mercoledì 29 marzo 2017
Renziano spacciatore di populismo si lamenta del populismo
L’Europa alla prova del tre
Le elezioni in Francia, Germania e Italia decisive per l’avvenire dell’Ue Se vincono i populismi, si blocca il processo di integrazione economica e culturale. E per i giovani aumenta il rischio della disoccupazione La lezione dell’economista che inaugura oggi Biennale Democrazia
Tito Boeri Stampa 29 3 2017
Le prossime elezioni politiche in Francia, Germania e Italia segneranno, con ogni probabilità, il futuro non solo dell’euro, ma anche dell’Unione Europea, almeno per come la conosciamo. Tre elezioni con un comune denominatore, la possibile affermazione di partiti «populisti» che offrono ai perdenti un messaggio semplice quanto pericoloso: interrompere il processo di integrazione europea e chiudere le frontiere agli immigrati, per meglio proteggere le persone più vulnerabili dalle sfide della globalizzazione. È un messaggio che mina alle basi il principio della libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione Europea su cui si fonda, a partire dal Trattato di Roma, il processo di integrazione politica ed economica europea. È un messaggio che toglie soprattutto ai giovani la migliore assicurazione sociale contro la disoccupazione di cui oggi possano disporre. La mobilità dei giovani è anche un potente fattore di integrazione culturale. Non è un caso che i giovani, la componente più mobile della popolazione, si riconoscano molto di più dei loro genitori nell’identità europea. Un’Europa che ripristina rigidi confini nazionali, che erige muri al suo interno, diventa una mera entità geografica, anziché un progetto di integrazione.
Rimuovere le iniquità
Il populismo offre le risposte sbagliate ai problemi da cui trae la propria forza. Di più, induce a pensare che i problemi più spinosi possano essere risolti semplicemente sostituendo i politici corrotti con rappresentanti del popolo, possibilmente che non abbiano alcuna esperienza di governo. Il modo migliore di evitare nuove cocenti delusioni a chi ha già pagato uno scotto elevato alla globalizzazione e alla crisi è affrontare i problemi alla radice anziché accettare le libere associazioni della propaganda populista. Bisogna rimuovere quelle iniquità che trasmettono all’opinione pubblica l’immagine di una classe dirigente corrotta che pensa solo ai propri interessi. Dimostrare nei fatti che le regole dello Stato sociale si applicano anche a chi ha posizioni di potere. Bisogna poi rispondere in modo convincente alla richiesta di protezione, separando i problemi dello Stato sociale da quelli dell’immigrazione. Sono due problemi disgiunti, che vanno affrontati a un differente livello di governo. Il problema dello Stato sociale è un problema che riguarda principalmente le singole giurisdizioni nazionali. Quello dell’immigrazione è un problema che non può che essere affrontato a livello europeo.
Ci vuole inevitabilmente del tempo affinché le riforme dei sistemi di protezione sociale vengano portate a compimento. Mentre questo lavoro procede, è fondamentale che le esigenze di chi si sente al margine, di chi è più vulnerabile, trovino voce. C’è una ragione profonda per cui i populisti odiano i corpi intermedi: sono il miglior antidoto contro il populismo. È una questione di fiducia, prima ancora che di rappresentanza. Quando sei debole e insicuro cerchi qualcuno di cui poterti fidare. Se non lo trovi, non ti rimane che scommettere con la forza della disperazione sulle promesse di qualche bravo oratore, pur sapendo che molto probabilmente non verranno mantenute. Il sindacato ha oggi grandi responsabilità di fronte all’avanzata del populismo. Che credibilità può avere un sindacato italiano che si oppone all’introduzione di un salario minimo in Italia, nonostante fosse previsto dai decreti attuativi del Jobs Act? Perché non pensa innanzitutto a proteggere i più poveri, selezionando i beneficiari di assistenza in base alla situazione economica e patrimoniale della famiglia nel suo complesso?
Gestione comune
Affinché l’Unione Europea sopravviva come area in cui vige la libera circolazione dei lavoratori, occorre avere una politica dell’immigrazione comune e una gestione comune del problema dei rifugiati, con una profonda revisione della convenzione di Dublino. Occorrerebbe, inoltre, un accordo almeno sulla condivisione tra i singoli Stati della prima accoglienza dei rifugiati, una volta che questi siano entrati nell’Unione. Forme di compensazione tra Paesi o addirittura un sistema di quote che possano essere oggetto di negoziati bilaterali e di scambi tra i diversi Paesi, servirebbero a rendere sostenibile questa condivisione dei costi iniziali dell’accoglienza.
Inutile sottolineare che siamo molto lontani dal poter realizzare questo disegno, anche perché i partiti populisti sono al potere in cinque Paesi dell’Unione. C’è comunque qualcosa che si può fare sin d’ora e in gran parte per via amministrativa, senza bisogno di nuove leggi, per venire incontro alle preoccupazioni di molti europei, soprattutto quelli meno mobili e più a rischio di perdere il lavoro, preoccupati per il futuro dello Stato sociale.
La mobilità dei lavoratori
Non bisogna negare che l’Unione Europea sin qui non si è mai data strumenti adeguati, per monitorare la mobilità dei lavoratori all’interno delle sue frontiere, non ha ancora costruito un’infrastruttura informatica e amministrativa adeguata per mettere pienamente in pratica i principi sanciti dal Trattato di Roma. In particolare, sin qui non c’è stato coordinamento tra le amministrazioni dello Stato sociale nei singoli Paesi per ridurre l’evasione contributiva e per prevenire potenziali abusi da parte dei lavoratori che si spostano da un Paese all’altro.
È importante che si avvii un confronto tra le amministrazioni nazionali che gestiscono i programmi di protezione sociale in Europa con l’obiettivo di istituire un codice di protezione sociale che valga per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Ci sono soluzioni tecniche, già studiate all’Inps, tali da minimizzare i problemi di adeguamento delle strutture informatiche nei diversi Paesi. Questo codice unico dovrebbe permettere la piena portabilità dei diritti sociali tra Paesi e un migliore monitoraggio dei flussi migratori all’interno dell’Unione, impedendo il welfare shopping.
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Giovanni Miccoli 1933-2017
È morto a Trieste il grande storico Allievo di Cantimori, fu il primo a parlare delle omissioni di Pio XII
Rep 29 3 2017ALBERTO MELLONI
«Mi sembra evidentissimo esempio di quel metodo di esposizione positiva di idee, di tendenze e di problemi, fatta prevalentemente di citazioni accuratamente scelte, che senza discutere, senza polemizzare — e senza approvare — tendono tuttavia a suggerire in chi abbia occhi per leggere e orecchi per intendere una chiara interpretazione e un giudizio». Così nel 1967 Giovanni Miccoli spiegava lo stile critico di Delio Cantimori, di cui era diventato allievo nel 1956 subito dopo la laurea, iniziando dalla sua lezione un percorso storico che si è chiuso la scorsa notte a Trieste, dove è morto all’età di 84 anni. Una descrizione che calza perfettamente anche al suo autore.
Medievista alla scuola dello stesso Cantimori, aveva iniziato la sua ricerca sulla storia della chiesa a Monaco, Londra e alla Normale di Pisa, lasciata nel 1968 per approdare a Trieste. Dove, al di là di una breve parentesi veneziana, avrebbe insegnato e lavorato tutta la vita. In una collocazione geografica e culturale che lo rendeva insofferente alle “mode”, sia quando esse spezzettavano la materia in troppe varianti, sia all’opposto, quando volevano far sparire specialismi necessari inglobandoli nella partizione medievale-moderna-contemporanea che appaga solo gli editori di manuali da liceo.
Allergico al manierismo storiografico, Miccoli ha molto lavorato sul papato: sia polemizzando con l’apologetica clericaleggiante, come gli capitò di fare in alcune leggendarie stroncature; sia distinguendosi dal semplicismo di chi vedeva nell’istituzione una matriosca di culture reazionarie dall’immutato contenuto. Lui, che aveva individuato nella ideologia cattolica della cristianità un lessico di lungo periodo e una ideologia di riserva del cattolicesimo romano, vedeva nella denuncia di Benedetto XV della guerra come «inutile strage» un gesto «che fa in un colpo solo piazza pulita di tutte le elucubrazioni dei belligeranti» e delegittimava un’ideologia della guerra che sarebbe ritornata, sì, ma senza togliere nulla alla forza di quel monito.
