mercoledì 1 marzo 2017

Per il suprematismo occidentale e liberale: l'establishment intellettuale della Sinistra Imperiale agita il ricatto di Weimar e si mobilita contro i "populismi" dopo averli generati



Come impedire il secondo declino dell’Occidente 

Le nostre coordinate politiche, culturali e spirituali sono in crisi proprio come un secolo fa Ma abbiamo capito davvero la lezione del passato?

ANGELO BOLAFFI Rep 28 2 2017
«Dopo il lungo trionfo dell’economia cosmopolitica e dei suoi interessi sulla forza politica creatrice, l’aspetto politico della vita dimostrerà di essere, malgrado tutto, più forte. La spada trionferà sul denaro. (…) La storia ha sempre sacrificato la verità e la giustizia alla potenza, alla razza, condannando a morte gli uomini e i popoli per i quali la verità è stata più importante dell’azione e la giustizia più essenziale della potenza»: con queste parole un secolo fa Oswald Spengler annunciava il “Tramonto dell’Occidente”. L’opera terminata alla fine del 1917 e apparsa l’anno successivo segnò un’epoca e come già nel 1920 aveva pessimisticamente previsto Benedetto Croce produsse «follie, debo-lezze e danni materiali e morali». Oggi l’apocalittica profezia spengleriana sembra aver trovato una nuova, sorprendente attualità. Siamo dunque alla vigilia di un secondo “declino dell’Occidente”? Secondo lo scrittore indiano Pankaj Mishra, autore del saggio Age of Anger: A history of the present, sembrerebbe proprio di sì. Nonostante la realtà di un mercato globale che è più alfabetizzato, interconnesso e prospero che in qualunque altro momento della storia «ci ritroviamo a vivere in un’era di rabbia, con leader autoritari che manipolano il cinismo e lo scontento di masse furiose». E, se è vero che la crisi attuale è causata «dalla irruzione dell’irrazionale », a spiegarla non bastano neppure i fallimenti di un capitalismo globale «primo fra tutti la promessa mancata di garantire il benessere». Per questo le «élite del mondo politico, degli affari e dell’informazione sono confuse e disorientate» e barcollano tra “un’incerta indignazione” per la “politica della post-verità” e una ingenua denuncia del “nuovo nazionalismo”. Per decifrare i comportamenti politici bisogna esaminare i sentimenti delle masse e «ancorare il pensiero nella sfera delle emozioni». Serve Rousseau più di Kant, la religione più del calcolemus economico, la psicologia delle masse più dell’analisi concreta della situazione concreta perché «per orientarci un minimo dobbiamo, soprattutto, essere più precisi nelle questioni dell’anima».
Dunque, invece di rifondare le istituzioni politiche, riformare le società, governare i processi di globalizzazione economica, basterà chiedere consiglio allo psicoanalista? O, invece, pur consapevoli delle contraddizioni immanenti al “progetto del Moderno” dovremo lavorare alla sua evoluzione in direzione di quella “seconda Modernità riflessiva” auspicata da Ulrich Beck? Proviamo allora a ragionare e soprattutto a ricordare. Un sommovimento geopolitico di portata planetaria sta mettendo in discussione le coordinate culturali e spirituali dell’Occidente: la globalizzazione economica ha provocato una vera e propria “ribellione delle masse” su scala globale che alimenta la crescita apparentemente inarrestabile di movimenti populisti. L’ordine mondiale si ritrova in una crisi che Jacob Burckhardt nei sui Considerazioni sulla storia universale aveva chiamato crisi autentica: «il processo mondiale assume d’un tratto una rapidità spaventosa: evoluzioni che solitamente necessitano di secoli sembrano dileguarsi come fugaci fantasmi in mesi e settimane ». Il mondo nato un 9 novembre, quello del 1989, giorno in cui con la caduta del Muro di Berlino si era dissolto l’ordine deciso dalla Seconda guerra mondiale, è finito sempre un 9 novembre: quello del 2016 quando Donald Trump è diventato il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti mettendo fine, ci si passi il bisticcio di parole, alla “fine della storia”. Il risultato delle elezioni americane è stato l’epilogo spaesante di uno slittamento tettonico che in precedenza aveva riguardato società e opinioni pubbliche dell’intera Europa: dalla Spagna alla Turchia. E ha conosciuto con la Brexit la sua manifestazione più clamorosa. L’Inghilterra sembra intenzionata a rinnegare i principi del costituzionalismo liberale e cosmopolitico – secondo Theresa May «chi si ritiene cittadino del mondo è in realtà un cittadino di nessun posto» – e persino del liberismo economico di cui quel Paese era stato anche dal punto di vista ideologico fervente sostenitore. E l’attuale presidente americano che usa accenti “no global” a sostegno del protezionismo e dell’autarchia culturale economica è esponente dello stesso partito di Ronald Reagan che, in un lontano giorno del 1987 a Berlino, aveva esortato Gorbaciov ad «aprire questa porta e abbattere questo Muro».
Difficile non temere che stia franando il fondamento sul quale ha poggiato dalla fine del secondo conflitto mondiale l’Occidente inteso non come mera categoria geografica e neppure solo come dimensione geopolitica, ma come sistema di valori etico-spirituali e come rappresentazione di una specifica idea dei diritti politici di libertà e di democrazia. Lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, appare oggi nel segno di quello che i francesi chiamano il dégagisme: un desiderio di “rovesciamento totale” coniugato, ma la contraddizione è solo apparente, con una forte richiesta di autorità. Qualcosa di analogo accadde negli anni ’20-’30 del secolo scorso, quando la Grande Guerra mise fine, anche allora, ad un ciclo di globalizzazione economica e alla spensierata fiducia della belle époque. In tutta l’Europa si diffuse un radicale disprezzo nei confronti della democrazia rappresentativa, un ve- ro e proprio disgusto verso la ragione illuministica. La storia, indecifrabile alla ragione, venne presentata come un tragico destino: l’Europa assistette impotente alla “distruzione della ragione”. In particolare alla fine dell’età guglielmina e poi nella repubblica di Weimar si affermò l’egemonia della Kulturkritik – un mix di timore nei confronti della democrazia rappresentativa, isteria da decadenza e odio razziale che spianò la strada al nazionalsocialismo – cara agli esponenti della cosiddetta “rivoluzione conservatrice” quali Moeller van der Bruck, Hans Freyer, Ernst Jünger, Ernst Niekisch, Martin Heidegger.
Anche allora tornò al centro del dibattito il tema della sovranità dello Stato sollevata in modo clamoroso nel 1922 dal saggio di Carl Schmitt Teologia politica, il cui incipit «sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione» fece epoca. Mentre, invece, inascoltata restò la saggia esortazione profeticamente attuale di Hans Kelsen che suggeriva di sbarazzarsi di quella categoria: «il concetto di sovranità dev’essere radicalmente rimosso, è questa la rivoluzione della coscienza culturale di cui abbiamo per prima cosa bisogno».
Lo storico ebreo-tedesco Fritz Stern scomparso nel maggio dello scorso anno esaminando le nuove, laceranti contraddizioni della società e della politica in America, Paese dove si era rifugiato negli anni ’30 per sottrarsi alla persecuzione hitleriana, con accenti molto preoccupati e pessimisti, aveva pronosticato l’avvento di “nuova età della paura” nel mondo occidentale. Con la sensibilità sismografica dell’animo di chi ha conosciuto l’esilio, Stern aveva messo in guardia sulle pericolose conseguenze politiche che il Kulturpessimismus avrebbe potuto avere sulla politica americana: una previsione la sua che si è puntualmente verificata. Resta ovviamente la questione fatidica del “che fare?”.
Questo il tema discusso in un simposio tenutosi a Francoforte in sua memoria qualche giorno fa al quale hanno partecipato Jürgen Habermas, gli storici Norbert Frei e Jürgen Osterhammel e l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, che ha ribadito un concetto caro a Fritz Stern. E cioè che «quello che accadrà dipende da noi»: proprio la memoria della barbarie nazista («sappiamo come allora è finito il film» ha sottolineato Fischer) ci obbliga a opporci a che si avveri nuovamente la profezia di un “secondo declino dell’Occidente”.
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I salari medi in Cina sono in crescita esponenziale






Il doppio standard dei "liberali" all'italiana: vedono lo stato d'eccezione altrui, mai quello del totalitarismo anglosassone





Il fiuto politico dei sovranisti eurasiatisti italiani "oltre destra e sinistra" non pare superiore a quello dei Liberal










Va detto che cresceva anche con Vendola nero. E infatti non c'era bisogno di prendere posizione tra i due [SGA].

