lunedì 27 febbraio 2017
Pavese "editore"
Risvolto
Redattore, direttore editoriale, direttore di collana, voce nel coro del
«mercoledì», editore di se stesso, oltre che autore e traduttore e
curatore in proprio, Cesare Pavese è una personalità di primissimo piano
in Casa Einaudi, e uno dei maggiori letterati editori del Novecento
italiano. Di lui questo saggio di Gian Carlo Ferretti traccia ritratto
organico e completo, con un'ampia consultazione di carte inedite. Ne
scaturisce una figura originale di editore, intellettuale coltissimo e
epistolografo d'eccezione, sempre attento alle esigenze del lettore,
capace di dare un contributo fondamentale alla strategia di Giulio
Einaudi, di muoversi tra sapienti mediazioni e forti tensioni
all'interno della «concordia discorde» degli einaudiani, e capace
altresì di realizzare nella sua collana viola una tendenza che
interagisce intimamente con la sua poetica del mito. Questo ritratto
finisce per diventare anche uno spaccato della casa editrice Einaudi,
ricco di episodi significativi e di aneddoti curiosi, e di protagonisti
indimenticabili: da Leone e Natalia Ginzburg a Giaime Pintor, da Felice
Balbo a Massimo Mila, dal grande rivale Elio Vittorini a Italo Calvino a
tanti altri. Ma questa è anche la storia di un suicidio a lungo
protratto, attraverso il travaglio creativo, la contraddittorietà
politica e la disperazione amorosa: una spinta autodistruttiva dalla
quale Pavese riesce a difendersi con il suo infaticabile lavoro, tra
ruvidezza, ironia e dedizione, fino al gesto estremo.
Apologeti straccioni e negazionisti delle privatizzazioni e del totalitarismo genocida liberale

Qualche "paletto" alla rivoluzione digitale
Conoscere il passato, può aiutare ad affrontare la rivoluzione digitale in cui siamo immersi Nicola Porro Giornale - Dom, 26/02/2017
Conoscere il passato, può aiutare ad affrontare la rivoluzione digitale in cui siamo immersi Nicola Porro Giornale - Dom, 26/02/2017
Chesterton e la letteratura vittoriana
Risvolto
G.K. Chesterton era incapace di introdurre anche solo una traccia di
moderazione in ciò che faceva – si trattasse di alimentarsi,
naturalmente, ma anche di attività per lui ancora più naturali, come
leggere, scrivere o parlare. E così quando decise di raccontare
attraverso una serie di ritratti – da Bentham a Carlyle, da Dickens a
Hardy – l'età vittoriana, di cui lui stesso era una specie di ultimo,
umorale testimone, scrisse questo libro unico e prezioso: una grande
satira, che è anche un infinito atto d'amore. Una pagina dopo l'altra,
l'intelligenza irrequieta e inclassificabile di Chesterton («Il compito
dei progressisti è commettere errori; quello dei conservatori è di
impedire che vengano emendati») riporta in vita uno dei grandi momenti
della letteratura come l'abbiamo conosciuta, e come continuiamo ad
amarla: lasciando spesso graffi, se non piccole ustioni, sulla nostra
coscienza di vittoriani postumi, benché in larga parte inconsapevoli.
domenica 26 febbraio 2017
Le due Torri: comincia il magna-magna anche per i grillini

I grillini così mentecatti da crederci sul serio e da essere duri e
puri cominciano finalmente a sentire la puzza di merda della politica
vera. I grillini sautini e realisticamente opportunisti fanno i salti di
gioia, perché è scattato il liberi tutti e può cominciare il magna
magna [SGA].
Primarie a fine aprile, Renzi deve cedere e il governo va avanti
Democrack. Mediazione in extremis nel Pd, a un soffio da una nuova rottura. L’ex premier dagli Usa: «Visto? Non c’è stata nessuna forzatura»
Daniela Preziosi Manifesto 25.2.2017, 23:59
Sulla data delle primarie è pax democratica, o quasi. Ieri una lunga riunione della commissione che sembrava destinata a finire in gloria ha trovato l’accordo in extremis: le primarie del Pd si terranno il 30 aprile, che non è luglio come proponeva Gianni Cuperlo (che infatti alla fine vota no al dispositivo), ma neanche il 9 aprile che i renziani hanno tentato fino all’ultimo di portare a casa. Ed è anche una settimana più tardi di quel 23 aprile che sembrava essere l’ultima concessione degli uomini del segretario. La disputa del calendario nascondeva, e neanche troppo, la questione fondamentale della durata del governo Gentiloni.
Il voto anticipato a giugno esce definitivamente di scena, dunque. Lo sottolinea con attenzione – c’è lo streaming, è sempre meglio essere chiari – Piero Fassino: «Questo calendario trancia la discussione, non c’è più tempo», ora sarà chiaro che il governo Gentiloni ha un carattere «non transitorio e non temporaneo». «È prevalso il buon senso», sospira Cesare Damiano, schierato con Orlando. Ma è un sospiro di sollievo che tirano anche molti parlamentari che formalmente aderiscono alla maggioranza Pd. Va detto al Nazareno non tutti la vedono così: «I tempi tecnici in teoria ci sono ancora», ma sarebbero così stretti da rendere necessaria un crisi di governo in piene primarie. La data del 30 aprile butta acqua sul fuoco nei conflitti interni al Pd. Ma scatena l’ironia dei 5 stelle: «Il Pd ha appena annunciato le ’primarie per la pensione’ impedendo il voto a giugno per arrivare almeno a settembre. Miserabili», attacca il vicepresidente della camera Luigi Di Maio.
Finisce win win, dunque, il braccio di ferro fra Renzi (contumace, dalla Silicon Valley dov’è in viaggio-studio tornerà domani) e gli sfidanti Michele Emiliano e Andrea Orlando. Renzi porta a casa un congresso comunque a tappe forzate disegnato apposta per lui, e il voto quasi all’unanimità della direzione (che aspetta due ore che i commissari si mettano d’accordo). L’ex segretario smette di essere «divisivo», almeno per un giorno. «Visto? Non c’è stata nessuna forzatura, nessuna corsa, anzi. Il congresso durerà così un mese di più», commenta via sms l’ex segretario con i suoi. Dalla Sicilia Orlando fa buon viso: «Nelle condizioni date è una scelta giusta». Il candidato riapre anche un vecchio fronte, quello della «separazione delle carriere» fra premier e segretario: «Io, per i limiti che mi riconosco, non sarei in grado di fare le due cose contemporaneamente. Penso sia giusto pensare ad altre figure in grado non solo di guidare il governo, ma anche di tenere insieme la coalizione». È una scelta politica in continuità con quella di Gianni Cuperlo. Ma la modifica dello statuto del Pd non è all’ordine del giorno.
Un «contentino» all’indirizzo del guardasigilli arriva dalla proposta di Roberto Morassut in commissione, poi approvata da tutti: l’inclusione di una versione ultra light della «conferenza programmatica» da lui proposta – e bocciata dall’assemblea nazionale – nella road map del congresso. Lo annuncia Guerini: «Le convenzioni provinciali si terranno il 5 aprile, la convenzione nazionale il 9 aprile e questo appuntamento sarà un’occasione per un approfondimento programmatico che vada oltre la presentazione delle candidature». Un gesto di cortesia formale. Infatti nell’agenda di Orlando resta la «sua» conferenza programmatica, che sarà convocata nei prossimi giorni a Napoli.
Renzi, per mano dell’instancabile mediatore Lorenzo Guerini, vince senza sconti sulla data della chiusura del tesseramento, che resta il 28 febbraio. In direzione il braccio destro di Michele Emiliano Francesco Boccia denuncia «la forzatura» e chiede una «riflessione seria». Ma senza successo.
Al presidente pugliese avrebbe fatto gioco qualche giorno in più per rafforzare il tesseramento dei suoi, ma se ne dovrà fare una ragione. Comunque le primarie restano «aperte»: per votare ai gazebo basterà dichiararsi elettore del Pd e pagare 2 euro. Il nuovo segretario del Pd, e cioè quasi certamente il ’vecchio’ – Renzi insomma – verrà proclamato dall’assemblea convocata per il 7 maggio. Se i gazebo gli dovessero fare lo scherzetto di non tributargli almeno il 50 per cento dei consensi, l’assemblea potrebbe contenere qualche colpo di scena, per sempio l’alleanza ’contro’ dei due perdenti. Ma sono eventualità teoriche e improbabili.
Il nuovo segretario avrà anche il tempo di firmare le liste e le alleanze per le amministrative, il cui termine scade l’11 maggio. Ma andranno organizzate prima, in piena campagna gazebaria, e qualche baruffa è una profezia fin troppo facile. La direzione scivola via senza intoppi. Il regolamento è un papello poggiato sul banco della direzione. Scritto, rassicura Guerini, «in sostanziale conformità con quello precedente». L’emiliano Massimo Iotti, che come tutti è stato convocato in fretta solo 22 ore prima della direzione, nel suo piccolo si irrita: «Leggere il regolamento prima di votarlo non sarebbe male». Anche Roberto Giachetti dalla platea si agita. Il reggente Matteo Orfini si spazientisce: «Se qualcuno ha piacere di leggerlo prima di votarlo, il regolamento sta qui». Non si alza nessuno, si vota, finisce con 104 sì, 2 astenuti e 3 no.
Renzi cede, primarie il 30 aprile Tramonta l’ipotesi voto a giugno
Minacce di carte bollate, poi arriva l’accordo e la Direzione dà il via libera Ai gazebo si potrà votare versando due euro. Critiche del M5S: “È una farsa”
Carlo Bertini Stampa
Dopo tanto dibattere e litigare, la data delle primarie del Pd viene partorita: si terranno il 30 aprile. Una decisione che segna un punto a favore degli sfidanti di Renzi e dei capicorrente del Pd come Franceschini: perché toglie dal tavolo l’arma di elezioni anticipate a giugno, che al leader non dispiaceva tenere carica. Al segretario, che fa sapere di gradire una scelta che evita lacerazioni, votata in Direzione con 104 sì, 3 no e 2 astenuti, non piacerà di sicuro l’eccessiva dilazione sui tempi. Anche perché presta il fianco all’accusa dei grillini, subito gettatagli addosso da Di Maio, che il Pd abbia messo la pietra tombale sul voto a giugno per salvare i vitalizi dei parlamentari.
