori e fu il dirigente di alto livello meno pagato della penisola. Era accanito contro la corruzione: «Molti degli espedienti usati dagli uomini politici per finanziare i partiti non possono essere messi in pratica senza la connivenza dei funzionari preposti ai più importanti sevizi pubblici e così i più alti papaveri della burocrazia romana diventano intoccabili», scriveva. Voleva essere un modello?
«Al contrario. Non si poneva affatto come un esempio ma le sue prese di posizione ancora oggi segnano una strada che bisogna percorrere. Ricordare Rossi vuol dire aver presente l’articolo 54 della Costituzione: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». Quando parlo con giovani e studenti il loro rammarico maggiore è che la parola «onore» attualmente sia venuta a mancare. Chi ha vent’anni o giù di lì percepisce quest’assenza come una grave perdita. Il pensiero e l’esempio di Rossi incarnano gli anticorpi contro le distorsioni della nostra epoca».  BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Ernesto Rossi un maestro in redazione 
Dal Manifesto di Ventotene al “Mondo”. Il suo ricordo a cinquant’anni dalla morte
EUGENIO SCALFARI Rep 9 2 2017
Conoscevo il nome, le opere e la vita di Ernesto Rossi da molto tempo, direi dal 1945 quando cominciai a interessarmi di politica; quella remota di Dante, del Petrarca, di Machiavelli, di Guicciardini e poi soprattutto di Alfieri, di Mazzini, di Garibaldi, di Cavour, della destra storica e del trasformismo che ne seguì. Insomma la storia d’Italia dopo il fascismo.
Ero stato fascista dalle scuole elementari ma nel 1943 fui espulso dal Guf e mi resi conto che la vera Italia era altrove. Avevo 19 anni e cominciai allora a leggere i classici, quelli antichi e quelli moderni e fu allora che scoprii
l’esistenza di Ernesto Rossi: nove anni di carcere duro e non so quanti al confino di Ventotene, dove insieme ad Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni scrisse il Manifesto sulla necessità di costruire gli Stati uniti d’Europa. Fu quello a consegnare i suoi autori alla storia d’Italia.
La conoscenza personale avvenne nel 1949, quando ebbe inizio la mia collaborazione al Mondo, fondato da Mario Pannunzio. Pannunzio era un liberale di sinistra, Ernesto era iscritto al Partito d’Azione. Il Mondo nacque dal loro accordo ed ebbe una vita e una funzione politica e culturale fino a quando quell’accordo resse. Oltre al giornale, cui Ernesto collaborava soprattutto alla parte economica, ma non soltanto, ci furono i Convegni degli “amici del Mondo”, nei quali Ernesto fu uno dei protagonisti e ci fu anche la fondazione del Partito radicale, il nostro Partito radicale, che ebbe fine nel 1962. Ci dimettemmo tutti e l’eredità del nome la prese Marco Pannella che mantenne le nostre insegne e il nostro nome ma ne cambiò l’essenza: il nostro era ispirato al liberal-socialismo dei fratelli Rosselli, quello di Pannella diventò libertario con tutti i pregi e i difetti che il libertarismo comporta.
Ernesto, l’ho già detto, l’avevo conosciuto nell’estate del ’49 e forse è interessante e divertente raccontarlo.
Il Mondo aveva organizzato un ciclo di dibattiti sull’economia europea di quegli anni e io partecipai al primo, diretto da Panfilo Gentile nel salone della redazione del giornale in via di Campo Marzio a Roma. Era la pima volta che varcavo quella soglia, debbo dire con batticuore perché era da tempo che aspiravo a conoscere quel gruppo e a farne parte. Partecipai al dibattito e fui notato da Pannunzio e da Nicolò Carandini che a dibattito terminato vennero a trovarmi. I giovani erano molto rari in quella redazione e questo attirò la loro attenzione. Pannunzio si informò dei miei studi e mi invitò a collaborare. «Vieni quando vuoi, dal primo pomeriggio fino a tarda sera io sono sempre qui».