Barone: «Gli eccessi di Trump? Distinguete stile e la sostanza ... Corriere

Trump, Difesa da record 54 miliardi di spesa in più Tagli agli aiuti all’estero 

Colpite le agenzie per l’ambiente e il sostegno allo sviluppo Ma servirà l’ok anche di parte dei democratici al Congresso
FEDERICO RAMPINI Rep
«La mia America ricomincerà a vincere le guerre». Donald Trump mantiene la promessa: il suo riarmo non è solo uno slogan. +54 miliardi di stanziamenti alla Difesa, un aumento del 10% della spesa militare: è un record storico in tempi di pace, avendo lui ereditato da Barack Obama il rimpatrio di quasi tutte le truppe dall’Afghanistan e dall’Iraq. Per non sfasciare l’equilibrio dei conti pubblici, quei soldi arriveranno da altre voci di bilancio: le più colpite sono l’agenzia per l’ambiente e gli aiuti allo sviluppo. È un’America che si ripiega bellicosamente su se stessa, vuole essere più sicura non spegnendo le ragioni dell’instabilità mondiale e i focolai di futuri conflitti, ma armandosi più che mai fino ai denti.
La logica la spiega Trump in un discorso ai governatori repubblicani, 24 ore prima il suo intervento al Congresso in seduta congiunta (stasera tardi, nella notte italiana). «Questo bilancio — dice Trump — realizza la promessa che ho fatto in campagna elettorale, di mantenere gli americani più sicuri. Include uno storico aumento della spesa per la difesa, con cui ricostruiremo la forza militare che era stata indebolita. È un messaggio al mondo sulla forza e la determinazione dell’America. Dobbiamo ricominciare a vincere le guerre. Quando ero giovane, al liceo e all’università, la gente diceva che noi non avevamo mai perso una guerra». È singolare il richiamo agli anni della sua giovinezza. Da un lato perché contiene un ennesimo falso — negli anni Cinquanta l’America non riuscì a vincere la guerra di Corea che finì in un brutto pareggio dalle conseguenze interminabili; negli anni Sessanta fu sconfitta in Vietnam. D’altro lato perché quando era studente universitario Trump come molti figli di privilegiati evitò di andare al fronte in Vietnam lasciando che a rischiare la vita andassero i non raccomandati.
È innegabile che il boom di spesa per il riarmo sia un’altra promessa mantenuta. In campagna elettorale Trump aveva dato anche i seguenti numeri: aumentare di 50.000 soldati le truppe dell’esercito di terra (dai 490.000 attuali) e di 12.500 i marines. Aveva promesso inoltre la costruzione di 75 fra navi e sottomarini, e l’acquisto di 100 cacciabombardieri per arrivare a 1.200. Ha annunciato anche costosi investimenti per l’ammodernamento dell’arsenale nucleare. Ora è arrivato il conto. La proposta di super-budget della difesa dovrà passare al vaglio del Congresso, con un iter non semplice perché bipartisan. È in vigore infatti da cinque anni una sorta di «austerity automatica» che impone tagli fissi e indifferenziati a tutte le voci della spesa pubblica federale, inclusa quella militare. Gli automatismi furono il frutto di un compromesso fra Barack Obama e la maggioranza repubblicana, per sbloccare l’impasse quando la destra aveva condotto alla paralisi il bilancio pubblico. Per smontare quel meccanismo, e consentire il boom di spesa bellica, ci vorrà una maggioranza qualificata e quindi un consenso almeno di una parte dell’opposizione democratica. Quest’ultima non può condividere i tagli all’ambiente. Tra le voci di spesa che Trump vuole sacrificare per reperire fondi per il Pentagono, c’è l’Environmental Protection Agency. Anche qui mantiene una promessa, quella di smantellare le riforme con cui Obama puntava a raggiungere gli obiettivi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico. L’opposizione può ricordare che lo stesso Pentagono mette il cambiamento climatico tra le minacce strategiche per la sicurezza degli Stati Uniti, sia per i rischi di nuovi conflitti legati alla scarsità dell’acqua in alcune zone del mondo, sia per gli esodi di “rifugiati climatici” provocati da calamità ambientali. Anche gli aiuti allo sviluppo dovrebbero aiutare la prevenzione dei conflitti, anziché intervenire ex post con le armi. La risposta di Trump è nota: lui punta il dito verso un mondo nel caos, come conferma che le ricette di sinistra hanno fallito. L’impronta populista del suo progetto di bilancio è confermata da una non-notizia: zero tagli al Medicare (sanità pubblica per gli anziani) e alla Social Security (pensioni), che sono le due voci più grosse della spesa, ma sono anche due vacche sacre dell’anziano elettorato repubblicano.
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Tra realisti e falchi le due anime della Casa Bianca McMaster e Mattis spingono Donald a cercare sostegni al centro, Bannon e Miller rifiutano ogni compromesso Gianni Riotta Stampa 1 3 2017
Il libro più letto a Washington per decifrare la presidenza di Donald Trump è stato scritto 20 anni fa, si intitola «Dereliction of Duty», abbandono del proprio dovere, e lo ha compilato come tesi di laurea il generale H. R. McMaster, oggi Consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. Schizzato in testa alle classifiche su Amazon per l’editore HarperCollins, il manuale di teoria militare capovolge la tradizionale critica storica alla guerra in Vietnam. 
Dsempre si accusavano i civili, Kennedy, Johnson, McNamara, Kissinger, di aver ficcato il paese in una tragedia, mentre i militari si sacrificavano invano nelle risaie. McMaster mette invece sul banco degli imputati, con durezza, proprio i generali. Toccava a loro, argomenta, spiegare ai Presidenti che la strategia era sbagliata, obbedirono in silenzio per conformismo e carrierismo, tradendo così il proprio dovere.
Tra duri e moderati
La tesi di McMaster è compulsata con l’occhio non alla Washington di mezzo secolo fa, ma a quella del 2017. Il duro McMaster saprebbe dire di no, se servisse, a Trump, come i suoi colleghi non seppero fare? Nei corridoi del potere, dai think tank Brookings e Carnegie, all’Università di Georgetown, tra i reporter ribelli di Breitbart alla loro nemesi del «New York Times», tra gli scranni del Congresso, McMaster appare come l’uomo che, per ruolo e carattere, potrebbe invitare il Presidente a non eccedere in foga irruenta. Dietro di lui potrebbero muoversi il segretario di Stato Rex Tillerson, il ministro del Tesoro Steven Mnuchin, il ministro della Difesa James Mattis detto «cane rabbioso», con i due Stephen, i militanti consiglieri populisti Bannon e Miller, a caricare invece Trump da leader di un’agenda protezionista in casa e oltranzista nel mondo. Il capo di gabinetto Reince Priebus e il vicepresidente Mike Pence sarebbero i mediatori tra le fazioni, con Priebus più vicino ai falchi e Pence ai moderati.
Che per vaticinare la strategia di Trump ci si affidi a un arcano testo accademico, prova quanto il neo presidente abbia sconvolto le analisi classiche della politica Usa, con alleati di partito e nemici giurati dell’opposizione che stentano, allo stesso modo, a decifrarne la rotta. Il Presidente aveva in programma di parlare ieri sera al Congresso, difendendo la scelta di puntare su un bilancio della Difesa che aumenta la spesa militare di 54 miliardi di dollari (cambio euro dollaro 1,06), tagliando altri capitoli di spesa, dagli aiuti ai Paesi terzi al bilancio del ministero degli Esteri, stralciato del 30%.
No a visioni apocalittiche
Trump è stato pressato dai moderati per presentare un quadro meno apocalittico dell’economia, anche perché le Borse vanno bene, scommettendo sulla spesa per il Pentagono e le infrastrutture pubbliche, oltre ai tagli fiscali, per cittadini e aziende, annunciati in campagna elettorale ma non ancora definiti. Colpite solo le compagnie come Walmart, la catena di supermercati, che puntando sulle importazioni temono di dovere alzare i prezzi di prodotti popolari che i consumatori pagheranno più cari. Il Presidente lascerà sulle spalle di Obama il peso «del caos che ho ereditato», ma senza adottare i toni lacrime e sangue del discorso dell’inaugurazione, quando Bannon dettò il titolo «carneficina americana».
Le poche settimane di governo hanno dimostrato al focoso Donald Trump quanto aspro sia il mestiere del Presidente. Il decreto contro l’emigrazione da sette Paesi a rischio terrorismo langue in tribunale, le svolte su Cina e Medio Oriente sono rientrate dopo nette reazioni diplomatiche, la tattica protezionista ha bocciato il patto asiatico di commercio Tpp che esisteva però solo sulla carta ma non avanza contro il Messico, le riforme fiscali e gli investimenti sulle opere pubbliche sono ostaggio dei repubblicani conservatori che detestano allargare il debito pubblico. Trump aveva prima giustificato le spese con tagli paralleli, poi ha parlato di coprirli con «la ripresa economica».
Il carattere del Presidente, con i tweet dell’alba irati, lo porta a fiancheggiare i militanti Bannon e Miller, ma la smania di vincere lo rende cauto e, come tante volte da costruttore a New York, farà marcia indietro se necessario. Nei Big Data e sondaggi di popolarità Trump resta amatissimo dalla base repubblicana, ma non guadagna consenso tra indipendenti, centristi, democratici. Le due ali trovano quindi forza ai propri opposti argomenti, Bannon sostiene che unire gli elettori è la sola strada in una America spaccata, i rivali sostengono che non si può governare in un clima di campagna elettorale perenne.
Dai toni di Trump della notte appena trascorsa capiremo meglio chi ha il vantaggio tattico alla Casa Bianca. Silicon Valley attende i fondi della spesa militare, le aziende tecnologiche tagli fiscali per riportare capitali in patria e i governi stranieri, alleati o nemici, l’ultima manovra diplomatica. Solo da qui al G7 estivo sarà pero chiaro chi avrà saputo dire di no al Presidente, e a chi il presidente Trump avrà invece voluto dire di sì.
