domenica 4 febbraio 2018

Salvaguardia del metabolismo tra uomo e natura e ecologismo come di fuga dal marxismo: una storia italiana (e non solo)


La contestazione verde in realtà è rossa 

«Sinistra ed ecologia in Italia (1968-1974)», di Michele Citoni e Catia Papa è il nuovo quaderno monografico della rivista «Altronovecento» 
Giorgio Nebbia Manifesto 3.2.2018, 0:03 
Dagli anni Sessanta dell’Ottocento e per un intero secolo, l’ecologia è rimasta severa disciplina scientifica rivolta a comprendere e descrivere i rapporti degli esseri viventi fra loro e con l’ambiente circostante. Negli anni Sessanta del Novecento è diventata popolare con la constatazione che l’animale «umano», con le sue scoperte e le sue attività, stava modificando prepotentemente le condizioni di vita degli altri esseri viventi e dell’ambiente naturale, con effetti diventati planetari in seguito ad alcune scoperte come quella dell’energia atomica, dei pesticidi e di molti altri prodotti sintetici non biodegradabili, «estranei» ai cicli naturali. 
L’«ecologia» indicava anche alcuni rimedi che presupponevano maggiori conoscenze sui cicli della materia e dell’energia e azioni politiche: pubblici controlli e divieti e imposte. E qui il discorso è diventato economico e politico; le riforme «ecologiche» disturbavano gli affari e i relativi potenti interessi e potevano essere chieste e (forse) ottenute con una pressione esercitata da «movimenti» con diverse finalità e attenzioni: per la difesa della natura, della salute delle persone, per la sicurezza dei lavoratori. 
UNA PRIMA ONDATA di protesta ha fatto seguito alla critica della società dei consumi e alla pubblicazione dei libri Primavera silenziosa di Rachel Carson e Our Synthetic Environment di Murray Bookchin; la protesta è diventata mondiale nei primi anni Settanta del Novecento quando l’«ecologia» è diventata la bandiera di una nuova richiesta di tecnologie meno violente nei confronti della natura e di più equi rapporti fra paesi ricchi e poveri.
Questa età dell’oro, vivacissima anche in Italia, fu seguita dalle crisi energetiche ed economiche che fecero passare in secondo piano, nell’opinione pubblica, l’aspirazione alle grandi riforme. È seguita la contestazione (vittoriosa) delle centrali nucleari, seguita a sua volta da una normalizzazione in cui le parole ecologia, ambiente, naturale, biologico, sostenibile, sono entrate nel linguaggio comune, distorte ai fini della crescita economica e assorbite dalla pubblicità che le ha applicate proprio a quelle merci e macchine che sono le vere fonti dei guasti ambientali. È così continuato il glorioso cammino verso un inevitabile disastro «ecologico» in un pianeta sull’orlo di una guerra nucleare fra i paesi ricchi, di inarrestabili crisi climatiche e di conflitti per il cibo e l’acqua nei paesi poveri. 
IL LIBRO di Michele Citoni e Catia Papa, Sinistra ed ecologia in Italia, 1968-1974 (pp. 128) appena pubblicato come quaderno di «Altronovecento» – edito dalla Fondazione Luigi Micheletti (da oggi disponibile gratuitamente sul sito http://www.fondazionemicheletti.it, ndr) – è di particolare interesse perché esplora una delle pagine meno note della contestazione ecologica fra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del Novecento. In quel periodo circolava la domanda: «Di che colore è l’ecologia?», e Virginio Bettini, uno degli autori più citati nel libro, nel 1970 scrisse che «l’ecologia è rossa». 
Il capitalismo «deve», per le sue leggi, sfruttare la natura, fonte di materie prime nella cui trasformazione in merci trae il proprio profitto e, nello stesso tempo, genera le nocività ambientali. Una genuina difesa della natura e dell’ambiente è, quindi, necessariamente, di sinistra, richiede un controllo e una pianificazione della produzione agricola e industriale, degli insediamenti, la difesa dell’aria, delle acque e delle risorse naturali in quanto beni collettivi.
Gli autori analizzano se e come e con quali successi la sinistra italiana è stata in grado di sostenere la battaglia per efficaci riforme ecologiche e lo fanno con una attenta e puntigliosa ricostruzione filologica degli scritti più significativi, dalle riviste come «Ecologia» e «Sapere» agli atti di congressi come quello del Partito comunista italiano a Frattocchie nel 1971. Sono opportunamente riportati lunghi brani tratti da testi ormai difficilmente accessibili e vengono così ricordate persone significative, in parte ormai dimenticate. 
DI PARTICOLARE INTERESSE i capitoli che trattano i rapporti fra i movimenti ecologici e l’impegno dei lavoratori per la difesa della salute e dell’ambiente nel posto di lavoro, ma anche all’esterno della fabbrica dove alle nocività ambientali erano esposte le stesse famiglie dei lavoratori.
Quasi sempre i due movimenti hanno camminato su piani paralleli senza incontrarsi, benché chiedessero le stesse cose, una minore violenza nei confronti dell’ambiente e difendessero lo stesso diritto alla salute umana compromessa dalle stesse azioni contro cui i due stavano combattendo. Il mondo padronale ha abilmente utilizzato il ricatto occupazionale per far apparire ai lavoratori gli ecologisti come «nemici» sostenendo che il rigore «ecologico» avrebbe comportato la perdita di posti di lavoro. D’altra parte spesso, per ignoranza, alcuni ecologisti hanno considerato i lavoratori come controparte. 
La ricostruzione del cammino dell’«ecologia di fabbrica» integra la storia dei movimenti ecologici e nel libro sono opportunamente ricordate le persone che hanno rappresentato un ponte fra i due movimenti come Giovanni Berlinguer, Maccacaro e pochi altri. Il libro di Citoni e Papa, arricchito di alcune interviste a testimoni di quella primavera dell’ecologia e da una preziosa e ricca bibliografia, si inserisce opportunamente fra i numeri monografici di «Altronovecento» che hanno trattato la storia dell’ambientalismo e della protezione della natura.