Fu per me una splendida giornata pensando che la mia vera vita da quel giorno avrebbe avuto inizio. Era estate e andavo speso a Fregene a fare il bagno. Il giorno dopo, tornato a Roma nel primo pomeriggio, decisi di passare al Mondo come Pannunzio mi aveva invitato a fare. Salii le scale di corsa e chiesi alla segreteria di redazione se potevo incontrare il direttore. Mi dissero, le due giovani donne della segreteria, se avevo l’appuntamento. Dissi di sì e mi guardarono assai stupite perché indossavo la maglietta e i calzoni corti. Comunque una di loro andò nello studio di Pannunzio; c’era una porta a vetri con impenetrabili tendine verdi e dopo poco mi fecero entrare. Avevo già in mente di proporre un articolo sulla chiusura della società Breda, un’azienda di siderurgia che non reggeva più il mercato. «Il tema va bene, i lavoratori sono oltre un migliaio e si trovano sul lastrico. Ma è bene che ne parli con Rossi. Vieni con me», disse Pannunzio.
Ernesto aveva una scrivania nella parte opposta del salone. Andammo fin lì, Pannunzio mi presentò, disse il tema che volevo trattare e propose a Ernesto di aiutarmi a scrivere con lo stile del giornale che, in realtà, era lo stile di Ernesto per quanto riguardava gli articoli economici. Accolse l’invito e fu gentilissimo con me, mi prese a cuore, mi aiutò, mi fece una sorta di corso accelerato per quanto riguardava lo stile e la filosofia che stava dentro quello stile: chiarezza, lucidità polemica, una tesi da sostenere ed un’altra da avversare, parole comuni da usare ma non da professore bensì da giornalista e quel mio primo articolo di fatto lo scrivemmo insieme. Lo consegnai già battuto a macchina a Pannunzio che lo lesse subito, l’approvò e lo passò al capo redattore che allora era Flaiano. Salutai Pannunzio che mi invitò a frequentare la redazione quando volevo. «Magari – mi disse – vieni con i calzoni lunghi». Così tutto cominciò.
***
Ho accennato prima allo scioglimento del nostro partito e al sodalizio tra Pannunzio e quelli di noi che non condividevano quelle sue idee dopo tanti anni passati insieme e quasi tutte le sere (l’ho raccontato in uno dei miei libri) le passavamo insieme a via Veneto che era il nostro club notturno. Ma a quel punto della nostra amicizia le idee differivano notevolmente. Mario insieme al gruppo carandiniano erano favorevoli ad un’apertura a sinistra ma non alla partecipazione al governo dei socialisti. Io viceversa, insieme a Piccardi e ad Ernesto eravamo a favore dell’alleanza con il Psi, insieme a Parri, a De Martino, a Riccardo Lombardi e Antonio Giolitti.
Fu uno scontro durissimo che durò parecchi giorni di dibattito. Ernesto ad un certo punto perse le staffe e accusò Pannunzio di criticare Piccardi di razzismo ricordandogli che lui aveva collaborato per anni col settimanale fascistoide di Longanesi (la testata si chiamava Omnibus). Alla fine tutto andò in pezzi: Ernesto, Piccardi ed io da una parte, Pannunzio e tutto il gruppo carandiniano dall’altra. Decidemmo di dimetterci tutti e di non occuparci più di politica, ma naturalmente non andò così: politica e giornalismo ci stavano nel sangue e non potevamo certo estirparli.
Frequentai a lungo Ernesto e sua moglie Ada. Facemmo un ultimo congresso intitolato agli “amici dell’Espresso” di cui nel frattempo ero diventato direttore. Il tema di quell’ultima iniziativa fu in parte la nazionalizzazione dell’industria elettrica ed in parte la riforma delle società per azioni. Fu l’ultimo. Poi lui cominciò a sentire il peso degli anni, firmò ancora una piccola rivista con pochi lettori. Morì cinquant’anni fa, il 9 febbraio 1967. Io seppi la notizia ascoltando una trasmissione radiofonica, ebbi una stretta al cuore di quelle che segnano l’inizio di un lutto la cui memoria ti accompagnerà per tutta la vita.
