sabato 4 novembre 2017
Gli eroici soldati dell'Armir imprigionati al freddo dal perfido Stalin per aver difeso l'Italia dall'invasione dei bolscevichi asiatici. Una mostra all'insegna del cabaret
A Piacenza un incontro con filmanti inediti per riscoprire la storia dei reduci dell'Armir
Matteo Sacchi Giornale - Ven, 03/11/2017
Pubblicate le memorie di uno dei pochi superstiti della "Marcia della morte"
Pietro Amani Giornale
- Ven, 03/11/2017
Canossa: novità dagli scavi
Si pensava che ci fosse solo una rocca Ora invece nel luogo dello storico incontro spuntano case e reperti
VALERIO VARESI Rep 3 11 2017
CANOSSA. Tra i rovi, le roverelle e i carpini spunta una piccola città finora sconosciuta. Canossa, rupe fragile tra i calanchi dell’Appennino reggiano, non era solo un castello, ma un importante centro politico amministrativo dove s’incontravano il papa e l’imperatore, l’abate di Cluny e i dignitari di corte di mezza Europa e dove, nel famoso pellegrinaggio di Enrico IV in ginocchio da Gregorio VII dopo la scomunica, manda il primo vagito lo Stato laico del Vecchio continente.
A sostituire l’idea della rupe solitaria con quella di una piccola città protagonista del travagliato e aspro undicesimo secolo sono gli scavi archeologici iniziati attorno al castello da parte di una équipe di studiosi delle università di Bologna e Verona d’intesa con il Club alpino italiano, la Soprintendenza archeologica di Bologna, Reggio Emilia, Modena e Ferrara nonché di due sezioni reggiane dei Lions che hanno partecipato al finanziamento della ricerca.
Già dalla prima fase di un’indagine che durerà anni, sono apparsi risultati sorprendenti. Per prima è apparsa la cinta muraria esterna di quello che doveva essere il borgo attorno al castello, molto più ampia rispetto a ciò che finora si supponeva. Quindi sono affiorati i basamenti murari di parecchie case e le tracce di vie di collegamento e persino la scalinata che Enrico IV avrebbe percorso per chiedere il perdono al Papa.
In alcuni casi sono ancora ben evidenti le nicchie scavate nell’arenaria che costituivano l’interno delle spartane abitazioni dell’Alto Medioevo. In altri i fori lungo le murature di sasso vivo dove venivano infilate le travi del tetto e le scanalature per lo smaltimento delle acque piovane. Nel lato a est del castello sono spuntate le fondamenta di una torre che sicuramente rappresentava l’accesso al borgo e quindi al castello. Non si sa ancora se si tratta di un ingresso secondario o di una porta importante, ma nulla vieta che con la fantasia si possa immaginare che l’imperatore di Germania Enrico IV sia passato da lì in quel nevoso e gelido inverno del 1077.
«Quello che è certo — spiega Paola Galetti, medievalista dell’università di Bologna — è che qui attorno c’era un borgo molto popoloso: abbiamo trovato tracce di almeno 40 abitazioni e se supponiamo almeno cinque persone per casa, possiamo considerare un buon numero di abitanti. A ciò si aggiungano i dignitari della corte di Matilde e della famiglia dei da Canossa imparentata con mezza Europa, il seguito del papa, i soggiorni della nobiltà europea e degli abati. Insomma — conclude Galetti — si possono ipotizzare strutture di accoglienza, personale addetto al vettovagliamento, servitù, guardie e un buon numero di religiosi benedettini vista la presenza di un monastero ». Quello che si prefiggono gli archeologi coordinati da Nicola Mancassola dell’università di Verona, è di ricostruire per intero la topografia di Canossa anche con l’ausilio di un sistema laser-scanner e dei rilievi fotogrammetrici dall’alto. Alla fine ne uscirà un modello virtuale di quella che adesso appare come una piccola città, in parte franata nel ‘400, nelle fasi storiche successive. Oggi questo luogo è un mosaico scompaginato: sulle sue diverse parti ci sono ancora incognite riguardo la datazione e non solo per quel che riguarda l’emersione del borgo attorno alla rupe» continua Galetti. Accanto all’indagine archeologica e topografica, i ricercatori stanno catalogando ed esaminando anche i circa duemila reperti che sono stati raccolti nel tempo e che giacevano nel buio di un deposito. Una mole di testimonianze che vanno dal periodo della famiglia canossiana fino al soggiorno di Ludovico Ariosto per conto degli estensi di Ferrara. Un’analisi parallela che riguarda la vita quotidiana di queste epoche e gli eventi drammatici che hanno visto Canossa e il suo castello protagonisti di assedi. Sono spuntate le stoviglie usate probabilmente da Matilde e papa Gregorio VII, pentole in ceramica ancora rudimentali, cucchiai e coltelli di materiale ferroso povero. Ma anche, attorno agli anni del soggiorno ariosteo (1502), piatti in ceramica decorata sui quali ha forse consumato i pasti il poeta dell’Orlando furioso. Tra i tanti reperti anche un saggio dell’evoluzione dell’artiglieria a partire dall’assedio dei comuni di Reggio e Parma ai da Canossa nel 1412 e da quello di Ottavio Farnese, alleato del re di Spagna, contro la fortificazione estense nel 1575. Il primo uso delle bombarde si nota nelle palle di pietra sparate dalle antenate dei mortai. Ma ci sono anche palle dei più moderni cannoni dei Farnese costruite in metallo e molto più efficaci.