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Il Cremlino teme il riarmo degli Usa e vuole diventare mediatore in Libia Mosca: reagiremo. Domani il presidente Sarraj da Putin Anna Zafesova Stampa 1 3 2017
La Russia «non potrà fare altro che reagire», se Donald Trump decidesse di aumentare le spese militari. Lo ha sostenuto il presidente del comitato per gli affari Esteri della Duma, Leonid Sluzky, nel corso di una tavola rotonda sulle relazioni russo-americane che si è tenuta al Parlamento russo e che ha messo in evidenza lo scarso ottimismo di Mosca al riguardo. Il viceministro degli Esteri Serghey Ryabkov ha certificato lo stato della fiducia reciproca tra i due Paesi a «sotto zero», e che i «nostri nemici nel Congresso» cercano di chiudere la Russia nella morsa di un «assedio economico». Rimane la speranza di una mossa decisiva del nuovo presidente americano, con l’abolizione delle sanzioni, ma Ryabkov ha ammesso di «non farsi illusioni» e di «giudicare solo dai fatti».
L’aumento delle spese militari prospettato da Washington equivale a circa l’80% di tutte le spese belliche russe, e l’incremento dell’arsenale nucleare americano prospettato da Trump incrinerebbe l’equilibrio strategico che Mosca fatica già a sostenere. In attesa di vedere confermati, o smentiti, gli scenari di una svolta nei rapporti con Washington, Vladimir Putin è impegnato in un tour nell’Asia Centrale ex sovietica, dove uno degli argomenti principali era il mantenimento delle basi militari russe. Ma la partita più delicata si sta giocando ora in Libia, dove la Russia conta di diventare un player cruciale. Dopo la firma, qualche giorno fa, di un accordo di cooperazione tra la statale Rosneft - guidata dal fedelissimo del presidente Igor Sechin, uno degli uomini chiave nella diplomazia del Cremlino - e la compagnia petrolifera libica Noc guidata da Mustafa Sanalla: una mossa cruciale per accedere ai giacimenti libici, e per permettere ai russi di riconquistare influenza e investimenti perduti con il rovesciamento di Gheddafi. E buona parte dei pozzi libici si trovano nel territorio controllato dal generale Khalifa Haftar, che ormai si posiziona apertamente come «l’uomo di Mosca».
Il Cremlino punta a diventare il mediatore chiave nella crisi libica, e domani il leader del consiglio presidenziale libico, Fayez al-Sarraj, dovrebbe volare a Mosca. Secondo l’inviato speciale russo per Medio Oriente e Africa e vice ministro degli Esteri, Mikhail Bogdanov, i colloqui saranno incentrati sulla «necessità di costruire un dialogo significativo» e sanare il conflitto tra Tripoli e Tobruk. Molti osservatori traducono questa frase come un tentativo di Mosca - dopo il fallimento del negoziato patrocinato dal Cairo - di trovare un compromesso per far entrare nel governo riconosciuto di Tripoli Haftar, che però viene visto da molti in Occidente come un alleato di Putin. Il monito del ministro della Difesa britannico Michael Fallon, «l’orso non deve mettere le sue zampe» in Libia, riassume i timori di un altro pezzo del Mediterraneo, dopo la Siria, che cade sotto l’influenza di Mosca. Haftar ha visitato la capitale russa due volte, e a gennaio è salito a bordo della portaerei russa Admiral Kuznezov a Tobruk, per una videoconferenza con il ministro della Difesa russa Serghey Shoigu, durante la quale, secondo Al Jazeera, avrebbe promesso ai russi due basi militari a Tobruk e Bengasi. In questo caso Putin potrebbe contare su un asse di alleati arabi laici e autoritari - Assad in Siria, Haftar in Libia e al Sisi in Egitto - che ricostituiscono un pezzo del tradizionale risiko sovietico, rinforzato dai contratti petroliferi e dalle forniture di armi russe.
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Usa-Russia corsa al riarmo  Il super budget di Trump per la Difesa incrina l’asse con il CremlinoPer aumentare i fondi ai militari prospettati tagli del 37% al Dipartimento di Stato e all’Agenzia per gli aiuti FEDERICO RAMPINI Rep 1 3 2017
«DOBBIAMO ricominciare a vincere le guerre ». Così Donald Trump giustifica il boom della spesa militare, quei 54 miliardi aggiuntivi al Pentagono, il 10% di aumento degli stanziamenti bellici, un record storico in tempo di pace. Ma quali guerre vuole «ricominciare» a vincere, tenuto conto che Barack Obama gliene ha lasciate in eredità così poche? I “rimasugli” di Afghanistan e Iraq, più gli interventi “chirurgici” giustificati in chiave anti-terrorismo e per lo più affidati a droni o commando, reparti speciali, poche migliaia di uomini? Perché lanciare un riarmo generalizzato, con massicci aumenti di forze armate, di navi e di cacciabombardieri, più un ambizioso programma di ammodernamento degli arsenali nucleari? Tutto questo, poi, con una presidenza dichiaratamente isolazionista, un Trump che dice in modo sprezzante: «Rispondo solo agli americani, non sono stato eletto dal resto del mondo, non esiste una bandiera mondiale né un inno mondiale». America First, il suo slogan elettorale, lui lo ha spesso declinato in questo modo: smettiamola di andare in giro per il mondo a raddrizzare torti, a fare i gendarmi, a spegnere conflitti altrui, occupiamoci di ricostruire un’America a pezzi. Tanto che l’aumento delle spese belliche sarebbe compensato da un taglio del 37% a Dipartimento di Stato e Usaid (l’agenzia per gli aiuti all’estero). Ma America First è uno slogan che indica anche uno strappo con una tradizione neo-imperiale che in chiave aggressiva o progressista ha unito Wilson e Roosevelt, Nixon e Reagan, Kennedy e Obama. Ma allora perché il riarmo a tutto campo? Quale nuova guerra fredda ha in mente Trump?
Una spiegazione è di tipo elettorale. Trump si vanta di avere avuto consensi plebiscitari nelle forze armate. Gli conviene curarsi la simpatia di quelle “tute mimetiche” che sono state a lui favorevoli quanto i colletti blu. Poi c’è l’ideologia nazionalista, il vero collante delle sue politiche. America First si concilia con una deterrenza a 360 gradi, che scoraggi qualunque nemico dell’America dal tentare manovre ostili. E qui colpisce la discrezione nelle reazioni dalle due capitali più coinvolte, Mosca e Pechino.
Vladimir Putin forse si sta chiedendo se sia stato un buon investimento favorire l’elezione di Trump. Quando a Mosca qualche esponente di secondo piano dice «risponderemo al riarmo Usa», scatta il paragone con l’epoca Reagan-Gorbaciov: oggi come allora, Mosca non ha un’economia in grado di sostenere spese militari come quelle americane. Una delle ragioni per cui l’Urss andò al collasso fu lo sforzo per tener dietro al riarmo reaganiano. In questo caso sarebbe Trump a “vedere il bluff” di Putin, che ha saputo recuperare influenza geostrategica negli ultimi anni, ma si regge su un’economia debolissima. Usando dati Onu, il Pil della Russia è inferiore a quello dell’Italia o della Corea del Sud, poco superiore a quello della Spagna. È un miracolo che Mosca riesca ad apparire come una superpotenza alla pari della Cina quando invece il suo reddito nazionale è una modesta frazione di quello cinese.
In quanto alla Cina, i suoi bilanci militari in effetti stanno crescendo a ritmi “trumpiani”, anzi ben superiori al 10% annuo, e da molti anni. Nonostante questo, il livello tecnologico e la proiezione globale delle forze armate cinesi resta molto indietro. La retorica militarista di Trump è basata sull’assunto che le forze armate della prima superpotenza mondiale siano state “debilitate” dalla cura Obama. In realtà gli esperti continuano ad assegnare agli Stati Uniti una forza bellica che è superiore a quella delle cinque o sei potenze successive addizionate fra loro (e queste includono ovviamente Cina e Russia).
Debilitata? In passato, soprattutto negli anni Settanta (Vietnam) e all’inizio del nuovo millennio (Afghanistan, Iraq) si fece strada la teoria dell’overstretch. Questa teoria ammoniva sul rischio di una dilatazione eccessiva dell’impero americano, fino a raggiungere dimensioni e costi insostenibili rispetto alla capacità dell’e- conomia Usa. La teoria dell’overstretch si arricchiva di paragoni storici con altri imperi, da quello romano a quello britannico. Altre interpretazioni indicavano che le guerre perse dall’America (Vietnam, in parte anche i risultati disastrosi dell’invasione in Iraq) non lo sono state per mancanza di risorse militari, bensì per errori politici. Un detto riassume la trappola in cui si caccia chi ha un esercito troppo più forte di tutti gli altri: quando l’unico strumento che hai in mano è un martello, tutti i problemi ti sembrano chiodi.
L’ideologo che ispira Trump, Stephen Bannon, ha preso la sua visione del mondo da un libro del 1997, “The Fourth Turning: An American Prophecy”, il cui autore Neil Howe fu consultato da Bannon per la produzione di un documentario. Libro apocalittico ma non nel senso religioso, propone una visione della storia americana (e mondiale) con grandi cicli di Rinascite e Distruzioni, guerre ineluttabili seguite da ricostruzioni economiche ed anche etico-politiche. Oggi secondo Howe ci sono le condizioni per il prossimo ciclo catastrofico, la Quarta Svolta, che potrebbe includere anche un nuovo conflitto mondiale. La lettura “dark” che ne dà Bannon fornisce una chiave possibile per il riarmo di Trump: il mondo è un caos, l’America è circondata di nemici, oltre a elevare Muri di ogni genere, è meglio che a guardia delle fortificazioni ci sia una potenza spaventosa.
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Volpi del Tavoliere e altri esseri animati