Per questo — lo diceva alla rivista Bozze 79 — criticava le tendenze volte a confondere «il necessario sforzo di comprensione oggettiva dei fatti e delle situazioni con l’enunciazione di giudizi e di proposizioni accompagnate costantemente dalla cautelosa proposta del loro contrario. Sono le buone maniere di una storiografia che solo attraverso questa miscela un po’ insipida pensa di riuscire a mantenersi distaccata ed equanime». Miccoli dunque aveva imparato presto a percorrere la storia a “spanne” ampie e con altrettanto grande rigore critico: sapendo che la fonte non è un feticcio ma l’attrezzo che illumina le innumerevoli pieghe della realtà, e che alcuni fenomeni “piccoli” — per esempio il clero friulano alle prese con le migrazioni — possono essere declinati in un senso stolidamente localistico, oppure diventare «spia» (il lessico è suo) di più ampi processi e percorsi. Irriverente verso il formalismo dei generi (la sua prima monografia su Pietro Igneo era lunga come un articolo, il suo “libro” sulla chiesa in Italia è nascosto nella storia d’Italia Einaudi) aveva così affiancato studi sui gregoriani e su Leone XIII, su Pier Damiani e su Mazzolari, su Francesco d’Assisi e su Lutero. Non aveva avuto paura a scrivere di Pio XII e dei suoi silenzi a otto anni dalla morte di Pacelli ed era stato fra i primi a sentire lo stacco fra Pio XI e il suo successore. Da anziano aveva analizzato la politica dottrinale di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, con un pathos che evocava impercettibilmente anche qualcosa del suo percorso interiore dentro il cattolicesimo, dismesso come militanza e assunto come oggetto di studio. Ma senza smettere di ritenere decisivo il momento in cui, come diceva citando Paul Ricoeur, attendeva dal futuro delle fedi e delle istituzioni religiose una «rinuncia a qualsiasi tipo di potere che non sia quello di una parola disarmata». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Una storia della Chiesa non agiograficaRitratti. La scomparsa, a 84 anni, di Giovanni Miccoli. Vicino alla sinistra cristiana, ha dato un contributo rigoroso agli studi del papato e della figura di san FrancescoLuca Kocci Manifesto 30.3.2017, 0:08
È morto il 28 marzo a Trieste, città dove era nato e nella cui università ha insegnato per molti anni, all’età di 84 anni, Giovanni Miccoli, uno dei più autorevoli studiosi di storia della Chiesa.
Storico rigoroso, era allergico e distante da un uso mediatico della storia utile a conquistare le prime pagine dei giornali o le «ospitate» nelle serate televisive, spesso a detrimento della serietà della ricerca. Non aveva tuttavia rinunciato a partecipare al dibattito pubblico e a esprimere giudizi sempre argomentati e mai acriticamente apologetici o aprioristicamente di condanna, come ad esempio quelli sulle contraddizioni del pontificato di Giovanni Paolo II o sulla virata anticonciliare di Ratzinger sia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede che come papa Benedetto XVI.
Nato nel 1933 a Trieste, si è laureato all’università di Pisa in Storia medievale e poi diplomato alla Scuola normale superiore, dove è stato allievo, fra gli altri, del grande storico modernista Delio Cantimori, e dove ha insegnato Storia della Chiesa dal 1962 al 1967. Nel 1968 è tornato a Trieste, e lì – tranne una breve parentesi a Venezia – ha trascorso tutta la sua vita accademica, insegnando Storia medievale e soprattutto Storia della Chiesa. Ha fatto parte dei comitati scientifici di Cristianesimo nella storia e della Rivista di storia del cristianesimo comitato e della direzione di Studi storici, la pubblicazione dell’Istituto Gramsci.
DAL PUNTO DI VISTA politico-culturale è stato vicino all’area della sinistra cristiana, senza farne mai parte organicamente: negli anni ’70 e ’80 ha partecipato attivamente ai convegni di Bozze, la rivista diretta da Raniero La Valle quando era parlamentare della Sinistra indipendente nelle liste del Pci, mentre in anni recenti è stato più volte invitato a tenere relazioni ai convegni dei preti operai italiani (l’ultima volta nel 2011).
I suoi interessi storiografici hanno spaziato dal medioevo all’età contemporanea. Ha studiato la riforma gregoriana dell’XI secolo e ha scritto un importante volume su Francesco d’Assisi, pubblicato da Einaudi nel 1991 e recentemente riproposto da Donzelli (Francesco. Il santo di Assisi all’origine dei movimenti francescani, 2013). Prima, nel 1975, aveva dato un significativo contribuito alla monumentale Storia d’Italia dell’Einaudi con il lungo saggio Storia religiosa dall’alto Medioevo al ’500.
Ma il volume che probabilmente gli ha dato maggiore notorietà è stato I dilemmi e i silenzi di Pio XII (Rizzoli, 2000), uno dei primi libri a indagare il ruolo di papa Pacelli durante la Shoah. Negli ultimi anni si è occupato prevalentemente del papato contemporaneo, osservando con occhio critico ma sempre attento il pontificato di Wojtyla (In difesa della fede, Rizzoli 2007), la parabola di Ratzinger e il nuovo vigore del tradizionalismo cattolico (La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma, Laterza, 2011).
UN IMPEGNO storiografico mai disgiunto dalla militanza civile. Nel 2011, Miccoli è stato promotore di un appello «Contro i lager italiani» (i Cie); e nel 2014 ne ha firmato un altro, promosso dal movimento Noi Siamo Chiesa, per la «riabilitazione» di Ernesto Buonaiuti, prete e storico modernista, scomunicato, espulso dall’università da Mussolini perché non aveva giurato al fascismo, mai riammesso per l’applicazione retroattiva di una norma dei Patti lateranensi che prevedeva il divieto, per un prete scomunicato, di occupare una cattedra in un’università statale.
«Voglio ricordare in particolare due aspetti della ricerca di Miccoli – spiega Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa e curatore (insieme Giuseppe Battelli) di un volume dedicato allo studioso appena scomparso (Una storiografia inattuale? Giovanni Miccoli e la funzione civile della ricerca storica, Viella, 2005) – L’attenzione al papato nel lungo periodo e al suo ruolo nel voler orientare la presenza dei cattolici nella storia e nella società. E, in maniera speculare, l’attenzione alle alternative, per esempio Francesco d’Assisi, e alle proposte di chi nella Chiesa ha seguito un percorso meno istituzionale e più evangelico».
Un altro libro su Trump
Risvolto
Le rivelazioni shock, le storie inedite e i retroscena che svelano i segreti del paese di Trump
Che cosa è successo all’America? Che fine ha fatto il sogno americano? E qual è il vero significato dell’arrivo di Donald Trump?
Dietro l’immagine del Paese più influente del mondo si intravede una nazione lacerata, impaurita e rabbiosa. È vero, gli Stati Uniti sono ancora una superpotenza mondiale, ma le tensioni interne sono sintomo di sofferenza e profonda divisione. E cosa cambierà con l’elezione di Donald Trump?
Alan Friedman ci racconta in presa diretta quali siano le condizioni attuali e quali i sentimenti reali del popolo americano. In Questa non è l’America vediamo un Friedman inedito, in un’indagine sul campo: vicino ai suoi connazionali e capace di raccontare le loro storie in modo vivido. Arricchito da interviste a persone comuni e a figure di primo piano della politica e dell’economia statunitensi, questo libro di grande impatto traccia il percorso e fa il punto sulle cause della terribile disuguaglianza dei redditi che affligge gli Stati Uniti e ci accompagna nel cuore di una cultura vasta e contraddittoria, ricca ma spesso incomprensibile. Dalla povertà estrema di alcune zone rurali come il Mississippi, agli eccessi di Wall Street, fino all’incontro con Donald Trump a bordo del suo Trump Force One, Friedman ci racconta la vera America, come non l’abbiamo mai vista prima. Ci spiega chi è Trump e ci fa capire cosa sta per cambiare negli Stati Uniti e nel mondo intero.
Damash sulla letteratura dell'Olocausto palestinese
La memoria collettiva parte dalla Nakba
Incontri. Wasim Damash, saggista e docente di lingua e letteratura araba all’Università di Cagliari, ospite alla Settimana del libro palestinese a Roma, ripercorre i temi che imperniano la nuova letteratura
Chiara Cruciati Manifesto 29.3.2017, 21:57
«Israele distrugge la memoria storica con strumenti scientifici, con una storiografia che cancella la memoria di un luogo e la sostituisce con un’altra. Alla base sta l’importanza della conservazione della memoria collettiva di una comunità umana, quella che determina la memoria dell’uomo. Sono queste due memorie insieme che definiscono il paesaggio umano. E Israele lo sa: già nel 1902 fu creato all’interno dell’Organizzazione Sionista Mondiale un comitato dei nomi, che individuasse nuovi toponimi non solo per città e villaggi, ma anche per fiumi e valli. Il sionismo ha spezzettato la storia dell’uomo spezzando quella del luogo».
COSÌ WASIM DAMASH, saggista palestinese e docente di lingua e letteratura araba all’Università di Cagliari, ha aperto domenica scorsa la Settimana del Libro palestinese. In Campo de’ Fiori, in una libreria Fahrenheit stracolma, con Simone Sibilio (autore di Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese), Damash ha affrontato il tema centrale di quella che definisce la nuova letteratura palestinese: la memoria collettiva e individuale quale perno intorno al quale la Storia si impone, lo strumento per il radicamento e la permanenza di una narrativa.
«LA LETTERATURA è il campo che affronta tutto ciò che si svolge nella vita quotidiana, che si è svolto nel passato e che si immagina si svolgerà nel futuro – spiega – Sicuramente il tema del trauma che ha vissuto il popolo palestinese nella pulizia etnica del 1947-1949 è stato quello fondante la nuova letteratura, quella formatasi dopo il 1948. Prendendo quell’anno come spartiacque tra il prima di una normalità e il dopo di un’eccezionalità, la persistenza del trauma della Nakba ha da allora attraversato la produzione letteraria».
