lunedì 2 ottobre 2017

István Mészáros 1930-2017

Sulla traduzione di "Oltre il capitale" di István Mészáros


István Mészáros: Oltre il capitale. Verso una teoria della transizione, a ...



István Mészáros, la critica radicale al capitalismo 
Addii. Scompare il filosofo marxista allievo di Lukács, autore di «Socialismo o barbarie». La sua ricezione in America latina, Chavez lo insignì del premio «Libertador» 

Antonino Infranca Manifesto 3.10.2017, 0:05 
La morte, avvenuta il primo ottobre, di István Mészáros, priva la cultura marxista mondiale di una delle figure più rilevanti. 
Autore di decine di libri, di cui solo alcuni sono stati tradotti e pubblicati in italiano, era particolarmente conosciuto in America latina. 
Mészáros, nacque il 12 dicembre 1930 a Budapest e fu allevato dalla sola madre, operaia in una fabbrica di motori aerei. A dodici anni, falsificando la sua data di nascita, riuscì a farsi assumere dalla stessa fabbrica in cui lavorava la madre, così da migliorare le condizioni economiche della piccola famiglia. 
Dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’instaurazione del regime comunista in Ungheria, poté frequentare l’università e diventare prima allievo e poi assistente di Lukács, nella cattedra di Estetica. Fece parte di quella che si può definire la Prima Scuola di Budapest, insieme a Agnés Heller, Ferenc Feher, István Hermann, Dénes Zoltai, Miklos Almasi. 
A causa del «Dibattito Lukács», che costrinse il vecchio filosofo ad abbandonare la vita pubblica e, quindi, anche l’insegnamento, subentrò nella cattedra del maestro. Rimase sempre legato affettivamente a Lukács e non lo abbandonò, nonostante il regime stalinista di Rakosi, lo considerasse «persona non gradita». 
La Rivoluzione del 1956 e la sua partecipazione nelle file anti-staliniste, lo costrinsero a lasciare l’Ungheria. 
LA SCELTA DELL’ESILIO cadde sull’Italia, soprattutto potendo usufruire dell’aiuto pratico di Cesare Cases e dell’aiuto economico di Lukács, che gli mise a disposizione i fondi dei suoi diritti d’autore, infine Norberto Bobbio riuscì a fargli avere una cattedra di Letteratura Ungherese all’Università di Torino. 
In quegli anni pubblicò il suo primo libro in italiano, Attila Jozséf e l’arte moderna, seguito da La rivolta degli intellettuali in Ungheria, dove poté esporre sia la sua personale esperienza che quella del suo maestro Lukács durante i concitati giorni della Rivoluzione del ‘56. 
E sempre in Italia conobbe l’amatissima moglie, Donatella. 
PURTROPPO L’UNIVERSITÀ italiana non seppe offrirgli le condizioni adatte, affinché rimanesse nel nostro paese. 
Fu così costretto a trasferirsi in Scozia, prima presso l’Università di St. Andrew, poi in Canada presso l’Università di York e infine in Inghilterra presso l’Università del Sussex, di cui era professore emerito dal 1991, quando ha lasciato l’insegnamento. 
I suoi legami con la cultura italiana sono sempre rimasti stabili, pubblicando diversi libri nella nostra lingua, quali La teoria dell’alienazione in Marx, Socialismo o barbarie, Alternative alla società del capitale, Letteratura, storia, coscienza di classe, dedicato al suo maestro Lukács. 
Infine l’anno scorso la casa editrice Punto Rosso ha pubblicato la sua grande opera: Oltre il capitale (recensita qui). 
Sfortunatamente in italiano non sono state tradotte altre opere fondamentali di Mészáros, soprattutto i volumi sull’ideologia, sull’educazione, sulla coscienza di classe e la struttura sociale e una grande monografia su Sartre. 
Aveva iniziato a scrivere una critica allo Stato, di cui aveva pubblicato un primo volume in portoghese, opera che rimane incompiuta. 
IN AMERICA LATINA, e in particolare in Brasile, aveva trovato una vasta ricezione, come è diventato consueto in questi decenni a proposito della diffusione del pensiero marxista. 
Chavez lo aveva insignito del premio «Libertador» per il pensiero critico, facendone un punto di riferimento della sua rivoluzione politica. 
A differenza degli altri membri della Scuola di Budapest, che hanno abbandonato il pensiero di Lukács, Mészáros ha mantenuto sempre un legame speciale con il suo maestro, criticandone alcune concezioni man mano che andava assumendo una propria fisionomia intellettuale, eppure rimanendo sempre sia dentro l’universo teorico del marxismo, sia riferendosi costantemente al pensiero di Lukács. 
Con lui conservò rapporti affettivi e umani che andavano oltre le critiche, dando la dimostrazione di essere umano intero, con un proprio pensiero sempre più originale, ma anche cosciente che il suo stesso pensiero aveva, a sua volta, un’origine, il pensiero di Lukács. 
A chi lo ha conosciuto personalmente, dava la netta sensazione di avere appreso dal maestro la caratteristica più importante per un pensatore: essere un uomo buono. 
MÉSZÁROS è stato un critico radicale del capitalismo, riuscendo a sviluppare una critica non eurocentrica, ma aperta alle tematiche della neo-colonizzazione, dello sfruttamento del Terzo Mondo usato, a sua volta, come strumento di sfruttamento anche del Primo Mondo. 
Si è schierato per una sempre maggiore democratizzazione dei sistemi sociali ed economici, spingendo verso un crescente controllo sociale sulla produzione economica, cercando, quindi, di superare la logica del profitto. 
Nella sua opera magna, Oltre il capitale, ha sviluppato anche una critica al socialismo realizzato nei paesi dell’Est Europa, considerandolo come un capitalismo di Stato, asservito alla logica del profitto. 
In questa opera ha ritenuto insufficiente la critica del suo maestro non accettando l’idea lukacsiana che il socialismo realizzato potesse essere riformabile. Nella sua critica al capitalismo e al socialismo realizzato ha ripreso molti temi del Marx dei Grundrisse, per mostrare come la logica del profitto sia ancora il fondamento di ogni relazione sociale di lavoro nel mondo di oggi. 
Ha posto, quindi, la necessità di creare alternative a questa logica relazionale per superare lo sfruttamento dell’essere umano. 
Non c’è dubbio che la perdita di un pensatore della sua levatura sia enorme e difficilmente colmabile.


