venerdì 27 ottobre 2017

Sturm & Drang, Demos & Kratos, Rosatellum & Sbarramentum, Pierluigi & Nicola: aridatece il sen. Giannini

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Da Tronti al vicebrioscino Acerbo, sinistra confusa.

Uno stralunato e lunare prof. sen. Mario Tronti - Spirito Prono inconsapevole ormai di se stesso - ricorda l'Ottobre in un Senato impegnato in tutt'altre faccende, e lo fa poco prima di votare la fiducia alla legge elettorale del PD.


E' un po' confuso, proprio come il vicebrioscino di Rifondazione, Maurizio Acerbo. Che bacchetta ogni giorno MDP e Bersani subito dopo essersi alleato con loro e con Fratoianni in Sicilia e subito prima di allearsi con loro e con Fratoianni per le elezioni nazionali.

Gli amici li aiutino [SGA].

Pubblichiamo il discorso pronunciato il 24 ottobre 2017 nell’aula del Senato da Mario Tronti per ricordare il centenario della Rivoluzione d’Ottobre. 

 Ottobre 1917, lo Sturm und Drang del Novecento 
1917-2017. Il 1917 è conseguenza del 1914. Senza la grande guerra non ci sarebbe stata la grande rivoluzione. E la cosa da ricordare è che la prima rivendicazione fu la pace