LA NAKBA – la cacciata di 800mila persone, l’80% dei palestinesi, dalla propria terra, e la conseguente creazione di una popolazione di rifugiati sulle ceneri di una società letteralmente distrutta – ha segnato un punto di passaggio per un popolo intero e per la regione. Ed è stato punto di passaggio anche per la letteratura, sia quella prodotta nella diaspora che quella nata all’interno dei confini della Palestina storica: «In un primo periodo i nomi più importanti sono quelli di autori rimasti in Palestina: penso a poeti come al-Qasim, Zayyad e come lo stesso Darwish e Emil Habibi, l’autore de Il Pessottimista – continua Damash – Tutti si sono mossi all’interno dei temi della nostalgia, della resistenza, della lotta all’emarginazione sociale e politica contro l’apartheid. Sono loro, prima di altri, ad aver vissuto la discriminazione razziale. Non solo i rifugiati, dunque, hanno prodotto da subito letteratura, ma anche chi si è ritrovato straniero a casa propria».
Come Damash spiega durante la presentazione, centrale è l’elaborazione della memoria collettiva dei palestinesi e della Palestina come luogo perché da decenni sotto minaccia di rimozione. Un tema che è diventato uno dei filoni delle Edizioni Q, casa editrice nata su iniziativa dello stesso Damash, che pubblica letteratura araba (per lo più siriana) e palestinese.
L’OBIETTIVO È CHIARO: ricostruire quanto è stato decostruito. «Oggi, nonostante la scomparsa di figure centrali come Jabra Ibrahim Jabra, Mahmoud Darwish e Habibi, la nuova letteratura palestinese sta vivendo un grande momento. Alcuni esempi tra tanti: Ibrahim Nasrallah, nel pieno della sua maturità produttiva, ha appena pubblicato un romanzo che definirei di fanta-socialità, una forte critica sociale espressa però in un tempo futuro; Sahar Khalifeh continua con il filone del maschilismo della società araba; o l’intramontabile Salma Khadra Jayyusi. Ad unirli è il sottofondo comune, quello dell’occupazione israeliana».
Una letteratura che cresce e vive di una particolarità unica, l’esilio, che richiede lo sforzo della memoria come fonte primaria di salvezza e rivendicazione dell’esistenza. Il percorso, compiuto da intellettuali diventati pietra angolare della narrativa palestinese, da Darwish a Kanafani, capaci di abbinare la militanza politica alla scrittura letteraria, può incidere ancora oggi sulla società palestinese, fisicamente dispersa ma tenuta insieme dalla narrazione della propria esistenza.
La mostra sui robot a Londra
La mostruosa (e umana) abilità dei robotAridea Fezzi Price >Giornale - Dom, 26/03/2017
La guerra dei robotElon Musk contro Google e Facebook, Stephen Hawkins contro il mondo nelle mani degli automi. L'intelligenza artificiale divide i guru del futuro: in difesa (anche) del proprio
La guerra dei robotElon Musk contro Google e Facebook, Stephen Hawkins contro il mondo nelle mani degli automi. L'intelligenza artificiale divide i guru del futuro: in difesa (anche) del proprio
Marco Lombardo Giornale
- Mer, 26/04/2017
L’invasione dei robot in Usa: tra 15 anni sostituiranno quasi il 40% dei lavoratori Nello studio di Pwc i rischi dell’automazione anche in Europa e Asia Paolo Mastrolilli Stampa 27 3 2017
Nel giro di quindici anni, il 38% dei posti di lavoro disponibili oggi negli Stati Uniti potrebbero essere presi dai robot. E il fenomeno riguarda anche l’Europa e l’Asia, visto che in Germania l’automazione è avviata ad eliminare il 35% dei posti, in Gran Bretagna il 30%, e in Giappone il 21%. Sono i dati contenuti in uno studio pubblicato venerdì scorso dalla PricewaterhouseCoopers, che aiuta a capire perché il fondatore della Microsoft Bill Gates abbia suggerito di tassare i robot che portano via il lavoro agli esseri umani.
La ricerca è basata sulle stime correnti riguardo la velocità e l’estensione delle capacità che l’automazione e l’intelligenza artificiale riusciranno a sviluppare nei prossimi anni. Siccome il ritmo, la direzione, e le regole di questo progresso tecnologico restano incerte, gli autori dell’analisi avvisano che le loro previsioni non sono scolpite nella pietra. Partendo dagli elementi a disposizione, però, i numero sono questi: grosso modo un terzo dei posti di lavoro disponibili oggi nelle società industriali più avanzate è destinato a sparire, entro l’inizio degli Anni Trenta. Quindi in 15 anni.
La differenza tra i vari Paesi, cioè il 38% degli Stati Uniti contro il 35% della Germania, il 30% della Gran Bretagna e il 21% del Giappone, si spiega soprattutto con il livello di sviluppo e di istruzione. I lavori più a rischio, infatti, sono quelli che richiedono un livello inferiore di studio per essere svolti, e in America ce ne sono più che in Europa e Asia. Ad esempio l’automazione nel settore finanziario degli Usa è più probabile di quello britannico, perché gli operatori di Londra lavorano su scala globale e quindi devono essere più preparati, mentre quelli di New York si concentrano sul mercato locale e hanno bisogno di meno conoscenze. In sostanza il rischio, o l’opportunità offerta dell’avvento dei robot, è più alta dove ci sono più mansioni poco specialistiche.
Secondo lo studio di PricewaterhouseCoopers, i settori dove l’avvento dell’automazione sarà più massiccio sono quelli dell’ospitalità, i servizi alimentari, i trasporti e lo stoccaggio. Gli autisti dei camion dovrebbero essere tra i primi a prendere il lavoro, quando lo sviluppo della tecnologia della guida senza pilota sarà perfezionata, perché i suoi costi saranno più sostenibili e convenienti nel campo dei grandi trasferimenti di merci, che sarebbero più sicuri perché avvengono su percorsi più facili da gestire nelle autostrade.
Non tutti però condividono queste previsioni. Il segretario al Tesoro americano Mnuchin, ad esempio, ha detto che l’avvento dei robot «è così lontano nel tempo da non essere neppure nel mio radar. Parliamo di 50, o anche 100 anni». Comunque, quando avverrà, «l’automazione riguarderà i lavori che pagano meno. Quindi dobbiamo prepararci investendo nell’istruzione e l’addestramento degli americani», in modo che siano pronti ad occuparsi delle mansioni che i robot non sapranno svolgere.
Altri limiti potrebbero venire dai problemi nello sviluppo della tecnologia, o dalle regole imposte dalla politica proprio per proteggere gli esseri umani, o comunque attutire l’impatto della transizione. Pur tenendo conto di tutti questi dubbi, però, la strada sembra segnata. Mano a mano che l’intelligenza artificiale e l’automazione progrediranno, diventerà inevitabile sfruttare i suoi vantaggi, così come quando vennero create le automobili divenne inevitabile la fine della carrozze. Il problema è come prepararsi a questo passaggio, e fare in modo che porti benefici agli uomini invece che danni, liberandoli dai lavori che non vogliono fare e preparandoli per quelli più interessanti e utili.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Industria, scuole e ospedali Qui i droidi trovano più spazio Nei servizi gli assistenti virtuali per aiutare i clienti Fabio Sindici Stampa 27 3 2017
Negli ultimi anni un nuovo valore ha cominciato a farsi notare nelle statistiche socio-economiche dei Paesi industrializzati: la densità robotica. Si tratta del rapporto tra la popolazione di umani e quella dei robot, sia nella società, sia in determinati settori industriali e occupazionali. La presenza di sistemici robotici, da quelli più semplici agli esemplari più sofisticati, oggi riguarda campi molto diversi: l’industria manifatturiera e il settore scolastico, il campo dell’intrattenimento e i servizi medico-ospedalieri (dal droide amichevole Pepper impiegato negli ospedali belgi alle protesi robotizzate in via di sperimentazione all’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore di Sant’Anna di Pisa). La popolazione degli automi è variegata: dai robot di uso domestico, come l’ormai classico Roomba o l’umanoide R1, progettato dall’Istituto di Tecnologia di Genova e la cui commercializzazione è prevista nel 2017, agli assistenti virtuali utilizzati da banche e linee aeree per gestire i rapporti con il pubblico, come la Nina di Nuance, posta al front desk virtuale dalla svedese Swedbank. Alexa, l’assistente virtuale di Amazon, sarà presto in grado di riconoscere le sfumature della voce quando si fa un acquisto online.
Il robot più comune resta però il classico «operaio» industriale impiegato per assemblare automobili e inscatolare alimenti. Il 2015 è stato un anno picco nella vendita dei sistemi robotici industriali nel mondo, con oltre 253 mila unità. La Cina è stato il mercato più forte, con una crescita del 27%, anche se la densità robotica nella Repubblica Popolare è ancora bassa. L’Italia, secondo le stime dell’Executive World Robotics è al secondo posto in Europa, dopo la Germania, e al settimo nel mondo. L’Europa è al primo posto per densità robotica, con 92 unità ogni diecimila abitanti; gli Usa sono a 86 e l’Asia a 57, con grandi concentrazioni in Giappone e Corea del Sud.
