domenica 26 novembre 2017
Sogni di Lovecraft
Risvolto
Oltre ad aver dettato il canone horror novecentesco, H. P. Lovecraft è
stato un prodigioso sognatore. Sin dalla tenera età, le sue notti erano
popolate da terribili creature senza nome, quei magri notturni
che sarebbero finiti in molte sue opere. Sennonché, al posto di
rivolgersi alla psicanalisi e a Freud (che definì «il ciarlatano di
Vienna»), scelse un’altra, personalissima cura: decise di riversare
tutto nella narrativa, passando senza soluzione di continuità dal mondo
onirico all’immaginazione fantastica. I suoi sogni – non meno
terrificanti dei suoi racconti – furono per lui una vera fonte
d’ispirazione e meraviglia continue. Questo libro raccoglie, per la
prima volta a livello mondiale, tutte le incursioni di HPL nel Regno dei
Sogni, da lui raccontate direttamente, insieme alle storie che ne sono
derivate. Un’immersione nell’immaginario onirico di un autore la cui
penna ha stregato il mondo moderno.
venerdì 24 novembre 2017
Ritorno all'Ottocento: il padrone comanda, il crumiro esegue. Unire ciò che è stato diviso. Necessità di un portale nazionale di informazione e cultura


Il padrone - per lo più prenditore di fondi pubblici ed evasore fiscale - comanda per voce dei propri liberalissimi lacchè della penna. Il padroncino e il crumiro obbediscono ed eseguono l'ordine.
Siamo tornati all'Ottocento (ai rapporti di forza e dunque alla tipologia di mercato del lavoro dell'Ottocento, quando non c'era ancora il contratto nazionale; e anche all'idea per cui il lavoratore desidera farsi sfruttare e ogni coalizione operaia è un attentato alla libertà economica).
Si conferma la necessità vitale di un portale nazionale di informazione e cultura. Tutti i soggetti organizzati, da Rifondazione al PdCI-PCI alla Rete dei comunisti dovrebbero chiudere i loro siti e farne uno solo, nel quale dovrebbero pian piano confluire tutti i blog, da Città Futura a Marx XXI passando per il mio.
giovedì 23 novembre 2017
MEGA2: l’edizione storico-critica dei manoscritti de “L’ideologia tedesca”
Manuskripte und Drucke zur Deutschen Ideologie
a cura di Ulrich Pagel, Gerald Hubmann e Christine Weckwerth.
Rev. by Pagel, Ulrich / Hubmann, Gerald / Weckwerth, Christine
DE GRUYTER AKADEMIE FORSCHUNG
die Marx-Engels-Gesamtausgabe ist die historisch-kritische Edition sämtlicher Veröffentlichungen, nachgelassenen Manuskripte und Entwürfe sowie der Korrespondenz von Karl Marx und Friedrich Engels. ZU den bereits bekannten Schriften, Artikeln und Briefen - erstmals auch der an sie gerichteten Briefe - kommen eine Reihe bisher unveröffentlichter bzw. neu entdeckter Arbeiten hinzu. Durch Autorenschaftsanalysen konnte die Urheberschaft von Marx oder Engels an zahlreichen Texten neu bestimmt werden. Die Textwiedergabe erfolgt auf Grundlage der Handschriften und autorisierten Drucke. Unvollendete Manuskripte werden in jenem Bearbeitungsstadium dargeboten, in dem die Autoren sie hinterlassen haben. Die MEGA dokumentiert die Werkentwicklung von der ersten Gedankenskizze bis zur Fassung letzter Hand mit Hilfe moderner Editionsmethoden. Die einzelnen Werke werden im Text-Band nach der Handschrift oder dem Erstdruck vollständig wiedergegeben. Die wissenschaftliche Kommentierung erfolgt in einem separaten Apparat-Band. Von 1998 an erschien die MEGA im Akademie Verlag, der ab 2013 zum DeGruyter-Verlag gehört. Auch die in den Jahren 1975 bis 1993 im Dietz-Verlag, Berlin, veröffentlichten Bände sind hier zu beziehen.
https://www.degruyter.com/view/product/474325
La guerra permanente come normalità: Fabio Mini
Risvolto
Il ciclo della guerra permanente fatto d’instabilità, paura,
distruzione, ricostruzione e profitto da trasformare in potere per
creare altra instabilità non si esaurirà mai. Se non riusciranno a
spezzarlo, le prossime generazioni dovranno abituarsi a vivere in uno
stato permanente di follia collettiva e di paura.
