lunedì 29 gennaio 2018
La casa editrice della Guerra Fredda ripubblica James Bond
Ian Fleming: Goldfinger, a cura di Matteo Codignola, trad. di Massimo Bocchiola, Adelphi «Fabula», pp. 295, € 20,00
Risvolto
Può essere che Ian Fleming, come spesso gli accadeva, abbia usato Goldfinger per regolare qualche conto, o sublimare alcuni desiderata.
Di fatto la sconfitta, nell'estate del 1957, ai campionati
semiprofessionistici del Berkshire Golf Club non gli era andata giù, e
ancora meno gli stavano piacendo i progetti di Ernö Goldfinger,
l'architetto che in tutta l'Inghilterra demoliva palazzi vittoriani,
sostituendoli con discutibili edifici modernisti. Quanto alla sua
attraente vicina di casa a Goldeneye, che sarebbe diventata sua amante,
somigliava anche troppo a Miss Galore: solo che si chiamava Blanche
Blackwell, mentre «Pussy» era il nome in codice di un'agente segreta
conosciuta da Fleming durante la guerra. Serviva altro, per scrivere il
romanzo fino ad allora più complesso della serie, e da allora in poi
forse il più celebre? Be', sì, serviva la storia, a dir poco
rocambolesca, del «più grande colpo di ogni tempo». Parola di Auric
Goldfinger.
giovedì 25 gennaio 2018
Unire le classi subalterne, ricostruire una democrazia progressiva, restituire potere al popolo. Un appello
Unire
le classi subalterne, ricostruire una democrazia progressiva, restituire potere
al popolo.
Un appello al mondo della cultura, dell’arte, della formazione e dell’Università, della
comunicazione
L’«Occidente liberale» è la realizzazione o
la negazione della democrazia? E l’Italia è ancora un paese democratico? E lo è
nella stessa misura in cui lo è stato nei decenni alle nostre spalle e cioè in
quel senso avanzato e progressivo che avevano in mente i partigiani nel
liberare il paese dall’occupante nazifascista e i Padri costituenti nel
sottolineare nella nostra Carta fondamentale la centralità del lavoro e della
partecipazione popolare ma anche della pace, dell’antimperialismo e
dell’anticolonialismo, ovvero del principio di eguaglianza
sul piano interno e su quello internazionale?
E’ vero: non c’è forse paese nel quale si
vada così spesso a votare.
Tuttavia, la crescita esponenziale
dell’astensionismo - sistematicamente sollecitato dall’ideologia dominante e
dalle principali forze politiche sulla scorta del modello anglosassone e giunto
ormai a livelli tali da rendere illegittimo ogni risultato elettorale -, si
configura come il sintomo della de-emancipazione di fatto di milioni di persone
e cioè come una revoca sostanziale di un suffragio universale divenuto, nella
pratica, inutile.
Chi votiamo, oltretutto, quando andiamo alle
urne? Abbiamo veramente quella libertà di scelta che l’ampiezza apparente
dell’offerta lascia presagire?
Distrutti i partiti politici di massa, la
scelta elettorale non è più una scelta tra posizioni realmente alternative, tra
programmi e idee che siano espressione di interessi diversi o contrapposti, ma
una competizione tra semplici varianti del governo neoliberale delle cose. Una
sorta di perpetuo Talent Show tra cordate o comitati che, all’ombra di questo o
quell’altro leader di un bonapartismo postmoderno e spettacolarizzato, ci
riconducono alla prassi della vecchia Italia liberale e pre-democratica. Quando
cioè i diritti politici coincidevano con il monopolio della ricchezza e i governi
erano il comitato d’affari delle classi dominanti.
Inoltre: che ne è dei diritti economici e
sociali conseguiti nel dopoguerra, senza i quali la democrazia rimane solo un
privilegio di chi può permettersela? La loro universalità è stata in larga
parte smantellata con un metodo e una meticolosità per molti versi simili dai
governi di centrodestra come da quelli di centrosinistra, da Berlusconi e
Salvini come da Prodi e D’Alema, da Monti come da Renzi. Ed è ridotta oggi a un
servizio minimo essenziale che si propone di garantire la sola sopravvivenza.
