martedì 27 giugno 2017

La conquista dello spazio globale nel Cinquecento: Charles S. Maier


Sempre lo stesso errore: prosperi gramsciani e palindromi antigramsciani uniti per riconquistare il PD e per un nuovo Centrosinistra














C’è spazio per la sinistra 
Ballottaggi. Dissolti i tre poli in parlamento, perché sono cadute le linee ideali e le fratture sociali che segnavano la distanza tra gli attori, si apre la strada alla necessaria politica di alternativa al Pd 

Michele Prospero Manifesto 25.6.2017, 23:59 
Anche il silenzio dei leader, caduto sui semiclandestini ballottaggi di oggi, conferma che gli equilibri politici che poggiavano su tre poli incomunicanti sono già diventati precari. I protagonisti della stagione parlamentare avviata nel 2013 sono accomunati da una precoce tendenza all’usura. La fuga dei cadaveri viventi dalle battaglie simulate che si svolgono nelle città svela quanto illusoria sia stata la interpretazione del voto amministrativo come una resurrezione del bipolarismo del tempo che fu. 
Sul fronte destro la ripresa competitiva che si registra nel primo turno ha il volto principale della Lega securitaria, sovranista e anti islamista. La fretta un po’ grottesca con cui Berlusconi, tra cani e agnelli, si precipita a rivendicare la paternità di un successo annunciato non cancella le difficoltà della destra. Frantumata al suo interno, come tutte le aree politiche, naviga a vista e non riesce a tracciare una efficace strategia condivisa. 
Se il gioco nel 2018 si svolgerà con un meccanismo maggioritario, il Cavaliere dovrà mantenere in vita una armata coalizionale. Deve cominciare ad oliarla nei meccanismi arrugginiti con la consapevolezza di non poterla guidare. La premura, che più lo tormenta, è di impedire che a condurla alle trincee sia Salvini. 
Un leghista diverso, con la fama di pragmatico amministratore e il volto di politico moderato potrebbe risolvere le grane di un’intesa che rimane difficile ma è nella forza delle cose. 
Ma, se alle politiche si voterà con una formula proporzionale, le grandi manovre per rintuzzare le insane pretese alla leadership di un alleato scomodo, e per lanciare una coalizione competitiva, perdono ogni pregnanza. E Berlusconi, che proprio su questo scenario di frantumazione scommette, è pronto al pantano del trasformismo per incassare gli attestati di politico responsabile sul quale contare nelle emergenze parlamentari. In cambio del negoziato attende le solite cose che interessano un capo d’azienda. 
I tre poli si sono dissolti in parlamento perché sono cadute le linee ideali e le fratture sociali che segnavano la distanza tra gli attori. E le consuete confluenze in aula tra Pd e Fi non sono soltanto degli occasionali sostegni offerti per garantire la sopravvivenza dell’esecutivo traballante. Sembrano la conferma di un processo di radicale deideologizzazione che spegne le differenze programmatiche, annichilisce le ragioni costituzionali del contendere. La grande bonaccia trasformistica, nella quale le truppe del Pd e di Fi convergono a primavera, potrebbe però non bastare per garantire i numeri al governo dei responsabili. 
Il Pd infatti pare assai sovrastimato nei sondaggi. E la terra promessa di un incontro strategico con Berlusconi (le cui premesse furono gettate nell’incontro di Arcore del 2010) non assicura un forte recupero di consensi. Questo non significa che il Pd sia, come è stato osservato al Brancaccio, un partito della destra. Il Pd è un partito personale-populista fortemente deideologizzato con la sola mitologia del potere a fare da collante per un ceto politico incolore, senza cultura, identità, referenti sociali. 
Non più in grado di delineare una alternativa di sistema pare ormai il M5S, assente nei ballottaggi, con le grane di gestioni amministrative disastrose e senza più a disposizione la carta primitiva della totale estraneità alla casta del potere. I suoi parlamentari sono dentro i meccanismi, godono dei privilegi e dei costi della politica, rinviano ad oscure dinamiche micro aziendali, a centri occulti di eterodirezione. Con la verginità perduta, non possono ripetere la stessa sceneggiata dello tsunami tour perché il grido di rivolta: tutti a casa, li coinvolgerebbe, come gli altri politicanti. 
C’è spazio per una nuova sinistra. La necessaria politica di alternativa al Pd non si prospetta però con semplificazioni analitiche (mai alleanze, processo a condotte criminogene dei protagonisti di un ventennio) e con immagini di estraneità al ceto politico che paiono ormai batterie spente. Le simbologie della società civile sembrano carte impallidite in un sistema alla deriva in cui Renzi non si presenta come un politico ma come un “ragazzo di provincia”. Madia si vanta da sempre per aver portato in politica “la sua inesperienza” e i grillini predicano tutta la loro ostilità alle classi dirigenti di qualità in nome del principio che “uno vale uno”. Nella crisi strutturale del M5S e del Pd renziano occorrerebbe rilanciare i valori della grande politica. 
Per Gramsci (Quaderni, p. 1140) la politica nei regimi di massa non è altro che «l’efficacia e la capacità di espansione e di persuasione delle opinioni di pochi, delle minoranze attive, delle élites». 
Se queste élite con una cultura critica e di classe ci sono nelle residue organizzazioni della sinistra si mettano all’opera, in quel processo costituente che Asor Rosa ha invocato, per la ricostruzione di un grande soggetto, senza nascondersi dietro le effimere adunate dal basso, da cui nulla nasce di durevole oltre i tormenti di sopravvivenza per l’appuntamento elettorale imminente. 
Se intanto, tra il fuoco amico, oggi cadesse Genova, per l’immaginario della sinistra sarebbe una tragedia.