Un grave episodio di negazionismo della pulizia etnica fascista in Jugoslavia e di censura della libertà di ricerca storiografica



La sindaca Appendino, avvertita da Avvenire: "Non sapevo nulla, garantisco io che non si farà". Un’associazione lo aveva promosso nel Museo dell’ex carcere Le Nuove. Il direttore: piuttosto lo chiudo 

Avvenire Lucia Bellaspiga giovedì 1 febbraio 2018

Storia, "memoria" e monopolio della discriminazione come terreno di scontro per stabilire i confini dell'Occidente




 
 
 
 
 
 
 
 

Geopolitica dell'Artico: Mian

Artico. La battaglia per il grande Nord
Qui per la geopolitica dell'Antartide e Farinelli

Marzio G. Mian: Artico. La battaglia per il grande nord, Neri Pozza, pgg. 219, euro 13,50

Risvolto
Era quasi la Luna, l’Artico. Un altro pianeta rispetto alla grande storia dell’umanità. Invece ora si trova al centro di trasformazioni epocali. Dallo spazio appare sempre meno bianco e sempre più blu; un nuovo mare sta emergendo come un’Atlantide d’acqua, perché il riscaldamento nel Grande Nord è doppio rispetto al resto della Terra. Ma lo scioglimento dei ghiacci perenni ha scatenato la contesa per la conquista dell’unica area del mondo ancora non sfruttata e che nasconde risorse pari al valore dell’intera economia Usa. Si aprono strategiche rotte mercantili, ampie e pescose regioni marittime, ciclopiche infrastrutture per le estrazioni. Una spietata corsa neocoloniale ai danni degli inuit.

Marzio G. Mian è uno dei pochi giornalisti internazionali ad aver esplorato sul campo il Nuovo Artico. Dalla Groenlandia all’Alaska, dal Mare di Barents allo Stretto di Bering, questo viaggio-inchiesta racconta in presa diretta la battaglia per la conquista dell’ultima delle ultime frontiere. La Cina punta con ogni mezzo a espandere nel Grande Nord le sue ambizioni globali; gli Stati Uniti, ma anche la Norvegia, fronteggiano il pericoloso disegno neo imperiale di Vladimir Putin che considera l’Artico il mare nostrum della Russia e dispiega spie, basi e testate nucleari: un conflitto appare qui oggi più realistico che ai tempi della Guerra fredda, scrive Mian. Nel Grande Gioco del Ventunesimo secolo incombe su tutte una domanda: di chi è il Polo Nord?

Il Vaticano accetta finalmente la nomina statale dei vescovi in Cina
























































Volodija a gonfie vele



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La guerra di Fèik Niùs della Busiarda contro Corea del Nord e Venezuela, incubi simbolici del Mondo Libero

































































I famosi diari di Arafàtte














Esiste un "pensatoio" dei grillini


venerdì 2 febbraio 2018

Un secolo dopo, la borghesia europea trema ancora al ricordo dello scioglimento dell'assemblea costituente russa da parte del potere sovietico


Ottobre rosso, percorsi italiani 

Scaffale. Sull'ultimo numero di «Zapruder», rivista di storia della conflittualità sociale, alcune considerazioni sull'eredità della rivoluzione bolscevica, fuori dal mito e dalle demonizzazioni 
Alessandro Santagata Manifesto 31.1.2018, 0:04 
L’anno che ci siamo lasciati alle spalle ha visto riemergere il mito del 1917? È ancora presto per fare un bilancio delle forme che ha assunto questo ritorno d’interesse per la storia del comunismo, come era prevedibile, in molti casi nella continuità della damnatio memoriae post ’89. 
Eppure, nelle tante iniziative che sono venute da una nuova generazione di studiosi e militanti è percepibile finalmente una sensibilità diversa, per certi aspetti più distaccata, ma anche meno plastificata. 
Si inserisce in questo filone l’ultimo numero di Zapruder, rivista di storia della conflittualità sociale, dedicato all’Ottobre rosso. Letture italiane della rivoluzione bolscevica. Come consuetudine, si tratta di un fascicolo ricchissimo, soprattutto per la diversità delle sezioni in cui si articola. 
SI SPAZIA DAGLI ZOOM sulla ricezione della rivoluzione nelle culture politiche (anarchici, socialisti, ma anche nazionalisti e dannunziani) alla storia delle immagini, ai luoghi fino ad alcune «schegge» sul leninismo nell’estrema sinistra italiana e nel mondo. L’editoriale, a firma di Eros Francescangeli e Giulia Pacifici, fornisce alcune coordinate interpretative. Si prende le mosse dalla considerazione che l’Ottobre abbia generato un mito attorno al quale si sono formulati quei giudizi e quelle contrapposizioni del Novecento che hanno inevitabilmente saldato la rivoluzione alla successiva storia sovietica. 
DALLA RASSEGNA di Giovanni Savino emerge che anche la storiografia ha risentito di tali implicazioni, anche se proprio il centenario è stato un momento di riflessione vera. Come scrive Alexander Höbel, recensendo i contributi di Angelo D’Orsi e di Guido Carpi, «rispetto alla demonizzazione o alla rimozione degli ultimi decenni, la novità non è di poco». L’editoriale mette a fuoco come il problema principale, che si pose già nel 1917 e che non sfuggiva a Gramsci e alla Luxemburg, fosse quello di decodificare un evento di rottura anche rispetto alle tesi fornite dal «marxismo ortodosso». 
COME SI ERA ARTICOLATO in quel contesto il rapporto tra il partito-chiesa, o giacobino, e le masse? Perché dallo studio delle fonti risulta erronea una riduzione della rivoluzione alle sole tesi di Lenin? Sono domande di lungo corso, ma che risultano ancora utili per mettere in crisi quella lettura che, soprattutto a partire dalla crisi degli anni Settanta, ha teso a ricondurre l’Ottobre alla genesi di un totalitarismo.
Nella sezione Voci sono pubblicate due interessati interviste. La prima (realizzata da Franco Milanesi) è a Mario Tronti e ci consegna alcune considerazioni sull’eredità del ’17 nella cultura comunista italiana, e in particolare nel filone dell’operaismo. Per Tronti, il leninismo è rimasto un punto di riferimento centrale, ma oggi «che si dovrebbe stare alla testa dei movimenti democratici progressisti per andare oltre, questo ’oltre’ non è più praticabile». 
IN ALTRE PAROLE, Tronti fa coincidere la fine del Novecento con il tramonto del suo principale evento generatore, la rivoluzione bolscevica e le sue derivazione politico-culturali. A suo giudizio, tra i limiti fondamentali del comunismo novecentesco c’è stata l’incapacità di generare un’antropologia alternativa a quella borghese. Intervistato da Andrea Brazzoduro, Enzo Traverso suggerisce invece di guardare altrove. Se è comune ai due interpreti l’idea che la scomparsa del comunismo abbia privato il presente di un piano escatologico terreno, Traverso, attento ai movimenti sociali internazionali, punta il dito contro le responsabilità di una generazione di intellettuali, la propria, che non ha saputo gestire il passaggio di secolo e consegnare ai movimenti di contestazione del presente «una continuità storica che non sia più legata all’illusione teleologica del socialismo, del comunismo classico, ma che sia una continuità fatta di trasmissione di esperienze e di riflessione critica».
Non è dunque soltanto il mito della Rivoluzione d’ottobre a essere uscito dall’immaginario del tempo presente, ma anche l’idea stessa di una rivoluzione e, più alla radice, la convinzione di essere avanguardia di un processo storico.