Mario Tronti Manifesto 24.10.2017, 23:48 
Presidente, colleghe e colleghi, vi chiedo un momento di attenzione. In mezzo ai lavori convulsi di questi giorni, una pausa di riflessione può far bene. 
Volevo ricordare un evento, di cui ricorre quest’anno il centenario. Il 24 di ottobre, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, del 1917, esplodeva nel mondo la rivoluzione in Russia. Mi sono interrogato sull’opportunità di proporre qui, nel Senato della Repubblica, il ricordo di questa data. 
Sono consapevole che questo arrivi a turbare la sensibilità di alcuni, e di alcune, che legittimamente possono nutrire, nei confronti di quell’evento, una ostilità assoluta. 
Ma siamo a cento anni da quella data e possiamo parlarne, come io intendo parlarne, con passione e nello stesso tempo con disincanto. 
Non so se è verità o leggenda, quella volta che chiesero a Chou En-Lai, anni cinquanta del Novecento, che giudizio si sentisse di dare sulla rivoluzione francese del 1789. E la risposta fu: troppo presto per parlarne. Di quei “dieci giorni che sconvolsero il mondo”, secondo il reportage che ne fece il giornalista americano John Reed, ne trattano oggi molti giornali, molte riviste, molti libri. Del resto, per mettere un pizzico di ironia in avvenimenti che hanno dalla loro parte non poco di vicende tragiche, si potrebbe dire che anche questa, come facciamo spesso in quest’aula, è la commemorazione di un defunto. 
Qui, a Palazzo Madama, come a Montecitorio, soprattutto nella prima Legislatura, seguita alla Costituente, presero posto alcuni protagonisti che avevano vissuto quella storia in prima persona. Questo mio ricordo vuole essere anche un omaggio a questi padri. 
Il 1917 è conseguenza del 1914. Senza la grande guerra non ci sarebbe stata la grande rivoluzione. 
E la cosa da ricordare subito è che la prima rivendicazione, che forse più di altre produsse il successo della rivoluzione, fu la rivendicazione della pace: la pace ad ogni costo, si disse, anche a costo di perdere la guerra. 
Quando Lenin, contro tutti, firmò il trattato di Brest Litovsk, accettò tutte le più pesanti condizioni, pur di riportare a casa i soldati. Lenin era l’autore di quella che a mio parere è stata la più audace di tutte le parole d’ordine sovversive, quando disse: soldati operai e contadini russi non sparate sui soldati e contadini tedeschi, ma voltate i fucili e sparate sui generali zaristi. 
C’era quella idea, che era stata per primo di Marx. dell’internazionalismo proletario, “proletari di tutti i paesi unitevi”: un’idea niente affatto di parte, che affonda invece le sue lunghe radici nell’umanesimo moderno. 
Già nei moti rivoluzionari del 1905 i soldati si erano rifiutatati di sparare sulla folla, e avevano sparato sui loro ufficiali. 
1905 e 1917 sono le due tappe della rivoluzione in Russia. La lucida strategia, che sarà dei bolscevichi contro i menscevichi, era che i comunisti dovevano mettersi alla testa della rivoluzione democratica per portarla alle sue naturali conseguenze, che stavano nella rivoluzione socialista. 
Se democrazia è infatti il kratos in mano al demos, il potere in mano al popolo, quale strumento più democratico dei soviet, dei consigli degli operai e dei contadini? 
Ma, attenzione, i soviet dovevano farsi Stato, dovevano assumere l’interesse generale. E il fatto che invece di farsi Stato si sono fatti partito, chissà che non sia stato questo il vero punto di catastrofe dell’intero progetto. 
Ma comunque quella democrazia diretta non ha niente a che vedere con l’attuale democrazia immediata. Questa non solo non si fa istituzione, ma è anti-istituzionale e dunque antipolitica e allora è conservatrice, se non addirittura reazionaria. 
La rivoluzione partì su tre parole d’ordine: la pace, il pane, la terra. Parole semplici, che toccarono il cuore dell’antico popolo russo. 
Tre cose che erano state sottratte a quel popolo. La rivoluzione gliele restituì. Per questo “l’assalto al cielo”, che avevano già tentato invano gli eroici comunardi di Parigi, vinse a Pietroburgo con l’assalto al Palazzo d’Inverno. 
Colleghi, conosco bene il seguito della storia. Una rivoluzione, che era nata dalla guerra, si trovò in guerra con il resto del mondo, accerchiata e combattuta. Non intendo, per questo, nascondere, tanto meno giustificare, le deviazioni, gli errori, la violenza, i veri e propri crimini commessi. 
Qui, c’è il grande problema del perché la rivoluzione, cioè il progetto di trasformazione in grande del corso delle cose, sfocia storicamente nel terrore. 
E il problema non riguarda solo i proletari. I borghesi non hanno agito diversamente nella loro presa del potere. La rivoluzione inglese di metà Seicento, la rivoluzione francese di fine Settecento, ambedue hanno fatto cadere nel capestro la testa del re. E la rivoluzione americana, per produrre la più stabile democrazia del mondo, è dovuta passare per una terribile guerra civile. 
Rivoluzione e guerra, rivoluzione e terrore, sono dunque inseparabili? Dobbiamo dunque per questo rinunciare al tentativo di un rivolgimento totale? Occorre rassegnarsi alla pratica di cosiddette riforme graduali, che però mai riescono a minimamente mettere in discussione il rapporto, che poi è un rapporto di forza, tra il sotto e il sopra, tra il basso e l’alto della società? 
Questo è il problema che ci pone ancora oggi, dopo un secolo, quell’ottobre del ’17. 
Ecco perché vorrei, se possibile, isolare il valore liberatorio di quell’atto rivoluzionario dai fallimenti epocali e anche dalle costrizioni antilibertarie, che lo hanno seguito nella sua realizzazione. 
Ricordo una data e condanno una sua negazione. Quell’atto trova la sua fondazione nel mirabile inizio di secolo. Il primo decennio del Novecento vede l’irrompere, anch’esso sovversivo, della trasvalutazione di tutte le forme: in campo artistico, con le avanguardie, arti figurative, poesia, narrativa, musica; in campo scientifico, con la fine della meccanica newtoniana e l’avanzare del principio di indeterminazione; nel pensiero filosofico con la messa in questione della ragione illuministica. 
Come potevano le forme della politica, organizzazioni e istituzioni, non essere travolte da questo Sturm und Drang, da questo impeto e assalto? Come la grande Vienna è il cuore di questo sommovimento culturale, così Pietroburgo diventa il cuore di un sommovimento politico. 
Il secolo ne sarà interamente segnato. L’anima e le forme è lo splendido titolo di un libro del giovane Lukács, che esce nel 1911. Era l’anima dell’Europa ed era, come dirà anni dopo Husserl, la crisi delle scienze europee, a ribaltare tutte le forme ottocentesche. Lo spirito anticipa sempre la storia. 
La rivoluzione del ’17 in Russia sta in mezzo a questo totale fermento. Atto di liberazione, che metterà in moto masse enormi di popolo e provocherà scelte di vita di piccole e grandi personalità. Ad esso si richiamavano molti dei ribelli antifascisti, mentre subivano il carcere e l’esilio, molti dei combattenti nella guerra di Spagna contro i franchisti, molti dei partigiani che salirono in montagna contro i nazisti. 
Se leggete le lettere dei condannati a morte della Resistenza, in Italia e in Europa, troverete spesso l’ultimo grido di saluto per quell’evento. 
Mi rendo conto di parlarne con fin troppa partecipazione, e perfino enfasi Ma vedete, colleghi, io mi considero figlio di quella storia. E francamente vi dico che non sarei nemmeno qui se non fossi partito da lì. Qui, a fare politica per gli stessi fini con altri mezzi, senza ripetere nulla di quel tempo lontano, passato attraverso tante trasformazioni, rimanendo identico. 
Vi assicuro, un esercizio addirittura spericolato, ma entusiasmante. Se entusiasmo può esserci ancora concesso in questi tristi tempi. Vi chiedo ancora scusa.

La rinnegata Agnes Heller maledice l'Ottobre: da György Lukács alla propaganda per gli americani


Il "compagno" Bannon spiega le cose ai rozzobruni: suprematismo particolarista statunitense e bianco





















Vi ricordate di Susan George, che andava forte ai tempi dei No Global?

