lunedì 3 luglio 2017
Ancora sulla Guerra dei Sei giorni e la fondazione del suprematismo occidentale contemporaneo: Bregman
Risvolto
Nella breve ma decisiva Guerra dei Sei giorni del 1967, Israele, con una
mossa che avrebbe modificato per sempre la mappa del Medio Oriente, ha
conquistato la Cisgiordania, le alture del Golan, la Striscia di Gaza e
la penisola del Sinai. La vittoria maledetta è la prima storia completa
delle turbolente conseguenze della guerra: un’occupazione militare dei
territori palestinesi che compie ora cinquant’anni. Fondato su
documenti tratti da fonti di alto livello finora inaccessibili, il libro
offre una cronaca cruda e avvincente di come la promessa di Israele di
una “occupazione leggera” rapidamente sia stata disattesa e di quali
siano stati i tormentati tentativi diplomatici di concluderla. Bregman
porta nuova luce sui momenti critici del processo di pace, portandoci
dietro le quinte delle decisioni che hanno determinato il destino dei
territori. Ci svela inoltre come siano state mancate opportunità
cruciali di risolvere il conflitto e la fine dell’occupazione.
Ben venga la farsa di Pisapia e D'Alema se si portano via anche Vendola e Fratoianni
Sinistra. Aria di centrosinistra che fu, nella piazza (ristretta) di Pisapia. Dominano le bandiere Mdp. Bersani: basta arroganza
Micaela Bongi Manifesto ROMA 2.7.2017, 23:59
Le tante bandiere di Articolo 1 e quelle dei Verdi sventolano, i palloncini arancioni volano in aria. Giuliano Pisapia ha appena terminato il suo intervento dal palco romano di piazza Santi Apostoli sotto la sede che fu dell’Ulivo, e Iseiottavi, la Rino Gaetano Tribute band alla quale viene affidata la colonna sonora del pomeriggio, attacca Il cielo è sempre più blu. È solo l’ultimo rewind, quello che chiude poco prima delle otto di sera «Insieme», il lancio di una «casa comune inclusiva e innovativa», promette l’ex sindaco di Milano.
«NASCERÀ UNA CASA più grande e più bella… Dipende da voi, da tutti noi, la costruzione di una casa in cui non saremo più da soli». Lo aveva detto Piero Fassino, su quelle stesse note di Rino Gaetano, dieci anni fa, chiudendo a Firenze il congresso che congedava i Ds per dare l’avvio al Pd. «Da oggi parte la casa comune per una nuova sinistra, un nuovo centrosinistra. Una casa comune che guarda al futuro e guarda al passato. Non una fusione a freddo, ma una fusione a caldo», insiste ora Pisapia congedando la piazza del 1 luglio per dare un nuovo appuntamento a «Insieme» a settembre, quando «sceglieremo il nuovo nome, insieme» anche per i nuovi gruppi parlamentari.
Il futuro e il passato da non buttare tutti alle ortiche, come chiede Pier Luigi Bersani che, intervenendo prima di Pisapia, rivendica gli anni ’90 perché allora «abbiamo vinto ovunque, dall’Europa agli Stati uniti, proponendo una globalizzazione dal volto umano. Economia di mercato sì, società di mercato no, come diceva Jospin». Ma «discontinuità radicale» con le politiche degli ultimissimi anni, chiede l’ex segretario del Pd e ripete l’ex sindaco, il primo con un duro attacco a Matteo Renzi e al renzismo (applauditissimo, del resto la piazza è appunto dominata dalle bandiere di Mdp che Gad Lerner invita a sventolare con moderazione), il secondo senza citare mai Renzi (forse anche per questo applaudito con meno fragore) ma elencando i temi sui quali marcare la discontinuità.
E chiarendo anche che «in tempi non sospetti avevo detto di considerare un errore l’abolizione dell’articolo 18», scandisce Pisapia «l’anti-leader» (lo definisce il «presentatore» Lerner), a segnare in questo modo una distanza netta dall’attuale segretario del Partito democratico che da Milano aveva attaccato a testa bassa una piazza messa insieme dalla «nostalgia di un passato che non è mai esistito».
