lunedì 1 maggio 2017

Tra Guerra Fredda e postmoderno, la critica della French Theory e della sinistra foucaltiana non è più tabu. Non lasciamola ai liberali e ai particolaristi

Cuando la CIA estudiaba a Foucault y SartreUn informe desclasificado revela que la agencia de EE UU siguió de cerca la vida intelectual en la Francia de los ochentaEl Pais




Popper sì, Lukács giammai! Il culto della Grecia antica nella Germania nazista, il culto dell'Anglia immaginaria nel neoliberalismo conformista contemporaneo

Il nazismo e l'antichitàJohann Chapoutot: Il nazismo e l’antichitàtraduzione di Valeria Zini, Einaudi, pp. 526, euro 34,00

Risvolto
«Non abbiamo un passato», diceva Hitler, rammaricandosi che gli archeologi SS si ostinassero in ricerche nei boschi della Germania, per poi trovarvi soltanto delle brocche orrende. Il passato della razza, quello che doveva riempire d'orgoglio i tedeschi, era da rintracciare in Grecia e a Roma. Cosa c'è di meglio di Sparta per costruire una società e un uomo nuovo? Quale miglior esempio di Roma per costruire un Impero? E quale più efficace avvertimento delle guerre che opposero la razza nordica agli assalti della Persia e di Cartagine? L'Antichità greca e romana insegnava come perpetuarsi attraverso una memoria monumentale ed eroica, quella del mito. Il Reich succedette ad Atene e Roma in questa lotta millenaria, nella quale dovette fronteggiare gli stessi nemici e pericoli. Dai canoni dell'ideologia nazista, a partire dal Mein Kampf, agli edifici di Norimberga, passando attraverso i manuali scolastici, il cinema e le arti plastiche, l'Antichità greca e romana venne riletta e riscritta per fornire al lettore, alunno, studente, spettatore e suddito del nuovo Impero, un paradigma ideologico saldamente impiantato sulle due grandi civiltà del mondo classico. Johann Chapoutot esplora il cuore del progetto totalitario nazista: annettersi non solo gli spazi fisici del mondo, ma impadronirsi, per forgiare l'uomo nuovo, anche del passato, assegnandogli una funzione di esaltazione, modello e profetico avvertimento.

Guerra culturale a tempo scaduto: la scuola defelicina e la reiterata bufala del Mussolini "marxista" e "leninista"


L'ordine neoliberale in prospettiva foucaultiana secondo Massimo De Carolis

Massimo De Carolis: Il rovescio della libertà. Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà, Quodlibet 

Risvolto
Il ristagno economico, l’esplosione delle disuguaglianze e l’esasperazione dei conflitti annunciano oggi il tramonto del modello politico che, nei decenni scorsi, ha ispirato l’azione dei maggiori apparati di governo e ha rimodellato alla radice lo stile di vita di milioni di persone. È il paradigma etichettato come neoliberalismo, basato sull’assunto antropologico che vivere, in una grande società, debba significare essenzialmente stare sul mercato: partecipare allo scambio collettivo e concorrere, così, alla genesi di un ordine spontaneo, troppo complesso e imprevedibile per essere ingabbiato in un progetto disegnato dagli esperti o nei decreti di un’autorità sovrana.

Elaborato in Europa, negli anni febbrili tra le due guerre mondiali, per opera di un gruppo variegato e rissoso di economisti e sociologi sfuggiti al terrore nazista, il neoliberalismo è rimasto a lungo ai margini delle istituzioni ufficiali, per conoscere poi un successo tardivo e travolgente a conclusione della guerra fredda e diventare, nel giro di pochi anni, la formula politica egemone a livello planetario. Eppure, con uguale inesorabilità, sembra oggi avviarsi al tramonto, sotto il peso della crescente rifeudalizzazione della società. Nell’insieme, perciò, la sua storia disegna una parabola che abbraccia per intero gli ultimi cento anni e che ha letteralmente trasformato il mondo, stringendo in un unico nodo la vita civile e le pratiche di governo, le tecniche di mercato e l’esercizio del potere. Senza che la teoria politica ufficiale sappia tuttora offrire una qualche spiegazione tanto della sua ascesa trionfale quanto dell’attuale declino.
Questo libro ricostruisce dall’interno la parabola del neoliberalismo, inscrivendola nell’orizzonte della crisi generale della civiltà moderna, per tentare di chiarire, infine, per quali ragioni profonde un paradigma elaborato con l’esplicita intenzione di promuovere l’intraprendenza e la creatività diffusa, non abbia alla fine partorito altro frutto che il rovescio della libertà.