Quanto
concreta è oggi la prospettiva di un conflitto su scala globale? Secondo
l’autore la vera domanda non è se ci sarà una guerra (sì, ci sarà), ma
che guerra sarà. La tecnologia ha introdotto nuovi armamenti, i sistemi
di comando e i metodi operativi si sono affinati e specializzati, i
combattimenti a controllo remoto e le piattaforme robotizzate sono già
una realtà. Anche la disumanizzazione dei conflitti è un dato di fatto:
il soldato non fa più domande e il robot dà solo risposte programmate.
Meno prevedibile è invece l’atteggiamento mentale di chi ha ed avrà il
potere di usare questi strumenti. Ma anche qui le alternative sono
poche: o la strategia seguirà la tecnologia fino a farsene schiava o la
oltrepasserà, con esiti inimmaginabili. Nel bene o nel male.
"Competizione e conoscenza" di Hayek: la superstizione neoliberale e i suoi fanatici adepti
Friedrich von Hayek: Competizione e conoscenza, Rubbettino, 14 euro
Risvolto
Prefazione di Lorenzo Infantino. Questo volume riunisce i più importanti saggi che Friedrich A. von Hayek ha dedicato al legame che unisce la competizione e la conoscenza. La raccolta si apre con Economics and Knowledge, che è un punto di riferimento obbligato dell’itinerario hayekiano, l’«evento decisivo» (come lo stesso Hayek ha dichiarato) della sua carriera intellettuale. Il saggio è la più conseguente critica dell’impostazione economica tradizionale. Questa, basata sulla statica concezione dell’equilibrio economico generale, assegna agli attori una condizione di onniscienza o comunque attribuisce loro un’impossibile conoscenza dei dati rilevanti. Ma le cose non stanno così. I singoli attori sanno poco. C’è all’interno della società una divisione della conoscenza. Ed è questo il tema che Hayek approfondisce in The Use of Knowledge in Society, che è tuttora uno dei saggi più citati nelle riviste internazionali. Qui l’autore mostra in quale modo la cooperazione resa possibile dal mercato costituisca uno strumento di mobilitazione della conoscenza che nessun individuo possiede nella sua totalità, perché è dispersa all’interno del sistema sociale e non può essere centralizzata da alcuna autorità. Ne discende, come Hayek spiega in The Meaning of Competition e in Competition as a Discovery Procedure, che la concorrenza non è altro che un procedimento di esplorazione dell’ignoto e di correzione degli errori. Se gli attori sapessero ciò che spesso la teoria attribuisce loro, il processo concorrenziale sarebbe inutile e dannoso.
Prefazione di Lorenzo Infantino. Questo volume riunisce i più importanti saggi che Friedrich A. von Hayek ha dedicato al legame che unisce la competizione e la conoscenza. La raccolta si apre con Economics and Knowledge, che è un punto di riferimento obbligato dell’itinerario hayekiano, l’«evento decisivo» (come lo stesso Hayek ha dichiarato) della sua carriera intellettuale. Il saggio è la più conseguente critica dell’impostazione economica tradizionale. Questa, basata sulla statica concezione dell’equilibrio economico generale, assegna agli attori una condizione di onniscienza o comunque attribuisce loro un’impossibile conoscenza dei dati rilevanti. Ma le cose non stanno così. I singoli attori sanno poco. C’è all’interno della società una divisione della conoscenza. Ed è questo il tema che Hayek approfondisce in The Use of Knowledge in Society, che è tuttora uno dei saggi più citati nelle riviste internazionali. Qui l’autore mostra in quale modo la cooperazione resa possibile dal mercato costituisca uno strumento di mobilitazione della conoscenza che nessun individuo possiede nella sua totalità, perché è dispersa all’interno del sistema sociale e non può essere centralizzata da alcuna autorità. Ne discende, come Hayek spiega in The Meaning of Competition e in Competition as a Discovery Procedure, che la concorrenza non è altro che un procedimento di esplorazione dell’ignoto e di correzione degli errori. Se gli attori sapessero ciò che spesso la teoria attribuisce loro, il processo concorrenziale sarebbe inutile e dannoso.
Altri due saggi completano la raccolta. Hayek ha esteso al territorio
socio-politico l’applicazione di quanto acquisito in campo economico. E
ha acutamente messo a nudo il nesso che lega la presunzione di
conoscere alla creazione di un potere totale e perciò distruttore di
ogni libertà individuale di scelta.