Non a caso è attento, Pisapia, a cercare di allontanare quella sensazione di «nostalgia» parlando ripetutamente di futuro, della necessità di unire «indipendentemente dalle bandiere e dalle storie». Del resto all’inizio della manifestazione il colpo d’occhio della piazza parla molto del centrosinistra che fu, passeggiano – più o meno coinvolti nella «nuova casa» – diversi ex ministri dei governi di Romano Prodi e di Massimo D’Alema, da Livia Turco a Barbara Pollastrini a Giovanni Maria Flick a Antonio Bassolino con seguito di fan… E applausi anche per Massimo D’Alema, al suo arrivo nella folla. Passeggia poi Gavino Angius, che fu capogruppo dei Ds. Ma ci sono anche Bobo Craxi che ascolta seduto sulla sua bicicletta e si rivedono pure ex dc non esattamente «ulivisti» o «unionisti» come Angelo Sanza, arrivato nel Centro democratico di Bruno Tabacci dopo essere passato per Forza Italia e per l’Udc.
IL RISCHIO REVIVAL è nell’aria. Anche se l’atteso messaggio-benedizione di Prodi non arriva. E pure quello fusione a freddo, come appunto evidenzia Pisapia seppure dicendo che «Insieme» non ripeterà l’errore che riporta a quel congresso di Firenze e al Rino Gaetano di dieci anni fa.
La scommessa è questa, la piazza è piena solo perché il palco è stato montato in posizione strategica per evitare vuoti, e dal palco e ai camion delle tv resta una fetta piuttosto limitata. Certo è il primo luglio, è un sabato e venerdì a Roma era anche festa e Pisapia dice «ci davano dei matti, ma ce l’abbiamo fatta», salutando «la bellissima piazza».
Non c’è il messaggio di Prodi ma ci sono i pontieri del Pd. Gianni Cuperlo, Cesare Damiano e il ministro della giustizia Andrea Orlando ascoltano attentamente da dietro il palco dove si è sistemato un gruppetto di bersaniani. Il ministro in realtà cerca di spostarsi altrove, «siamo la delegazione straniera», scherza, ma sotto il palco è difficile arrivare. C’è il presidente della regione lazio Nicola Zingaretti e ascolta in posizione un po’ arretrata il franceschiniano David Sassoli. Selva di telecamere per la presidente della camera Laura Boldrini
Sul palco si susseguono le «storie» vere – come le chiama Pisapia, raccontate da Stefania Cavallo del centro antiviolenza di Tor Bella Monaca, Elvira Ricotta della rete italiani senza cittadinanza, Alessio Gallotta che parla della vertenza Amazon…
Poco prima della fine della manifestazione è l’attore Claudio Amendola (tocco di romanità da coniugare con la milanesità dell’anti-leader) a parlare esplicitamente del rapporto con i dem, di una «forza che dovrà essere la sentinella del Pd».
DAL PD RENZIANO la piazza è molto lontana. Ci sono anche i giornalisti dell’Unità «rottamata dal Pd». «Ci rivolgiamo al popolo del centrosinistra, disilluso, deluso, che sta a casa e ha ascolta il comizio di Renzi e sente che le parole gli scivolando addosso, come l’acqua sul marmo», dice ancora Bersani tra gli applausi. Perché «noi abbiamo un pensiero, se ne prenda atto. Ma voi del Pd che pensiero avete? Ora si sono liberati di D’Alema e il pensiero ce lo darà Bonifazi… Basta voucher, basta licenziamenti collettivi e disciplinari, basta stage che diventano lavori in nero, basta bonus, basta meno tasse per tutti come dice Berlusconi. E basta arroganza, il mondo non gira attorno alla Leopolda».
«Senza i più poveri, gli esclusi, questo Paese non cresce. Lo sciopero del voto ci spinge a ridare dignità al lavoro, solo così ripartirà lo sviluppo. Non si crea sviluppo pensionando i diritti», dice ancora Pisapia citando Rodotà e chiedendo la legge per lo ius soli.
«SIAMO PARTITI col piede giusto per costruire un nuovo progetto politico, ora si tratta di allargarlo. Stiamo andando verso le elezioni. Se questa forza avrà forza allora dopo il voto riapriremo il confronto» con il Pd.