La formazione pubblica, dalle scuole primarie all’Università, è stata sottomessa a un format privatistico che configura un sistema duale e classista. Si è imposto un modello pedagogico che dietro la retorica dell’”eccellenza” mortifica ogni merito e bisogno reale, perché - tranne che per pochi privilegiati e cioè per le élites destinate a occupare i segmenti più alti del mercato del lavoro e assorbite dai residui settori industriali avanzati ancora presenti nel paese, - deve in realtà allevare forza-lavoro a basso costo per un apparato produttivo che è in gran parte arretrato e parassitario e non ha bisogno di cultura e innovazione, ricerca e sviluppo, ma è orientato a competere al ribasso.Il diritto alla salute esiste ormai soltanto sulla
carta e le differenze sociali, determinando le capacità di accesso alle cure
private, sono tornate a essere differenze che si riverberano sulla stessa
aspettativa di vita dei singoli e delle classi.
Nei sistemi pensionistici ogni forma
solidarietà sociale è stata smantellata e - soprattutto per quanto riguarda le
generazioni più giovani, esposte a un mercato del lavoro selvaggio di tipo
ottocentesco nel quale la contrattazione collettiva è stata neutralizzata e la
precarietà è divenuta la norma che garantisce uno sfruttamento crescente -
ciascuno si ritroverà presto solo e privo di protezioni, con i propri limiti e
i propri fallimenti.
Poiché però il sistema di Welfare del
dopoguerra è stato una grande operazione di redistribuzione di ricchezza e potere
che muoveva dal presupposto dell’intervento dello Stato moderno nelle
contraddizioni della società civile, il deserto cresciuto attorno a noi
rappresenta anzitutto il segno di una grande riscossa antistatalistica delle
classi proprietarie, la cui lotta di classe non è mai stata così efficace. In
pochi decenni - dalla sconfitta degli operai Fiat nel 1980 al referendum sulla
scala mobile e poi dagli accordi sulla concertazione e sul costo del lavoro
sino al pacchetto Treu e al Jobs Act - queste classi si sono riprese con gli
interessi già sul piano normativo tutto ciò che i ceti popolari erano riusciti
a conquistare in centocinquanta anni di conflitto dal basso. Approfittando
infine della crisi economica per ridurre al minimo la percezione stessa dei
diritti sociali e per derubricare il sentimento di giustizia a innocuo
moralismo impolitico.
Proprio questo è il punto
fondamentale, però: a chi serve la democrazia intesa in senso pienamente
moderno, quella democrazia che risulta oggi perduta in Italia come nell’«Occidente
liberale», serve ai deboli o ai forti? Ai poveri o ai ricchi? A chi è
già riconosciuto o agli esclusi?
Come ci ha spiegato una volta per tutte
Antonio Gramsci, sono le classi subalterne ad averne più bisogno. E la storia
della democrazia è in questo senso anzitutto la storia della lotta di queste classi,
della loro organizzazione e della loro complicata unità, al fine di modificare
rapporti di forza millenari e conquistare la dignità umana e il riconoscimento
nella collettività politica.
La crisi della democrazia e la sua
minimizzazione – la sua separazione da ogni elemento di socialismo -, al rovescio, è
allora in primo luogo la crisi della capacità popolare di organizzarsi in
classe consapevole, di confliggere e difendersi. L’incapacità degli esclusi di
ricominciare a lottare contro ogni discriminazione, per portare maggiore
equilibrio nelle differenze sociali e infine toglierle, per mettere in
sicurezza ciò che è stato conquistato – il salario, il tempo di vita, la
bellezza della partecipazione politica… - e per andare anzi ancora più avanti
nella costruzione consapevole dell’unità del genere umano.
Ma il neoliberismo odierno - ovvero il
programma liberale puro e privo di ostacoli con il suo corollario
post-democratico - è un destino obbligato per questa semi-colonia che è
l’Italia, nella quale la retorica verbale “sovranista” dei movimenti
populistici e delle destre più rozze si scontra con la realtà degli arsenali e
delle armate NATO e USA presenti nel territorio?
La crescita degli squilibri
sociali, della quale lo scollamento inarrestabile tra salari e profitti è
plastica rappresentazione, è certamente il risultato di una sottrazione degli
spazi decisionali, in seguito a una delocalizzazione dei poteri verso organismi
sovranazionali e verso entità tecnocratiche irresponsabili, è vero. Ma è ancor
prima il risultato di una catastrofica sconfitta sociale e politica che, pur
avendo un nesso non revocabile con le vicende della Guerra Fredda e con immani
trasformazioni dello scenario globale e dei rapporti di forza tra le regioni
del mondo, deriva anzitutto dal venir meno della solidarietà tra le classi
subalterne e dalla frantumazione della loro coscienza di sé e della loro
organizzazione autonoma.