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Silvia Ronchey sulla conquista turca di Costantinopoli



Quell’eclissi di luna che segnò la caduta di Costantinopoli 
Nel 1453, pochi giorni prima della conquista di Bisanzio in cielo apparve una falce sottile 
Il sultano Mehmet II la adottò come simbolo, lo stesso che ora è sulla bandiera turca

SILVIA RONCHEY Rep 31 1 2017
Il 24 maggio 1453, cinque notti prima che Costantinopoli fosse conquistata dai turchi – segnando secondo alcuni il primo atto di ciò che oggi, dopo la caduta dell’impero ottomano all’inizio del Novecento e dell’impero zarista, poi sovietico, alla sua fine, è impropriamente definito scontro di civiltà – vi fu un’eclissi parziale di luna. Nicolò Barbaro, medico di bordo veneziano durante l’assedio, la descrisse con accuratezza: «L’aria era senza nubi, limpida e pura come il cristallo». Ma quando la luna sorse, un’ora dopo il tramonto, anziché un cerchio completo comparve «una luna come di tre giorni», di cui era visibile non più di una falce
sottile. Per quattro ore il volto della luna rimase così finché l’ombra della terra proiettata dal sole «si ritirò a poco a poco e all’ora sesta della notte si riformò un cerchio intero». Nel frattempo, terrore e tremore invasero entrambi i campi. Era un segno funesto, ma per chi?
Da più di un millennio la luna era il simbolo di Costantinopoli. La Città era sacra ad Artemide- Ecate, l’ipòstasi greca della Dea Bianca, che recava sulla fronte la falce, residuo, secondo un’intuizione di James Frazer poi sviluppata da Robert Graves, di un’antichissima tradizione matriarcale. Secondo questa teoria, le religioni dei popoli indoeuropei avevano avuto origine dal culto comune di una divinità femminile, conosciuta sotto diversi nomi, ispirata e rappresentata dalle fasi lunari. Il mutevole volto della dea si celava dietro le diverse personificazioni femminili del mito pagano, ma anche dietro il culto cristiano, che quanto meno nell’adorazione di una coppia sacra madre-figlio rielaborava credenze e riti di un corpus religioso preesistente. Dall’eclissi della dea lunare sarebbe sorto il mondo storico, che dopo l’introduzione di nuovi dèi maschili nell’olimpo ellenico avrebbe ceduto il passo al dio onnipotente del monoteismo, che avrebbe spezzato la ciclicità della storia introducendo un’idea di elezione e linearità legata a una promessa escatologica.
Ma questo processo non si era compiuto del tutto nel cristianesimo bizantino. La Madonna, raffigurata con una falce di luna sotto i calzari nella persistente iconografia attinta al dodicesimo capitolo dell’Apocalissi di Giovanni, non era che un’altra ipòstasi della divinità lunare, in particolare della sua personificazione isiaca, e come tale sarebbe stata venerata in lunghi secoli.
Grande era la Diana degli efesini; ma anche dei costantinopolitani. Si dice fosse stato Costantino stesso, nel 330, dedicando la sua Polis alla Vergine Madre di Dio, ad aggiungere alla mezzaluna di Diana il simbolo mariano della stella, fondendo paganesimo e cristianesimo, come in tutti i suoi atti politici e religiosi, anche in questo atto simbolico. Per più di un millennio Costantinopoli, città lunare e femminile per eccellenza, aveva continuato ad avere nella falce di luna il suo emblema, perpetuando, nella teologia politica come nel culto religioso, il principio femminile che animava il paganesimo antico. Per più di un millennio quell’effigie era stata impressa nelle monete, aveva adornato di lunette i portoni della “Città vergine”, della «giovane sposa cui avevano aspirato molti re e sultani dell’islam » – in particolare Bajazid e Murad II– e che era «città promessa nell’hadîth di Muslim», come scrive Tursun Beg, biografo di Mehmet II, il ventenne sultano che con nevrotica sconsideratezza e fino a quella notte ben poca fortuna aveva deci- so di cingere d’assedio la Polis in cui era racchiuso l’impero bizantino e che pochi giorni dopo, per un’imprevista e irrazionale svolta della sorte, sarebbe riuscito a renderla capitale di quello ottomano, peraltro continuando a chiamarlo “impero di Rûm”, cioè impero romano.