Susan George, un’altra economia è possibile 
INCONTRI. Intervista con Susan George, intellettuale influente e presidente del Transnational Institute di Amsterdam 
Claudia Bruno Manifesto 25.10.2017, 18:31 
«La libertà delle donne è sicuramente uno degli antidoti ai fondamentalismi, e il diritto all’educazione è alla base di questa libertà». Sono le parole di Susan George, di recente venuta in visita in Italia (per il convegno romano su Libertà delle donne nel XXI secolo), che prosegue: «se le donne potessero partecipare pienamente alla vita pubblica, l’economia mondiale conterebbe su 9 trilioni di dollari in più; ogni paese che restringe la libertà delle donne fa un grave errore in termini di produttività, economia e potenzialità di scambi». 
ATTUALMENTE alla presidenza del Transnational Institute di Amsterdam e presidente onoraria di Attac-France, l’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie di cui in passato è stata vicepresidente, Susan George non ama essere definita un’economista ma si ritiene una scienziata sociale. Più che ottantenne, quella che avanza verso di noi con piglio sicuro è una signora alta e autorevole, un trolley al seguito e una mano a impugnare un bastone, appena scesa da un volo partito da Parigi, città dove si è trasferita dagli Stati Uniti e dove oggi vive. Tre figli e quattro nipoti non le hanno impedito di diventare una delle intellettuali più attive nel contrasto alle ingiustizie sociali generate dall’economia del nostro secolo.
«Sono stata fortunata» confida nel corso della nostra intervista «ho avuto un padre che pensava che le donne dovessero fare tutto quello che volevano, per me era normale pensare alle donne come persone che fanno sport, che sono intelligenti. Per questo ci ho messo molto a comprendere il femminismo, perché da quella che era stata la mia esperienza non riuscivo a capirlo, l’ho compreso dopo. Ci sono questioni che oggi riguardano tutti ma che hanno un impatto specifico sulle donne. E sono tre grandi problemi: la globalizzazione, le diseguaglianze, il cambiamento climatico». 
TUTTAVIA, OGGI non ha più senso parlare di «donne» come fossero un blocco unico, bisogna tenere in conto le intersezioni: «l’impatto cambia in base alla classe, alla situazione matrimoniale, al fatto che una donna è sola o con figli, alla posizione geografica e alle leggi dei singoli paesi». Quanto agli obiettivi per uno sviluppo sostenibile tracciati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, è un bene che ci siano, spiega George ma «il problema è che i burocrati non credono abbastanza nelle conoscenze locali, nei saperi delle comunità». 
Nei paesi più poveri spesso sono proprio le donne a conoscere i sistemi agricoli e idrici dei territori, ad auto-organizzarsi per far fronte alla carenza di cibo e acqua. «Il primo passo verso un’economia che sia sostenibile dovrebbe proprio essere che i governi si interessino direttamente a livello locale, che siano in grado di comunicare con le comunità, per capire cosa già è in atto e cosa manca. Le persone non sanno tutto ma sanno abbastanza per essere tenute in considerazione nell’attuazione di questo tipo di politiche» ricorda George.
Nel suo libro più recente – Shadow sovereigns, uscito a giugno 2015, l’ultimo di diciassette titoli tradotti in diverse lingue dagli anni ’60 a oggi – racconta lo smantellamento in corso del concetto di bene comune smascherando il potere delle élite commerciali e delle corporation globali che all’ombra dei governi esercitano un controllo sempre più serrato sulle leggi che riguardano il lavoro, la finanza, la sanità pubblica, il cibo. 
QUALCOSA CHE VALE anche per il commercio internazionale, nella nostra intervista George riporta la vicenda del trattato di libero scambio fra Europa e Stati Uniti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP) e di quello fra Europa e Canada (il Comprehensive Economic Trade Agreement, CETA). «Abbiamo chiesto all’Europa che i cittadini avessero voce in capitolo attraverso una petizione ufficiale, per cui di solito l’Unione europea chiede di raccogliere 1milione di voti da almeno 7 paesi diversi, e di raggiungere una quota di votanti all’interno di ogni paese (65mila in Germania, 55mila in Francia, ecc.). E ci hanno detto di no. Allora abbiamo fatto da soli, con una petizione di iniziativa cittadina che seguiva esattamente le regole europee. 
Invece di raggiungere la quota di 1milione di votanti da 7 paesi abbiamo raggiunto 3,4milioni di votanti da 23 diversi paesi. Solo Cipro, Malta e i tre paesi baltici Estonia, Lituania e Lettonia non hanno raggiunto le loro quote. Tre mesi fa la Corte di giustizia europea, con due anni di ritardo, ha detto alla Commissione europea che avrebbero dovuto accettare questa richiesta, perché si trattava di una richiesta perfettamente legittima per un dibattito altrettanto legittimo. Abbiamo bisogno di più democrazia in Europa» si accende George, che insieme a Saskia Sassen e altri, fa parte del Movimento per la democrazia in Europa. «Quello della crisi greca è stato un momento terribile» racconta, «quando Varoufakis ha partecipato ai primi incontri con l’Unione europea, nessuna delle persone sedute a quei tavoli, a parte lui, era stata eletta. Che tipo di democrazia è questa?»

Rodolfo Graziani spada dell'Islam. Il parere di Stella, nemico di tutte le Caste tranne la propria


Von Kaiser errante contro lo Stato nazionale





















Ricordo di Pietro Scoppola



Volodija e Kirill - totalitari - coartano la libertà creativa degli artisti liberali russi


mercoledì 25 ottobre 2017

Rivoluzione sessuale e vero pastorato della Rivoluzione passiva neoliberale: tradotto il corso su "Soggettività e verità" di Michel Foucault

Soggettività e veritàMichel Foucault: Soggettività e verità, a cura di Pier Aldo Rovatti, Feltrinelli.