Se la democrazia è nata quando ciò che era debole
e diviso si è unito, facendosi forte nel partito e nel sindacato sino a farsi
riconoscere e rispettare come classe dirigente nazionale, la crisi della
democrazia esplode invece quando ciò che era stato unito viene nuovamente
diviso e ridiventa debole. Sino al punto che la lotta non avviene più oggi tra
ciò che è in basso e ciò che è in alto, come pure viene assai spesso ritenuto
dai teorici del “populismo”, ma si manifesta sempre più come una guerra tra
poveri. Una guerra nella quale i più deboli non sono più in grado di
comprendere le ragioni della propria sofferenza e – cosa ancor più evidente in
relazione al fenomeno epocale delle migrazioni dei popoli, oggi spesso
grottescamente assimilato a un fantomatico complotto sostituzionista ai danni
della “razza bianca” - si scannano tra loro, esponendosi all’influenza delle
destre più pericolose di vecchio come di nuovo tipo.
E’ un esito, questo, al quale purtroppo il
mondo della cultura, dell’arte, della formazione, dell’università e della
comunicazione – al quale in particolar modo ci rivolgiamo - non può dirsi
estraneo, avendo per lungo tempo accompagnato lo slittamento a destra del
quadro politico complessivo attraverso l’elaborazione di forme di coscienza
ultraindividualistiche e di valori competitivi e con la contestazione
relativistica dell’idea stessa di progresso, uguaglianza e giustizia sociale.
Non c’è alternativa, allora, e non ci sono
scorciatoie “governiste” per chi voglia riscoprire la democrazia moderna e
rilanciare – in una fase tutt’altro che “rivoluzionaria”
o anche solo espansiva - quel progetto incompiuto che la Costituzione ci ha
trasmesso in eredità: non l’incubo padronale di una fantomatica democrazia
immediata della rete, né il vano sforzo di condizionare o riconquistare il
PD; ma un lungo
lavoro di organizzazione e auto-organizzazione, di confronto e mediazione, che ricostruisca
un fronte popolare tenendo insieme e facendo interagire partiti politici, forze
sociali, movimenti di lotta, e che lo faccia ben al di là dell’orizzonte
elettorale contingente.
Un lavoro che - con umiltà e modestia - semini coerenza e intransigenza oggi
per raccogliere fiducia domani.
Rinunciare, perciò, ai compromessi al ribasso
e alla semplice riduzione del danno nell’ambito di un percorso di
minimizzazione della democrazia e provare invece a invertire decisamente la
rotta. Pur con mille insufficienze e contraddizioni - e ricominciando dopo aver
appreso da quegli errori che hanno regalato militanti all’astensionismo, al
Movimento 5 Stelle e alle destre -, ripensare la crisi della sinistra
(che è ad un tempo la crisi della politica e della coscienza moderna) e
riconquistare autonomia, per radicarci di nuovo negli interessi dei subalterni.
Accumulare le forze per tornare a incidere al più presto nella realtà - anche
attraverso i necessari strumenti di organizzazione, dibattito e comunicazione -
e per tenere aperto l’orizzonte di una trasformazione dello stato di cose presenti.
Unire
ciò che è stato diviso, ricucendo il tessuto lacerato della società.
Ridare
organizzazione e rappresentanza alle classi subalterne e sostenere i popoli e i paesi oppressi o
minacciati dall’oppressione.
Riequilibrare
i rapporti di forza nel conflitto politico e sociale.
Ridistribuire
ricchezza e uguaglianza nel paese e nel mondo intero.
Combattere
dappertutto contro il capitalismo, il colonialismo e l’imperialismo.
Restituire
finalmente pace e potere al popolo.
Domenico Losurdo (Università di Urbino); Angelo d'Orsi (Università di Torino); Stefano G. Azzarà (Università di Urbino); Alexander Höbel (Università di Napoli “Federico II”); Davide Busetto (studente Università di Padova); Guido Carpi (Università “Orientale” di Napoli); Riccardo Cavallo (Università di Firenze) Antonello Cresti (saggista e musicologo); Raffaele D'Agata (Università di Sassari); Pierre Dalla Vigna (direttore Edizioni Mimesis); Marco Di Maggio ( Sapienza, Università di Roma); Carla Maria Fabiani (docente storia e filosofia nei licei, Lecce); Roberto Fineschi (Siena School for Liberal Arts); Francesca Fornario (giornalista e autrice satirica, Il Fatto Quotidiano); Gianni Fresu (Universidade Federal de Uberlandia, Brazil); Fabio Frosini (Università di Urbino); Guido Liguori (Università della Calabria); Giuliano Marrucci (giornalista, Rai-Report); Raul Mordenti (Università di Roma Tor Vergata); Alessandro Pascale (insegnante precario Storia e Filosofia, Milano); Marco Veronese Passarella (Leeds University); Donatello Santarone (Università di Roma III);...
