sabato 3 giugno 2017

L'americanizzazione della Kultur europea secondo un triste Debray approdato al Mito Transpolitico "sovranista"


Régis Debray: Civilisation. Comment nous sommes devenus américains, Gallimard, pagg. 240, euro 19

Risvolto
C’est quoi, une civilisation? Comment ça naît, comment ça meurt? L’effacement de la nôtre nous aide à répondre à ces questions vieilles comme le monde. 
De la CIA au rap, de House of Cards à Baron noir, des primaries à nos primaires, c’est cette imprégnation de notre culture nationale par la civilisation américaine que Régis Debray dévoile avec une gaieté frondeuse, en reliant les menus faits de notre quotidien à l’histoire longue de l’humanité. 
Illustrée par l’exemple de la Grèce antique face à l’Empire romain, l’invariable grammaire des transferts d’hégémonie éclaire notre présent d’une façon insolite et pénétrante. 
Une prise de recul qui, tout en abordant de plein fouet l’actualité, surprendra également pro- et anti-américains.         

Galli della Loggia e le lacrime di coccodrillo di almeno tre generazioni di intellettuali di corte: "tramonto di una nazione" o desiato tramonto "liberale" della democrazia moderna?

Lo storico. Galli della Loggia: «La politica ha perso per strada il popolo»
Nel suo nuovo libro «Il tramonto di una nazione» lo storico indaga la crisi di rappresentanza degli ultimi decenni: «La protesta antisistema nasce dalla diffidenza nei confronti del Risorgimento»
Avvenire Alessandro Zaccuri sabato 3 giugno 2017

Barzellette dispari da Zizek


Bufalari di professione: gli Stati Uniti controllano internet e sanno quante volte facciamo pipì, ma il problema sono hacker di Putin


L'Eurasia che piace



























Olivier Roy e l'islamizzazione dell'antagonismo che i liberal non possono comprendere



Urbinati e Marzano orfani, liberali e "orizzontali"

Il singolo trascinato nel vortice del comunitarismo 
Saggi. «La società orizzontale. Liberi senza padri» di Marco Marzano e Nadia Urbinati per Feltrinelli 
Francesco Antonelli Manifesto 20.6.2017, 0:25 
L’attenzione pubblica è oggi concentrata sulla diffusione della così detta cultura populista. Tuttavia, vi è una tendenza meno immediatamente leggibile ma certamente di più lungo corso, di radicare anche in Italia una cultura liberale, sia nella sua versione di sinistra o liberal sia in quella di destra o neo-liberista. Fenomeno animato soprattutto da intellettuali (alcuni dei quali con un passato da neo-marxisti) e fatto proprio, senza riconoscerne molto spesso la paternità e non senza rilevanti deformazioni, da una parte significativa della classe politica italiana. Il libro di Marco Marzano e Nadia Urbinati La società orizzontale. Liberi senza padri (Feltrinelli, pp. 112, euro 16) si colloca proprio in questa tendenza. 
IL LIBRO SI MUOVE tutto attorno ad un’opposizione di sapore popperiano tra «società patriarcale» (dunque chiusa) e «società orizzontale» (dunque aperta), in dialogo polemico, tra gli altri, con Massimo Recalcati e con tutti quelli che vedono nel declino dell’autorevolezza e nella necessità di ricostruirla nelle istituzioni e nella società una sfida ineludibile. 
LA SOCIETÀ PATRIARCALE sarebbe quella che ha dominato la storia dell’Italia repubblicana, tutta incentrata su istituzioni (in primo luogo politiche) organizzate come chiese, gerarchiche e fortemente clientelari-paternalistiche. Non a caso il cattolicesimo viene indicato in questa ricostruzione come una delle principali origini dei mali italici passati e presenti, anche quando si presenta con il volto benevolo di Papa Francesco. A questo modello socioculturale che continua a sopravvivere con forza nei meandri della società italiana e che si manifesterebbe su un piano più generale, europeo e mondiale, come il ritorno dell’idea di una società chiusa, neo-comunitaria, populista, si contrapporrebbe una positiva società orizzontale in fase di costruzione e consolidamento: questa società è centrata sull’individuo autonomo e responsabile, quello teorizzato dall’Illuminismo, e che lotta per una società più aperta e libera. 
È NEI TRE ORIZZONTI classici del paternalismo e, oggi, del neo-populismo, che emergerebbe la lotta fatale tra queste due società: Dio, Patria, Famiglia, corrispondenti a sfera religiosa, politica e familiare. Dal punto di vista religioso in Italia staremmo assistendo al radicarsi di una religiosità simile a quella del protestantesimo tradizionale, centrata cioè sull’autonomia morale e spirituale degli individui. Sul piano politico al posto dei vecchi partiti starebbero consolidandosi reti di individui attivi politicamente (anche grazie alle tecnologie digitali). Su quello familiare, infine, starebbero diffondendosi rapporti centrati su condivisione, responsabilità e parità tra generi (in realtà, tema poco trattato dal libro) e generazioni. 
Insomma, il termine chiave della nuova società orizzontale sarebbe responsabilizzazione delle persone e quadratura del cerchio tra quella uguaglianza e quella libertà che Alexis de Tocqueville, osservando gli Stati Uniti del XIX secolo, indicava come in continuo conflitto in una società democratica poiché l’amore per l’uguaglianza rischiava continuamente di sopprimere la libertà e l’autonomia individuale. Per Marzano e Urbinati staremmo dunque diventando inesorabilmente più anglosassoni e quindi più adulti. 
DUE SONO I GRANDI PROBLEMI di questo libro, che neanche conclusioni più equilibrate dell’argomentazione sviluppata nel testo, riesce a risolvere: il primo è un’eccessiva linearità dell’analisi che sfocia nell’ideologia. Tutti i mali del presente sarebbero semplicemente riconducibili alla sopravvivenza di una società patriarcale (che in Italia vuol dire per i due autori quasi esclusivamente presenza della Chiesa cattolica) mentre non si riconoscono a sufficienza quelle storture come precarietà, sterilizzazione della democrazia, declino della solidarietà sociale, aumento delle disuguaglianze, prodotte proprio dall’ascesa di una società di soli individui. 
Il secondo problema da risolvere è che, ai tempi della crisi, questo testo nasce inesorabilmente come datato, persino superato da molte riflessioni prodotte, ad esempio, da Ulrick Beck e Zygmunt Bauman sui rischi dell’individualismo già all’inizio del 2000: la sfida oggi è quella di sottrarre ai populisti l’importante tema della ricostruzione del sociale, invocato da gran parte dei ceti popolari e medi, in modo da realizzare una società includente e democratica. Un’alternativa sia al modello neo-comunitario e xenofobo incarnato da Trump o da Salvini sia a quello neo-liberale globale esaltato, ormai fuori tempo massimo, proprio da Marzano e Urbinati.