In piazza c’è la delegazione di Sinistra Italiana (De Petris, Marcon, Fassina…), c’è Pippo Civati. I «civici» del Brancaccio non ci sono. Quanto la casa sarà grande e comune è tutto ancora da vedere .
Università neoliberale, ricerca & monopoli editoriali: Elsevier vince la causa contro Sci-Hub e Library Genesis
Il business degli articoli scientifici
Codici aperti. Il gigante editoriale olandese Elsevier ha vinto a New York la causa contro i portali Sci-Hub e Library of Genesis, accusati di violazione del copyright perché consentivano (giustamente) l'accesso gratuito a milioni di saggi. Una sentenza solo simbolica perché gli «imputati» hanno sede in Russia, fuori dalla giurisdizione americana
Luca Tancredi Barone 2.7.2017, 19:54
Se qualcuno pensava che la battaglia per il libero accesso alla conoscenza nel secolo XXI fosse facile da vincere, pochi giorni fa ha ricevuto una bella doccia fredda. Il gigante editoriale scientifico Elsevier, con sede in Olanda, il 21 giugno scorso ha vinto a New York un’emblematica causa contro i portali Sci-Hub e Library of Genesis, perché consentono l’accesso gratuitamente a decine di milioni di articoli scientifici.
IL GIUDICE HA IMPOSTO una multa di 15 milioni di dollari a entrambi i siti per aver infranto le leggi sul diritto d’autore. Per accedere a quegli stessi articoli, le università di tutto il mondo devono pagare fatture ogni anno più salate. Non è un caso che il business degli editori scientifici viaggi col vento in poppa. Si stima che il mercato delle pubblicazioni scientifiche per il 2015 valga circa 25 miliardi di dollari, con una crescita del 4% all’anno e con uno straordinario margine di profitto di circa il 40% – più di quello ottenuto da giganti come Apple, Google o Amazon.
Il fatto è che il mondo dell’editoria scientifica funziona in un modo che la Deutsche Bank nel 2005 definiva «bizzarro» perché lo stato paga tre volte: per finanziare la maggior parte della ricerca, per gli scienziati che fanno il controllo di qualità di quanto pubblicato, la cosiddetta peer review (vedi box), e infine per comprare gli articoli usciti. Un vero affarone, tant’è che il Financial Times nel 2015 scrisse che questo è «il business che internet non è riuscita a uccidere».
Nel 1942 il sociologo della scienza Robert Merton teorizzò che la scienza moderna è ispirata a quattro principi: l’universalismo (i risultati scientifici sono indipendenti dallo status sociopolitico di chi li abbia ottenuti), il disinteresse (la scienza si fa per il bene di tutti), lo scetticismo organizzato (esiste un metodo critico per dare credibilità a un risultato scientifico) e infine il comunalismo, e cioè gli scienziati dovrebbero avere la proprietà collettiva dei loro risultati.
In altre parole, come dice l’articolo 27 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, «tutti hanno il diritto di partecipare liberamente alla vita culturale della comunità, godere dell’arte e condividere il progresso scientifico e i suoi benefici».
LA SCIENZA DI OGGI in realtà, anche se s’illude di farlo, non rispetta nessuno dei quattro principi. Ma l’ultimo è quello che forse fa più male: non è un caso che ci siano ben pochi scienziati che difendano il gigante editoriale olandese. Come dice il professore di educazione a Stanford John Willinsky, «in molti troveranno più semplice immaginare il danno causato da 28 milioni di articoli inaccessibili che quello dovuto alla perdita di 15 milioni di dollari perché Elsevier non li ha potuti vendere».
SECONDO LA GIOVANE neuroscienziata e programmatrice russa Alexandra Elbakyan che ha fondato nel 2011 Sci-Hub, frustrata dai paywall che separavano lei e la sua università dagli articoli di cui aveva bisogno durante il suo dottorato, è proprio questo il punto. «La scienza appartiene agli scienziati, non agli editori», dice.
