domenica 2 aprile 2017

L'accuratissimo marketing simbolico delle rivoluzioni colorate sobillate dagli Stati Uniti


Risultati immagini per rivoluzione ombrellidalle scarpe da tennis agli ombrelli scaTTI DI UNA RIVOLUZIONE 

Massimiliano Panarari Stampa 1 4 2017
Il primo ministro russo Dmitri Medvedev ha una passionaccia per le Nike colorate, che sfoggia spesso. Sneakers dalle tinte psichedeliche che si sono convertite nel bersaglio allegorico dei cortei di protesta (stroncati nuovamente con la violenza) dei giorni scorsi a Mosca. E a cui i manifestanti, dopo aver raccolto l’invito a mobilitarsi lanciato dall’impavido blogger anticorruzione Alexey Navalny, hanno contrapposto le loro «normali» scarpe sportive, divenute l’emblema della loro battaglia. Le scarpe da tennis (e da passeggio) «comuni» e «abituali» della «generazione P.» (quella cresciuta interamente sotto la democratura di Putin, e senza grandi prospettive di futuro) contro le sneakers griffate di una classe dirigente che si arricchisce indebitamente. 
Ogni mobilitazione politica ha bisogno di simboli e rappresentazioni. Vale ancor più oggi che i moti di protesta si sviluppano spesso in maniera spontanea (e pacifica), in genere senza partiti politici o sindacati alle spalle, e come reazione indignata alla malagestione delle crisi economiche e alla corruzione di chi detiene il potere. Nella nostra epoca della democrazia post-rappresentativa, della consunzione delle bandiere ideologiche e del ritorno della politica dell’identità, i movimenti di opposizione scelgono sempre più di frequente quali loro simboli gli oggetti che hanno a portata di mano (o «di piedi», come in Russia). Per fare l’antropologia delle ribellioni contemporanee si rivela quindi molto utile la fenomenologia della vita quotidiana, nella quale si registra il divario tra il peggioramento delle condizioni materiali di vasti strati della popolazione e la dolce vita delle oligarchie e di certi establishment. 
A differenza dell’antipolitica in voga dalle nostre parti, però, in questi casi si segnala l’assenza di imprenditori politici del populismo, e chi scende in piazza anela a maggiori libertà e invoca il pluralismo, guardando alle affaticate democrazie liberali e ai welfare state occidentali con grande fascinazione. Così è stato per le manifestazioni contro il decreto governativo «salva-corrotti» in Romania, dove i partecipanti si univano formando l’immagine della bandiera dell’Unione europea: e qual è oggetto più quotidiano (e biopolitico) del proprio corpo? Analogamente fu per le proteste «delle pentole e delle padelle»: nell’Argentina tra fine Anni Novanta e inizio Duemila (i cacerolazos), in Brasile (a colpi di mestoli, pro o contro Lula e Dilma Roussef) e in Venezuela in occasione della contestata elezione del chavista Nicolas Maduro, che ha esasperato la sua stretta autoritaria proprio in queste ore facendo chiudere il Parlamento dal Tribunale supremo. Spostandosi agli antipodi (geografici e culturali), anche la quieta ed esemplare democrazia nordica islandese ospitò una rivolta delle pentole che, nel gennaio 2009, portò alla caduta del governo del Partito dell’indipendenza coinvolto nel collasso finanziario del Paese. Gli ombrelli multicolori sono il segno di riconoscimento del coraggioso movimento di Hong Kong. E (anche) sugli smartphone e via social viaggiarono le primavere arabe.
Oggetti di uso comune per cercare di tagliare il traguardo della condizione (una delle più difficili, purtroppo) di Paesi normali. E per generare audaci legami politici nella sfiduciata età della democrazia del pubblico. 
@MPanarari
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Morozov a Zagrebelskyland




Torna "Operazione massacro" di Walsh


Esiste ormai il genere della narrativa dell'invasione


sabato 1 aprile 2017

Las Casas e le origini del colonialismo occidentale e della sua critica


Luca Baccelli: Bartolomé de Las Casas. La conquista senza fondamento, Feltrinelli