Un Todorov postumo su arte & rivoluzione



La crisi della democrazia moderna e dei partiti politici secondo Urbinati: una rassegna


Una storia del pensiero politico islamico


Il caso della Loggia: stimato prof. ordinario liberale diventa sovranista e sciorina luoghi comuni gentisti su negri e beduini


Ricolfi ha trovato un filone aureo in sintonia con i tempi: criticare sempre e solo la sinistra per giustificare di essere diventato di destra


Un manuale "alternativo" di letteratura latina apocrifa o presunta
























Petrucci e la storia paleografica della letteratura italiana

Letteratura italiana: una storia attraverso la scrittura
Armando Petrucci: Letteratura italiana: una storia attraverso la scrittura, Carocci, pp. 726, 169 tavole, € 59,00

Risvolto
Il volume raccoglie una parte consistente degli studi che Armando Petrucci ha dedicato, nel corso di una ricca attività di studioso, alle testimonianze scritte nella lingua e nei volgari d’Italia. In venti saggi, che vanno dal famoso e ampio Storia e geografia delle culture scritte alle analisi più specifiche e puntuali su singoli aspetti, si percorre, scortati dai vigili occhi del paleografo, un suggestivo itinerario che dai testi delle origini si inoltra fin dentro l’età contemporanea. Uno sguardo, quello di Petrucci, capace di cogliere i modi e i tempi della trasmissione di quella straordinaria eredità culturale nota col nome di “letteratura italiana”. La disparità dei soggetti, i tempi diversi e distanti in cui i saggi furono scritti non scalfiscono la sostanziale unità di un discorso mai interrotto e sempre sostenuto dalla solidità del metodo, dalla sovrana padronanza degli strumenti critici, da un ingegno brillante e originale. Il testo è arricchito da un imponente apparato di immagini mai banali né convenzionali e da indici che contribuiscono a orientare il lettore tra le centinaia di opere, testi, libri, documenti, epigrafi che affollano queste pagine.