mercoledì 24 gennaio 2018
Bagnai e buoi dei paesi tuoi: fine ingloriosa del discorso No Euro a sinistra e di ogni possibilità di affrontare seriamente la necessaria critica dell'UE
In nome dell'uscita dal cattivissimo Euro che ha
impoverito i ceti popolari... il furbissimo economista del popolo
sostiene la Flat Tax!
Siamo alle comiche.
A
destra sta l'UE, verso destra si esce dall'UE, perché a destra - in un
caso o nell'altro - sono e saranno ancorati per lungo tempo i rapporti
di forza reali.
Non è che tolto l'euro scompaiano i padroni, lo
sfruttamento, la forbice tra profitti e salari e gli stronzi
opportunisti: Il nostro compito è esattamente ribaltare questi rapporti,
non immaginare soluzioni miracolistiche che ci esonerino dal lavoro
necessario.
E' vero: a differenza della
nascita dello Stato nazionale, quando il processo di unificazione
politica e territoriale coincideva con un parallelo processo di
emancipazione dei subalterni e di progresso nei rapporti di forza, la
costruzione dell'UE rappresenta un regresso rispetto alla democrazia
nazionale stessa (che ha costituito il luogo storico del maggior potere
accumulato dai subalterni) e si colloca dunque in un contesto di
restaurazione. Tuttavia i processi storici sono irreversibili e il
ripristino di una dimensione nazionale - ma siamo sicuri che torneremmo
allo Stato nazione? Oppure sarebbe più probabile la nascita di entità
geo-economiche variabili in stile Catalogna? - non coinciderebbe
automaticamente con un movimento di ripristino di quei rapporti di forza
favorevoli ma correrebbe ancora sempre in parallelo ad un ulteriore
peggioramento e squilibrio sociale.
Ho fatto bene allora in questi anni a perculare i fans di Bagnai, massimo esperto mondiale televisivo di bagnaiologia vanesia.
Spiace invece per quei compagni - alcuni anche bravissimi sul piano
teorico - che dimenticano come ogni fenomeno o processo assuma senso
solo se commisurato all'andamento del conflitto di classe, e che perciò
si sono fissati feticisticamente sull'euro e in generale sulla moneta.
Come se cambiare moneta possa magicamente sopperire al drammatico
deficit di unita, forza e coscienza dei subalterni, unico fondamento di
una politica emancipativa perché unica leva che sposta i rapporti di
forza.
Altra cosa è invece la critica - legittima e sacrosanta -
dell'assetto della convergenza europea (un fenomeno che nasce alla fine
del XVIII secolo) e dei processi reali che ci hanno condotto sino a
questo vicolo cieco [SGA].
P.S.
L'argomento per cui la sinistra - matrigna - avrebbe isolato quel cucciolo di Bagnai spedendolo nelle braccia della Lega descrive in maniera impietosa lo stato di analfabetismo politico e culturale nel quale siamo precipitati.
L'esempio non è calzante, perché Bagnai è sempre stato di destra già come tipologia umana. Ma diciamo che è come se gli innumerevoli quadri comunisti che di volta in volta sono finiti in minoranza nella Germania di Weimar, per mantenere alta la fiaccola della Causa e rieducare la KPD... si fossero candidati nella NSDAP.
P.S.
L'argomento per cui la sinistra - matrigna - avrebbe isolato quel cucciolo di Bagnai spedendolo nelle braccia della Lega descrive in maniera impietosa lo stato di analfabetismo politico e culturale nel quale siamo precipitati.
L'esempio non è calzante, perché Bagnai è sempre stato di destra già come tipologia umana. Ma diciamo che è come se gli innumerevoli quadri comunisti che di volta in volta sono finiti in minoranza nella Germania di Weimar, per mantenere alta la fiaccola della Causa e rieducare la KPD... si fossero candidati nella NSDAP.
Il suo nome sia d'ora in avanti sinonimo di infamia e nessuno osi più avvicinarsi a lui.