La grande spinta alla domanda di robot industriali finora è arrivata dall’industria automobilistica, ma negli ultimi anni si sono profilati nuovi protagonisti: l’industria elettronica, poi le produzioni plastiche e dei metalli. Il prossimo triennio per l’Executive World Robotics, sarà critico. Si prevede una crescita esponenziale. L’industria 4.0 si baserà su un’integrazione sempre maggiore tra automatismi, realtà virtuale e hardware. Con un incremento nella collaborazione tra umani e robot. Questi diventeranno comuni anche nelle pmi. In Cina verrà installato il 40% dei sistemi robotici manifatturieri del globo. In Cina, la Foxconn, che produce componenti per smartphone e tablet, ha rimpiazzato 60 mila lavoratori umani con altrettanti robot e aspira a creare una fabbrica totalmente automatizzata. L’Europa è al passo. L’Adidas in Germania ha pronto uno stabilimento per produrre scarpe con i robot. Sarà una nuova economia? Soprattutto, sarà una nuova società? Secondo Richard Yonck, direttore esecutivo di Intelligent Future Consulting e autore Heart of the Machine (il cuore della macchina), «sono in sviluppo computer e software emozionali per recepire le nostre emozioni di comportarsi di conseguenza». Se il prossimo decennio vedrà una nuova divisione del lavoro, forse nasceranno nuove professioni anche per gli umani. Come lo psicologo specializzato nei rapporti tra uomini e robot. Sembra una battuta, ma il campo di studi già esiste: Nicole Kraemer, professoressa di psicologia all’Università tedesca di Duisburg Essen da anni conduce esperimenti sul comportamento di esseri umani a confronto con i robot «virtuali».
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lavoro, come sfidare i robot Pietro Paganini Stapa 27 3 2017
Il lavoro è la sfida più grande che ci aspetta. Dalle prossime politiche per il lavoro dipende il benessere delle future generazioni così come il loro grado di libertà. Ne sono finalmente consapevoli i 27 che sabato hanno firmato la Dichiarazione di Roma auspicando «un’Europa sociale (…) che lotti contro la disoccupazione»; ne è molto preoccupato anche Papa Francesco ad ascoltarne le prediche. Nè gli uni né l’altro però, sembrano avere compreso appieno le dinamiche con cui il mercato del lavoro sta evolvendo. Entrambi aspirano a modelli predefiniti che appartengono al passato e che purtroppo non possono risolvere i problemi sollevati dalle trasformazioni in atto. Nemmeno il Presidente Trump, che pur può vantare un’economia più vibrante, sembra aver colto appieno il fenomeno. I dati poi che ci giungono periodicamente non sempre ci sono d’aiuto ma rischiano di confonderci. Secondo uno studio privato (PwC) il 38% dei lavori Usa potrebbe essere sostituito dalle macchine entro il 2030 (il 35% in Germania e il 30% in Inghilterra). Altre ricerche stimano addirittura che 4 lavoratori su 10 lasceranno il posto alle macchine entro il 2022. A questi numeri dobbiamo aggiungere che chi entra oggi nel mercato del lavoro dovrà cambiare tra le 5 e le 7 professioni (Wef) mentre il 40% dei lavoratori americani lavoreranno in proprio entro il 2020. Le prospettive dell’automazione in Italia sono ancora deboli, al di là ovviamente della retorica (di cui siamo maestri) sull’Industria 4.0. Sono altri i numeri che siamo soliti commentare, e gli ultimi sono arrivati ieri: gli under 30 che lavorano nella Pubblica amministrazione sono ridotti al 2,7% (6,8 gli under 35%). Con un tasso di disoccupazione che oscilla intorno al 40%, i «giovani» italiani si rendono indipendenti a quarant’anni.
Sebbene alcuni dei dati che circolano sul futuro del lavoro possono sembrare spropositati, ci troviamo sicuramente di fronte ad un paradosso. I Paesi Ocse che più rapidamente stanno automatizzando i processi produttivi hanno un tasso di disoccupazione molto basso. Al contrario, i Paesi con un tasso di disoccupazione alto - e un basso livello di occupazione - sono quelli in cui l’automazione dei processi produttivi è ancora molto lenta, come l’Italia. Esattamente l’opposto di quanto si temeva. La produttività resta ancora bassa ovunque invece, addirittura stagnante in Italia. Così non crescono i salari, vedi gli Stati Uniti, generando un legittimo malcontento tra i cittadini. Le cause però non sono da ritrovare nell’automazione. In Italia i salari non crescono perchè si produce poco, i giovani non sono stimolati ad entrare nel mercato del lavoro, e quando lo sono si presentano impreparati. Si deve capire come creare più posti e non come proteggere quelli che ci sono. Così negli Usa dove tuttavia, il problema sembra almeno per il momento, essere un altro. Con l’arrivo dei robot le imprese non licenziano immediatamente ma tendono a riallocare i dipendenti al loro interno. E quando l’uomo lascia il posto alla macchina è disposto, per non restare senza uno stipendio, a prendere posizioni che richiedono meno competenze, producono di meno e danno salari più bassi. Ecco perchè la disoccupazione Usa resta ai minimi. Si impoverisce il reddito però e quindi in prospettiva potrebbero tornare a crollare i consumi. Così come potrebbero svilirsi le competenze, e potrebbero di conseguenza diminuire, anche se non è detto, gli investimenti produttivi. C’è una terza via, più auspicabile: una volta ceduto il lavoro ai robot, ci riqualifichiamo per creare altre professioni che a loro volta si estingueranno obbligandoci a riformarci e crearne di nuove. Questa soluzione è la più auspicabile, ma richiede tempi molto lunghi e genererebbe situazioni di in-out dal mercato del lavoro che necessitano di un nuovo modello di welfare. In questo contesto prende forma l’idea di reddito di cittadinanza su cui persino i liberali più ostili all’ipotesi di reddito fisso, stanno ormai riflettendo.
Ci sarebbe un ulteriore scenario su cui concentraci, non così folle nè forse troppo remoto: il giorno in cui faranno tutto le macchine e i nostri nipoti non saranno obbligati a crearsi un lavoro. Meglio cominciare a pensarci. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Una norma sui robot per non farci cogliere impreparati
Paolo Gallina* Stampa 28 3 2017
Ieri è stata presentata alla Camera una mozione affinché il governo intraprenda azioni che portino a «uno sviluppo sostenibile della robotica, dell’intelligenza artificiale e della sicurezza informatica».
L’attenzione che viene data all’argomento potrebbe apparire eccessiva, alimentata più da preoccupazioni fantascientifiche che da una concreta necessità di vigilare. In fondo, già negli Anni 60, primordiali robot umanoidi venivano presentati alle principali fiere mondiali, informando il mondo che presto, tempo una ventina d’anni, i robot avrebbero invaso il focolare domestico. Così non è stato. Ora, il copione sembra ripetersi.
Tuttavia, se confrontiamo i pericoli di un futuro distopico allora preannunciato e la nostra realtà, emergono delle differenze sostanziali.
Innanzitutto, i robot umanoidi e le intelligenze artificiali sono diventati così evoluti da riuscire a spremere «sentimenti artificiali» dalla mente degli utilizzatori. Il fenomeno è ben noto in ambito scientifico. E viene già sfruttato commercialmente. Il termine «persuasive technology» indica tutte quelle tecnologie, digitali e meccatroniche, studiate per indurre l’utilizzatore a comportarsi in una ben determinata maniera. Ecco quindi che un robot non è solo uno strumento asettico a servizio dell’uomo, ma ha buone chance per diventare un’entità che sta a metà tra l’inanimato e il vivente, in grado di suscitare emozioni artificiali. Personalmente, ritengo che l’evoluzione di un artefatto prodotto dall’uomo, in grado di influenzarne sentimenti, stati d’animo e grado di empatia, debba essere monitorata da vicino, senza preconcetti e inutile allarmismo. Questo al fine di trarre il massimo del beneficio ed evitare qualche «buca di percorso» prodotta da uno sviluppo selvaggio.
Un secondo motivo per cui il ciclo di produzione dei robot e dell’intelligenza artificiale debba essere in qualche modo analizzato con spirito critico riguarda la scomparsa di posti di lavoro. I tecnofili osservano che è insito nel progresso il cambio di professionalità. Oggi i maniscalchi in una grande città si possono contare sulle dita di una mano a differenza degli informatici. Le professionalità emergenti (programmatore, manager, tecnologo) hanno a che fare con capacità elevate di astrazione della mente e tutto ciò rappresenta sicuramente un aspetto positivo del progresso. Tuttavia, ritengo che, rispetto al passato, i ritmi del cambiamento hanno assunto tassi di crescita pericolosamente elevati. Mio padre, che era un meccanico, ha impiegato con efficienza le competenze acquisite da studente fin oltre l’età della pensione. Attualmente, nel settore della robotica e dell’intelligenza artificiale, è sufficiente un quinquennio di mancato aggiornamento per perdere il treno della conoscenza strategica. Perciò il cambiamento di professionalità causato dalla «tecnoautomazione» della nostra esistenza va compensato con formazione adeguata.
Per ultimo, segnalo che la tecnoautomazione può – non è detto e dipende da molti altri fattori – causare un’eccessiva concentrazione di ricchezze.
Per questi motivi, che non esauriscono certo la lista, una riflessione comunitaria e un consequenziale impegno politico sono doverosi.