Gramsci e la pedagogia come campo della lotta di classe

Massimo Baldacci: Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci, Carocci

Risvolto
Nonostante la vasta attenzione culturale che l’opera di Gramsci riscuote a livello nazionale e internazionale, in ambito pedagogico essa risulta scarsamente considerata. Il volume intende offrire un contributo all’interpretazione pedagogica del pensiero di Gramsci, in particolare dei Quaderni del carcere. Viene quindi proposta una nuova lettura degli scritti carcerari, in base all’ipotesi che in essi la problematica pedagogica vada considerata non in modo settoriale, ma come una prospettiva interna alla loro complessità. D’altro canto, il libro non si limita a un intento ermeneutico, ma si pone anche la questione dell’“uso pedagogico” del pensiero di Gramsci rispetto agli attuali problemi socioeducativi, nella prospettiva del superamento delle forme di subalternità sempre più diffuse nella nostra epoca.

Filosofia negli istituti tecnici ma come consolazione e supplemento d'anima postfordista per servitori massarenti di padroni e robot


Studiate pure filosofia, ingegneria o nanotecnologie, oppure andate al tecnico o a ragioneria: è uguale, sempre 800 euri prenderete, se avrete fortuna.
È facile e consola parecchio perculare con sdegno da Gran Signori della cultura o della cattedra il dirigente di Confindustria che vuole operai e sbaglia l'italiano.
Meno facile è capire che senza una inversione di rotta nella politica economica del paese - una cosa che passa necessariamente per il conflitto più aspro -, possiamo continuare quanto vogliamo a cantare le lodi della cultura umanistica o della ricerca scientifica d'avanguardia: tanto lui paga sempre e comunque al minimo sindacale del contratto dei metalmeccanici, e solo se non può ricorrere al jobs Act [SGA].

Il convegno di Berlino su Luigi Pareyson e il ricordo di Gianni Vattimo


Il libro di Adamishin sulla politica estera sovietica


Il carteggio tra Moro e La Pira

Moro e La Pira. Due percorsi per il bene comune, Polistampa, pp. 384, euro 24
Risvolto
Viene fornita una prospettiva nuova sui percorsi culturali e politici di due grandi personalità della storia della nostra Repubblica: percorsi tra loro intrecciati, dal comune impegno nell’Assemblea Costituente alla nascita del centrosinistra, dalla guerra del Viet Nam alla distensione in Europa e nel mondo, percorsi caratterizzati da convergenze e divergenze ma sempre improntati a reciproca stima e a profonda amicizia.

Il volume racchiude un ricco carteggio di oltre 100 lettere, quasi tutte inedite, trascritte e annotate da Eugenia Corbino con la supervisione di Pier Luigi Ballini. I saggi, di Alfonso Alfonsi, Renato Moro, Giulio Conticelli, Augusto D’Angelo e Massimo De Giuseppe, fanno riflettere sulle esistenze dei due uomini politici sotto il profilo della comune formazione montiniana, della riflessione giuridica nell’elaborazione della Costituzione, dell’impegno per l’allargamento della base democratica in Italia, delle tensioni nel mondo ecclesiale, dei problemi di politica estera e di costruzione della pace.

mercoledì 31 gennaio 2018

La reintroduzione della schiavitù operaia entra nel discorso pubblico come esigenza vitale del capitalismo italiano straccione

















Amazon brevetta un braccialetto elettronico che monitora i lavoratori
Il sistema è pensato per risparmiare tempo, ma desta preoccupazione per le potenzialità di controllo: «Dipendenti trasformati in robot». Domani l’incontro tra governo e azienda in Italia
Corriere


"... ha sostenuto l'impero romano per secoli. Malgrado la storia ricordi lo schiavismo come qualcosa di negativo... in realtà gli schiavi stavano piuttosto bene durante l'impero romano... avevano cibo, un tetto, una casa piuttosto bella, erano assimilabili alla servitù dell'Ottocento... Oggi il lato negativo dello schiavismo già esiste... Se istituissimo di nuovo lo schiavismo ovviamente con le opportune modifiche legislative (non ci si può più permettere di buttare uno schiavo ai leoni) sarebbe un vantaggio..."



