lunedì 4 dicembre 2017

Meravigliose salinarate: storia dell'alambicco

I segreti dell’alambicco 

Ultraoltre. Storia dello strumento del gabinetto chimico alchemico più conosciuto e affascinante

Raffaele K. Salinari Alias Manifesto 2.12.2017, 1:53 
L’espressione «lambiccarsi il cervello» rimanda immediatamente a pensieri complicati ed astrusi, forse insensati, ma che alla fine, generalmente, portano ad elaborare quella forma di pensiero che lo psicologo maltese Edward de Bono, nei lontani anni Settanta del secolo scorso, definiva «laterale». De Bono pensava che il campo cognitivo fosse come una sorta di gelatina e che una certa maniera, che lui definiva «verticale», di affrontare un problema, fosse come una goccia di brodo caldo che ci cadeva sopra tracciando un solco. Ogni volta che un problema si ripresentava la soluzione non poteva che generare un’altra goccia di brodo caldo che sarebbe caduta immancabilmente nel solco precedente, approfondendolo ancor più, e così generando percorsi stereotipati. Il «pensiero laterale», titolo di un suo libro famoso tra la Beat generation per la sua componente psichedelica, suggeriva invece che si dovessero fare, appunto, dei passi laterali per risolvere certi problemi apparentemente insolubili, non utilizzando le solite strade oramai tracciate dall’esperienza passata – i solchi nella gelatina del pensiero – ma «lambiccandosi il cervello» per trarne nuove essenze immaginali. 
Un esempio famoso è quello dell’elettricista e dei tre interruttori. In una stanza chiusa è contenuta una lampadina ad incandescenza, nella seconda stanza ci sono tre interruttori. Solo uno di questi accende la lampadina e l’elettricista può controllare solo una volta. Stando queste condizioni come si può determinare l’interruttore giusto? Le condizioni iniziali sono due: la lampadina è spenta e gli interruttori in posizione off. L’approccio diretto al problema si rivela impossibile da un punto di vista puramente «verticale»: una lampadina può essere solamente accesa o spenta, ma gli interruttori sono tre, dunque che si fa? L’unico modo per risolverlo è percorrere una condizione parallela, «laterale» (il fatto che una lampadina accesa si scaldi) che permette di aggiungere un terzo stato. E allora si mettono due interruttori (chiamiamoli 1 e 2) su ON, si attende qualche minuto e se ne spegne uno (diciamo il numero 1). Si va quindi a controllare la lampadina: se la lampadina è accesa l’interruttore giusto è il numero 2, se è spenta ma calda è l’1, e se è spenta e fredda è il numero 3. 

Oggi le neuroscienze, ed anche la neuro-paleontologia, ci dicono che forse l’Homo Sapiens ha vinto la gara per la specie dominante su altre popolazioni di ominidi, tra cui il Neanderthal, perché era in grado di formalizzare in qualche modo il pensiero astratto di ordine superiore, simbolico, e dunque di pensare in modo «laterale», creativo, rispetto alle altre specie. 

Il pensiero creativo è allora quello che viene prodotto dal «lambiccamento» del cervello, che distilla, per così dire, un percorso nuovo, a volte in grado di fornirci soluzioni originali ed utili. E dunque questo «lambiccarsi» ed i suoi eventuali prodotti, i suoi distillati immaginali, fantastici, simbolici, ben si confanno all’etimologia del verbo che, ovviamente, deriva del noto strumento alchemico-chimico: l’alambicco. 
L’Alambicco 

L’alambicco è certamente lo strumento del gabinetto chimico-alchemico più conosciuto ed affascinante. La sua stessa forma, come vedremo, riassume il principio sul quale si basa la Grande Opera, quel «solve et coagula» che ne rappresenta il procedimento cardine. Ma cominciamo con l’etimologia di «alambicco», che deriva probabilmente dal vocabolo ambix, una delle parole che i Greci utilizzavano per designare i vasi a matraccio o pallone. Gli Arabi l’hanno fatta precedere dal loro articolo al, ed ecco nata la parola che tutti conosciamo. Infatti, in origine ed ancora oggi, l’alambicco è sostanzialmente un vaso che viene chiuso da un coperchio con la caratteristica di non far entrare nulla, ma di poter far uscire solo ciò che si produce all’interno; in una parola: ermetico. La parte che chiude il vaso, che lo sigilla, termina a sua volta con una protuberanza e poi con un oggetto per la condensazione. Ora, se analizziamo bene queste parti e le loro rispettive funzioni, ritroviamo nella semplicità allusiva dei loro nomi molta della simbologia alchemico-spagirica di base. 

La prima osservazione, come dicevamo, è che l’alambicco si presenta come uno strumento ermetico. L’aggettivo designa appunto questa capacità di non far entrare nulla all’interno e, più estensivamente, di preservare un contenuto. La parola deriva notoriamente dal dio Ermes-Mercurio, la divinità del transito, della trasformazione, degli scambi, ma anche del segreto iniziatico, dei Misteri. Il caduceo di Ermes raffigura i due serpenti, simbolo degli opposti polari che risalgono l’Asse del mondo, bevendo, o riversando, poi nella coppa i loro principi opposti affinché possano ricongiungersi. 

Ermes greco è il Thot egizio, la divinità che presiede esplicitamente alle trasmutazioni alchemiche. Nel Medio Evo, verso l’anno mille, riemerse, per così dire, in Europa il famoso Corpus Ermeticum, attribuito al mitico Ermete Trismegisto, cioè il «tre volte grande», autore della famosa Tavola smeraldina: «Cioè che è in alto è come ciò che è in basso per il potere di una cosa sola», summa alchemica in grado di tramandare la saggezza trasmutatoria nel tempo a chi fosse stato capace di comprenderla e di farne saggiamente buon uso. L’Ars Magna è dunque legata al dio Ermes dai tempi dell’antico Egitto, la «terra nera» irrorata dal limo del Nilo, al kema in arabo, da cui deriverebbe il termine «alchimia». 

Non è questo il luogo per entrare nelle procedure alchemiche; qui ci basti riprendere l’assunto che l’alambicco è ermetico proprio perché risponde, sia a livello funzionale, sia a livello simbolico – aspetti che nella Grande Opera sono uno specchio dell’altro – all’operazione principale, cioè quella della dissoluzione prima e della ricomposizione dopo, della materia operata. E per fare questo servono appunto le sue tre parti, immutate nei secoli: il vaso per il riscaldamento, il suo coperchio per l’evaporazione e l’apparato di condensazione. Ecco allora che si chiarisce la corrispondenza tra simbologia e operatività alchemico-spagirica. 

Per quanto concerne il vaso, la «cucurbita», o «caldaia», essa deve non solo contenere la materia da operare, ma anche proteggerla mentre il calore la dissolve (solve). La parte contenitiva viene detta «cucurbita» dato che ricorda una zucca: è l’analogo della zucca che i pellegrini sulla via di Santiago di Compostela, spesso alchimisti essi stessi, utilizzavano per l’acqua, la Prima Materia senza la quale il viaggio non era possibile. 

Si passa poi all’«elmo» o «capitello» o «duomo»: «Se la porta stretta vuoi passare sempre l’elmo devi portare». Così recita una filastrocca ermetica, in cui la «porta stretta» è l’ingresso per la via operativa, mentre l’«elmo» è appunto la parte che chiude ermeticamente il vaso dell’alambicco, consentendo al tempo stesso l’apertura della porta simbolica. Una discorso a parte meriterebbero le varie tecniche che, nei secoli, hanno consentito di unire questi due pezzi ermeticamente. Solo per citare l’antica Roma, era noto il Lutum, una specie di mastice per sigillare fatto a base di farina e bianco d’uovo spalmati su pezzi di carta o stoffa che venivano poi applicati alla giuntura tra «cucurbita» ed «elmo». 

Si arriva così al «becco di pellicano», come viene chiamato il raccordo tra «elmo» e apparato condensante. Dice la leggenda che il pellicano è in grado, col potente becco, di squarciarsi il petto e farne uscire il sangue per donarlo ai suoi figli, in caso ne avessero bisogno per nutrirsi. Ecco allora spiegata l’analogia tra il pellicano ed il Cristo, il «nostro pellicano», che nella simbologia dell’alchimia di ascendenza cristiana, ma non solo, rappresenta il sacrificio della Prima Materia verso la sua stessa purificazione: l’opera al nero. Per finire la «serpentina», il cui scopo è quello di raffreddare il liquido ottenuto e di farlo così precipitare (coagula). Anche qui il simbolismo relativo al serpente, animale altamente ambivalente, buono e cattivo, saggio e folle, terrestre e celestiale, e via enumerando, che abbiamo già trovato tra gli attributi di Ermes, ben si confà a questa parte fondamentale dell’alambicco. È allora evidente che il serpente rappresenta un principio di trasmutazione, con la sua muta di pelle, e dunque l’essenza stessa dell’Opera che, prima ancora di consistere in una serie di operazioni materiali su un elemento, delinea idealmente una scala con i gradini per la trasformazione spirituale dell’operatore, il suo stesso «mutare la pelle». Come ci ricorda Fulcanelli nel suo Il Mistero delle Cattedrali, questa scala è effigiata insieme alla figura della Filosofia, alla base del pilastro centrale, quello detto del Giudizio Universale, di Nostra Signora di Parigi. 
Alambicco e distillazione 

L’Alambicco è legato, abbiamo detto, al fondamentale processo della distillazione, dal latino stilla, cioè goccia. In Occidente già Aristotele sosteneva che era possibile potabilizzare l’acqua facendola bollire e poi raccogliendone i vapori in via di raffreddamento. Questo ci porta all’evidenza che il processo fu innescato probabilmente… dalla scoperta del fuoco! e che dunque civilizzazioni antiche (Sumeri, Ittiti, Assiri, Inca, Maya etc.), o addirittura preistoriche, possano aver sperimentato qualcosa di simile. Certamente una primitiva distillazione di cereali, specialmente il riso, era presente in Cina e in India, mentre nell’antico Egitto compaiono geroglifici su papiri e dipinti musivi che rappresentano alambicchi rudimentali; ad Alessandria esistevano già vasi per la distillazione delle erbe e delle piante. La ricetta dell’olio di rose che poi divenne nel Medio Evo il famoso olio di Costantino Porfirogeneta, viene da qui, come un famoso procedimento, ancora oggi usato, il cosiddetto «bagno-maria», probabilmente una scoperta di Ippazia. 

Ciò significa semplicemente che, come tutti gli apparati per le operazioni fondamentali, l’alambicco non è stato inventato in nessun luogo ed in nessun tempo particolare, ma ne troviamo esempi basati sullo stesso principio di evaporazione-condensazione in tutte le parti del mondo ed in diversi periodi, anche arcaici. Queste evidenze smentiscono ulteriormente, se ce ne fosse ancora bisogno, la visione eurocentrica che vuole certi procedimenti appannaggio specifico della cultura europea, al massimo con il contributo residuale di quella araba. 

Per quanto concerne l’Europa, dunque, sembra che la storia dell’alambicco cominci in un’area corrispondente nell’odierna Slovacchia sud-occidentale. Qui, nel sito archeologico di Abrahám, sono stati rinvenuti i resti del più antico alambicco. Si tratta di uno strumento costruito nientemeno che nel 4000 a. C. composto da tre pezzi distinti assemblati poi in un unico corpo. Il liquido veniva riscaldato nel recipiente basso, vaporizzava e condensava sulle pareti di un coperchio convesso che convogliava a sua volta il distillato in un collettore anulare; una tecnologia definita «estrazione ad anello di recupero». Alambicchi simili ci sono pervenuti dall’alta valle del fiume Tigri, a Tepe Gawra, vicino a Mosul, dove sono stati rinvenuti frammenti di apparecchi in ceramica risalenti al 3500 a. C.. 

Recentemente l’archeologo John Bartholomew (2015) ha ricostruito un apparecchio sul disegno di quello slovacco ottenendo un buon distillato alcolico. Lo stesso studioso ha ipotizzato come una curiosa ceramica ritrovata nell’antica capitale degli Hittiti – Hattusa – e datata agli inizi del II millennio a.C. in forma di teiera ma con una particolare struttura interna a doppia parete, potrebbe avere svolto la stessa funzione di alambicco, basato sullo stesso principio di evaporazione e condensazione. Infine, ceramiche simili sono venute alla luce anche in Sardegna, negli scavi della cultura nuragica del II millennio a.C.. Anche qui sono presenti manufatti come quelli trovati in Mesopotamia, cioè ad anello di recupero. I siti sono il Nuraghe Nastasi (Tertenia, Nuoro, XIV-XIII secolo a.C.), e la cosiddetta «capanna delle riunioni» del villaggio nuragico La Prisgiona presso Arzachena. 
Una innovazione tecnologica rispetto a questi modelli arcaici la si deve alla civiltà di Pyrgos, nell’isola di Cipro. Scavi recenti hanno riportato alla luce strumenti in cui un «elmo» vero e proprio era appoggiata sopra la «cucurbita» di ceramica, mentre il «becco di pellicano» traportava i vapori in una camera di condensazione immersa in acqua, come nei moderni alambicchi è raffreddata la «serpentina». Dato che vicino sono stati rinvenuti semi d’uva e una giara per vino, l’ipotesi è che il sito fosse attrezzato per compiere una distillazione alcolica a partire da liquidi fermentati. 
Passando in Oriente, una tecnica simile a quella cipriota caratterizza i ritrovamenti di Shaikhān Dheri, nella valle di Peshawar, in Pakistan. Reperti del I secolo a. C. mostrano un oggetto del tutto simile agli odierni alambicchi, con camere di condensazione unite ad un distillatore a due corpi. Un importante particolare consiste nel ritrovamento, nel medesimo sito, di numerosi bacini in terracotta dentro ai quali, riempiti d’acqua fredda, veniva poi immerso il recipiente condensatore. Questa sarebbe la più antica evidenza della pratica di raffreddamento del condensatore a posteriori per aumentare il rendimento del prodotto finito, il distillato, in contrasto con l’affermazione della studiosa cinese Lu-Gwei-Djen, secondo la quale: «Nessun distillatore ebbe un sistema di raffreddamento prima del 1000 d.C.». 
Arrivando alle Americhe, troviamo un apparato per distillazione in uso presso gli antichi Peruviani in epoca precolombiana. Un contenitore di ceramica veniva posto a ebollizione, sulla sommità veniva messo un coperchio concavo sulla cui superficie inferiore si formava la condensa, mentre un collettore in forma di cucchiaio dotato di un lungo manico concavo sotto alla sua parte inferiore trasportava il distillato verso un contenitore esterno. Un apparato identico fu commercializzato in Inghilterra nel XIX secolo spacciandolo come una nuova invenzione inglese! 
Anche la cultura Capacha del Messico occidentale, nell’odierno stato di Colima, e datata al Formativo Arcaico (1500-1000 a.C.), potrebbe aver sviluppato una particolare tecnica di distillazione: qui veniva impiegato come contenitore principale una sorta di vassoio di ceramica a doppia convessità, cioè con una costrizione centrale che ricorda la forma di una zucca di Lagenaria siceraria. Per la condensazione e la raccolta del vapore venivano impiegati altri due tipi di contenitore, sempre in ceramica, che sono stati ritrovati negli stessi siti archeologici, e che si adattano alla forma del corpo principale. Il vaso che fungeva da condensatore veniva appoggiato ermeticamente al collo del primo contenitore; al condensatore sarebbe stato poi applicato, mediante un legaccio, un ulteriore piccolo contenitore di raccolta che pendeva internamente al contenitore principale. Sperimentazioni eseguite con modelli ricostruiti ne hanno dimostrato l’efficienza ai fini della distillazione di bevande alcoliche. 
Nel corso dei secoli, l’alambicco si è poi ulteriormente evoluto sino a diventare l’apparecchio odierno che conosciamo, a volte altamente sofisticato, come quelli usati nell’industria della fermentazione dei liquori di lusso, ma il suo «corpo spirituale» è sempre il medesimo, perché le regole dello Spirito, sia esso quello che tutto permea, sia quello che sotto forma di «acqua della vita» si beve, sono sempre le stesse.

Wim Wenders e la Polaroid


Tomaso torna a occuparsi di Bernini e lascia stare la politica ché non è cosa sua


Le lettere di Edgar Allan Poe

Io Poe, bugiardo littérateur 
Classici americani. Della sua poetica, Edgar Allan Poe scrisse: è «il ridicolo elevato a grottesco»; «il pauroso tinto d’orrore»; «l’insolito elaborato sino allo strano e al mistico»: dal Saggiatore, tutte le «Lettere» 
Paolo Simonetti Alias Domenica 17.12.2017, 6:00 
«Edgar Allan Poe è morto. Si è spento l’altro ieri a Baltimora. La notizia farà sobbalzare molti, ma pochi ne saranno afflitti». Così si apre il necrologio, tutt’altro che lusinghiero, pubblicato da Rufus W. Griswold sul «New York Tribune» del 9 ottobre 1849 – necrologio che avrebbe condizionato la percezione della figura di Poe per molti anni a venire. 
Una sorte beffarda 
Griswold, un ex pastore battista divenuto critico letterario, nel 1841 aveva sostituito Poe come redattore al «Graham Magazine», ma l’inimicizia tra i due deriva forse dalla stroncatura che lo scrittore aveva riservato a un’antologia di poeti curata da Griswold. Questi, per vendicarsi, dopo la morte dell’odiato rivale riuscì ad assicurarsi i diritti delle sue opere, dandone alle stampe un’edizione in quattro volumi che comprendeva una biografia di suo pugno. Manipolando con abilità dettagli della biografia di Poe e con l’ausilio di lettere contraffatte, delineò il ritratto di uno scrittore dalla vita dissipata, espulso con disonore dall’università, ingrato verso gli amici e dedito a ricattare donne degli ambienti letterari; arrivò persino a negare l’esistenza della raccolta Tamerlano e altre poesie, stampata in pochissime copie quando Poe aveva appena diciotto anni. 
Sorte beffarda quella di Poe: appassionato di crittogrammi e considerato tra gli inventori della «hoax» – la frottola grossolana spacciata per notizia di cronaca negli articoli o sui racconti in rivista – finì per diventare lui stesso vittima postuma di una delle più grandi mistificazioni della storia letteraria americana. 

Nel corso del Novecento studiosi e biografi hanno in larga parte riabilitato l’immagine di Poe, distinguendo i fatti documentati della sua vita da quelli che hanno alimentato il «mito» del poète maudit. A una più equilibrata ricezione critica contribuì soprattutto l’edizione americana dell’epistolario, curata da John W. Ostrom e pubblicata nel 1948 dalla Harvard University Press, ristampata e aggiornata prima nel 1966 e poi nel 2008. In Italia Einaudi aveva pubblicato nel 1992 una Vita attraverso le lettere di Poe, ma è solo con questo nuovo volume – Edgar Allan Poe, Lettere (Il Saggiatore, traduzioni di Barbara Lanati, Nicoletta Lucchetti e Laura V. Traversi, pp. 754, euro 48,00) ampiamente riveduto e ampliato, che il pubblico italiano può finalmente apprezzare l’epistolario dello scrittore nella sua interezza. 

Basandosi sui testi dell’edizione americana del 2008, il libro raccoglie pressoché tutte le lettere di Poe che ci sono pervenute (circa due terzi delle quali inedite in Italia), colmando un vuoto grave e per certi versi inspiegabile nel panorama letterario. L’introduzione di Barbara Lanati offre spunti interpretativi stimolanti, che esplorano la poetica di uno scrittore «imprigionato nel suo stesso autoironico gioco di specchi e di maschere». Se da un lato le lettere di Poe offrono un accesso immediato alla personalità eclettica e tormentata di uno scrittore americano tra i più grandi dell’Ottocento, è pur vero che la manipolazione biografica comincia già dalla sua penna: con ogni corrispondente Poe indossa una maschera diversa – descrive la realtà e reinventa la propria storia così come delinea i personaggi dei propri racconti, alterando (per convenienza o per effetto) particolari, dettagli, date – persino la più ovvia, quella di nascita: «Io ho 26 anni», scrive a trent’anni a un lontano parente a cui aveva già chiesto soldi, per poi raccontargli una biografia largamente rimaneggiata. Del resto si era già vantato della sua «inveterata abitudine di dire solo la verità». 

Ma la verità per Poe è un concetto ambivalente, cangiante, malleabile: una delle tante contraddizioni di un artista che nutriva «l’ambizione di mettermi al servizio della grande causa della verità, mentre mi adopero per promuovere la letteratura del paese». Per tutta la vita rincorrerà il progetto donchisciottesco, tanto visionario quanto irrealizzabile, di fondare una «Rivista di alto livello»: «una grande e coraggiosa impresa», scrive, «nella quale sto già schierando in segreto il talento e la cavalleria della nazione», allo scopo di scalzare il «grande usurpatore chiamato imbroglio». 

Ai momenti di esaltazione e di febbrile creatività si alternano periodi di depressione, angoscia, tormento interiore. «Per l’amor di Dio, abbiate compassione di me e salvatemi dalla distruzione», scrive disperato il ventiquattrenne Poe al padre adottivo, John Allan, nell’ultima lettera della loro fitta corrispondenza, per poi aggiungere spudoratamente: «Eppure non sono indolente – né ho vizi di alcun tipo». Ma Allan non risponderà alla lettera e morirà un anno più tardi, senza lasciargli nulla del suo vasto patrimonio e condannandolo di fatto a una vita di ristrettezze economiche. 
Costante, nell’animo di Poe si affaccia un senso di colpa a tratti devastante, una tendenza all’autocommiserazione che sfocia nel patetico e contrasta con il sentimento opposto, quell’aspirazione alla indipendenza e alla libertà che lo spinge continuamente a spezzare gli equilibri precari sui quali si regge la sua esistenza, a litigare con chi gli sta intorno, ad abbandonarsi all’ennesimo mint julep (il cocktail di whisky e menta che adorava), a descriversi come vittima miserabile, a chiedere prestiti su prestiti, finanche a corteggiare la morte. 
Tra disprezzo e plagio 
È insofferente verso ogni forma di ordine costituito (le sue posizioni politiche «non trovano riscontro in alcun partito attuale»); è infastidito dai propri lettori (dei suoi racconti scrive: «di solito, la gente loda smisuratamente quelli di cui mi vergogno e ignora quelli che, a mio parere, sono degni di lode»); non sopporta gli altri scrittori (celebri le sue accuse di plagio a Henry W. Longfellow, poeta tra i più famosi e influenti del suo tempo, e il disprezzo riservato ai Trascendentalisti) e a volte prende di mira anche le proprie opere (in una lettera definisce il Gordon Pym «un libro assai sciocco»). Per tutto ciò che riguarda la propria arte, d’altronde, manifesta una consapevolezza critica senza eguali; sa bene di aver inventato un vero e proprio genere letterario, la detective story, e in una lettera del 1842 indirizzata all’editore del «Boston Notion» afferma di aver impostato «Il mistero di Marie Rogêt» (celebre seguito dei «Delitti della Rue Morgue») «in modo del tutto nuovo in letteratura», essendosi posto come obiettivo principale «l’analisi dei principi investigativi corretti da adottare in simili casi». 
Ha idee ben precise sul tipo di storie che riscuotono maggior successo su rivista, come spiega nel 1835 a Thomas W. White, proprietario del «Southern Literary Messenger», in una lettera scritta in difesa del suo racconto «Berenice» che gli fornisce l’occasione di esplicitare la sua poetica: «Si tratta del ridicolo elevato a grottesco; del pauroso tinto d’orrore; dell’arguzia esasperata a burlesco; dell’insolito elaborato sino allo strano e al mistico». 
Infine, risvolto tutt’altro che secondario, Poe ha una concezione estremamente moderna del mercato editoriale e delle dinamiche che solleticano l’attenzione dei lettori: «Se i racconti a cui mi riferisco siano o no di cattivo gusto», scrive nella stessa lettera, «non ha grande importanza. Per essere apprezzati bisogna essere letti, e sono queste le cose che vengono sempre ricercate con avidità». Tuttavia è altrettanto cosciente della propria incostanza, come scrive al poeta James R. Lowell nel 1844, in un accesso di spaventosa lucidità: «La mia vita è capriccio – impulso – passione – brama di solitudine – disprezzo delle cose del presente e febbrile desiderio del futuro». L’incostanza è il fuoco della sua arte e Poe si brucia con grande mestiere. 
Le lettere degli ultimi anni, specie dopo la morte dell’adorata moglie Virginia, tradiscono un bisogno sempre più disperato di legami affettivi: Poe manifesta una dipendenza ossessiva, patologica, spesso autodistruttiva verso i pochissimi amici che gli sono rimasti, e verso la zia e suocera Maria Clemm, ma soprattutto verso due donne, Sarah H. Whitman e Annie Richmond, alle quali dichiara contemporaneamente il suo amore in lettere accorate, romantiche, artefatte, pietose, spudorate. 
A ben guardare, però, si tratta dello stesso amore incondizionato che non ha mai smesso di provare per la «Letteratura», descritta pochi mesi prima di morire come «la più nobile delle professioni. Anzi, forse è l’unica che veramente si addica all’uomo. Per quanto mi riguarda», chiarisce, «nessuna seduzione potrebbe distogliermi da questa via. Sarò un littérateur, almeno, e per tutta la vita».

Un esperimento americano
























Lo sport dopo la rivoluzione


Il comunismo dell’atleta 

Sport. Lo storico Sergio Giuntini al convegno "Sport e rivoluzione" 

Pasquale Coccia Alias Manifesto 2.12.2017, 1:58 
Anche lo sport ebbe il suo Ottobre Rosso, a seguito del quale fu costituita l’Internazionale rossa dello sport con riflessi rilevanti sul movimento sportivo operaio italiano. A Vercelli al recente convegno Sport e Rivoluzione, promosso dalla società italiana di storia dello sport, abbiamo posto alcune domande allo storico Sergio Giuntini. 
Lenin era uno sportivo? 
Non praticava alcuna attività sportiva, amava giocare a scacchi, però aveva ben chiaro l’importanza dello sport. In una raccolta di scritti sulla questione femminile, elaborati poco prima e subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre scrive: ” Il comunismo deve apportare non l’ascetismo, ma la voglia di vivere e il benessere fisico. La gioventù, particolarmente, ha bisogno della gioia di vivere e del benessere fisico. Sport, ginnastica, escursioni, ogni sorta di esercizi fisici, svariati interessi culturali, studi analisi ricerche, imparare, studiare, ricercare quanto più possibile in comune, tutto ciò darà alla gioventù molto di più delle teorie e delle discussioni interminabili. Mente sano in corpo sano, né monaco né dongiovanni e nemmeno come mezzo termine un filisteo tedesco”. 
I partiti comunisti misero in pratica le parole di Lenin? 
Fu creata l’Internazionale rossa dello sport o Sportintern a Mosca il 22 luglio del 1921, nel corso del terzo congresso dell’internazionale comunista. Le basi del movimento sportivo comunista internazionale, furono poste dopo una partita di calcio tra una squadra di Mosca e una dei delegati dell’internazionale comunista, nella quale giocavano William Gallagher, capitano e futuro presidente del partito comunista inglese e John Reed, il comunista americano che scrisse I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Alla costituzione dello Sportintern parteciparono i delegati di Urss, Austria, Cecoslovacchia, Finlandia, Francia, Germania, Svezia, Ungheria,Italia. 
Tra i partiti della sinistra italiana vigeva un certo antisportismo? 
Vorrei liberare il campo da un’opinione diffusa che considera il nostro un paese dell’antisportismo socialista, tesi smentita da recenti studi. E’ vero che il partito socialista italiano, almeno fino alla Grande Guerra, ebbe un atteggiamento di ostilità verso lo sport, considerato uno strumento della borghesia che allontanava i lavoratori dall’impegno sindacale e politico, una posizione che dopo la guerra mondiale fu rivista. In Italia esistevano importanti esperienze di sport operaio, il primo molto significativo risale alla fine dell’800. 
A Milano il 29 dicembre 1896 venne fondata l’Unione pedestre italiana, antenata della Federazione italiana di atletica leggera, il primo presidente fu il giovane Ferruccio Trevisan, presidente del circolo sportivo Karl Marx di Milano. 
Il 29 giugno 1911, durante un’escursione sul Monte Tesoro, nel bergamasco, viene fondata l’Unione operaia escursionisti italiana, l’escursionismo era uno dei filoni del movimento sportivo operaio italiano delle origini. L’organizzazione conterà migliaia di iscritti in tutta Italia, soprattutto nell’Italia del nord. 
Un episodio significativo avviene il 14 ottobre del 1917, quando il Guerin Sportivo, una delle testate più antiche della stampa sportiva italiana, viene occupato da alcuni redattori, perché esprimeva un’idea di sport borghese. 
Il 26 agosto 1918 su L’Ordine Nuovo, Antonio Gramsci scrive un articolo Il football e lo scopone, che è interessantissimo perché ci fa capire come questo grande intellettuale avesse una visione trasversale della società, si occupava anche di problemi come lo sport, considerato minore per la classe operaia, un intervento che dimostrava quanto Gramsci avesse capito che l’operaio non doveva occupare il suo tempo libero nelle osterie, dove la piaga dell’alcolismo era tra le più pesanti per la classe operaia, ma dovesse emanciparsi attraverso la partecipazione alle attività sportive più moderne. 
Furono costituite società sportive proletarie? 
Tutte le esperienze sportive minori confluirono nell’immediato dopoguerra in alcune molto significative: il 7 settembre 1920 ad Alessandria nasce l’Associazione proletaria escursionisti (Ape), è un’associazione che tiene il suo primo congresso nazionale a Milano nel 1921, a moderare i lavori è Ambrogio Belloni, uno dei fondatori dello Sportintern. 
A Milano il 7 ottobre 1920 viene costituita l’Associazione proletaria di educazione fisica (Apef) un’esperienza pilota importantissima, perché per la prima volta vince un pregiudizio vigente nel movimento sportivo operaio, quello che non si dovesse far parte di organismi sportivi borghesi. L’Apef manda quattro suoi atleti alle olimpiadi di Parigi del 1924, tra i quali Beppe Tonani il più grande sportivo che la classe operaia abbia mai espresso, un peso massimo che vinse la medaglia d’oro sollevando 517,500 Kg. 
Ci furono anche giornali sportivi operai? 
A Milano nasce Sport e Proletariato il settimanale nazionale dalla vita breve ma importantissima. E’ stata l’unica rivista di sport della sinistra italiana, pubblicata tra il 14 luglio e l’8 dicembre 1923, data in cui esce l’ultimo numero, perché due giorni dopo la tipografia in cui veniva stampata, venne data alle fiamme da una squadra fascista. 
Il 12 dicembre per motivi di ordine pubblico il fascismo sospese le pubblicazioni. In quei sei mesi dieci articoli furono dedicati alla costituzione della Federazione sportiva del lavoro, è questo il maggior merito di Sport e Proletariato. Vi furono interventi di proletari da tutta Italia, scrisse anche Carlo Giani vincitore della 100 chilometri di marcia nel 1926 e della leggendaria Londra-Brighton nel 1927. L’Ape e l’Apef ebbero mandato di dar vita alla Federazione sportiva del Lavoro. 
L’8 dicembre l’ultimo articolo sul tema aveva un titolo quasi profetico Ultime Battute. Non se ne fece nulla perché il fascismo decise di chiudere con la violenza qualsiasi esperienza politica, sindacale e sportiva operaia. 
La Federazione sportiva del lavoro resterà un bel sogno di cui non dobbiamo perdere la memoria.

sabato 2 dicembre 2017

Il Nietzsche di Carlo Gentili


L'alienazione secondo Rahel Jaeggi


Rahel Jaeggi: Alienazione. Attualità di un problema filosofico e sociale, Castelvecchi editore 

Risvolto
Nessun altro concetto della tradizione marxista ha avuto una risonanza e un successo paragonabili a quelli avuti dall'alienazione. La categoria non è stata soltanto uno dei capisaldi teorici del "marxismo occidentale" e, su un altro versante della filosofia novecentesca, dell'esistenzialismo tedesco e francese: nella seconda metà del Novecento, essa è anche assurta a vessillo di un'intera stagione politica e culturale. A questo uso sempre più dilatato del termine ha fatto seguito, però, la sua repentina marginalizzazione dal dibattito filosofico e culturale. Scandagliando il doppio volto dell'alienazione, Rahel Jaeggi ne riattualizza la critica, con grande maestria e dovizia, permettendo di creare un nuovo aggancio alla realtà in cui viviamo ed elaborando una forma di critica sociale adeguata alle nostre forme di vita contemporanee.             

I sentimenti morali nella Grecia antica: Guidorizzi e le passioni

I colori dell’animaGiulio Guidorizzi: I colori dell'anima. I Greci e le passioni, Raffaello Cortina, pagg. 238, euro 19

Risvolto
Le passioni colorano emotivamente l’esistenza e vengono vissute come un’esperienza travolgente. La Grecia antica ha riconosciuto la loro importanza e le ha rese protagoniste dei poemi epici e delle tragedie. L’ira, l’amore, l’odio, la paura, il desiderio sono tra le grandi passioni che dominano Achille, Edipo, Medea e gli altri eroi cantati da Omero, dai tragici e dai lirici greci. Sono moti della psiche ambivalenti, ma viverli – e a maggior ragione osservarli in scena, provando pietà e terrore – favorisce la conoscenza delle sfere più nascoste della mente. Concepite come forze che si impossessano dell’anima, le passioni erano subite dagli eroi del mito che le incarnavano. Furono però variamente considerate: ora come effetto dell’intervento divino, ora come sintomo di un conflitto interiore dell’individuo, ora come ostacolo al predominio della ragione sull’irrazionalità. Giulio Guidorizzi passa in rassegna alcuni dei più affascinanti miti greci per scoprire quale significato quelle passioni possano avere tuttora o come ne sia mutata l’interpretazione, a partire da alcune diventate emblematiche, come quella di Edipo riletta dalla psicoanalisi.

Il populismo secondo Alessandro Dal Lago

Populismo digitaleAlessandro Dal Lago: Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Cortina editore

Risvolto
L’ascesa della rete come ambiente globale ha cambiato le prospettive politiche. Da una parte, crea l’illusione di una sfera comunicativa senza controlli, in cui si realizzerebbe pienamente la libertà dei cittadini. Dall’altra, consente a leader spregiudicati di contattare senza mediazioni i cittadini stessi, attraverso i social oppure organizzando consultazioni politiche online. 

La tesi di questo libro è che a trarne vantaggio siano solo i nuovi leader autoritari – Trump, Erdoğan, Putin, Orbán – o gli aspiranti tali – Le Pen, Grillo, Salvini, Petry, Wilders, Farage. Tutta gente che si vuole disfare dei partiti e persegue una relazione diretta con i cittadini, soddisfacendo le loro paranoie in tema di sicurezza, immigrazione, protezionismo economico. 
Ecco perché l’ascesa della nuova destra può essere definita populismo digitale. Populismo, perché il popolo non è concepito da questi leader che come un gregge da vezzeggiare. E digitale, perché senza il trionfo del Web tutto ciò non sarebbe pensabile.

L'infanzia nelle guerre del Novecento


Malaparte e Pio XI

Avvenire Nazareno Giusti giovedì 30 novembre 2017

Gli USA si sentono "la nazione eletta da Dio" ma il nazionalismo è quello di Kim. La Cina e la Corea del Nord nei desideri dell'Impero






























Italian Theory tra nomos e bios. Soprattutto bios


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mercoledì 29 novembre 2017

"Fake News" e noi: Rifondazione, PdCI-PCI e Rete dei comunisti procedano a una fusione in tempi rapidi dei loro strumenti informativi.


Rifondazione, PdCI-PCI e Rete dei comunisti (ma anche il PC di Rizzo se non si isola) procedano a una fusione in tempi rapidi dei loro strumenti informativi.

La polemica sulle cosiddette fake news tra gli spacciatori tradizionali delle bufale di professione, cioè giornali, TV e grandi provider o portali, e gli outsider delle bufale artigianali (con tutti gli annessi sulle ingerenze di potenze straniere, come se gli americani non controllassero le elezioni nelle colonie dal termine della guerra ispano-americana...), è un pezzo della lotta interna alle classi dominanti e ai loro apparati ideologici.

Una lotta - dilagante in tutti i paesi capitalistici - per il controllo della manipolazione del consenso, in una fase nella quale le élites della produzione di informazioni, non garantendo più nessuna redistribuzione, hanno perduto l'antico monopolio, esattamente come le élites politiche stabilite, quelle economiche o quelle intellettuali (la casta). E sono anch'esse scavalcate dagli strumenti digitali di disintermediazione (cioè dell'immediatezza).

È una lotta cruciale perché, esaurita la democrazia moderna, il suffragio universale è stato abolito da una de-emancipazione de facto su vasta scala e in assenza di partiti politici veri, e cioè di partiti di massa, le competizioni elettorali riconoscono oggi solo i comitati capaci di influenzare e mobilitare minoranze contingenti e variabili ma compatte.

In questa lotta, la sinistra verrà stritolata. Priva di strumenti autonomi anche in questo campo, infatti, non può più elemosinare l'accesso ai media tradizionali come in passato (tanto più che la sua posizione sistemica è ora occupata dal partito di Bersani D'Alema e Vendola, mentre la Lista Anticapitalista avrà quello un tempo proprio dei gruppuscoli cioè nessuno). Al tempo stesso, la sua presenza nei media digitali è dilettantesca e frammentata ai limiti dell'invisibilità.

Abbiamo perso 10 anni per capire ciò che è sempre stato ovvio anche ai muli e cioè che non dobbiamo andare né col PD (quello di oggi o quello di ieri che sia, Renzi come Bersani), né con quelli che a loro volta vogliono andare col PD e sono nati solo per questo, come Vendola.
Dobbiamo perderne altrettanti per capire che è di vitale importanza dotarsi di un portale nazionale di informazione e cultura?

Rifondazione, il PdCI-PCI, la Rete dei comunisti e cioè gli unici soggetti minimamente organizzati (personalmente vorrei anche Rizzo ma temo si isolerà) mettano assieme le loro risorse e individuino le persone competenti in grado di realizzare un progetto di comunicazione. E facciano anche in fretta, o sarà troppo tardi e non potremo fare nemmeno la campagna elettorale. Il resto seguirà.
Anche così non sarà nemmeno la centesima parte di ciò di cui abbiamo bisogno.

Tradotto l'anatema del menagramo Šestov contro i bolscevichi

Che cos'è il bolscevismo?Lev Šestov: Che cos’è il bolscevismo, introduzione di Dario Borso, La Scuola, pagine 160, euro 12

Risvolto


Parigi, settembre 1920. Il «Mercure de France» pubblica un saggio sulla natura del bolscevismo dalle conclusioni sorprendenti: il movimento alla guida di una delle esperienze politiche che segneranno il ventesimo secolo, la Rivoluzione russa, viene giudicato idealista, brutale, parassitario e, soprattutto, reazionario. Oggi, a un secolo da quegli avvenimenti, presentiamo la prima traduzione completa del suo testo, finora inedito nella nostra lingua, preceduto da un'ampia introduzione di Dario Borso. «I monarchi uccisero la monarchia, i democratici uccisero la democrazia, in Russia i socialisti e i rivoluzionari uccidono, e hanno già quasi ucciso il socialismo e la rivoluzione. Che cosa avverrà dopo? Il periodo di accecamento è finito, il Signore in corruccio ha smesso di stregare gli uomini? O abbiamo ancora da vivere a lungo nell'antagonismo reciproco, continuando l'opera orrenda di autodistruzione?».