La Pompei preromana


giovedì 1 giugno 2017

Gramsci "giornalista": un'antologia


L'illusione della democrazia deliberativa e partecipata: Floridia tra Habermas e Rawls

Copertina Un'idea deliberativa della democraziaAntonio Floridia: Un’idea deliberativa della democrazia. Genealogia e princip, Il Mulino

Risvolto
Un ideale politico, un modello teorico di democrazia, o soltanto un insieme di nuove forme e strumenti di partecipazione? Il libro propone una ricostruzione delle origini e dello sviluppo dell’idea di democrazia deliberativa, analizzando i testi che - a partire dagli anni Ottanta - hanno contribuito a definirne i confini, e poi - con Jürgen Habermas e John Rawls - a consolidarne le basi teoriche. Oggi la democrazia deliberativa si è ormai affermata come una delle correnti fondamentali del pensiero democratico contemporaneo, in grado di proporsi come un’alternativa convincente alle distorsioni plebiscitarie e tecnocratiche cui è esposta la democrazia rappresentativa, ma anche alle ricorrenti illusioni di ritorno alla democrazia diretta.
Antonio Floridia dirige l’Osservatorio elettorale e il settore «Politiche per la partecipazione» della Regione Toscana. Ha insegnato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze ed è stato presidente della Società Italiana di Studi Elettorali. Tra le sue pubblicazioni, «La democrazia deliberativa: teorie, processi, sistemi» (Carocci, 2012) e il capitolo The Origins of Deliberative Turn all’interno dell’«Oxford Handbook of Deliberative Democracy» (2017).

L'Euro Secondo Joseph Stiglitz

L'euro
Joseph Stiglitz: L'Euro. 
Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa, Einaudi, pp. 452, euro 21

Risvolto
Nel 2010 la crisi finanziaria globale del 2008 si è trasformata in una “eurocrisi” che pare lontana dal placarsi, soprattutto per i diciannove paesi dell’Europa che condividono la moneta comune Euro – l’Eurozona. In questo volume, il Premio Nobel Joseph E. Stiglitz demolisce il consenso prevalente sulle ragioni che hanno messo all’angolo l’Europa, e mette all’angolo i campioni dell’austerità proponendo soluzioni concrete ai problemi legati alla moneta unica. La crisi ha infatti messo in luce i limiti dell’Euro. La stagnazione nell’Eurozona e le sue fosche prospettive di ripresa sono un diretto risultato della sua sfida fondamentale: la pretesa di far condividere a un gruppo di paesi molto diversi un’unica valuta comune. L’Euro è nato imperfetto, con un’integrazione economica che andava più velocemente di quella politica. Stiglitz mostra come la struttura monetaria corrente promuova la divergenza piuttosto che la convergenza. La domanda è questa: l’Euro può essere salvato? Dopo aver messo a nudo il malcongegnato mandato della Banca Centrale Europea volto al controllo dell’inflazione, ed aver spiegato come le politiche dell’Eurozona, specialmente nei confronti dei paesi in crisi, abbiano ulteriormente esacerbato i difetti della sua progettazione, Stiglitz delinea tre possibili vie di uscita. Riforme fondamentali della struttura dell’Eurozona e politiche economiche da imporre ai paesi membri; un abbandono controllato dell’esperimento dell’Euro come unica valuta; oppure un coraggioso nuovo sistema che ha battezzato “l’Euro flessibile”.