Fortezza inespugnata, hortus conclusus dietro le altissime mura di Teodosio, nel folto dei suoi giardini, la Città era una grande fessura profonda tra il Mar Nero e l’Ak Deniz, «che può accogliere nel suo seno infiniti vascelli e contiene giardini meravigliosi e odora dei soffi profumati del nord e del nord-est». A conquistarla Mehmet era spinto da un’attrazione che era insieme politica e fisica, mistica e erotica, come per una donna desiderata in modo spasmodico dopo un estenuante corteggiamento. Per tutto l’assedio «il pâdishâh, Signore della Conquista», racconta Tursun Beg, «parlava della seduzione della novella sposa, attendeva il momento di unirsi a lei e di contemplarne da vicino le grazie». Costantinopoli era «la compagna inseparabile delle sue notti». La prosa del cronista si contrae in versi: «Spero di espugnarti con il cannone dei miei sospiri».
Mehmet II disegnò l’eclissi sul taccuino che teneva dei giorni d’assedio e che è tuttora conservato negli archivi del Topkapi. O meglio, raffigurò una mezzaluna, ma molto diversa da quel crescente onnipresente che da secoli era diventato anche insegna di varie tribù turche, inclusa quella di almeno uno dei khanati da cui sarebbe emerso l’impero osmano, che l’aveva adottata, secondo alcuni, già dal tempo di Osman ghâzi. La quasi totalità dei popoli maomettani, d’altronde, aveva e avrebbe mutuato quel simbolo, ulteriormente trasmesso, tramite l’islam, fino all’Asia Centrale. Può sembrare strano, nell’ottica di Graves, che proprio il più gelosamente maschile dei monoteismi avesse ripreso nei suoi vessilli un simbolo femminile e pagano. Della sua ascendenza il mondo musulmano ha avuto e ha tuttora tanta consapevolezza che oggi alcuni degli stati più rigoristi rifiutano di riconoscervi l’emblema della fede islamica, considerando la mezzaluna un’antica icona pagana: non a caso né nella bandiera dell’Arabia Saudita né in quella dell’Iran compare la falce, rimasta invece incisa sul campo rosso sangue di quella ottomana.
Nel fiorire infinito di leggende sulla sua origine, una delle più diffuse è che il giovane conquistatore la creò proprio in quel limpido maggio e proprio in seguito all’eclissi. Nel disegno del taccuino il cerchio lunare è appena intaccato dal globo che lo oscura. Che Mehmet abbia visto l’eclissi fin dal principio è fuori di dubbio, così come le osservazioni continue del cielo che conduceva con i suoi astrologi, per cui un’apposita specola era stata ricavata nella sua tenda piazzata fuori dalle Mura di Terra. Ma ciò che la leggenda non dice, o non esplicita, è che, se questo è vero, Mehmet innovò radicalmente l’ancestrale significato simbolico della mezzaluna. Se è vero, come le fonti narrano, che la falce ottomana nella variante in cui la vediamo ancora oggi, con le due punte più ravvicinate di quanto non fossero nelle precedenti versioni del crescente lunare di Iside o di Artemide o anche della Madonna, nacque all’indomani della Con- quista, quello che Mehmet fece non fu semplicemente adottare nel proprio vessillo l’antico simbolo della città-sposa, ma segretamente rinnovarlo inglo- bandovi sé stesso e il suo dio: il cono d’ombra astronomico-sacrale di un carisma maschile che da questo momento in poi entra a farne parte e che nell’icona è incluso come in un abbraccio. Fu forse così, allora, che non il cristianesimo ma l’islam eclissò l’antica luna, e la religio dell’antica Madre fu oscurata dal proiettarsi dei raggi di quell’invitto astro solare che come l’avanzata turca si muoveva da oriente a occidente e in cui ogni popolo riconosceva il dio Padre. Fu forse questo, allora, anche il momento della storia in cui per la prima volta il Padre Eterno del monoteismo prese davvero a eclissare la Madre Eterna, che per più o meno segreti aspetti si era conservata nell’ibrido cristianesimo ellenico instaurato a Bisanzio da Costantino.