*Professore di Meccanica applicata alle macchine e di robotica all’Università di Trieste
Con il libro «L’anima delle macchine» (edizioni Dedalo) ha vinto il premio Galileo 2016 per la divulgazione scientifica BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Se il lavoro va ai robot Ecco quanto pesano sull’occupazione un automa vale sei operaiTagli ai posti e ai salari nell’industria Però, dalla sanità all’agricoltura, nessuno rinuncia alle macchine intelligentiFEDERICO RAMPINI Rep 30 3 2017
Chiamiamola la beffa del condizionatore d’aria “made in Usa”. La marca è Carrier, filiale della multinazionale United Technologies. Un caso ormai celebre, che Donald Trump addita come un esempio della sua azione efficace a tutela della classe operaia. A novembre, appena eletto presidente (ma non ancora in carica), Trump si occupa dello “scandalo Carrier”: vogliono chiudere una fabbrica di condizionatori a Indianapolis per trasferirla in Messico, delocalizzando a Sud del confine 800 posti di lavoro. Il presidente-eletto fa fuoco e fiamme, chiama il chief executive dell’azienda. Forse interviene la casa madre, United Technologies, che ha grosse commesse per l’esercito e non vuole inimicarsi il neo-presidente. Sta di fatto che Carrier cede alle pressioni, fa dietrofront: la fabbrica resta sul suolo Usa, nello Stato dell’Indiana. Tripudio di Trump che canta vittoria via Twitter: «Ecco come si difende l’occupazione e l’economia nazionale». Passano i mesi e il caso viene dimenticato. Fino a quando il chief executive Greg Hayes rivela ai sindacati che i 16 milioni di investimento nella sede di Indianapolis vanno tutti in robotica, automazione: «Alla fine ci saranno meno posti di prima. Dobbiamo ridurre i costi, per essere competitivi».
La morale è crudele, la vittoria di Trump si trasforma in boomerang, anche se nel frattempo l’attenzione dei media si è spostata altrove. Ma il problema è generale. L’agenzia Reuters diffonde un’indagine della PwC fra i chief executive americani, secondo cui l’80 per cento delle aziende Usa che vogliono tagliare gli organici hanno l’intenzione di sostituire uomini con robot, computer, intelligenza artificiale. Come dire: oggi l’occupazione umana viene minacciata e distrutta più dall’automazione che dalle delocalizzazioni nei paesi emergenti. L’impatto della robotica rappresenta una sfida diretta alle politiche protezioniste di Trump: rischiano di sbagliare bersaglio. Non che le multinazionali Usa abbiano smesso del tutto di trasferire fabbriche e impieghi in Messico o in Cina. Però non è più quello il motore principale dei risparmi sui costi, dei guadagni di efficienza. Se questo è vero, potrebbe deludere anche la riforma fiscale che Trump vuole dal Congresso, sempre in chiave protezionista: con l’introduzione di una “border tax” che penalizzi le importazioni dall’estero. (Per aggirare le regole del Wto ed evitare rappresaglie c’è chi pensa di costruire la “border tax”, o tassa di confine, in modo che assomigli il più possibile all’Iva europea; l’intento protezionista e discriminatorio resterebbe comunque). Magari riuscirà ad incoraggiare davvero una re-industrializzazione degli Stati Uniti. Ma le nuove fabbriche saranno popolate di computer e robot, con un’occupazione umana ridotta ai minimi termini. Si avvera quella battuta da humour nero che da anni ormai circola fra gli esperti di automazione: «La fabbrica del futuro darà lavoro a un uomo e un cane. L’uomo dovrà nutrire il cane. Il cane dovrà tenere l’uomo a distanza dalle macchine».
Una conferma autorevole arriva da una ricerca appena pubblicata da due economisti: Daren Acemoglu del Massachusetts Institute of Technology e Pascual Restrepo della Boston University. Ne ha dato conto ieri il New York Times, mettendo in evidenza che Acemoglu e Restrepo hanno rovesciato completamente le conclusioni di un loro studio precedente. L’anno scorso avevano pubblicato una previsione molto ottimista, in base alla quale l’automazione industriale distruggerà posti operai dequalificati, ma li sostituirà con nuove mansioni più specializzate e meglio pagate, dai tecnici informatici agli ingegneri. È lo scenario virtuoso su cui sono basati i manuali di economia dai tempi della rivoluzio- ne industriale inglese di fine Settecento: dando torto a quei “luddisti” che distruggevano fisicamente i primi telai meccanici per difendere i posti di lavoro degli operai tessili. La “distruzione creatrice” del capitalismo, ci è stato insegnato, con l’automazione ci porta verso un mondo migliore: meno fatica fisica, più lavoro intellettuale, più benessere.
La prima ricerca Acemoglu-Restrepo però era basata su proiezioni teoriche. Quando i due economisti si sono immersi in uno studio dal vivo, raccogliendo dati sull’economia reale, le conclusioni si sono ribaltate in modo drammatico. Nel settore manifatturiero l’occupazione distrutta dall’automazione supera di gran lunga quella che viene creata. L’industria americana ha introdotto in media un nuovo robot industriale ogni mille operai, tra il 1993 e il 2007. (In Europa l’automazione è ancora più spinta: 1,6 robot ogni mille operai). Ogni robot nuovo che viene installato per ogni mille operai, distrugge 6,2 posti di lavoro e fa calare dello 0,7 per cento il salario. Tra il 1990 e il 2007 l’automazione ha distrutto 670.000 posti. E stiamo parlando solo di fabbriche manifatturiere negli Usa. Ma l’intelligenza artificiale avanza implacabile nella finanza dove elimina bancari, nel settore ospedaliero dove elimina tecnici delle analisi, nelle prenotazioni di aerei o di spettacoli, un giorno forse sarà alla guida di taxi e camion. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Se il lavoro va ai robot Ecco quanto pesano sull’occupazione un automa vale sei operaiTagli ai posti e ai salari nell’industria Però, dalla sanità all’agricoltura, nessuno rinuncia alle macchine intelligentiFEDERICO RAMPINI Rep 30 3 2017
Chiamiamola la beffa del condizionatore d’aria “made in Usa”. La marca è Carrier, filiale della multinazionale United Technologies. Un caso ormai celebre, che Donald Trump addita come un esempio della sua azione efficace a tutela della classe operaia. A novembre, appena eletto presidente (ma non ancora in carica), Trump si occupa dello “scandalo Carrier”: vogliono chiudere una fabbrica di condizionatori a Indianapolis per trasferirla in Messico, delocalizzando a Sud del confine 800 posti di lavoro. Il presidente-eletto fa fuoco e fiamme, chiama il chief executive dell’azienda. Forse interviene la casa madre, United Technologies, che ha grosse commesse per l’esercito e non vuole inimicarsi il neo-presidente. Sta di fatto che Carrier cede alle pressioni, fa dietrofront: la fabbrica resta sul suolo Usa, nello Stato dell’Indiana. Tripudio di Trump che canta vittoria via Twitter: «Ecco come si difende l’occupazione e l’economia nazionale». Passano i mesi e il caso viene dimenticato. Fino a quando il chief executive Greg Hayes rivela ai sindacati che i 16 milioni di investimento nella sede di Indianapolis vanno tutti in robotica, automazione: «Alla fine ci saranno meno posti di prima. Dobbiamo ridurre i costi, per essere competitivi».
La morale è crudele, la vittoria di Trump si trasforma in boomerang, anche se nel frattempo l’attenzione dei media si è spostata altrove. Ma il problema è generale. L’agenzia Reuters diffonde un’indagine della PwC fra i chief executive americani, secondo cui l’80 per cento delle aziende Usa che vogliono tagliare gli organici hanno l’intenzione di sostituire uomini con robot, computer, intelligenza artificiale. Come dire: oggi l’occupazione umana viene minacciata e distrutta più dall’automazione che dalle delocalizzazioni nei paesi emergenti. L’impatto della robotica rappresenta una sfida diretta alle politiche protezioniste di Trump: rischiano di sbagliare bersaglio. Non che le multinazionali Usa abbiano smesso del tutto di trasferire fabbriche e impieghi in Messico o in Cina. Però non è più quello il motore principale dei risparmi sui costi, dei guadagni di efficienza. Se questo è vero, potrebbe deludere anche la riforma fiscale che Trump vuole dal Congresso, sempre in chiave protezionista: con l’introduzione di una “border tax” che penalizzi le importazioni dall’estero. (Per aggirare le regole del Wto ed evitare rappresaglie c’è chi pensa di costruire la “border tax”, o tassa di confine, in modo che assomigli il più possibile all’Iva europea; l’intento protezionista e discriminatorio resterebbe comunque). Magari riuscirà ad incoraggiare davvero una re-industrializzazione degli Stati Uniti. Ma le nuove fabbriche saranno popolate di computer e robot, con un’occupazione umana ridotta ai minimi termini. Si avvera quella battuta da humour nero che da anni ormai circola fra gli esperti di automazione: «La fabbrica del futuro darà lavoro a un uomo e un cane. L’uomo dovrà nutrire il cane. Il cane dovrà tenere l’uomo a distanza dalle macchine».