«La data decisa risolve un problema non banale: si chiude così definitivamente il dibattito sul voto politico a giugno», si compiace Fassino, pensando di stemperare le tensioni nel Pd. E i grillini si scatenano: «Applausi al Pd che è riuscito nel suo piano: rinviare le elezioni a dopo agosto per intascarsi le pensioni d’oro!». In ogni caso, non si potrà più votare l’11 giugno per una questione di calendario: tanto più che il leader vincente ai gazebo sarà proclamato segretario il 7 maggio dall’assemblea nazionale del Pd, che voterà un eventuale ballottaggio tra i primi due concorrenti, qualora nessuno superasse il 50% dei voti alle primarie del 30 aprile.
In Direzione tanti assenti
Ma la tensione nel Pd rischiava di esplodere, anche per la scarsità di presenze in una Direzione convocata di venerdì pomeriggio. Raccontano i beninformati del giro renziano, che dopo ore di guerriglia in commissione congresso i loro stessi esponenti hanno evitato di forzare sulla convocazione dei gazebo il 23 aprile, data su cui avevano battuto e ribattuto come segno di massima disponibilità rispetto al 9 aprile voluto dal leader: e questo dopo essersi accorti che nella sala della Direzione - che avrebbe dovuto ratificare con un voto la decisione - mancava il numero legale. Assicurato dai delegati orlandiani, divenuti quindi decisivi per l’ok finale. Una circostanza che non farà contento Renzi («quando scenderà dall’aereo sarà difficile spiegarglielo e tenerlo calmo»), il quale avrebbe comunque preferito una data che tenesse aperta la finestra del voto a giugno: come minaccia e per tenere a freno le polemiche grilline.
Uno a zero per gli sfidanti
Raccontano pure che il compromesso sia stato raggiunto grazie al pressing telefonico di Orlando e di Emiliano (che è arrivato a minacciare di fare ricorso sulla data ex articolo 700 del codice di procedura civile per bloccare la decisione della direzione). I due sfidanti incassano pure la conferma dei due euro come obolo per votare ai gazebo, invece dei dieci temuti, che avrebbero ridotto le code per votare. Ma all’ex pm non va giù che sia chiuso il tesseramento il 28 febbraio, «quattro giorni è poco per chi parte svantaggiato», fa notare Francesco Boccia. Emiliano avrebbe preferito tenere le primarie il 7 o il 14 maggio «per avere più tempo per farsi conoscere in tutta Italia». Guerini respinge l’accusa di un congresso lampo, ricordando che nel 2013 dalla data del sì al regolamento alla conclusione passarono 71 giorni, stavolta saranno 66 giorni, «in linea con quei tempi». Orlando invece si mostra conciliante, «se fossero state fissate le primarie a maggio, con la proclamazione del segretario si sarebbe arrivati troppo a ridosso delle amministrative». E annuncia che se vincerà farà il segretario del Pd e non il candidato premier, una rinuncia al doppio incarico che rovescia un cardine dello statuto del partito a vocazione maggioritaria.
Tolta la minaccia delle urne, il governo è obbligato a un cambio di marcia, «uno scatto che metterà in difficoltà gli scissionisti, costretti a dimostrare di garantire la stabilità dell’esecutivo, almeno fino a settembre, ma più probabilmente fino al 2018», si consolano i renziani che hanno ormai abbandonato il sogno del blitz.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Botteghe e copie d'arte tra Cinque e Seicento
Il gioco delle copie è un’arte
Perché il Seicento è il secolo del falso d’autore e delle riproduzioni in serie
FRANCESCA CAPPELLETTI Rep 25 2 2017
Viaggiando dalla Francia all’Italia, da Nizza verso Loano e Genova, nell’agosto del 1606 Vincenzo Giustiniani e il suo seguito si fermano a Genova, dove visitano, come avevano fatto nel resto delle mete europee che avevano toccato, chiese e palazzi. Nel palazzo di Orazio Del Negro, uno dei più belli di Genova, fra gli originali di Raffaello, Tiziano e Correggio, Bernardo Bizoni, cui è affidato il diario, annota «una copia del San Tomaso del signor Vincenzo, di Caravaggio». Il 28 maggio dello stesso anno, durante le celebrazioni e incontrollate “allegrezze” per l’anniversario dell’elezione di Paolo V, Caravaggio aveva ucciso una sua vecchia conoscenza, Ranuccio Tomassoni, nel corso di una rissa, in una
notte di «festeggio e gara». Il pittore aveva abbandonato la città in una fuga che da lì a poco lo avrebbe portato a Napoli.
La pratica della copia era legata, da sempre e con notevoli testimonianze già nel secolo precedente, all’esercizio del mestiere artistico e all’apprendistato. Nelle incisioni di accompagnamento al trattato di Cristoforo Sorte sull’arte della pittura, una classe di ragazzini si esercita a copiare dalle statue fino a notte fonda e nella commovente serie di disegni che Federico Zuccari, pittore e accademico, consacra alla vita del fratello Taddeo, questi viene raffigurato mentre è intento a studiare i capolavori antichi in giro per la città e a copiare dalle logge della Farnesina gli affreschi di Raffaello e della sua scuola. Copiare serviva ad appropriarsi di un linguaggio e ad avvicinarsi così ai grandi maestri, comprendendone lo stile, ma qualche volta anche ad assicurarsi un guadagno stabile, specializzandosi in copie da opere famose o tentando delle avventurose truffe. La produzione e la circolazione di copie, così come il loro uso fraudolento, sembrano intensificarsi nel Seicento con la diffusione su larga scala delle collezioni, delle loro esigenze di gusto, di allestimento, di documentazione e anche grazie all’atteggiamento ambivalente dei primi proprietari, a volte gelosissimi dei loro originali, a volte disposti a farli replicare, per ragioni talvolta difficili da spiegare.
Ancora una volta questo fenomeno, come altri legati al nascente mercato dell’arte, si intreccia all’attività di Caravaggio e ai suoi soggiorni a Roma e a Napoli, un contesto nel quale la produzione e l’esportazione di copie continuarono per tutto il Seicento, come mostrato dal recente convegno «La copia pittorica a Napoli», a cura di Andrea Zezza e David Garcia Cueto, svoltosi presso le Gallerie d’Italia di palazzo Zevallos di Stigliano. Altro elemento emerso dal convegno è l’esplodere della produzione di copie di Caravaggio subito dopo la sua partenza dalla città, come era capitato a Roma un anno e mezzo prima; come se non si osasse, finché il pittore era in circolazione, copiarne i dipinti.
Dal racconto del viaggio di Vincenzo Giustiniani, è evidente che fin da un’epoca molto precoce venissero tratte copie dalle composizioni di Caravaggio, sia per l’ammirazione di cui queste godevano presso i giovani pittori, sia per il suo successo presso i collezionisti. I documenti raccontano di continue richieste di copiare i dipinti da parte di “gentiluomini” e di principi stranieri, personaggi ai quali, forse, non si poteva negare questa possibilità, anche perché le avrebbero esposte lontano da Roma.
L’inventario di Philippe de Béthune, alto dignitario della corte francese, elenca già nel 1608, al suo ritorno a Parigi, due dipinti, un’altra volta l’Incredulità di San Tommaso e poi una Cena in Emmaus, attribuiti a Caravaggio, che, se devono essere identificati con le tele recenti clamorosamente rinvenute qualche anno fa a Loches, non sono che due copie degli originali.
Non sempre la copia veniva eseguita con il consenso del proprietario, ma racconti molto vivaci mostrano l’usanza di corrispondere una mancia al guardarobiere per consentire l’accesso al palazzo durante l’assenza del padrone di casa e l’esistenza di pittori specializzati in questo genere di attività. Le proporzioni del fenomeno forse dovrebbero far riflettere sulle numerose attribuzioni allo stesso Caravaggio di seconde e terze versioni dei suoi originali: Ottavio Costa, il committente della Giuditta ora alla Galleria di Palazzo Barberini, aveva fatto eseguire una copia di uno degli altri suoi dipinti di Caravaggio, il San Francesco con l’angelo. Avendo infatti deciso di lasciarlo in eredità all’abate Ruggero Tritonio nel suo testamento del 1597, una volta riavutosi dalla malattia che lo aveva spinto a dettare le sue volontà, regalò al destinatario una copia del dipinto e tenne per sé l’originale, che ingannò a lungo l’abate e i suoi eredi. Costa non fece mai copiare la stupefacente Giuditta, alla quale teneva immensamente e allo stesso modo il marchese Giustiniani impedì di copiare l’Amore vincitore, oggi a Berlino, la straordinaria immagine del fanciullo nudo, un Cupido contemporaneo e irridente. Di questo celeberrimo dipinto, coperto nel palazzo da una tenda verde e di cui evidentemente si parlava molto vedendolo poco, molti pittori restituirono immagini affini, ma mai copie, come invece accadde, e da molto presto, per l’Incredulità di San Tommaso. Oltre che a Genova e a Parigi, una copia si trovava ben più vicino, nel palazzo Mattei di Roma e venne forse pagata a Prospero Orsi, pittore di grottesche amico del Caravaggio, nel 1607, traendo in inganno persino il pittore e biografo Giovanni Baglione, che nel 1642 la elencò fra gli originali di Caravaggio in palazzo Mattei.