Un giacimento di storia, quindi, che le università protagoniste della ricerca candidano al premio “Riccardo Francovich” che ogni anno laurea il sito archeologico più importante d’Italia.
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Scoperta una nuova stanza nella piramide di Cheope

Grazie ai muoni i ricercatori del progetto internazionale ScanPyramids hanno rilevato l'esistenza di una cavità lunga almeno 30 metri sopra la Grande Galleria
Avvenire Redazione Agorà giovedì 2 novembre 2017
Cheope L’ultimo mistero della piramide
C’è una stanza segreta nella settima meraviglia del mondo antico Da Erodoto alle folli teorie sugli alieni, alle conoscenze astronomiche è il simbolo della grande civiltà del Nilo
PAOLO MATTHIAE Rep 3 11 2017
Unica delle sette meraviglie del mondo antico ad essere ancora conservata, la Grande Piramide di Giza, eretta da Cheope, il secondo faraone della IV dinastia d’Egitto, da quando fu costruita, nel XXVI secolo a.C., non ha mai cessato di stupire il mondo fino ai nostri giorni. Non solo per i dotti ellenistici del III secolo a.C., se ancora nel X secolo per l’arabo al-Mas’udi i monumenti più insigni dell’antichità erano la Piramide di Giza, il Tempio di Salomone e il Tempio di Zeus ad Antiochia. Erodoto, nel V secolo a.C., non esitò ad affermare che Cheope fu uno spietato tiranno,

che chiuse tutti i santuari del Paese, proibì i sacrifici agli dèi, impose alla figlia di prostituirsi e obbligò centomila sudditi a lavorare per venti anni per costruire la sua piramide. Manetone, un sacerdote egiziano degli inizi del III secolo a.C., che leggeva senza difficoltà il geroglifico e lo ieratico e assai poca stima aveva del grande storico greco per quel che aveva scritto sull’Egitto, nella sua opera dedicata al secondo dei Tolemei per informarlo correttamente sull’antichissima civiltà del suo paese, segnalò che Cheope aveva regnato ventitré anni e non cinquanta come riteneva Erodoto.
La stupefacente perfezione della Piramide di Cheope, seconda a riprodurre questa forma geometrica dopo quella di suo padre Snofru, che in due altri tentativi mal riusciti, a Meydum e a Dahshur, impegnò i suoi architetti prima della terza realizzazione finalmente soddisfacente, ha indotto di recente eccessivamente fantasiosi pseudo-ricercatori a sostenere che solo extraterrestri possono aver costruito un’opera così straordinaria. Gli studi degli ultimi trent’anni sulla Piramide di Cheope, alta 146,59 metri con i lati lunghi 230,33 metri e un’inclinazione di 51°50 gradi, hanno permesso di accertare una serie di dati certo sconcertanti sulle capacità degli architetti, sulle conoscenze degli astronomi, sulle procedure delle maestranze impiegate dal grande faraone. Per non fare che alcuni esempi: i blocchi di calcare usati sono circa 2.300.000 e il peso medio di ciascun blocco è di circa 25 tonnellate; le lastre di granito utilizzate per la copertura delle camere funerarie hanno un peso tra 50 e 80 tonnellate; la superficie di roccia su cui la colossale fabbrica fu impiantata fu livellata con irregolarità minime che non supererebbero i due centimetri; la differenza di lunghezza dei quattro lati tra loro è inferiore ai cinque centimetri.
L’allineamento delle tre piramidi di Giza, di Cheope, Chefren e Micerino, è non meno stupefacente: gli angoli sud-est delle basi sono esattamente su una linea retta; questa linea retta passa esattamente al centro della terza delle tre piramidi satelliti della Piramide di Cheope e della prima delle tre satelliti della piramide di suo nipote Micerino; le tombe a mastaba che circondano su tre lati la Piramide di Cheope, allestite per i maggiori dignitari del regno, sono perfettamente allineate, parallelamente o ortogonalmente, ai lati ovest, est e sud della base. Queste disposizioni accuratissime dei sepolcri dei tre maggiori faraoni della IV dinastia hanno fatto supporre, con qualche verosimiglianza, che dipendessero da una proiezione sul terreno di alcune delle stelle della costellazione di Orione, che gli Egizi consideravano un simbolo di Osiride, il dio dell’Oltretomba. L’interno della gigantesca massa di muratura della Grande Piramide, violata già nell’antichità, è percorso da un corridoio discendente che conduce direttamente a una camera sotterranea, ma anche, con un duplice cambio di direzione, a due altre camere, note come Camera del re, quella superiore, e Camera della regina, quella inferiore. A lungo si è ritenuto che la Camera sotterranea fosse l’originario vano che doveva ospitare i resti di Cheope e che le altre due riflettessero due successive destinazioni decise in corso d’opera, ma oggi la tesi prevalente è che il progetto fin dall’inizio prevedesse i tre vani e che fin dall’inizio il vano superiore fosse previsto per il re.