Bersani difende D’Alema “Regista della scissione è Renzi” 

L’ex segretario del Pds: da Matteo stupidaggini. Emiliano cerca voti “non Dem” Orlando tesse la tela: dopo industriali e sindacati, contatti anche con Prodi 

Carlo Bertini Stampa
Pierluigi Bersani non ci sta a passare come quello che regge la coda a Massimo D’Alema, con il quale peraltro ha ripreso a parlarsi dopo anni di grande freddo. È pure in questa chiave che va letta la difesa d’ufficio fatta ieri dall’ex segretario. Nella querelle giornaliera tra Pd ed ex Pd tiene banco lo scontro su D’Alema, tacciato da Renzi come il regista della scissione: «Non vorrei alimentare ossessioni», dice D’Alema. «Non c’è nulla di personale tra me e Renzi, questa del fatto personale è una sua guapperia, una stupidaggine, con quella aria che ha. Ha svilito e distrutto il partito». Da Modena alla prima iniziativa di Mdp, Bersani vuole dimostrare di non essersi accodato a “Baffino” e rovescia l’accusa addosso a Renzi:«Renzi adesso ricerca il regista, ma ha fatto tutto lui, la disgregazione di questo partito ha un regista, e questo regista si chiama Renzi».
Emiliano e i voti “non Pd”
La campagna delle primarie entra nel vivo, tutti i leader girano l’Italia: Renzi visita il cantiere del polo scolastico che sorgerà a Cernusco sul Naviglio dopo l’estate anche grazie allo sblocco di risorse del Patto di stabilità, poi incontro privato a Milano con Sala. Emiliano si divide tra tv locali e nazionali, lanciando l’invito ad andare ai gazebo anche a chi non è iscritto al partito: 
«Se qualcuno vuole togliersi Emiliano dai piedi può votare Renzi. Se qualcuno vuole togliersi dai piedi Renzi, però, può votare Emiliano». Orlando dice che è riduttivo dare la croce addosso a D’Alema. Intanto i suoi ex compagni a sinistra si organizzano: oggi saranno battezzati i gruppi parlamentari di Mdp. Al Senato derby tra Doris Lo Moro e Cecilia Guerra per il ruolo di capigruppo, mentre alla Camera potrebbe esserci il primo problema serio, visto che dei 37 deputati, 17 sono ex Sel. E già escono i primi sondaggi: quello di Emg fotografa un Pd al 28% che perde l’1,8%, Mdp, al 3,8% e i grillini che passano in testa come primo partito.
Orlando e i padri nobili
Ma nel Pd sono i due sfidanti di Renzi a prendersi la scena. Massimo D’Alema rivela di aver consigliato a Orlando di uscire dal Pd, «fai un gesto, questo ti darà una grande forza...», aggiungendo caustico, «ma questi ragazzi fanno fatica». Lui, Orlando, vuole far capire di esser diverso da Emiliano. «Prendere i voti anche dai non Dem? Io voglio i voti del centrosinistra, perché non si chiama la gente a votare per qualcuno, ma per qualcosa». Il ministro ha provato a prendersi la scena ieri a Firenze, proprio in quel teatro, l’Obihall, che Renzi aveva usato per aprire l’anno scorso la sua campagna referendaria senza riuscire a riempirlo del tutto. E quindi gli amici del leader erano curiosi di vedere come sarebbe andata la trasferta di Orlando. Neanche a dirlo, a detta dei seguaci del ministro bene, a detta dei renziani un flop, con il teatro semivuoto, con meno di 300 persone sedute in platea: a riprova che parte subito pure la guerra dei numeri che andrà avanti per due mesi. Partito tardi, Orlando è in corsa su tutti i fronti: non solo andandosi a misurare in «casa» del segretario. Ma pure cercando sponde sul versante delle rappresentanze sociali, confindustria, sindacati, associazionismo. Ricollegandosi poi idealmente ai padri nobili dell’Ulivo e del partito Democratico, a cui è legato da anni. A cominciare da Veltroni: del suo Pd Orlando fu il primo portavoce e non c’è da stupirsi se abbia lodato su twitter la sua intervista domenica a Scalfari. Fino a Romano Prodi, con cui Orlando ha preso contatti per sentire come la pensa, senza voler per questo tirare dalla propria parte la figura del professore.  BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI


È già rissa a sinistra D’Alema attacca “Picchiatori nel Pd” La replica: solo odio 
Oggi i gruppi Dp, lite anche sui posti in aula Orlando: “Dem a rischio se si lotta nel fango”

Rep
Un braccio di ferro sui posti in aula tra Pd e Dp. Gli scissionisti ex dem ed ex vendoliani vorrebbero sedersi all’estrema sinistra dell’emiciclo di Montecitorio ma il Pd non vuole mollare l’ala sinistra e sarebbe disposto piuttosto a lasciare ai fuoriusciti gli scranni più a destra. Questioni simboliche, insieme a quelle molto concrete degli uffici da potere utilizzare. A Palazzo Madama i 13 senatori Dp hanno chiesto 95 metriquadrati al Pd. Stamani saranno presentati i nuovi gruppi. 38 i deputati, capogruppo forse Francesco Laforgia, ex segretario milanese del Pd che costruì l’operazione politica dell’elezione di Giuliano Pisapia a sindaco di Milano.
Ma cresce un clima da rissa. Massimo D’Alema risponde a Renzi che lo ha accusato di essere l’artefice della scissione: «È stato il rottamatore a rompere tutto, non certo noi. Ha svilito l’ispirazione ideale e politica del Pd. Per creare una grande forza di centrosinistra deve essere ridimensionato il suo ruolo». E ha aggiunto, in un’iniziativa pubblica a Genova: «Il Pd è diventato un partito in cui ci sono gruppi di picchiatori e mazzieri, che guai se osi criticare il capo...».
Oggi si chiude il tesseramento: con questi iscritti si va al congresso. Al Nazareno fanno sapere che sarà in linea con i dati del 2015: circa 400 mila tessere. Renzi lo celebra oggi a Firenze e annuncia: «Non mi piacciono i troll, preferisco il trolley con cui riprenderò a girare l’Italia». Invita tutti a stare sereni e a «parlar dell’Italia, di futuro, delle periferie e non di antipatie». Ma Michele Emiliano chiede ai no dem di votare ai gazebo per lui per mandare ko Renzi. E pensa di inserire nel suo programma l’abolizione totale dei vitalizi per i parlamentari come - dice - nella Costituzione cubana. Mentre Andrea Orlando, l’altro sfidante, ieri a Firenze a un’iniziativa organizzata da Elisa Simoni, cugina di Renzi ma orlandiana: «Siamo arrivati qui con candidati che non si risparmiano colpi. Il Pd rischia di non sopravvivere a una lotta nel fango e quindi ho ritenuto importante mettermi in gioco». Interviene anche la vicesegretaria Debora Serracchiani: «Riusciranno Emiliano e Bersani a stare almeno 24 ore senza parlare di Renzi? Senza gridare il loro odio personale?».
( g. c; m. p) ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Tanti fan ma anche mugugni Bersani debutta nell’Emilia rossa “Renzi il regista della scissione” 
L’ex segretario lancia il nuovo soggetto alla Polisportiva Modena Est: “Quanta bella gente”. E rassicura Gentiloni: non tema noi

SILVIA BIGNAMI Rep
«Renzi non sia umile. Non si butti giù. Il regista della scissione è lui. Ha fatto tutto lui. Il regista si chiama Matteo Renzi ». Non è un sorriso bonario quello che Pierluigi Bersani, dal palco di Modena, riserva all’ex premier, davanti alla sala da ballo all’interno della Polisportiva Modena Est, sormontata dalla grande sfera stroboscopica delle discoteche degli anni 80 e tappezzata dai manifesti delle serate del liscio. Profonda pianura padana. Sala piena di oltre cinquecento fuoriusciti convintissimi di andarsene dal Pd. Quasi mille per gli organizzatori. Anche se fuori, tra gli anziani che sorseggiano caffè mentre osservano gli “scissionisti” assieparsi per ascoltare l’ex segretario Pd, serpeggiano soprattutto critiche a chi se ne va: «Tutti manovrati da D’Alema. E dire che è quello che ha buttato giù anche Prodi». Nessuno però vuole entrare a protestare: «Ce ne andiamo, non vogliamo nemmeno vederlo Bersani ».
È la fotografia di un partito spaccato e un po’ incattivito. Che fa fatica a capirsi, e che forse non ne ha più nemmeno una gran voglia. Si capisce anche dagli applausi, più aspri quando si parla dell’ex segretario Pd. Dalla prima fila dove siede anche l’ex ministro Vincenzo Visco - che insieme a Bersani ha fondato Nens, la rivista economica alla quale è dedicata anche la raccolta fondi della serata - fino alle ultime file. In sala gruppetti arrivati da ogni provincia emiliana. Tanti tutti insieme, anche se la scissione non è decollata in Emilia Romagna, a cominciare da Bologna, dove nessun dirigente ha lasciato il Pd. Eppure Bersani sorride: «Ce ne siamo andati perchè ci siamo resi conto che il Pd a trazione renziana non era in condizioni di organizzare un campo largo di centrosinistra. E senza questo campo largo si va a sbattere contro un muro» aizza sin dalla prima frase. Quindi la scissione. Non era possibile andare avanti, insiste l’ex segretario, «anche se fino all’ultimo abbiamo provato a riprendere la situazione per i capelli». Alla fine ne è valsa la pena, sembra pensare: «Molta gente mi dice ‘finalmente so per chi votare’ e questo è un risultato, perché dobbiamo recuperare un popolo che se ne è andato ». E se ne è andato perchè nel Pd «sono mancati i luoghi di discussione»: «Si è visto quando Renzi non ha nemmeno fatto le conclusioni. Se ne è andato. Senza salutare, è partito per la California addirittura. Robe dell’altro mondo». Risate in sala. Amare.
L’ex segretario rassicura il governo Gentiloni. «Noi non saremo un fattore di instabilità, nè per il governo nazionale, nè a livello locale. Viene da un’altra parte l’instabilità» punge, alludendo allo #staisereno renziano. Vanno corrette però molte cose. Vanno tolti i capilista bloccati, «che minano la rappresentanza ». E vanno modificati i voucher, o «voteremo sí ai referendum della Cgil per abolirli». Lavoro, diritti, welfare. Bersani dà la sua ricetta. Rigetta l’idea che spaccando il Pd dia una mano alla destra e ai 5 Stelle: «È il contrario. Noi vogliamo aiutare il Centrosinistra contro le destre». Destre che oggi sono «sovraniste e protezioniste». Sono destre che vincono grazie agli operai e che «se non siamo noi a togliere i voucher, li tolgono loro».
L’ex leader Pd a sorpresa sembra ammorbidirsi solo quando parla dei Cinque Stelle. «Poco esperti, ma tengono in stand by la situazione. Impediscono che emerga qualcosa di ben peggiore e inquietante, che io sento grattando la pancia del Paese. Per questo noi dobbiamo essere alternativi alle destre ma sfidanti con i grillini. Dobbiamo incalzarli sulle loro proposte, migliorarle ». Ad esempio con il “lavoro di cittadinanza” proposto da Renzi? «Non ho capito bene cos’è» taglia corto Bersani lasciandosi andare al bagno di folla che lo accompagna alla cena di autofinanziamento da 300 persone che lo attende. L’ex segretario passa davanti anche a una piccola giara dove si raccolgono le offerte per Dp, il nuovo movimento. Poi si guarda intorno: «Guarda quanta bella gente, questa è la mia gente. Che bello rivedervi».
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Federico Nietzsche spiegato al popolo da Epaminonda von Kaiser




Il professor Golpe Democratico ha scritto un nuovo capolavoro della letteratura universale: marchette amicali a più non posso; ben due dal Manifesto

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Alberto Asor Rosa: Amori sospesi, Einaudi, pagg. 336, euro 20


Quando una storia d’amore si ferma all’incompiutezza 

Un ragazzo di borgata, un grigio professore di greco, un’anziana signora I nuovi racconti di Alberto Asor Rosa sui rapporti lasciati in sospeso che diventano il sintomo e il simbolo di un’esistenza non autentica