Che fosse difficile distinguere gli originali dalle copie è evidente dagli scritti dell’epoca: Giulio Mancini, che di copie ne aveva fatte eseguire per la sua collezione, parla di «una copia che sia tanto ben fatta che inganni, quasi intercambiabile con l’originale » e Vincenzo Giustiniani, raccomandando pazienza all’esecutore della copia, sostiene che questa, se ben eseguita, «non sarà conosciuta dall’originale, e talvolta anco lo supererà». Dai trattati d’arte alle botteghe e al tribunale, una vicenda del 1621, che ancora una volta riguarda un’opera di Caravaggio,
I bari, il cui originale si trova a Fort Worth, mescola molti degli elementi citati. Il marchese Sannesio aveva dato il permesso di copiare I bari su richiesta di un gentiluomo e aveva concesso al pittore una stanza per eseguire il compito. Ma al termine entrambi i dipinti, originale e copia, erano stati rubati. La vicenda è difficile da sbrogliare anche per il giudice del tribunale, ma dalle testimonianze sappiamo che un mercante aveva cercato di rivendere in una bottega di un calzolaio la copia, facendola passare per un originale. A giudicarla era stato chiamato proprio Giulio Mancini, il collezionista ed erudito, che l’aveva considerata una copia, ma di buona fattura. Dubbi e proteste continuavano; Caravaggio era morto da più di un decennio e intorno alle sue opere, che non poteva più proteggere con l’ironia feroce, con il temperamento insofferente, in definitiva con la sua stessa presenza, l’ammirazione si trasformava in infinita e quasi indistinguibile riproduzione, in illusione ed inevitabile inganno.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ovvio dei popoli & lotta tra Titani: Francesco Alberoni sfida Matteo Recalcati per riprendersi ciò che è suo
Il famoso sociologo Alberoni dedica il nuovo libro a tutte le forme amorose possibili
Eleonora Barbieri Giornale - Sab, 25/02/2017
La politica ai tempi del “Soffro ergo sum”
Così in un’epoca di crisi il masochismo diventa voglia dell’uomo forte
MASSIMO RECALCATI Rep 25 2 2017
Il sogno del masochista è quello di liberarsi della sua libertà. Essere uno straccio nelle mani dell’altro ci libera dal peso di ogni responsabilità. È quello che Erich Fromm in uno storico testo titolato “Fuga dalla libertà” (1943) dedicato all’analisi psicoanalitica delle figure di Lutero e di Hitler, mostra come il paradossale guadagno psichico della sottomissione. Ne parlano, a loro modo, anche tre bei libri più recenti come quello di Jessica Benjamin (“Legami d’amore”, Raffaello Cortina,
2015), di Marisa Fiumanò ( Masochismi ordinari, Mimesis, 2016) e, a suo modo, Thomas H. Ogden ( Vite non vissute, Raffaello Cortina 2017). La condizione paradossale del masochista consiste nel realizzare ciò che il sadico può solo inseguire affannosamente: sottomettersi all’altro rinunciando adì ogni forma di soggettività, realizza il progetto masochista di una forma di vita finalmente riparata dall’angoscia. È evidente che si tratta di una illusione perversa, la quale però è sempre in agguato, soprattutto quando invoca il bastone severo del padrone, il suo muso duro, feroce, pronto a colpire e a colpirci spietatamente assicurandoci che l’abolizione della nostra libertà sia la forma più alta della libertà. È un segno del nostro tempo: consegnarsi nelle mani ruvide di un potere forte salva dall’insicurezza che cresce.
La certezza indubitabile della propria esistenza che Cartesio trovava nell’esercizio metodico del dubbio e del pensiero (Cogito, ergo sum), assume nel masochista i caratteri di un assioma dal tono sacrificale: soffro, dunque sono. Ma la sofferenza che egli si autoinfligge in mille forme non ha come “semplice” meta il piacere del dolore, ma, più radicalmente, una specie di metamorfosi estrema del proprio essere che vorrebbe abbandonare le sue vesti “umane troppo umane” per raggiungere la compattezza minerale di un oggetto che non manca più di nulla. Allora farsi cane, detrito, scarto, offrirsi alla frusta sanguinaria, all’umiliazione, all’insulto e alla violazione di ogni genere non è semplicemente il rovescio della posizione sadica. In gioco, infatti, non è il ribaltamento dell’attività del sadico che gode nell’infliggere sofferenza. Questa era una tesi di Freud: nel sadico prevale l’attività della pulsione, mentre nel masochismo la passività; nel primo il soggetto che gode del dolore dell’altro, nel secondo la riduzione del soggetto ad oggetto che patisce il godimento dell’altro. Sadismo e masochismo sarebbero cioè — in questa lettura — il retro e il verso di una stessa pagina. Ma in questo modo si perde il particolare statuto del masochismo. La sua posta in gioco è assai più alta. Lacan ce lo ricorda quando situa il masochismo non come l’altra faccia del sadismo ma come il vertice più alto della perversione. Perché? Quale sarebbe il primato speciale del masochismo su qualunque altra forma di perversione, compreso il sadismo? In generale si può definire la perversione come il tentativo estremo di liberare la vita umana dalla mancanza che la affligge. Il sogno del perverso è raggiungere un godimento pieno, compatto, assoluto, non intaccato dalla morte. Pasolini ricordava a questo proposito che ogni perverso mira a realizzarsi come se fosse un Dio, se, appunto, consideriamo Dio l’immagine di un essere che non manca di nulla.
I supplizi a cui il sadico costringe le sue vittime non rivelano solo delle pratiche di godimento trasgressive. Non si deve dimenticare che in gioco è una trasformazione assai più radicale del soggetto: la furia distruttrice del sadico vorrebbe raggiungere, attraverso la sofferenza inflitta al suo partner, uno stato d’essere capace di scaricare la mancanza integralmente sull’altro. Il dolore, la sofferenza, l’angoscia non appartengono più al soggetto, ma vengono trasferite brutalmente sulla sua vittima. Tuttavia, mentre il sadico agisce con solerzia nel perseguire il suo obiettivo, questo obiettivo, in realtà, gli sfugge sempre. Egli non potrà mai raggiungere l’ideale di un godimento pieno, assoluto, spurgato da ogni imperfezione, libero dalla mancanza, perché il solo fatto che egli si prodighi nella sua ricerca significa che resta sempre lontano dal realizzare ciò che vorrebbe. Sartre ne ha dato una straordinaria sintesi in una sua pièce teatrale titolata Morti senza tomba. Il torturatore vorrebbe possedere la libertà della sua vittima, diventarne il padrone assoluto, piegarla alla sua volontà, farsi Dio, ma i suoi sforzi sono vani. L’alterità dell’Altro sfugge sempre: l’accanimento del torturatore non è in grado di sottomettere completamente la sua vittima, la quale può, per esempio decidendo di non parlare, non rivelare le informazioni che gli vengono richieste, sottraendosi al disegno sadico del suo carnefice. Diversa e assai più radicale è invece l’opzione del masochista. Più risolutamente del sadico egli si incammina lungo un sentiero di spoliazione di ogni residua soggettività. Riducendosi a un oggetto inerme nelle mani dell’altro, passivizzandosi totalmente, spegnendo ogni residuo di volontà, di pensiero critico, annullando ogni sua libertà, il masochista realizza quello che il sadico insegue senza mai raggiungere: sfuggire definitivamente a ogni mancanza realizzando il sogno di una vita senza desiderio, senza volontà, senza più l’angoscia della libertà e della scelta.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Midcult: la mostra di Vermeer & C. al Louvre
Mostre. Al Louvre, un'esposizione sul pittore di Delft e i suoi contemporanei dell'età d'oro olandese
Anna Maria Merlo Manifesto PARIGI 25.2.2017, 20:09
È la mostra avvenimento dell’inverno a Parigi: Jan Vermeer sbarca al Louvre (fino al 22 maggio), in una mostra costruita attorno ai «maestri della pittura di genere», settanta tele dei pittori dell’età d’oro olandese (1650-1675), organizzate per temi, a dimostrare che il pittore di Delft non era un autore isolato, ma frequentava e dialogava con i suoi contemporanei.
Di Vermeer sono esposti dodici dipinti, un terzo della sua opera conservata fino a oggi, una vera e propria performance perché, come afferma il curatore Blaise Ducos, «dopo Leonardo, è l’artista più difficile da spostare», per il valore simbolico delle opere, ma anche per i costi delle assicurazioni.
ERA DAL 1966 che Parigi non ospitava una mostra dedicata a Vermeer. Il Louvre ha lavorato cinque anni per organizzarla, ospitata anche a Dublino e a Washington – la National Gallery of Ireland, la National Gallery of Art di Washington (e lo stesso Louvre) hanno complessivamente cinque opere di Vermeer – con tele prestate da musei di Amsterdam, Francoforte, Berlino, New York, e un quadro di una collezione privata, i Kaplan (non c’è la Ragazza con l’orecchino di perla, esclusa dai prestiti).
Nel confronto con i suoi contemporanei – il grande de Hooch, Gerard Dou, Ter Borch, Jan Steen, Caspar Netscher, Metsu e altri – l’opera di Vermeer emerge per la luce, il silenzio. «La luce è il suo soggetto – ha spiegato Ducos – che colora moralmente le opere». Il Geografo, La merlettaia, la Donna con bilancia, La Lattaia, La lettera interrotta, La ragazza con l’orecchino di perla, L’astronomo raccontano un mondo calmo, dove in interni borghesi una figura silenziosa appare, come sospesa in un gesto.
È L’INTERPRETAZIONE eccezionale di un’epoca, colta dalla nouvelle vague della pittura degli anni d’oro della ricca Olanda. In quel periodo l’Europa è in subbuglio: in Inghilterra è stato appena giustiziato il re Carlo I e dominano i puritani di Cromwell, in Spagna regna l’Inquisizione, la Germania è appena uscita dalla guerra dei Trent’anni, la Francia fa fronte alla Fronda, dopo essere uscita da otto guerre di religione. L’Olanda è un porto di pace e ricchezza. La Compagnia delle Indie orientali sviluppa il commercio internazionale, i libri vengono stampati senza passare per la censura, Descartes vi aveva soggiornato nel 1617-19, Spinoza difende la «libertà di filosofare». C’è però una relativa libertà religiosa: lo stesso Vermeer, di cultura calvinista, si converte al cattolicesimo per sposare Catharina Bolnes, una giovane abbiente da cui avrà undici figli. La borghesia, intanto volge i suoi interessi all’arte: negli anni d’oro vengono dipinti in Olanda cinque milioni di quadri.