Le indagini all’interno della Grande Piramide ad opera soprattutto di studiosi e di equipe tedesche, francesi e giapponesi, con le tecniche più sofisticate, dagli anni Ottanta del secolo scorso, si sono succedute quasi ininterrottamente fino ad oggi con l’ultima scoperta: un vano di trenta metri che nasconde l’ultimo mistero in ordine di tempo. Molte sono senza dubbio le questioni aperte riguardo alle tre camere interne finora note, per problemi sia costruttivi che funzionali, particolarmente per quel che concerne le due inferiori, di cui non è chiara la destinazione. Né può essere esclusa l’esistenza, finora neppure ipotizzata, di altri corridoi, che, se provata, renderebbe ancor più complessa la questione della funzione.
Ogni nuova indagine condotta con tecniche d’avanguardia su un monumento di così eccezionale singolarità e significato come la Grande Piramide di Giza non può che essere accolta con favore. Tanto più in quanto, per la moderna storiografia, finalmente, la Piramide di Cheope non è più il luogo di un grande mistero e di un insolubile enigma, ma la più straordinaria testimonianza finale di un complesso processo storico che portò alla creazione di un grande regno unitario. Lunghi secoli di sviluppi dai regni protodinastici dell’Alto e del Basso Egitto, ormai rivelati dalle più recenti esplorazioni archeologiche, condussero intorno al 3000 a.C. all’unificazione di tutta la valle del Nilo, che poi con le dinastie thinite e menfite si risolse nella realtà rivoluzionaria del più antico e vasto Stato territoriale della storia dell’umanità. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Pompei e i Greci
Intervista. Carlo Rescigno, curatore insieme a Massimo Osanna della mostra presso la Palestra Grande degli scavi di Pompei, racconta come «la romanizzazione fu un modo per integrare in un nuovo sistema economico un patchwork di culture che componevano l’Italia di quel periodo»
Valentina Porcheddu Manifesto 3.11.2017, 0:04
«Quando gli scavi restituiscono un oggetto proveniente da un mondo lontano ci si interroga sempre sul suo significato, su come sia arrivato in quel contesto e se sia il frutto di un semplice scambio commerciale o non entri piuttosto in gioco il concetto di identità». Carlo Rescigno, docente di Archeologia classica presso l’università della Campania «Luigi Vanvitelli» è il curatore, insieme a Massimo Osanna, della mostra Pompei e i Greci (visitabile fino al 27 novembre presso gli Scavi di Pompei, Palestra Grande, con l’organizzazione di Electa).
È un percorso ideato dalla Soprintendenza archeologica della Campania allo scopo di esplorare il rapporto tra Pompei e gli organismi politici, sociali e culturali che la attraversavano. La rassegna esprime la volontà di spiegare al grande pubblico cosa significhi per un archeologo fare ricerca su temi che concernono gli incontri di culture. Il progetto espositivo porta la firma di Bernard Tschumi, l’architetto svizzero al quale si deve la realizzazione del nuovo Museo dell’Acropoli di Atene. Partecipa, inoltre, all’allestimento lo studio canadese Graphics eMotion mediante tre installazioni multimediali che intensificano l’esperienza del visitatore.
Il corposo catalogo (Electa) raccoglie saggi interdisciplinari, fra cui vale la pena segnalare i contributi dell’antropologo Francesco Remotti e dello storico Irad Malkin. Interessante anche la parte del volume intitolata Hellenika, con aggiornamenti puntuali su ogni aspetto degli studi pompeiani: Abitare, Consumare vino, Leggere, Viaggiare sono solo alcune delle sezioni che approfondiscono i contenuti dell’esposizione.
Se consideriamo il Mediterraneo antico come uno spazio dove si muovevano differenti gruppi etnici, possiamo affermare che quest’ultimi non fossero dei «monoliti» ma che condividessero linguaggi «franchi» e interagissero anche attraverso gli oggetti?
Oggi si parla del Mediterraneo come «reti di culture», fenomeni articolati ma permeabili in cui conoscenze e acquisizioni travalicano confini etnici. Ciò che in passato consentiva la diffusione delle informazioni era un sistema culturale aggregante, che non stabiliva cioè gerarchie come invece accadeva – e accade ancor oggi – nel caso di identità etniche chiuse, escludenti.
Come si traduce questo pensiero nell’esposizione pompeiana?
Abbiamo provato a riversare nella mostra cos’abbia significato, per Pompei, entrare in contatto con il mondo greco e affacciarsi sull’orizzonte mediterraneo. Seguendo l’evoluzione cronologica dalle origini della città fino alla distruzione del 79 d.C. emerge il rapporto tra culture diverse ma soprattutto la formazione di culture miste, ibride. Processo favorito, agli inizi, dalla circolazione degli artigiani.
La rassegna rivela come in una Campania ancora priva di città dal carattere univocamente riconoscibile, ci fosse un mondo fluido in cui le presenze etrusche, italiche, greche e magnogreche (Cuma da un lato, Poseidonia dall’altro) convivevano nel rispetto dei reciproci interessi economici. È proprio in questo quadro che – nel VII sec. a.C. – venne fondata, su spinta etrusca, Pompei.
Gli artigiani che lavorarono alla costruzione della città erano Greci o provenivano dalla Capua etrusca. Nel santuario di Apollo, furono maestri cumani a decorare l’edificio con modanature in pietra lavica e un tetto di tipologia campana composto da terrecotte architettoniche.
Quali reperti testimoniano al meglio il fermento culturale che ruotava attorno a Pompei?