Risvolto

L'Europa del Cinquecento scopre l'America e stermina in pochi decenni i suoi abitanti. E intanto riflette se sia giusto o ingiusto quello sterminio. E qualcuno, addirittura, pensa a come rallentare il massacro, come fermarlo. È un gesuita spagnolo, Bartolomé de Las Casas.
La globalizzazione ha cinque secoli di vita. L'Europa inaugura la globalizzazione con la scoperta dell'America, e la conquista e distruzione degli "altri", degli "indigeni", degli "stranieri". Proprio per questo, da subito, l'Europa della globalizzazione e della colonizzazione diventa uno straordinario e combattutissimo laboratorio di pensiero. Idee, iniziative, resoconti più o meno fantasiosi dalle colonie, leggi più o meno efferate promulgate dai grandi paesi colonizzatori: un'intera galassia culturale fiorisce e si mette in movimento nel tentativo ora di giustificare ora di temperare la violenza della conquista. Chi sono "gli altri", animali da macello, utili schiavi, buoni selvaggi, nostri simili? Un gesuita spagnolo, Bartolomé de Las Casas, cappellano nelle colonie, responsabile della diffusione del verbo cristiano nei possedimenti d'oltreoceano, teologo raffinato e disincantato uomo di potere, inizia a interrogarsi con onestà e radicalità inedite sulla sua presunta missione civilizzatrice e sui suoi malcapitati destinatari. Mette al servizio di questa causa i tesori della sua formazione teologica e della sua astuzia di politico. Inizia ad aprire spazi di dubbio e di riflessione impensabili. Si adopera fattivamente per fermare il massacro. Non ci riesce, e viene accusato di tutto e del contrario di tutto. Chi siano gli altri, e chi siamo noi per gli altri, è la domanda di Bartolomé ed è, più che mai, la domanda che inquieta il nostro tempo.

Hercule Florence e le origini dell'antropologia: una mostra


Il “secondo Robinson” che misurava le nuvole 

Una mostra a Montecarlo riscopre la straordinaria figura di Hercule Florence, esploratore di inizio Ottocento che con i suoi disegni precorse gli studi di Lévi-Strauss in Brasile e anticipò Daguerre con l’invenzione della fotografia 