VERMEER lavora a Delft dove dall’età di 21 anni è maestro della gilda di San Luca. Non è un artista prolifico, ne dipinge 3-4 l’anno, in tutto una cinquantina nella sua vita abbastanza breve (è morto a 43 anni, nel 1675) e ne sono rimasti 36 (37, con l’attribuzione contestata di un quadro conservato a Tokyo). Jan Vermeer era però un pittore caro: vendeva le sue opere intorno ai 600 fiorini, corrispondenti al salario di tre anni di un artigiano. Ma Vermeer ha problemi di soldi (che potrebbero aver causato anche la sua morte prematura), a causa dei francesi: Luigi XIV, che dopo aver fatto la pace con la Spagna sposando l’Infanta Maria Teresa ribalta le alleanze, invade le Province unite nel 1672. Gli olandesi, per difendersi, decidono di inondare le loro terre.
IL PAESE va in rovina, in Francia Colbert mette forti barriere doganali, il mercato dell’arte crolla. Vermeer cade nell’oblio. Fino al 1866, quando uno storico francese, il repubblicano Etienne-Joseph-Théophile Thoré, perseguitato da Napoleone III si rifugia in Olanda, dove si interessa ai temi laici del secolo d’oro e riscopre l’artista, che «ha creato su piccoli formati delle opere monumentali dove circola d’aria».
Gruppo di pittori in un interno racconta la borghesia del ’600Al Louvre di Parigi una straordinaria mostra mette a confronto le tele dell’enigmatico maestro di Delft con quelle dei suoi contemporanei Francesco Poli Stampa 25 2 2017
Due quadri che rappresentano la stessa scena in un interno illuminato in modo soffuso da una finestra laterale. In piedi davanti a un tavolo, una giovane donna elegante e sobriamente velata, è intenta a pesare con un bilancino qualcosa di molto prezioso, in un caso dell’oro e nell’altro dei gioielli. Analogo è l’arredo, quasi identici sono i gesti. Stessa data di esecuzione intorno al 1664. Gli autori sono Pieter de Hooch e Johannes Vermeer. È probabile che quest’ultimo abbia ripreso il tema da de Hooch, che viveva anche lui a Delft (prima di trasferirsi ad Amsterdam) ma la cosa non ha poi molta importanza. Attraverso il confronto dei due dipinti, proprio perché così simili fra loro, risulta più evidente la straordinaria qualità specifica delle opere di Vermeer rispetto a quelle degli altri pur notevoli artisti suoi colleghi e diretti concorrenti. Non a caso questo confronto segna l’inizio dell’esposizione che il Louvre dedica a uno degli aspetti più significativi dell’arte olandese del Seicento, quello della pittura di genere elegante e raffinata (con rappresentazioni idealizzate ma estremamente verosimiglianti della vita privata della ricca borghesia), che si afferma a partire dalla seconda metà del secolo.
La mostra si sviluppa, in modo molto lineare attraverso una serie di sezioni dedicate ai soggetti e ai temi che ricorrono con maggior frequenza nei lavori dei vari artisti, che abitavano in varie città (Amsterdam, Leida, Deventer, Delft, Warmond) ma che erano più o meno tutti in relazione fra loro: dagli iniziatori come Gerard Dou e Gerard ter Borch, a cui era legato De Hooch, da Jan Steen che era amico di Frans van Mieris, a Samuel van Hoogstrat, da Gabriel Metsu a Vermeer. Quando alla fine dell’Ottocento lo storico francese Thoré-Bürger aveva riscoperto Vermeer lo aveva definito «la sfinge di Delft», descrivendolo romanticamente come un pittore enigmatico e solitario. Un’immagine che non corrisponde alla realtà, ma che è ancora in circolazione, anche per le scarse notizie che si hanno sulla sua breve vita (muore a 42 anni nel 1675) e per il ridottissimo numero di sue opere sicuramente autografe, solo 36. Questa esposizione dimostra molto bene quanto il pittore fosse strettamente legato a un ben preciso ambiente artistico. È anche vero però che i dodici dipinti di Vermeer disposti lungo il percorso espositivo, emergono con meravigliosa luminosità come gemme solitarie dal contesto dei comprimari. «Vermeer non è l’ideatore di queste scene di genere - precisa il curatore Blaise Ducos -. Egli interviene piuttosto alla fine: è quello che reagisce, trasforma per sottrazione, per purificazione. E tutto quello che è levato è rimpiazzato dalla luce e dallo spazio, che sono i veri soggetti della sua pittura».
Questo significa, in altri termini, che l’artista arriva a neutralizzare la troppo facile piacevolezza tipica delle scene di genere, creando un’incantata dimensione spazio-temporale sospesa. Le sue immagini purificate dall’aneddotica descrittiva irradiano un senso dell’assoluto come essenza luminosa della quotidianità. È noto che Vermeer utilizzava per le sue composizione una particolare camera oscura (come del resto tutti i suoi colleghi), ma questo non spiega la magia della sua luce pittorica, che nasce da un lato da una particolare tecnica di vibranti tocchi di colore e da una estrema sensibilità nella stesura di soffuse variazioni tonali, ma dall’altro lato deriva dalla capacità di impregnare la tela anche di una un altro tipo indefinibile di luce quella che per così dire nasce nella segreta camera oscura della mente. Il confronto fra i suoi dipinti e quelli degli altri artisti (oltre quello già citato) è di particolare interesse in tre sezioni. Nella prima, quella dedicata al tema delle missive d’amore, vediamo per esempio un bel dipinto di Metsu, Giovane donna che legge una lettera, accanto a La lettera di Vermeer. Il quadro di Metsu è narrativo, quello del maestro di Delft è enigmatico: ci mostra la protagonista che sta scrivendo, piena di dubbi non si sa cosa. Forse ancor più enigmatica è un’altra sua tela analoga, La lettera interrotta. Sul versante maschile sono di notevole interesse le figure di studiosi, dove per esempio un tenebroso astronomo (o astrologo) che studia a luce di candela, di Dou, contrasta decisamente con l’astronomo e il geografo di Vermeer avvolti in una affascinante atmosfera quasi metafisica.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Gruppo di pittori in un interno racconta la borghesia del ’600Al Louvre di Parigi una straordinaria mostra mette a confronto le tele dell’enigmatico maestro di Delft con quelle dei suoi contemporanei Francesco Poli Stampa 25 2 2017
Due quadri che rappresentano la stessa scena in un interno illuminato in modo soffuso da una finestra laterale. In piedi davanti a un tavolo, una giovane donna elegante e sobriamente velata, è intenta a pesare con un bilancino qualcosa di molto prezioso, in un caso dell’oro e nell’altro dei gioielli. Analogo è l’arredo, quasi identici sono i gesti. Stessa data di esecuzione intorno al 1664. Gli autori sono Pieter de Hooch e Johannes Vermeer. È probabile che quest’ultimo abbia ripreso il tema da de Hooch, che viveva anche lui a Delft (prima di trasferirsi ad Amsterdam) ma la cosa non ha poi molta importanza. Attraverso il confronto dei due dipinti, proprio perché così simili fra loro, risulta più evidente la straordinaria qualità specifica delle opere di Vermeer rispetto a quelle degli altri pur notevoli artisti suoi colleghi e diretti concorrenti. Non a caso questo confronto segna l’inizio dell’esposizione che il Louvre dedica a uno degli aspetti più significativi dell’arte olandese del Seicento, quello della pittura di genere elegante e raffinata (con rappresentazioni idealizzate ma estremamente verosimiglianti della vita privata della ricca borghesia), che si afferma a partire dalla seconda metà del secolo.
La mostra si sviluppa, in modo molto lineare attraverso una serie di sezioni dedicate ai soggetti e ai temi che ricorrono con maggior frequenza nei lavori dei vari artisti, che abitavano in varie città (Amsterdam, Leida, Deventer, Delft, Warmond) ma che erano più o meno tutti in relazione fra loro: dagli iniziatori come Gerard Dou e Gerard ter Borch, a cui era legato De Hooch, da Jan Steen che era amico di Frans van Mieris, a Samuel van Hoogstrat, da Gabriel Metsu a Vermeer. Quando alla fine dell’Ottocento lo storico francese Thoré-Bürger aveva riscoperto Vermeer lo aveva definito «la sfinge di Delft», descrivendolo romanticamente come un pittore enigmatico e solitario. Un’immagine che non corrisponde alla realtà, ma che è ancora in circolazione, anche per le scarse notizie che si hanno sulla sua breve vita (muore a 42 anni nel 1675) e per il ridottissimo numero di sue opere sicuramente autografe, solo 36. Questa esposizione dimostra molto bene quanto il pittore fosse strettamente legato a un ben preciso ambiente artistico. È anche vero però che i dodici dipinti di Vermeer disposti lungo il percorso espositivo, emergono con meravigliosa luminosità come gemme solitarie dal contesto dei comprimari. «Vermeer non è l’ideatore di queste scene di genere - precisa il curatore Blaise Ducos -. Egli interviene piuttosto alla fine: è quello che reagisce, trasforma per sottrazione, per purificazione. E tutto quello che è levato è rimpiazzato dalla luce e dallo spazio, che sono i veri soggetti della sua pittura».