Per avere un’idea di quello di cui stiamo parlando, un rapporto del 2015 della STM sulle pubblicazioni scientifiche, nel 2014 ce n’erano più di 28mila attive (in inglese), che collettivamente quell’anno hanno pubblicato più di 2 milioni e mezzo di articoli. Nei vari database internazionali (per ottenere l’accesso ai quali le università devono pagare), ci sono fra i 70 e i 100 milioni di testi scientifici. Una mole enorme di conoscenza la cui disponibilità è fondamentale per garantire il progresso scientifico. A Sci-Hub, infatti, i pdf degli articoli «illegali» li passano proprio gli scienziati che hanno potuto accedervi attraverso le loro stesse istituzioni.
Da qualche anno a questa parte, l’open access, ossia la possibilità di accesso libero alle pubblicazioni, sta guadagnando terreno. Ne esistono diversi tipi. Le riviste che sono totalmente open access (per pubblicarci, gli scienziati devono pagare una tassa che copre le spese di produzione) secondo le ultime stime sono solo circa il 10% del totale. Ma data la pressione politica sempre più forte – basti pensare che i programmi finanziati dai fondi europei Horizon2020, il principale programma scientifico europeo, sono obbligati a pubblicare in open access, e lo stesso commissario per la ricerca Carlos Moedas sta spingendo perché tutti gli articoli finanziati con denaro pubblico siano open access entro il 2020 – anche le riviste a pagamento hanno trovato formule ibride per garantire, sempre con un costo – dopo un po’ di tempo o a certe condizioni – il libero accesso.
QUELLO CHE NON FUNZIONA è proprio il modello su cui si basa tutto questo. All’inizio del secolo scorso le (poche) pubblicazioni scientifiche esistenti erano fogli con scarsa tiratura e (mal) finanziati dalle società scientifiche. Dopo la seconda guerra mondiale, ci fu un boom della ricerca, dei finanziamenti, del numero dei ricercatori. E come ben racconta in un lungo articolo il Guardian, la pubblicazione scientifica si trasformò in un business e nella moneta di scambio più importante del mondo della ricerca: più pubblichi nelle migliori riviste, e più finanziamenti riceverai. Un meccanismo teoricamente meritocratico ma che, nella pratica, consegna sostanzialmente a dei privati, gli editori, le carriere dei singoli ricercatori e le sorti di campi interi di ricerca.
Oggi è impensabile arrivare ad avere una carriera di successo in ricerca senza pubblicare sulle quattro o cinque migliori riviste del mondo, che si classificano grazie a parametri come l’impact factor (vedi box). Un meccanismo che spinge indirettamente i ricercatori, e chi li finanzia, a lavorare sul tipo di risultati che sanno avere maggiori possibilità di essere pubblicati, a scartare sistematicamente il «racconto» dei risultati negativi (con un danno enorme per la scienza, perché in molti proveranno a ottenerli senza sapere che qualcuno lo ha già fatto), e in generale a penalizzare la ricerca di base o meno di moda che, invece, per definizione, è quella che può essere più dirompente.
LA SENTENZA di New York non avrà conseguenze pratiche: Sci-Hub e Library of Genesis hanno sede in Russia, fuori dalla giurisdizione americana. Probabilmente spingerà ancora più scienziati ad aiutare questi siti a diffondere le ricerche. E soprattutto, come dice il biologo dell’Imperial College Stephen Curry a Nature, la loro immensa popolarità dovrebbe farci riflettere «sulla frustrazione di così tante persone sullo status quo delle pubblicazioni accademiche». Qualcuno, invece, non lo ha proprio capito, come il portavoce degli editori scientifici Matt McKay: «Sci-Hub non aggiunge nessun valore alla comunità accademica».
SCHEDA
Le prime due parole che imparano gli scienziati quando varcano le porte di una istituzione scientifica sono «peer review» e «impact factor», due concetti che li accompagneranno per tutta la loro carriera accademica. La «peer review», o revisione dei pari, è quel meccanismo attraverso il quale alcuni colleghi dello stesso ambito di ricerca, generalmente anonimi, vengono scelti dagli editor di una rivista scientifica (scienziati essi stessi) per valutare la qualità dell’articolo proposto per la pubblicazione. Gli editor fanno una prima scrematura (argomento, qualità scientifica, o qualsiasi altro criterio politico/editoriale della rivista) e ai revisori tocca sconsigliare la pubblicazione o chiedere agli autori di migliorare alcuni aspetti della loro ricerca per dare l’ok. L’«impact factor» di una rivista è invece un parametro che misura con quanta frequenza vengono citati in media gli articoli di quella rivista in un certo anno. Più che le «migliori» riviste indica quelle più «influenti»: è un meccanismo che si autoalimenta e dipende da molti fattori, uno solo dei quali è la qualità intrinseca del lavoro citato.