Pd in coma, ma la sinistra non rinasce nei teatri o in una piazza romana Sinistra. Renzi è solo un capo dalle smodate ambizioni con un’insana nostalgia di ritorno a Palazzo Chigi. Con la complicità di un non-partito che non ha dirigenti ma scudieri Michele Prospero Manifesto 27.6.2017, 23:59
A un leader che ha perso lo scettro a Rignano ci mancava solo il vagabondare di Prodi nelle vesti del buon confessore. Il capo di un partito personale, cui viene scucito il potere proprio nel natio paese-simbolo, quando si imbatte nell’astuto confessore avverte che quello è lì per somministrare la estrema unzione. Lo stato di salute del capo non più gagliardo è malfermo da un pezzo. E starsene in piscina, in attesa del destino avverso, è un segnale in più. Si tratta di un irrimediabile disfacimento di quello che fu il corpo del leader in camicia bianca.
Ormai quasi tutte le città della Toscana sono state espugnate dalle forze nemiche. Per un capo che ha condotto le ardite scalate ostili con il supporto del comitato d’affari della piccola borghesia toscana essere scacciato da una città dopo l’altra del Granducato non è certo l’indizio di una solida volontà di rivincita. Anche gli antichi protetti nel Consip si scagliano contro i suoi colonnelli, in gesti di ribellione che sono possibili solo contro gli agenti di un potere percepito come ormai in declino. E il fumo delle braciolate non basta a tenerlo al riparo dai guai procurati dalla brama di possesso della più ristretta cerchia dell’influenza.
Dopo aver rotto con la Cgil e divorziato con il mondo del lavoro c’è poco da ricamare per rinsaldare un legame con il voto popolare.
L’altro serbatoio dell’elettorato di sinistra, quello dei professori, il Pd se lo è giocato per sempre con gli algoritmi e le simbologie del comando della buona scuola. E il vero mito fondativo della cultura politica della sinistra repubblicana, ha funzionato come collante ideale nel corso di settant’anni, cioè la costituzione come grande valore programmatico da attuare, Renzi lo ha infranto nel plebiscito del 4 dicembre.
Con i figli di una democrazia cristiana minore (Lotti, Boschi, Rosato, Bonafé, Picierno, Fioroni, Franceschini, Guerini) Renzi non riesce a colmare lo strappo simbolico con Bersani, D’Alema, Rossi, Speranza. Senza l’amalgama con quel po’ di rosso che i fuggitivi comunque garantivano, il Pd esce a pezzi, non potrà superare che a stento il 20 per cento, altro che le cifre trionfali sfornate dai sondaggisti.
Le amministrative certificano che il Pd è in coma irreversibile. Non esiste come partito organizzato nei territori. L’accelerazione verso un partito personale, con la rete del notabilato locale, quello più spregiudicato e disincantato sul piano etico-politico, a fare da supporto alle ambizioni di restaurazione del capo ferito, non regge l’urto. È così sfilacciato e esangue come organismo collettivo che il Pd non ha neppure la residua forza di chiedere con voce flebile la rimozione del capo che in battaglia si è rivelato un perdente di professione.
Il mito renziano del soltanto con me si vince, alzato contro i campioni della non vittoria che avevano sciupato un rigore a porta vuota, si converte amaramente nella reiterata sconfitta dell’uomo solo al comando che preferisce la codarda fuga dai teatri di guerra delle città più calde. Ha perso tutte le battaglie: le regionali, le amministrative, i ballottaggi e il plebiscito sulla Costituzione. Ha prodotto il roboante vuoto della sconfitta che lo trafigge senza però farlo desistere dall’oscuro proposito di resistenza al comando.
Se fosse un vero leader, mosso da un briciolo di idealità politiche, avrebbe lasciato il timone per il bene del partito. Ma Renzi è solo un capo dalle smodate ambizioni di potere che, spinto da moventi non politico-ideali, ha distrutto con accanimento l’ordine collettivo. Tra le sterminate macerie accumulate proclama una insana nostalgia di ritorno a Palazzo Chigi e si arrocca alla guida folle della macchina con la complicità di un non-partito che non ha gruppi dirigenti ma scudieri che gli devono tutto e lo accompagnano verso il disastro.
Il ballottaggio dimostra che il male di vivere riguarda il Pd, e per sottrarlo agli spasmi dello stato terminale non è questione di collante, campo, alleanze più o meno larghe.
Se non si costruisce una alternativa di sinistra al Pd, visto che i ricambi interni sono assai problematici in partiti leaderistici senza cultura politica, l’oblio del Nazareno si riverbera sul sistema determinando una fuoriuscita di destra alla crisi della democrazia.
Non si affronta però la gran tempesta del decesso del Pd con i raduni nei teatri e nella piccola piazza romana. A quando la politica?