Questo significa, in altri termini, che l’artista arriva a neutralizzare la troppo facile piacevolezza tipica delle scene di genere, creando un’incantata dimensione spazio-temporale sospesa. Le sue immagini purificate dall’aneddotica descrittiva irradiano un senso dell’assoluto come essenza luminosa della quotidianità. È noto che Vermeer utilizzava per le sue composizione una particolare camera oscura (come del resto tutti i suoi colleghi), ma questo non spiega la magia della sua luce pittorica, che nasce da un lato da una particolare tecnica di vibranti tocchi di colore e da una estrema sensibilità nella stesura di soffuse variazioni tonali, ma dall’altro lato deriva dalla capacità di impregnare la tela anche di una un altro tipo indefinibile di luce quella che per così dire nasce nella segreta camera oscura della mente. Il confronto fra i suoi dipinti e quelli degli altri artisti (oltre quello già citato) è di particolare interesse in tre sezioni. Nella prima, quella dedicata al tema delle missive d’amore, vediamo per esempio un bel dipinto di Metsu, Giovane donna che legge una lettera, accanto a La lettera di Vermeer. Il quadro di Metsu è narrativo, quello del maestro di Delft è enigmatico: ci mostra la protagonista che sta scrivendo, piena di dubbi non si sa cosa. Forse ancor più enigmatica è un’altra sua tela analoga, La lettera interrotta. Sul versante maschile sono di notevole interesse le figure di studiosi, dove per esempio un tenebroso astronomo (o astrologo) che studia a luce di candela, di Dou, contrasta decisamente con l’astronomo e il geografo di Vermeer avvolti in una affascinante atmosfera quasi metafisica.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
sabato 25 febbraio 2017
Anticomunismo, revisionismo storico e elogio acritico della "dissidenza" nella sinistra dirittumanista anarco-liberale e postmoderna

Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa. Urss 1917-1990
Quelle voci dissonanti tra clandestinità e contraddizioni
MOSTRE. Urss 1917-1990. Fino all’8 marzo in mostra a Roma «Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa»
Claudia Scandura Manifesto 24.2.2017, 18:41
La recente condanna di Aleksej Navalnyj a cinque anni con la condizionale per appropriazione indebita, rischia di eliminarlo dalle presidenziali del 2018 e suscita dubbi sulle reali motivazioni della sentenza. L’eliminazione degli oppositori politici mediante accuse improbabili e condanne sproporzionate, ci riporta ad anni passati, a un modus operandi adottato per anni in Urss e ci dimostra che il dissenso non è, per fortuna, morto con lo stato sovietico, anche se nella coscienza generale rimane legato al movimento nato nella seconda metà degli anni 60, quando dopo la morte di Stalin e la breve parentesi del disgelo chrusceviano, sempre più persone si rifiutarono di sopportare le ingiustizie e le menzogne del potere.
Diventano sempre più attuali in questo momento le pratiche del movimento di resistenza non violento descritte nelle memorie dei suoi più importanti rappresentanti (Andrej Sacharov, Andrej Amal’rik, Vladimir Bukovskij, Natan Saranskij, Lev Kopelev, ecc.), tuttavia è importante fissare i ricordi anche dei dissidenti che sono ancora fra noi, perché non si perda la memoria di nessuno di loro. Non solo per rispetto alle persone, alle idee, che da trenta, quaranta, cinquanta anni, sono alla base della cultura democratica in Russia, ma anche per chi oggi si batte per la società civile, per chi fa di tutto perché si parli della sua esistenza in Russia.
MA IL DISSENSO aveva una natura politica? E perché dopo il crollo dell’Unione Sovietica quasi tutte le sue figure principali sono rimaste escluse dal nuovo potere, non sono entrate nelle strutture statali e non hanno cominciato a costruire il nuovo paese? Si tratta di due questioni strettamente legate a cui cercano di rispondere, con singolare coincidenza, una mostra e un libro.
La mostra, Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa. Urss 1917-1990, fa tappa all’Università Sapienza di Roma dal 27 febbraio all’8 marzo (Atrio di Villa Mirafiori), dopo essere stata inaugurata a Mosca e poi esposta alla Sorbona di Parigi e all’Università degli Studi di Milano. Il libro del filologo e giornalista Gleb Morev, Dissidenti, un progetto della Fondazione Heinrich Böll e del sito Colta.ru, raccoglie venti conversazioni con partecipanti al movimento della dissidenza in Urss.
LA MOSTRA, organizzata da Memorial Mosca e dalla Biblioteca Statale di Storia della Federazione Russa, a cura di Boris Belenkin e di Elena Strukova, e il cui progetto grafico si deve a Pëtr Pasternak, presenta con inedita ricchezza di immagini i protagonisti e i documenti dell’opposizione al regime sovietico, dando ampio risalto figurativo a un fenomeno storico unico nel suo genere, il Samizdat, che costituì un canale di distribuzione clandestino e alternativo di scritti illegali, censurati o ostili al regime sovietico. La svolta del 1989-1991 deve molto ai protagonisti di questa fervida stagione. Il libro di Gleb Morev pone tutta una serie di domande che parrebbero semplici ma non lo sono, dal ruolo della cultura al significato di liberalismo e mostra che molti temi sono stati in un certo senso congelati, non elaborati, dopo il crollo dello stato sovietico. Quasi tutti gli intervistati affermano che la dissidenza non fu un movimento politico, ma piuttosto una forma di resistenza etica alla politica come tale, di totale rifiuto, per questo le loro voci vennero soffocate dal fragore del nuovo che avanzava, che ha purtroppo ereditato molte caratteristiche dello stato sovietico.
MOREV scrive un libro di storia orale, dirigendo un coro dove ci sono voci dissonanti, in cui qualcuno contraddice un altro o uno stesso avvenimento viene visto in modo diverso. Il modo in cui i fatti vengono presentati dai vari interlocutori rende particolarmente importante questo libro che raccoglie le voci di dissidenti piuttosto noti (con esclusione di quelli appartenuti a gruppi nazionalisti) per la prima volta, perché prima d’ora erano stati dimenticati.
IL LIBRO e la mostra ristabiliscono una memoria che non va dimenticata ma sempre tenuta viva. Alla fine si prova però un grande rimpianto per le occasioni perdute, perché l’esperienza dei dissidenti, il loro senso etico, avrebbero dovuto essere attuali durante la perestroika. Perché nel momento in cui si cominciava a costruire una nuova realtà post sovietica, quelle idee, quelle lotte, quelle discussioni, avevano un rapporto diretto con ciò che stava accadendo. Erano attuali ma vennero colpevolmente ignorate.
Religioni, modernità, postmodernità: Berger
Risvolto
La nostra epoca è segnata dal forte ritorno delle religioni nello spazio
pubblico. La teoria della secolarizzazione («più» modernità = «meno»
fede) si è rivelata errata. Berger, un tempo sostenitore di quel
paradigma, non ha timore ad ammettere lo sbaglio: l’osservazione della
realtà lo porta ad affermare che oggi non viviamo in un’età secolare ma
in quella del pluralismo. Le fedi sono compresenti a livello planetario:
gli Hare Krishna ballano davanti alle cattedrali gotiche d’Europa, il
cristianesimo si diffonde nella Cina confuciana, l’America Latina (un
tempo uniformemente cattolica) vive un’esplosione di presenza
protestante, la regina Elisabetta si proclama «difensore di tutte le
fedi nel Regno Unito». Al contempo i credenti sono immersi nella propria
epoca vivendo in prima persona il pluralismo in quanto persone sia
religiose sia secolari. Ma cosa significa il fatto che il pluralismo è
il paradigma della condizione spirituale moderna? In che modo le
istituzioni religiose ne vengono condizionate? Cosa succede alla fede in
questo contesto? Questo libro risponde con lucidità a tali domande.
Berger intreccia un’impareggiabile competenza accademica con la sapida
capacità di indagare i fatti propria dell’uomo curioso di capire.
La Fine della Storia e l'ultimo ominicchio: Fukuyama incontra Renzi e pubblica una nuova edizione del suo celebre libro.



Primarie ad aprile, Orlando corre
Il Guardasigilli sfida l’ex premier e incassa l’appoggio di Damiano. Lite sui tempi del voto Il viceministro Bubbico lascia il Pd. Anche 17 fuoriusciti di Sel passano con Bersani Francesca Schianchi Stampa
«Penso di saper ascoltare e saper unire. Non sarò un capo corrente, ma un segretario». Applausi dei sostenitori accalcati nel piccolo circolo di periferia: il ministro della Giustizia Andrea Orlando è ufficialmente il terzo aspirante segretario del Pd, dopo Renzi ed Emiliano. «Ho deciso di candidarmi perché non mi rassegno al fatto che la politica debba diventare solo prepotenza», anticipa in mattinata, e poi nel pomeriggio si presenta lì, al circolo Pd Marconi, in sezione come si faceva una volta, in giacca senza cravatta, intorno a lui le foto di Moro, Togliatti e Berlinguer, ma anche il manifesto per il sì al referendum. In platea tanti parlamentari dei «giovani turchi», la corrente che fondò con Orfini, ma anche semplici militanti, è tutto un «in bocca al lupo» e un selfie, e gli offrono pure una birra, ma il ministro declina con un sorriso - «sono a stomaco vuoto» - e se lo contendono in un continuo viavai dalla sala alla terrazza tanto che a un certo punto resta chiuso fuori. «Cominciamo bene…», scherza qualcuno.
Così, dopo giorni di riflessione («non era una sceneggiatura, ero indeciso veramente»), anche il Guardasigilli si butta nella gara. Mentre alla Camera i bersaniani in uscita annunciano un accordo con i fuoriusciti di Sel capitanati da Arturo Scotto per creare gruppi comuni (prevista la presentazione tra oggi e lunedì), e guadagnano un’adesione importante, quella del viceministro dell’Interno Filippo Bubbico, il ministro cresciuto nel Pci e arrivato da La Spezia ai vertici del governo lancia la candidatura che dovrebbe, almeno nelle intenzioni, catalizzare l’area di sinistra rimasta nel Pd. Già guadagnato il sostegno di Cesare Damiano; probabile anche quello di Gianni Cuperlo, che però rinvia la decisione finale a un’assemblea il 4 marzo. «Compagni, io sono di sinistra, ma non voglio rifare la sinistra così com’era. Voglio rifare il Pd», mette però in chiaro Orlando, ben attento a evitare l’etichetta di candidato di un altro secolo. Perché servono «50 sfumature di Pd, non di rosso», perché il Pd «è la nostra casa, l’abbiamo sognata dieci anni fa», ma adesso va ristrutturata. Senza lasciarsi tentare dall’imitare i populisti, «non sentirete da me parole populiste, sovraniste, nazionaliste», né «mai delegittimerò i miei competitori». Semmai, solo qualche frecciata (all’ultimo congresso «io sostenni Cuperlo, mentre Emiliano sostenne Renzi») o qualche difesa da chi, come il governatore pugliese, gli rinfaccia di aver fatto parte del governo Renzi: «Sono convinto si possa stare insieme avendo idee diverse».