Torna l'epistolario di Dostoevskij

immagine scheda libro
Fëdor Dostoevskij: I demoni quotidiani. Lettere, a cura di Ettore Lo Gatto, Aragno, 2 voll., pp. 930, euro 30,00

Risvolto
Non una sola lettera di Dostoevskij fu scritta col pensiero che essa potesse essere letta da altri che non fosse il destinatario o persona a lui vicina. Eppure, quando lo scrittore iniziava a scriverne una, non se ne staccava fino a quando non avesse detto tutto quel che gli riempiva l’animo in quel momento. È proprio questa necessità spirituale, questa maniera di confidarsi nelle lettere che rende l’epistolario una fonte esegetica imprescindibile per comprendere la genesi delle singole opere e del complesso dell’arte di Dostoevskij tanto da un punto di vista prettamente letterario quanto biografico psicologico.  

Nuovi studi manzoniani


domenica 1 ottobre 2017

Siamo ancora lontani dal comprendere il passaggio dalla materia inorganica alla vita


Perchè l’origine della vita sulla terra è ancora un mistero? 
Bergamoscienza. L'interazione di più molecole prebiotiche possono creare una organizzazione primordiale. Un riassunto dell'intervento che terrà il prof. Luisi al festival di Bergamo 
Pier Luigi Luisi Manifesto 30.9.2017, 1:42 
Per molti secoli l’origine della vita sulla terra non è mai stata un problema. La gente a quei tempi era pia e semplice e credeva fermamente che la vita fosse l’opera di Dio, che aveva creato tutto il vivente informe fisse e immutabili. I problemi sorsero a causa di un libro blasfemo di uno scienziato inglese, certo Charles Darwin, che propose invece il concetto di evoluzione- secondo il quale le specie complesse si fossero formate nel corso del tempo da specie più semplici, primordiali; e, aggiungendo blasfemia a blasfemia, propose anche sommessamente l’ipotesi che anche la vita stessa sulla terra avesse una origine evolutiva, derivata da un brodo caldo prebiotico. Eravamo nel 1856. L’idea prese subito piede, ma fu solo nel 1924 che uno scienziato russo, Alexander Ivanovic Oparin, ispirato da Darwin e dal materialismo dialettico sovietico, elaborò una vera e propria teoria, secondo la quale la vita si era originata da molecole prebiotiche che, reagendo tra loro in modo spontaneo, spontaneamente avessero via via formato composti sempre più complessi, fino ad arrivare a strutture sferoidali capaci di riprodursi-le prime cellule. Origine della vita quindi dalla non-vita, senza alcun intervento divino. 
Tale ipotesi aveva come corollario implicito che la vita cellulare, essendo un prodotto chimico, potesse anche essere ricreata in laboratorio- e cominciò l’era della chimica prebiotica, con i bellissimi e rivoluzionari esperimenti di Stanley Miller (1953) che riuscì a sintetizzare aminoacidi (che sono i cosiddetti monomeri, cioè i mattoni per formare le proteine) partendo dai componenti gassosi dell’atmosfera prebiotica. Molto più tardi, dopo gli anni duemila, fu possibile trovare reazioni prebiotiche per formare nucleotidi, i mattoni per gli acidi nucleici. 
In linea di principio quindi, avendo a disposizione amino acidi e nucleotidi, il chimico di laboratorio potrebbe formare le lunghe catene (le macromolecole) che sono alla base della nostra vita, appunto le proteine e gli acidi nucleici. 
Ma c’è un grosso “ma”. E infatti la scienza moderna non ha ancora chiarito l’origine della vita sulla terra. 
La ragione è questa: la vita è basata si su proteine e acidi nucleici, che sono lunghe catene di aminoacidi risp. di nucleotidi, ma tali lunghe catene sono ordinate, cioè sono sequenze di amino acidi e/o di nucleotidi in una disposizione precisa, (come le lettere dell’alfabeto formano parole sensate) e inoltre sono presenti in molte copie identiche. Pensate questo: se avete a disposizione tutti i venti diversi aminoacidi, e volete costruire una catena lunga 50 aminoacidi, e fate una polimerizzazione “random” –cioè per mettendo tutte le combinazioni casuali- potete ottenere un numero di catene diverse che è un dieci seguito da settanta zeri, che è circa il numero di tutti gli atomi nell’universo. Inoltre in tale processo di polimerizzazione “random” (casuale) non troverete mai due catene che sono uguali l’una all’altra. 
La vita è invece basata sull’ordine, le tante proteine funzionali che abbiamo sono lunghe catene, ma perfettamente ordinate, cioè nelle proteine c’è una sequenza precisa degli amino acidi l’uno dopo l’altro, -il contrario di polimeri random; e la stessa cosa per i geni e gli altri acidi nucleici funzionali. Proprio come succede con le lettere dell’alfabeto per formare parole sensate. Non solo, ma ognuna di queste catene è presente, e deve essere presente, in molte, moltissime copie identiche. 
Come si è stabilito tale ordine in condizioni prebiotiche? Non lo sappiamo. Direi anzi che non ci sono presentemente dati su questo, né ricerche di base per chiarire questo punto cruciale. 
Perché è così? Non è strano? 
Nel mio ultimo libro in inglese (The Emergence of Life, Cambridge Univ. Press, 2016) ne discuto a più riprese, e affermo che il punto principale è il seguente: che la ricerca scientifica dell’establishment sulla origine della vita va avanti sotto l’egida della equazione: vita=acido nucleico, sia DNA o RNA. Una equazione che per me è di grande detrimento per la ricerca della origine della vita sulla terra, essendo basata sul “brain-washing” tipico del nostro tempo- che tutto debba partire dal DNA o dal RNA- con ipotesi accreditate ma a mio parere del tutto avulse dal buon senso scientifico, come la idea della origine della vita a partire da un RNA auto-replicante (che io chiamo costruire una casa partendo dal tetto…). 
Deve essere invece riguadagnato il concetto che il passaggio “non vita—vita” è invece un processo di natura sistemica, che deve essere compreso nei suoi primi passi essenziali studiando la interazione simultanea di più molecole prebiotiche che creino un ambiente con una organizzazione primordiale. 
Non ha senso partire con una sola molecola, sia RNA o DNA, e fino a che non si capisce questo, l’origine della vita rimarrà un mistero. 