Daniel Lord Smail e la "Storia profonda": l'assalto delle neuroscienze alla storiografia
Daniel Lord Smail: Storia profonda. Il cervello umano e l'origine della storia, Bollati Boringhieri, pagine 214, euro 24
Risvolto
La logica dell'«inizio della storia» basata sull'invenzione della
scrittura e sulla nascita delle civiltà risente ancora oggi della
temporalizzazione del mondo proveniente dal quadro concettuale religioso
di matrice ebraico-cristiana. Nei manuali di scuola la storia inizia
tipicamente quando l'uomo diventa «cultura», se non apertamente quando
riconosce un dio. L'immenso lasso di tempo che precede quel momento
viene semplicemente ignorato, o al più ridotto a un breve paragrafo
iniziale. Generazioni di studenti si sono formati con questo schema
narrativo e lo hanno naturalmente introiettato. In questo modo però si
tralascia un'enorme quantità di dati che sono fondamentali per capire
come l'uomo abbia operato nel mondo e perché lo abbia fatto così e non
altrimenti. Decenni di studi sul cervello e lavori pionieristici come
quello di Jared Diamond ci permettono ora, finalmente, di studiare la
storia umana in una prospettiva diversa, più «profonda», tenendo conto
di tutti quei fattori che hanno modellato il nostro comportamento, e
permettendoci in tal modo di comprendere in un contesto molto più ampio
le ragioni di molti percorsi storici. Leggendo queste pagine si
troveranno molti esempi affascinanti di questo modo di procedere, come
ad esempio quelli relativi alla «neurostoria», una disciplina che
analizza sotto una luce completamente differente, incentrata sulle
caratteristiche del cervello umano, certe vicende del nostro passato e
del nostro presente. L'integrazione tra storia e biologia diventa,
allora, un nuovo paradigma investigativo. La continua coevoluzione di
natura e cultura nell'ultimo milione di anni è ciò che ci ha resi quel
che siamo. D'altra parte la biologia è una scienza storica da tempo,
sostiene Smail: è ora che anche la storia si apra all'apporto
concettuale dell'evoluzionismo e delle scienze biologiche.
Le classi dominanti sul terreno economico sono le classi dominanti sul terreno politico: una inaudita scoperta di Giorgio Galli
Giorgio Galli e Mario Caligiuri: Come si comanda il mondo. Teorie, volti, intrecci, Rubbettino, pagg. 234, euro 16
Risvolto
Di fronte al disordine mondiale scaturito dalla caduta del muro di
Berlino e dagli attentati dell’11 settembre 2001, ci si chiede con
sempre maggiore insistenza chi comandi il mondo. Nonostante i contributi
sempre più numerosi, manca finora una visione d’insieme che unisca gli
indispensabili presupposti teorici con gli inevitabili effetti pratici,
in modo da individuare relazioni e intrecci, che il più delle volte sono
davanti agli occhi di tutti. Con un approccio scientifico, gli autori
si interrogano su questo tema, riunendo fili dispersi per creare un
originale quadro di insieme. Emerge che le persone che influenzano le
sorti del pianeta non sono le classi politiche che appaiono sugli
schermi televisivi e contro cui si indirizza la protesta, ma i manager
delle multinazionali che operano nel mercato globale. Il potere non è
impersonale oppure determinato dalle selezioni di un algoritmo ma il
nostro destino è deciso da nomi e volti ben individuabili. Il loro
controllo è il problema decisivo della democrazia nel XXI secolo.
Detournare il mito del soviet in chiave anarchicheggiante e movimentista: l'assalto al comunismo storico
Risvolto
Il 1917, la Rivoluzione sovietica: una pratica di democrazia
radicale, diretta e consigliare, che si dà forma espressiva nei soviet.
Dagli scioperi di Parigi ai sindacati operai americani, dalla
rivoluzione messicana agli anarchici spagnoli, l’esperienza della
democrazia espressa agli albori della rivoluzione è ciò che ne ha
sancito anche il successo mondiale. Ed è proprio ciò che Lenin
requisisce col partito bolscevico, trasformando queste istituzioni
politiche in organi inerti. A prevalere saranno così lo Stato, il
partito, l’organizzazione militare, la burocrazia e la disciplina, che
nei socialismi realizzati annienteranno le forme di autogoverno degli
albori della rivoluzione.
Ripartire dall’esperienza dei soviet significa immaginare le forme
presenti e a venire di una rivoluzione che ha anzitutto cercato
un’emancipazione nella pratica della democrazia diretta, tornando a
leggere quell’ombra dell’ottobre ’17 per contrastare, oggi, le nostalgie
reazionarie per Stato e nazione, populismi e forme autoritarie della
politica.