"Italian Theory": contro il neoliberismo ma per le "riforme" di Renzi?



"Il rinoceronte d'oro": una storia dell'Africa subsahariana dall'VIII al XV secolo


François-Xavier Fauvelle: Il rinoceronte d’oro. Storie dal medioevo africano, traduzione di Anna Delfina Arcostanzo, Einaudi, pp. VIII-286, euro 30,00

Risvolto

François-Xavier Fauvelle in trentaquattro brevi saggi ricostruisce la storia dell’Africa subsahariana dall’VIII fino al XV secolo. Una storia poco nota, spesso sottostimata e negata, è ricostruita in “Il rinoceronte d’oro”. Lo studio delle tracce lasciate da civiltà scomparse e il recupero delle tradizioni orali permettono, nonostante l’assenza di documentazione scritta, un racconto rigoroso ed esaustivo della storia dell’Africa a partire dall’arrivo dei viaggiatori cinesi di epoca Tang fino alle spedizioni di Vasco da Gama. La descrizione dell’introvabile capitale del Ghana fatta da un geografo nel 1068, la grandiosa cerimonia allestita a Marrakech per celebrare l'arrivo del re dell'oscuro regno di Zafun, la tomba sudafricana in cui nel 1932 è stato rinvenuto un rinoceronte d’oro del XII secolo, una chiesa costruita dal sovrano cristiano d’Etiopia nel XIII secolo, l’impero del Mali, il regno cristiano della Nubia e quello misterioso del grande Zimbabwe sono raccontati con dedizione, precisione e cura in questo lavoro senza precedenti di François-Xavier Fauvelle.

Una storia del Limbo


"Londra" di Virginia Woolf e altro


lunedì 26 giugno 2017

"Una lettura superata"? il Gramsci troppo "leninista" di Angelo d'Orsi scandalizza i postmoderni e fa discutere...


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Gramsci il rivoluzionario ridotto a pedagogo 
Casi critici. Il rapporto con l’Urss, l’eliminazione di Bordiga dalla segreteria del Pci, Torino e la fase armata del partito... Angelo d’Orsi (da Feltrinelli) tratteggia un «Gramsci» ancorato a un’idea «intellettuale» del capo comunista: superata 