"Provocazione" o ballon d'essai? In ogni caso, esattamente come è accaduto per il colonialismo - tabu fino a poco fa, ma apertamente auspicato e praticato in chiave umanitaria oggi - con questi artifici retorici una parola e un concetto che credevamo espulsi per sempre dall'ambito del dicibile tornano ad essere praticati nella sfera pubblica e nel confronto delle idee.

Perché accade questo?

A lungo il PCI e la sinistra italiana hanno dibattuto sulla natura del capitalismo nazionale, che però - nonostante il tempo che passa, il passaggio al post fordismo e le ovvie diversità e eccezioni - conserva sempre quel carattere straccione e parassitario descritto a suo tempo da Gramsci come elemento di lunga durata.

Qualunque riflessione su scuola e università, ad esempio, deve partire da qui e non dallo sdegno aristocratizzante: per questa struttura industriale, la formazione universale è una spesa improduttiva. L'unica forma di competizione passa per l'abbassamento del costo del lavoro e non c'è bisogno di ricerca e sviluppo.

La salvezza dell'Università allora non è diversa dalla salvezza del paese e passa per l'intervento pubblico, la politica economica e industriale, la pianificazione, la riforma fiscale in senso patrimoniale, la nazionalizzazione o ri-nazionalizzazione senza indennizzo di alcuni settori strategici.
Passa cioè per l'introduzione di elementi di socialismo.

Il socialismo - come ricchezza e sviluppo integrale - è il bisogno nazionale più urgente e l'orizzonte più all'avanguardia.

Questa consapevolezza rende immediatamente il dibattito su euro e non euro, per dirne una, una cosa del tutto secondaria rispetto alla profondità del problema. [SGA].



Gli ultimi dati dell'Inps parlano piuttosto chiaro: sta gradualmente finendo il lavoro per come lo conoscevamo. Ma quel che è più importante, nei nuovi lavori si stanno creando tipologie di relazione che mettono i dipendenti davanti a una dura realtà: salari molto bassi a fronte di performance richieste molto elevate. Non di rado sui social si legge ormai una parola che inquieta: schiavitù. Un'esagerazione? Ne parla Enrico Verga in questo video.

di Alberto Annicchiarico Sole 24 ore 23 Gen 2018

"Cari ragazzi, fate gli operai". La lettera del presidente di Confindustria Cuneo
Mauro Gola spiega ai genitori cosa dovranno studiare i loro figli per trovare lavoro
AGI

Vanity Fair

L'Innocuo Maestro, il Demone Narcisista di Sua Maestà, caca sulla sinistra che ha distrutto e invoca il commissariamento eurocratico dell'Italia.
Tanto, lui sta in Francia [SGA].

Toni Negri: «Sinistra polverizzata. Ci salveranno i poteri forti»


Il fondatore di Potere Operaio sulle elezioni italiane. «Auspico che Bruxelles prenda le redini del Governo italiano». Il M5S? «Pulci». Berlusconi? «Condannato prima dalla stampa che dai giudici»

Vanity Fair



Viene prima la forza lavoro 

Libri. Forza Lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi) di Roberto Ciccarelli. Un capitolo di etica rivoluzionaria e spinoziana: «Non sappiamo di cosa è capace una forza lavoro, non sappiamo fino a dove può arrivare una potenza». Il «lavoro vivo» alimenta le piattaforme ed è sfruttato dal capitalismo digitale. I nuovi padroni cercano sempre di tirare la corda che lega i lavoratori, ma non possono impiccarli perché impiccherebbero se stessi 