Marco Vallora Stampa 31 3 2017
Dunque, di Hercule non c’era soltanto Poirot, ma anche lo sconosciuto Hercule Florence. E per fortuna una sorprendente mostra-monstre a Villa Paloma di Montecarlo (cinque anni di ricerche di due valenti «esploratorI»: Linda Fregni e Cristiano Raimondi) ce lo fa scoprire, nella sua imprevedibile complessità proteiforme. «Inventore», si definiva, a ragione. Geniale. Esploratore nato. Melanconico-cronico. Felicemente fallimentare. Indomito sperimentatore. Così precoce da meritarsi la damnatio memoriae più ingiusta e crudele. Un personaggio degno di un film di Herzog, da racconto di Roussel. Ma cominciamo dalle prime pagine.
Hercule si chiama così, in omaggio al nome rivoluzionario del Fort d’Hercule di Monaco. Anche se nasce, nel 1804, a Nizza, allora terra sabauda. Figlio e nipote di artisti eccentrici, Prix de Rome sostenuti dai Grimaldi, a 14 anni Hercule è già calligrafo di corte, ma poco dopo ha la (s)ventura di scoprire la figura di Robinson Crusoe, che gli cambia la vita e lo convince al giro del mondo. Presto convertito in una spedizione verso il Brasile (che ha riaperto le sue porte, dopo la clausura portoghese). Già scegliere un naufrago, come modello, è depressivamente significativo, lui si vorrà sempre «secondo Robinson». 
Parte con una spedizione-pionieristica, via fiume, del medico-geografo russo Baron Langsdorff, nel cuore nero del Brasile più sconosciuto. Florence ha il ruolo di disegnatore di bordo, un poco come succedeva nel Voyage pictoresque di Vivant Denon e Saint-Non, in Sicilia, anche perché la matrice è similare, partendo dai modelli di Hubert Giottino de Superville e dei «paesaggi della ragione» illuminista. Però poi, esattissimo, geometra della visione, etnografo in anticipo sui tempi, scrupoloso registratore di fisionomie «selvagge» e di costumi folklorici, entro queste rigorose griglie neoclassiche versa giù il suo immaginario esotico, leggermente fiabesco (talvolta ricorda addirittura il nordico Larsson), mitemente visionario. Con punte che annunciano l’orientalismo di Salgari e Karl May.
Come sempre, è un «replicatore», un traduttore di codici: amante della musica classica, inventa la «Zoophonie», un sistema, su pentagramma, per trascrivere il verso degli animali, con notazioni tanto fedeli, quanto eccentriche. Rispetto a un precedente pittore-tropicale come il connazionale Debret, risulta meno «colonialista»: non esagera con sottolineature caricaturali, prese di distanza razziali. Tra l’altro è tra i primi a documentare usi e costumi degli sconosciutissimi Bororo, secoli prima che arrivasse in visita, «pionieristico», Lévi-Strauss. Sorprendente vedere affiancati i disegni-fiches di Florence con le schede dattilografate dell’antropologo strutturalista: sintonie impressionanti, di taglio e dettaglio. 
Forse è in quei frangenti che questo «inventore nel Brasile» avverte l’esigenza bruciante di un’invenzione geniale, che permetta di documentare in modo svelto, economico, più oggettivo, quando si vede e registra, nel corso dei viaggi, magari traditi da una verve pittorica fiammante come la sua. Utile il confronto con altri viaggiatori-pittori, per esempio il Taunay, suo predecessore nella spedizione, che muore annegato (in mostra alcuni suoi commoventi taccuini, intrisi d’acqua funerea). Ma tutta la spedizione finisce male. Lo sponsor-zar Nicola si stufa di pagare somme immense; zanzare, animali feroci, indigeni vendicativi decimano gli esplorati. Langsdorff perde la ragione (qui il romanzo vira verso Conrad) e presto tutto si disfa. 
Hercule si arena (imprigionato dalla vita) nell’odierna Campinas, sposa una donna che gli dà tredici figli (la seconda, tedesca, altri sette; ed è una discepola del rivoluzionario pedagogista svizzero Pestalozza), ma non smette, galileiano, di sperimentare. Inventa un sistema, praticamente tridimensionale, per rendere «stereometrica» la pittura a olio (cioè più «vivente») un sistema per misurare la labilità di forma delle nuvole cangianti, una carta-moneta, visionaria e infalsificabile, propone un nuovo ordine architettonico «brasileiro», con capitelli a forma di palma, e una noria idrologica, che dovrebbe praticamente raggiungere il moto perpetuo. 
Nessuno gli bada. E lui, patetico e nobilissimo, manda invocazioni al mondo. Soprattutto all’Accademia delle Scienze di Torino - grazie, le faremo sapere, ma non c’è spazio per le sue idee. Poi s’accorge che, lavorando «dentro» la sua «camera ottica» (creata grazie al foro di una tavolozza!) può tentare di «fermare l’immagine». Con il nitrato d’argento, che gli concede un farmacista flaubertiano e la sua pipì, visto che in Brasile non esiste ammoniaca. Ha praticamente «inventato» la fotografia, (certamente il suo nome: «scrittura di luce») anni prima di Fox Talbot e di Daguerre, già nel 1833. Ma chi lo ascolta, esiliato nel fondo del Brasile? Forse ha inventato più la fotocopiatrice, che non la vera fotografia: duplica etichette di farmacia, editti massonici, il busto di Lafayette. Quando scopre, in pubblico, nel ’39, che Daguerre ha brevettato la sua stessa invenzione, sbianca, si sente morire, ma poi si fa subito ragionevole: «Non mi metterò in competizione con nessuno. Può darsi che la stessa idea venga a due persone diverse». Modesto genio infelix.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Luigi Barzini e il costume nazionale

Libro Luigi Barzini. Una storia italiana Simona Colarizi
Simona Colarizi: Luigi Barzini. Una storia italiana, Marsilio

Risvolto
Professionista straordinario, da corrispondente per il «Corriere della Sera» Luigi Barzini ha raccontato i principali eventi del suo tempo: il volo dei fratelli Wright, il raid Pechino-Parigi del 1907, la rivolta dei Boxer in Cina, il fronte libico, la guerra civile in Messico. Antieroe per cultura, egli rappresenta anche, nei suoi pregi e difetti, la media borghesia italiana che al crollo dello Stato liberale si consegna al fascismo e fiancheggia la dittatura. La sua storia attraversa l’esperienza di Salò e l’immediato dopoguerra, restituendoci uno spaccato dell’Italia, prima liberale e poi fascista. In queste pagine a metà tra il saggio e il romanzo, Simona Colarizi ricostruisce gli ultimi tre giorni di vita di Barzini prima della tragica fine, tutt’oggi avvolta dal mistero. Non semplicemente le vicende del cronista, ma anche dell’uomo nei suoi affetti privati: l’amore per la moglie e i figli, il senso di colpa per la fine del terzogenito, morto a Mauthausen. Al grande innovatore del giornalismo italiano fa da contraltare un uomo paradossalmente fragile, insicuro, tanto da incarnare secondo l’autrice «il prototipo del conformista moraviano». Il controverso rapporto con le élite, la fascinazione per il potere, la cocente delusione nei confronti della politica sono tratti che possono dirci molto sulla nostra identità di oggi. «La storia si ripete – scrive Colarizi – anche se non è mai identica a se stessa; in ogni tempo rotture più o meno traumatiche nei sistemi politici nascono dal malessere di una parte della popolazione che si sente esclusa dalla cittadinanza o percepisce quanto siano inadeguate le classi dirigenti a rappresentare le rivendicazioni e a soddisfare le aspettative dei cittadini».

La DC e la scissione del MSI nel 1976

Risultati immagini per Parlato: La fiamma dimezzataGiuseppe Parlato: La fiamma dimezzata. Almirante e la scissione di Democrazia Nazionale, Luni edizioni, pagg. 320

Risvolto
È vero, come si è detto per quarant’anni, che la Democrazia cristiana provocò e finanziò la scissione del 1976 nella quale più di metà dei parlamentari missini passarono a Democrazia Nazionale, il nuovo partito moderato di destra? Quanto influì il dissenso dei moderati verso la linea politica di Almirante in quella scissione, che in proporzione fu la più rilevante a livello parlamentare nella storia della Repubblica? Quanto fu determinante il discorso culturale che contrappose la scelta della democrazia perseguita dai moderati alle suggestioni aristocratiche e rivoluzionarie dei seguaci di Evola? Di tutto questo si parla in questo libro. Per la prima volta Parlato apre gli archivi del Msi alla ricerca delle vere ragioni della scissione ma in realtà scrive la storia della destra italiana degli anni Settanta con tutte le illusioni e con le occasioni mancate che pesarono sulla successiva storia d’Italia.

L'archivio di Tullio De Mauro a Torino

Risultati immagini per archivio tullio de mauroL’archivio salvato dell’uomo che restituì dignità al dialetto

A Torino sono consultabili lettere e volumi preziosi appartenuti allo studioso scomparso a gennaio
Officina De Mauro 

GUIDO ANDRUETTO Rep 31 3 2017
TORINO Libri che respirano. Fuori dagli scatoloni, di nuovo aperti al mondo, su scaffali e scrivanie. Migliaia di documenti e testi sui dialetti italiani e le lingue di minoranza, tutti appartenuti al linguista Tullio De Mauro, scomparso nel gennaio scorso, e che proprio oggi avrebbe compiuto ottantacinque anni, sono ora a disposizione di chiunque li voglia consultare presso il Fondo a lui intitolato, ospitato in un grande spazio nel centro di Torino, a pochi passi da piazza San Carlo. Promosso dalla Rete Italiana di Cultura Popolare con il sostegno della
Fondazione Crt, «è un luogo vivo ed aperto con sale per lo studio e la lettura», spiega il direttore Antonio Damasco, «dove è possibile visionare i materiali donati da De Mauro, come i dizionari dialettali e i testi letterari dalle opere maggiori, da Firpo a De Filippo e Tonino Guerra, fino a quelle meno note come le raccolte di filastrocche, proverbi e fiabe». Figurano anche edizioni introvabili come una Gerusalemme Liberata del Seicento in ottava rima napoletana
e numerose versioni della Divina Commedia nelle diverse parlate dialettali, oltre a una cinquantina di libri su cui compaiono dediche personali a De Mauro da parte di poeti e scrittori. Su un tavolo vicino a una finestra, da cui filtra una bella luce la mattina, sono appoggiati tutti i libri del poeta di Bagheria Ignazio Buttitta, da Pietre nere a La peddi nova, ciascuno con una dedica al professore. Tra le pagine de Lu curtigghiu di li raunisi è anche spuntata una lettera del 1979 in cui Buttitta, dopo i festeggiamenti per il suo ottantesimo compleanno, racconta con stupore a De Mauro (che descrive come «l’amico più caro e lo studioso e linguista più importante d’Italia ») di aver ricevuto «centinaia di telegrammi e lettere, articoli e interviste di giornalisti della Rai, e poi Lo Piparo, Roberto Roversi, Zavattini, Eduardo De Filippo, Paolo Grassi, Pertini, Berlinguer, Amendola ed i braccianti umili, e i compagni dei paesi dell’Isola». Una preziosa documentazione che conferma, su più livelli, quanto sia stato importante il lavoro di De Mauro per la salvaguardia e la valorizzazione della letteratura popolare e dei dialetti italiani. «Ho avuto il privilegio del tutto immeritato di nascere in una famiglia in cui c’erano libri, non solo dei miei genitori e fratelli, ma anche dei nonni e più in là dei bisnonni – disse De Mauro intervenendo con la moglie Silvana Ferreri alla presentazione del Fondo – e quindi mi è capitato di ereditare vecchi libri fra cui fin da ragazzo mi ha colpito la presenza di libri di letteratura dialettale. L’identità linguistica dell’Italia, più che in ogni altro paese europeo, è fatta da questa coesistenza fra una lingua letteraria nazionale e le parlate dialettali. L’una non sta senza l’altra». Già ministro della pubblica istruzione, De Mauro è stato, come si scopre visitando il Fondo, «un intellettuale pluridimensionale nel quale la linguistica è tutt’uno con la storia, la società, la scuola», dice Alberto Sobrero, ordinario di Linguistica italiana all’Università del Salento a Lecce, collaboratore della Rete Italiana di Cultura Popolare, «perché ha scritto studi fondamentali di semantica e ha studiato le strutture del lessico con gli strumenti più moderni e raffinati, anche ricorrendo all’ideazione di strumenti operativi, come il monumentale Grande Dizionario della Lingua Italiana e i vocabolari. E ha operato, sperimentato, innovato nell’insegnamento della lingua italiana, a contatto con le scuole, i docenti, gli studenti». La Rete presieduta dalla sociologa Chiara Saraceno oggi ne ricorda l’impegno nella vita culturale italiana con questo archivio partecipato che, aggiunge Damasco, «si pone l’obiettivo di essere un vero punto di riferimento per intellettuali locali, scuole e cittadini, in maniera gratuita e innovativa».
Oggi, per il compleanno di De Mauro, in tutta Italia sono annunciate numerose “azioni culturali” nelle biblioteche pubbliche, e a Torino un ricordo sarà proposto a Biennale Democrazia, in attesa dell’omaggio alla trentesima edizione del Salone del Libro. Il Fondo istituito dalla Rete, che aderisce al progetto Polo del ’900 sostenuto dalla Compagnia di San Paolo, è destinato nel frattempo ad arricchirsi con nuove donazioni dall’archivio De Mauro, specialmente la parte relativa ai dizionari dialettali presenti nella biblioteca di casa, «ma vi sono anche altri intellettuali e studiosi – chiosa Damasco – con cui stiamo ragionando per fare nascere altri fondi con le medesime tematiche, in modo da costituire un centro di raccolta e di valorizzazione di rilevanza internazionale».
©RIPRODUZIONE RISERVATA


E' più pericolosa la Russia o gli Stati Uniti? La Busiarda si iscrive all'albo dei giornali satirici










ma il governo evita lo scontro con mosca 

Francesco Bei Stampa 31 3 2017
Il popolo italiano ama la Russia. La sua letteratura immensa, i suoi paesaggi, la sua storia, i musei, la musica, la gente. E i russi amano giustamente il nostro Paese, l’estate popolano le nostre spiagge, visitano le nostre città d’arte, vestono la nostra moda, adorano il nostro cibo. Un amore ricambiato, dunque. E’ del tutto legittimo che il governo italiano e le principali forze politiche – su questo punto c’è una sorta di unanimità – si battano da tempo nelle sedi opportune per un ripensamento delle sanzioni contro Mosca. Tra le nazioni europee siamo politicamente i più vicini alla Russia. 
Ma questo non può giustificare quello che potrebbe accadere o sta già accadendo riguardo a una possibile interferenza nelle elezioni in Italia e negli altri Paesi che andranno al voto quest’anno nell’Unione Europea. Non sappiamo se l’avvertimento che gli Stati Uniti hanno trasmesso al nostro e ad altri governi occidentali, di cui ha scritto ieri Paolo Mastrolilli, sia fondato su fatti concreti oppure no. A noi è sufficiente per giudicare quello che è squadernato sotto gli occhi di tutti: la posizione di acritico sostegno a tutto ciò che viene dal Cremlino da parte della Lega e del M5S. Quando un importante esponente dei cinque stelle, di fronte all’ondata di arresti degli oppositori di Putin, ribatte con un «e allora Guantanamo?», come se i diritti umani e civili in Russia avessero la stessa protezione rispetto agli standard occidentali, il problema non è la Stampa o il presunto accanimento nei confronti dei grillini. La trave che il M5S si rifiuta di vedere è la possibilità che una grande potenza straniera stia cercando di influenzare direttamente i risultati delle elezioni a casa nostra. Come forse ha fatto negli Stati Uniti. Abbiamo già avuto in Occidente per oltre quarant’anni dei partiti comunisti che erano la longa manus di Mosca: coordinati dal Cremlino venivano usati come quinte colonne dal patto di Varsavia per indebolire la capacità di risposta della Nato. E di nuovo, curiosamente, è oggi proprio il M5S a proporre l’uscita dell’Italia dall’Alleanza Atlantica. Che è cosa diversa, caro Alessandro Di Battista, dalla legittima difesa dell’export italiano in Russia colpito dalle sanzioni.
L’altra anomalia, certamente meno grave ma da segnalare, è il silenzio del governo italiano su queste presunte interferenze russe. In tutti i Paesi europei e anche a Bruxelles si studiano contromisure o quanto meno si prende atto del problema. Da noi, al contrario, tutto tace. 
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Se vuoi fare la rivoluzione falla fino in fondo, tanto per loro sarai un dittatorre lo stesso

Venezuela, esautorato il Parlamento: pieni poteri a Maduro ... Rep

Venezuela nel caos Parlamento esautorato l’opposizione: “È golpe” 
Il Tribunale supremo contro la Camera anti-chavista: “Oltraggia il presidente”. Pieni poteri a Maduro
OMERO CIAI Rep 31 3 2017
JULIO Borges, presidente del Parlamento dominato dall’opposizione venezuelana, strapazza i fogli della sentenza del Tribunale supremo che esautora lui e tutti i deputati dalle loro funzioni. Li lancia in aria, qualcuno ne strappa. Poi grida: «Questo è un colpo di Stato». Ieri a Caracas l’Alta corte ha chiuso il Parlamento per “oltraggio”, avocando a sé le sue funzioni: è l’autogolpe di cui si speculava da mesi. Per il presidente Maduro, e gli altri eredi di Hugo Chávez, è anche l’ultima spiaggia per afferrarsi al potere dopo che, nelle elezioni parlamentari del 6 dicembre del 2015, l’opposizione ha ottenuto nelle urne la maggioranza assoluta dei seggi , 112 su 167. L’effetto immediato del provvedimento sono i pieni poteri a Maduro che adesso potrà legiferare senza alcun controllo parlamentare. L’Alta Corte del Venezuela è completamente in mano al partito di Maduro, il Psuv fondato da Chávez, e in questi mesi di violento scontro istituzionale fra presidente e Parlamento ha sempre dato ragione al primo.
Ma quello di ieri è, per ora, l’atto finale di una drammatica crisi, sociale e istituzionale, che ha come sfondo l’emergenza economica e la carestia che attraversano un Paese, in altri tempi molto ricco grazie al petrolio, ma ormai sull’orlo della bancarotta. Il Venezuela “saudita” degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, quello nel quale arrivarono anche migliaia di migranti italiani in cerca di fortuna, non è altro che un pallido ricordo. Oggi, in uno Stato alla fame, l’unico obiettivo di Nicolás Maduro, ex sindacalista ed ex tranviere, scelto da Hugo Chávez per succedergli poco prima di morire nel marzo del 2013, è quello di impedire che si possa tornare alle urne. Imporre una dittatura, con l’appoggio delle Forze armate che lo sostengono, e annullare qualsiasi appuntamento democratico - come le elezioni presidenziali previste per il prossimo anno - non è solo da tempo l’unica ossessione del presidente. È anche l’unica speranza per lui e per tutti i dirigenti del post-chavismo di non perdere il potere con il rischio - molto probabile - di finire anche sotto processo per le numerose violazioni dei diritti umani commesse. Per i prigionieri politici e la gestione fallimentare e fraudolenta delle risorse del Venezuela. Una partita di “vita o morte” che con la decisione di ieri diventa sempre più angosciosa.
In questi mesi, mentre l’inflazione esplodeva fino all’800%, la guerra fra presidente e Parlamento si è fatta ogni giorno più feroce. Pestaggi di deputati (sostenitori di Maduro hanno picchiato per strada anche il presidente Julio Borges), arresti, e una battaglia colpo su colpo fra decreti e contro decreti. Maduro accusa il Parlamento di “tradire la patria” e di essere al servizio di un complotto internazionale guidato “dall’imperialismo” per destituirlo. Ma prima è riuscito ad evitare che si tenesse un referendum che avrebbe potuto costringerlo alle dimissioni, poi ha superato la messa in Stato d’accusa votata a maggioranza dai deputati e ora, infine, attraverso una sentenza emessa da una Corte che è sotto il controllo del suo partito, cancella il Parlamento. Per fare cosa, non si sa. In teoria si dovrebbe tornare a votare. Ma non è possibile, Maduro perderebbe di nuovo come alla fine del 2015. Così il Tribunale supremo, con una scelta difficile da giustificare legalmente, avoca le funzioni, si fa Parlamento. «Questa non è solo l’ennesima discutibile sentenza del Tribunale supremo - afferma il vice presidente dell’Assemblea Freddy Guevara - , è l’inizio della dittatura. Un punto di non ritorno ». Mentre a Caracas scompare l’ultimo brandello di vita democratica, i membri dell’organizzazione degli Stati americani (Osa) sono riuniti a Washington per discutere sanzioni diplomatiche contro la deriva dittatoriale venezuelana. E il Perù, per primo, ha già ritirato l’ambasciatore. L’America Latina, d’altra parte, è storicamente terra di “autogolpe”. L’ultimo lo fece Alberto Fujimori a Lima nel 1992. Chiuse il Parlamento e si arroccò nei pieni poteri. Ma alla fine, tra esilio prima e carcere a vita poi, gli andò malissimo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

“No al golpe” Migliaia in strada contro Maduro Stampa 1 4 2017
«Basta dittatura», «No all’autogolpe». Migliaia di manifestanti, moltissimi giovani, hanno risposto all’appello dell’opposizione e sono scesi ieri in strada a Caracas per manifestare contro il governo Maduro. La Guardia Nazionale ha utilizzato lacrimogeni e cariche per disperdere i manifestanti. 
Gli slogan sono stati urlati fuori dalla sede del Tribunale Supremo di Giustizia (Tsj) che giovedì ha esautorato il parlamento (in mano all’opposizione), assumendone i poteri. Una decisione senza precedenti condannata a sorpresa anche dalla procuratrice generale del Venezuela, Luisa Ortega Diaz, storicamente vicina al chavismo. «È una rottura dell’ordine costituzionale - ha denunciato - Bisogna imboccare percorsi democratici che, nel rispetto della Costituzione, rendano possibile un clima di rispetto e di riscatto del pluralismo».
Ma il presidente Maduro ha replicato con il solito refrain e la retorica anti imperialista, denunciando una congiura orchestrata da Washington e dai «governi regionali della destra intollerante che con menzogne attentano contro l’ordine costituzionale del Venezuela». 
Intanto la Colombia ha richiamato il suo ambasciatore a Caracas, denunciando che la decisione di ieri della Corte suprema «ha superato il limite entro cui si era mantenuta fino a ora». «La sola cosa possibile per il futuro del Paese è un accordo fra governo e opposizione. Non c’è altra possibilità», ha detto la ministra degli Esteri, Maria Angela Holguin. Il Brasile ha invece proposto l’espulsione del Venezuela dal Mercosur, il mercato comune dell’America meridionale. 
Il caos politico in Venezuela si iscrive in un contesto di emergenza economica (l’inflazione, di cui il governo non fornisce cifre ufficiali, sfiorerebbe il 900%) di mancanza di cibo il dilagare dei crimini violenti.

La guerra psicologica e di propaganda nel Primo conflitto mondiale: una mostra a Udine



Disegni, volantini e riviste. Così austriaci e italiani si combattevano a colpi di giornalismo da trincea. La mostra a Udine: "L'Offensiva di carta. La Grande Guerra dalla collezione Luxardo al fumetto contemporaneo" 
Luigi Mascheroni Giornale - Ven, 31/03/2017


Ritrovato il primo articolo di Umberto Eco, scritto con il cordone ombelicale e già pubblicato da Eugenio Scalfari

Quando Umberto Eco debuttò da intellettuale 

Ritrovato il primo articolo sulla “Voce Alessandrina” 

Mario Baudino Stampa 31 3 2017
Il primo articolo di giornale in cui si parla di un Umberto Eco ventunenne compare nel ‘53 su «La voce di Calabria», dando conto di un incontro tra giovani europeisti, che a quanto pare fu assai noioso, almeno per quanto riguarda i preamboli. Per fortuna c’era lui, che tenne «una brillantissima relazione» sul tema «L’educazione dei giovani alla democrazia e la formazione di una coscienza europea». Il giovane studente universitario, a quanto pare, era già svezzato.
Il primo articolo scritto da lui, invece, pareva scomparso. Era stato sì citato in un’intervista degli Anni 90 con Livio Zanetti, ma lo stesso professore non lo ricordava più molto bene. Ipotizzò, come si è poi letto nello sbobinamento di quella chiacchierata, pubblicato solo di recente dall’«Espresso», che si trattasse di «qualcosa di costume». Invece no: era una presa di posizione anche piuttosto ferma sul dibattito allora assai vivace all’interno dell’Azione Cattolica. Lo ha ritrovato Marco Caramagna (ex direttore della «Voce Alessandrina») dandosi di fare con l’archivio.
È una riflessione del 26 aprile 1951, che ha per titolo «Responsabilità di una cultura cristiana». Eco, dunque, esordì a 19 anni, affrontando un tema non da poco (anche se non proprio di costume): «Si dice che la cultura moderna - scrive - si sia allontanata dal cristianesimo ed in parte è vero; in periodo di crisi la cultura ha sofferto la crisi; ma non ha saputo risolverla, anzi si è compiaciuta di diventare “cultura della crisi”». È il grande tema novecentesco - e tardo Ottocentesco - di quella che Nietzsche definì la «trasvalutazione dei valori», ed è curioso che la critica di parte cattolica al lavoro maturo di Umberto Eco sia stata appunto sempre quella di rimproverargli un atteggiamento «relativista» - cui il professore rispondeva, un po’ piccato, che il relativismo presuppone qualcosa da mettere in relazione, e dunque anche un’idea di «vero».
Lo aveva imparato all’Università studiando Tommaso d’Acquino, nei confronti del quale si dichiarò in debito, con la sua solita ironia, per ciò che riguardava il precoce abbandono della religione: «Anche se io sono ancora innamorato di quel mondo, ho smesso di credere in Dio durante i miei anni 20, dopo i miei studi universitari su Tommaso d’Aquino. Potete dire che egli mi ha miracolosamente curato dalla mia fede» scrisse su «Time» nel 2005.
Questo articolo, dunque, è stato concepito proprio a un passo dalla svolta (nata inizialmente anche per i dissensi con lo spirito piuttosto reazionario che Luigi Gedda impresse all’Azione cattolica). Forse non è «brillante» come l’intervento in Calabria, ma certo è un reperto prezioso, che emerge da un passato davvero lontano. Il giovane Eco aveva incontrato - già al prestigioso Liceo di Alessandria - le voci della «crisi», dalle quali, continua il suo scritto, «i giovani sono stati attratti, in parte perché ciò corrispondeva ad alcune loro confuse esigenze, in parte per darsi ad una esperienza nuova ed eccitante». Non senza una zampata da par suo: «Ma la cultura cristiana ha sovente ignorato queste esperienze rifilandole tra gli scarti di una mentalità malata». L’addio era davvero prossimo.
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Il Grande Scisma di Santa Mirofora



venerdì 31 marzo 2017

La magnifica ossessione: nonostante tutto, la borghesia continua ad avere terrore mortale del bolscevismo

Libro Impero e rivoluzione. Russia 1917-2017 Vittorio StradaVittorio Strada: Impero e rivoluzione. Russia 1917-2017, Marsilio, pagg. 175, euro 15

Risvolto
Il 1917 è stato un anno cruciale tanto per la Russia, dove la rivoluzione ha posto fine a un impero secolare e ha dato vita a un ordine nuovo, quanto per l'Europa e per il mondo, su cui gli eventi russi hanno avuto decisive ripercussioni. Tutto il XX secolo è stato dominato dalla presenza del sistema statale nato dalla rivoluzione, l'Unione Sovietica, la cui scomparsa nel 1991 ha chiuso un ciclo storico. La Russia attuale, erede di quel passato, ha intrapreso un nuovo sviluppo in un mutato contesto internazionale. A cent'anni di distanza dalla Rivoluzione d'Ottobre si avverte il bisogno di ripensare una cosi radicale esperienza, inquadrandola in una riflessione globale sul significato di quelle trasformazioni e sui loro esiti. In questo libro Vittorio Strada, fra i massimi esperti del mondo russo, sulla base di una documentazione spesso sconosciuta, presenta una nuova visione dell'intero processo storico sovietico sullo sfondo del plurisecolare passato zarista e nella prospettiva della Russia post-sovietica. Emergono elementi in grado di gettare luce sui fenomeni attuali e sulle loro manifestazioni più inquietanti, come il risveglio di un nazionalismo in realtà mai sopito, la ripresa del «culto» di Ivan il Terribile e di Stalin, l'insistenza sui «valori tradizionali» che si traduce in intolleranza verso le minoranze. In appendice il saggio "Una città fatale" offre un'immagine del tutto inattesa di Costantinopoli.