Giorgio Fabre Alias DOmenica 19.6.2017, 9:34 
L’ultima «fatica» di Angelo d’Orsi s’intitola Gramsci Una nuova biografia (Feltrinelli «Storie», pp. 387, euro 22,00). Il «nuova» del titolo si riferisce al fatto che ne esiste una «vecchia», quella gloriosa e godibilissima di Giuseppe Fiori, che risale a cinquant’anni fa; rispetto a quella, questa ha rinnovato la bibliografia (con qualche lacuna). Mentre non contiene documenti o dati nuovi. 
Non ci si sofferma qui sulla recensione impietosa del libro fatta da Nunzio Dell’Erba e pubblicata nel suo blog sull’Avanti! l’8 maggio scorso con il titolo Gli studi e gli scritti su Gramsci, tra fanatismo e pregiudizi storici. Dell’Erba ha rilevato diversi svarioni contenuti nelle sole prime pagine del libro: notizie presentate per nuove che invece non sono tali (clamoroso che a p. 24 d’Orsi scriva che «solo in tempi recenti» si sia arrivati alla conclusione che Gramsci era affetto dal morbo di Pott, diagnosticato dal professor Arcangeli nel 1933 – come segnala peraltro lo stesso d’Orsi a p. 345), errori nei riferimenti bibliografici, fonti a stampa usate ma non citate e così via. La recensione è perfino troppo impietosa, ma le osservazioni valgono un po’ per tutto il libro. 
Questa «nuova» biografia non è neppure leggibilissima ed è tirata via, forse al fine di cogliere la scadenza dell’anniversario della morte. Inoltre, si sofferma a lungo su dettagli pruriginosi ma non certo fondamentali e perfino problematici come le vicende à trois o addirittura à quatre del grande sardo con le sorelle Schucht (chissà se è tutto vero). O dedica pagine e pagine che ribadiscono la ragione «pedagogica» (addirittura «ossessione pedagogica», a p. 315) che avrebbe sospinto fin da giovane il leader comunista. 
Comunque sia, la vita di Gramsci continua a essere rilevantissima e poi, richiede ancora di essere esplorata. Magari anche attraverso questo libro. Interessante è ad esempio che d’Orsi discuta come «filo-mussoliniano» un controverso articolo di Gramsci del 1914; ma occorre ancora lavorarci. 
Segnalo poi in particolare un punto non secondario: quanto Gramsci fu effettivamente un concreto rivoluzionario e un capo rivoluzionario? Per d’Orsi fu soprattutto uno studioso di lingue e un filosofo. Sottolinea ad esempio che a Torino nel 1920-’21, nel momento più delicato della sollevazione operaia, «mancava un Lenin» (p. 118). È un punto ancora in gran parte da chiarire. La storiografia del Pci del dopoguerra, tutta proiettata a costruire l’immagine di un partito «di governo», ha avuto difficoltà a fare i conti con quella fase rivoluzionaria – e militarizzata – della propria storia. E invece le officine torinesi nel 1920 ma anche parecchi anni dopo, erano armate fino ai denti. Si veda in proposito il bel saggio di Roberto Gremmo La militarizzazione degli operai torinesi, uscito su «Storia ribelle» nell’autunno 2005 (Gremmo ha in uscita, per settembre-ottobre, un intero volume di documenti). E il partito era anche militarizzato. 
Su questo occorre rimeditare con attenzione i testi gramsciani, come quello anonimo, ma attribuito a Gramsci da Renzo Martinelli (con il quale concordo): intitolato I nostri compiti militari, uscì alla macchia nel giugno 1925 e parla senza mezzi termini di «azione armata e violenta». Se non si analizza Gramsci a 360 gradi si finisce per trasformarlo in un «capo» verboso o, appunto, «pedagogo», mentre fu un autentico capo rivoluzionario, anche duro e spregiudicato: si pensi a come fece fuori Bordiga da segretario del partito, questione qui praticamente ignorata. Questa durezza di Gramsci, insieme alla sua lucidità e acuta intelligenza, sono aspetti che stanno emergendo ancora meglio dall’Edizione nazionale delle sue opere pubblicata dall’Enciclopedia Italiana. Segnalo ad esempio l’ultimo volume degli Scritti, con i testi gramsciani del 1917. Forse, prima di riscrivere una biografia di Gramsci sarebbe meglio aspettare che quell’Edizione giunga quanto meno a buon punto, mentre al suo completamento mancano ancora molti volumi. 
L’impressione è che d’Orsi sia rimasto ancorato a una vecchia idea tutta «intellettuale» del capo comunista. Idea che invece, ormai da diversi anni, è stata messa in discussione, per far emergere un Gramsci non solo molto più concreto, ma anche fornito di uno sguardo sul mondo internazionale più solido e perfino più vasto e articolato di quanto si potesse immaginare. Anche su questo il libro è carente. Penso per esempio alle interessanti pagine dei Quaderni sul Mein Kampf e naturalmente al suo rapporto con l’Unione sovietica, temi ultimamente sviluppati da vari studiosi e con i quali d’Orsi ha poca dimestichezza. D’Orsi ignora del tutto il fondamentale saggio di Silvio Pons su «Studi storici» del 2004, da cui sono emersi documenti centrali sul rapporto di Gramsci con l’Urss, un paese (il paese di Stalin) su cui si appoggiò seriamente durante la prigionia, ma anche prima, con buona pace della vulgata antisovietica che si è voluta imporre nel dopoguerra. E poco spazio, su questo punto, d’Orsi lascia persino al libro di Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci e alle pagine, talvolta discutibili ma rilevanti che esso contiene sui rapporti tra Gramsci e Mosca . 
Talvolta viene il sospetto che le questioni sovietiche non gli interessino. Succede così anche, forse non a caso, che (p. 262) Anatolij Lunacarskij, il celebre ministro della Pubblica istruzione amico di Lenin e uno dei veri «motori» della rivoluzione, divenga «ambasciatore russo a Roma», il che Lunacarskij non è mai stato. D’Orsi deve aver forse ricavato la notizia da un’infelice voce della Treccani online (http://www.treccani.it/enciclopedia/anatolij-vasilevic-lunacarskij/). 
Altro esempio. D’Orsi si sofferma a lungo sulla famosa lettera del 14 ottobre 1926, quella che Togliatti fermò a Mosca perché Gramsci vi aveva espresso dei dubbi sul conflitto in corso tra Stalin e Trotzki. Ma poi ignora completamente la lettera che proprio Pons ha trovato nell’archivio di Stalin, scritta dall’ambasciatore Keržencev (era lui l’ambasciatore a Roma, non Lunacarskij) al capo sovietico. Era del 6 ottobre e annunciava quella del 14, come Gramsci gli aveva chiesto di riferire. Il segretario del Pcd’I aveva indicato all’ambasciatore «tutto il danno» causato dai trotzkisti all’estero, anche al partito italiano. Il vero Gramsci era un politico che conosceva benissimo i rapporti di potere, anche in Unione Sovietica e colloquiava direttamente con Stalin. Negli ultimi anni Gramsci si è rivelato figura ancora più grande di quella forgiata nel dopoguerra da Togliatti. Mentre qui siamo rimasti a una sua immagine solo nazionale, ideologica e filosofica.