Risvolto
Il continente della sessualità è al centro di questo corso di Michel Foucault. Dopo aver studiato l’età moderna in libri e lezioni memorabili, Foucault fa un passo indietro di alcuni secoli e si rivolge al mondo antico. Lo fa per cogliere alla radice il delinearsi di un intero campo di pratiche e riflessioni che nell’antichità classica investono il corpo, i suoi piaceri, le turbolenze che l’esperienza dell’erotismo impone al soggetto.

Foucault studia un ampio spettro di testi e documenti classici: medici, pedagogici, morali, religiosi. Tra il IV secolo a.C. e il II secolo d.C. questo insieme di riflessioni definisce un universo di atti sessuali, gli aphrodisia di cui parlano i greci, i veneria di cui parlano i latini, che si annunciano con precise caratteristiche: la violenza del desiderio, l’intensità del piacere che vi si accompagna, la passività del soggetto a fronte di queste forze intime quanto estranee, la difficoltà e insieme la necessità di governare questo insieme di esperienze soverchianti. Ciò che Foucault mostra, risalendo alla radice di queste riflessioni sulla sessualità, è che nell’evento sconcertante degli aphrodisia il mondo antico ha pensato che il soggetto sia chiamato a riconoscere una verità che lo riguarda intimamente, una verità che egli dovrà interrogare e approfondire, una verità preziosa quanto sfuggente, enigmatica quanto pericolosa. Primo lontano annuncio, per Foucault, di quanto verrà ereditato dalla riflessione successiva e dalle forme di vita occidentali, in una sostanziale continuità fatta di lenti slittamenti, trovando ad esempio nella prima morale del cristianesimo e nell’istituzione della confessione, o nell’invenzione moderna della psicoanalisi e del colloquio psicoanalitico, due lontane e sorprendenti riconfigurazioni.

“La questione è sapere quando si è formata la nostra morale, e che cosa è successo esattamente nel periodo situato tra la fine di ciò che chiamiamo il mondo antico e [l’inizio] del cristianesimo.”

Simmel e la filosofia della cultura: uno studio


Antonio De Simone: La via dell’anima. Simmel e la filosofia della cultura, Meltemi, 216 pp., € 20 euro 

Risvolto
Definito da Friedrich H. Tenbruck come “‘doctor utriusque’ della realtà”, Georg Simmel è unanimemente considerato nella contemporaneità uno dei crocevia obbligati di riferimento per lo studio del ruolo della cultura nell’azione umana, non solo per il rapporto che intrattiene con la struttura sociale ma anche per la comprensione delle forme della vita individuale. Simmel, in modo singolare, come ha detto Jürgen Habermas, si presenta a noi come Zeitdiagnostiker, “diagnostico dell’epoca” moderna, ovvero come “il critico della cultura” che ci è “nel contempo vicino e distante”. Nella sua opera il filosofo di Berlino ha sviluppato un’originale e complessa filosofia della cultura che poggia su una diagnosi del conflitto della cultura moderna tutto esemplato, nella matrice ontologica che pervade l’inquieto vincolo dell’umano, sulla tragica e lacerante contraddizione (non mediabile) che segna, nel suo fluire dinamico, la Vita nella lotta contro le Forme che ineludibilmente la oggettivano, la manifestano e la cosalizzano. La separazione tra soggettivo e oggettivo segna alternativamente la ‘crisi’, la ‘tragedia’ o la ‘patologia’ della cultura nel conflitto della modernità, le cui propaggini si riflettono in modo vistoso anche nel mondo globale contemporaneo dominato dalla frammentazione e nel quale è difficile erogare un surplus di senso e di significato che sappia eliminare la frequente denutrizione intellettuale e affettiva degli individui. Un mondo nel quale, come diceva paradossalmente Simmel, “tutto è interessante, nulla è più significativo”. Un siècle après, come sostiene Antonio De Simone in La via dell’anima, la diagnosi simmeliana e la sua filosofia della cultura permangono, intempestivamente, ancora in tutta la loro problematica e cogente ‘attualità’.

Antonio De Simone è professore di Storia della filosofia e Filosofia della cultura nell’Università di Urbino. Tra i volumi che più hanno segnato la sua ampia opera filosofica ricordiamo: Lukács e Simmel (1985); Tradizione e modernità (1993²); Dalla metafora alla storia (1995); Tra Gadamer e Kant (1996); Senso e razionalità (1999); Habermas (1999²); Georg Simmel (2002); Filosofia dell’arte (2002); L’Io ulteriore (2005²); Oltre il disincanto (2006); L’ineffabile chiasmo (2007); Intersoggettività e norma (2008); L’inquieto vincolo dell’umano (2010); Passaggio per Francoforte (2010); Dislocazioni del politico (2011²); Conflitto e socialità (2011); Leggere Canetti (2011); Il soggetto e la sovranità (2012); Alchimia del segno (2013); Machiavelli (2013); L’arte del conflitto (2014); Il ponte sul grande abisso (2015); L’Io reciproco (2016); Intervista a Machiavelli (2016). Nel 2013-14, con l’Abilitazione Scientifica Nazionale, ha ottenuto l’idoneità a professore ordinario di Storia della filosofia e Filosofia politica.