BOX 
Giovedì 12 ottobre alle 21 Pier Luigi Luisi, prof. Emeritus ETHZ (Swiss Federal Institute of Technology Zurich) nell’ambito della XV edizione del festival di divulgazione scientifica BergamoScienza sarà protagonista dell’incontro, al Teatro Sociale, «Perché l’origine della vita sulla terra è ancora un mistero?».
Per 16 giornate, da sabato 30 settembre a domenica 15 ottobre, BergamoScienza animerà la città con più di 190 eventi tutti gratuiti – conferenze, laboratori interattivi, spettacoli, mostre – con protagonisti scienziati di fama internazionale, che tratteranno di scienza in modo interdisciplinare e con un linguaggio accessibile a tutti.
Tra gli ospiti: il Premio Nobel per la Medicina 2007 Mario Renato Capecchi, il neuroscienziato Thomas Albright, il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana Roberto Battiston, il neurochirurgo Alim Louis Benabid, Patrizia Caraveo astrofisica dell’Inaf, l’ingegnere elettronico Edoardo Charbon, il biologo Paul Falkowski, l’esperto di Intelligenza Artificiale Rob Fergus, il filosofo Luciano Floridi, Matthew Greenhouse astrofisico della Nasa, Giuseppe Ippolito direttore dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, l’ingegnere informatico Pier Luca Lanzi, il biochimico Julian Marchesi con l’endocrinologa Marian Ludgate, il fisico teorico Klaus Mølmer, il biologo Timothy Mousseau, Franco Ongaro dell’Agenzia Spaziale Europea, l’ex rettore dell’Università di Bergamo Stefano Paleari, l’esperto di prevenzione delle infezioni Didier Pittet con lo scrittore Thierry Crouzet, il medico Giuseppe Remuzzi, l’esperto di problematiche ambientali Edo Ronchi, la biologa Maya Schuldiner, la psicologa e docente di scienze neurali Wendy Suzuki.
Spazio anche alla musica e allo spettacolo della scienza con il concerto «An evening with Pat Metheny», l’opera lirica Ettore Majorana. Cronache di infinite scomparse a cui dedichiamo la pagina qui accanto con un’intervista al compositore Roberto Vetrano. Inoltre narrazioni su Lucrezio con il linguista e neuroscienziato Andrea Moro.
Informazioni: www.bergamoscienza.it