Una conferma autorevole arriva da una ricerca appena pubblicata da due economisti: Daren Acemoglu del Massachusetts Institute of Technology e Pascual Restrepo della Boston University. Ne ha dato conto ieri il New York Times, mettendo in evidenza che Acemoglu e Restrepo hanno rovesciato completamente le conclusioni di un loro studio precedente. L’anno scorso avevano pubblicato una previsione molto ottimista, in base alla quale l’automazione industriale distruggerà posti operai dequalificati, ma li sostituirà con nuove mansioni più specializzate e meglio pagate, dai tecnici informatici agli ingegneri. È lo scenario virtuoso su cui sono basati i manuali di economia dai tempi della rivoluzio- ne industriale inglese di fine Settecento: dando torto a quei “luddisti” che distruggevano fisicamente i primi telai meccanici per difendere i posti di lavoro degli operai tessili. La “distruzione creatrice” del capitalismo, ci è stato insegnato, con l’automazione ci porta verso un mondo migliore: meno fatica fisica, più lavoro intellettuale, più benessere.
La prima ricerca Acemoglu-Restrepo però era basata su proiezioni teoriche. Quando i due economisti si sono immersi in uno studio dal vivo, raccogliendo dati sull’economia reale, le conclusioni si sono ribaltate in modo drammatico. Nel settore manifatturiero l’occupazione distrutta dall’automazione supera di gran lunga quella che viene creata. L’industria americana ha introdotto in media un nuovo robot industriale ogni mille operai, tra il 1993 e il 2007. (In Europa l’automazione è ancora più spinta: 1,6 robot ogni mille operai). Ogni robot nuovo che viene installato per ogni mille operai, distrugge 6,2 posti di lavoro e fa calare dello 0,7 per cento il salario. Tra il 1990 e il 2007 l’automazione ha distrutto 670.000 posti. E stiamo parlando solo di fabbriche manifatturiere negli Usa. Ma l’intelligenza artificiale avanza implacabile nella finanza dove elimina bancari, nel settore ospedaliero dove elimina tecnici delle analisi, nelle prenotazioni di aerei o di spettacoli, un giorno forse sarà alla guida di taxi e camion. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Carlo Galli sulla crisi della democrazia moderna e della sinistra, con un po' di ritardo. Una lettura negriera
Risvolto
Può un professore, oggi, essere anche un politico? Come può conciliarsi
il linguaggio rigoroso delle aule accademiche con quello allusivo,
sfuggente ma anche più emotivo, della politica contemporanea? In
effetti, non può; fra i due linguaggi resta una distanza, tanto più
avvertibile quanto più la stessa persona è sia uno studioso, sia un
politico. E da questa distanza proviene l’efficacia del racconto di
Carlo Galli, lo “sguardo di un intellettuale che si sforza di capire la
politica reale”. Un’analisi che sceglie di gettare luce sulla politica
italiana con un mezzo ormai desueto e perciò provocatorio: non un tweet o
un post su Facebook, ma un libro.
Dalla Camera dei Deputati, e con gli occhi del filosofo della politica,
Galli racconta quasi quattro anni di legislatura, dalle elezioni
politiche del 2013 al referendum costituzionale del 2016. Il ruolo
crescente del Movimento 5 Stelle, la radicalizzazione della Lega di
Salvini, l’avvento di Renzi e la trasformazione del Pd fino all’esito
del referendum costituzionale sono le tappe di una narrazione riflessiva
che decifra la storia in tempo reale e unisce i fatti in un percorso
dotato di senso.E spiega perché la politica italiana sta andando
incontro a una profonda metamorfosi. Come anche altri Paesi europei,
secondo Galli l’Italia assomiglia sempre meno a una democrazia. Le
istituzioni del sistema rappresentativo rimangono apparentemente
intatte, mentre si svuotano della loro funzione e sono superate dal
populismo che viene sia dall’alto, sia dal basso.
La democrazia si deforma così in una post-democrazia e rischia di diventare una pseudo-democrazia.
“Mai come oggi la pretesa che la politica abbia un rapporto con una
qualche elaborazione di pensiero è vilipesa e derisa. Mai come oggi la
politica è tutta centrata sul fare e per nulla sul pensare. I risultati
sono il discredito, la cecità, l’impotenza della democrazia. Semmai, è
interessante ricercare le cause: che è appunto quanto si cerca qui di
fare.”
La storia della Biblioteca Vaticana

Il prefetto Pasini: Biblioteca Vaticana, la tradizione passa al digitale
Silvia Camisasca
domenica 24 settembre 2017 Avvenire
L'elefantessa di Napoleone
Storie di animali. L'avventurosa vita dell'elefantessa di Napoleone, dall'India a Versailles fino al museo di Pavia, narrata nel libro scritto da Paolo Mazzarello per la collana Passaggi di Bompiani
Federico Gurgone Manifesto 30.3.2017, 17:23
La nave Gange la rapì dal Bengala, caldo umido e piogge monsoniche le diedero l’addio. Il viaggio, fosse stato di piacere, avrebbe realizzato il sogno di chiunque. Lei vide le stoffe e i velluti di Pondicherry, avamposto francese scampato alla Guerra dei sette anni. Sentì odore di ebano e canna da zucchero nelle Mauritius.
A RÉUNION, appena a nord del tropico del Capricorno, fu vegliata dai tremila metri del vulcano Piton des Neiges e a Capo Agulhas, dove il Nord geografico coincideva con quello magnetico, trovò in accordo gli aghi della bussola. Poi, l’Oceano Indiano si confuse col freddo dell’Atlantico e le acque si intorbidirono nel triangolo della morte: tra le onde si commerciavano schiavi, mentre a destra l’Africa si incurvava profilando l’irreversibilità di un incubo.
Sbarcò in Francia d’inverno, impossibile continuare a piedi. A Lorient dovette aspettare sei mesi, prima della marcia per la Versailles di Luigi XV. Arrivò dopo quaranta giorni, il 19 agosto 1773. Aveva due anni e quattro mesi. Era alta un metro e ottantasei. Era un’elefantessa indiana e la notte del 24 settembre 1782 avrebbe spezzato le catene, intonando la sua canzone di redenzione, sette anni prima della Rivoluzione. Il fato volle che dal 1805 riposi tassidermizzata e senza nome a Pavia, dove l’8 aprile sarà esposta a un pubblico finora ignaro della sua metafora esistenziale, al termine di un restauro che anticipa il riallestimento del museo Spallanzani.
PAOLO MAZZARELLO ci racconta finalmente la sua vicenda in L’elefante di Napoleone, edito nella collana Passaggi di Bompiani (pp. 192, euro 13): un saggio arricchito da stimolanti riferimenti bibliografici. L’autore, che insegna storia della medicina all’Università di Pavia e presiede il suo sistema museale, ha scritto nel contempo una dichiarazione d’amore per gli elefanti.
«Come l’islandese dell’Operetta morale di Leopardi, anche l’elefantessa di Pavia si ribellò al mondo che l’aveva imprigionata, finendo sconfitta», ci dice. «Lei non cedette alla sabbia che mummifica, ma all’acqua dell’imbalsamatore. Volevo recuperasse la sua voce».
PRIMA DI TUTTO, colpisce la fantasia di Mazzarello la sineddoche magica dei due organi che meglio qualificano il nostro: la proboscide dal multiforme ingegno, chiamata «mano» da Aristotele e Cicerone; le zanne d’avorio, eterna delizia e croce irredenta.
In secondo luogo il carattere speciale. In India il re dei pachidermi era celebrato nel sacro corpo chimerico dalla testa elefantina e dalle quattro braccia di Ganesha nato dalla sofferenza di due omicidi e dal bisogno di protezione dalla madre Shiva. Emblema di rigenerazione e fortuna, incapace nel suo spirito vegetariano di danneggiare altri fratelli del regno animale, ispiratore di poesia e protettore dei viaggiatori. Soprattutto, mite e forte. Dante lo sapeva: la Natura si è pentita di aver generato la protervia dei giganti umani, ma contempla serena l’esistenza di balene e elefanti.
Scopriamo nel saggio che i proboscidati, con l’uomo, condividono l’ambiguità. Leggiamo di Plinio, che ricorda come nel 55 a.C., durante cruenti giochi voluti da Pompeo, elefanti in cerca di scampo tanto commossero il pubblico che l’organizzatore fu riempito di maledizioni. In India però venivano utilizzati per le condanne a morte, schiacciando le vittime. E secondo Alberto Magno si lasciavano catturare con la tecnica del poliziotto buono e di quello cattivo, piegandosi a quei ricatti morali che da millenni rendono schiava l’ingannevole buona fede umana. Quella capace, in breve, di abbandonare la rivoluzione per l’impero.
«Nel 1803, scrive Victor Hugo, quando a Parigi si imbatté in una corona d’alloro dedicata a Voltaire, Napoleone grattò via d’istinto le ultime tre lettere», ricorda Mazzarello. Au grand Volta: più che il paladino della libertà di pensiero, il condottiero apprezzava la concretezza della pila elettrica. Alessandro Volta insegnava a Pavia. Poteva non interessare alla sua università il corpo impagliato di un elefante?
«LEI È COSÌ VITTIMA di una duplice violenza – spiega l’autore – In vita pedina della strategie di Chevalier, un avventuriero arruolatosi nella Compagnie des Indes che, donandola a Luigi XV, voleva solleticare l’attenzione della Francia su un continente sempre più abbandonato alle brame inglesi. Da morta, messaggera di scientismo, intrappolata nel paradigma cartesiano dell’animale macchina».