domenica 2 luglio 2017
Innocue fantasie moltitudinarie: Butler
Judith Butler. Intervista con la filosofa, ospite a Bologna per parlare del ruolo critico delle università nell’epoca di Trump
Paola Rudan Manifesto 1 7 2017
«È tempo che i movimenti sociali si coalizzino per formare un movimento forte, che abbia idee molto chiare sull’uguaglianza, sull’economia, sulla libertà, la giustizia, e questo significa avere ideali e piattaforme separate dalla politica di partito. Solo a questo punto un movimento sociale è nella posizione di negoziare». A partire dalla pubblicazione di Gender Trouble (1990), uno dei testi fondativi della teoria queer, la riflessione di Judith Butler – docente presso il Dipartimento di Letteratura comparata e il Programma di Critical Theory dell’Università della California, Berkeley e la European Graduate School/EGS – ha provocato un ampio dibattito che ha coinvolto tanto il femminismo quanto, più in generale, la teoria critica, facendo di lei una delle più influenti intellettuali nel panorama internazionale contemporaneo.
Muovendosi tra la filosofia, la psicoanalisi e la letteratura, Butler è intervenuta su alcuni dei principali eventi che hanno scosso il presente globale, dall’11 settembre alle Primavere arabe. Tra le sue ultime pubblicazioni, Senses of the Subject (New York, 2015) e Notes toward a Performative Theory of Assembly (Harvard, 2015, tradotto in italiano con il titolo L’alleanza dei corpi, Nottetempo, 2017).
La filosofa è stata in Italia, a Bologna, per promuovere la conferenza internazionale «The critical tasks of the University» e per partecipare alla Summer School «Sovereignty and Social Movements» organizzata dall’Academy of Global Humanities and Critical Theory (Duke University, University of Virginia, Università di Bologna), fino al 7 luglio. L’abbiamo raggiunta per qualche domanda.
Come pensa che il ruolo critico delle università, la loro opposizione alle politiche di deportazione di Trump, sarà colpita dai suoi progetti di riorganizzazione dello Stato e dall’azione sempre più arbitraria della polizia?
È molto importante che le università dichiarino lo status di «santuari». Manda un segnale forte al governo federale . Il programma di Trump non è ancora effettivo, ma i funzionari dell’immigrazione possono agire autonomamente in modo più aggressivo, perché non c’è una politica federale chiara, il presidente dice una cosa, le corti di giustizia vanno in un’altra direzione, cosicché i funzionari decidono in modo discrezionale di andare nelle scuole o nelle case per cercare le persone senza documenti.
Le università però possono decidere di consegnare i nomi di quelli che non hanno documenti oppure resistere alle richieste dei funzionari. Hanno il potere di bloccare l’implementazione dei piani di deportazione e questo significa che possiamo diventare parte di un più vasto network che resiste all’applicazione delle politiche federali.
Anche alla luce di questo tipo di resistenza, alcuni vedono nell’elezione del presidente degli Stati Uniti un’opportunità per i movimenti sociali. Condivide questa prospettiva?
Ci sono due modi di leggerla. C’è chi crede in una concezione dialettica della storia per cui un movimento di resistenza, per crescere, ha bisogno di un leader fascista, sicché dovremmo essere contenti in questa circostanza. Spero che i movimenti sociali non abbiano bisogno di questo per essere galvanizzati.
C’è però un secondo modo di vederla, che sono disposta ad accettare, per cui il trionfo della destra negli Stati Uniti ha reso imperativo che la sinistra si unisca con una piattaforma e una direzione davvero forti. Non è chiaro se questo possa accadere attraverso il partito democratico, o se ci debba essere un movimento di sinistra – il che non coincide necessariamente con una politica di partito – che sappia che cosa sta facendo e che, su questa base, possa decidere se accettare un partito, o se avanzare le proprie rivendicazioni a un partito.