Attraverso le iscrizioni sappiamo che in Campania si parlavano più lingue: il greco – alla maniera di Cuma e nel dialetto dorico di Poseidonia –, l’etrusco nelle varianti di Tarquinia e Cerveteri o Capua, senza tralasciare l’italico e, ovviamente, il latino. La lingua era soggetta a un uso sociale e non corrispondeva necessariamente all’identità etnica. Nel percorso espositivo c’è una vetrina con iscrizioni parietali risalenti all’ultima fase di vita di Pompei. Nel I sec. d.C. si insegnava ancora il greco ma è importante osservare come questa lingua venisse utilizzata solo quando si aveva a che fare con espressioni letterarie, l’amore e la cura del corpo femminile.
La fascinazione per il mondo greco ebbe il suo apice in epoca romana, seppur con differenze sostanziali rispetto al periodo arcaico…
Nella Pompei romana la Grecia sarà un modello meditato a cui ispirarsi e l’ellenismo una filosofia e una moda da seguire. Basti pensare al celebre mosaico che raffigura la battaglia di Alessandro Magno contro Dario III di Persia rinvenuto nella domus del Fauno. Duecento anni dopo quell’evento, l’opera diviene uno strumento di comunicazione del potere. Roma, insomma, si impossessa del modo di rappresentare il mito per dargli nuovi significati. Un altro oggetto indicativo esposto in mostra è un’hydria del V secolo a.C. – premio dei giochi Argivi – che, assieme ad altri vasi, costituiva il lussuoso corredo della casa di Giulio Polibio.
Pompei, soprattutto in conseguenza dell’eruzione che fermò per sempre il tempo al 79 d.C., è considerata la città romana per antonomasia. Questa mostra va controcorrente?
La romanizzazione fu un modo per integrare in un nuovo sistema economico un patchwork di culture che componevano l’Italia di quel periodo. Anche in questo caso si è trattato di un processo culturale e non etnico. Pompei è dunque a tutti gli effetti una città romana ma con una stratificazione complessa.
giovedì 2 novembre 2017
Il centrosinistra dei poveri. Aridatece l'onorevole Cariglia

Mancano soltanto il ritorno di Livia Turco e la riconversione di Anna Finocchiaro, tutti gli altri ci sono già.
Accade esattamente quello che non poteva non accadere: sconfitti e marginalizzati nel PD di oggi dopo la rivolta generazionale dei renziani, che sono i loro figli diretti, i dalemiani e i pontieri del PCI-PDS-DS rifanno il PD di ieri. E la sinistra - il mulo apprende, lei no - è già pronta all'alleanza.
E'
un ulteriore passaggio nello slittamento a destra del quadro politico:
la posizione sistemica che a suo tempo aveva Rifondazione è occupata
oggi dal partito di Bassolino, Bersani e D'Alema, che riempie quella
casella con contenuti ancora più arretrati.
Il PSDI di Cariglia aveva un programma bolscevico in confronto alla attuale sinistra radicale [SGA].
Bassolino lascia il Pd: «Serve una casa comune della sinistra»
Manifesto
Bassolino lascia il Pd: «Serve un nuovo centrosinistra»
Corriere
Il PSDI di Cariglia aveva un programma bolscevico in confronto alla attuale sinistra radicale [SGA].
Bassolino lascia il Pd: «Serve una casa comune della sinistra»
Manifesto
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Corriere
La sinistra della Costituzione come feticismo e retorica
Scaffale. Una serie di libri dedicati alla Costituzione italiana, per Carocci editore, in cui storici, teorici, giuristi di diversa formazione rileggono i suoi articoli
Gaetano Azzariti Manifesto 2.11.2017, 0:04
È certo che il prossimo anno non si mancherà di festeggiare il settantesimo compleanno della costituzione, entrata in vigore il 1 gennaio 1948. Con il rischio, implicito in ogni ricorrenza, di assistere a stucchevoli discorsi di circostanza, magari espressi in malafede da chi, in cuor suo, vorrebbe porre fine all’anomalia costituzionale italiana. L’anniversario può però essere anche un’occasione per discutere dei principi fondamentali che sostanziano la nostra democrazia, per tornare a riflettere su quel particolare assetto politico-sociale che è stato definito dai nostri padri costituenti e che oggi appare in forte sofferenza.
POTREMMO COSÌ finalmente prendere sul serio la costituzione uscendo dalla retorica che di recente ha caratterizzato il suo uso troppo spesso prevalentemente strumentale. Se, dunque, vogliamo veramente onorare la ricorrenza dovremmo auspicare meno eventi spettacolari e più studi ponderati.
Tra le iniziative che si propongono di guardare ai contenuti non fermandosi alla celebrazione si segnala quella dell’editore Carocci che sta pubblicando una serie di agili volumi, sotto la direzione di Pietro Costa e Mariuccia Salvati, dedicata ai «principi fondamentali», i primi dodici articoli della nostra costituzione. I primi quattro sono già in libreria, gli altri otto saranno disponibili entro febbraio.
GLI AUTORI DEI VOLUMI sono storici, teorici, giuristi di diversa formazione. Di conseguenza sono indotti ad esaminare ciascuno in base al proprio specifico approccio disciplinare i diversi principi contenuti nei singoli articoli separatamente indagati, eppure alla fine emerge un disegno fortemente unitario. È la forza attrattiva e unificante della costituzione che finisce per prevalere. Anzi propri la diversità d’analisi mostra con ancor maggiore evidenza come ciascun articolo, anche se considerato isolatamente, finisca per rappresentare il microcosmo del sistema complessivo e si collega senza soluzioni di continuità con gli altri, in un susseguirsi di principi che vanno a disegnare un modello di «democrazia sociale» coerente e da tutti accolta.