Toni Negri Alias Manifesto 26.1.2018, 23:59 
Nel settembre 1969, il primo numero di «Potere Operaio» incitava i lavoratori a lottare contro «automazione e negromazione» (con questo neologismo si indicavano coloro che sarebbero stati dall’automazione esclusi dal lavoro e destinati alla miseria sociale). 
Dinnanzi a quel primo apparire di congegni automatici, gli operai rispondevano: più salario, meno orario. L’automazione sembrava un alleato nel definire la forza lavoro in lotta come una «variabile indipendente» dello sviluppo. 
QUALCHE SETTIMANA FA, in un seminario parigino, riders di «Deliveroo» ricordavano che le loro rivendicazioni erano, certo, «più salario», ma anche «controllo dell’algoritmo» per conquistare più decenti condizioni di vita. A cinquant’anni di distanza, mentre il padrone, senza vergogna, lesina sempre sul salario, i lavoratori puntano dunque la loro attenzione sulla governance automatica, considerandola un elemento fondamentale nella determinazione del comando sulle loro condizioni di vita. 
Se osservassimo solo le rivendicazioni, ieri orario, oggi flessibilità della giornata lavorativa, poco sembrerebbe essere cambiato – quando invece guardiamo alle riflessioni sui congegni automatici, scopriamo che è mutata una cosa essenziale: la maggiore interiorità che oggi il lavoratore ha rispetto all’organizzazione del lavoro, all’algoritmo. 
Quindi, sia la debolezza della sua collocazione nel processo lavorativo, sia la virtuale capacità, ovvero la forza, di rompere in maniera decisiva con l’organizzazione capitalista della valorizzazione. 
QUESTA DIFFERENZA ci introduce a un paradosso: quanto più il lavoro è sottomesso al capitale, agli automatismi della valorizzazione, come avviene oggi, quanto più ogni momento della vita del lavoratore è utilizzato dal capitale per produrre valore; tanto più il lavoratore è posto nella necessità di lottare per essere autonomo nell’organizzare la giornata lavorativa e la sua vita. 
Il processo lavorativo sembra così, ora, essersi sganciato dal processo di valorizzazione e quest’ultimo sembra sussumere il primo, non immediatamente ma, collocandolo dentro un rapporto fluttuante e lasco. 
PERCHÉ AVVIENE QUESTO? Perché l’operaio, il lavoratore (generalmente «cognitivo») ha una certa autonomia («cognitiva») che porta con sé quando si inserisce nel processo lavorativo – un’autonomia che il padrone deve assumere in quanto tale per utilizzarla nella produzione. 
Ma questo uso è difficile, il «valore della forza lavoro» non è totalmente riconducibile al «valore di scambio», l’autonomia del lavoratore è potenza lavorativa e, virtualmente, rifiuto di subordinazione. Tutto ciò costituisce lotta di classe e, come minimo, va contrattato: questa è la situazione. Fino a che punto si potrà stringere la supremazia del processo di valorizzazione, organizzato dal padrone, sopra il processo lavorativo vissuto e relativamente posseduto dal lavoratore? 
IL PADRONE CERCA CONTINUAMENTE di tirare la corda che lega il lavoratore, ma non può impiccarlo – impiccherebbe se stesso – sa dunque che le cose sono cambiate, che il lavoratore non è più quello schiavizzato nella piantagione e neppure quello massificato nella grande industria, ma è, per lo più, e comunque nella tendenza, «cognitivo» – quindi sempre più essenziale e sempre meno controllabile, perchè la sua produttività aumenta quanto più il lavoratore è autonomo e potente nel rapporto cooperativo. 
LEGGIAMO Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi) di Roberto Ciccarelli, in particolare il magistrale capitolo nel quale appunto di «forza lavoro» si parla. 
Qui essa è crudamente «anatomizzata in vita», in movimento – come fare altrimenti quando la classe produttiva è caratterizzata dalla spontaneità e dalla mobilità del lavoro vivo cognitivo? 
IL LAVORO VIVO è qui descritto nella sua qualità di potenza immediatamente produttiva, tanto più potente perchè questa sua facoltà è moltiplicata dalla cooperazione ed estesa nell’ulteriore rapporto che lega produzione e riproduzione. 
QUELLO CHE SOPRA DEFINIVAMO, oggettivamente, un paradosso, cioè la convivenza fra soggetto della valorizzazione capitalista (la forza lavoro sfruttata) e il lavoro vivo, cioè la personalità vivente nel lavoro, il lavoro di soggettivazione – quella convivenza che mal si combinava, anzi, che veniva spezzandosi, quel matrimonio difficile da celebrare fra processo di valorizzazione e processo lavorativo, è qui colto dal punto di vista del lavoro vivo stesso, dalla sua soggettivazione. 
TALE È infatti il senso della domanda: «cosa può una forza lavoro?» Nel capitolo conclusivo del libro si fissa così la scoperta della dualità potente della forza lavoro, nell’autonomia di quel lavoro vivo che si oppone, pur nutrendolo, al capitale costante. 
A CIO’ CONSEGUE una questione ancore più importante: come può questo potere del lavoro vivo cognitivo, farsi forza? Come può farsi sovversivo? Questa domanda è da proporre, meglio, da riproporre, perchè il libro di Ciccarelli comincia di lì, dall’ingabbiamento della forza lavoro nell’algoritmo, nelle piattaforme – e ne mostra con grande lucidità le vischiosità e le latenti contraddizioni, ne chiarisce la sempre virtuale dialettica oppositiva. 
Una controversia, è l’eufemismo che Ciccarelli usa drammatizzando quella dualità di potenza e soggezione/sfruttamento e concludendo, senza alcun eufemismo, la critica della forza lavoro con un capitolo di etica rivoluzionaria. E spinoziana: «viviamo in un non sapere: non sappiamo di cosa è capace una forza lavoro, non sappiamo fino a dove può arrivare una potenza». 
BISOGNERÀ proseguire la ricerca sul terreno che è stato fin qui dissodato, e chiedersi come colpire il capitale sul terreno dell’algoritmo imprenditoriale (quando lo si sia riconosciuto come «soggettività del capitale costante») che organizza lo sfruttamento del capitale variabile. 
In secondo luogo, si tratterà di comprendere quali siano le condizioni nelle quali i lavoratori possono organizzare strategie di rottura di quel dominio – questo è il terreno della «conricerca», cioè di un’etica divenuta prassi politica; e infine, si tratterà di cogliere, attraverso la lotta, i dispositivi di «riappropriazione proletaria» di quel «comune» che sta sotto le macchine della nuova organizzazione della valorizzazione.


La persona dietro il lavoro non è una merce né una tecnologia 

Forza Lavoro. La dignità umana va protetta dal controllo tecnologico indipendentemente dal tipo di lavoro, subordinato o autonomo. Se anche si arriverà a un vero reddito di cittadinanza, la situazione non cambierà: la persona che lavora andrà ancora tutelata. A partire da Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale di Roberto Ciccarelli (DeriveApprodi) 