«L’intuizione più profonda del neoliberalismo è che una grande società, pluralista e virtualmente globale, possa tenersi unita solo a una precisa condizione: che il valore delle performance sociali, delle iniziative imprenditoriali e delle scelte di vita sia misurato sulla scala dell’ordine cosmico, e non dell’ordine semplicemente vigente o di quello fissato da una qualche autorità sovrana. È da questa intuizione che discende anche il passo più scabroso del neoliberalismo, quello che ne ha diretto a suo tempo la marcia trionfale e che oggi ne detta il declino. L’idea, cioè, che, a determinate condizioni, il sistema di valori generato dal mercato possa appunto svelare l’ordine cosmico ed esprimerlo in forma immediata.
Oggi sappiamo per esperienza diretta (e non per un qualche pregiudizio ideologico) che i meccanismi del mercato sono intrinsecamente inadeguati a un tale compito. Tendono anzi regolarmente a produrne il rovescio. Quanto più a fondo le tecnologie di calcolo, misurazione e valutazione penetrano nella vita sociale, tanto più questa “vita” è messa al servizio delle relazioni di potere, schiacciando così l’ordine cosmico sull’ordine costituito. In se stessa, però, l’intuizione di base non ne viene minimamente compromessa: viene anzi a indicare un compito inevaso, e perciò tanto più urgente.» 

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Di nuovo "Moneta e impero" di Marcello De Cecco

Il giro di boa nell’economia mondiale 
Saggi . «Moneta e impero» di Marcello De Cecco per Donzelli. Nuova edizione di un «classico » della storia economica
Mauro Campus e Chiara Giorgi Manifesto 5.5.2017, 23:55 
Moneta e impero. Economia e finanza dal 1890 al 1914 di Marcello de Cecco, ripubblicato da Donzelli in un’edizione curata da Alfredo Gigliobianco, è un classico della letteratura storico-economica. Pubblicato nel 1971 (Economia e finanza internazionale dal 1890 al 1914, Laterza), ebbe poi un’altra edizione italiana nel 1979 (Moneta e impero. Il sistema finanziario internazionale dal 1890 al 1914, Einaudi) e due versioni inglesi (Blackwell, 1974; Pinter 1984). La scelta di Gigliobianco è significativa: mantenere il titolo Moneta e impero delle edizioni 1974 e 1979, riprendendo, come sottotitolo, la versione del 1971. Non si tratta, però, solo di un cambiamento al titolo: l’intenzione del curatore è di avvicinarsi maggiormente al pensiero di de Cecco, migliorando le precedenti versioni (inadeguate quelle italiane perché traduzioni di un testo scritto inglese, e le altre tagliate dall’editor e dal publisher inglesi al fine di rendere il volume meno ostico per quel pubblico). 
Si tratta di un libro che descrive de Cecco come intellettuale difficilmente incasellabile nelle categorie di economista o storico perché dotato di straordinarie competenze. Sebbene sia arduo individuare un solo fuoco in un libro complesso come questo, è lecito indicare nella demitizzazione del gold standard – il sistema monetario che ha dominato gran parte del mondo nella seconda parte del XIX secolo – il suo punto fermo. 
MOLTI AUTOREVOLI studi hanno considerato il gold standard il sistema nervoso di un’età virtuosa e stabile basata anche sull’accettazione del dogma che il mercato fosse capace di autoregolarsi. De Cecco contesta tale ipotesi partendo dalla constatazione che il gold standard (analogamente al mercato) era una creazione umana. Il sistema di parità auree era una politica economica internazionale dell’impero britannico: una scelta intimamente legata alla politica di potenza. Il gold standard internazionale fu, dunque, un mezzo dell’impero britannico per rafforzare la sua egemonia planetaria: un sistema fondato sulla struttura delle relazioni politico-economiche all’interno e rispetto allo spazio coloniale. E, non a caso, è centrale il nesso tra moneta e senso giuridico del termine impero che, da solo, è capace di evocare i molti aspetti del dibattito intellettuale antimperialista degli anni in cui il libro fu scritto. 
Nello sviluppo dell’analisi sono affrontati i paradossi del gold standard, divenuto universale per aumentare i controlli statali sulle questioni monetarie. Come de Cecco nota nella prefazione all’edizione del 1984: «il sistema monetario internazionale pre-1914 fu stabile finché rimase uno sterling standard, e che cominciò a oscillare sempre più pericolosamente, fino al suo collasso finale nel luglio 1914, quando iniziò il declino della Gran Bretagna e altri grandi paesi industriali crebbero d’importanza e adottarono il gold standard come una forma di nazionalismo monetario, allo scopo di privare la Gran Bretagna dell’ultimo potere che le era rimasto, quello di controllare i flussi finanziari internazionali. Così, una parte importante del messaggio di questo libro è che i paesi che adottarono il gold standard lo fecero per aumentare, e non per diminuire, il controllo statale sulle questioni monetarie». 
Si tratta nondimeno di uno studio pionieristico sulle conseguenze della seconda rivoluzione industriale sul potere europeo, di un’analisi dei mutamenti egemonici e dei rapporti di forza in un’epoca che vide il consolidamento di economie e sistemi politici antagonisti al Regno Unito (su tutti Stati Uniti e Germania). Un momento storico in cui il mercato finanziario internazionale conobbe uno sviluppo vorticoso, che portò alla crisi del 1907, seguita dall’istituzione della Federal Reserve e dalla crescita dei nazionalismi anche economici. 
LE TESI di de Cecco sono confermate nella loro forza alla luce degli accadimenti degli ultimi anni, e ci aiutano a comprendere come dietro ciò che si considera «naturale», risultato automatico dei comportamenti individuali, risiedano precise determinazioni di politica economica (in contesti dominati da monopoli e oligopoli). In tal senso se il gold standard fu una costruzione dello Stato inglese, allo stesso modo fu una finzione quella della mano invisibile smithiana e del laissez faire, così come fu apparente – scriveva Marx nel Capitale – quanto vigente nella sfera della circolazione (dello scambio di merci) rispetto al «segreto laboratorio della produzione». Così oggi di fronte alla retorica di un’economia libera dalla politica, non possiamo che farci forti dell’insegnamento di de Cecco ricordando che l’economia è politica e agisce attraverso dispositivi di disciplinamento volti a imporre la ratio di un ordine, quello, per dirlo con Sassen, delle «formazioni predatorie». 
QUALCHE ANNO FA recensendo su questo giornale l’ultimo volume di de Cecco – Ma cos’è questa crisi. L’Italia, l’Europa e la seconda globalizzazione (2007-2013), Donzelli – Christian Marazzi scriveva: «Né con la destra sfascista, né con la sinistra sovranista. Questa è la provocazione, non proprio implicita, di de Cecco» – quella cioè del passaggio dall’attuale moneta unica a un Euro come moneta comune, dotata di poteri federalistici volti a garantire, perlomeno con l’unione bancaria e quella fiscale, la costruzione di un’Europa più unita. Provocazione, aggiungeva, che va colta volgendoci «alla costruzione di un ciclo di lotte sul terreno della moneta del comune, un sistema monetario che sappia garantire una ridistribuzione del reddito sulla base di diritti assoluti di cittadinanza».