BENEDETTA TOBAGI Rep 28 2 2017
«Ill tatto e la ragione l l l l tatto e la ragione impongono di tacerne / come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita», diceva dell’amore felice la poetessa Wislawa Szymborska, ironizzando sugli scettici e gli invidiosi. Ma come riuscire, in effetti, a cogliere la natura profonda dell’amore tra due esseri umani? Forse i contorni di questa realtà immensa e insieme elusiva si possono tracciare più facilmente a partire dai vuoti, che dalla sua pienezza, ed è questa la via battuta da Alberto Asor Rosa nella sua nuova prova letteraria. I dieci racconti della raccolta Amori sospesi (Einaudi) esplorano altrettanti modi in cui l’eros si incaglia nell’incompiutezza. Bando alla tragica infelicità di tolstoiana memoria: il più delle volte questo non si traduce in strazio o tragedia, e proprio quest’assenza di dramma ha qualcosa di terribile. Ricorda la profezia T.S. Eliot: il mondo che finisce «non in uno schianto, ma con un piagnisteo».
Un ginnasiale di famiglia piccolo- borghese, un timido ragazzo di borgata che diventa commesso in una boutique del centro, un camionista tedesco sulla trentina, un grigio professore di greco al liceo, una promessa mancata del diritto civile, un neopensionato colpito da demenza senile… i personaggi di Amori sospesi sono persone qualunque, protagonisti loro malgrado. Affiora, soprattutto nelle storie ambientate nei primi decenni del dopoguerra, una questione che una volta si sarebbe definita “di classe”: il desiderio è un lusso che non tutti si possono permettere, e la maggior parte delle esistenze, in tempi non lontani, si consumava in una quotidianità il cui orizzonte naturale era il sacrificio; ma è altro il denominatore comune più profondo. La dimensione sospesa dell’amore, mostrano i racconti di Asor Rosa, è tutt’uno con un’esistenza inautentica, incompiuta. Smaschera il segreto di un’umanità che non sa se stessa e spesso non ha parole per dirsi (qualcuno, infatti, prova a cercarle nelle pagine sgualcite dei vecchi tascabili economici di letteratura popolare), assuefatta a uno stato di anestesia permanente, finché la scossa violenta di una qualche forma d’innamoramento non apre un varco nelle loro vite, imbozzolate nei gusci rassicuranti della normalità e dell’abitudine. Abitudine che nei matrimoni narrati nella raccolta si fa piacevole e persino affettuosa, ma non sembra essere nient’altro che una tendina ricamata tirata sul vuoto. Vuoto che emerge come un brivido quando, ai margini della routine quotidiana, si libera uno spazio per il pensiero «che non ha né motivazione né scopo»: così è per Hans Dietrich che, guidando per giorni, ne ha accumulata «una riserva pressoché sconfinata, di cui purtroppo non aveva mai saputo bene che fare» o all’avvocato Emilio, insonne e sgomento nel grigiore indefinito che precede l’aurora. E laddove alla tragedia si arriva — uno degli amanti si ucciderà, in poche righe quasi sottovoce — l’autore sfugge ai luoghi comuni del mito dell’amour passion, fatale e mortifero (si veda il saggio Il mito dell’amore fatale della psicanalista Enrichetta Buchli): non la perdita di una ragazza uccide, ma lo spalancarsi del vuoto che il protagonista aveva cercato di anestetizzare e occultare attraverso lei, in un rapporto che, non a caso, si irrigidisce in una sorta di performance.
L’innamoramento provoca un’epifania sulla verità del vivere. Non a caso, al principio della raccolta, l’adolescente Enrico, appena travolto dalla prima “cotta”, sperimenta un corto-circuito tra vita e filosofia (studiando nientemeno che la prova dell’esistenza di Dio di Anselmo d’Aosta!) che lo rende di fatto un inconsapevole fenomenologo in erba. Ma i personaggi — come gran parte delle persone — hanno paura di vivere fino in fondo. Sono presi dal panico, quando le onde della vita vera lambiscono loro i piedi. Il varco è una crepa che mette a rischio le vecchie strutture dell’esistenza, rigide, ma così rassicuranti. Allora tanti amori restano sospesi perché manca il coraggio di sceglierli, abbandonando unioni che sono piuttosto delle stampelle. È il messaggio lanciato dall’unica protagonista femminile, Adele, che, rimasta vedova, seppur vecchia e raggrinzita, ha un anelito di vita: «Chissà se ora, e sia pure per un tempo infinitamente breve, non mi riesca di essere sola, e da sola quello che sono, o magari avrei voluto essere».
Lo sguardo di Asor Rosa è lucido, ma si posa su questi antieroi pavidi e fragili senza giudicarli, con delicatezza. Tenerezza, persino. Li ritrae perché possiamo riconoscerci in loro, affratellati dall’insicurezza, dal conformismo dettato dalla paura, dal bisogno di essere accettati: chi non si è sentito almeno una volta come Enrico quando pensa «non ridere, ti prego» mentre si dichiara alla donna che ama? L’intimità di coppia fa paura perché è lo spazio dove torniamo a essere nudi e inermi come bambini (tema sviscerato da un altro saggio prezioso, L’amore può durare? dello psicanalista Stephen Mitchell): non a caso, nel breve racconto d’apertura e nel cuore del libro, affiorano ricordi di separazione e ricongiungimento con la madre.
L’incantesimo dello sguardo è un Leitmotiv della raccolta. Sono occhi, o meglio, sguardi — aperti, luminosi — ad accendere la fiamma nel cuore dei personaggi. Sguardi che danno loro la sensazione di esistere, di essere visti, riconosciuti. E l’abbandono amoroso è, infine, poter sprofondare, indifesi, l’uno negli occhi dell’altro. Una comunione più profonda persino di quella fisica, capace di trasfigurare anche il sesso: il tesoro che attende chi vince la paura di correre il rischio dell’intimità.
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Amplessi inappagati in una brillante galleria dei personaggi di Asor Rosa 
Storie di uomini votati alla mediocrità, colti da Asor Rosa in fasi eccezionali delle loro vite: "Amori sospesi", da Einaudi 

Fabrizio Scrivano Manifesto Alias Domenica 26.3.2017, 19:38 
L’amore è lotta. L’amore è scommessa. L’amore è completamento. L’amore è eternità. L’amore è abbandono. L’amore è oblio. L’amore è desiderio. L’amore è dedizione. L’amore è sacrificio. L’amore è sesso. L’amore è felicità. L’amore è ricerca. L’amore è possesso. L’amore è cura. L’amore è riproduzione. L’amore è intensità del presente. Si è scelta la definizione più convincente e appagante? Bene! Si raccolgano tutti questi luoghi comuni sull’amore e si ripongano in qualche vasetto per la conserva. Torneranno utili dopo. Ma quando? 
È ciò che ancora si chiedono, vivi o morti che siano, i personaggi degli Amori sospesi (Einaudi, pp. 336, € 20,00), l’ultima sorprendente raccolta di racconti di Alberto Asor Rosa. Si è soliti dividere gli amori tra fortunati e sfortunati, cioè tra storie liete e tragiche. Si è anche abituati ad amori opachi e trasandati, per i quali la fine non conta. Ma in questo caso si può quasi avere l’intuizione di trovarsi di fronte a una nuova galleria di casi, a un’inusitata serie tematica di amori che, in un modo o nell’altro, restano intrinsecamente inconclusi o inconcludenti. A volte inappagati, a volte inappaganti. 
C’è lo studioso che si annichilisce durante un amplesso. Il commesso che, a distanza di decenni, rincontra l’antica cliente che gli fece girare la testa, ora imbolsita, spoglia di ogni avvenenza e comunque eternamente indifferente. Lo scolaro che, dopo tanti sforzi interiori per vincere la timidezza, cade vittima di un dannato trasferimento familiare della fanciulla desiderata. Il professore mai dardeggiato da Cupido, che solo troppo tardi scopre l’amore in una sua giovane allieva. L’assicuratore che repentinamente, già anziano, torna bambino per riacciuffare l’amore materno. Il camionista che perde la giovane amante nel momento in cui la possiede completamente. La nonna che, finalmente vedova, si riappropria del ricordo represso di un innamoramento fulminante e senza seguito. Il vecchio solitario e misterioso che rifiuta la ragazza che a lui si offre. L’avvocato vittima della sua incapacità di amare. 
Come si vede è una insolita galleria di personaggi in sospensione emotiva, colti in un tratto eccezionale della vita (eccezionalità che spesso scorre parallela alle loro vite più concrete e realizzate) e travolti dal fascino che solo le cose irrisolte riescono a comunicare e a donare. A sostenere l’apnea, le vane attese, e forse anche i fallimenti di ciascuno c’è l’occhio benevolo del narratore. Che certo non risparmia di sottolineare l’irrefrenabile attitudine alla mediocrità dei suoi personaggi, catturati dall’umorismo ma anche involontariamente comici. 
Goffi e impacciati, quasi sempre, divorati da paure ancestrali che da soli non riescono a far emergere, schiacciati dal loro destino, sembrano portatori di un realismo sommesso, sembrano attori di banalità esistenziali da cui il senso comune spesso si difende semplicemente ignorandole. Li vediamo precipitare in una così sconfinata solitudine che essere testimoni delle loro avventure quasi è una missione di soccorso. Una certa crudezza dello sguardo non sta nei toni.
La scrittura scivola via, puntuale, varia nel lessico, piacevolmente allusiva, spesso in dialogo aperto con il lettore, mai lasciato solo né provocato, e gli aspetti più irritanti delle azioni maldestre dei personaggi rimangono come ovattati da un affetto discreto. La crudezza sta invece nella sostanza tragicomica di ciascuna figura. Sta nella domanda che infine affiora alle labbra: possibile mai che nessuno si sottragga al ridicolo dell’amore che trascina a un grado irreversibile di solitudine? Nessuno lo sa con certezza.