Null’altro che merce di scambio per la diplomazia degli uomini, come altri prima di lei. Abul Abbas, l’olifante di Carlo Magno, il primo a raggiungere l’Europa dopo il crollo di Roma, spedito nella fredda Aquisgrana dal califfo di Baghdad. Malik, regalato dal sultano d’Egitto a Federico II. Annone, l’albino di Leone X che non disdegnò di sputare acqua in faccia al pontefice in persona. Infine, Salomone da Goa, dono di Giovanni di Portogallo a Massimiliano d’Austria. Un resistente silenzioso la cui anima è stata illuminata dalla smisurata penna di José Saramago.
Il restauro dell'Adorazione di Leonardo
Alla Galleria degli Uffizi di Firenze torna “L’Adorazione dei Magi”, il grande capolavoro incompiuto del genio di Vinci
ANTONIO PINELLI Rep 28 3 2017
Dopo un restauro ben riuscito, la retorica consueta esalta la restituzione all’opera del suo “originario splendore”. Il rientro agli Uffizi dell’Adorazione dei Magi di Leonardo, felicemente risanata dopo un’ospedalizzazione durata quasi sei anni nei sapienti laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure alla Fortezza da Basso, merita frasi meno scontate. L’Adorazione, che è il dipinto vinciano su tavola di maggiori dimensioni giunto fino a noi (cm 240 x 244), non ha mai posseduto un suo “splendore originario”, se non altro perché l’autore, nel 1482, dopo pochi mesi di lavoro, decise di andarsene a Milano, dove rimase per quasi vent’anni alla corte degli Sforza, lasciandola incompiuta: un magmatico abbozzo brunastro, lumeggiato di biacca, in cui affiorano parti più definite ed altre assai meno, ma senza che nessuna di esse attinga lo stadio finale
di un’immagine policroma. Questa sua incompiutezza non l’ha resa meno suggestiva, anzi, ne ha aumentato il fascino, avvolgendola di un brumoso alone di inquietante mistero.
Le indagini riflettografiche compiute nel 2001-2002 sull’Adorazione avevano evidenziato sconnessioni della tavola e danni della pellicola pittorica che rendevano necessario un intervento di restauro, ma le furiose polemiche innescate da Maurizio Seracini, un bioingegnere italo-americano che nel frattempo preparava il terreno per sforacchiare gli affreschi vasariani nel Salone dei Cinquecento, alla vana ricerca del perduto fantasma della Battaglia d’Anghiari, avevano indotto Antonio Paolucci a una prudente pausa di riflessione. Dopo nove anni, furono Cristina Acidini, che era succeduta a Paolucci nel ruolo di Soprintendente al Polo museale fiorentino, e Antonio Natali, allora direttore degli Uffizi, a rompere coraggiosamente gli indugi, affidando il dipinto vinciano alle cure dell’Opificio delle Pietre Dure, che sotto la direzione di Marco Ciatti ha da tempo consolidato una fama di eccellenza internazionale nel campo del restauro.
Generosamente finanziato dall’Associazione “Amici degli Uffizi”, il progetto conservativo ha comportato preliminarmente una lunga e complessa campagna diagnostica, condotta con attrezzature avveniristiche, tecniche rigorosamente non invasive e metodo pluridisciplinare, integrando le diverse competenze professionali di restauratori, storici dell’arte ed esperti scientifici. Ne è scaturito un restauro esemplare. Le operazioni hanno rivelato segreti insospettati: ad esempio, che originariamente il dipinto era un po’ più grande, essendone stati resecati alcuni centimetri della parte inferiore. Si è appreso, inoltre, che Leonardo non si è curato di “incamottare” con una tela le assi di legno del supporto, come si usava a Firenze, ma ha steso uno strato di preparazione in gesso, colla e fibre vegetali, adottando una tecnica ben nota nel Quattrocento nordeuropeo e in Spagna, ma che, per quel che sappiamo, fu usata prima di lui in Italia solo nella Flagellazione di Piero e nella predella mantegnesca della Pala di San Zeno. Ne esce, dunque, ulteriormente confermata, quell’attitudine instancabile alla sperimentazione che è al tempo stesso la cifra più autentica del genio leonardesco, ma anche, ahimé, la causa della perdita di tante sue opere.
Ma c’è di più. La ripulitura della superficie pittorica ha reso leggibili, oltre a embrioni di figure che a malapena s’intravedevano, anche altre immagini del tutto insospettabili, che rivelano come Leonardo abbia elaborato il disegno direttamente sulla tavola, correggendo e inventando in corso d’opera, all’impronta. La tavola appare perciò eloquente incunabolo, quasi una radiografia in movimento, del febbrile processo creativo leonardesco, Solo lo sfondo architettonico fu delineato dall’artista sulla tavola senza ripensamenti e con grande rigore prospettico, seguendo i principi dell perspectiva artificialis brunelleschiana, che egli aveva avuto modo di discutere con il matematico Paolo dal Pozzo Toscanelli. Dal catalogo (Giunti) si apprendono altri misteri rivelati dal restauro. Come quelli iconologici, spiegati in un saggio di Antonio Natali, le cui precoci intuizioni circa l’influenza delle profezie di Isaia sul concetto sotteso all’Adorazione leonardesca hanno trovato nuove conferme dopo la ripulitura. Un intervento di Jonathan K. Nelson, inoltre, dimostra che l’Adorazione dei Magi, eseguita da Filippino Lippi 1496 per l’altar maggiore di San Donato a Scopeto, in sostituzione di quella lasciata incompiuta da Leonardo nel 1482, oltre ad essere ancor più influenzata dagli scritti di Sant’Agostino sull’Epifania come festa di tutti i popoli, in quanto annuncio di una religione universale, esibisce vari ritratti di membri del casato mediceo non previsti nella precedente versione leonardesca, perché, per le mutate condizioni politiche, i Canonici regolari di Sant’Agostino, committenti dell’opera, avevano sentito il bisogno di tutelarsi con un omaggio ai potenti banchieri.
La mostra, sapientemente allestita in tre sale continue dall’architetto Antonio Godoli, offre ai visitatori non solo la stupefacente epifania dell’Adorazione risanata, ma anche la possibilità di confrontarla con la pala di Filippino che la sostituì, fino a quando, nel 1529, la chiesetta di san Donato a Scopeto, su una collina poco fuori Firenze, fu demolita dalla Repubblica che aveva cacciato i Medici, per impedire che l’esercito imperiale assediante se ne avvantaggiasse installandovi le proprie artiglierie. In seguito, sia la tavola di Leonardo che la sua sostituta pervennero agli Uffizi, dove ora la prima attende che siano finiti i lavori nel terzo corridoio della Galleria, per trasferirvisi insieme alle due altre opere vinciane possedute dagli Uffizi: l’Annunciazione e il verrocchiesco
Battesimo di Cristo, in cui Leonardo, giovanissimo, esordì accanto al suo maestro.
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“Così siamo riusciti a ritrovare la sua vera pittura”
Parla Marco Ciatti, che ha guidato il lavoro all’Opificio delle Pietre Dure “Sono riaffiorate le sfumature originali”
CARLO ALBERTO BUCCI Rep
Marco Ciatti è di solito «diffidente nei confronti dell’iperbole». Ma davanti all’Adorazione dei Magi di Leonardo lo studioso non ci pensa due volte a usare l’aggettivo «capolavoro». E lo fa a cantiere dell’Opificio Pietre Dure concluso: quello del lungo restauro, da lui diretto con Cecilia Frosinini, della tavola che il genio iniziò nel 1481 e che non portò a termine. Consegnandola alla storia come uno dei più affascinanti “non finiti” della pittura.
Ciatti, perché «capolavoro» se il dipinto non fu completato al momento della partenza di Leonardo da Firenze per Milano?
«Capolavoro perché basta contestualizzarlo al 1481. Un anno in cui a Firenze era ancora attivo un pittore come Neri di Bicci. Ebbene, il nostro lavoro, contribuendo a restituire la pittura originale sotto le ridipinture, permette di capire meglio che già Leonardo trentenne, ossia prima del secondo soggiorno fiorentino del 1504-5, è 50 anni avanti a tutti. E quando Vasari scriveva che Leonardo ha “iniziato la maniera grande” si riferiva alla fase giovanile ».
Cosa rende così importante la tavola?
«La composizione articolata. Gli altri pittori dipingevano ancora figure isolate. Lui crea continui scambi di gesti e di sguardi, ricerca a fondo con il disegno il “moto dell’anima” per ciascun personaggio. E li mette in relazione creando un turbinio di figure intorno al punto centrale della Vergine con il Bambino».
È grazie alla riflettografia MultiNir che avete potuto mettere in evidenza i segni nascosti?
«Quella tecnologia ci ha permesso di mettere in luce le tracce dell’incisione. Ma è stata la pulitura che ha fatto risplendere la pittura di Leonardo».
Ci siete andati con i piedi di piombo, però.
«Sì, grazie alla mano di Roberto Bellucci, che si è occupato anche delle complesse indagini diagnostiche, e di Patrizia Riitano, ci siamo limitati ad assottigliare lo spesso strato di colle, vernici e patine varie attraverso le quali il dipinto era stato, nel corso dei secoli, “rinfrescato” dai pittori addetti alla manutenzione delle collezioni granducali. E sotto la coltre c’era la pittura di Leonardo, con tutte le sfumature di un’opera in divenire».
