lunedì 18 dicembre 2017
sabato 16 dicembre 2017
Gli Scritti politici inediti in Italia di Frantz Fanon. Il parere del Nostro Furet
Frantz Fanon: La rivoluzione algerina e la liberazione dell’Africa. Scritti politici (1957-1960), a cura di Gabriele Proglio, ombre corte
Risvolto
Il nucleo degli scritti qui raccolti è costituito dagli articoli che
Fanon scrisse in forma anonima per l'edizione francese di "El
Moudjahid", giornale del Fronte di liberazione nazionale algerino al
quale collaborò dal 1957 al 1960. In essi - come osserva Jean Khalfa
nell'introduzione -non è difficile scorgere il suo stile, la sua
insistenza sui processi vitali all'opera in ogni disalienazione, il suo
interesse per una coscienza che si forma solo liberandosi dalle identità
del passato, così come la sua preoccupazione di impedire
l'ossificazione delle strutture rivoluzionarie e del neocolonialismo, e
la sua fedeltà a una dimensione propriamente rivoluzionaria del
movimento nazionale algerino. In generale, questi scritti mostrano come
nel contesto rivoluzionario si elabori la rottura con la centralità
della Francia: condizione ideale nella quale cresce ed evolve anche il
pensiero di Fanon. La rivoluzione algerina appare come l'epicentro dal
quale si propagano le scosse telluriche che fanno oscillare la torre
d'avorio dalla quale gli intellettuali europei - non solo francesi -
hanno raccontato il resto del mondo, subordinandolo alle loro voci, alle
loro lingue. Al tempo stesso, la rivoluzione algerina è anche la lente
attraverso la quale è possibile leggere il mondo oltre il conflitto con
la République, mettendo a nudo le contraddizioni e le ingiustizie di una
geografia centrata sul ruolo dell'Europa nel mondo. Il confine tra
Parigi e Algeri diventa il collettore di istanze di lotta e di
liberazione che riguardano l'intero continente africano, i processi di
costruzione di nuove società, ma anche lo spunto per riflettere
sull'Europa, sul suo rapporto con il fascismo e il colonialismo nella
costruzione del mondo occidentale.
Ricordo di Giampiero Carocci
Ritratti. La scomparsa di Giampiero Carocci, studioso quasi centenario che, nei suoi numerosi libri, indagò l'Italia dall'Unità ad oggi, con grande rigore critico e originalità
Gianpasquale Santomassimo Manifesto 15.12.2017, 0:04
Uomo mite e generoso, Giampiero Carocci si è spento quasi centenario. Era stato uno degli storici più dotati della sua generazione, ma aveva rinunciato del tutto alla carriera universitaria a cui era stato avviato dal suo maestro Carlo Morandi. Era conversatore affabile, ma come per un altro grande irregolare della cultura italiana, Sebastiano Timpanaro, aveva giocato un ruolo decisivo in questa rinuncia il timor panico del parlare in pubblico. Dal suo maestro aveva acquisito quella che definiva «una forma mentis di osservatore» e l’eleganza della scrittura.
ALLA STORIA ERA ARRIVATO muovendo dall’esperienza della guerra e della prigionia, narrata ne Il campo degli ufficiali del 1954, che è uno dei libri più belli di memoria della seconda guerra mondiale. Si era formato in un ambiente di antifascismo borghese, sotto l’influsso del fratello Alberto, grande organizzatore di cultura (da Solaria del 1926 a Nuovi Argomenti del 1953), e aveva pubblicato i suoi primi scritti sulla Riforma letteraria che il fratello dirigeva con Giacomo Noventa, personaggio originale di una cultura cattolica tormentata, rivista che aveva offerto le sue pagine a giovani come Franco Fortini, Geno Pampaloni, Giorgio Spini.
IN UNA LUNGA conversazione autobiografica che ebbe con suo nipote Giovanni Contini e con chi scrive (pubblicata su Passato e presente, 2001, n. 53), Carocci riconosceva il carattere elitario di quell’antifascismo, privo di una dimensione sociale, e affermava, con una notazione di grande spregiudicatezza, che era sbagliato «dividere in modo un po’ rigido e schematico tra chi era fascista e chi era antifascista, mentre allora fascisti e antifascisti vivevano insieme. Non solo, ma c’era dentro ciascuno di noi, di noi diciamo antifascisti, anche qualcosa di fascista».
Proprio la riflessione sulla storia italiana, sui suoi caratteri di arretratezza e sui limiti delle classi dirigenti, sarebbe stata al centro della sua riflessione più costante, inaugurata da interventi di grande attualità nelle prime annate di Belfagor. Fu uno dei primi interpreti di Gramsci, con un saggio uscito dopo la pubblicazione dei primi Quaderni, intitolato Un intellettuale tra Croce e Lenin. Ancora più precoce fu il primo saggio storico su Togliatti, uscito nel 1948 subito dopo l’attentato, tema su cui sarebbe tornato all’inizio degli anni Sessanta con un celebre scritto su Togliatti e la Resistenza, di raro equilibrio critico.
ERA DIVENUTO un funzionario di alto livello del Ministero degli affari esteri, addetto alla commissione per la pubblicazione dei documenti diplomatici. Fu il primo a studiare sui documenti d’archivio la politica della sinistra storica (Agostino Depretis e la politica interna italiana dal 1876 al 1887, 1956) e poi a curare alcuni volumi delle carte di Giovanni Giolitti. Di lì trasse un denso libretto su Giolitti e l’età giolittiana (1961). Con Claudio Pavone e Piero D’Angiolini curò per l’Insmli l’edizione critica dei documenti delle Brigate Garibaldi.