«Siamo in ritardo ma sento un bel clima», sospira alla fine della presentazione. Davanti a lui un tour de force: tanto che, qualcuno, anche tra gli amici, gli aveva consigliato di dimettersi da ministro: «Anche la Bindi e Letta hanno fatto le primarie l’una da ministro, l’altro da sottosegretario», respinge l’idea che sarebbe opportuno farlo. E nemmeno pensa che gli converrebbe farlo per avere più tempo in campagna elettorale, da cominciare con una conferenza programmatica a Napoli: «Finché ce la faccio continuo a fare le due cose insieme». Il tempo è davvero poco: oggi nel pomeriggio una Direzione approverà il documento con date e regole. «Non c’è ancora niente di deciso», giura il vicesegretario Lorenzo Guerini, ma resta alta la probabilità che le primarie siano il 9 aprile, come vorrebbero i renziani: comunque sia, non si andrà oltre il mese di aprile. Emiliano vorrebbe più tempo, e anche Orlando, ovviamente: «Io vorrei avere il tempo di ascoltare la gente». I renziani mostrano maliziosi un sondaggio che lo darebbe all’1 per cento contro il 32 dell’ex premier e il 13 di Emiliano. «Fosse per me le primarie le farei a novembre, così arrivo al 70 per cento», scherza lui. La strada è lunga, ma Orlando insiste: «Mi candido per vincere».
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Rivolta nel Pd sul congresso lampo
Orlando si candida: “In campo contro la prepotenza”. I renziani insistono: primarie il 9 aprile. Sfidanti sulle barricate Il Nazareno esulta per un sondaggio Swg che dà il partito al 28 e la lista Bersani-D’Alema al 3,2. Prodi: elezioni nel 2018GIANLUCA LUZI Rep
Primarie il 9 aprile ed elezioni politiche l’11 giugno in un election day con le amministrative. Con uno slalom fra i ponti festivi e il referendum sui voucher: è questa la road map che sogna Matteo Renzi, ma che si scontra con l’opposizione dei due sfidanti Emiliano e Orlando. A cui, a sorpresa, si è unita la candidatura di una semisconosciuta, Carlotta Salerno, che potrebbe complicare per questioni procedurali il blitz immaginato dal segretario uscente. Guardando al calendario diventa realistica anche la data del 7 maggio che però renderebbe quasi impossibili le politiche l’11 giugno. Se poi la spuntassero gli sfidanti ecco il 7 luglio, con il voto a settembre. Il ministro della Giustizia ha ufficializzato ieri la sua candidatura alla segreteria in un circolo romano del Pd e subito ha fatto capire la sua contraretà a una data così ravvicinata: «Le primarie il 9 aprile? Serve più tempo per ascoltare il nostro popolo». Sulla stessa linea anche Emiliano che fa appello a Romano Prodi perché il Congresso sia “contendibile”, mentre invece «così non c’è tempo nemmeno di fare la campagna elettorale». Anche Prodi è contrario ai tempi ravvicinati dettati da Renzi. Il Professore non parla di primarie, ma è convinto che «per l’interesse del Paese bisogna andare alle urne alla fine della legislatura, come Dio comanda, e cioè nel 2018». Perché «la durata della legislatura è un segno di serenità e di tranquillità, mentre invece vedo che si vogliono affrontare le elezioni in tempi rapidi. Non capisco. Il Paese ha bisogno di tranquillità». Entra così nello scontro fra Renzi e gli sfidanti la questione della durata del governo Gentiloni. Ed è anche «per sostenere il governo Gentiloni, che mi sono candidato», spiega infatti Emiliano. Ma Renzi e i suoi fedelissimi sono determinati, anche sulla base di un sondaggio Swg che fotografa i rapporti di forza dopo la scissione. Il Pd scende dal 31% al 28 con la perdita della sinistra bersaniana, che infatti è al 3,2%. Il movimento di Pisapia, Campo Progressista, è quotato al 3,9% e Sinistra Italiana si ferma all’1,5%. Insomma – secondo la maggioranza renziana – un danno tutto sommato contenuto che può essere riassorbito. Per registrare le proteste dei due candidati sulla data delle primarie, il vicesegretario Guerini li ha incontrati prima della riunione decisiva della Commissione congressuale che si è riunita ieri e oggi. Nel pomeriggio la Direzione stabilirà il regolamento del Congresso.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
L’ultima mossa di Emiliano “Finiamo alle carte bollate”
La strategia: “O Matteo capisce o gli piantiamo un casino che ricorderà” Pronti i gruppi scissionisti: si chiameranno Democratici e progressistiGIOVANNA CASADIO Rep
Un rospo difficile da ingoiare per Michele Emiliano. Le primarie il 9 aprile, ovvero cinquanta giorni soltanto di tempo per la sfida dem, sono uno schiaffo, l’ennesimo del segretario uscente che – dice il governatore della Puglia e candidato alla segreteria – mostrano una cosa soltanto: «Renzi ha paura di perdere, però tutti coloro che hanno fatto appelli contro la scissione, a cominciare da Romano Prodi, il fondatore del Pd, lo convincano a rendere congresso e primarie una bella pagina».
Nel tormento dei Dem ieri si registra un ultimo atto: la minaccia di nuovo delle carte bollate. Emiliano confida ai suoi collaboratori: «Se si va avanti a forzature, ricorreremo alle carte bollate: gli pianto un casino...». Tra le contromosse estreme cresce anche la tentazione del governatore pugliese di far un passo indietro davanti alla tetragona volontà dei renziani di accelerare sulle primarie. Ma infine, l’assicurazione di Emiliano: «Io non mollo». L’importante è chiudere con la stagione renziana e anche quella di Andrea Orlando è «una candidatura che indebolisce Renzi», ragiona. Gli toglie voti. Indispensabile certo avere il tempo giusto «per battere l’uomo politico più veloce, più famoso, più sostenuto dai poteri forti, dal sistema della comunicazione ». L’obiettivo è archiviare il renzismo. «I 5Stelle mi votino alle primarie», rincara Emiliano, che partecipa a una iniziativa della Cgil dove ci sono anche Maurizio Landini, N icola Fratoianni e Giorgio Airaudo. Dialogo a sinistra oltre ogni steccato.
E intanto gli scissionisti dem si organizzano. Una lunghissima riunione ieri dei bersaniani ha deciso di organizzare subito domani una convention a Roma per fare conoscere il Movimento. Martedì poi saranno annunciati i nuovi gruppi parlamentari. Il nome sarà “Democratici e progressisti”. «Prima parliamo al paese, diamo il via a una organizzazione sul territorio, perché vogliamo un Movimento aperto e plurale», spiega Enrico Rossi, il governatore della Toscana.
I numeri dei gruppi non sono ancora certi. Anche se gli ex di Sinistra Italiana guidati da Arturo Scotto che aderiranno sono 17: oltre a Scotto, Ciccio Ferrara, Alfredo D’Attorre, Donatella Duranti, Arcangelo Sannicandro, Carlo Galli, Florian Kronblicher, Lara Ricciatti, Gianni Melilla, Vincenzo Folino, Giovanna Martelli, Franco Bordo, Claudio Fava, Marisa Nicchi, Michele Piras, Filippo Zaratti, Stefano Quaranta. A questi si sommano oltre 22 ex dem, tra cui Bersani, Stumpo, Cimbro, Agostini, Zoggia, Leva, Bossa, Epifani. Roberto Speranza potrebbe essere il capogruppo proprio per la sintonia con gli ex vendoliani e la capacità di mediazione già mostrata quando era capogruppo del Pd. Il problema politico è che gli scissionionisti dem nascono come salvagente del governo Gentiloni, contro la tentazione di Renzi di anticipare a giugno le elezioni politiche. Gli ex vendoliani valuteranno invece di volta in volta se votare la fiducia al governo Gentiloni. Sono 13 i senatori dem scissionisti, tra cui Filippo Bubbico, Miguel Gotor, Doris Lomoro (forse capogruppo), Federico Fornaro, Maurizo Migliavacca, Carlo Pegorer, Lucrezia Ricchiuti, Maria Gatti, Lodovico Sonego, Paolo Corsini, Nerina Dirindin, Felice Casson, Cecilia Guerra.
Massimo Mucchetti, Luigi Manconi, Walter Tocci dissidenti nelle file dem, hanno deciso di restare nel partito. «Non è questa la mossa utile per battere Renzi», spiega Mucchetti. Manconi, però, guarda al movimento di Pisapia.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
La sfida di Corbyn “Contro il populismo progressisti uniti per cambiare la Brexit”
Il leader laburista promette: “Lotteremo per il diritto dei residenti europei a restare qui”ENRICO FRANCESCHINI Rep 24 2 2017
«Vinceremo con i social network». Detto dal leader 67enne che è accusato di riportare il Labour al socialismo di ieri può sembrare un paradosso: eppure Jeremy Corbyn parla sul serio. Nonostante i sondaggi gli assegnino un distacco di 15 punti nei confronti della premier conservatrice Theresa May, a dispetto di contestazioni interne (respinte vincendo due volte le primarie) e difficoltà del presente (rischia di perdere due seggi nelle suppletive di questa settimana), colui che era considerato la “primula rossa” della sinistra britannica guarda al futuro con ottimismo. Promettendo di evitare il peggio della Brexit, capovolgere l’ondata populista e unire i progressisti in nome dei comuni valori. Come together, uniamoci, conclude nel suo ufficio affacciato al Tamigi, di fianco al Parlamento di Westminster. Solo dopo si rende conto che è una citazione dei Beatles. «Peccato», soggiunge, «che sia la loro ultima canzone».
Onorevole Corbyn, quando di recente la Camera dei Comuni ha approvato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona che dà il via ai negoziati per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europa, lei ha commentato: «La lotta alla Brexit comincia adesso». Cosa intende?
«Che lotteremo per i diritti dei residenti europei di restare qui, per buone relazioni commerciali con la Ue, per mantenere le leggi per l’ambiente e impedire quello che minaccia la May in caso di mancato accordo con Bruxelles, la trasformazione di questo paese in un paradiso fiscale».
La premier scozzese Nicola Sturgeon commenta che è poco e tardi accusandola di non essersi opposto abbastanza alla Brexit nella campagna per il referendum.