In questo senso, il fallimento dei comunismi va inteso come il
collasso di un potere centralista, statalista, verticista che non smette
di riproporsi nel pieno dei sistemi politici neoliberali. Oggi, «potere
ai soviet» significa dunque immaginare le forme di autogoverno che
animano le richieste di democrazia e partecipazione dei movimenti e
delle pratiche del comune emerse negli ultimi decenni.
"Troppo buoni!": il parere dell'Innocuo Maestro sulla devozione verso l'Innocuo Maestro
Scommesse poco negoziabiliTempi presenti. Un saggio a più voci - Carlo Vercellone, Francesco Brancaccio, Alfonso Giuliani e Pierluigi Vattimo - per discutere de «Il comune come modo di produzione», pubblicato da ombre corte
Toni Negri Manifesto 21.11.2017, 0:04
Non ci si può certo lamentare che del «comune» non si parli abbastanza. Non nei Parlamenti, certo. Ma nelle università e nei centri di ricerca in economia e in filosofia, sembra divenuto topos centrale. Si può malignare che appena si impone un tema rivoluzionario qual è il «comune», si scatenano tentativi istituzionali per neutralizzarlo.
Il libro di Carlo Vercellone, Francesco Brancaccio, Alfonso Giuliani e Pierluigi Vattimo – Il comune come modo di produzione (ombre corte, pp. 230, euro 20) – rappresenta una solida barriera eretta contro ogni recupero e un riuscito esperimento per darci un’immagine concreta del comune. Meglio, ci offre una discussione critica del suo concetto, dell’astrazione che lo estrae dal reale, per aprirla a un dispositivo di soggettivazione politica. Oltre a fornire un originale approccio scientifico al «comune», questo libro possiede anche una forte tonalità pedagogica e politica.
PER ORDINARE LA LETTURA del libro, scritto da quattro autori (che perciò contiene qualche utile ripetizione), dividiamolo in quattro parti: una prima decostruttiva delle teorie del comune afferenti all’ideologia economica individualista e/o socialista; una seconda parte costruttiva del concetto di «comune come modo di produzione»; una terza che affronta il tema del «diritto del comune»; e una quarta che sviluppa la problematica del comune nell’economia digitale e della conoscenza.
È noto come nell’ambito delle teorie economiche a fondamento individualista la stessa possibilità del «comune» sia stata trasformata in «tragedia», in catastrofe sociale dal paradosso di Harding, e prudentemente recuperata dalla Ostrom e dalla sua scuola, affidandola alla «buona volontà». Quanto ai prudhoniani Dardot/Laval, il comune è analizzato come idea, ragionevole ed eticamente doverosa, da costruire componendo immaginazione sociologica e militanza politica. A confronto con queste figure ideologiche, Vercellone e i suoi compagni rinnovano l’analisi realistica della «macchina» che produce il comune. Le trasformazioni del lavoro, la sua cognitivizzazione e la sua qualificazione biopolitica, da un lato, e, dall’altro, le nuove strutture tecnologiche della produzione costituiscono base fondamentale del configurarsi del comune come «modo di produzione» – alla stessa maniera nella quale lo erano la «manifattura» o la «grande industria» nella classificazione marxiana.
Ma la determinazione sociologica e tecnologica non è sufficiente. È alla lotta di classe che si svolge nel sociale per l’appropriazione di quote di reddito e di welfare, che è riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione del comune. «Quando i saperi vivi, incorporati e mobilitati dal lavoro svolgono nell’organizzazione sociale della produzione un ruolo preponderante rispetto ai saperi morti, incorporati nel capitale costante e nell’organizzazione manageriale dell’impresa»; «quando l’espansione dei servizi collettivi, permette la formazione di quelle che possiamo chiamare intelligenza collettiva o intellettualità di massa»; insomma, «quando dallo sviluppo di un’economia fondata sulla conoscenza comincia a liberarsi ’tempo’ come forza produttiva immediata» allora si sperimenta la maturazione del nuovo modo di produrre: cognitivo, cooperativo, affettivo, dunque ’comune’».
È CARATTERISTICO del pensiero di Vercellone insistere sulla funzione costitutiva di quelle che chiama «produzioni dell’uomo per l’uomo»: dall’occupazione che l’operaio sociale ha compiuto del terreno produttivo e riproduttivo e dalla nuova forma del «salario», estesa al welfare, si esprime così la nuova faccia dell’operaismo, che ridefinisce la formula: «sono le lotte che producono lo sviluppo». Ma che determinano anche la crisi: si spiegano infatti così «le tensioni economiche e sociali provocate dal proseguimento di una politica di trasformazione delle produzioni dell’uomo per l’uomo in beni privati. Essa rischia di destrutturare le condizioni più essenziali alla base della riproduzione di un’economia fondata sulla conoscenza».