Qualche decina di anni fa, alla fine della Guerra Fredda, tra le gole del fiume Akhurian che congiungono l’Anatolia all’Armenia, lungo il crinale vulcanico che custodisce, pietrificata dalla lava di un’antica eruzione, la città di Ani “dalle mille e una chiesa”, si fronteggiavano due bandiere rosse. La sentinella turca e il soldato russo dagli occhi a mandorla, ai due lati dell’esiguo crepaccio che segnava il confine, erano così vicini che si poteva chiedere una sigaretta all’uno e fumarla con l’altro. Le due bandiere erano altrettanto prossime: la falce di luna e la stella, la falce operaia e il martello. I due imperi eredi di Bisanzio si fronteggiavano. Oggi, dopo la caduta del muro di Berlino, lo sciame sismico di conflitti etnici che la psiche occidentale tenta di interpretare come un “unico” scontro frontale, il movimento tellurico rovinoso che in un continuo e asimmetrico riattivarsi di antiche faglie di attrito ha cambiato la faccia del mondo, porta il sultano, ultimo califfo, e lo czar, ultimo dei cesari, a riaffrontarsi. La rivista dell’Isis si chiama oggi Roumiya, il nome che ai tempi di Bisanzio l’islam dava a Costantinopoli.

La criminale politica dei Beni Culturali in Sicilia

Il Museo Egizio si fa in due anche Catania avrà le mummie 
L’accordo definito ieri a Torino: un assaggio in autunno l’apertura nel 2018 con 300 reperti in gran parte dai depositi 
Maurizio Assalto Busiarda 1 2 2017
«Le mummie a Torino, a Catania Fassino»: scritta su uno striscione di protesta, era stata la reazione della Lega torinese quando, all’inizio del 2016, erano filtrate le prime indiscrezioni sulla possibile apertura di una succursale catanese del Museo Egizio, con conseguente trasferimento al Sud di una parte del suo patrimonio. Niente paura: un anno dopo, Fassino non si è trasferito a Catania, pur non risiedendo più nel Palazzo Civico di Torino, ma le mummie se ne stanno ancora quiete nel secentesco palazzo dell’Accademia delle Scienze che nessuno pensa di depauperare dei suoi tesori. 

Però il progetto è andato avanti. Ieri a Torino c’è stato il primo confronto diretto tra le parti per definire l’accordo quadro. Presenti, con i rispettivi legali, la presidente del Museo Egizio Evelina Christillin e il direttore Christian Greco, il sindaco di Catania Enzo Bianco accompagnato dal suo assessore alla Cultura Orazio Licandro, oltre alla soprintendente alle Belle Arti di Torino Luisa Papotti in rappresentanza del Mibact. Alla fine tutti soddisfatti. «Questo accordo», ha detto Evelina Christillin, «ci consente di proseguire un percorso di diplomazia culturale iniziato a Torino con progetti di inclusione sociale che a Catania e in tutta la Sicilia potranno coinvolgere nuovi pubblici e diffondere i legami tra i popoli e le culture del Mediterraneo». Da parte sua il ministero, ha spiegato Luisa Papotti, «sostiene fortemente l’iniziativa di Catania, poiché offre l’opportunità di veicolare un modello culturale e gestionale di successo».
E così anche la prestigiosa istituzione torinese, che nel 2024 festeggerà il bicentenario, avrà una sua gemmazione, come il Louvre che dal 2012 ha una sede distaccata a Lens (e entro pochi mesi ne aprirà un’altra a Abu Dhabi): non si sa ancora se si chiamerà semplicemente «Museo Egizio» o «Museo Egizio Catania» o come altrimenti. Molti aspetti tecnici e legali restano da definire, per quanto riguarda il progetto scientifico-culturale, la gestione della sezione siciliana (prevedibilmente affidata ai catanesi con la supervisione della casa madre), gli standard museali dell’edificio ospitante, la sicurezza dei reperti.
Farà da apripista all’operazione la mostra su Ernesto Schiaparelli, storico direttore dell’Egizio a cavallo tra Otto e Novecento, che si aprirà a Torino il 10 marzo (giorno in cui sarà firmato l’accordo) e dopo la chiusura (il 10 settembre) si trasferirà a Catania, in quel palazzo dei Crociferi che dalla fine del 2018 ospiterà la sezione locale del museo. Inizialmente si parla di una collaborazione decennale (anche in questo caso bisogna risolvere i problemi giuridici, perché il Codice dei Beni culturali prevede prestiti al massimo quinquennali - e occorre ricordare che tutti i reperti dell’Egizio sono stati conferiti in comodato dal ministero alla Fondazione che lo gestisce).