COSÌ, HA RAGIONE Nadia Urbinati quando rileva che nelle ventiquattro parole del primo articolo della costituzione «sono contenute le premesse di tutti gli articoli che seguono». Ciò, peraltro, non contrasta con la diversa affermazione di Maurizio Fioravanti, il quale, commentando il secondo articolo afferma che esso contiene «in forma sintetica la costituzione intera». Neppure si oppone all’affermazione di Mario Dogliani e Chiara Giorgi, i quali rilevano come il principio d’eguaglianza contenuto nel terzo articolo della nostra costituzione abbia «un valore eccedente» che vale a definire un progetto politico che trova il suo svolgimento in tutte le disposizioni del testo costituzionale.
Infine, è Mariuccia Salvati a rilevare come la «direzione di senso» cui è chiamata a seguire la nostra democrazia costituzionale per sviluppare coerentemente il proprio modello normativo non può che partire dalla figura complessa del lavoratore-cittadino-essere umano, in un intreccio di principi costituzionali.
Proprio questa omogeneità del disegno rappresenta il primo dato che dovrebbe far riflettere tutti coloro che immaginano di poter «fare a fette» la nostra costituzione, cambiandone disinvoltamente parti intere, sostenendo che non per questo si rischia di trasformare nel profondo l’assetto della nostra democrazia. Quanti vuoti argomenti sono stati utilizzati per cercare di rassicurare sulla permanente fedeltà ai principi, anche nei casi in cui venivano travolti decine di articoli del testo costituzionale.
La costituzione è un insieme unitario. Il che non vuol dire impossibilità del mutamento (l’articolo 138 lo prevede espressamente), ma impone ogni volta di valutare l’impatto complessivo del cambiamento preteso. Correggere una costituzione non è impresa meno impegnativa che scriverla per la prima volta, spiegava Aristotele. Il revisionismo italiano si è caratterizzato, invece, per la sua improvvisazione. Nessun disegno di civiltà, solo ragioni di breve momento hanno giustificato le «grandi riforme costituzionali».
Se volessimo allora riportare con i piedi per terra la riflessione sul mutamento costituzionale dovremmo tornare a ragionare sui principi, chiarendo anzitutto quali essi siano.
Scriveva Costantino Mortati che per identificare l’ideologia accolta dalla nostra costituzione nei suoi elementi essenziali, per giungere all’esatta comprensione di quella particolare forma di democrazia («sociale») che in essa si riflette, basta prendere in considerazione i primi cinque articoli della costituzione. Noi – in base alla serie di volumi che qui si presenta – saremmo più indulgenti e ricomprendiamo tutti i dodici principi fondamentali indicati in Costituzione; persino quello dedicato alla bandiera, che sottende una certa visione della nazione intesa come «patriottismo costituzionale» che ha un suo significato tutt’altro che banale. Si conferma comunque che è in questi pochi ma fondamentali articoli che si definiscono i principi che devono condizionare ogni interprete, ed è ad essi che bisogna risalire per superare le incertezze o colmare le lacune che dovessero riscontrarsi nelle leggi. Tra coloro che sono assoggettati a quest’obbligo, specificava Mortati, in primo luogo vi sono le forze politiche.
INSEGNAMENTO PREZIOSO, quanto mai disatteso. Se solo provassimo a ragionar per principi, anziché per convenienze, potremmo sperare in una Repubblica democratica (art. 1) che ritorni a garantire i diritti inviolabili (art. 2), assicurando in tal modo la dignità sociale nonché l’eguaglianza delle persone (art. 3), promuovendo inoltre le condizioni per rendere effettivo il diritto al lavoro (art. 4). Basta leggere questi primi quattro articoli per comprendere quanto impegno ci vorrebbe per attuare la nostra democrazia costituzionale. Risuonano ancora forti le parole di Pietro Calamandrei sulla costituzione come «rivoluzione promessa» che è ancora tutta davanti a noi. Dopo settant’anni chi vuole cambiare radicalmente lo stato di cose presenti sa dove guardare.
"Teorie queer" per "decostruire il desiderio di auto-integrazione sociale da parte del soggetto": è la pericolosissima e trasgressiva sinistra postmoderna e foucaultiana, bellezza!
La scomodità politica della società con molti sessi
Scaffale. «Teorie queer» di Lorenzo Bernini, per Mimesis. La radicalità di un pensiero che non rassicura e combatte il desiderio di autointegrazione da parte del soggetto
Francesca Maffioli Manifesto 2.11.2017, 0:03
Il volume di Lorenzo Bernini pubblicato da Mimesis, intitolato Le teorie queer (pp.246, euro 22), vuole costituire un’introduzione problematizzata di uno dei settori meno pacificamente accademici della teoria critica. La rappresentazione del panorama italiano dei collettivi politici radicali queer si affianca alla narrazione delle genealogie storiche che hanno costituito le premesse per la nascita delle teorie queer.
BERNINI descrive come queste genealogie di pensiero si articolino ben oltre le mura degli atenei, implicando i saperi militanti elaborati da soggetti versati direttamente nella politica della sessualità e provenienti dai movimenti politici delle «minoranze sessuali».