Due libri su Umberto Eco

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Daniele Maria Pegorari: Umberto Eco e l’onesta finzione.  Il romanzo come critica della post-realtà, Stilo editrice

Risvolto

Vi si accampa un ragionamento per il quale la produzione letteraria del filosofo e scrittore alessandrino, dagli anni Ottanta del Nome della rosa e del Pendolo di Foucault, fino agli anni Dieci del Cimitero di Praga e di Numero zero, persino sotto la maschera dissimulatrice della letteratura di genere, ha messo a tema il conflitto fra l’etica autoritaria della verità e la resistenza della realtà, sempre più soccombente nella società della comunicazione





Claudio Paolucci: Umberto Eco: Tra Ordine e Avventura, Feltrinelli

Risvolto

Non serve spendere parole per presentare Umberto Eco, a pochi mesi dalla sua scomparsa. La sua figura pubblica è stata celebrata in molti modi. Ora, perfettamente nel solco della missione della collana “Eredi”, arriva in libreria il primo tentativo di raccontarne l’eredità, umana e intellettuale. 
Claudio Paolucci del professor Eco è stato l’ultimo vero allievo e ha seguito da vicino i suoi ultimi anni di attività. Ma prima di tutto questo, è stato un ragazzo che si presenta al ricevimento docenti per spiegare a Umberto Eco che il suo ultimo libro, Kant e l’ornitorinco, è completamente sbagliato.
“Quel professore, che era incidentalmente l’intellettuale italiano più famoso del mondo, passò ore e ore a discutere con un ragazzo di ventiquattro anni con un look che lo disturbava moltissimo. E ricordo benissimo ancora oggi quell’uomo famosissimo che in commissione di laurea difendeva, da relatore, una tesi tutta contro di lui.”
In questo breve saggio Paolucci visita con passo leggero i luoghi della sua conoscenza e amicizia con il professor Eco, luoghi che sono non solo fisici, ma anche teorici: l’amore per i dubbi e la negoziazione, la fiducia nella possibilità di interpretare e gettare ponti tra idee e persone diverse, l’ironia e il motto di spirito come correttivo all’accademia, ma anche la limpida vocazione alla serietà della didattica e della ricerca.             


Destra reattiva e piagnona: sempre lo stesso libro dello Spengler di Bisceglie

Tramonti. Un mondo finisce e un altro non iniziaMarcello Veneziani: Tramonti. Un mondo finisce e un altro non inizia, Giubilei Regnani

Risvolto
Sembra finire un'epoca e si dichiarano dissolti tutti i mondi in cui abbiamo vissuto e creduto: il pensiero e la carta stampata, le religioni e le loro chiese, la storia e il suo racconto, la politica e i grandi movimenti, i territori, i popoli e le famiglie, la cultura e la natura. Tutto sembra sgretolarsi e naufragare, perdere senso e consenso, ma nulla sorge al loro posto, solo un magma mutevole e indefinibile, un mondo senza confini e pieno di pseudo-simulacri che credono di essere al centro dell'universo: un pulviscolo di egoismi cosmici in un mondo spaesato. Non è la fine del mondo, come non c'è mai stata la fine della storia; semmai è la fine di un mondo, come è accaduto altre volte. Stavolta però manca il fervore degli inizi, manca l'accenno al nuovo che non sia solo la decomposizione del vecchio o l'emancipazione dal passato. Siamo ancora alla teofania della liberazione. E poi cosa viene, cosa accade?

Il prof. Rampini, dell'Università della Vita, ci spiega il mondo di oggi e riceve marchette sul proprio giornale



Todorov "antitotalitario" su arte e rivoluzione russa: la solita litania su Koba e le avanguardie

Tzvetan Todorov: L’arte nella tempesta. L'avventura di poeti, scrittori e pittori nella rivoluzione russa, Garzanti pagine 254, euro 22

Risvolto
La Russia dei primi anni del Novecento rappresenta una delle poche, meravigliose congiunture della storia in cui un numero stupefacente di grandi artisti si trova a convivere e a farsi intensa, febbrile comunità. Nelle parole di uno dei protagonisti di quegli anni, il poeta Vladislav Chodasevič, «tutte le strade erano aperte, con un solo obbligo: andare quanto più possibile veloce e lontano». Sono gli anni di Bulgakov e di Majakovskij, di Pasternak e Mandel’štam, di Šostakovič, Ėjzenštejn e di tanti altri, donne e uomini che la sorte gettò nella tempesta della Rivoluzione e del nascente regime sovietico. Cent’anni dopo, Tzvetan Todorov ha deciso di rievocare l’avventura di una generazione che dopo aver spesso accompagnato con entusiasmo i primi slanci antizaristi e libertari, si trovò di fronte a un potere progressivamente sempre più cieco e ottuso, ed elaborò strategie ora di opposizione, ora di compromesso, ora di drammatica resa: il suicidio, l’esilio, più spesso il silenzio. Todorov racconta questa miriade di traiettorie avventurose, laceranti, a volte semplicemente grottesche con la sua enorme cultura e la sua prosa avvincente, soffermandosi a lungo sulla figura complessa e per questo esemplare del grande pittore Kasimir Malevič. Ma nelle sue pagine risuonano anche gli echi della vicenda personale che portò nel 1963 l’autore a fuggire la cappa di piombo della natia Bulgaria e a rifugiarsi in Occidente. Anche per questo L’arte nella tempesta, pubblicato in Francia a un mese dalla scomparsa, resterà come il degno testamento di un grande maestro di studi e di libertà, una delle ultime grandi figure esemplari della cultura europea.