La nostra mancanza di autonomia è spaventosa e si concretizza in una forma di feticismo che è il contrario del materialismo storico.
La nostra mancanza di autonomia è spaventosa e si concretizza in una forma di feticismo che è il contrario del materialismo storico.
Cesare sul Rubicone
Luca Fezzi: Il dado è tratto Cesare e la resa di Roma, Laterza «i Robinson / Letture», pp. 375, € 22,00
Risvolto
Nel gennaio 49 a.C., Cesare, conquistatore delle Gallie, sfidò un
ultimatum senatorio. Alla testa di alcune coorti legionarie varcò il
Rubicone, pronunziando una celebre frase. Nello stesso giorno occupò
Rimini, presidio strategico della terra Italia. Si spinse poi verso sud,
minacciando la stessa Roma, cuore di una res publica ormai egemone sul
Mediterraneo. Pompeo, incaricato di fermarlo, rispose con una mossa meno
celebre ma altrettanto fatidica. Ordinò all'intera classe politica di
abbandonare la città e di seguirlo, per contrattaccare dal meridione
della Penisola o, addirittura, dai Balcani. Il panico fu inenarrabile.
Mai i romani si erano trovati di fronte a una situazione del genere.
L'Urbe, nella sua secolare storia, era stata sempre difesa, con alterne
fortune, da nemici esterni e interni. A Cesare essa fu invece
abbandonata, assieme al suo ricchissimo tesoro. Che cosa avvenne in quei
terribili giorni? Come si giunse a una situazione tanto sconcertante?
Roma era davvero indifendibile? Quali furono le conseguenze della fuga
pompeiana? Per rispondere occorre ricostruire la temperie politica e
istituzionale che aveva trasformato la gloriosa res publica in un
sistema logoro e corrotto, nel quale ormai troppi non credevano più, e
che Cesare riuscì a piegare con rapidità impressionante.
lunedì 22 gennaio 2018
La secessione fiscale e coloniale Herrenvolk degli occupanti inglesi in America del Nord: la storia della "rivoluzione" americana di Alan Taylor
Risvolto
La rivoluzione americana è spesso raffigurata come un evento sorto da
nobili principi, la cui chiave di volta, la Costituzione federale, forni
l'impalcatura ideale a una nazione prospera e democratica. Con questo
libro, Alan Taylor ha scritto un racconto della fondazione della nazione
americana. L'aumento delle rivalità tra imperi europei e i loro alleati
nativi si diffuse come un incendio nelle colonie della Gran Bretagna,
alimentato dalle condizioni locali, devastante e difficile da soffocare.
Il conflitto si innescò sulla frontiera, là dove i coloni chiedevano a
gran voce di spingersi a ovest nelle terre indiane, andando contro le
restrizioni britanniche, e nelle città della costa, dove le élite
commerciali organizzarono disordini, boicottando le politiche fiscali
britanniche. Quando la guerra scoppiò, la brutale violenza della
guerriglia si allargò lungo tutta la frontiera, da New York fino alla
Carolina, alimentata da divisioni interne e dallo scontro con la Gran
Bretagna. Nella fragile nuova nazione sorta negli anni Ottanta del
Settecento, i leader nazionalisti come James Madison e Alexander
Hamilton cercarono di frenare le indisciplinate democrazie statali e di
consolidare il potere attraverso una Costituzione federale. I
sostenitori del potere nazionale ratificarono una nuova struttura di
governo. Ma gli avversari prevalsero durante la presidenza di Thomas
Jefferson, la cui visione di un «impero della Libertà» occidentale era
in linea con le vecchie ambizioni espansionistiche dei coloni di
frontiera. Gli insediamenti dei bianchi e il sistema schiavista si
diffusero a ovest, ponendo le basi per una guerra civile che un secolo
più tardi quasi distruggerà l'Unione creata dai fondatori. Taylor ritrae
il ruolo giocato da Francia, Spagna e dai nativi e racconta gli
avvenimenti bellici, mescolando storia politica, sociale, economica e
culturale.
Sono comunque Robespierre e Lenin i responsabili di tutti i mali del mondo: Vittorio Strada e la stessa musica
"Il moderno terrorismo? È figlio dei teorici russi che volevano morto lo Zar"In «Il dovere di uccidere» lo storico analizza la nascita del mito dell'omicidio politico «giusto» Matteo Sacchi Giornale - Mer, 07/02/2018
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