Ma non è detto che si debba cominciare dall’essere un partito politico. A volte è positivo che i movimenti sociali diventino un partito politico, non è necessariamente qualcosa a cui opporsi, ma non dobbiamo accomodarci in una distinzione o situazione esistente, per cui ci sono i democratici, i repubblicani e tutto il resto è considerato una minoranza radicale senza potere.
In che modo la campagna elettorale e in particolare l’apertura di Sanders verso i movimenti sociali – che è stata spesso contraddittoria e incapace di raccogliere le loro istanze – può offrire indicazioni rispetto a come strutturare l’opposizione a Trump nei termini che ha appena descritto?
La corsa di Sanders alla presidenza è stata molto interessante, perché ha messo insieme molta gente ed è stata molto più popolare di quanto Clinton si aspettava che fosse. Ma è stato anche frustrante, perché non è chiaro se Sanders sapesse come rivolgersi agli afroamericani, sembrava che pensasse che quella di classe fosse l’oppressione primaria e quelle di razza e genere fossero secondarie. Forse è necessario distinguere Sanders dall’«effetto Sanders», che sta coinvolgendo molti più gruppi permettendo loro di pensare che possono avere un po’ di potere.
Negli ultimi mesi lo sciopero è stato uno strumento di opposizione praticato dai migranti e dalle donne, stabilendo una linea lungo la quale è possibile praticare l’interruzione di un rapporto sociale di potere. La sua riflessione sulle «assemblee» articola la necessità o la possibilità di questo tipo di linea di conflitto come condizione dell’«assemblea»?
Nell’era di internet possiamo entrare in rete nel web e decidere uno sciopero senza riunirci di persona. La vera domanda diventa allora come il modo tradizionale di funzionamento dell’assemblea, per cui i corpi si assemblano nello stesso spazio, sta in relazione con il networking digitale, o con una modalità politica di mettersi in rete che può anche essere la base per lo sciopero. Di solito gli scioperi, soprattutto quelli internazionali, che sono molto interessanti, sono principalmente forme di messa in rete per la resistenza.
Si tratta di una forma tra le altre possibili di associazione e alleanza tra gruppi, una forma che è legata all’assemblea anche se non sono esattamente la stessa cosa. L’anno scorso coloro a cui non è assolutamente permesso di assemblarsi, i detenuti nelle prigioni palestinesi, negli Stati uniti e in altre parti del mondo, hanno fatto uno sciopero della fame. Hanno comunicato attraverso le reti di sostegno dei prigionieri, hanno creato un network internazionale senza bisogno di un’assemblea, hanno scioperato nello stesso momento per attirare l’attenzione dei media sul fatto che l’isolamento è una pratica disumana a cui tutti insieme si stavano opponendo.
Alleanze a reti di questo tipo sono precisamente quello che è necessario per portare una questione al centro dell’attenzione politica. Anche lo sciopero delle donne è molto interessante perché non ha un solo centro, ed è accaduto in tutto il mondo in modi e luoghi diversi. D’altra parte, quanto più ci appoggiamo ai media per creare connessioni transnazionali, tanto più dobbiamo stare attenti al modo in cui il ciclo dei media ci fa diventare una notizia che un attimo dopo scompare. Dobbiamo trovare modi per lavorare contro questa temporaneità per sostenere le nostre connessioni politiche.
Questo ci riporta alla capacità dei movimenti di consolidarsi e a come affrontare il problema della continuità e dell’organizzazione?
Le assemblee possono articolare un certo tipo di critica. Per esempio lo sciopero delle donne l’8 marzo ha articolato dei principi, il punto è come quei principi sono tradotti in pratiche, organizzazione e movimento. Penso che il grande momento pubblico abbia un’importanza quando i principi che annuncia sono raccolti da altri tipi di movimento che magari non sono così spettacolari e pubblici.