martedì 24 ottobre 2017

Lucciole per lanterne, fischi per fiaschi, secessioni dirittopopuliste scambiate per rivoluzioni socialiste catalane. C'è sempre qualcuno più Agamben di te che ti agambenizza



Quel poco che rimane della democrazia moderna in Europa - quel poco che sinora la guerra di classe dei ricchi non è riuscito a smantellare del tutto – viene messo in discussione oggi prevalentemente tramite le spinte secessioniste delle aree più ricche, nelle quali l’egemonia proprietaria è più radicata.

Sono spinte che sollecitano indignazione morale e solidarietà transpolitica tramite la denuncia del centralismo "coloniale" dello Stato e facendo appello alla protezione dei diritti dei popoli oppressi. Come esiste un "dirittumanismo" che detourna i diritti dell'uomo, perciò, esiste un "dirittopopulismo" che distorce non di meno il principio di indipendenza.

Nella cornice della UE, la creazione di entità regionali a geometria variabile, flessibili e transitorie, è infatti la via più facile per aggirare l’ostacolo costituito dalle pur sconfitte democrazie nazionali.
Per quanto riguarda l’Italia, è questo il rischio principale.

Complimenti perciò ai furbissimi compagni che, refrattari all’analisi della situazione concreta e cioè al calcolo dei rapporti di forza e non avendo mai compreso la sostanza della lotta di classe, equivocano clamorosamente il concetto di autodeterminazione dei popoli sottomessi. E immaginano perciò di aver appena fatto la rivoluzione socialista in Catalogna.

Costoro sono in realtà seguaci di Woodrow Wilson, più che di Lenin. E anche se non lo ammetterebbero mai, sarebbero in buona compagnia con quell'Agamben che ha oggi il paradossale merito di aver mostrato in quale assurdo abominio vadano a finire l'odio anarchico per lo Stato e la concezione foucaultiana del potere [SGA].

Una nuova edizione per "Le forme del bello" di Remo Bodei


"Sulle spalle di giganti": raccolte le lezioni di Umberto Eco alla Milanesiana





























Gnoli intervista Sossio Giametta



Van Parijs e il reddito da fancazzo e da sottomissione capitalistica universale. Entusiasmo negriero alle stelle






Il reddito di base non è un’utopia 

Intervista. Il filosofo della politica belga Philippe Van Parijs è in Italia per presentare il suo ultimo libro uscito per Il Mulino e per partecipare al meeting del Basic Income Network-Italia sul reddito di base oggi a Roma 