Spiega come i gruppi queer coesistano con teorie queer, «senza offrire soluzioni ma lasciando alle pratiche di lotta dei movimenti sociali e dei singoli soggetti il compito di elaborare e sperimentare le une e le altre». Propongono cioè di promuovere politiche antagoniste all’ordine sociale eterosessuale, all’omonormatività, alla transnormatività, all’omonazionalismo e al neoliberismo.
IL VOLUME argomenta le genealogie storiche e concettuali attraverso il rapporto tra l’analitica del potere e il dispositivo di potere rappresentato dalla sessualità, secondo le categorie foucaultiane. Puntualizza l’origine del termine queer, ricordando l’apporto fondativo della conferenza che la filosofa Teresa de Lauretis tenne nel febbraio 1990 all’Università di Santa Cruz in California; apporto spesso messo in ombra dalla fama di Epistemology of the Closet (1990) di Eve Kosofsky e ancor più da quella di Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (1990) di Judith Butler.
I primi due capitoli sono una convincente disanima sugli interrogativi riguardo la natura della teoria critica e della filosofia politica, affrontando questioni preliminari al terzo capitolo.
TEORIE CRITICHE e filosofie politiche che interrogano la legittimità delle norme imposte dal diritto in una prospettiva di intersoggettività, le teorie queer vedono il loro stesso statuto per esempio dalla scelta di esprimere il punto di vista delle «minoranze sessuali», di cui la esistenza transgender e quella intersessuale sono esempio. L’esposizione di dati e vicende che spiegano la portata della violenza chirurgica e giuridica nei confronti dei soggetti transgender non si riduce ad un elenco delle atrocità del sistema di classificazione sesso-genere-orientamento sessuale nei confronti dei corpi; essa mostra come le vittorie dei movimenti intersessuali e transgender in campo giuridico rivelino un’arbitrarietà del sistema di classificazione dei corpi, arbitrarietà che mostra le falle da cui possono emergere i movimenti di protesta.
Bernini spiega come le teorie queer nascano e si evolvano nell’attualità, costituendosi come esercizi di ontologia dell’attualità e del sé a partire da atti di insubordinazione; tramite questi esercizi i soggetti possono sperimentare delle forme di disidentificazione per assumere identità nuove e precarie. Ma in che senso tali effetti trasformativi si producono a partire dall’ontologia dell’attualità e del sé? Il rovesciamento di prospettiva ha origine nella distinzione applicata da Foucault tra il presente e l’attualità.
Il filosofo francese proponeva di analizzare ciò che siamo ora, come l’azione dei poteri ci rendono gli esseri umani che siamo, ricostruendo la storia in maniera funzionale a un eventuale mutamento nell’attualità. Si tratta quindi di studiare «l’attuale» in quanto divenire e non considerare il presente in quanto espressione di ciò che siamo, e quindi di ciò che non siamo già più.
L’ARCHITETTURA delle Teorie queer si fonda, infatti, a partire dagli antecedenti, aprendosi nella descrizione delle mutazioni e delle evoluzioni di pensiero che continuano a prodursi; in questo senso, oltre a Foucault, incontriamo anche il freudomarxismo rivoluzionario, il costruttivismo radicale e le teorie antisociali e il loro intrecciarsi.
Notevole spazio è dedicato anche alla narrazione delle «teorie antisociali». Le premesse stanno nel pensiero della contestazione degli anni Settanta, soprattutto nelle teorie di Guy Hocquenghem e di Mario Mieli, sfociando negli approcci di Leo Bersani e di Lee Edelman.
IL RIFIUTO della socialità proverrebbe da una contestazione del funzionamento della società eterosessuale e neoliberale e dalla critica dei criteri che separano le minoranze sessuali dalla maggioranza eterosessuale.
Il carattere contestatario delle teorie antisociali risiederebbe nel tentativo di decostruire il desiderio di auto-integrazione sociale da parte del soggetto. Il carattere eversivo e non rassicurante di tali teorie ne costituisce la radicalità. Una radicalità che non può che precorrere i tempi di una nuova socialità.
mercoledì 1 novembre 2017
Margalit: il "tradimento" in politica e il revisionismo storico. Fu il maresciallo Pétain a liberare la Francia e salvare l'Europa: il parere del Nostro Toynbee
Abbiati Giornale
Natura umana . Nel suo saggio «Il tradimento», uscito da Einaudi, il filosofo israeliano Avishai Margalit sostiene come sciogliere il collante che tiene uniti i rapporti forti abbia a che fare con l’etica, non con la morale
Luca Illetterati Alias Domenica 14.1.2018, 6:00
Il tradimento è uno di quegli atti nei quali si rivela tutta la complessità del modo d’essere degli umani, la loro inaggirabile duplicità, la struttura sempre in fieri delle relazioni dentro cui si inscrive la vita umana, il suo non essere mai decisa una volta per tutte. Quel gesto che viene avvertito come il più vile e odioso da chi è tradito, può rovesciarsi, se letto con gli occhi del futuro o da una prospettiva laterale, in un gesto eroico, in un sacrificio, in un atto di coraggio che può produrre conseguenze del tutto inattese o addirittura nell’epifania di qualcosa di nuovo che avanza sullo sgretolamento del vecchio.