5%: la Sinistra Imperiale rossobruna - dal Manifesto a Siderurgia & Aperitivo - benedice la legge elettorale di Renzi e prepara il Listone civetta di centrosinistra

















Lo sbarramento al 5%, il Richiamo Permanente della Foresta Centrosinistra e una "sinistra" che ci obbliga a votare Grillo per dispetto anche se ci fa vomitare: sempre lo stesso errore

Ieri dalla Germania, dalla redazione di "Junge Welt", mi chiedevano se ci fossero già reazioni alla nuova legge elettorale con sbarramento al 5% da parte dei comunisti e delle sinistre.

Ho spiegato che queste ultime sono d'accordo con lo sbarramento perché vogliono schiantare ogni concorrenza e preparare l' accordo con il PD dopo il voto.

Mentre in difficoltà sono i comunisti, i quali sinora non si sono espressi perché non vogliono farsi terra bruciata attorno. Non tanto nell'eventualità di essere imbarcati anche loro nel costruendo listone con Vendola, Pisapia, D'Alema e mostri destrorsi consimili, visto che non li prenderebbero mai, quanto nella non meno perversa speranza di staccare Fratoianni con l'ex SEL e allearcisi.

L'intesa sullo sbarramento al 5% e sulla spartizione della rappresentanza parlamentare, in realtà, Fratoianni in realtà l'ha approvata un attimo dopo Grillo. Tutto questo dovrebbe provocare uno scatto d'orgoglio e di dignità in ciò che rimane della sinistra e fornire l'occasione per portare finalmente a una ridefinizione dei confini politici ai quali siamo abituati: le forze complementari al PD (SI, Pisapia) con il PD, Grillo beato con la sua banda di mentecatti, la sinistra con la sinistra.

Erede del suo maestro di imbrogli Vendola, Fratoianni sta cercando di costruirsi un miserabile monopolio della rendita di posizione, stroncando nella culla ogni vagito di autonomia e ribadendo l'eternità della prospettiva del centrosinistra in Italia. E cioè in questo caso l'inevitabilità dell'alleanza con Pisapia, il quale si allea con D'Alema, il quale poi cercherà di condizionare il PD, fino ad allearsi con Renzi per fermare Berlusconi o Salvini o Grillo e così via. In un perpetuo Gioco dell'oca che vediamo ripetersi da oltre 20 anni e che ci ha condotti dove stiamo.

Vale la pena aspettarlo, per farsi dire di no e rimanere con un pugno di mosche in mano? 
Oppure è meglio impegnarsi da subito per costruire un campo autonomo della sinistra, seminando oggi per il domani?