Alcuni inediti e il ricordo di Franco De Felice

Il presente come storia
Franco De Felice: Il presente come storia, a cura di Gregorio Sorgonà e Ermanno Taviani, Carocci - Fondazione Istituto Gramsci, pp. 453, euro 45

Risvolto
Franco De Felice (Tufo, Avellino, 1937 - Roma, 1997) è stato una figura originale della storiografia italiana di fine Novecento. Studioso attento alla lezione del Gramsci dei Quaderni, De Felice vi ha attinto nella sua attività di ricerca proiettata sulla storia italiana e internazionale del secolo passato. Il volume ne ricostruisce la biografia intellettuale, introducendo ai suoi studi sul movimento operaio italiano e internazionale e proponendo una raccolta antologica centrata prevalentemente sulla storia del comunismo. I saggi presentati nel libro riflettono anche sulla storia dell’Italia contemporanea ed esprimono la volontà, caratteristica della proposta storiografica di De Felice, di analizzare le vicende più significative del paese alla luce del nesso nazionale-internazionale.

Memorialistica nostalgica: settantasettini ricordano la gioventù e parlano bene del Settantasette


1977, la storia ritrovata 

Libri. Intervista a Gianfranco Manfredi autore di "Ma chi lo ha detto che non c'è? 1977 l'anno del big bang" 
Thomas Martinelli Manifesto 23.9.2017, 9:47 
C’era un’assenza di narrazione storica del ’77 da parte di chi l’ha vissuto in prima persona. Ma chi ha detto che non c’è?- 1977 l’anno del big bang, il nuovo libro di Gianfranco Manfredi (copertina di Elfo) colma a 40 anni dall’anno simbolo una parte di quel vuoto. Edito da Agenzia X, grazie a un crowdfunding di €4.102, l’autore si immerge nelle ragioni di un movimento complesso e visionario, denso di creatività e desiderio, contraddizioni e conflitti radicali non sempre risolti. Scrittore, sceneggiatore di film e fumetti, cantautore, filosofo Manfredi parte dal titolo di una sua canzone emblematica del periodo per cimentarsi in una ampia ricostruzione collettiva per affreschi, anche soggettiva seppur distaccata, tendenzialmente storica. Da qui l’occasione per affrontare con lui alcune riflessioni sul ’77. 
Una storia del ’77 scritta da un testimone attivo come te si connota subito come documentazione autentica di un’epoca importante, seppur ignorata o ridotta a caricatura. Quali ne sono stati per te i tratti salienti? 
Ho cercato anzitutto di mostrarne l’aspetto internazionale, cosa che per il ‘68 si era fatta, per il ’77 assai meno, quasi fosse stata esperienza essenzialmente italiana. Poi mi sono sforzato anche di andare al di là della documentazione strettamente generazionale, infatti il libro comincia da chi nel ’77 stava nascendo o era appena nato, cioè dai bambini. Nasceva il “mercato dei bambini” che non significava soltanto prodotti destinati ai bambini, tramite le famiglie, ma lo sviluppo della figura del bambino come consumatore attivo, come soggetto di consumo. Ricordo anche brevemente quelli che nel ‘76 e nel ’77 se ne sono andati, lasciando comunque una traccia importante. Personalità molto diverse tra loro: Mao, Maria Callas, Elvis Presley, Groucho Marx. Racconto di inattese e apparentemente bizzarre militanze, come ad esempio l’avventura di Brigitte Bardot (non certo di sinistra) con Greenpeace per salvare le foche. Insomma il libro è scritto per voci e per frammenti tematicamente connessi, ma estremamente variegati. Il tratto più saliente del ’77 è stato che quell’anno è stato densissimo di contraddizioni. 
Fra queste c’era l’idea di lotta armata, come ricorda “il mitra lucidato” della tua canzone che dà il titolo a questo libro. Eppure c’era molto altro che l’etichetta “anni di piombo” usata da troppi storici e giornalisti oggi distorce e nasconde, ti pare? 
Nel libro chiarisco il senso della frase sul “mitra lucidato”. Si riferiva alla voce circolante secondo la quale gli ex partigiani, nell’eventualità di un colpo di Stato, si tenessero pronti e avessero disseppellito armi imboscate, oliandole nei giorni festivi. Il riferimento era a quello e infatti alcuni ex partigiani (non necessariamente comunisti) si felicitarono privatamente con me per il riferimento, fosse o no autentica la diceria. L’etichetta “anni di piombo” purtroppo è una trappola in cui siamo caduti anche con la pubblicistica sugli anni 70 e sul ‘77 in particolare, accettando di parlare soltanto di quello, mentre il movimento del ‘77 ha espresso molto di più e d’altro. Non che trascuri l’argomento “lotta armata” nel libro. 