Ma c’è un altro punto che mi interessa sottolineare: un’assemblea che dura molto tempo diventa un accampamento, o magari un’occupazione, che dura più tempo o si allarga e può diventare un movimento sociale e anche una lotta rivoluzionaria. Questo mi interessa e mi porta a pensare allo sciopero generale, non uno sciopero per un giorno, non «oggi non lavoriamo», ma «non lavoreremo più finché non cambiano le condizioni» .
Lo sciopero generale è il rifiuto di un regime, di un’intera organizzazione del mondo, della politica, di un regime di apartheid, di un regime coloniale, li abbiamo visti abbattuti dai movimenti di massa. Ci sentiamo molto soli finché non realizziamo che altri stanno facendo esperienza dell’accelerazione e intensificazione della povertà o dell’abbandono o della perdita del lavoro.
Deve essere chiaro che questo accade sul piano transnazionale e deve essere messo in termini che la gente possa capire, perché possa riconoscere l’ingiustizia della propria sofferenza. Se posso tornare al femminicidio, il modo in cui le reti delle donne stanno andando fuori dalle strutture dello Stato, in cui si mettono in relazione con le organizzazioni per i diritti umani, si rivolgono alle corti interamericane e producono alleanze transnazionali non dipende dal potere dello Stato, ma chiede conto allo Stato della sua complicità. È una mobilitazione che è oltre e contro lo Stato ed è transnazionale, quindi penso che dovremmo studiare questi movimenti e trarne ispirazione.
* (La versione integrale di questa intervista è pubblicata su www.connessioniprecarie.org)
sabato 1 luglio 2017
Dal materialismo storico al cospirazionismo astorico: il sottoprodotto "populista" della critica foucaultiana del potere
Risvolto
Loro cercano di controllarci. Ci fanno credere che
viviamo in società libere e democratiche e che siamo i padroni del
nostro destino, ma non è così, lo sappiamo bene. Ci nascondono la
verità.
Basta grattare sotto la superficie: l’omicidio di Kennedy, i
vaccini, l’11 settembre, gli UFO, le scie chimiche, l’uomo sulla Luna,
Bin Laden, i massoni, Lady D, gli Illuminati, Elvis Presley, il Nuovo
Ordine Mondiale, i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, i rettiliani...
Ovunque si guardi è evidente che c’è un piano colossale per manipolarci.
Cosa si nasconde dietro le più articolate teorie del complotto e,
soprattutto, chi sono i complottisti e come è possibile che così tante
persone possano credere anche alle più ardite e immaginarie
speculazioni?
Rob Brotherton, che da anni studia come funziona la
«mentalità complottista», analizza in questo libro, accattivante,
ironico, e anche un po’ inquietante, i motivi per cui le nostre menti ci
inducono tanto spesso a credere a cose implausibili, non provate e,
soprattutto, in nessun modo provabili. Il fatto è che queste storie si
adeguano perfettamente a certi circuiti mentali che – volenti o nolenti
– tutti noi ci portiamo dentro, confortando le nostre paure più
profonde, i nostri desideri più nascosti e il nostro stesso modo di
interpretare il mondo.
La psicologia del complotto è affascinante e
svela molto su noi stessi e su come sono costruite le nostre menti. I
complottismi non sono aberrazioni psichiche di pericolosi sociopatici,
sono il prodotto del funzionamento del nostro cervello e la radice
stessa del verbo «credere». Magari saranno in pochi a credere che il
presidente degli Stati Uniti sia un mutaforma rettiliano (ma certamente
sono più di quanti vorremmo che fossero!), ma sono ancora milioni (e
continuano a crescere) coloro che credono alla correlazione tra autismo e
vaccini (è dimostrato chiaramente che non ci sia, tanto per essere
chiari).
Dopo aver letto Menti sospettose saremo sorpresi nel
riconoscere come sia facile cedere alla narrazione complottista ma
avremo ben chiaro come sia possibile sfuggirvi. È vero che i complotti
nel mondo talvolta esistono, più spesso però è meglio essere prudenti e
fare attenzione a cosa scegliamo di credere perché, alla fine, potremmo
scoprire che i complottisti siamo noi.
Repubblica, Castellina, Farinetti e l'anniversario dell'Ottobre
Va detto che dei due illustri esperti intervistati Farinetti sembra essere comunque quello più affidabile [SGA].
venerdì 30 giugno 2017
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