Tornano i "Piccoli borghesi" di Pierre Drieu La Rochelle

Piccoli borghesiPierre Drieu La Rochelle: Piccoli borghesi, Theoria

Risvolto

Controverso, originalissimo, Pierre Drieu La Rochelle è tra i più importanti scrittori francesi della prima metà del Novecento. Sconvolge, nei suoi libri, la calma apparente, una lucidità disperata e raggelata, ma che dissimula un tremore, una voragine dentro la quale Drieu si è già calato. Tutti i suoi romanzi esprimono la necessità di una confessione. Così è anche in "Piccoli borghesi", forse il suo capolavoro, pure se assente dalle librerie italiane da quasi mezzo secolo e che oggi riproponiamo nella storica traduzione di Alfredo Cattabiani. In questo romanzo familiare c'è la storia della vita dell'autore e i suoi complicati rapporti con suo padre. Un padre che Drieu, come ci ricorda Alessandro Gnocchi nel l'approfondito e intelligente saggio introduttivo, odiava e temeva.

Un popolo di irrecuperabili merdacce illiberali e ostili al mercato, alla meritocrazia e all'efficienza

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Matteo Blair torna


Post-verità, è scontro tra titani: acceso dibattito sulle bufale sull'organo ufficiale di Bufalandia








Verso la traduzione automatica digitale


Graffiti particolari a Palermo


Messoreide della sera: Santa Zita da Lucca ha visto un secolo prima Napolione, demonio ateo bolscevico e nemico della Chiesa


"Un’alleanza tra le diverse specie": Donna Haraway da cyborg postmoderno a Michela Brambilla dei manifestini


Donna Haraway: Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Duke

Risvolto
In the midst of spiraling ecological devastation, multispecies feminist theorist Donna J. Haraway offers provocative new ways to reconfigure our relations to the earth and all its inhabitants. She eschews referring to our current epoch as the Anthropocene, preferring to conceptualize it as what she calls the Chthulucene, as it more aptly and fully describes our epoch as one in which the human and nonhuman are inextricably linked in tentacular practices. The Chthulucene, Haraway explains, requires sym-poiesis, or making-with, rather than auto-poiesis, or self-making. Learning to stay with the trouble of living and dying together on a damaged earth will prove more conducive to the kind of thinking that would provide the means to building more livable futures. Theoretically and methodologically driven by the signifier SF—string figures, science fact, science fiction, speculative feminism, speculative fabulation, so far—Staying with the Trouble further cements Haraway's reputation as one of the most daring and original thinkers of our time.