Dal gruppo Gramsci a redattore della rivista di controcultura Re Nudo a cantore dell’area dell’autonomia, quali sono stati i tuoi riferimenti politico-culturali di quel periodo? 

Gli stessi del movimento generalmente inteso. Assai vari, ripeto. Ho cercato di dare conto di questa ricchissima varietà più che dei percorsi uniformi e univoci, dei contributi diversi più che dei tratti simili. Culturalmente passo in rassegna molti romanzi, saggi fondamentali, film (non solo quelli d’autore, anche quelli di consumo, di genere, inclusi i porno), trasmissioni radiofoniche, musiche (incluso anche John Cage, Anthony Braxton, Astor Piazzolla, per esempio). 
La nascita e diffusione delle radio libere, che non a caso trasmettevano molto anche i tuoi dischi, hanno contribuito a diffondere in modo capillare e a far interagire tutte queste componenti. E poi? 
Come scrisse Furio Colombo, si rinnovò in profondità il linguaggio radiofonico, ma io considero anche le innovazioni portate da Arbore e Boncompagni e quelle delle radio cosiddette commerciali come Radio Milano International. Se si parla di linguaggio bisogna parlarne in modo non politicamente ristretto perché il linguaggio mediatico riguarda e ci influenza tutti, come hanno ampiamente dimostrato gli anni successivi. 
Anche i fumetti, penso in primis a Cannibale e a Andrea Pazienza ma anche alle tavole splendide che arrivavano dalla Francia di Métal Hurlant e Moebius, hanno illustrato l’atmosfera incerta del ’77. C’è un filo che ti porta a diventare anche sceneggiatore di fumetti quali Magico Vento e Shanghai Devil? 
Negli anni ‘70 tra fumetti e musica c’era un legame non casuale. Per esempio la copertina dell’album Passpartù della PFM (di cui avevo scritto i testi) era opera di Andrea Pazienza. Già prima, il mio album d’esordio (La crisi) era stato illustrato in copertina da Guido Crepax. I fumetti nei settanta avevano anche usi “situazionisti”, per esempio la fanzine underground Robinud metteva battute ironiche quanto “rivoluzionarie” in bocca a Tex o a Topolino. Il mio passaggio ai fumetti, negli anni ‘90, però non c’entra nulla. Ha avuto altre motivazioni, anche d’occasione, e ho sempre cercato di scrivere fumetti “trasversali” nel senso di usare un linguaggio narrativo popolare e rivolto a tutti, senza derive “ideologiche”. Del resto non erano ideologici nemmeno i fumetti di Métal Hurlant. Esprimevano un punto di vista forte, ma si tenevano il più lontano possibile dalla propaganda. 
Il concetto di lavoro come valore fu messo fortemente in discussione dal movimento. Come si stava modificando secondo te il rapporto dell’individuo con il lavoro? Non pensi che certe teorizzazioni del non-lavoro possano avere aperto la strada alla precarizzazione generale che c’è oggi? 
Il tema della precarizzazione era ben presente già allora e dipendeva dallo sviluppo del capitalismo, non certo dal dibattito teorico. Socialmente era una condizione reale, non un’ipotesi. Sapevamo benissimo di essere già precari. Non per niente si parlava dell’Università come “riserva indiana”. Era la disoccupazione il non-futuro che ci attendeva, ne eravamo consapevoli, lo scrivevamo sui muri e sui cartelli, lo cantavamo nelle canzoni. Riguardo al rifiuto del lavoro, l’ho raccontato a partire da alcune testimonianze di operai di fabbrica riportate in un libro inchiesta dell’operaio scrittore Vincenzo Guerrazzi. Lo scontro tra l’epica (e l’etica) del lavoro precedente e il rifiuto del lavoro salariato di quegli anni, sono estremamente trasparenti anche nell’esperienza del punk inglese. Ho poi cercato di documentare il nuovo lavoro del “fai da te” e le nuove importanti esperienze che venivano dal mondo giovanile, per esempio la prima fase di esperienze di hackeraggio che hanno consentito a Bill Gates e Steve Jobs di passare rapidamente dal garage di papà allo status di miliardari, e tantissimi nuovi mestieri “inventati” o completamente ricreati. 
In che modo, secondo te, l’ironia ha caratterizzato il linguaggio del ’77 fino a esprimerne la visione critica su politica e società? 
L’ironia è senso dell’ “opposto”: ogni cosa ha il suo contrario. Il pensiero unilaterale, dogmatico e/o staticamente manicheo non conosce ironia, né umorismo. Senza senso del “contrario” non esiste movimento, che è sempre movimento tra opposti. L’ironia ha ben espresso l’anima del ’77.