I traditores erano, nel II secolo dopo Cristo, quei cristiani che consegnavano i testi sacri alle autorità romane come segno di resa, di allontanamento dalla fede. Ma con quel tradimento i testi sacri uscivano dai circoli ristretti e segreti delle piccole comunità e si insinuavano dentro una cultura altra, innervandola di differenze intrinsecamente trasformative. L’ambiguità del tradimento, la sua duplicità, è già nella parola che lo dice: il verbo latino tradere rimanda infatti tanto alla consegna delle armi da parte del nemico sconfitto o alla consegna di qualcuno nelle mani della giustizia, quanto al dare in eredità un bene o al tramandare qualcosa come una tradizione.
Non è un caso, da questo punto di vista, che l’uomo entrato nella cultura e nell’immaginario occidentale come il simbolo stesso del tradimento, Giuda, sia uno dei personaggi che proprio per la sua straordinaria e umanissima ambiguità ha attirato da sempre l’attenzione della letteratura, di quella novecentesca in particolare.
Qualche titolo letterario
Il suo fascino trova forse una delle sue espressione più potenti nell’incipit del romanzo di Lanza del Vasto pubblicato da Laterza nel 1938 con il titolo appunto Giuda: «Perché colui che vedeva nel petto della gente i pensieri nuotare come pesci in un boccale, volle tenerselo accanto fino all’ultimo? Non aveva Gesù nemici a sufficienza? Perché Giuda era uno di noi».
Uno di noi in quanto uomo colpevole, che si dispera e si dà alla morte per avere cercato quella libertà che lo sciogliesse dalla dipendenza dal maestro. Borges, in Tre versioni di Giuda – racconto contenuto in Finzioni – fa del traditore addirittura il vero figlio di Dio: per salvare gli umani Dio si è abbassato fino all’infamia, fino a fare l’esperienza estrema della complessità del male e del tradimento di sé.
Nel romanzo che scrive poco prima di morire nel 1978, La gloria, Giuseppe Berto fa di Giuda un uomo che deve tradire per una necessità superiore, ovvero perché il disegno si compia: Gesù deve morire per salvare gli uomini e Giuda è in qualche modo la vittima sacrificale che deve portare a realizzazione ciò che ha da essere. Prospettiva, questa di Berto, in parte ripresa nel Giuda di Amos Oz, pubblicato nel 2014, romanzo che non ha tanto nell’Iscariota il suo protagonista, quanto nel nome stesso di Giuda, che nasconde l’ambiguità del tradimento. Certo, uno dei protagonisti del romanzo, impegnato nella scrittura di una dissertazione sulla visione ebraica della figura di Gesù, parla di Giuda come del primo e ultimo, ovvero dell’unico, cristiano; e cioè come di colui che credeva nella divinità di Gesù più di quanto non vi credesse Gesù stesso e che aveva perciò pensato la crocifissione come l’evento nel quale il Cristo avrebbe rivelato al mondo, con un gesto impossibile, la sua divinità. Il Giuda di Oz può essere pensato persino come un elogio del tradimento. Perché solo chi tradisce, ha detto una volta Oz in una conversazione con Wlodek Goldkorn, è capace di cambiare sé stesso e il mondo.
Sul tradimento è il titolo del saggio scritto dal filosofo israeliano Avishai Margalit che Einaudi ha appena tradotto all’interno della collana i Maverick (traduzione di Barbara Del Mercato e Dario Ferrari, pp. 267, euro 21,00). Attraverso una analisi acuta e dettagliata delle diverse forme assunte da questa speciale forma dell’agire, Margalit cerca di evidenziare le caratteristiche del legame che il tradimento spezza e manda in frantumi, ovvero di quelli che egli chiama i rapporti umani forti: ad esempio, il legame famigliare, il vincolo dell’amicizia, l’appartenenza a una comunità religiosa, a una comunità politica o anche a una classe sociale. I legami forti sono quelli che costituiscono il tessuto etico delle nostre vite, un tessuto che va distinto, secondo Margalit, dal piano morale, che non riguarda il rapporto di fedeltà in gioco nell’amicizia, le relazioni parentali che fanno da collante nella famiglia o la solidarietà tra persone che si trovano a condividere il medesimo destino.
Il piano morale, dice Margalit, ha a che fare con l’umanità in generale, con il rispetto per l’umano in quanto tale: non dunque con l’alterità della persona amata, dell’amico o del compagno di lavoro, ma con l’altro in generale in quanto essere umano, in quanto vivente. Una distinzione, questa, che non implica gerarchie, ma cerca di mettere in evidenza in modo concreto il tipo di legame, forte nel caso dell’etica e debole nel caso della morale, che ci lega all’altro. La morale ci dice come dobbiamo comportarci verso gli altri. L’etica regge invece i rapporti con le persone che hanno per noi un valore speciale, un fratello, un amico, un sodale.