"Russia 1917" di Guido Carpi e lo strabico Carioti che vede solo gli orrori altrui

La vita quotidiana ai tempi dei bolscevichi 
«Russia 1917. Un anno rivoluzionario» di Guido Carpi, pubblicato da Carocci. L'autore sarà oggi al Pisa Book festival per impersonare la difesa nella messa in scena di un «processo» a Lenin 
Michele Nani Manifesto 11.11.2017, 0:03 
«Il problema principale era costituito dalle cantine del Palazzo d’Inverno Come scendeva la sera si scatenava un baccanale selvaggio. Ci berremo i resti dei Romanov, questo slogan giocondo aveva conquistato la folla Provammo ad allagare le cantine d’acqua, e gli stessi pompieri si ubriacarono appena messisi all’opera»: così recita un passo delle memorie del comandante militare bolscevico Antonov-Ovseenko. Chissà se Walter Benjamin, che nei dettagli minori e rimossi sapeva leggere i contesti più ampi, avrebbe scelto questa immagine per dar conto del rovesciamento in atto dopo l’ottobre del 1917 in Russia. 
Eventi apparentemente insignificanti possono essere rivelatori di trasformazioni profonde: ricchissimo di questi scorci è il recente libro di Guido Carpi, Russia 1917. Un anno rivoluzionario (Carocci, pp.199, euro 17) che, anche per la piacevole scrittura, rappresenta una delle migliori letture per accompagnare il centenario. 
L’ASSUNTO che ispira la ricostruzione di Carpi, esplicitato senza clamori fra i suggerimenti bibliografici, è una liberazione dai luoghi comuni: se dopo l’apertura degli archivi russi le opere uscite prima del 1991 sono divenute «obsolete», i volumi successivi disponibili in italiano sono in larga parte riconducibili al genere «demonizzante», che riduce il comunismo a «fenomeno patologico». Che sia uno storico della letteratura a dover ricordare la «centralità della storia sociale per comprendere la rivoluzione» è emblematico di una congiuntura storiografica. 
Dopo una breve ma efficace introduzione nella quale viene tratteggiata la situazione della Russia zarista nel primo Novecento, il volume si distribuisce in tre densi capitoli, accomunati dalla medesima scelta di metodo. Carpi costruisce la narrazione degli eventi del 1917 attraverso un accorto montaggio delle molte voci dei testimoni diretti, fra memorie, carteggi e cronache quotidiane della stampa russa, riuscendo a mostrare «la rivoluzione come la vedeva chi vi era coinvolto», che fosse favorevole, contrario o semplicemente prendesse atto passivamente del processo in corso. Un piccolo spazio specifico è riservato di tanto in tanto alle vicende quotidiane di Lenin, che sarebbe passato nel giro di pochi mesi dall’esilio alla direzione del processo rivoluzionario. 
Il capitolo dedicato al «prima» della rivoluzione prende le mosse dall’ultimo anno di pace, seguendo l’ingresso in guerra, le sconfitte sul fronte tedesco e le occupazioni territoriali, la crisi delle retrovie, l’intensificazione della propaganda e del protagonismo dello Zar, ma anche il moltiplicarsi di voci antizariste. Lenin ripara da Cracovia in Svizzera, in condizioni malcerte. 
GRAN PARTE DEL LIBRO è tuttavia dedicata al «durante». A febbraio divampa la rivoluzione a Pietrogrado (così rinominata in spregio al tedesco burg), e rinascono i soviet, i «consigli» dei lavoratori e dei soldati già protagonisti della fallita rivoluzione del 1905. Finisce la dinastia dei Romanov e la Russia è ora una fragile democrazia, guidata dal governo provvisorio del partito borghese dei «cadetti», ma in preda a una generale ripresa di parola e rivendicazione, che tocca tutte le figure sociali, dalle minoranze etniche ai sordomuti, dai ladri ai piccoli orfani. Lenin si ricongiunge ai suoi compagni bolscevichi (l’ala «sinistra» della socialdemocrazia) grazie a un treno sigillato che attraversa la Germania, perfido dono del Reich per mettere in difficoltà i nemici russi. 
IL PROLETARIATO di Pietrogrado accoglie trionfalmente un dirigente che inneggia al potere sovietico e al rifiuto della guerra imperialistica. Mentre governo e soviet divergono sempre più, s’impone la centralità della questione contadina: ad esempio a Odessa migliaia di delegati rurali negano il diritto di «possedere la terra», che dev’essere invece goduta da «chiunque la lavori». Le contraddizioni si approfondiscono, nell’esercito, nelle fabbriche e nelle campagne: falliscono un’insurrezione rivoluzionaria e un colpo di Stato reazionario. Mentre Lenin dà alle stampe dalla clandestinità Stato e rivoluzione, i bolscevichi sono sempre più organizzati ed egemoni e insediano Lev Trockij a capo del soviet di Pietrogrado, ma il governo insiste per proseguire la guerra e frenare le conquiste sociali. 
«RUSSIA 1917» si chiude sull’Ottobre e il suo immediato «dopo». Il «capolavoro» militare dell’insurrezione di Pietrogrado culmina nel leggendario assalto al Palazzo d’Inverno, sede del governo. I bolscevichi al potere deliberano subito la pace fra i popoli e la terra ai contadini, guadagnandosi l’appoggio di ampi settori popolari. Nei mesi successivi sciolgono l’Assemblea costituente e sterminano la famiglia reale, ma devono accettare una pace punitiva con gli Imperi centrali, mentre si accendono i primi focolai della guerra civile che avrebbe dilaniato i territori dell’ex-Impero russo negli anni a venire. 
Le difficoltà della costruzione del socialismo sono ora palesi anche allo stesso Lenin, ma Carpi sceglie di terminare il suo avvincente racconto con un apologo del regista teatrale Evgenij Vachtangov: «le mani dell’operaio mi hanno svelato ogni cosa in ciò è il senso della rivoluzione non si limiterà a riparare, ma anche edificherà. Sarà per sé adesso che edificherà»