Un libro sulla nascita del situazionismo

Donatella Alfonso: Un’imprevedibile situazione. Arte, vino, ribellione: nasce il Situazionismo, Il nuovo Melangolo

Risvolto
«E sono le foto, adesso, a tramandare questa storia alla gente del paese che si chiama Cosio, lassù sulle Alpi Marittime dove il mare di Liguria lo senti quando arriva una folata di vento, ma subito sopra c'è la neve e, se ti giri a sinistra, sai che c'è la Francia. La gente: quella che è rimasta insomma, perché quassù la nebbia arriva anche a giugno e il mare è lontano persino per i tedeschi. La gente allora si rende conto che quel gruppetto di pazzi amici di Piero, lui sì amico di tutti, lui sì del paese, non erano venuti lì per una baldoria, ma per un'avventura che poteva nascere solo così, perché se sei lettrista o psicogeografico o immaginista, se hai vent'anni o anche se non li hai più, ma sai che l'idea più urgente è quella di cambiare il mondo, ecco che sei chiamato a inventare una cosa sola: l'Internazionale Situazionista.» 

Il cuggino catalano. Secessioni neoliberali e assetti territoriali a geometria variabile: Alesina e sinistra confusa uniti nella lotta

"Diritto di autodeterminazione dei popoli", "lotta di liberazione contro il franchismo strutturale spagnolo" o secessione neoliberale di aree regionali integrate nel mercato globale tramite sobillazione populista?  Alesina trae le conseguenze da Ohmae, e non ci voleva molto.  Ora, tra i fautori tecnocratici del feudalesimo postmoderno e i sognatori della guerra civile spagnola, della rivoluzione trotzkista, moltitudinaria o civica e soprattutto dell'acchiappanza barcellonese, secondo voi, chi è più vicino alla realtà? [SGA].


Perché chiedere la secessione è anticostituzionale 
Stato di diritto. Il referendum del 1 ottobre è esplicitamente secessionista, inoltre la legge catalana prevede l’obbligatorio e immediato distacco dalla Spagna nel caso di vittoria del sì. Dunque trovano fondamento sia il blocco posto dalla Corte spagnola al procedimento referendario, sia le iniziative nel medesimo senso del governo 