«Mi sembra ingiusto. Ho attraversato in treno questo paese per l’equivalente di un viaggio da New York a San Francisco facendo campagna per restare nella Ue. Anche se la mia posizione era ‘rimanere e riformare’, perché non tutto mi va bene dell’Europa, troppa deregulation e privatizzazioni ».
Perché ha ordinato ai suoi deputati di votare per l’articolo 50, anziché concedere libertà di voto?
«Perché il Labour vive un dilemma. Da un lato il 75% dei nostri iscritti, dei nostri elettori e la stragrande maggioranza dei deputati hanno votato per restare nella Ue. Dall’altro due terzi dei nostri parlamentari rappresentano regioni in cui ha prevalso la Brexit. La mia posizione è che è necessario accettare il risultato di un referendum nazionale, ma fare tutto il possibile per porvi condizioni che lo rendano una scelta migliore».
Se la Camera dei Lord, dove i conservatori non hanno la maggioranza, approverà emendamenti alla Brexit, cosa farete quando la risoluzione tornerà ai Comuni?
«Li appoggeremo, in particolare su due punti: un voto parlamentare autentico sull’accordo finale di uscita dalla Ue; e la garanzia ai 3 milioni di europei residenti in Gran Bretagna del diritto incondizionato a restarci».
L’immigrazione nel Regno Unito è troppo alta?
«Non ne faccio questione di numeri. E ribadisco che senza il contributo degli immigrati europei il nostro sistema sanitario pubblico e le nostre scuole non funzionerebbero ».
Eppure ha dichiarato che accetta il principio di controlli all’immigrazione.
«Mi riferisco al fenomeno dei lavoratori stranieri, reclutati in paesi dell’Europa orientale, per impiegarli con contratti a termini e bassa paga nelle costruzioni e nell’agricoltura. Non sono per i controlli all’immigrazione, ma per i controlli allo sfruttamento».
La Brexit ha portato a un aumento della xenofobia?
«Non c’è dubbio. Il nostro messaggio è che l’Ukip, il partito populista che più attacca gli immigrati stranieri, sa soltanto scaricare la colpa su capri espiatori che non c’entrano niente».
Di chi è la colpa del disagio che ha prodotto la Brexit?
«Della crescente ineguaglianza. Dei bassi salari: 6 milioni di britannici vivono con meno del reddito minimo. E dei tagli fiscali che avvantaggiano i ricchi».
Dalla Brexit a Trump, come fermare il populismo?
«Gli americani che hanno votato Trump si renderanno presto conto dell’ipocrisia delle sue promesse di aiutare i poveri. Certo, bisogna allarmarsi per l’ascesa della destra in Europa. Ma in Occidente c’è anche l’ascesa di una nuova sinistra che lotta contro la soluzione data alla grande recessione del 2008, consistita nel salvare le banche facendo pagare il prezzo della crisi alla gente».
Una sinistra che, nel caso del Labour, arranca nei sondaggi.
Pensa ancora di poter vincere le elezioni?
«Sì, le vinceremo. Abbiamo un forte sostegno tra coloro che prendono informazioni dai social network, andiamo meno bene tra chi riceve le news dai giornali. Il futuro è con noi. Il nostro messaggio in difesa della sanità pubblica, del welfare, dei lavoratori, sarà premiato».
Si appresta a riunirsi a Londra con l’Internazionale Socialista, ma la sinistra europea è sempre più divisa. In Italia il Pd ha appena consumato una scissione.
«Davvero? Non posso crederci. Dobbiamo e possiamo unirci nel nome della giustizia sociale, della lotta al razzismo, del diritto al lavoro per i giovani, della difesa dei diritti umani. Sono tanti i valori che ci tengono uniti. Alla sinistra di tutto il mondo dico, come together!, uniamoci».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Un porta a porta contro i vecchi notabili la sinistra riparte nel nome di Sanders
La strategia dei Democratici che domani ad Atlanta scelgono il presidente del partitoFEDERICO RAMPINI Rep 24 2 2017
«I giornali sono l’opposizione ». L’accusa di Donald Trump si può leggere a rovescio: dov’è l’opposizione politica, che fa il partito democratico? È ancora sotto shock come un pugile suonato? Si accontenta di occupare le piazze? Rincorre giorno per giorno i tweet presidenziali o i suoi ordini esecutivi, lasciando così che sia lui a dettare l’agenda? La loro risposta i democratici la danno domani ad Atlanta, al raduno dei 447 delegati nazionali per designare il nuovo presidente del partito. Intanto alla periferia è in corso la rivincita di Bernie Sanders: contea per contea. Emulando il metodo vincente che fu del Tea Party a destra, l’ala sinistra dei dem con organizzazioni capillari come Move.On sta mobilitando la base per fare fuori i vecchi notabili uno alla volta, e conquistare posizioni in tutte le cariche elettive, cittadina per cittadina, quartiere per quartiere, dai consiglieri comunali ai deputati nelle assemble legislative dei singoli Stati. È una lotta che ha un calendario e un traguardo: nel novembre 2018 si vota in tutta l’America per le legislative di mid-term, in palio c’è l’intera Camera e un terzo del Senato. Può essere l’occasione per strappare ai repubblicani almeno uno dei due rami del Congresso, e da quel momento in poi rendere la vita dura a Trump. Ma bisogna prepararsi fin d’ora, avere i candidati giusti, i messaggi convincenti, una strategia positiva. Non basta sognare l’impeachment, denunciare rischi di deriva autoritaria. Una campagna tutta negativa, un referendum su Trump, può finire con una brutta sorpresa come l’8 novembre 2016.
Intanto lui “gioca” coi democratici come ha sempre fatto. Proprio alla vigilia del loro raduno nazionale gli ha lanciato addosso la questione transgender. Ha cancellato un’altra delle riforme di Barack Obama: la possibilità per gli studenti transgender nelle scuole pubbliche di scegliersi il bagno che vogliono, in corrispondenza con quella che sentono essere la propria identità sessuale. È un tema che già agitò la campagna elettorale nel 2016. Per la destra religiosa è un’altra discesa verso gli inferi, verso Sodoma e Gomorra, dopo i matrimoni gay. Hillary Clinton sostenne la decisione di Obama come una scelta di civiltà. Trump non ha principi né valori in questo campo, sui matrimoni gay in passato è stato favorevole (anche per l’influenza della figlia Ivanka). Il suo è un cinico calcolo di aritmetica elettorale. La destra religiosa, a cominciare dagli evangelici e cristiani rinati, è un esercito disciplinato che vota compatto, e lo ha sostenuto. La sinistra che si infiamma e si mobilita sui transgender, rischia di apparire di nuovo come il partito di tutte le minoranze, regalando ai repubblicani la maggioranza silenziosa dei bianchi.
La battaglia per la presidenza del partito democratico è un passaggio importante anche se questa carica non è potente come quella di un segretario di partito europeo. Il chair del Democratic National Committe però ha una funzione organizzativa cruciale, tira le fila della macchina elettorale e si è visto come nel 2016 questo abbia dato un vantaggio a Hillary: le email di WikiLeaks rivelarono le manovre della ex-chair Debbie Wassermann per boicottare Sanders. In più, nell’attesa che comincino a emergere dei presidenziabili per il 2020, il o la presidente del partito diventerà un volto familiare nei talkshow televisivi, un portavoce dell’opposizione. Otto candidati si affrontano domani ad Atlanta, e due sono i favoriti: Tom Perez ex ministro del Lavoro; Keith Ellison deputato del Minnesota. Perez ha ereditato l’appoggio delle stesse constituency che sostenevano Hillary. Ellison invece si pone nella continuità con Sanders, e con la battagliera Elizabeth Warren. Un outsider è Pete Buttigieg, sindaco di South Bend nell’Indiana, appoggiato dall’ex presidente del partito Howard Dean. Ellison in un dibattito alla Cnn mercoledì sera ha sostenuto una linea dura, ha detto che «la questione dell’impeachment è legittima, Trump ha già violato la Costituzione, dobbiamo impedire che usi la presidenza a fini di arricchimento personale». Buttigieg ha denunciato però il rischio di farsi risucchiare in un ruolo di puro contrasto a Trump. «Lui — ha detto Buttigieg — è come un virus informatico che ha contaminato il sistema politico. Dobbiamo combatterlo. Ma guai se riuscirà a dominare la nostra immaginazione ».
Intanto si riaffaccia Obama: ha diffuso una email a tutti i suoi simpatizzanti, perché accettino di far parte dell’indirizzario della sua nuova Ong. Sta aprendo un ufficio a Washington, altri verranno presto a New York e Chicago. Non farà politica gettandosi nella mischia quotidiana. Ma molti andranno a cercarlo, per chiedere consigli a colui che conquistò due volte la Casa Bianca.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
L'uomo alla Casa Bianca degli eurasiatisti italiani "oltre destra e sinistra" prepara la pace nel mondo

Trump: «Supremazia atomica» Mosca: «Nuova guerra fredda»
La Casa Sbianca. E sui militari: «Più risorse al nostro esercito: credo nella pace attraverso la forza»
Simone Pieranni Manifesto 25.2.2017, 23:59
Gli americani la chiamano «nuclear football» o «il biscotto»: si tratta della borsa nera – agganciata perennemente alla mano di un militare che accompagna in ogni luogo il numero uno di Washington – che contiene i codici per lanciare un attacco nucleare. Poco prima dell’elezione di Donald Trump lo stesso Obama aveva chiesto agli elettori se fossero sicuri di voler lasciare questo potere nelle mani del tycoon di New York. In molti avevano sbeffeggiato Obama e chiunque giudicasse Trump un pericolo, perché in fondo, veniva detto, le parole di Donald riguardo la Russia e l’ipotetica amicizia con Mosca sembravano portare a una politica estera meno traumatica di quella messa in atto da Obama e la sua amministrazione.
IL PROBLEMA È CHE TRUMP non è solo imprevedibile, ma è anche intimamente connesso a tutto quel mondo che dice di voler combattere: non sorprende dunque che nel corso di due interventi, un’intervista con la Reuters e un discorso alla «Conferenza annuale di azione politica dei conservatori» Trump abbia detto nell’ordine: che gli Stati uniti devono aumentare il proprio potenziale nucleare e che analogamente gli Usa devono rendere più forte, il più forte di tutti naturalmente, il proprio esercito. Perché, ha specificato Trump, «io credo nella pace ottenuta con la forza». Reazioni molto negative sono subito arrivate da Mosca.