A placare le ansie leghiste, Christian Greco chiarisce che i pezzi destinati a Catania non saranno più di trecento, in larghissima parte tratti dai depositi - che ne contengono circa 30 mila, a fronte dei 20 mila esposti -, anche se non per questo meno importanti: oggetti di uso domestico, papiri, sarcofaghi, e sì, forse anche qualche mummia. «Soprattutto», spiega il direttore, «materiali provenienti da Tebtunis, un sito di età tolemaica del Fayyum, scavato negli Anni 20-30 da Carlo Anti, che ci permette di valorizzare i legami della Sicilia con l’Egitto, particolarmente attivi nella fase ellenistica».
Entusiasta il sindaco Enzo Bianco, che allo sviluppo culturale della sua città ha destinato 2,6 milioni di euro dei fondi del Patto per Catania sottoscritto con il governo Renzi. A Palazzo dei Crociferi, patrimonio Unesco, fervono i lavori di restauro. «Qui troveranno posto il Museo della Città, il Fondo Verga e l’Archivio storico del Comune. Al Museo Egizio riserveremo uno spazio di mille metri quadrati. In collaborazione con la nostra Università formeremo dei ragazzi che faranno da guida e si occuperanno della custodia. Un grande progetto educativo e di crescita del territorio».
Il rapporto con Catania in qualche modo era nell’aria fin dall’apertura del rinnovato museo torinese, il 1° aprile di due anni fa, visto che nella città etnea ha sede l’Ibam, l’istituto del Cnr che ha realizzato per l’Egizio i suggestivi video delle tombe di Kha e di Nefertari e della cappella di Maia. E proprio in quel 1° aprile Enzo Bianco, presente all’inaugurazione, aveva avuto l'idea della sezione catanese, ispirandosi all’operazione del Louvre a Lens. «Servirà anche a sviluppare il turismo culturale nella nostra città, che già nell’ultimo anno, per le difficoltà dei Paesi del Sud Mediterraneo, ha avuto una crescita del 45%. E se l’operazione avrà successo, potrà servire di esempio per altre istituzioni culturali e altre città di tutta Italia». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI



Una storia dei Templari


Il Piemonte dell'800 nei disegni di Clemente Rovere


Clemente Rovere:  Viaggio in Piemonte di paese in paese, Artistica Editrice

Piemonte ’800, si stava peggio quando si stava meglio 
In due volumi una scelta della “folle” impresa di Clemente Rovere, impiegato dello Stato sabaudo che voleva documentare coi suoi disegni ogni angolo del Regno 
Alessandro Barbero Busiarda 31 1 2017
Ci sono persone che si dedicano per tutta la vita a un’unica ossessione, con tale metodicità da lasciar sospettare una quieta follia. Doveva essere così il regio impiegato sabaudo Clemente Rovere, dapprima «aspirante a un posto di scrivano» e a fine carriera «segretario di seconda classe» nell’amministrazione della Real Casa, con la passione della catalogazione e del disegno. Nato a Dogliani nel 1807, dal giorno in cui approdò diciannovenne a Torino capitale fino alla morte che lo colse nel 1860, lo zelante impiegato dedicò l’intera vita a girare a piedi il Piemonte, città per città e paese per paese, documentando ogni veduta, ogni edificio, ogni piazza in migliaia di disegni a matita. 
Beninteso si dedicava a questa passione, garantì lui stesso, solo «durante gli ozi delle autunnali vacanze», giacché in quell’epoca beata vacanze e villeggiatura si facevano d’autunno, per non perdersi la stagione della caccia; nonché in «quelle ore lungo l’anno libere dall’impegno del mio ufficio», impegno che s’intuisce non gravosissimo (sebbene a chi scrive sia capitato di vedere una scartoffia ministeriale, proprio di quegli anni, datata 25 dicembre, giacché nel regno delle leggi Siccardi Stato e Chiesa erano davvero separati, e la religione un fatto privato come neanche nella Francia della République).