Mappe sentimentali nel bersaglio impreciso delle relazioni TEMPI PRESENTI. Una riflessione a partire da «Amori sospesi», l’ultimo romanzo di Alberto Asor Rosa pubblicato per Einaudi. Personaggi diversi per età, collocazione sociale, lavoro, travolti dalla forza dell’incontro con l’altro. Biologia e pensiero ritrovano un legame nell’acme del piacere sessuale, una passione imperitura Lea Melandri Manifesto 5.4.2017, 19:02
Che legame può esserci tra un «quaderno di appunti, note, osservazioni, pensieri sui problemi fondamentali dell’esistenza» – come Asor Rosa definisce uno dei suoi libri più rari e non a caso meno conosciuti, L’ultimo paradosso (Einaudi, 1985) – e il romanzo Amori sospesi, che ha appena pubblicato con lo stesso editore?
Quand’è che il confine tra saggistica e narrativa, riflessione e racconto, pensiero e sentimenti, si fa così esile da portare chi legge in quei territori indefinibili, quanto a paradigmi noti, che io chiamo «scrittura di esperienza»? Come dare nomi al «mare ribollente» delle cose che non siamo stati capaci fino a questo punto di dire, se non sconvolgendo i cento ordini del discorso che vi hanno fatto tradizionalmente da argine? E infine: perché stupirsi se a far vacillare un ordine e un sistema già dati è il primo e il più duraturo dei sentimenti umani: amare e essere amati, ritrovare nella coppia adulta l’unità primigenia, l’originaria fusione tra il figlio e la madre?
NELLA PREMESSA a L’ultimo paradosso, Asor Rosa scrive: «È singolare facoltà del pensiero umano potersi pensare al di fuori dei vincoli biologici e costruire su quella persuasione persino dei sistemi. Ma quanto più si ritira e s’affonda, tanto più registra e descrive soltanto ciò che esso stesso è (…) Diventa cioè un resoconto, anzi un racconto della nostra propria conformazione materiale, racconta la vita, è la vita».
E più avanti precisa: «Penso a una biologia colta, beneducata, resa matura ed accorta dall’esperienza. Ad una biologia dei sentimenti e della conoscenza, ad esempio: fortemente legata alle impercettibili e pur decisive variazioni e sfumature del ciclo vitale».
NON SAPREI TROVARE una definizione più calzante per le brevi storie, di cui è composto il romanzo: personaggi diversi per età, collocazione sociale, lavoro, su cui l’amore – vissuto o solo fantasticato – cala improvviso con la forza travolgente, esaltante o distruttiva, di una materialità sconosciuta di sensi, sentimenti, sogni, desideri, e, mentre libera da vincoli, responsabilità, imperativi categorici, fa precipitare nell’insignificanza pensieri, studi, intrattenimenti intellettuali, solitudini appaganti coltivate per anni. Difficile non vedere in questo «scioglimento» di tutti i nodi dell’essere – uscita dalle separazioni che ci hanno impedito di far coincidere il nostro apparire con ciò che siamo – la «rivelazione» che Asor Rosa aveva descritto come «l’ultimo paradosso dell’essere e della conoscenza», cioè «far apparire in superficie l’interiorità, farla diventare esteriorità, vita, relazione fra esseri umani (…) finché tutto l’esprimibile sarà espresso, tutto il conoscibile conosciuto».
«FINIS HISTORIAE», dunque, come nella chiusura del saggio del 1985, o, al contrario, inizio di una nuova inedita narrazione dell’umano, spinto a ripensarsi dalle proprie radici – l’infanzia, le relazioni tra uomini e donne, la serie infinita delle divisioni create dal potere e dalla cultura maschile – , e a dare voce a ciò che è parso a lungo «impresentabile»?
Nell’acme del piacere sessuale biologia e pensiero tornano a riunificarsi, due destini diversi si avvicinano al massimo di conoscenza e identificazione – «si era in due e si diventa uno solo» -, ma l’approdo è il silenzio, il nulla, il vuoto. Il racconto che chiude il romanzo, L’ultima volta, si arresta esattamente come il saggio sull’estremo limite dove il pensiero si accorge di essere sempre stato solo «ospite» di un corpo che gli si sovrappone con le sue leggi: «Del vuoto, e anche del nulla, si può, anche piacevolmente, ragionare. Ma quando raggiungono quell’intensità, e uno si trova lì a provarla (…) prendono inevitabilmente le forme della fine e della scomparsa».
Ma basta ritornare alle pagine precedenti per capire che il romanzo può essere visto come la ripresa, aperta a nuove e sorprendenti soluzioni, degli interrogativi esistenziali posti «per piccoli frammenti» tanti anni prima.
Per ritrovare la sua originaria carica biologica, l’amore – aveva scritto Asor Rosa – ha bisogno di essere «de-socializzato», vissuto non come «costruzione di una storia», come nel caso dell’«amore-famiglia», ma come «ricerca di un’identità», bisogno di conoscersi e sapersi in tutto ciò che di sé resta confinato «negli angoli bui del cervello e dei sensi», sopportando l’urto, la tensione e in alcuni casi il dolore lacerante, che può produrre questa scoperta.
Paradossalmente, per calarsi in un sé più autentico, è necessario accogliere quella forza essenziale della vita che è il desiderio, la passione, il piacere sessuale. Collocati lungo l’arco intero dell’esistenza, dall’infanzia alla vecchiaia, e descritti con attenzione meticolosa nell’esercizio della loro attività, i protagonisti dei dieci racconti, tutti di sesso maschile – a significare la parentela, si potrebbe dire «biologica» con chi scrive – conoscono l’amore quando irrompe nelle loro vite, travolgendo difese, equilibri costruiti nel tempo, piaceri più rassicuranti come quelli che vengono dalla lettura e da lunghe appaganti solitudini meditative. Per tutti si annuncia come forza trascinante che parte, casuale e misteriosa al medesimo tempo, dai tratti di un viso, da un incrocio di sguardi, dalle linee armoniose di un corpo femminile, dal timbro di una voce, dalla dolcezza di un nome.
Per alcuni l’irruzione del corpo destinato a muovere desideri, attese, turbamenti e sofferenze sconosciute, a sconvolgere abitudini e certezze, resta legato a un incontro la cui intensità passa inalterata nel ricordo, compagno segreto di una intera vita; per altri, scompare del tutto, come nel caso del professore Tommaso Ciaramella, Trippodi, lasciando posto a una atonia prossima alla morte.
DOVE L’AMORE diventa piacere sessuale, compenetrazione di corpi e raggiunge il suo acme, è in presenza di figure femminili particolari – come Edvige del Camionista solitario, per la quale «il desiderio faceva tutt’uno col cervello», o come, ne L’ultima volta, Elvira che con la sua risata e la sua «precisione intellettuale» era riuscita a cambiare quel «rapporto solito di impossessamento» che è la sessualità per l’uomo.
Solo una scrittura che ha imparato ad affidare la psiche all’interiorità, per scoprire dietro gli angoli bui del cervello «tesori di cultura», poteva prendere per mano il lettore e insieme a lui attraversare, raccontando e ragionando, le esperienze essenziali, tragiche e grottesche del sesso che si è pensato per secoli l’«umano» nella sua interezza.