Intellettuali cortigiani: Gnoli intervista Galli della Loggia, lo Isaiah Berlin dei Parioli



Meccanismi della rivoluzione passiva: la critica "qualitativa" del PIL è diventata legittimazione della flessibilizzazione e della modernizzazione capitalistica































































Una nuova traduzione per Cent'anni di solitudine












Noica e la filosofia come osservazione dell'ombelico


Altre ràsole mediterranee


Friedrich Klingner lettore di Catullo


Modernità di Catullo nella fertile stagione della filologia tedesca 

Klingner. Quando uscì questo saggio sul Carme 64, il poeta di Sirmione era ancora ostaggio di vecchi cliché. Klingner mise in luce il legame, mediato dallo stile, tra mondo interiore e struttura poetica, rivendicando la dimensione lirica del suo nuovo epos 
Sergio Audano Alias DOmenica 25.6.2017, 18:49 
Un ottimo antidoto alla corrente massificazione culturale consiste nel proporre testi in grado di ripercorrere momenti significativi della storia culturale del Novecento. Non si tratta di un’operazione nostalgia, da biechi laudatores temporis acti: al contrario, rinnovare la memoria storica, ponendola dialetticamente in confronto con l’oggi, costituisce una delle poche soluzioni concretamente percorribili per avviare un possibile recupero di solidità culturale all’interno di un panorama tristemente desolante. Ciò vale anche per gli studi classici, per statuto più immuni da certe derive di banale conformismo, ma da qualche tempo attraversati da più che motivate preoccupazioni, legate in modo particolare alla loro sopravvivenza dignitosa nel sistema scolastico e formativo che si sta delineando.
Con particolare piacere si saluta, pertanto, la pubblicazione, in traduzione italiana e corredata da penetranti saggi introduttivi, di lavori particolarmente significativi della filologia classica novecentesca, che hanno saputo incidere in profondità, magari non nell’immediato, ma dopo una fase più o meno lunga di rimeditazione critica, su autori o momenti culturali rilevanti della letteratura greco-latina. È il caso di L’epos di Catullo su Peleo del latinista tedesco Friedrich Klingner (1894-1968), da poco disponibile quale terzo volume della collana «Dicti studiosus. Classici della filologia in traduzione», diretta dai latinisti triestini Lucio Cristante e Marco Fernandelli e pubblicata dalle Edizioni dell’Università di Trieste (Eut), nell’ottima traduzione di Chiara Maria Bieker e con un denso e ricchissimo saggio introduttivo dello stesso Fernandelli.
Amburgo, Lipsia, Monaco
Quest’ultimo traccia il profilo culturale dello studioso tedesco (fu ordinario ad Amburgo, a Lipsia e a Monaco, dove concluse la carriera), che ha attraversato da protagonista una delle stagioni più fertili e complesse della filologia classica europea. Lo storicismo integrale, che aveva trovato in Wilamowitz il suo paladino più autorevole e rappresentativo, entra in crisi dopo la disfatta tedesca nella Grande Guerra e si deve misurare con il riaffiorare di una corrente neoumanistica, talora venata di tracce estetizzanti (riconducibili all’influsso esercitato dalla poetica di Stefan George), che troverà nella Paideia di Werner Jaeger – peraltro formatosi alla scuola di Wilamowitz, di cui fu discepolo prediletto, fino alla rottura insanabile – il suo manifesto più emblematico.
Storicismo e neoumanesimo sono, come nota bene Fernandelli, fenomeni che nella cultura tedesca si sono sempre dialetticamente confrontati a partire almeno dalla diffusione del Neoclassicismo, senza però approdare a un reale tentativo di sintesi, anche negli studi di antichistica in cui le contrapposizioni restano forti e marcate. Klingner, in dialogo con altri studiosi dalla medesima affinità culturale, tra i quali spiccano il grecista Karl Reinhardt, grande interprete di Omero, Platone, Posidonio, e Richard Heinze, suo predecessore nella cattedra di Lipsia, ha saputo avviare un proprio percorso di riflessione autonomo e originale, ponendo al centro della sua attenzione la relazione tra l’opera letteraria in quanto tale e il suo reificarsi nel tempo mediante la particolarità della coscienza e dell’esperienza dell’autore. Una simile interdipendenza viene, tuttavia, indagata mediante gli strumenti della filologia, con speciale attenzione alla lingua e allo stile, che rimangono centrali nelle indagini di Klingner, con un’ammirevole coerenza critica confermata non solo da questo studio catulliano, ma anche da altri importanti lavori, dall’edizione di Orazio del 1939 fino ai monumentali contributi su Virgilio, degli ultimi anni della sua vita (Virgil: Bucolica, Georgica, Aeneis, Artemis Verlag 1967). Questa sostanziale autonomia rispetto alle posizioni in campo, come Fernandelli ha dimostrato in modo convincente, permette allo studioso di evitare il rischio di scivolare in un certo impressionismo critico che si riscontra talora in Jaeger e nei suoi epigoni. Ma soprattutto insegna all’antichista di oggi, in un revanchismo abbastanza stucchevole di cosiddetti nuovi umanesimi dai connotati irrazionali e reazionari, di ricordare l’imprescindibile necessità di un solido ancoraggio critico e filologico per ogni ricerca che aspiri a ricostruire fenomeni «totalizzanti», come la storia del genere epico e le sue varie declinazioni, dalla letteratura ellenistica a quella latina.