Massimo Villone Manifesto 29.9.2017, 23:59 
Esiste un diritto alla secessione? Per valutare gli eventi spagnoli questa è la domanda. E la risposta per un costituzionalista è una sola. Nessuna Costituzione riconosce come diritto la separazione unilaterale perché ne verrebbe un harakiri costituzionale.Con la dissoluzione dell’ordinamento e della stessa Costituzione. Per la Spagna, questo si traduce in una esplicita clausola di unità indissolubile della nazione spagnola, cui si accompagna l’autonomia delle nazionalità e delle regioni che la compongono (art. 2). Un impianto non lontano dall’art. 5 della Costituzione italiana. 
Il referendum catalano è esplicitamente secessionista: «Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente sotto forma di repubblica?». Inoltre, la legge catalana prevede l’obbligatorio e immediato distacco dalla Spagna nel caso di vittoria del sì. Dunque dal punto di vista costituzionalistico trovano fondamento sia il blocco posto dalla Corte spagnola al procedimento referendario, sia le iniziative nel medesimo senso del governo. 
Altra questione è se le scelte dell’esecutivo siano quelle politicamente più utili e opportune, o se invece altre mosse, di dialogo e trattativa, sarebbero state da preferire. In contesti simili gli aspiranti secessionisti fanno riferimento al principio di autodeterminazione dei popoli. Sancito già nel 1945 dall’art. 1.2 della Carta delle Nazioni Unite, era un mantra, in Italia, per la Lega secessionista della prima ora. È stato richiamato a sostegno dei referendum canadesi sul distacco del Quebec (1980, 1995), e del referendum 2014 sull’indipendenza della Scozia. Anche la legge catalana sul referendum si riferisce esplicitamente all’autodeterminazione. Ma cosa è un “popolo” ai sensi dell’art. 1.2 della Carta UN? Soprattutto, la norma sembra doversi correttamente riferire a “popoli”, comunque definiti, che siano oppressi, privati di libertà e diritti, sfruttati, assoggettati a dominazione coloniale, a sudditanza economica. Tale non era il caso per il Quebec e la Scozia, né è il caso per la Catalogna: un quinto del Pil della Spagna, con una autonomia già molto ampia. Quando è una parte economicamente forte e largamente autonoma a volersi staccare, i fantasmi dell’egoismo territoriale diventano corposi. 
Dalla Catalogna a Lombardia e Veneto. Le due regioni votano il 22 ottobre per l’attribuzione di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”: un ampliamento previsto e disciplinato dall’art. 116, co. 3, della Costituzione. Proprio per questo, i referendum sono del tutto inutili. Il procedimento si attiva su “iniziativa” della regione, parola che apre a una trattativa con Roma a livello di esecutivi, o anche alla presentazione da parte della regione di una proposta di legge statale. Legge, va ricordato, da approvare a maggioranza assoluta dei componenti sulla base di intesa con la regione. Quindi, la regione può avviare il procedimento, e può bloccarlo prima della conclusione, se sgradita. Un referendum brucia milioni di euro e nulla aggiunge o toglie. Poteva bastare al più una mozione approvata nei consigli regionali. Mentre sono obsoleti, dopo il titolo V riformato nel 2001, gli argomenti utilizzati per bocciare (Corte cost., 470/1992) l’ipotesi di referendum per una legge costituzionale di iniziativa regionale sulla trasformazione del Veneto in regione speciale. Ricorrendo oggi alle urne si vuole piuttosto lanciare la corsa per le politiche del 2018. Nella stessa chiave si possono interpretare gli squilli di tromba di una Lega sovranista – e non più secessionista – sulla vicenda spagnola. 
Non sappiamo se il referendum catalano si terrà, mentre quelli del lombardo-veneto non trovano ostacoli. Situazioni diverse, che non sfuggono però alla sensazione che qualche elemento le accomuni. Il mondo globalizzato e iperconnesso in una rete senza confini mette in crisi il modello dello stato nazionale, e i suoi canoni di diritti, libertà, eguaglianza, giustizia sociale, democrazia. Alcuni – che magari si sentono più forti – sembrano preferire il fare da soli. Ma è una risposta illusoria. 
Un mondo di piccole patrie non assicura certezze o più luminosi orizzonti. Tanto meno li concede a chi strappa per sé qualche briciola di benessere in più negando ogni più ampia solidarietà. In fondo tra i paesi e nei paesi, come nelle famiglie, alla fine sulla volgare pecunia si litiga. E non finisce bene.

Il Nostro Toynbee spiega la politica a Corbyn


Non potendosi alleare con il PD di oggi, si alleano con il PD di ieri




Il senso è questo: non potendosi alleare con il PD di oggi, che non li vuole nemmeno vedere, si alleano con il PD di ieri.

Si prepara una tenaglia: da un lato, Bersani, D'Alema e Fratoianni; dall'altro Pisapia e Renzi.

L'unico che sembra non averlo capito, ma che in realtà sta perdendo tempo proprio per poi essere costretto a imbarcarsi, è il vicebrioscino di Rifondazione [SGA].







La sinistra-caviale all'assalto della Cina














Indignazione a comando: arriva la scrittrice siriana anti-Assad


Sante dell'anticomunismo