Avete potuto ricostruire nel dettaglio le fasi della lavorazione della tavola?
«Sì, era una tecnica molto complicata che prevedeva le incisioni sulla preparazione al fine di creare la scatola prospettica, poi l’intervento del disegno, quindi le prime ombreggiature, l’acquarellatura nera ma anche blu, fino alla definizione del monocromo nelle figure più complete».
Quali le particolarità maggiori?
«L’altra cosa strana, eccezionale, è che Leonardo ha usato la tavola quadrata come fosse “carta”. Per trasferire la composizione sul supporto ligneo non usò, come da prassi, un cartone preparatorio. Ma, fatti alcuni disegni prima, tornò a delineare, abbozzare, ripensare, cercare le forme direttamente sul quadro. Attraverso il disegno, poi con la pittura».
Però qualche errore l’ha fatto. La tavola di pioppo è fatta di dieci assi di cattiva qualità. La tavola di pioppo è fatta di dieci assi di cattiva qualità.
Colpa sua o dei suoi aiutanti di bottega?
«Ma, no: il supporto era di solito fornito dai committenti che davano incarico ad esperti legnaioli di realizzarlo. Certo, in questo caso il taglio del legno è di mediocre qualità. Ciro Castelli, Andrea Santacesaria e Alberto Dimuccio hanno fatto però un ottimo lavoro sulla tavola che presentava, tra l’altro, quattro profonde fenditure. Il legno ha riacquistato ora solidità e funzionalità. Il supporto può tramandare ancora al futuro l’immagine inconfondibile di un capolavoro».
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lunedì 27 marzo 2017
Tutti gentiliani. Una classificazione filosofica assai discutibile nel libro di Ronchi

Ogni cosa è intelligenza: non un lampo ma un fare
Filosofia italiana . Dell’intuizione, che non ha nulla da spartire con un atto di magia, si può esibire la struttura: questa la scommessa di Rocco Ronchi in «Canone minore», Feltrinelli
Federico Leoni Manifesto Alias Domenica 23.4.2017, 19:12
Da tempo la filosofia ha rinunciato a voler dire come sono fatte le cose, come è fatto l’essere, o magari il divenire, e si è piuttosto accontentata – almeno da Kant in avanti – di spiegare come è fatto il discorso che parla delle cose. La rivoluzione filosofica introdotta da Kant consiste nel liquidare la metafisica, che è appunto quel discorso la cui pretesa sta nel dire come è fatto l’essere, e nel sostituirle la filosofia critica, che è tale proprio perché esamina, distingue, delimita le forme dei discorsi umani sulle cose. Ad altri, cioè alle scienze, il compito di praticare quel discorso diretto, e magari il piacere, il godimento di toccare con mano le cose, la natura.
Questa sublime astinenza dei moderni da un lato vuol dare fondazione alle scienze, esaminando le strutture del suo discorso, cartografando il senso e i confini e i meccanismi delle sue procedure. Dall’altro, con le migliori intenzioni, mette di fatto la filosofia in una curiosa posizione. Mentre suppone di fondare le scienze, la filosofia critica si ritrova infatti a irridere proprio il lavoro degli scienziati, assumendo la coincidenza tra la loro posizione e una beata ingenuità.
Gli scienziati avrebbero la curiosa convinzione di star parlando dell’essere, la testarda incapacità di avvertire il peso delle mille deformazioni che le loro procedure introducono tra l’osservatore e l’osservato. Ma così facendo la filosofia critica si condanna a una splendida superfluità. Gli scienziati procedono dritti per la loro strada, senza badare più di tanto ai filosofi, ai quali non resta che stare a guardare, e a volte guardare il fatto di stare a guardare.
La cifra che attraversa da cima a fondo il progetto di Rocco Ronchi sta tutta nel gusto per il godimento, per il contatto diretto con l’immediato, per il ritrovarsi cosa tra le cose, vita vivente nel bel mezzo della complicata armonia di tutte le infinite vite viventi.
Ronchi chiama «canone maggiore» della filosofia quella sequenza di posizioni che dalla modernità in avanti si esprime nel criticismo, poi nella dialettica, poi nella fenomenologia, dunque nell’ermeneutica, e ancora nel decostruzionismo, e per finire nella filosofia analitica. È la linea dell’astinenza, dello stare a guardare e dello stare a guardare che si sta a guardare. Non a caso il libro di Ronchi si intitola Il canone minore (Feltrinelli, pp. 312, euro 25.00) . Perché riguarda tutto il resto, ciò che è residuale, trascurato dagli studi e dagli studiosi mainstream, fatto di autori essenzialmente antimoderni, che restano ai margini della filosofia moderna e delle sue buone e astinenti maniere.
Antimoderni o perché antichi, o perché sembrano antichi anche quando non lo sono, antichi perché essenzialmente antimoderni. Accanto a Platone, Aristotele, Plotino, Eriugena, Ronchi rilegge e riutilizza dunque, senza battere ciglio, Bergson, Whitehead, Giovanni Gentile, William James.
Ci sarebbe un fiume carsico, questa la sua ipotesi, che dalle origini a oggi non cessa di comparire e scomparire nel grande corso della storia della filosofia, con insistita testardaggine e un unico desiderio ricorrente: dire come è fatto l’essere, e soprattutto il divenire, la processualità naturale. Ecco spiegato il sottotitolo del libro: Verso una filosofia della natura.
Non è la prima volta che qualcuno insorge contro la filosofia che si fa cauta esaminatrice di discorsi e di esperienze soggettive, per rivendicare l’idea che la realtà esiste eccome. Questa volta però le cose vanno diversamente: in questione non è il fatto di ribellarsi ai discorsi e in nome dell’oggettività, ma in nome della processualità. La precisazione è decisiva. Perché chi rivendica gli oggetti contro i soggetti ha già dato ragione, senza saperlo, al soggettivismo, cioè a chi non vuole parlare delle cose ma dei discorsi sopra le cose. Se diciamo che c’è la realtà nel senso che ci sono gli oggetti, di fatto stiamo mettendo al posto della realtà quei ritagli che noi soggetti realizziamo nella stoffa della realtà, a nostro soggettivo uso e consumo. Gli oggetti non sono altro se non ciò che i soggetti vedono e usano nel mondo. Fallacia della concretezza malposta, direbbe Whitehead, stella polare di questo libro.
Lo sforzo di Ronchi è invece mostrare da un lato che gli oggetti, l’oggettività, sono una pura illusione ottica. E dall’altro che lo sono perché anche i soggetti sono illusioni ottiche. Noi uomini non abbiamo – secondo Ronchi – uno statuto particolare nell’universo, né abbiamo motivo di pensare l’essere a partire da noi anziché a partire dall’essere. Il reale insomma non è diviso in due: soggetti da una parte, oggetti dall’altra, è uno solo. Ed ecco che, tolta di mezzo questa fantomatica linea di divisione, succedono due o tre cose mirabili, nel campo delle nostre idee. Se il reale è uno, allora la distanza, la mancanza, la negazione, non esistono. Ciò che c’è è il pieno, la continuità, l’inerenza di tutto in tutto, l’implicazione di ogni cosa in ogni altra cosa. Ma dato che gli oggetti non esistono, questo tutto non può risolversi in una totalità di oggetti, dunque dire che tutto è in tutto significa piuttosto dire che tutto si muove muovendo tutto, che tutto si prolunga in tutto, che tutto si trasforma in tutto ed è a sua volta trasformato da tutto. Tolto il due, ecco l’uno, e insieme, ecco che l’uno è processo.
Canone minore non si limita però a sostenere che tutto è processo, va oltre e dice che se queste premesse sono vere, allora tutto è intelligenza. Tutto comprende tutto ed è compreso da tutto, tutto vive e si muove intuendo tutto il resto, ed essendo vissuto e mosso e cioè intuito da ogni altra cosa. Quello che chiamiamo natura è questo movimento di intuizioni.
La grande scommessa sta nel dimostrare che dell’intuizione si può esibire la struttura. Lungi dal somigliare a un lampo di magia, l’intuizione è un’operazione complessa, è la struttura stessa che si disegna quando ogni cosa vive e si trasforma in ogni cosa, essendone simultaneamente ritrasformata e rivissuta.
All’alba del Novecento Bergson, James, Whitehead, Gentile hanno amato follemente questa danza di intuizioni. Rileggerli insieme a un secolo di distanza significa tratteggiare l’agenda filosofica del presente. Lo strano e profondo saggio di Rocco Ronchi, dice che ogni cosa è intelligenza, stando perfettamente in bilico tra la mistica e la logica pura. E nel farlo parla in effetti di ciò che vediamo ogni giorno accadere: nei laboratori degli scienziati, nei processi economici globali, nella disperata e fragilissima interazione di ogni pezzo del pianeta con ogni altra sua parte. Dietro la filosofia, questo libro parla di politica, economia, ecologia.
Che ogni cosa è intelligente non è un modo di dire, bensì un modo di fare: il modo in cui la natura fa le cose. È il metodo e la struttura della sua meravigliosa e inquietante e incessante creatività, profondamente antiumanistica perché sommamente realistica. Converrà affacciarsi alla sua scuola, se non vogliamo scomparire, magari con eleganza, come filosofi ma soprattutto come specie.
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