Il saggio di Klingner, pubblicato per la prima volta nel 1956 e poi riproposto in seconda edizione nel ’64, segna un punto fermo nella storia della critica catulliana. Non erano pochi, infatti, gli studiosi ancora legati al cliché di Catullo poeta delle nugae, cantore appassionato del suo amore per Clodia fuori dagli schemi reazionari della tradizione (il mos maiorum), così come non era ancora tramontato il vecchio pregiudizio tardo ottocentesco, ampiamente diffuso nella filologia tedesca, della superiorità greca rispetto alla cultura letteraria latina. In questo contesto la sezione dei carmina docta (come per convenzione si definiscono gli otto componimenti, dal 61 al 68, del Libro catulliano, a metà tra le polimetriche nugae e gli epigrammata) ha finalmente trovato in Klingner il suo studioso per l’epoca più attento e originale, come dimostra questo saggio incentrato sul Carme 64, il ben noto epillio dedicato alle nozze di Peleo e Teti, al cui interno Catullo inserisce, con tecnica audace e innovativa, la vicenda di Arianna abbandonata.
L’esponente neoterico
L’epillio («piccolo epos») è una delle più riuscite sperimentazioni della letteratura ellenistica, entrata poi a Roma grazie alla poesia «neoterica» di cui Catullo fu l’esponente di spicco. La tematica mitologica, che associa l’epillio all’epica maggiore, si piega e si contamina con elementi di generi diversi, come l’elegia amorosa e, nel caso del Carme 64, anche all’epitalamio – il canto nuziale qui intonato dalle Parche – e alla poesia «ecfrastica», con l’ampia descrizione del ricamo della coperta del letto nuziale che ha la funzione di introdurre la storia di Arianna, prima sedotta e abbandonata da Teseo, poi sposata da Bacco. Il grande merito di Klingner è quello di aver saputo valutare l’insieme del testo catulliano, salvaguardando in primo luogo la centralità dell’autore e il forte legame, sempre mediato dallo stile e dalla lingua, tra struttura poetica e mondo interiore. Lo studioso rivendica con decisione la forte dimensione lirica dell’epos catulliano, ricercandone strenuamente l’unità interna, messa fortemente in discussione da altri studiosi per la compresenza di elementi reputati tra loro incompatibili. Klingner non nega la forza di suggestione della varietas, tipica del resto della poesia ellenistico-neoterica, che emerge dalla lettura del testo; ma è attento a cogliere la totalità organica del carme, valorizzando l’apporto di modernità che Catullo, con la sua personalità artistica, ha contribuito a fornire allo sviluppo del genere epico con sensibilità tutta romana (e che trova proprio nella liricizzazione la sua espressione migliore).
Questo saggio, pubblicato negli anni in cui iniziavano i primi fermenti del grande rinnovamento della critica letteraria anche grazie all’apporto dello strutturalismo e delle scienze umane, mantiene intatto il suo interesse oggi. Le forme rimangono non a dispetto dell’autore, in una sorta di autonomia virtuale e «metaletteraria», ma grazie alla sensibilità e alla personalità dell’autore stesso. Klingner è stato particolarmente abile nell’evitare letture impressionistiche e soprattutto nel salvaguardare il nesso tra forme e storia, in nome di uno storicismo che ha cercato con coraggio un confronto dialettico col miglior umanesimo: quello saldamente legato alla filologia.

Il soprannaturale nella letteratura: il libro postumo dalle lezioni di Francesco Orlando

Francesco Orlando: Il soprannaturale letterario. Storia, logica e forme, a cura di S. Brugnolo, L. Pellegrini e V. Sturli, prefazione di Thomas Pavel, Einaudi, pp. 190, € 23

Risvolto

Per Orlando il soprannaturale letterario esprime la storia segreta e contrastata dei rapporti che gli uomini hanno intrattenuto con l'irrazionale e con il cosiddetto principio di realtà, racconta la resistenza opposta dagli individui alle esigenze di realtà e verità che tutte le civiltà impongono, il loro bisogno liberatorio di credere all'impossibile. L'autore propone una casistica in grado di riordinare, grazie a poche grandi categorie di riferimento, una fenomenologia letteraria che altrimenti risulterebbe magmatica e informe, e che gli consente di avvicinare, tra analogie e differenze, Omero e i racconti di fantasmi, Ariosto e le fiabe di Perrault. Il saggio bilancia con finezza esempi testuali e teoria, in una serie di appassionanti letture di alcuni grandi classici (Gerusalemme liberata, Amleto, Don Chisciotte, Faust, Hänsel e Gretel, Il giro di vite, La metamorfosi,Il Maestro e Margherita...) sui quali, grazie a questo esercizio di critica tematica e comparata, l'autore getta nuova luce.