Nelle intenzioni dell’autore i disegni dovevano confluire in un’opera colossale, il Piemonte antico e moderno delineato e descritto da Clemente Rovere. Il progetto tradiva anch’esso una sistematicità che confina con la follia, giacché doveva trattarsi di 360 volumi, uno per ogni mandamento del regno, dei quali soltanto 17 vennero completati. Adesso, L’Artistica Editrice di Savigliano propone in due poderosi volumi di grande formato, per un totale di 806 pagine, il meglio dei disegni del Rovere, località per località, accompagnati da schede che offrono un aggiornato inquadramento storico e artistico di ciascun luogo. Il tutto per iniziativa della benemerita Deputazione Subalpina di Storia Patria, fondata da re Carlo Alberto nel 1833 proprio allo scopo di studiare e pubblicare i documenti della storia piemontese: ente di cui il Rovere, inevitabilmente, era socio e a cui lasciò in eredità il suo immenso materiale, da allora custodito nei tenebrosi sotterranei di Palazzo Carignano. Nel 1978, a spese della Reale Mutua, la Deputazione pubblicò l’integrale dei disegni, in un’edizione fuori commercio; ora il pubblico ha l’occasione di far conoscenza diretta con l’opera del regio impiegato.
Meno boschi di oggi
E davvero si tratta di uno straordinario documento storico. Perché nei disegni del Rovere, sempre datati, è possibile rivedere ogni angolo di Piemonte esattamente come si presentava a quei tempi. La tentazione del confronto con l’oggi è inevitabile, e il lettore tenderà probabilmente a sospirare davanti a un passato incanto perduto. Non asfalto, non capannoni, non pali della luce, né fili elettrici né pompe di benzina né parcheggi: soltanto natura e edifici per lo più già vetusti. Ma va precisato che il Rovere escluse deliberatamente dai suoi disegni qualunque presenza umana: con un’unica eccezione, un’affollata veduta della piazza di Alba nel 1839, chiaramente un esperimento mai più ripetuto. Sarà bene allora ricordare che anche a quell’epoca vie e piazze rappresentate dall’artista in una solitudine fiabesca erano in realtà ingombre di gente, carri e carretti, cavalli e relativo sterco, botti e banchi e trabiccoli e spazzatura e puzze d’ogni genere; nonché di un’umanità perlopiù rachitica, torva e cenciosa, come si vedrà benissimo quando, poco dopo la morte del Rovere, cominceranno a circolare fotografie e cartoline illustrate.
E c’è un altro correttivo che vale la pena di segnalare contro gli eccessi di nostalgia. Io sono andato a cercare il posto del Piemonte che fin dall’infanzia amo di più, la torre di Trana. Oggi la collina presso il ponte sul Sangone è interamente boscosa, tanto che d’estate solo la metà superiore della torre emerge dal verde. Ma nel 1833 la collina era nuda, pelata e squallida, tanto da lasciar vedere anche i ruderi del castello che ancor oggi, invisibili, circondano la base della torre. E allora uno si ricorda che nella prima metà dell’Ottocento era già cominciata quella distruzione dei boschi piemontesi che alla fine del secolo ne faceva prevedere la prossima, totale scomparsa, per l’enorme richiesta di combustibile dell’industria nascente: sicché un secolo fa la superficie boscosa della regione era enormemente inferiore a quella attuale. 
Oltre la nostalgia
Ce n’è abbastanza per capire che di fronte a queste vedute non dobbiamo necessariamente provare solo nostalgia. Accanto alle curiosità che colpiranno chiunque vada alla ricerca di scorci familiari - come, per citare un altro caso personale, il Duomo di Vercelli nel 1845, già munito dell’attuale facciata neoclassica, ma ancor privo della cupola, che sarà aggiunta solo quindici anni dopo - i disegni del Rovere sono la testimonianza visuale di un’epoca scomparsa, una sola fra le innumerevoli che si sono succedute sul territorio del Piemonte, ognuna egualmente destinata a scomparire dopo aver lasciato la sua impronta, in un ciclo troppo ricco per ridurlo all’ingannevole dualismo tra passato e presente. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI