Nicoletta Vallorani (a cura di): Introduzione ai Cultural Studies. UK, USA e paesi anglofoni,Caroccivenerdì 28 aprile 2017
Cultural Studies e Postcolonial Studies: un'introduzione
Nicoletta Vallorani (a cura di): Introduzione ai Cultural Studies. UK, USA e paesi anglofoni,Carocci
Risvolto
Questo volume si propone come un sistema di relazioni e ragiona su intersezioni, ibridazioni, discorsi e ideologie che caratterizzano la produzione culturale contemporanea in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e nel mondo anglofono. Strumento didattico e work in progress, il libro nasce dalla convinzione che vi sia, accanto all'irrinunciabilità della ricerca, un'uguale necessità di percorsi formativi capaci di concepire il testo come qualcosa di vivo, utile e necessario: non un prodotto, ma uno strumento di lettura dei tempi.
La chiesa cattolica e il confronto con la modernità nel Novecento
Risvolto
Questo libro ricostruisce il percorso compiuto dalla
Chiesa nella sua relazione con il moderno, assumendo un punto di vista
specifico: l'atteggiamento elaborato dal papato. Se il confronto di
quest'ultimo con la cultura moderna era iniziato già nel corso della
Rivoluzione francese, il punto di partenza prescelto è il pontificato di
Pio x che, con la solenne condanna del modernismo nell'enciclica
Pascendi del 1907, segna una svolta: il moderno, da avversario concui
misurarsi anche per poter essere al passo con i tempi, diventa il nemico
che penetra nascostamente all'interno della Chiesa per dissolverla.
Vengono qui delineati i tratti fondamentali con cui ciascuno dei
pontefici successivi, fino a papa Francesco, si è confrontato con questo
insieme di problemi, cercando di definire una linea di presenza della
Chiesa nella modernità. Tra continuità dottrinali, differenze pastorali
e, talvolta, innovazioni teologiche.
Sindrome di calimero: l'"Histoire du cinema" di Bardèche e Brasillach e il solito piagnisteo destrorso
L'intellettuale fu tra i primi a studiare i film. Ma era dalla parte sbagliata
Giornale Matteo Sacchi - Gio, 27/04/2017
giovedì 27 aprile 2017
Una bella intervista a Remo Bodei
Nell'era del web e dei social c'è il pericolo di diventare come tanti Zelig, di perdere l'"io". Dovremmo esprimerci sempre al condizionale ma, quando serve, anche prenderci dei rischi
Gianluca Barbera Giornale - Mer, 26/04/2017 -
Tradotto il Bourdieu di Passeron
Risvolto
Il testo, che qui viene presentato nella
traduzione italiana, pur traendo spunto da una dimensione
biografico-evenemenziale, quale la scomparsa di un grande sociologo
contemporaneo come è stato Pierre Bourdieu, ci consente di riflettere su
alcuni elementi fondamentali del suo pensiero attraverso la mediazione
di Jean-Claude Passeron. Quest’ultimo si fa voce narrante di un viaggio
della memoria che ripercorre la sua relazione accademica e di ricerca
con Bourdieu, durata circa dodici anni (1961-1972), e che ha prodotto
opere e analisi, consentendo loro di ritagliarsi un ruolo di primo piano
nel campo della sociologia mondiale.
Jean-Claude Passeron, noto
epistemologo e sociologo francese. Dopo essersi dedicato agli studi di
filosofia, dirigerà a Marsiglia il Centre d’études et de recherches sur
la culture, la communication, les modes de vie et la socialisation. È
attualmente membro del Centre Norbert Elias di Marsiglia.
"Ripensare il capitalismo" a cura di Mariana Mazzucato
L’innovazione perduta della Main Street
TEMPI PRESENTI. Un sentiero di lettura sulla crisi economica mondiale e europea. Il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz analizza il fallimento dell’euro in un saggio Einaudi. La collettanea curata da Mariana Mazzucato e Michael Jacobs per «Ripensare il capitalismo» (Laterza)
Benedetto Vecchi Manifesto 31.5.2017, 20:05
Un lento, ma sicuro declino attende il capitalismo se gli spiriti animali del mercato saranno lasciati liberi di scorrazzare indisturbati. È questa la tesi di due libri dedicati allo stato di salute dell’economia mondiale e all’altrettanto febbricitante situazione dell’Unione europea. Il primo raccoglie saggi e interventi curati e introdotti da Mariana Mazzucato e Michael Jacobs. Ha come titolo un programmatico Ripensare il capitalismo (Laterza, pp. 368, euro 24) e presenta materiali scritti, oltre che dei due curatori, di Joseph Stiglitz, William Lazonick e Colin Crouch, solo per citare autori che hanno visto i loro testi tradotti in Italia. Il secondo volume è del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz. Il titolo, anche in questo caso, è un didascalico Euro (Einaudi, pp. 452, euro 21) ed è dedicato al fallimento della moneta unica considerata, quando fu introdotta, la leva per dare vita agli Stati Uniti d’Europa.
TESTI COMPLEMENTARI, dunque, perché se la prima collettanea considera la globalizzazione neoliberista un virus capace di determinare la fine del capitalismo, il secondo vede nella crisi di un progetto nato proprio per rispondere alle sfide della globalizzazione la manifestazione più evidente di una necessaria inversione di rotta per uscire finalmente da una crisi planetaria, ritenuta da Stiglitz ben più radicale della «grande depressione del ’29». Per tutti gli autori, l’obiettivo, oggi come allora, è di salvare il capitalismo da se stesso.
L’affresco del presente è reso più fosco dall’assenza di politiche finalizzate all’innovazione, dalla crescita esponenziale delle disuguaglianze sociali, dall’aumento della povertà e da una democrazia svuotata al suo interno a favore del libero mercato. Per affrontare questa vera e propria emergenza planetaria c’è bisogno di un rinnovato e riqualificato intervento statale nel correggere, modificare una rotta, evitando sia il ritorno alla centralità dello stato nazionale o la perpetuazione di un pericoloso stato delle cose. Due differenti gironi infernali perché il primo coinciderebbe con un astorico isolazionismo, mentre il secondo alimenterebbe una politica di potenza, anticamera di una guerra mondiale dagli esiti catastrofici.
Il neoliberismo non è stato tuttavia un incidente di percorso, una deviazione dalla retta via, ma un progetto politico di società risultato vincente per oltre quaranta anni. Ora non si tratta di riprendere la strada maestra abbandonata, ma di «inventarne» un’altra. Da questo punto di vista, i due volumi sono pervasi dal timore che il tempo per fermare la corsa verso il baratro sia ormai agli sgoccioli. Il recente fallimento del G7 e la confusa e arrogante politica di potenza espressa dal presidente statunitense Donald Trump per imporre nuovamente al mondo un muscolare Washington Consensus non fa che dare conferma ai timori degli autori.
UNA VOLTA DEFINITO IL ROSARIO da sgranare, emergono le divergenze sui modi e le priorità da seguire. In Ripensare il capitalismo, la centralità è assegnata all’innovazione e al rifiuto di miopi politiche economiche incardinate su una suicida dimensione temporale di breve periodo. Se tutto viene svolto in base alle oscillazioni delle quotazioni in borsa, sui dividendi degli azionisti e sulla trasformazione dei servizi sociali in attività economiche imperniate sulla logica del profitto, il collasso del capitalismo è garantito. Servono quindi, scrivono Mazzucato e Jacobs, politiche lungimiranti di lungo periodo. Le tecnologie che hanno portato allo sviluppo economico degli anni Novanta – il cosiddetto capitalismo delle piattaforme, la formazione di nuovi settori produttivi come le biotecnologie e le energie rinnovabili – sono state preparate nel precedente trentennio che ha visto gli stati nazionali (dall’Europa agli Stati Uniti), oltre che agire come imprenditori, investire nella ricerca di base e nella formazione scolastica, elementi indispensabili per la la creazione di una infrastruttura «cognitiva» propedeutica all’innovazione. A gestire i costi sociali dello sviluppo capitalistico è stato delegato un solido – seppur diversificato nelle sue forme istituzionali – welfare state.
IL NEOLIBERISMO ha solo sfruttato ciò che era stato preparato anche attraverso la crescita del debito pubblico. Una volta che la spinta propulsiva avviata negli anni Cinquanta del Novecento si è esaurita – assieme alla riduzione ai minimi termini dei diritti sociali di cittadinanza – la crisi si è manifestata con virulenza. Servono perciò «capitali pazienti», scrive Mariana Mazzucato, che non puntino a fare cassa e profitti nel breve periodo. Allo stesso tempo servono investimenti per riqualificare il sistema della formazione. Non lo sviluppo di una economia della conoscenza, termine che Mazzucato non ama, ma scuole e università di qualità senza barriere all’ingresso.
Il limite più evidente di Ripensare il capitalismo è quello di circoscrivere l’analisi all’Europa e agli Stati Uniti, guardando alle società emergenti con una rovesciata ottica «orientalista» di elogio alla saggezza e alla lentezza dei governanti – quel che appariva in passato un limite è visto ora come un punto di forza, ignorando però le logiche identitarie, il feroce sfruttamento del lavoro vivo, la crescente povertà -, ma gli autori colgono il segno quando sottolineano la crescita di realtà da «terzo mondo» in Europa e Stati Uniti.
È QUESTO IL ROVELLO di Joseph Stiglitz nel volume Euro. Il premio Nobel dell’economia 2001 sta costruendo un puzzle sulla globalizzazione dove ogni tassello – i precedenti sono La globalizzazione e i suoi oppositori, Bancarotta, Il prezzo della disuguaglianza, La grande frattura, tutti pubblicati da Einaudi – affronta un tema con rilevanza globale. Questa volta esamina la crisi dell’Unione Europea. Stiglitz è considerato un critico della moneta unica europea. Critica che l’autore non respinge, ma dalla lettura del libro non emerge una sua opposizione pregiudiziale all’Unione europea. Semmai ne sottolinea gli errori, gli errori letali di valutazione compiuti dai diversi governanti, con la loro ottusa convinzione che l’Unione europea si potesse costruire a partire da una moneta unica e non da condivise regole che prevedessero la gestione delle specificità nazionali.
L’UNIONE EUROPEA, scrive Stiglitz, soffre di un deficit democratico intollerabile. I governi nazionali devono infatti sottostare ai diktat decisi da uomini, donne e commissioni che rispondono solo a se stessi e non ai governati. L’assenza di un ethos condiviso ha portato a umiliazioni come quella imposta alla Grecia e a parametri da rispettare «senza se e senza ma» che hanno fatto crescere una ostilità diffusa verso l’Unione europea. Inoltre l’austerità, propagandata come tavola della legge imposta dal dio mercato, sta strangolando l’economia reale europea, favorendo la superfetazione di una vorace finanza globale. I paesi europei hanno visto crescere la povertà, le disuguaglianze , la democrazia è diventata un simulacro utile solo a perpetuare un regime oligarchico che di democratico ha ben poco: queste le condivisibili diagnosi di Stiglitz. Eppure niente è perduto, aggiunge il premio Nobel. Si può immaginare una Europa a due velocità, oppure di uscite consensuali dall’euro. Oppure, e questa sembra la soluzione caldeggiata da Stiglitz, di un maggiore intervento politico dell’Unione europa per compensare le disuguaglianze sociali, aumentando significativamente il bilancio europeo per attivare politiche industriali e sociali che affrontino una stagnazione più che decennale. Nessun paese ne è immune, compresa la Germania. Insomma, quel che serve è un keynesismo continentale che rende la sua proposta compatibile con quella di Yanis Varoufakis, l’ex-ministro dell’economia greca verso il quale Stiglitz spende parole di elogio, a differenza della demonizzazione di cui è stato oggetto da parte di altri economisti e esponenti politici del vecchio continente.
DUE LIBRI, dunque, segnati da inquietudine e tuttavia lucidità. Non sono certo materiali che propongono il superamento del capitalismo, bensì manifesti politici di un rinnovato e riqualificato riformismo. E come tali da leggere e discutere. Non c’è nessun invito a sovvertire i rapporti di forza tra le classi – il capitalismo è ritenuto comunque il miglior sistema sociale -, ma le loro tesi e analisi vanno in una direzione che sarebbe sciocco liquidare con sufficienza. In una congiuntura politica dove tutto è in movimento, serve infatti lucidità e preveggenza. E se a livello globale, sono evidenti radicate resistenze al perdurare del neoliberismo, nel vecchio continente un buon riformismo non dovrebbe preoccupare chi invece tesse pazientemente la tela di un superamento del capitalismo.
Il keynesismo continentale di Stiglitz è un terreno nel quale misurare la capacità politica di questa tela che viene tessuta contro l’austerity. A partire dai movimenti contro la deregolamentazione del mercato del lavoro, di opposizione alla distruzione dell’università pubblica, degli scioperi sociali, dell’attivismo transnazionale dei migranti, del mutuo soccorso e della costruzione di iniziative produttive non segnate dalla logica del profitto, della riqualificazione ecologica del territorio. Ai governanti il keynesismo continentale, ai movimenti la sovversione dei rapporti sociali e la costruzione di nuove istituzioni del vivere in società. E chi avrà più tela, meglio tesserà.
L'unica Liberazione che ci rimane: liberiamoci dal ricatto del meno peggio e della riduzione del danno
Contro Macron non meno di quanto siamo contro Le Pen: né rossobruni
dirittumanisti come i negrieri e i manifestini, né rozzobruni come i
Lumpen "oltre destra e sinistra".
Esattamente come nel confronto
tra Trump e Hillary, infatti, qui non siamo in presenza della
contraddizione principale che ci obbliga a prendere posizione ma di una
guerra tra bande interna al neoliberalismo.
Dalla capacità di mantenerci autonomi e di non cedere ai ricatti
politico-morali (soprattutto dei liberali universalisti astratti ma
anche dal ricatto simmetrico dei particolaristi) passa quello
strettissimo sentiero che un domani potrebbe forse darci ancora una
minima ragione di esistere sul piano politico.
Se questo salto di
pensiero, questa vera e propria Liberazione mentale, fosse stata fatta
già nel 2006, quando tutto era assolutamente chiaro, saremmo già un
pezzetto avanti.
Faremo
un piccolo passo in questa direzione quando tutti potremo sciogliere le nostre
piccole mille sigle più o meno autoprodotte in qualcosa di meno piccolo,
per fornire almeno un'informazione attendibile tramite un unico portale
nazionale autorevole.
Basterebbe convergere su
pochissimi punti di programma minimo e dismettere l anarchismo
conseguenza della comunicazione digitale. [SGA].


Miguel Abensour 1939-2017
ADDII. Scompare all’eta di 78 anni un acuto e tagliente filosofo della politica. Interprete raffinato e lettore esigente, ha fornito una nuova prospettiva dell’idea di utopia. Da Marx a Benjamin, passando per Arendt, Buber e Levinas, ha interloquito con il grande Novecento
Mario Pezzella Manifesto 26.4.2017, 18:28
Miguel Abensour ha proposto in tutta la sua opera una nozione positiva di utopia, fermento di un socialismo libertario, consiliarista, antiautoritario. Il termine stesso di utopia era caduto in discredito al termine del secolo passato, come ha ricordato Abensour in uno dei suoi ultimi libri (L’homme est un animal utopique): rifiutato da filosofie che proponevano fine della storia, decostruzionismo e citazionismo post-moderno, il pensiero utopico era considerato uno sconveniente residuo di tempi violenti, privo di senso per «l’individuo consumatore» del secondo Novecento.
Oltre che desueta, l’utopia era considerata complice dei totalitarismi del secolo breve. Abensour restituisce invece valore all’immaginazione utopica, unita a un pensiero critico radicale. Particolarmente illuminante è in questo senso la sua interpretazione dell’immagine di sogno nel pensiero di Benjamin, in cui l’utopia si presenta nella sua complessa ambivalenza, all’interno del mondo del capitale: il sogno non è «un portatore alato e aereo» di felicità originarie, ma un aggregato di residui in cui si uniscono «immagini di desiderio infrante a immagini mitico-arcaiche», da cui il soggetto deve distaccarsi criticamente.
LE IMMAGINI del desiderio, che nel capitale si presentano come valore fantasmatico delle merci e seduzione simbolica della moda, non possono essere né respinte né accettate in quanto tali. Esse devono essere interpretate. Il desiderio è sfruttato dal capitale non meno del corpo e della mente, trasferito nell’immaginario e nel mito, neutralizzando le sue richieste sovversive. La fantasmagoria delle merci lo rende spettrale e distruttivo, deviandolo verso l’incremento inesauribile del denaro.
Per Abensour l’immagine di sogno non va accolta in quanto tale, ma nemmeno semplicemente negata, distruggendo insieme a essa il desiderio di felicità che pure la abita. Essa deve essere trasformata – seguendo l’insegnamento di Benjamin – in immagine dialettica: questa libera il sogno dalla sua illusoria pienezza immaginaria e forza il suo statuto di merce, fino a porre il desiderio sul terreno reale del conflitto sociale e della liberazione dal dominio del capitale sui corpi e sulle menti.
Ogni spazio sociale è attraversato dal conflitto tra il feticismo incantatorio delle merci e l’insorgenza di un desiderio liberato, fra la fantasmagoria e la lotta contro l’astrazione del capitale: «quando costruisce un’immagine dialettica Benjamin non presenta affatto un’immagine che sia copia o doppio del sogno, ma al contrario elabora un’immagine distanziata che tende a decostruire il sogno, a sciogliere se non a spezzare il nesso dell’onirico e del mitico, favorendo così il risveglio storico (…) invece di congedare o dissolvere l’utopia, si tratta piuttosto della sua impegnativa separazione dalle immagini mitico-arcaiche, di liberarne infine le virtualità emancipatrici, di assicurarne la salvezza (…) Il sogno preso tra due impulsi contrari, il sonno o il risveglio, si trasforma in momento, in scena antagonista».
QUESTA TENSIONE utopica anima la democrazia insorgente, che Abensour –reinterpetando La critica del diritto statuale hegeliano di Marx- oppone alla democrazia parlamentare in dissoluzione. Miguel Abensour interroga Marx a partire dalla crisi del comunismo del Novecento. In tale disfacimento di speranze, è possibile chiedersi cosa sia una «vera democrazia»? La «vera democrazia» aspira al governo condiviso dei «molti»; lo Stato, invece, nel suo stesso principio, tende a sottoporre i molti al dominio di un Uno, forma unificante e organizzatrice.
LA DEMOCRAZIA opera dunque contro le unificazioni formali e astratte proposte dallo Stato, che suppongono un rapporto gerarchico di servitù; e sostiene invece forme di consenso politico, in cui venga lasciato spazio al riconoscimento paritario dell’altro: «ripoliticizzare la società civile – precisa Abensour – significa riscoprire la possibilità di una comunità politica al di fuori dello Stato e contro di esso». Per una «vera democrazia» non ci può essere soluzione definitiva del conflitto sociale: che non è necessariamente un male, ma invece un presupposto di libertà.
Il «momento machiavelliano», secondo Abensour, è l’essenza stessa della democrazia e della decisione politica. Esso non è – o non è solo – un periodo storico, ma una possibilità permanente dell’agire politico, una sua forma a priori, un suo imperativo regolativo. Bisogna portare alla luce il conflitto della realtà sociale, reso invisibile dalla fantasmagoria delle merci; le forme, in cui esso di volta in volta si risolve, non possono essere imposte dallo Stato o rimesse al puro arbitrio dei rapporti di forza: né affidate a un atto di governance o agli automatismi ciechi del mercato.
È NECESSARIO immaginare «istituzioni della democrazia diverse da quelle dello Stato», in cui sia possibile prendere decisioni che riguardano l’essere-in-comune. A questo decentramento della decisione corrispondono le istituzioni consiliari descritte da Arendt e di cui Marx ha dato un’anticipazione nei suoi scritti sulla Comune.
La democrazia insorgente è affine alla «democrazia selvaggia» di Lefort: non esiste Stato finale della storia, né mai una trasparenza sociale assoluta, in cui il conflitto e l’antagonismo possano aver fine. Sempre, in circostanze ogni volta diverse, l’azione politica deve riprendere il suo compito e «insorgere» contro l’irrigidimento della servitù volontaria, che tende a ripetersi; questa prospettiva, più che a un’idea organica della rivoluzione come fine della storia, è più vicina a quella di una rivolta permanente, che riproponga, in ogni situazione o «sito» del tempo, l’essere-in-comune contro l’essere-in-Uno.
L’azione politica è sempre «situata» e rigorosamente tempestiva: occorre cogliere la contraddizione specifica e irripetibile, che si segnala come una crepa nel muro maestro; e l’apertura che lo trascende, verso un riconoscimento paritario dell’altro. Il «sito» è il luogo dove gli umani possono con-venire insieme, rovesciando i rapporti concreti di potere; l’azione politica si radica nella sua specificità e solo in esso può avvenire il riconoscimento dell’altro (un tema che Abensour riprende da Levinas, trasferendolo dal piano etico a quello politico).
QUESTO SITUAZIONISMO politico riceve conferma dall’opera di Hannah Arendt, su cui Abensour ha scritto un libro importante. L’azione politica inserisce nell’esserci opaco e insensato (l’il-y-a di Levinas) un essere-per-l’inizio, che si oppone – come modalità esistenziale – all’essere-per-la morte: discontinuità salvatrice, balenio di un possibile che prima non era. Ma l’azione inaugurale, la vitalità della cesura, il potere istituente dei cittadini possono durare e non ricadere nella «servitù volontaria» descritta da La Boétie? (testo decisivo per Abensour, che ne ha curato l’edizione).
Le istituzioni consiliari descritte da Arendt nel suo libro Sulla rivoluzione, in opposizione a quelle parlamentari, dovrebbero garantire una continua tensione, una riattivazione incessante del conflitto tra i diritti e le leggi, tra la realizzazione del principio di eguaglianza e la sua riduzione a una rappresentanza parziale, che ne confisca l’universalità. Il politico – come lo intende Abensour- «lungi dall’aspettare un compimento del tempo storico, è una vedetta che fa la posta alle occasioni storiche capaci di introdurre brecce, faglie nel continuum e nella ripetitività del tempo, capaci di far nascere una nuova esperienza della libertà».
*
Miguel Abensour è stato direttore del Collège de Philosophie di Parigi e della importante collana «Critique de la politique», dove per la prima volta in Francia sono stati tradotti i libri di Adorno e altri autori della Scuola di Francoforte. Tra le sue opere reperibili in italiano ricordiamo: «La democrazia contro lo Stato» (Cronopio 2007), «Hannah Arendt contro la filosofia politica?» (Jaca Book 2010), «Per una filosofia politica critica» (Jaca Book 2011), «Della compattezza. Architetture e totalitarismi» (Jaca Book 2012), «L’utopia da Thomas Moore a Walter Benjamin» (Schibboleth 2015). «L’homme est un animal utopique» è in corso di traduzione presso l’editore Textus. «La comunità politica» è previsto in uscita presso Jaca Book.
L'ammirevole flessibilità del liberalconservatorismo: Kennedy e i maestri
Risvolto
Orto senatori, otto diverse biografie, orto diverse vicende accomunare da un fil rouge d'eccezione: il coraggio. Kennedy desidera raccontare quelle storie di eroi quotidiani che rischierebbero di passare in sordina e di essere scordate, se qualcuno non prendesse a cuore l'impegno di documentarle. La forza dell'opera è proprio quella di saper raccontare le vite di uomini normali che, però, hanno superato la paura di schierarsi contro l'opinione pubblica o contro il proprio partito pur di compiere al meglio il loro dovere di politici, specie umana oggi tra le più vituperate.
Due libri su Ildegarda di Bingen

Michela Pereira: Ildegarda di Bingen. Maestra di sapienza nel suo tempo e oggi, Gabrielli, pagine 176,
euro 15,00
Risvolto
Michela Pereira, tre le massime esperte a livello internazionale sulla figura di Ildegarda di Bingen (1098-1179), riversa in questa pubblicazione quarant'anni di frequentazione delle opere della mistica renana. Con un approccio che unisce l'alto livello scientifico a quello divulgativo, presenta in quadri successivi il pensiero e le opere di Ildegarda: la chiamata, la missione, la visione cosmica e la cura del corpo umano, l'eredità. Un ulteriore aspetto che fa di questo libro una vera e propria novità è la traduzione, per la prima volta nella nostra lingua, di alcune delle lettere più significative inviate da Ildegarda a suoi grandi contemporanei (come Bernardo da Chiaravalle) o a monache e monaci che a lei si rivolgevano come guida spirituale. Documenti che ancor più mettono in risalto l'autorità riconosciuta a Ildegarda, ieri come oggi (Dottore della Chiesa dal 2012, quarta donna dopo Teresa d'Avila, Caterina da Siena e Teresa di Lisieux). "La magistra delle novizie di Disibodenberg, la fondatrice e badessa di Rupertsberg e di Eibingen, ha saputo riconoscere la trascendenza nell'esperienza femminile, rintracciando qualcosa di fondamentale che le culture patriarcali hanno soffocato e finito con l'ignorare - che cioè esiste un aspetto femminile del principio divino, il quale si esprime nel creato, manifestandosi nella bellezza luminosa della materia vivificata dallo spirito, che in essa si cela e attraverso essa si lascia intravedere." (p. 161)
Risvolto
Parlava con autorità, dettava legge nel mondo
monastico, indicava linee di condotta, rimproverava con forza preti
infedeli, vescovi mediocri, papi non all’altezza, persino un imperatore
della tempra di Federico Barbarossa. Ildegarda di Bingen, religiosa
benedettina, santa e dottore della Chiesa, è una delle figure più
sorprendenti del Medioevo europeo e ha lasciato in eredità un complesso
di libri, lettere, scritti di vario genere, compresi testi di medicina e
farmacologia.Questa biografia teologica si sofferma, in particolare, su
alcuni aspetti della riflessione della profetessa renana che hanno
riflessi anche nella nostra epoca: il tema dell’Anima mundi, sfociato
oggi nella concezione del panenteismo, secondo la quale Dio è immanente
nell’universo, ma al tempo stesso lo trascende; l’idea della Chiesa
mistero, posizione che collocala badessa un passo avanti il concilio
Vaticano I e fino alle soglie del Vaticano II; l’affermazione chiara e
anche rivoluzionaria della creazione fatta per amore e non tanto per
la gloria di Dio, come dirà ancora il Vaticano I. Alla profetessa renana
si attribuisce inoltre una benemerenza nel campo dell’ecologia, per il
suo impegno scientifico e per la considerazione riservata alla cura del
corpo e della materia.
Come ti smantello il welfare
Calvalcando i costi dei servizi pubblici privatizzati e il mentecattismo individualista dilagante: si comincia dalle mense scolastiche e non si finisce più [SGA].
Tre storie di Vittorini
Risvolto
"Erica e i suoi fratelli", iniziato da Vittorini tra il gennaio e il
luglio 1936, fu abbandonato dallo scrittore allo scoppio della Guerra
civile spagnola ("Quell'evento mi rese d'un tratto indifferente alla
storia su cui avevo lavorato per sei mesi di fila"). Uscito solo in
parte in rivista nel 1939, perduto durante la Seconda Guerra Mondiale e
ritrovato nel 1953 dal figlio, finalmente fu pubblicato nel 1956 per
Bompiani. Metà romanzo di denuncia sociale metà favola, forte di una
prosa elegantissima, è un libro crudo di emozioni e pensieri sull'eterno
tema della tensione tra mondo dei bambini e mondo degli adulti. Il
volume contiene anche il racconto lungo "La garibaldina", sorta di
vagabondaggio siciliano uscito in rivista tra il 1949 e il 1950, e "La
mia guerra" pubblicato nel 1931, in "Piccola Borghesia".
lunedì 24 aprile 2017
"Populismo" come strategia egemonica?
Più che con la lenta e faticosa costruzione dell'egemonia e con la
capacità di mobilitare vaste masse che costituiscano delle maggioranze,
il populismo sembra avere a che fare con l'organizzazione di minoranze
un po' più compatte delle minoranze concorrenti, con buona pace di
Laclau [SGA].
Nelle zone rurali trionfa il Front, giovani e città con il 39enne di En Marche!
Cesare Martinetti Staqmpa 24 4 2017
Emmanuel Macron salva l’onore della Francia: è il più votato con il 23,9 per cento al primo turno della presidenziali di ieri; Marine Le Pen arriva «solo» seconda con il 21,7, dopo l’orgia di sondaggi e tamtam che la davano da un anno al 26 per cento, primo partito e candidata da battere. E invece sarà lei a dover rincorrere il suo avversario di qui al ballottaggio del 7 maggio.
Perdono gli storici partiti francesi, socialisti ed ex gollisti.
Ma la vera questione è ora sapere se il giovane Macron, candidato senza partito, socialdemocratico dichiarato ed europeista convinto, sarà in grado di arrivare fino in fondo, se saprà reggere l’urto dell’onda populista di cui la Le Pen si è fatta interprete e non da sola. Il tribuno dell’estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon leader della «France insoumise» (la Francia che non si sottomette) sfiora il 20 per cento e quindi sommando i voti degli «opposti estremismi» antisistema si arriva ad oltre il 40 per cento di voti espressi. È difficile immaginare che i voti dell’estrema sinistra si sommino automaticamente a quelli del Front National in odio politico al candidato del «sistema» Emmanuel Macron; più realistico immaginare che molti di questi consensi si trasformino in astensione. Mélenchon per ora non si è schierato. Ma la dimensione politica ed emotiva del fenomeno «anti» resta impressionante. È la sfida più grande della politica europea di oggi, dopo Trump e dopo la Brexit.
Il candidato della destra repubblicana François Fillon si è quasi subito dichiarato sconfitto: sembra appena sopra Mélenchon, ma comunque sonoramente battuto. I francesi non gli hanno perdonato lo scandalo della moglie e dei figli stipendiati come assistenti parlamentari. Il candidato socialista Benoît Hamon raccoglie soltanto il 6 per cento dei voti: un risultato umiliante per rue Solférino che mette una seria ipoteca sulla sopravvivenza del partito. Ci vorrà una rifondazione, ma nessun Mitterrand (come fu nel 1971) è all’orizzonte. Sia Fillon che Hamon hanno già fatto appello a un voto «anti-Le Pen», a denti stretti - dunque - a favore di Macron, il candidato che più hanno combattuto in questa paradossale campagna elettorale.
Ma l’unica cosa che conta ora è sapere se Emmanuel Macron, questo giovanotto di 39 anni, brillante ex banchiere d’affari in Rothschild, ex vicesegretario dell’Eliseo, ex ministro dell’Economia di François Hollande, saprà convincere la maggioranza dei francesi di poter incarnare il ruolo da quasi monarca che la Costituzione della Quinta repubblica affida al presidente. Lo sapremo tra quindici giorni.
Intanto, quest’elezione è già storica sotto vari aspetti, un «sisma», come scrive Le Monde. Non vanno al ballottaggio i candidati dei due partiti tradizionali ed è la prima volta che accade. I socialisti eredi di Mitterrand sono ai minimi; i «repubblicani» eredi della mutazione gollista sono fuori dalla sfida decisiva nella vita politica francese. Per la prima volta il partito d’estrema destra, erede della Francia nera, da Vichy all’Oas che fece a suon di bombe la guerra a De Gaulle per l’indipendenza dell’Algeria, supera il 20 per cento dei voti. Per la prima volta un candidato come Macron, senza partito se non il suo movimento «En marche» (in marcia) fondato appena un anno fa, arriva al ballottaggio. Lui stesso era praticamente uno sconosciuto fino a quando Hollande non l’ha nominato ministro dell’Economia. E inoltre non era mai stato eletto, una vera eresia per la tradizione della politica francese che, fondata sul radicamento territoriale ed elettorale degli eletti («Les élus»), esprime da sempre la sua legittimazione.
L’analisi del voto, per quanto era possibile fare nella notte, conferma che nelle zone rurali e in quelle dove più ha colpito la crisi economica e industriale, Le Pen è prima come fu nelle regionali 2015 (quando però venne poi battuta ai ballottaggi). Macron vince a Parigi e nelle grandi città. È probabile che anche nella rilevazione dei flussi per generazioni le divisioni siano altrettanto nette: più forte Le Pen tra i giovani; più Macron nell’elettorato moderato.
La posta in gioco è altissima: governo della Francia e sopravvivenza dell’Unione Europea. La risposta del 7 maggio non è scontata: sugli 11 candidati che ieri si sono presentati al voto, solo Macron si dichiarava indiscutibilmente europeista. Naturalmente affermando la necessità di riformare e di cambiare la politica economica, meno austerità e più sviluppo, ma con la difesa ad oltranza della Ue e dell’euro. Anche Fillon, candidato della destra repubblicana, ha giocato l’ambiguità ricordando di aver votato No, nel 1992, al referendum sul trattato di Maastricht e la moneta unica.
Il ballottaggio introdurrà dunque una diversa scomposizione dell’elettorato: nel primo turno si vota col cuore e con la propria identità, nel secondo turno si sceglie con la ragione, spesso più contro il candidato che non si vuole che a favore dell’altro. Fu così nel 2002 quando a sorpresa il Presidente gollista Chirac si trovò di fronte al ballottaggio non il socialista Jospin, ma Jean-Marie Le Pen, storico duce dall’estrema destra e padre di Marine. La sinistra fu costretta a votare per il nemico: 82 per cento per Chirac. Ma molta acqua è passata sotto i ponti della Senna e gli scenari sono completamente diversi. Nessuno pensi di rivivere il replay di allora. È un’altra partita, ma - si spera - con lo stesso risultato finale.
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Cacciari: in Italia come a Parigi affidarsi ai populisti porterebbe soltanto disordine
“La Francia dice che con paura e rabbia non si vince”
Fabio Martini Stampa 24 4 2017
Massimo Cacciari, mai scontato nelle analisi, a caldo estrae due dati di fondo dal voto francese: «Il primo: la probabile vittoria di Macron dimostra che oggi in Francia, ma domani in Germania e in Italia, prevale un voto di conservazione, con l’idea che affidarsi ai populisti comporterebbe ulteriori casini, disordine e paura, oltre a quella che già circola nelle nostre società. E poi c’è un secondo dato storico, colossale, sinora non sufficientemente analizzato: siamo alla fine della socialdemocrazia europea, cioè della prima forza organizzata di massa della storia moderna».
«Troppe paure in giro, per pensare e far dire a tanti: cambiamo con questi, con Le Pen o con Salvini».
Quindi l’ultimo attentato a Parigi non ha aiutato Le Pen?
«Assolutamente no. Più l’Isis farà quel gioco lì, più saranno favorite le forze che tendono a conservare lo status quo. E io dico: fortunatamente».
Cinque anni fa Le Pen ottenne il 17,9%: ora certo avanza, certo va al ballottaggio ma grosso modo rappresenta un francese su cinque: il populismo non sfonda?
«È rimasta lì. Forse se si fosse votato due anni fa, quando ci fu il primo attentato dell’Isis, Marine Le Pen avrebbe potuto sperare in un risultato diverso. Ma ora è cambiato il vento e, salvo cataclismi improbabili ma sempre possibili, anche negli altri Paesi europei andrà così».
Come interpreterà l’establishment “conservatore” questo voto?
«Guai se in Francia, Germania e Italia pensassero: continuano a votarci perché preferiscono noi. Non è così: continuano a votare loro, perché gli altri fanno ancora più paura. Naturalmente quando parlo di forze di conservazione, io le intendo in senso buono, anche perché spero che sappiano imparare la lezione. Per uscire presto dall’infelice scelta alla quale rischiamo di restare costretti: quella tra un’Europa della conservazione e un’Europa della reazione».
E Macron? Sarà un presidente “europeista alla francese”?
«Certamente sì. La sua affermazione comporta uno 0,1 per cento di novità. Ma in ogni caso penso che la sua probabilissima elezione a Capo dello Stato ci consentirà di continuare a sperare».
In Francia la “Gauche” non soltanto non va al ballottaggio, ma i socialisti tornano alle percentuali pre-Mitterrand, della piccola Sfio...
«In questo caso siamo davanti ad un evento europeo di grande rilievo, storico. In Francia, in Spagna, in Grecia non esiste più una socialdemocrazia, nel Regno Unito i laburisti sono guidati da Corbyn. In Germania la Spd resiste ma appare in una posizione subalterna. E una socialdemocrazia non esiste neppure in Italia, perché il Pd di Renzi certamente non lo è. Quella tradizione da noi è ridotta al 4 per cento di Speranza e Bersani».
Ma non è presto per sentenziare la fine del tradizionale bipolarismo?
«Certo che è presto. La socialdemocrazia sta sparendo, ma le alternative si chiamano Tsipras, Podemos...
In Italia?
«Quel che resta del vecchio bipolarismo può sopravvivere in un’ alleanza Renzi-Berlusconi...».
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Chi raccoglie il testimone del riformismo
Massimiliano Panarari Stampa
Fine della socialdemocrazia: game over. È capitato una sola volta, nella storia della Quinta Repubblica, che il Partito socialista non arrivasse al ballottaggio nelle elezioni presidenziali: accadde – i segni del destino – al povero Lionel Jospin, fatto fuori nel 2002 da Jean-Marie Le Pen, il padre fachò e razzista di Marine, infine «ripudiato». Ora anche la figlia sbarca al secondo turno, mentre il candidato socialista Benoît Hamon, uscito dalle primarie di partito, ha riportato un risultato disastroso, un’autentica Waterloo. Molto meglio di lui ha fatto persino l’indignato Jean-Luc Mélenchon, a capo di quella France insoumise che rappresenta una miscela, tipicamente franco-francese, di ribellismo, radicalismo e sovranismo rosso, e che puntava, più che al ballottaggio, all’egemonia nella gauche.
E, dunque, che anche in Francia la sinistra competitiva e con chance di vittoria stia diventando sempre più post-ideologica? Siamo dalle parti di un centrosinistra – o centro-centrosinistra, come nel caso di Emmanuel Macron – inedito, che riscuote consensi e riesce quanto meno a contenere l’assalto delle armate populiste. Un riformismo originale, articolato sotto il profilo dei modelli organizzativi e delle piattaforme culturali, molto legato – come prevede l’orizzonte della personalizzazione della politica – alla personalità dei suoi nuovi leader, che si può tuttavia provare a considerare alla stregua di una tendenza unitaria perché appare proteso verso la ricerca di risposte alle metamorfosi di questi ultimi decenni. Quelle che hanno messo in buca e in mora la sinistra di tradizione novecentesca, da cui questo progressismo postmoderno ha preso congedo in via definitiva: dalla paura dell’immigrazione a quella per la deindustrializzazione e l’automazione galoppante nel mondo del lavoro, dalla «rivolta contro le élites» all’orizzonte cognitivo della post-verità e delle «camere dell’eco» dei social media. Ovvero le nuove fratture e i mutamenti che hanno fornito propellente elettorale alla vasta galassia populista e sovranista e alle forze politiche anti-establishment. Mentre l’arcipelago dei neoprogressisti, pur composto spesso da offerte partitiche innovative, si mette senza tentennamenti dalla parte «del sistema» politico (liberaldemocratico e pluralista) ed economico (il mercato capitalistico, certo da correggere laddove le differenze anziché essere fattore di dinamismo generano troppe disuguaglianze e impoveriscono quel ceto medio che, in questi anni, ha cercato riparo sempre più massicciamente tra le braccia dei nazional-populisti). E sceglie i percorsi – tutt’altro che facili, appunto – dell’accoglienza, della solidarietà e dell’integrazione tra la persone e tra gli Stati – l’altra scommessa controcorrente fatta propria dai neoprogressisti, infatti, è quella dell’europeismo senza se e senza ma, che costituisce un altro tratto comune. Al di qua – con En Marche!, i Verdi olandesi di Jesse Klaver e quelli austriaci del presidente della Repubblica Alexander Van der Bellen – e al di là dell’Atlantico, con i liberal del premier Justin Trudeau.
I partiti socialisti si trovano oggi spiazzati dal nazional-populismo e dal sovranismo di destra, oppure dal populismo di sinistra, che hanno in gran parte sottratto loro i voti delle classi lavoratrici perché il modello tradizionale di socialdemocrazia non regge le sfide del mondo liquido, postindustriale e globalizzato tra individualizzazione dei bisogni e assenza di risorse pubbliche da distribuire a causa della crisi fiscale degli Stati-nazione. Il testimone del riformismo passa così a leader e formazioni politiche liberalsocialiste o neo-ecologiste che predicano le virtù della società aperta e risultano, senza alcuna nostalgia, compiutamente postsocialdemocratiche.
@MPanarari
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