E di sicuro il Cremlino ha da tempo capito l’andazzo: Donald Trump anziché agire diplomaticamente per un mondo pacifico e relazioni paritarie e cordiali, ha chiaramente come obiettivo quello di puntare i suoi «nemici», primi fra tutti l’Iran. E un passaggio intermedio non può che essere quello di «testare» la Russia. Non a caso nei giorni scorsi il presidente ucraino Petro Poroshenko, acerrimo nemico di Putin, si è detto soddisfatto del «ponte» che si starebbe costruendo con gli Usa. Trump dunque non si smentisce e conferma quanto incarna: una volontà dominante da parte degli Usa in campo internazionale, benché da realizzare in modo differente rispetto al passato, con altre priorità, dipendenti dal gruppo di potere che Trump rappresenta (l’establishment uscito a pezzi dai processi globali).
SUL NUCLEARE, l’intervista di Trump alla Reuters ha presto fatto il giro del mondo. Il capo della Casa bianca, nonostante avesse detto in precedenza di voler ridurre, con un patto con la Russia, gli arsenali atomici, ha spiegato che mantenere gli Usa al «top of the pack», nella posizione più forte, «è una necessità: sono il primo – ha spiegato – che non vorrebbe vedere nessuno, dico nessuno, con la bomba nucleare, ma non rimarremo mai indietro rispetto a un altro paese, anche se si tratta di un paese amico». Questo perché «sarebbe fantastico, sarebbe un sogno che nessun paese avesse le nucleari, ma se invece le hanno, allora noi saremo i più forti».
NON È LA PRIMA VOLTA che Trump si addentra in questo tipo di argomenti: lo scorso dicembre, appena eletto, commentando una dichiarazione del collega russo Vladimir Putin sul rafforzamento delle capacità nucleari, Trump disse che gli Usa «devono rafforzare fortemente ed espandere la propria capacità nucleare fino a quando il mondo non rinsavirà riguardo l’arma atomica».
Gli Usa hanno firmato il trattato di non proliferazione atomica nel 1970: oggi ci sono almeno 15mila testate intatte al mondo, anche se solo circa 3.500 sarebbero schierate. Secondo Bbc, tra attive e inattive, gli Usa avrebbero in dotazione 6.500 armi atomiche, la Russia 7.000.
E PROPRIO MOSCA ha reagito con grande veemenza alle dichiarazioni di Donald Trump: il deputato russo Leonid Slutsky, presidente della commissione esteri della Duma ha specificato che
«Le dichiarazioni di Trump sono motivo di preoccupazione – ha detto Slutsky, citato dal sito Sputnik – se Washington vuole veramente la superiorità in campo nucleare, ci sarà un inevitabile peggioramento della corsa agli armamenti e il mondo tornerà alla guerra fredda». Slutsky ha insistito sulla necessità di mantenere «il principio della parità nucleare», aggiungendo di sperare «che tutto ciò rimanga a livello di retorica e notizie stampa, senza influenzare veri progressi su questa questione a Washington». Slutsky ha poi sollecitato la ripresa al più presto dei colloqui sul futuro del trattato Start-3 per la riduzione delle armi nucleari, firmato da Russia e Stati uniti nel 2010. A questo proposito secondo il presidente statunitense, lo «Start-3» è un «altro cattivo affare in cui è entrato il paese».
L’accordo prevede la riduzione dei vettori strategici su entrambi i lati fino a 700 unità e 1.550 testate nucleari. Entrato in vigore nel 2011 dovrebbe essere rinnovato nel 2021.
Non solo la riforma sanitaria, puntata fin da subito, da Donald Trump. Il presidente sta smantellando tutto il corollario di «diritti civili» che Obama aveva provato a realizzare durante i suoi due mandati: nei giorni scorsi la Casa bianca ha annunciato la fine dei diritti transgender dell’era Obama: cancellate le linee guida antidiscriminazione per proteggere gli studenti transgender.
Ieri inoltre è arrivata la notizia sulle carceri private: ritirato l’ordine di ridurre gradualmente il numero di contratti con gli operatori privati di carceri, ritenendo che impedisca di soddisfare le esigenze della popolazione carceraria.
Analogamente l’amministrazione Trump «applicherà con maggiore forza» le leggi federali contro l’uso della marijuana in quegli stati che l’hanno legalizzato.
ALL’INTERNO È GUERRA AI MEDIA: dopo averli definiti in mattinata «nemici del popolo perché non hanno fonti», Trump ha bandito dalla conferenza stampa con il portavoce Spicer alla Casa bianca i giornalisti di Cnn, New York Times, Los Angeles Times e Politico. Immediata la levata di scudi: per solidarietà Ap e Time non hanno partecipato all’incontro con Spicer.
Il fantasma di Reagan sulla Casa Bianca “Ecco la vera America”
Donald dice di ispirarsi al suo predecessore: ma con le scelte in tema di nucleare e stampa si spinge oltre il modello
FEDERICO RAMPINI Rep 25 2 2017
Vuol essere il nuovo Ronald Reagan. Si spinge ben oltre il modello originale. Donald Trump presenta la sua Dottrina – la destra come Partito dei Lavoratori, il riarmo a oltranza, il nazionalismo avverso al mondo intero – nel giorno stesso in cui la Casa Bianca caccia i giornalisti sgraditi. E’ un’aggressione mai vista in questa Repubblica del Primo Emendamento: che eleva la stampa a Quarto Potere, con libertà quasi totale e responsabilità di controllo sul sistema politico. Via dalla Casa Bianca quella
Cnn che si fece le ossa a Piazza Tienanmen, quando il sogno democratico degli studenti cinesi fu raffigurato con una Statua della Libertà eretta davanti alla Città Proibita. Via dalla sala stampa il New York Times, il Los Angeles Times, Politico. com, Buzzfeed, grandi giornali e nuovi siti online, tutti puniti per avere osato pubblicare nuove rivelazioni sulla Russian-connection, fughe di notizie sullo scontro ai massimi livelli tra il presidente e l’Fbi. La conferenza stampa quotidiana – un atto dovuto per la trasparenza dell’esecutivo, un rito sacro della democrazia americana – diventa il luogo di un arbitrio, la scelta dei giornalisti “buoni”, la cacciata di quelli che non si piegano. C’è anche qui un tentativo di “rifare Reagan”, perché il padre della rivoluzione conservatrice fustigava anche lui i giornalisti liberal, già lui parlava “direttamente” al popolo americano (la sua padronanza della tv sostituiva il ruolo di Twitter per Trump), e voleva bucare la “bolla liberal di Washington” della quale secondo lui i giornalisti erano parte. La maggioranza silenziosa lo riveriva, lui la nutriva della sua “verità alternativa”.
Che il modello ideale sia Reagan, è lo stesso Trump a teorizzarlo, citando spesso il suo presidente favorito. I suoi collaboratori avevano scaldato la platea del Cpac (importante raduno annuo degli ultra- conservatori) preannunciando proprio un discorso “reaganiano”. In parte c’è stato davvero.
L’avvento dell’ex governatore della California alla Casa Bianca nel 1981 fu una svolta storica, spostò in modo durevole i rapporti di forze (l’America dovette aspettare 12 anni prima di rivedere un presidente democratico), impresse un’egemonia culturale neoliberista che per certi versi domina tuttora. Trump parte da una base di consenso molto più ridotta ma ha spiegato ieri come consolidarla: facendo della sua destra populista il Partito dei Lavoratori, cementando in modo stabile la fedeltà dell’elettorato operaio, di tutta quella middle class bianca che ritiene di avere finalmente trovato il suo difensore. E’ un’operazione che iniziò proprio negli anni Ottanta quando apparve il fenomeno dei “Reagan democrats”, operai di sinistra che improvvisamente si riconoscevano nel vecchio cowboy, nella sua Bibbia, nelle sue armi, nel linguaggio duro contro l’Unione sovietica di allora, l’Impero del Male. Dove Trump lo segue, o lo scimmiotta, è nel riproporre una logica da Guerra fredda: promette un riarmo senza precedenti, vuole che la superiorità militare americana (già oggi incontestata) diventi soverchiante più che mai. E se agli altri Paesi – alleati inclusi – questo non sta bene, peggio per loro. Non sono stato eletto come presidente mondiale, io rispondo solo a voi americani, ha detto chiaro e tondo.
E qui cominciano ad apparire le differenze con Reagan. Non c’è più in Trump neppure la finzione di un’egemonia neoimperiale basata su un sistema di valori. Da Woodrow Wilson a Franklin Roosevelt, da John Kennedy a Reagan fino a Obama, pur fra mille contraddizioni c’era lo sforzo di basare una leadership planetaria degli Stati Uniti non sulla pura forza militare ma anche su valori condivisi, comunanza d’interessi almeno in campo occidentale, almeno con gli alleati. Trump va fino in fondo nella sua logica del neo-nazionalismo: straccia il libero scambio, le frontiere aperte, cui invece Reagan era attaccato. E’ convinto che il trinomio fra protezionismo commerciale, boom della spesa bellica, chiusura all’immigrazione, possa cementare a lungo la fedeltà dei lavoratori bianchi verso di lui. E’ una dottrina troppo semplificata. Dovrà fare i conti con le resistenze internazionali non appena passerà dalle parole agli atti: la Cina prima ancora della Russia. Dovrà per forza incrociare nel corso della sua presidenza qualche turbolenza economica, alla quale non sembra preparato. E soprattutto tradisce un handicap rispetto al suo modello ideale. Reagan era convinto della sua capacità di persuasione, perciò non aveva bisogno di mettere il bavaglio a tv e giornali. Cercò di incantarli, ipnotizzarli, addomesticarli; quando il gioco non gli riusciva, passava ai lazzi e ai rimbrotti. Però era convinto che la libertà fosse una forza dell’America, non un fastidioso privilegio da estirpare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Iscriviti a:
Post (Atom)



