Il senso dell’appartenenza
La tesi principale di Margalit, argomentata anche attraverso una serie imponente di riferimenti storici, letterari e religiosi, è che il tradimento scioglie il collante che tiene uniti i rapporti forti: dunque, ha necessariamente sempre fare con l’etica, non con la morale. Ciò che il tradimento erode irrimediabilmente è infatti l’appartenenza: se la famiglia, secondo Margalit, è il paradigma di rapporto forte del mondo ebraico e l’amicizia è il paradigma cristiano, la fratellanza e la solidarietà potrebbero essere pensati come il paradigma dei rapporti forti delle società moderne, nate con la rivoluzione francese. Ed è appunto qui che si fa strada, sebbene forse anche troppo fra le righe, l’intento critico del lavoro di Margalit: se infatti oggi il tradimento non fa più scandalo, se addirittura appare come qualcosa di arcaico e desueto, è anche perché il legame forte che va a recidere appare in realtà così debole che non solo non sgorga il sangue, ma fatica persino a farsi strada qualche lacrima.
Un mondo senza storia
Una società senza tradimento è in questo senso una società senza rapporti forti, senza appartenenze. E, al tempo stesso, è una società che fa della trasparenza assoluta il proprio ideale, non lasciando spazio al tradimento. Ma una tale società, avverte Margalit, sancirebbe lo sfaldamento del tessuto etico dentro il quale si svolgono e assumono senso le nostre vite; sarebbe la negazione stessa del senso di appartenenza, che esiste proprio in quanto ha in sé la possibilità del tradimento. Un mondo senza tradimento non può infatti che essere un mondo senza storia: se privato della possibilità che il passato venga tradito per un orizzonte di senso nuovo questo sarà necessariamente un mondo nel quale viene meno l’idea stessa di futuro.Schiavitù e carità nell'epoca dell'illuminismo: "Sugar Money", un romanzo storico
Risvolto
Saint-Pierre della Martinica, Antille Occidentali, 1756. Lucien e suo
fratello Emile sono schiavi creoli al servizio dei Frères de la Charité.
Coltivano la canna da zucchero, coi proventi della quale i frati
riescono a far fronte ai debiti accumulati per mantenere in vita
l’ospedale locale e prendersi cura dei malati.
Un giorno padre Cléophas, un uomo dallo sguardo sfuggente e pieno di malizia, li convoca per affidare loro un delicato incarico: recarsi a Grenada e, con la scusa di dover consegnare alcune piante medicinali, ritornare in Martinica con i quarantadue schiavi rimasti sotto il dominio inglese dopo l’occupazione. Il momento è ideale per riportarli nella terra cui appartengono di diritto: il trattato di pace con gli inglesi sembra reggere e tra Grenada e la Martinica vi è libero passaggio. Riavere i quarantadue di Grenada a Saint-Pierre è, per i Frères de la Charité, essenziale. La febbre ha decimato gli uomini negli ultimi tempi e la terra da disboscare e mettere a coltura è ancora tanta, per non parlare della distilleria da avviare.
Emile e Lucien conoscono Grenada, hanno entrambi servito i Frères dell’ospedale di Fort Royal e, soprattutto, Lucien parla un po’ di inglese. Padre Cléophas affida loro una procura ad agire per conto dell’ordine, un documento che, dice, garantisce il consenso degli inglesi all’espatrio degli schiavi.
Ma quando sono a bordo della Daisy, l’imbarcazione che li attende per condurli a Grenada, Emile rivela la verità a Lucien: Cléophas ha mentito, la procura non ha alcun valore e quello che ci si aspetta da loro è che «rubino» gli schiavi proprio sotto al naso degli inglesi. Una missione pericolosa, se non impossibile.
Con la prosa ricca ed evocativa che l’ha resa maestra di suspense ne I Gillespie e ne Le osservazioni, Jane Harris consegna al lettore un magnifico romanzo storico, ispirato a una vicenda vera, che tiene con il fiato sospeso fino alla fine. Una storia profonda e commovente sul legame tra fratelli e sul valore della libertà.
Un giorno padre Cléophas, un uomo dallo sguardo sfuggente e pieno di malizia, li convoca per affidare loro un delicato incarico: recarsi a Grenada e, con la scusa di dover consegnare alcune piante medicinali, ritornare in Martinica con i quarantadue schiavi rimasti sotto il dominio inglese dopo l’occupazione. Il momento è ideale per riportarli nella terra cui appartengono di diritto: il trattato di pace con gli inglesi sembra reggere e tra Grenada e la Martinica vi è libero passaggio. Riavere i quarantadue di Grenada a Saint-Pierre è, per i Frères de la Charité, essenziale. La febbre ha decimato gli uomini negli ultimi tempi e la terra da disboscare e mettere a coltura è ancora tanta, per non parlare della distilleria da avviare.
Emile e Lucien conoscono Grenada, hanno entrambi servito i Frères dell’ospedale di Fort Royal e, soprattutto, Lucien parla un po’ di inglese. Padre Cléophas affida loro una procura ad agire per conto dell’ordine, un documento che, dice, garantisce il consenso degli inglesi all’espatrio degli schiavi.
Ma quando sono a bordo della Daisy, l’imbarcazione che li attende per condurli a Grenada, Emile rivela la verità a Lucien: Cléophas ha mentito, la procura non ha alcun valore e quello che ci si aspetta da loro è che «rubino» gli schiavi proprio sotto al naso degli inglesi. Una missione pericolosa, se non impossibile.
Con la prosa ricca ed evocativa che l’ha resa maestra di suspense ne I Gillespie e ne Le osservazioni, Jane Harris consegna al lettore un magnifico romanzo storico, ispirato a una vicenda vera, che tiene con il fiato sospeso fino alla fine. Una storia profonda e commovente sul legame tra fratelli e sul valore della libertà.
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