Nel 1975 scrisse un libro fortunato e discusso, la Storia d’Italia dall’Unità ad oggi, originale interpretazione a cavallo fra tradizione gobettiana e punto di vista marxista, una intersezione nella quale, al di là delle etichette, confluivano molti storici. Si era già affermato allora come autore di opere di sintesi, che smentivano il luogo comune che voleva gli storici italiani incapaci di scrivere opere chiare e leggibili, senza le banalità e le semplificazioni della divulgazione giornalistica.
In particolare aveva dedicato al fascismo le sue sintesi più ricorrenti e tormentate, oltre all’opera fondamentale sui primi anni della politica estera del regime (La politica estera dell’Italia fascista. 1925-1928, 1969). Delle molte edizioni, corrette, ampliate o rimaneggiate, della sua Storia del fascismo probabilmente la migliore rimane l’edizione più agile del 1959, dove in anticipo rispetto a tutti gli studi e i dibattiti successivi faceva la sua comparsa il tema del consenso e del rapporto complesso tra il regime e gli italiani.
DI RARA CHIAREZZA è anche la sua sintesi su L’età dell’imperialismo (1870-1918) pubblicata nel 1979. Dopo l’Ottantanove e il crollo del comunismo tornò con punti di vista nuovi e talora più malinconici su temi già portanti della sua riflessione, come Il trasformismo dall’unità ad oggi (1992), e Destra e sinistra nella storia d’Italia (2002) e riscoprì anche un rapporto latente con la tradizione azionista che aveva sempre interiormente combattuto (Il Mondo: antologia di una rivista scomoda, 1997).
Retrospettivamente era molto severo, di là del giusto, con l’operato della generazione di studiosi marxisti di cui aveva fatto parte, per il classismo esasperato del giudizio sulla classe dirigente e per l’eccessiva politicità (che in realtà poteva essere fattore di accecamento, ma anche stimolo che faceva scoprire realtà impossibili da scorgere prima), mentre era sicuramente equilibrato il rilievo sulla perdita di dimensioni più ampie che la politicità aveva fatto smarrire.
Di quel passato salvava e rivalutava, in contrasto con lo spirito del tempo, la tensione all’utopia. «Io l’utopia invece la rivaluto. Proprio perché la patria è perduta salvo l’anima. Per me l’utopia è importante come la realtà».
Un'enciclopedia collettiva sulla storia del socialismo realizzato novecentesco
Il libro è liberamente scaricabile qui.
Sarebbe stata preferibile una presentazione politicamente più accorta di questa comunque lodevole iniziativa [SGA].
Sarebbe stata preferibile una presentazione politicamente più accorta di questa comunque lodevole iniziativa [SGA].
STRUTTURA DELL'OPERA
INTRODUZIONE TEORICO-POLITICA: LE BASI DEL MARXISMO-LENINISMO
VOLUME 1. DALLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE ALLA FINE DELL’URSS
1. LA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA E LA LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO
2. LA LIBERAZIONE DELLE DONNE DAL PATRIARCATO MILLENARIO
3. LENIN, IL PIÙ GRANDE UOMO DEL XX SECOLO
4. BIENNIO ROSSO, COMINTERN, REAZIONE BORGHESE E SCONFITTA
5. L’URSS E IL SOCIALISMO IN UN SOLO PAESE
6. LA PARABOLA DI TROCKIJ
7. COMUNISMO, RELIGIONE E CHIESA
8. STALIN, COSTRUTTORE DEL SOCIALISMO
9. L’ANTISTALINISMO È ANTICOMUNISMO
10. LA LOTTA DI CLASSE MONDIALE TRA IL 1933 E IL 1945
11. L’URSS DAL DOPOGUERRA AI TRIONFI SPAZIALI
12. DA BREZNEV ALLA RESTAURAZIONE CAPITALISTA
VOLUME 2. LA CROCIATA ANTICOMUNISTA CONTRO LA DECOLONIZZAZIONE
ANTIMPERIALISTA
13. IL TOTALITARISMO DEGLI USA
14. IMPERIALISMO A STELLE E STRISCE
15. LE DEMOCRAZIE POPOLARI DELL’EUROPA ORIENTALE
16. LE CAUSE PROFONDE DEL SOTTOSVILUPPO AFRICANO
17. L’AMERICA LATINA, IL “CORTILE DI CASA” DEGLI USA
18. L’ESEMPIO RIVOLUZIONARIO ANTIMPERIALISTA DI CUBA
19. LA SPERANZA DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE
20 IL RISVEGLIO DEL GIGANTE ASIATICO
21. LA SEMICOLONIA ITALIANA A SOVRANITÀ LIMITATA
22. INTELLETTUALI E ARTISTI AL SERVIZIO DEL PROGRESSO SOCIALE
23. LE TECNICHE IMPERIALISTE DELL’EGEMONIA CULTURALE
24. IL SOCIALISMO REALE IN UNA PROSPETTIVA STORICA E I SUOI PROBLEMI
BIBLIOGRAFIA E FONTI
La periodica polemica su Céline in Francia: la ripubblicazione degli Écrits polemiques

Il governo chiede a Gallimard "garanzie" per la ripubblicazione delle "Bagatelle"
Matteo Sacchi Giornale - Ven, 15/12/2017
La vedova (105 anni) vuole darli alle stampe perché è in difficoltà economiche
Matteo Sacchi Giornale
- Ven, 12/01/2018
Dopo
settimane di polemiche sulla ristampa dei pamphlet antisemiti di
Louis-Ferdinand Céline l'editore Gallimard getta la spugna: "Non
esistono le condizioni metodologiche per un giudizio sereno". Sul caso
era intervenuto anche l'Eliseo
Giornale Cristina Verdi
- Gio, 11/01/2018
Polemica in Francia
Giornale Matteo Sacchi
- Mar, 09/01/2018
Céline antisemita resta nel cassetto. In Europa
Polemiche letterarie. La storia dei pamphlet dell'autore di «Voyage au bout de la nuit» al termine della notte, che Gallimard ha preferito non pubblicare più, ma che in Canada e in Paraguay sono usciti. Si tratta di «Bagatelles pour un massacre» (1937), «L’Ecole des cadavres» (1938) e «Les Beaux Draps» (1941). I testi circolano su internet fomentando la propaganda di estrema destra e alcuni intellettuali sostengono che andrebbero editati con un apparato critico
Anna Maria Merlo Manifesto PARIGI 13.1.2018, 0:04
L’editore Gallimard ha «sospeso» la pubblicazione di tre testi di Louis-Ferdinand Céline (1894-1961), ferocemente antisemiti e pro-nazisti. Con un comunicato, Antoine Gallimard ha chiuso temporaneamente la polemica che dura da un mese in Francia, attorno alla riedizione di Bagatelles pour un massacre (1937), L’Ecole des cadavres (1938) e Les Beaux Draps (1941), che era stata prevista per il prossimo maggio.
IL MONDO INTELLETTUALE si è spaccato, quello politico ha preso posizione: in un contesto europeo di ritorno dell’antisemitismo, Gallimard aveva pensato di proporre un’edizione in Francia ripresa da quella canadese in circolazione, con la sola aggiunta di una prefazione dello scrittore Pierre Assouline (esiste anche un’edizione in Paraguay). Quella canadese, realizzata dal piccolo editore Editions 8, è del 2012, ed è fortemente avversata per la debolezza dell’apparato critico, realizzato da Régis Tettamanzi, professore di letteratura francese a Nantes, 231 pagine su 1044 del testo di Céline. I tre pamphlet sono riuniti sotto un titolo considerato troppo neutro, quasi compiacente, che Gallimard aveva l’intenzione di riprendere: Ecrits polémiques. Del resto, il direttore delle Editions 8, Rémi Ferland, durante la campagna elettorale delle presidenziali francesi si era distinto per prese di posizione a favore di Marine Le Pen contro Emmanuel Macron.
In Francia, alcuni intellettuali avevano chiesto a Gallimard un impegno critico più consistente, con interventi di storici accanto a letterati. Ma Gallimard ha preferito rinunciare, per il momento. La questione della pubblicazione si riproporrà, comunque, allo scadere dei 75 anni dei diritti d’autore (in Canada sono 50 anni, in Francia sarà il 2032). Uno degli argomenti dei difensori della pubblicazione è che i testi circolano su Internet, senza apparato critico, utilizzati come pura propaganda antisemita. Lo stesso Céline, condannato alla Liberazione, non aveva voluto la ripubblicazione dei tre testi che, comunque, non erano stati esplicitamente proibiti nel dopoguerra. La vedova, che oggi ha 105 anni, rimasta a lungo fedele alla posizione dello scrittore, aveva cambiato idea di recente.
LA NOTIZIA DELLA PROSSIMA pubblicazione di Bagatelles pour un massacre e degli altri due testi antisemiti è stata diffusa, all’inizio dello scorso dicembre, dal sito del mensile L’Incorrect, pubblicazione vicina a Marion Maréchal-Le Pen, la nipote del fondatore del Fronte nazionale. Subito si erano verificate le prime reazioni. Serge Klarsfeld, presidente dell’associazione Figli e Figlie dei deportati ebrei di Francia, ha chiesto la proibizione dell’edizione. Per Klarsfeld, accompagnare i testi con un apparato critico non sarebbe stato sufficiente: «le persone non leggono le note a piè di pagina».
Il saggista Pierre-André Taguieff ha sottolineato che la pubblicazione da parte di un editore di prestigio come Gallimard avrebbe dato legittimità al contenuto di questi testi, che peraltro circolano come propaganda razzista su Internet. Anche per lo storico Laurent Joly, un’edizione Gallimard con uno scarso apparato critico sarebbe stata «una legittimazione editoriale di testi di propaganda».
Al contrario, Henri Godard, professore alla Sorbonne e specialista di Céline ha approvato il progetto di far uscire «il cadavere dall’armadio», in nome del fatto che il grande scrittore di Voyage au bout de la nuit (1932) e di Mort à crédit (1936), è «lo stesso individuo» che ha firmato i pamphlet antisemiti e pro-nazisti.
ANCHE IL MONDO POLITICO ha preso posizione. Il deputato della France Insoumise, Alexis Corbière, ha chiesto la proibizione. A metà dicembre, il delegato interministeriale per la lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e l’odio anti-Lgbt, Frédéric Potier, aveva ricevuto Antoine Gallimard e Pierre Assouline, per verificare che la riedizione francese offrisse «tutte le garanzie necessarie» di un apparato critico sufficientemente consistente per «chiarire il contesto ideologico della produzione» di quei testi.
POTIER AVEVA SUGGERITO di inserire interventi di storici, ma Gallimard non ha accettato. Sulla questione è persino intervenuto il primo ministro, Edouard Philippe: «non ho paura della pubblicazione di questi pamphlet, ma bisognerà accompagnarli con cura» con un apparato critico, ha affermato in un’intervista. Più silenziosa, invece, la ministra della Cultura, Françoise Nyssen, probabilmente a causa di un conflitto di interessi: è editrice (Actes Sud), con distribuzione Gallimard.
Una forma di negazionismo della questione nazionale tranne quella israeliana
Risvolto
Nel paesaggio politico contemporaneo, in cui domina ancora lo
Stato-nazione, il migrante è il malvenuto, accusato di essere fuori
luogo, di occupare il posto altrui. Eppure non esiste alcun diritto sul
territorio che possa giustificare la politica sovranista del
respingimento. In un'etica che guarda alla giustizia globale, Donatella
Di Cesare con limpidezza concettuale e un passo a tratti narrativo
riflette sul significato ultimo del migrare, dando prova anche qui di
saper andare subito al cuore della questione. Abitare e migrare non si
contrappongono, come vorrebbe il senso comune, ancora preda dei vecchi
fantasmi dello jus sanguinis e dello jus soli. In ogni migrante si deve
invece riconoscere la figura dello «straniero residente», il vero
protagonista del libro. Atene, Roma, Gerusalemme sono i modelli di città
esaminati, in un affresco superbo, per interrogarsi sul tema decisivo e
attuale della cittadinanza. Nella nuova età dei muri, in un mondo
costellato da campi di internamento per stranieri, che l'Europa pretende
di tenere alle sue porte, Di Cesare sostiene una politica
dell'ospitalità, fondata sulla separazione dal luogo in cui si risiede, e
propone un nuovo senso del coabitare.
Itinerari lungo la Via della Seta: Montesano
LA VIA DELLA SETA. Un percorso di letture da Alessandro Vanoli e Franco Cardini passando per Julia M.H. Smith. Per gli autori, la fondazione di grandi empori urbani lungo questi tracciati ebbe un ruolo importante. La storia millenaria della strada che congiunge l’Occidente all’Oriente
Marina Montesano Manifesto 15.12.2017, 0:10
Con una certa frequenza ci capita di leggere della «nuova via della seta», progetto strategico cinese per il miglioramento dei collegamenti e della cooperazione economica tra paesi nell’Eurasia. Partendo dalla Cina, una rete ferroviaria e marittima dovrebbe unire l’estremo Oriente e l’estremo Occidente del macrocontinente, con diramazioni che portano verso le Americhe e l’Africa, dove già i cinesi sono molto presenti e attivi. L’iniziativa è stata annunciata dal presidente Xi Jinping già nel 2013, ma inizialmente non ha ricevuto grande attenzione mediatica, mentre oggi cresce l’interesse per le prospettive economiche nonché geopolitiche del progetto, che potrebbe servire (sebbene come ricaduta minore) anche al trasporto passeggeri. La Cina si farà carico della maggior parte delle spese, ma Russia e India sono partner di rilievo, e anche molti paesi euroccidentali, inclusa l’Italia, sono nel progetto, che pare insomma andare ben oltre la «vecchia» via della seta.
D’ALTRA PARTE, anche la vecchia via della seta non va immaginata semplicemente come una strada che congiungeva la Cina all’Occidente, come spiega bene un libro pubblicato di recente per le cure di Franco Cardini e Alessandro Vanoli, La via della seta. Una storia millenaria tra Oriente e Occidente (il Mulino, pp. 344, euro 16). Alla fine del I millennio a.C. la Cina era stata unificata dalla dinastia Chin e poi dalla Han, ma, ampiamente autosufficiente, era rimasta a lungo isolata anche a causa delle catene montuose dell’Himalaya e del Karakorum e da deserti sconfinati come quello del Gobi.
È a partire da II secolo a.C. che si cominciarono a costruire passi e strade attraverso tali aree inospitali, utili per instaurare rapporti con le popolazioni di cavalieri nomadi e seminomadi che ne abitavano i confini. Il sistema di fortificazioni che si sarebbe trasformato nella Grande Muraglia era stato costruito per impedirne le incursioni a cavallo, ma allo stesso tempo i sedentari cinesi erano interessati alla formazione di squadroni di cavalieri, e per questo servivano i contatti con il nemico. Dalle necessità della guerra emergevano i primi scambi commerciali e, appunto, la necessità di creare delle vie di collegamento.
NEL CORSO DEL II SECOLO d.C. si era avviata una lunga fase di raffreddamento climatico dell’emisfero boreale del pianeta, che sarebbe culminata fra VI e VII secolo, portando con sé un naturale peggioramento delle condizioni di resa agricola e quindi dei livelli di alimentazione e delle condizioni economiche, nonché un aumento delle malattie epidemiche. Ciò aveva prodotto un progressivo contrarsi dei livelli demografici e lo spopolamento di alcune aree rurali, mentre fuori dei confini dell’impero cinese, nell’Asia centrale, interi popoli nomadi erano costretti a muoversi cercando di spostarsi verso le aree periferiche dell’Eurasia, favorite da un più mite clima marittimo: verso la Cina, insomma, e dall’altra parte verso Roma. Lungo questi percorsi viaggiavano non solo prodotti agricoli e cavalli ma anche beni preziosi, simbolo dei quali era la seta. I romani indicavano l’estremo Oriente col nome di «paese dei seri», cioè dei produttori di seta. Non c’erano però solo le vie di terra. Insieme con altri preziosi prodotti, la seta giungeva al Mediterraneo attraverso la via di commercio marittima che attraversava, sfruttando il clima monsonico, l’Oceano Indiano e che risaliva la penisola arabica o il Nilo congiungendosi con la «via delle spezie» e quella «dell’incenso». Dopo il crollo della pars Occidentis dell’impero romano, i regni romano-barbarici davano vita a un panorama umano e culturale assai differente rispetto al passato, come racconta Julia M.H. Smith in L’Europa dopo Roma. Una nuova storia culturale. 500-1000 (il Mulino, pp. 396, euro 16). Non solo la crisi politica, ma anche la cosiddetta «peste di Giustiniano» avevano prostrato un’area già in crisi. I secoli dell’alto medioevo furono un’epoca di adattamenti e ricostruzioni, mentre Bisanzio restava pienamente erede dell’impero romano, riceveva le merci dall’Oriente (sebbene avesse cominciato a produrre in proprio la seta) e le diffondeva nel Mediterraneo.
ANCHE L’EUROPA non era del tutto al di fuori delle rotte commerciali. Le aristocrazie romano-barbariche erano interessate ai generi di lusso, che quindi non sparirono completamente. Tuttavia, in questo quadro, la grande novità è data dall’affacciarsi degli arabi fra Oriente e Occidente.
Per secoli saranno loro i principali intermediari lungo la via della seta, tanto di terra quando di mare, passando di città in città e di porto in porto. La fondazione di grandi empori urbani lungo questi tracciati ha un ruolo importante nel discorso di Cardini e Vanoli, mentre è del tutto secondaria nel libro di Julia Smith, nonostante anche l’Europa verso la fine del primo millennio si stesse avviando a un futuro commerciale. Ma nulla vi era di paragonabile a Baghdad, Samarcanda, Hormuz.
PER VEDERE VIAGGIATORI europei sulla via della seta bisogna attendere la cosiddetta «rivoluzione commerciale» del Duecento in Europa, la creazione dell’impero mongolo in Asia. Allora sui cammini che erano stati percorsi per secoli da missionari buddhisti e mercanti musulmani si affacciarono anche gli occidentali. Francescani come Giovanni di Pian del Carpine, Guglielmo di Rubruck e Odorico da Pordenone, e laici come Marco Polo, ma anche tanti altri rimasti anonimi o comunque meno noti. Se Il Milione continua a essere letto da molti, per fortuna, ma oggi disponiamo anche di belle edizioni degli scritti francescani: ultima uscita, la Relatio de mirabilibus orientalium Tatarorum di Odorico da Pordenone (edizione critica a cura di Annalia Marchisio, Sismel, pp. 643, euro 95). Per noi l’epoca d’oro dei viaggi lungo la via della seta resta quella fra Duecento e Trecento.
Tuttavia, anche l’età moderna, per la quale siamo maggiormente portati a pensare alle rotte atlantiche, ha nell’Asia un baricentro inossidabile. Cardini e Vanoli conducono infatti il discorso fino all’epoca del Grande Gioco per la spartizione dell’Asia, per chiudere promettendo che «il viaggio ricomincia». O, forse, non è mai finito.
L'Album Primo Levi
Le immagini, la scienza, il rapporto ancora da indagare con il sacro: nuovi studi aiutano a cogliere la complessità dell’autore torinese
Avvenire Alessandro Zaccuri sabato 30 dicembre 2017
Levi, atlante aperto sul suo sentire
strumenti di critica. È una stagione in cui si cerca di mantenere attivo e straniante, contro gli stereotipi, l’effetto-Levi: l’«Album» Einaudi e «Riga 38» aiutano allo scopo
Niccolò Scaffai Alias Domenica 24.12.2017, 0:27
Tre giovani su una panchina sorridono all’obiettivo in una foto in bianco e nero. A sinistra, c’è una ragazza mora seduta accanto a un uomo in maniche corte, che tiene il mento sollevato, la testa inclinata e le spalle un po’ curve. In primo piano, a destra, le gambe accavallate di un’altra ragazza, abito leggero e capelli raccolti in un’acconciatura d’epoca. L’uomo al centro è Primo Levi, la figura alla sua destra è la sorella Anna Maria, quella a sinistra è la futura moglie Lucia Morpurgo. La fotografia ci guarda da una delle prime pagine dell’Album Primo Levi, da poco uscito a cura di Roberta Mori e Domenico Scarpa (Einaudi, pp. 342, euro 60,00). Pubblicato nella collana dei «Saggi», la stessa in cui Einaudi accolse Se questo è un uomo nel ’58, il volume ha però il formato di un atlante, e non a caso: oltre a raccogliere le immagini, il libro disegna infatti anche una mappa, una topografia di Levi e dei suoi mondi concreti e immaginari. Diviso in cinque capitoli (Cucire molecole, Andare in montagna, Auschwitz, «Carbonio», Cucire parole, Pensare con le mani), il volume è completato da due appendici (I luoghi e La vita, vero e proprio ‘atlante storico’ leviano). Le immagini, molte delle quali inedite, sono legate da un racconto critico che tiene in equilibrio la presentazione del percorso biografico-letterario da un lato, l’interpretazione dall’altro. Inframmezzati al testo si trovano brani dell’autore e le tavole ispirate al racconto Carbonio, disegnate da Yosuke Taki, artista e saggista giapponese che ha tradotto nella sua lingua le Conversazioni e interviste di Levi.
Contesti, animi, situazioni
Che cosa impariamo da quest’Album Primo Levi? Molto, sia direttamente sul piano fattuale (dati, nomi, circostanze, per conoscere i quali il lettore italiano ha ora a disposizione, finalmente tradotta per Utet, anche la biografia di Ian Thomson, Primo Levi. Una vita); sia indirettamente, per via di quella comprensione empatica di contesti, animi e situazioni che spesso le immagini ispirano. Conosciamo così i volti degli antenati evocati nel Sistema periodico e quelli degli amici della piccola comunità di ebrei torinesi trapiantati a Milano, con cui Levi visse a stretto contatto prima dell’arresto. Uno di questi, Eugenio Gentili Tedeschi, ritrasse in caricatura Primo, sua cugina Ada Della Torre e Vanda Maestro, che sarà poi con Levi al campo di Fossoli e ad Auschwitz, «andata in gas, in piena coscienza» (così nella Tregua). Proprio l’attrito tra le immagini che precedono Auschwitz e le parole scritte dopo quel viaggio verso il fondo sollecitano altre domande: che cosa restituiscono queste foto ai sommersi e ai salvati? Quali nuove ulteriori immagini mentali ricaviamo dell’autore e delle figure che abbiamo incontrato nei suoi libri?
Per provare a rispondere conviene tornare alla fotografia da cui siamo partiti. Dobbiamo mettere a fuoco, cioè, il sorriso di Levi. Un sorriso che va oltre Auschwitz senza cancellare quell’esperienza maggiore e insuperabile, ma allineandola a una serie di altri eventi e incontri che hanno fatto di Levi quel che effettivamente è stato: un autore complesso, insieme razionale e fantastico. Il sorriso del giovane Levi, diverso da quello pacato, spassionato dei ritratti maturi e senili, nasce nel desiderio avventuroso di «dragare il ventre del mistero», nella curiosità dell’adolescente che si appassiona alla chimica e alla sua scientifica ‘magia’; nasce perfino nelle vignette satiriche degli anni di liceo (riprodotte nell’Album), con cui gli studenti del «D’Azeglio» si preparavano a resistere, anche grazie alla beffa, alle deliranti mistificazioni propalate da «La difesa della razza». Tracce di quel sorriso s’intravedono perfino nel Lager, o meglio nel racconto che Levi ne fa: l’ironia amara e allusiva che emerge a tratti in Se questo è un uomo diventa vera comicità in alcuni episodi della Tregua. Ma Levi è già capace d’ironia nella prima lettera finora nota spedita in Italia durante il viaggio di ritorno, indirizzata a Bianca Guidetti Serra (nell’Album citata per intero): «ho imparato il tedesco, un po’ di russo e di polacco, e inoltre a cavarmela in molte circostanze, a non perdere il coraggio e a resistere alle sofferenze morali e corporali». Difficile resistere alla tentazione di leggere, in questo bilancio, un’allusione e un’involontaria caricatura della morale che Renzo Tramaglino recita davanti a una dubbiosa Lucia, nel finale dei Promessi sposi.
Quale contributo porta e come si situa l’Album Primo Levi nel quadro della critica leviana di questi anni? Possiamo dire a grandi linee che dopo la morte dell’autore si sono avvicendate tre fasi critiche, con altrettanti obiettivi in parte sovrapposti. La prima fase ha coinciso con la necessità di mettere in luce le qualità e la posizione di Levi come scrittore, insieme al valore della sua testimonianza; la seconda, ha promosso un’immagine più varia dell’opera di Levi, per esempio dando rilievo a temi che attraversano, collegandoli, i libri direttamente ispirati dalla memoria concentrazionaria e gli scritti fino a quel momento meno canonici (i racconti, le poesie, i saggi); la terza fase, quella attuale, ha il compito di mantenere attivo e straniante l’effetto-Levi, reagendo contro gli stereotipi. Stereotipi sull’opera, che la vorrebbero tutta e solo tragica, tutta e solo su Auschwitz; e stereotipi sulla figura e l’esperienza dell’autore, che rischiano di essere relegate «ossequiosamente nel nobile castello della Storia Patria» (così Levi stesso si esprimeva sul pericolo di «imbalsamazione» della Resistenza, in Il tempo delle svastiche, 1960, citato nell’Album).
La scrittura per Levi è stata anche felicità di raccontare, e stabilire rapporti e affetti attraverso il racconto, come è accaduto con Lucia Morpurgo: «ho raccontato le mie cose a lei come le raccontavo a tutti, ma ho trovato una udienza molto più vicina e affettuosa». Il brano si legge in un’intervista del 1982, pubblicata nell’ultimo numero di «Riga»: Primo Levi, a cura di Mario Barenghi, Marco Belpoliti e Anna Stefi, «Riga 38» (Marcos y Marcos, pp. 573, euro 35,00). Il periodico fondato da Belpoliti con Elio Grazioli aveva già dedicato a Primo Levi il volume n. 13 (1997), che aveva dato un contributo decisivo alla seconda fase degli studi leviani; vi si trovavano, oltre a testi e conversazioni d’autore, un’antologia della critica e ventiquattro voci per un ‘dizionario’ tematico leviano, da Animali a Visitatore. Rispetto a quella versione, il numero 38 è profondamente rinnovato: contiene scritti rari e pronunciamenti d’autore, ulteriori interviste e recensioni, il dizionario con alcune variazioni. Del tutto inedita è l’ultima sezione, che accoglie i testi del convegno Primo Levi antropologo ed etologo, svoltosi nel 2016 alle Università di Bergamo e di Milano-Bicocca (con i contributi dei curatori, Barenghi e Belpoliti, e di Aime, Santucci e Alleva, Barbetta, Beani, Benvegnù, Cinquegrani, Fabietti, Gordon, Marrone, Mengoni, Pianzola, Porro, Pievani, Remotti, Ruffini, Scarpa). La questione di fondo che il tema del convegno solleva è cruciale, non solo perché Levi coltivò un interesse non comune per le due scienze, ma anche perché rileggere l’opera leviana alla luce dell’etologia e dell’antropologia significa interrogarsi sulla possibilità di estendere osservazioni maturate in una specifica condizione storica al livello più generale dei rapporti tra individui, culture e specie.
Umano e animale, ibridazione
È una domanda che lo stesso Levi si è fatto, dandosi risposte diverse nel corso degli anni, ma sempre evitando – lo osserva Gianfranco Marrone – sia il «riduzionismo delle differenze culturali» su base biologica, sia il relativismo culturale che «tende a giustificare ogni azione e valore». Certo, nei racconti di Storie naturali umano e animale tentano di ibridarsi, lasciando intravedere nel rapporto tra uomini e creature ‘fantabiologiche’ dinamiche simili a quelle storicamente attuate in nome della cosiddetta razza. Ma, come ricorda qui Robert Gordon, proprio in quei racconti riemergono anche «altri strati, stili e pensieri» elaborati nel primissimo Dopoguerra e messi in secondo piano dalle esigenze della testimonianza. La conoscenza degli ‘altri stili’ di Levi, degli «aspetti della sua coscienza o del suo sentire che più resistevano alla ragione analitica» (Barenghi) è tra gli obiettivi del volume leviano di «Riga» che, a vent’anni dal precedente, recupera e ci consegna nuove immagini di Levi.
giovedì 14 dicembre 2017
La scalata egemonica del Mito Transpolitico: un'antologia che accosta Gramsci a Mosca, Michels e Pareto come "critico della democrazia" e fautore delle élites...
Le illusioni della democrazia, introdotto e curato da Lorenzo Vitelli, Gog edizioni, pagg. 136, euro 13
Risvolto
Un’antologia di scritti di quattro grandi pensatori del primo Novecento,
sul tema – consunto e annacquato dalla retorica democratica – delle
élite e dei rapporti tra governanti e governati. Di stringente
attualità, i testi riuniti in questo libro saggiano i primi
interrogativi sorti intorno al ruolo delle élites nelle società di
ogni tempo. Dalle prime tesi di Mosca sulla classe politica e la
minoranza organizzata fino alle critiche di Gramsci nei confronti della
composizione del partito in Michels, passando per la teoria della
circolazione delle élites di Pareto.
L'ostinata tentazione di un Marx populista senza Hegel: il periodico ritorno dell'Obscina

Marx era un modernista sfegatato e per lui la comunità originaria portava dritti dritti alla schiavitù. La comune russa poteva anche andare, ma solo nel contesto del "mondo moderno" con la sua economia che sviluppa le forze produttive, altrimenti erano fame e botte da orbi.
Nascendo dalla critica del "produttivismo" e della filosofia della storia progressista (Heidegger), si tratta di una polemica inveterata: il Sessantotto contro Stalin [SGA].
Pier Paolo Poggio: La rivoluzione russa e i contadini. Marx e il populismo rivoluzionario, Jaca Book
Risvolto
Dalla
prima edizione di questo libro si sono verificati cambiamenti epocali:
l'URSS è scomparsa e con essa i partiti comunisti; il capitalismo si è
esteso sull'intero pianeta; l'equilibrio del terrore è stato soppiantato
da dinamiche geopolitiche instabili. Un futuro distopico è in atto, tra
finanziarizzazione, digitalizzazione, verticalizzazione delle ricchezze
e del potere, distruzione dei legami sociali. Sullo sfondo la crisi
ecologica globale interroga l'umanità. La ricostruzione della genealogia
del conflitto al centro della rivoluzione russa - evento assiale del
Novecento - è una tappa necessaria per orientarsi in quel che ne è
seguito sino a oggi. Sgombrato il campo da molte inutili superfetazioni,
le questioni affrontate, spesso in anticipo sui tempi, mantengono
inalterato il loro interesse. Tra queste, l'alternativa storico concreta
al capitalismo; la questione contadina come banco di prova delle
politiche di trasformazione; la critica dell'ideologia dello sviluppo
economico illimitato. E, come peculiare tema non solo di carattere
specialistico, l'indagine sul problematico rapporto tra Marx e il
marxismo.
I trotzkisti italiani ripubblicano un libro propagandistico di Trotzki
Prima e dopo l'Ottobre. La ripubblicazione, per la casa editrice Alegre, della «Storia della Rivoluzione Russa» di Lev Trockij, un'opera divenuta ormai introvabile sul mercato italiano
Claudia Scandura Manifesto 13.12.2017, 0:05
Per il centenario della Rivoluzione di ottobre, il primo canale della televisione russa ha mandato in onda la prima puntata della serie dedicata a Lev Trockij, una produzione sontuosa che mescola fatti reali e inventati e disegna la figura del protagonista come una sorta di rivoluzionario di professione, un antesignano di Che Guevara, la cui vita scorre fra amori e intrighi. L’ottica del film rispecchia le indicazioni delle autorità russe che ostentano sovrano distacco nei confronti della rivoluzione, un avvenimento in cui, come ha detto Dmitrij Peskov, addetto stampa di Putin, non c’è proprio niente da festeggiare.
LA RIVOLUZIONE ha perso allure per la maggior parte dei russi che, fra i grandi eventi del Novecento, mettono al primo posto la vittoria nella seconda guerra mondiale. Ecco quindi che Stalin, pur con tutti i suoi difetti, viene prima di Lenin, pur sempre il padre della patria, e soprattutto di un avventuriero come Trockij, la cui figura è sempre stata tabù in Unione sovietica.
Solo nel 1997, in occasione degli ottanta anni della Rivoluzione, è stata infatti pubblicata in Russia dalla casa editrice Terra la sua Storia della Rivoluzione Russa. Un esempio cui si rifanno le edizioni Alegre che, in occasione del glorioso centenario, pubblicano una nuova edizione di quell’opera (volumi 1 e 2, traduzione di Livio Maitan, prefazione di Enzo Traverso, pp.1047, euro 40). Un’opera che, pur pubblicata in passato varie volte, era ormai introvabile sul mercato italiano.
LEV TROCKIJ iniziò a scriverla immediatamente dopo aver lasciato la Russia, nel 1929, durante l’esilio turco, con l’aiuto dei suoi collaboratori e segretari e del figlio maggiore Lev Sedov. La pubblicò a Berlino presso la casa editrice Granit: il primo volume nel 1930, il secondo nel 1931. L’anno dopo, Trockij fu privato da Stalin della cittadinanza sovietica e nel 1933 fu costretto a riparare in Francia. Da lì la sorte lo condusse, dopo alterne vicende, in Messico dove un sicario di Stalin pose fine ai suoi giorni nel 1940.
SI TRATTA DI UN LIBRO prezioso perché dipinge un quadro degli avvenimenti basandosi non solo su un’ampia documentazione ma anche perché scritto da uno dei protagonisti delle vicende narrate. Trockij era il presidente del Soviet di Pietrogrado da cui scoppiò la scintilla rivoluzionaria e fu organizzatore e comandante dell’Armata Rossa che, sotto la sua guida, sconfisse l’Armata Bianca e trattò la pace di Brest-Litovsk con gli imperi centrali. L’autore cerca di offrire un quadro obiettivo dei fatti, di non parlare delle proprie «questioni personali», ma ciò nonostante il libro ha un’indubbia posizione politica: Trockij odiava Stalin e non nasconde l’avversione nei suoi confronti, non perde occasione per screditarlo. D’altra parte, come notò Pavel Miljukov, Ministro degli esteri del governo provvisorio, Stalin a sua volta invidiava l’intelligenza di Trockij e odiava in lui l’uomo di cultura. Non per nulla fu proprio l’intelligencija a soffrire maggiormente per la sua sconfitta: una volta eliminata l’opposizione di sinistra e instaurata la burocratizzazione totalitaria che caratterizza il regime staliniano, venne meno l’ombrello di protezione che Trockij aveva offerto ai «compagni di strada», quei letterati che avevano accettato la rivoluzione, pur non abbracciandola nella sua totalità.
DISEGNANDO UN AFFRESCO storico degli avvenimenti, l’autore sottolinea i legami fra la rivoluzione di febbraio e quella di ottobre. La prima non aveva, a suo avviso, alcuna possibilità di sopravvivere e non era altro che «un guscio, nel quale si celava l’anima nascosta della rivoluzione d’ottobre», come scrive nella prefazione all’edizione berlinese, qui riprodotta. Quella di febbraio fu una vittoria facile, piena di entusiasmi, senza collisioni né vittime, cui seguì l’ottobre, «una rivoluzione come un turbine di bufera, come una tempesta di neve», scrive il poeta simbolista Aleksandr Blok nel suo saggio L’intelligencija e la rivoluzione, esortando ad ascoltarne la musica, lo slancio creativo.
TROCKIJ, PUR ESSENDO uno dei protagonisti della rivoluzione, la vede in una prospettiva storica, cerca di mettersi a distanza dagli avvenimenti, parla di sé in terza persona, si chiama per nome, ponendosi sullo stesso piano degli altri attori della storia pur senza nascondere il suo obiettivo vantaggio. Riconoscendo la parte di memoria presente nel libro, insiste però sul carattere oggettivo della sua ricostruzione, sulla sua volontà di tenere fuori emozioni e stati d’animo. Del resto, le fonti dell’opera sono eccezionali: giornali, riviste, memorie, verbali, documenti ancora manoscritti, resi accessibili ai bolscevichi dopo la conquista del potere.
Forse la rilettura di questo avvincente libro di Trockij potrebbe aiutare la società russa ad avviare una riflessione sul passato. Chissà se l’immagine del rivoluzionario puro e duro, spingerà le nuove generazioni a interessarsi ai dieci giorni che, comunque la si pensi, sconvolsero il mondo.
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