Valerio De Stefano Alias Manifesto 26.1.2018, 23:58 
Il libro di Roberto Ciccarelli dà al giurista del lavoro da pensare fin dal titolo: Forza lavoro. In fisica, in effetti, il lavoro ha una definizione precisa, come «energia scambiata tra due sistemi attraverso l’azione di una forza». Nel diritto capire cosa è il «lavoro», e quindi darne una definizione precisa, è molto più complesso. È un processo che va avanti da diversi secoli, influenzato da innumerevoli fattori sociali, culturali ed economici. Prima di capire cosa sia il lavoro, poi, va investigato se, in termini giuridici, esista davvero il lavoro in sé e per sé. 
I CODIFICATORI ottocenteschi davano una risposta positiva a questa domanda. Il lavoro era disciplinato nel diritto dei contratti e delle cose: si parlava di «locazione di opere e di servizi» per identificare lo scambio tra lavoro e remunerazione. Il lavoro era reificato in una entità a sé, che poteva essere separata dalla persona del lavoratore e della quale si poteva disporre liberamente. Corollario di questa concezione, funzionale al nascente sviluppo dell’impresa capitalistica, era la considerazione del lavoro come «merce», da scambiare sul mercato in cambio di un compenso. Lo scambio, poi, sarebbe dovuto avvenire, secondo i dettami del laissez faire, senza intralci regolatori quali regole su un minimo di compenso o su un massimo di ore di lavoro e, soprattutto, senza mediazione collettiva e sindacale. Su quest’ultimo punto, la concezione reificata del lavoro come merce comporta che ogni associazione o accordo volto ad aumentare il potere contrattuale del singolo lavoratore e quindi anche il prezzo di scambio della «merce-lavoro» si debba configurare come una violazione della libertà di commercio e delle leggi della concorrenza. 
NEI PRIMI ANNI dell’industrializzazione, frequenti erano gli attacchi giudiziali ai sindacati «colpevoli» di alterare il libero gioco della concorrenza nel mercato della «merce-lavoro». Non è un caso che quando, negli Stati Uniti del 1914, una legge statuì per la prima volta il principio secondo cui «il lavoro non è una merce», fu per difendere i sindacati dagli attacchi dell’antitrust. Se il lavoro non è una merce, proseguiva la legge, allora l’azione sindacale non può essere condannata come un «cartello» sotto le disposizioni antitrust. Il principio che il lavoro non è una merce venne introdotto di lì a poco nell’atto fondativo della Organizzazione Internazionale del Lavoro, diventando così uno dei fondamenti del diritto internazionale del lavoro. L’originario scopo di difesa dall’antitrust si affievolì e il principio passò a significare, come insegnato dai fondatori del diritto del lavoro moderno, che il lavoro in sé e per sé non esiste, esistono le persone che lavorano e le persone hanno dignità, bisogni e diritti umani che rendono impossibile considerare il lavoro, giuridicamente, al pari di una merce. 
Si tratta, ovviamente, di una questione ancora aperta. La fondazione del diritto del lavoro subordinato novecentesco col suo bagaglio di protezioni dei bisogni umani del lavoratore (malattia, maternità ma anche le limitazioni al potere gerarchico del datore sulla persona lavoratrice) tendeva a umanizzare il lavoro e demercificarlo. Per molti motivi, questo modello è andato in crisi negli ultimi decenni. Si sono sempre più diffuse pratiche organizzative che spostano il rischio derivante dai bisogni umani del lavoratore sulla sua persona e lo allontanano dal rischio di impresa. Il pericolo di questa nuova «mercificazione» del lavoro è poi oggi amplificato dall’(ab)uso di tecnologie che rendono, in effetti, invisibile il lavoro umano. 
I FATTORINI DI DELIVEROO, gli autisti di Uber o i lavoratori dei magazzini Amazon, per non parlare dei crowdworkers, i lavoratori a cottimo online, rischiano in primo luogo di venire estromessi dal nostro immaginario. Ordinare una pizza col telefonino dal divano o farci consegnare gli acquisti online rischia di far passare l’idea che dietro le interfacce accattivanti del consumo online non ci sia lavoro umano, quasi che a recapitarci il tutto fossero algoritmi e robot, estensioni meccaniche dei nostri dispositivi senza fili e non persone in carne ossa. È facile allora pensare che il lavoro «digitalizzato ma non digitale» debba rimanere senza le protezioni a tutela della persona del lavoratore, anche se in molti casi i processi produttivi e distributivi si basano formalmente o riproducono informalmente gli schemi del lavoro subordinato che darebbe accesso a quelle tutele. 
IL RISCHIO PRINCIPALE è che il lavoro diventi invisibile socialmente, rischio ancora più pronunciato quando si somma ad altre dimensioni tradizionali di invisibilità, come quella del lavoro domestico, da sempre ai margini delle attenzioni lavoristiche: i lavoratori domestici ingaggiati tramite piattaforma sono sempre di più. Ancora una volta, questo settore, che vede una presenza dominante di manodopera femminile e immigrata, resta ai margini del dibattito sul nuovo lavoro invisibile. È invece essenziale spezzare il circolo vizioso dell’invisibilità. Se cento anni fa era indispensabile rivendicare che il lavoro non è una merce, oggi è altrettanto urgente sottolineare che «il lavoro non è una tecnologia» e che, fin quando ci saranno persone che lavorano, ci saranno anche bisogni umani da tutelare sul lavoro. 
CI SARA’ DIGNITÀ umana da proteggere dall’invasività degli strumenti di controllo digitale, dagli algoritmi che fissano i tempi e l’intensità di lavoro e processano i «voti» che i consumatori assegnano ai singoli lavoratori. Se anche si arriverà a un vero reddito di cittadinanza, la situazione non cambierà: la persona che lavora andrà ancora tutelata. E la dignità umana andrà protetta dal controllo tecnologico indipendentemente dal tipo di lavoro, subordinato o autonomo. Solo così il «futuro del lavoro» potrà assumere un’autentica dimensione liberatrice; al riparo dalle visioni ireniche o alle opposte previsioni distopiche, il dibattito va ricondotto alla sua essenziale concretezza: dietro il lavoro c’è la persona e le persone non sono merci. Né strumenti tecnologici.