IL CAPITOLO sul «diritto del comune», scritto da Francesco Brancaccio, muove dal primato accordato alla prassi sociale e cooperativa, nella teoria operaista del comune, per costruire il riconoscimento giuridico dei «beni comuni» nell’ordinamento attuale e per aprire alla possibilità di concepirli come potenze che compongono il modo di produzione in via di emersione. Due dispositivi della trattazione.
In primo luogo, un’insistenza continua, alla maniera di Pashukanis, per evitare la riduzione del concetto di comune alla fissità di una «proprietà comune», di un terzo modello di proprietà – cercando piuttosto di definire un «regime di inappropriabilità», istituito per proteggere l’accumulazione di stock di sapere, di risorse, di prodotti dalla loro espropriazione capitalistica.
In secondo luogo, il discorso si muove tra l’affermazione del concetto (il comune non è proprietà) e la determinazione teorico-politica di oltrepassare gli ostacoli che il diritto attuale pone a ogni superamento della proprietà privata (o pubblica). Mi sembra che la definitiva conclusione («la proprietà comune non si definisce come un concorso di diritti di proprietà ma come il prodotto di un insieme molteplice di diritti e di pratiche d’uso») costituisca un forte stimolo ad avanzare – componendo un quadro che, dopo aver dissolto il «terribile diritto» in un bundle of rights, lo percorre come dispositivo di soggettivazione comune.
«L’uso determina un vincolo di destinazione del bene o della risorsa nel senso dell’inappropriabile. Questo vincolo (come ricorda Paolo Napoli) non è negativo ma positivo, perché si rivela come un moltiplicatore di possibilità. Non appropriarsi di una ’cosa’, farne un uso sociale e condiviso, apre all’invenzione positiva di nuove relazioni sociali, di nuove forme di vita. L’abbandono della sfera del proprium non è un limite alla libertà ma un suo potenziamento».
QUANTO PIÙ L’ANALISI avvicina conclusioni politiche, tanto più diventa prudente. È un buon segno – significa che la discussione sul comune esce dalle biblioteche e diventa terreno di programma costituente. Questo ondeggiamento fra il teorico e il pratico, lo si verifica in più larga misura quando Vercellone e Giuliani affrontano l’ultima serie di problemi: il comune e l’economia digitale. Qui la lotta di classe per l’appropriazione della tecnologia e dei suoi usi viene in prima linea. Vercellone/Giuliani fissano tre tappe logico-storiche nello sviluppo della rivoluzione informatica e dei nuovi commons della conoscenza: una fase nella quale le principali innovazioni sorgono sospinte dal basso; una seconda di stabilizzazione della dinamica di innovazione open-science e open-knowledge, in sempre più chiaro conflitto con il modello proprietario – soccombendo tuttavia alle politiche dei grandi oligopoli, pur consolidando forme giuridiche originali come il copyleft. Si è aperta ora una terza fase, nella quale «i protagonisti del modello proprietario divengono sempre più consapevoli dei limiti che la logica di chiusura comporta per la loro stessa capacità di innovazione… Per supplire a questa impasse il capitalismo digitale e bio-tecnologico mette in opera strategie che cercano di recuperare al suo interno, per imitazione e cooptazione, il modello dei commons».
UNO SPUNTO di ottimismo c’è qui nel riconoscimento che l’innovazione nasce fuori (come già ha visto Christian Marazzi) dal circuito di impresa e se l’impresa riconcorre l’innovazione, riesce a riconquistarla pagando un prezzo altissimo all’apertura, all’invenzione e alla libertà dei nuovi commons. Non è un’illusione quella di poter rompere la gabbia. Al cenno ottimistico segue tuttavia la consapevolezza che il trittico commodification, propertization e corporatization che costituisce l’anima dell’iniziativa capitalista, resta comunque dominante. Come resistervi?
Ci sono obiettivi, impiantati sull’affermazione che la proprietà intellettuale deve essere abolita, che possono comunque fin da ora essere proposti. Ad esempio, l’interdizione della brevettabilità di tutti i beni informazionali e del vivente, una forte tassazione sui brevetti, ecc. Vi pare poco? Cominciamo, sostengono i nostri compagni: «i differenti appunti di questa agenda potrebbero costituire una potente contro-tendenza rispetto al trittico padronale, contribuendo a liberare l’economia della conoscenza dal peso della rendita e dai principali lacci della regolazione neoliberista del capitalismo cognitivo».
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