Roberto Ciccarelli Manifesto 10.11.2017, 0:03 
«L’Italia è un paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l’anno e con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro». Lo ha detto l’ex ministra del lavoro Elsa Fornero nel 2012. A Philippe Van Parijs, il più noto dei teorici del reddito di base, autore con Yannick Vanderborght del monumentale Reddito di base. Una proposta radicale (Il Mulino, pp.488, euro 29), abbiamo chiesto di rispondere a questa obiezione classica. 
«Elsa Fornero passerebbe il tempo a prendere il sole e a mangiare pasta se avesse ricevuto un reddito base di 500 euro? Ovviamente no – dice Van Parijs – Di certo chiederebbe molti più soldi. E se fossero 5 mila euro? Conosco Elsa. Continuerebbe a lavorare, come ora. Come la maggior parte di noi con impieghi interessanti. Che dire della sua collaboratrice domestica? Questo è un altro discorso. Anche con un modesto reddito di base potrebbe decidere di ridurre l’orario di lavoro per ritirare prima i figli da un asilo nido sovraffollato invece di pulire i servizi igienici di altre persone fino a tardi. O forse riprenderà il corso di formazione che ha dovuto interrompere o aiutare nel negozio della sorella – un lavoro meno sicuro, ma più autonomo. Se Elsa vorrà tenerla, dovrà pagarla di più. Questo potrebbe significare – e mi limito a indovinare – che non potrà permettersi quell’incantevole pittura che si adatta così bene al suo salotto. Ma questo a me sembra giusto. Non a voi?». 
Il segretario del partito democratico Matteo Renzi ha detto che «l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro» e che il reddito è «incostituzionale». La vostra prospettiva lo contrappone al lavoro?
Se un reddito modesto che permetta ad alcuni poveri italiani di ridurre l’orario di lavoro con meno disagi per le loro famiglie è incostituzionale, allora che dire dell’enorme ricchezza ereditata che permette ad alcuni ricchi italiani di vivere nel lusso per tutta la vita? L’eredità ha maggiori possibilità di non superare il criterio dell’articolo 1 della Costituzione italiana rispetto al reddito di base. Alcuni dei privilegiati potrebbero ancora provare questo trucco. Come ha affermato Bertrand Russell, «l’ idea che i poveri debbano avere il tempo libero è sempre stata scioccante per i ricchi». 
Perché il reddito di base dev’essere individuale?
Per due motivi. In primo luogo, non viene pagato all’unico «capo» di ogni famiglia, ma a ciascun membro adulto di ogni famiglia. Ciò rafforza sia il potere d’acquisto che quello contrattuale del membro più vulnerabile della famiglia. In secondo luogo, l’importo pro capite del reddito di base non è influenzato dalla composizione della famiglia. Non diminuisce, come tendono a fare le prestazioni di assistenza sociale, con le dimensioni della famiglia (meno per ogni membro di una coppia che per una singola persona). Pertanto, non è necessario effettuare controlli intrusivi per verificare la situazione di vita dei beneficiari del reddito di base. E nessuna trappola dell’isolamento: i beneficiari del reddito di base sono incoraggiati a vivere con gli altri, risparmiando per l’affitto e altre spese. Il loro reddito di base non sarà ridotto. 
Quali sono le differenze tra il «reddito di base» e quello di cittadinanza»?
In Italia come altrove, queste espressioni sono spesso usate in modo intercambiabile. Quando abbiamo fondato la rete europea di reddito base nel 1986, la maggior parte delle espressioni più diverse sono state usate per riferirsi a un reddito incondizionato, pagato su una base individuale, senza test di lavoro. In Italia, tuttavia, il reddito di cittadinanza sembra ora riferirsi per lo più a un reddito minimo soggetto all’accettazione di un impiego. 
E le divergenze tra il «reddito di base» e questa idea all’italiana?
Qualsiasi regime di reddito minimo – compreso quello di inclusione sociale approvato dal governo Gentiloni e il reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle, almeno nell’ultima versione che ho visto – sono forme di assistenza sociale. Si differenziano da un reddito di base per essere concepiti a livello familiare, rivolti ai poveri e condizionati alla ricerca o all’accettazione di un lavoro. In quanto strumenti per alleviare le politiche, tali sistemi sono di gran lunga meglio di niente. Ma hanno molti problemi. Uno riguarda il tasso di assorbimento: a causa della complessità della procedura e del suo carattere inevitabilmente stigmatizzante, molte famiglie indigenti non otterranno mai ciò di cui hanno diritto. Un’altra incognita è la trappola della povertà: molti beneficiari dell’assistenza sociale restano bloccati in una situazione di inattività a causa dell’impossibilità o della complessità di combinare il reddito da lavoro con le prestazioni sociali. Se trovassero un impiego, o creassero il proprio, la loro situazione materiale difficilmente migliorerebbe, addirittura peggiorerebbe, aumentando la loro insicurezza materiale. Maggiore è l’entità delle prestazioni di assistenza sociale, più profonda è la trappola. Un reddito di base non è una rete di sicurezza, ma un minimo sicuro al quale si possono aggiungere introiti provenienti da altre fonti, senza problemi. Così concepito si evitano questi difetti. Tuttavia, in Italia come altrove, un regime generale di assistenza sociale costituisce un importante passo avanti. E per il prossimo futuro, qualsiasi livello realistico di reddito di base incondizionato dovrà continuare a essere accompagnato da un’integrazione dell’assistenza sociale, soprattutto per le persone con esigenze particolari o che vivono sole. 
Perché il reddito di base dovrebbe essere solo in contanti e non in beni o servizi?