Cosa resta del lavoro libero nell’economia digitale Dalle Dot.Com a Uber e Deliveroo. La forza lavoro non è sottomessa totalmente, secondo l'immaginario Black Mirror, ma ci pone ancora la sfida di pensare a e studiare le potenzialità e capacità di lotta e resistenza, di creazione e emancipazione aperte dalla socializzazione tecnologica Tiziana Terranova Alias Manifesto 26.1.2018, 23:55
Sono ormai passati quasi vent’anni da quando le cosiddette dot.com iniziarono a dire che il loro modello economico si basava sulla valorizzazione della partecipazione degli utenti (moderatori o animatori di forum e giochi online) e della loro loro capacità di produrre contenuti (testi, audiovisivi ma anche modifiche di videogiochi). Fino alla metà degli anni novanta, Internet era stato un medium a predominante finanziamento pubblico che si reggeva soprattutto sul lavoro di ingegneri e scienziati – incluso quello delle donne «computer». La commercializzazione di Internet a partire dalla metà degli anni novanta, invece, era stata presentata da subito come l’inaugurazione di una nuova fase non solo del medium in quanto tale, ma più in generale dell’economia di mercato. L’idea che il lavoro degli utenti costituisse parte integrante di questo modello sottolineava sia l’abbondanza della forza lavoro digitale e del plusvalore cognitivo e affettivo distribuito nelle masse inter-connesse che la capacità di tale forza lavoro di innescare una svolta del modo di produzione capitalista in quanto tale.
IL SIGNIFICATO di free labor in quanto concetto di matrice operaista stava nell’ambivalenza insita nel diventare gratuito e volontario della forza lavoro, cioè di quella capacità di produrre del lavoro vivo intesa non solo come spesa energetica, ma come forza sociale e virtuale, capacità espressiva e relazionale. La forza lavoro post-fordista nel suo insieme, avevano suggerito i pensatori post-operaisti, è caratterizzata dalla mobilitazione e crescente socializzazione del linguaggio e degli affetti, delle forze del cervello e della memoria, del sistema nervoso e della percezione. Nel mondo anglofono, i cultural studies avevano documentato le straordinarie potenzialità espressive e la natura politica delle cosiddette forme di consumo, riconfigurando la produzione culturale non come semplice fruizione passiva di contenuti, ma come capacità di soggettivazione e lotta attorno ai significati. In questa relazione ambivalente, si pensava allora, forse era possibile trovare sia le tracce dell’arricchimento affettivo e cognitivo della forza lavoro post-fordista, che le nuove forme di cattura, e quindi possibilmente anche di lotta e emancipazione. D’altro canto, la sfida femminista all’economia politica marxista prodotta negli anni settanta a partire dalla rivalutazione della produttività fondamentale del lavoro domestico, aveva già sollevato la questione delle specifiche forme di asservimento e assoggettamento che hanno caratterizzato lo sfruttamento del lavoro volontario e gratuito delle donne.
VENTI ANNI DOPO, la nozione che l’economia digitale è sostenuta dal lavoro degli utenti è diventata praticamente senso comune, ma la situazione è anche enormemente mutata. Non abbiamo più a che fare con piccole aziende quali le originali dot.com, ma con il consolidarsi di titaniche concentrazioni di potere attorno a poche grandi multinazionali americane (Google, Facebook, Apple, Amazon) a cui si aggiungono mano a mano che nuovi mercati vengono ‘disintermediati’ nuovi monopoli di settore (quali Uber e Airbnb).
Il CAPITALISMO di piattaforma si caratterizza per la costruzione di infrastrutture tecniche, logistiche e sociali, mentre moltiplica forme eterogenee del lavoro e della produzione del valore e le integra attraverso spazi innervati e sostenuti da software, algoritmi e in generale dal lavoro di coding e di programmazione.
TUTTE LE FORME del lavoro (dal taylorismo al lavoro a cottimo, dal lavoro salariato a quello gratuito, da quello di cura a quello più meccanico e ripetitivo) sono dunque sempre più integrate dalla tecnologia creando nuove forme di comando e controllo. Eppure, ci sembra ancora oggi importante, ribadire che questa situazione non rappresenta la sottomissione totale della forza lavoro, secondo l’immaginario Black Mirror, ma ci pone ancora la sfida di pensare a e studiare le potenzialità e capacità di lotta e resistenza, di creazione e emancipazione aperte dalla socializzazione tecnologica o iper-socializzazione della forza lavoro nelle sue molteplici e eterogenee espressioni.