Il povero Malaparte e il conformismo chiagne & fotte degli intellettuali nostalgici del fascismo con l'eterno complesso di inferiorità. La sinistra liberal raccoglie il grido di dolore


Vittima dell'indifferenza e dell'odio conformista lo scrittore racconta ancora il nostro Paese 
Stenio Solinas Giornale - Dom, 25/06/2017
La dimora dello scrittore è il suo libro-testamento inciso sulla pietra. Tra valori forti e rifiuto delle mode
Stenio Solinas Giornale - Dom, 25/06/2017

A 60 anni dalla morte dello scrittore. Giorgio Napolitano: «Ecco il mio Malaparte»
Lo scrittore morto il 19 luglio del 1957 nel ricordo del presidente emerito: «Vittima di un paradosso Odiato o celebrato, fu un protagonista della vita culturale e poi dimenticato»Gianni Rossi martedì 18 luglio 2017


















































domenica 25 giugno 2017

Dalla Wehrmacht all'Armata Rossa: tradotto "Il disertore" di Siegfried Lenz

Il disertoreSiegfried Lenz: Il disertore, Neri Pozza

Risvolto
Scritto nel 1952, Il disertore ha dovuto attendere 64 anni prima di venire alla luce in Germania. Ritrovato tra le carte di Siegfried Lenz dopo la morte dello scrittore, pubblicato perciò postumo dall’editore Hoffmann und Campe, il romanzo ha suscitato una eco enorme, riaccendendo il dibattito attorno alle colpe e alle rimozioni della Germania negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. Lenz che, poco prima della fine del conflitto, aveva disertato ed era riparato in Danimarca, fu costretto, nel 1952, a riporlo nel cassetto dopo che il suo editore del tempo, un ex membro delle SS, si rifiutò di pubblicarlo.
Arricchito da amare riflessioni sulla Germania, sulla patria e sulla guerra, l’opera è un romanzo intenso e fortemente pacifista cui non è certamente estranea l’esperienza di prigioniero di guerra di Lenz in un campo dello Schleswig-Holstein.
Walter Proska, giovane soldato tedesco proveniente dalla Masuria, scampato a un attentato delle forze partigiane a un treno di trasporto delle truppe diretto a Kiev, si ritrova, nell’ultima estate della Seconda guerra mondiale, a «Waldesruh», un forte che non ha nulla della pace silvestre che promette il suo nome. La foresta, infestata da mosche e zanzare, pullula di partigiani armati e il caldo è asfissiante.
Tra quelle anguste mura, i soldati reagiscono ognuno a modo suo. Il sottufficiale Willi Stehauf elargisce sigarette, acquavite e sapone; Zwiczosbirski, «Gamba», intraprende una battaglia persa contro un enorme luccio; Ferdinand Ellerbrok, «Tonto», un trasandato ex artista di circo, cerca di addestrare una gallina; Wolfgang Kürschner, «Pan di latte», scrive lunghe lettere in cui discetta in modo grave e approfondito di morte e di conforto. E Proska si pone domande sempre piú pressanti: che cosa è piú importante, il dovere o la coscienza?
Chi è il vero nemico? Si può agire senza rendersi colpevoli? E dove è finita la bella Wanda, la ragazza dai capelli rossi lucenti come seta e gli occhi turchesi scesa dal treno poco prima che saltasse in aria?
Romanzo che narra di un giovane uomo posto dalle circostanze della storia dinanzi alla piú ardua delle decisioni – scegliere tra la cieca appartenenza alla propria terra e il proprio sentimento della giustizia – Il disertore si segnala come una delle opere piú rilevanti sugli anni che sconvolsero l’Europa e il mondo.


Agnes Heller dall'anticomunismo all'antipopulismo: torna la "Teoria dei sentimenti"





























Il Talleyrand di Sainte-Beuve

immagine scheda libroSainte-Beuve: Talleyrand, Nino Aragno Editore, euro 15

Risvolto
Talleyrand fu, proprio, intelligenza allo stato puro: accoppiata con il cinismo, il realismo politico, il gusto per l’intrigo, la passione per gli affari, la capacità quasi rabdomantica di saper cogliere le linee di tendenza della storia. Uomo dai mille volti, diceva di se stesso: «Credono che sia immorale e machiavellico, ma sono soltanto impassibile e sdegnoso». E, con un pizzico di vanagloriosa civetteria, aggiungeva: «desidero che nei secoli si continui a discutere di quello che sono stato, di ciò che ho pensato e voluto». E il breve ma sapido e gustoso portrait di Sainte-Beuve gli dà, giudizi moralistici a parte, piena ragione.

La lotta di classe dei ricchi - tutti meritevoli ed eccellenti figli di papà - trionfa