Angela portaci a Est










































Michele Cometa sul "Trionfo della morte" di Palermo: un libro

L’affresco che racconta il male di vivere 
Scaffale. «Il Trionfo della Morte» conservato a Palazzo Abatellis di Palermo narrato da Michele Cometa, in un libro uscito per Quodlibet 
Michela Becchis Manifesto 30.6.2017, 19:20 
Ferdinando Bologna scriveva che «l’affresco del Trionfo della Morte di Palermo…resta più noto che conosciuto». È esattamente così, perché conoscere quel terribile e bellissimo affresco, dipinto sul muro meridionale del cortile di palazzo Sclafani a Palermo, cioè l’arcispedale della città fondato nel 1430, è impresa difficile e faticosa. Ci si misura un libro di Michele Cometa (Il Trionfo della morte di Palermo. Un’allegoria della modernità, Quodlibet, pp. 180, euro 16) che legge l’affresco per il suggestivo tramite della storia dei concetti. Ma la storia dei concetti è necessariamente storia dei concetti espressi, narrati, e nell’opera di Palermo la quantità dei concetti significati è immensa, smisurata eppure desiderosa di presentarsi come summa. 
L’AFFRESCO, oggi staccato e conservato a palazzo Abatellis, sede della galleria nazionale della Sicilia, era parte di un complesso di pitture che comprendeva un Giudizio Universale, più o meno contemporaneo, e un più tardo Paradiso. Già l’identificazione di uno e un solo committente non è facile, ma è certo che, già nel 1432, Alfonso il Magnanimo autorizzava la riunione dei sette vecchi ospedali in quel vetusto palazzo di un secolo prima che doveva essere restaurato integralmente e adattato per l’uso «moderno».
Diventa quindi necessario, per intendere anche l’affresco del cortile, avere presente cosa fu la cultura aragonese napoletana nella autunnale civiltà medievale europea. L’opera è definita perfettamente da Cometa «un masso erratico», proprio come un meteorite, perché tale è l’affresco. In un meteorite c’è una innumerevole quantità di diversi minerali, più o meno preziosi, di materiali sedimentati e di sostanze organiche, il tutto a temperature elevate. Ecco, la metafora tratteggia a pieno il Trionfo. 
È MOLTO IMPORTANTE reperire e isolare ogni componente letteraria, religiosa, filosofica, giuridica e, per la parte figurativa, catalana, fiamminga, franco-borgognona, dai miniatori del duca di Berry a Sluter, solo per il tempo necessario a intenderne la sostanza e lo spessore. Ma indispensabile rimane la capacità ardua di guardare a quell’affresco come si deve guardare all’intera e complessa civiltà per figura di quei decenni, perché non farlo – lasciano intendere le pagine del libro- significa lasciarselo sfuggire. 
QUELL’UMANITÀ che quasi inconsapevolmente, ma certo elegantemente, degradata frana dal bordo in alto a destra verso il centro basso della scena come se il gran vento della morte, o della Storia, la facesse mulinare, chissà se per un caso è un’approssimazione assai vicina a una spirale di Fibonacci rovesciata, che contrasta molto con una spazialità a prima vista sgangherata, ma che, in realtà, torna volutamente a schiacciarsi in una sorta di bidimensionalità per adattarsi e farsi cifra di un non-tempo che pure è quello, umanissimo, dell’angoscia moderna. E che, dal punto di vista figurativo, fa convergere la quasi sicura conoscenza dell’autore della scultura borgognona dentro uno spazio da arazzo fiammingo. 
LA ASSOLUTA MODERNITÀ dell’artista del Trionfo è proprio in questa dipingere carico di moltissimi saperi, di apporti di culture visuali che diventano gli uni inferenza dell’altro. Ma risiede anche nel come tratta l’angoscia e il tempo. Nei precedenti e notissimi Trionfi della morte di Pisa e di Firenze, nonostante il dolore della vita e della sua fine producano risultati sardonici nei volti e nelle parole degli stravolti astanti, ciò che aleggia negli sguardi e nei gesti è pur sempre la paura. A Palermo ogni sguardo che ci si appunta addosso per tirarci dentro la bufera cristallizzata è espressione perfetta della molesta tragedia dello spleen, di un umor nero che soffoca come l’odore della morte, che stizzisce come un abito buono irrimediabilmente macchiato. 
Questo mal di vivere che dissecca l’antico terrore si dissemina nell’opera, riprendendo una tradizione di simultaneità narrativa tutta medievale ma volontariamente porgendola in un infinito contemporaneo che tale era per l’osservatore intimorito della metà del XV secolo, ma che, ancora di più, lo è per chi oggi, ammutolito, si mette davanti all’indimenticabile affresco. 
A OGNI PAGINA Cometa obbliga il lettore a correre dietro all’infinita corrente dei complicati apporti che veloci viaggiavano nel Mediterraneo quand’anche calanti da zone continentali. E in quella ricchissima e affannata koinè viene narrato un mondo e quella modernità rutilante e cupa che spesso non vogliamo vedere, ma che riconosciamo al volo fin da quando fu letta per la prima volta l’apertura del quarto sigillo dell’Apocalisse. 

Matematica e guerra


Governo & propaganda: i bufalari di professione difendono il monopolio. Martini sbraita contro la "fabbrica delle verità" altrui ma scrive sulla Busiarda















































Ilva: un esempio di trionfo della lotta di classe dei ricchi con la complicità della sinistra

Soprattutto dei governatori pugliesi pessimi poeti ma esperti imbroglioni [SGA].




















Una icona della sinistra dirittumanista, una vita per l'Amazzonia e per la pecunia. Chi dei due è realmente più a destra?


mercoledì 31 maggio 2017

Galli della Loggia e Italian Theory allo scontro di civiltà: destra e sinistra imperiale rivendicano insieme la supremazia occidentale sui Barbari e i Beduini

Leggi qui per le puntate precedenti di questo delirio da Crociati della tastiera

Anche l'heideggerismo della Valtellina giganteggia [SGA].