*
Oggi alle 18.30 Residenza di Ripetta – Sala Bernini (via di Ripetta, 231), Valeria Della Valle e Franco Marcoaldi a colloquio con Alberto Asor Rosa in occasione dell’uscita di «Amori sospesi». Ingresso libero fino a esaurimento posti

Il Meridiano di Vargas Llosa

Romanzi volume primoVargas Llosa “La libertà imparatela da Flaubert” 
RAFFAELLA DE SANTIS Rep 28 2 2017più raramente di sentir dire a uno scrittore che la letteratura può cambiare il mondo. «È quello che penso, i romanzi sono la nostra coscienza critica ». Mario Vargas Llosa parla da Madrid, dove vive, con una bella voce squillante nonostante gli ottanta anni.
«Per chi è cresciuto immerso nel silenzio della dittatura le parole sono importanti, sono porte per entrare nella vita», dice.
Sembra di sentire una musica d’altri tempi. La verità è che la propria storia non si dimentica. Il Perù nel quale lo scrittore ha trascorso l’adolescenza era sotto il giogo del regime militare di Manuel Odría.
L’esilio, la dittatura, Sartre e Parigi Mentre esce il primo Meridiano parla il premio Nobel. “Tutto è politica, anche la letteratura Se non diventa propaganda”
Un clima di terrore che Vargas Llosa rievoca nei primi tre romanzi pubblicati negli anni Sessanta, elaboratissimi nell’architettura narrativa e aggrovigliati di storie e personaggi furiosi, cadetti, malviventi, industriali, prostitute, falliti di ogni risma. Ora questi libri, “La città e i cani”, “La Casa Verde” e “Conversazione nella “Catedral””, sono stati raccolti nel primo dei due Meridiani che Mondadori dedica all’opera del premio Nobel, curato da Bruno Arpaia, autore di un suggestivo e approfondito saggio introduttivo (“Romanzi”, volume I,
traduzione di Enrico Cicogna).
Come è riuscito a pubblicare il suo romanzo d’esordio “La città e i cani”?
«In quel tempo vivevo a Parigi, erano i primi anni Sessanta. Un giorno mi telefona l’editore Carlos Barral e mi dice che aveva in programma di venire a Parigi e che avrebbe desiderato incontrami. Aveva letto il mio manoscritto e voleva parlarmene».
Il romanzo era stato rifiutato da Gallimard… «Sì, ma Barral ne era rimasto conquistato fin dalle prime righe. Ci vedemmo all’Hotel Port Royal, guarda caso proprio vicino alla sede dell’editore Gallimard ».
Barral raccontò poi che lei dall’aspetto gli sembrò più un cantante di tango argentino che uno scrittore.
( Ride) «Non saprei, comunque mi disse subito che il libro gli era piaciuto moltissimo e che intendeva pubblicarlo, ma che non era sicuro di riuscire a farcela. In quel periodo, nella Spagna franchista, la censura era molto rigida.
E il suo libro era davvero molto duro.
«Raccontavo la storia dei cadetti di un collegio militare peruviano, il Colegio Militar Leoncio Prado. Un posto in cui dominava il machismo e dove si esaltavano la forza della virilità e un patriottismo autoritario, violento. Ciò che ho narrato riflette in qualche maniera la mia esperienza personale. Da adolescente avevo trascorso lì due anni infernali ».
Il collegio era il ritratto di quello che accadeva nel paese?
«In questo libro come in quelli che seguirono, La Casa Verde e Conversazione nella “ Catedral”, volevo mostrare come una dittatura entra nella vita della gente, come permea la società e condiziona la vita di tutti. Ho raccontato l’emarginazione e le ingiustizie di quel mondo».
Sono romanzi politici, come è stato fatto presente nelle motivazioni del Nobel assegnatole nel 2010. La definizione le dà fastidio?
«Ogni romanzo credo debba riflettere la vita nella sua totalità. E il paese nel quale ero nato e cresciuto era assediato dalla dittatura. In questo senso sono romanzi politici, che è cosa molto diversa dalla letteratura utilizzata come strumento di propaganda».
Era già condizionato dalla lettura di Sartre?
«Mi sono avvicinato al suo pensiero durante l’università a Lima e sempre più quando poi mi sono trasferito a Parigi. L’idea che mi suggestionava era che si può cambiare il mondo scrivendo. Le parole sono azioni, diceva Sartre. Che la letteratura potesse cambiare la vita, incidere sulla realtà, era un’idea stimolante ».
Vi siete conosciuti, vi frequentavate a Parigi?
«Politicamente era distante dalle mie posizioni. Ci siamo comunque incrociati. Nei primi anni Sessanta Parigi era una città piena di scrittori latino-americani. Ho conosciuto Julio Cortázar, Carlos Fuentes, Alejo Carpentier. Alcuni vi vivevano, altri erano di passaggio. Ricordo che Octavio Paz scrisse un articolo intitolato “Parigi capitale della letteratura sudamericana”».
La Francia rappresentava la libertà?
« Era il paese di Flaubert, lo scrittore che più di ogni altro mi ha influenzato fin dall’adolescenza, il mio grande maestro. Grazie a Flaubert, fedele tutta la vita alla disciplina della scrittura, ho capito che il talento letterario non è necessariamente innato, che può essere il risultato dell’impegno, della perseveranza. Anche oggi, dopo tanti romanzi, scrivere mi richiede un grande sforzo. Lavoro dalla mattina alla sera, sette giorni su sette. Ma è una fatica che mi dà piacere, uno sforzo che faccio volentieri » .
Negli anni Settanta è andato però a vivere a Londra.
«Insegnavo letteratura al King’s College, poi un giorno Carmen Balcells, la grande agente letteraria, mi ha convinto a trasferirmi a Barcellona. Carmen era una persona straordinaria ma molto autoritaria. Per persuadermi a lasciare l’insegnamento universitario e dedicarmi esclusivamente alla scrittura ha proposto di pagarmi. Accettai, ma non ce ne fu bisogno, perché riuscii a farcela grazie ai diritti d’autore».
Ora vive a Madrid. Poco tempo fa è intervenuto pubblicamente contro il populismo, pensa sia il problema di oggi?
«È la malattia del nostro mondo. Populismo significa sacrificare il futuro per un presente molto effimero. Si prenda il caso Trump. Il populismo sta erodendo l’anima della cultura democratica nord americana. La decisione di chiudere le frontiere è assurda, vuol dire rinnegare la propria storia. Gli Stati Uniti sono un paese d’immigrazione, sono gli immigrati ad aver contribuito alla crescita e alla grandezza del paese».
Vede vie d’uscita?
«Qualcosa di positivo è successo. Trump ha risvegliato la coscienza degli intellettuali, che si era assopita. Si sono mobilitati giornalisti, artisti, scrittori. Questo dimostra che la società americana è ancora reattiva. Non è poco». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Una commedia inedita di Calvino diciannovenne per "Pattuglia"



Attendiamo il titolo scandalistico di Libero e del Giornale su "Calvino fascista pentito diventa comunista per opportunismo" [SGA].

Inediti. La commedia ritrovata del giovane Calvino
Dagli archivi di Walter Ronchi emerge un testo che lo scrittore 19enne aveva inviato nel '43 alla rivista fascista “Pattuglia”. Scalfari, suo compagno al liceo, cercò di aiutarlo a pubblicarla.
Avvenire Giovanni Tassani domenica 26 febbraio 2017