L’ istruzione elementare e secondaria universale, l’assicurazione sanitaria universale possono essere considerati come una specie di reddito di base in natura. Non sono affatto favorevole a sostituirli con un reddito di base in contanti. E a volte può essere difficile decidere se alcune risorse disponibili debbano essere destinate a un aumento del livello di reddito di base piuttosto che a un miglioramento, o a un ampliamento, della scuola materna, per esempio. Ma non sono assolutamente favorevole alla distribuzione del reddito di base sotto forma di cibo, vestiario o alloggio. La presunzione a favore del denaro in contanti deriva dalla volontà di lasciare che la gente scelga piuttosto che lasciare che sia la burocrazia a decidere per loro. Ma questa è solo una supposizione. E nei settori dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria, degli spazi pubblici di qualità e di molti altri beni pubblici, vi sono buone ragioni – il paternalismo lieve, le esternalità positive – per fare delle eccezioni. 
Molti temono che il reddito di base è l’anticamera della privatizzazione dei servizi sociali e pubblici. È così?
Perché dovrebbe esserlo? Raccomando cautela, e non tutte le proposte specifiche di reddito di base (finanziamento incluso) sono un miglioramento. Ma i presunti pericoli sono spesso l’argomento a cui ricorrono i conservatori per proteggere il loro benessere. 
In una società che adottasse il reddito di base ci sarebbero ancora le pensioni?
Le pensioni o le indennità di disoccupazione legate al reddito da lavoro verrebbero ad aggiungersi al reddito di base incondizionato, a un livello ridotto dell’importo di tale reddito di base, interamente finanziato dai contributi previdenziali e soggetto alle stesse condizioni attuali. In alcune proposte, il reddito di base assume la forma di una pensione di base più elevata a partire dall’età pensionabile ufficiale. Il punto fondamentale è che un reddito di base non sostituirebbe la previdenza sociale, ma si limiterebbe a ridimensionarla, permettendo di svolgere le sue funzioni meglio di quanto non avvenga ora. 
Perché la sostenibilità economica del reddito di base è minacciata dalle migrazioni?
L’immigrazione rappresenta una sfida per qualsiasi forma di ridistribuzione che va a beneficio di tutti i residenti legali, non solo di coloro che hanno contribuito a un regime di previdenza sociale. Ciò vale non solo per le proposte di reddito di base, ma anche per i regimi di reddito minimo soggetti a condizioni di reddito minimo e per le prestazioni lavorative per i lavoratori a bassa retribuzione. Se i trasferimenti sono generosi, essi fungeranno da magneti, anche se gli immigrati arrivano per lavorare, non per ottenere sussidi in denaro. 
Sostenete poi che la politica del reddito di base espone anche il più convinto progressista a un «dilemma crudele»: scegliere tra noi e loro, i poveri nazionali e i poveri migranti. Come uscirne?
Il dilemma crudele è tra solidarietà nazionale e solidarietà globale. Se non funziona troppo male, vale a dire dando sufficiente peso alla giustificazione pubblica dell’elettorato, una democrazia nazionale può essere fatta per realizzare un livello significativo di solidarietà nazionale. Ma non ci si può aspettare che questo non sia così per la solidarietà transfrontaliera. Ciò può portare ad accenti razzisti nei dibattiti democratici nazionali, ma non è necessario. La tensione fondamentale, particolarmente rilevante in un mondo diseguale, è quella tra democrazia nazionale e giustizia globale. È un problema che non può essere aggirato. Da qui deriva l’enorme importanza storica dell’esperimento europeo. Costruire le istituzioni socioeconomiche necessarie per perseguire la solidarietà transnazionale e le istituzioni politiche necessarie per sostenerle è un processo difficile e laborioso. Nessuna entità politica al mondo è vicina all’Unione europea in termini di progressi lungo questa strada difficile. 
Nel libro viene proposta la riforma dell’Unione europea in un’unione di trasferimento. Si può spiegare meglio?
È l’introduzione di un dividendo in euro: un reddito di base a livello dell’Ue o dell’Eurozona di 200 euro, modulato in base al costo medio della vita in ciascun paese e finanziato dall’Iva. Può contribuire alla stabilizzazione macroeconomica, ma anche a quella demografica: permetterà ad alcune persone degli Stati membri più poveri di rimanere più vicine alle proprie radici e ai propri parenti, anziché affluire in città occidentali sovraffollate. 
A sinistra qualcuno crede che il reddito sia un’utopia neo-liberista. Cosa distingue la vostra proposta da quella di Hayek?
L’utopia neo-liberale è una totale sottomissione al mercato, alla mercificazione della vita individuale e collettiva. L’utopia del reddito di base consiste nello sfruttare il dinamismo dell’economia di mercato per proteggerci, individualmente e collettivamente, dalla morsa dello stesso mercato. Si tratta, naturalmente, di un’utopia della libertà.
Ma è giunto il momento che la sinistra smetta di definirsi in nome dell’uguaglianza contro la libertà, abbandonando così la libertà alla destra. La sinistra è, e deve essere, per la libertà, intesa come qualcosa di reale – la possibilità effettiva, non il mero diritto – e naturalmente distribuita in modo profondamente più equo. Il reddito di base non è l’unica cosa di cui abbiamo bisogno per realizzare questo scopo. Ma è uno strumento centrale. 

SCHEDA 
Philippe Van Parijs, professore emerito all’Università di Lovanio, presenterà «Il reddito di base. Una proposta radicale» (Il Mulino), scritto con Yannick Vanderborght oggi a Roma (ieri era a Napoli), dove parteciperà al meeting del Basic Income Network Italia (Bin), costola del movimento globale per il reddito di base. Terrà una conferenza alla biblioteca Moby Dick in via Edgardo Ferrati 3 alle 17,30. Al mattino, all’aula Verra dell’università Romatre in via Ostiense 234, si terrà un simposio su «Robotica, intelligenza artificiale, futuro del lavoro e reddito garantito» tra Luca Santini, Giacomo Marramao, Chiara Saraceno e Andrea Fumagalli. Il 28 ottobre scorso Van Parijs ha tenuto a Bologna «Lettura 2017» la lectio magistralis de Il Mulino. Tra i suoi libri, «La trappola di Hayek e il destino dell’Europa» (Morcelliana) e con Y. Vanderborght, «Il reddito minimo universale» (Ube).

Il manifesto neoliberale di Garton Ash