Italian Theory contro la negazione accolto nella Chiesa Negriera

Il negativo è il limite che attraversa la vita 

Storia delle idee. «Politica e negazione. Per una filosofia affermativa» di Roberto Esposito, pubblicato da Einaudi. Il filosofo si interroga su un’inarrestabile deriva nichilista e esplora le radici dell'alternativa di un pensiero affermativo. Una riflessione che porta la vita alla sua massima espansione senza sottrarsi a nessun conflitto. La scoperta di Spinoza per il quale la sapienza è una meditazione sulla vita, non un pensiero sulla morte. Quello del filosofo non è incauto ottimismo, né cieco volontarismo. Conosce la potenza che ci abita 
Roberto Ciccarelli Manifesto 28.2.2018, 0:04 
In giorni oscuri torniamo a interrogarci sulla negazione. L’avevamo rimossa, avevano detto che la storia era finita e avremmo vissuto in un eterno presente pacificato. Ci siamo risvegliati in una specie di guerra civile mondiale dove la negazione è intesa come distruzione della vita: il terrorismo jihadista che rivendica il potere di dare la morte in maniera indiscriminata. Oppure lo stragismo fascista e razzista contro gli immigrati, rovescio diabolico di una risposta uguale e terribile. 
ABBIAMO PERSO il contatto con l’idea per cui il negativo sia l’anima del reale, ciò che lo spinge a rovesciare la contraddizione e affermare la vita. Il negativo è invece inteso come una negazione senza rimedio. Oltre il suo «non» c’è il niente. Il «negare» ritrova la sua lontana origine latina: «necare», uccidere. Tutto sembra essere stato assorbito da un dominio di un potere assoluto che non salva, ma uccide anch’esso. Sfumano così le distinzioni che hanno costruito la politica moderna: quella tra guerra e pace, tra il militare e il civile, tra il criminale e il nemico. Anche davanti a fenomeni meno estremi – il lutto, l’afasia, il dolore, la precarietà, la contraddizione più acuta – sembriamo incapaci di afferrare il negativo con categorie diverse dalla distruzione della differenza che abita l’essere. 
SIAMO IN UN’«INARRESTABILE deriva nichilista di una negazione sfuggita di mano a chi l’ha teorizzata – scrive Roberto Esposito nel suo ultimo libro Politica e negazione. Per una filosofia affermativa (Einaudi, pp. 207, euro 22) – La logica del nichilismo si traduce in un’ontologia dell’inimicizia». E «l’annientamento diventa auto-annientamento». L’altro va distrutto per affermare un’identità tanto autentica, quanto fittizia e mortifera: l’identità nazionale e «sovrana», oppure la proprietà e la concorrenza tra individui atomici e disperati. 
C’E’ STATO UN TEMPO in cui si è ritenuto che il nemico fosse chiaro, almeno dal punto di vista della razionalità politica. Questa logica, in realtà, non era così ferrea, tanto è vero che lo stesso Carl Schmitt in Teoria del partigiano ne ha indicato i limiti. Se a Lenin è stata riconosciuta una superiorità politica per avere trasformato il Capitale da «vero nemico» in «nemico assoluto» (ricambiato dall’altra parte), la deriva nichilistica dell’annientamento non è stata fermata. Anzi, si è intensificata. 
POLITICA E NEGAZIONE è alla ricerca di un’alternativa. Esposito riparte dal significato di «negazione» e conduce un corpo a corpo con Hegel, il grande pensatore di questa categoria. Non c’è dubbio che il negativo sia l’essere altro da sé, il superamento verso qualcosa che non ritorna all’identico. Il punto è che non è l’espressione di una negatività di fondo dell’essere, un divenire privo di determinazioni che non siano quelle rispetto a se stesso. Il negativo fa parte della vita: è la sua necessità. Per questo va contestualizzato, non generalizzato. È una forma dell’affermazione, non l’elemento originario che annulla l’essere. 
IL NEGATIVO RIGUARDA anche l’azione, il modo in cui concepiamo le relazioni e la politica. Non è un ostacolo o una forza contraria che si oppone alla libera volontà di chi vuole affermare qualcosa. Il «non» – ovvero il conflitto, la contraddizione – non è esterno al soggetto, ma è interno ad esso. Il negativo è il limite che attraversa la vita costretta tra necessità e finitezza. E tuttavia non è la fine di qualcosa, ma l’indice di ciò che potrebbe essere. Non è l’annichilimento della vita, ma «il punto vuoto che spinge il presente oltre se stesso», scrive Esposito. Lo scopo di questo approfondimento vertiginoso è modificare la nostra disposizione verso la vita. Se la vita è imprigionata nel negativo, allora è immobile povera e paranoica. Se invece è un momento determinato di un divenire storico che si sporge oltre se stesso, allora diventa una pratica. 
PER AFFRONTARE questa impresa Esposito si è rivolto a Spinoza, l’unico filosofo che ha dato una definizione affermativa della negazione. Spinoza, il grande eretico aggredito da Hegel e sistematicamente travisato dai suoi posteri. Per lui la sapienza è una meditazione sulla vita, non un pensiero sulla morte. È una meditazione su ciò che può fare una vita, non su ciò a cui deve rinunciare per sopravvivere. Questa è ancora oggi la sua gloria: avere una grande fiducia nella vita e denunciare tutti i fantasmi del negativo. 
OGGI POSSIAMO INTUIRE quanto contro-corrente possa essere un simile atteggiamento. Ma questa è la vocazione «inattuale» del filosofo. Il suo non è incauto ottimismo, né cieco volontarismo. Conosce la potenza che ci abita, a dispetto del negativo che ci circonda. Ha fiducia nelle potenzialità della vita, come nell’amore per il mondo e per chi lo vive. 
L’APPRODO ALLO SPINOZISMO di un filosofo importante come Esposito non è improvvisato. Già in passato aveva parlato di «biopolitica affermativa». Oggi parla di «filosofia dell’affermazione». Una definizione rilevante in un panorama culturale come quello italiano dove prevale un «pensiero del negativo» che porta ad esiti impolitici, elitari o addirittura teologici. Il pensiero affermativo non è un positivismo del fatto compiuto, né una stanca decostruzione. Indica la strada per una nuova forma di materialismo, istanza che sembrava remota, o riservata a poco, fino a poco tempo fa. 
SUL PIANO POLITICO questa filosofia mette in discussione la «sovranità», il fantasma di tutti i dibattiti politici o economici. Con «sovranità» si allude a uno Stato che nega l’inimicizia degli uomini e impone il monopolio della violenza. Esiste, invece, un’altra concezione dello «Stato» che incanala la potenza istituzioni capaci di salvaguardarne l’esistenza. In questo modo «il governo degli uomini non passa per una denaturazione della vita», ma da una forma immanente di auto-governo che mira al raggiungimento del «punto massimo della propria espansione». È la differenza che passa tra una politica sulla vita e una politica della vita, per usare le categorie di Esposito. 
UNA «FILOSOFIA DELL’AFFERMAZIONE» non nega l’esistenza del conflitto – il negativo – né allude a una pacificazione come fa la retromania che devasta il dibattito pubblico attuale. Il conflitto è un elemento della relazione, oltre che della creazione di nuove istituzioni. Per renderla concreta è necessaria una politica dell’amicizia. 
NELLA POLITICA novecentesca l’amicizia è stata considerata una categoria parassitaria dell’inimicizia. O amici, non ci sono amici in questo mondo. E così il mondo si scopre popolato solo da nemici. Davanti a questo paradosso va sperimentata una prassi politica che metta insieme corpo e intelletto, materia e spirito, vita e forma, e non rifugga ma abbracci il conflitto. Una politica dell’amicizia consiste nel costruire opere comuni, nel saperle difendere e nell’affermarle. 
LA SOLIDARIETA’ E LA FRATELLANZA vanno riscoperti come strumenti affermativi, non come mezzi per attaccare il diverso. Creano legami, non impongono vincoli. Se intesi come strumenti del conflitto servono a liberarsi da ciò che impedisce di godere insieme di quello che abbiamo: la carne, la nascita, il corpo, la differenza e, più in generale, l’idea che la norma (giuridica, politica, sociale) nasca dalla vita in comune. L’amicizia è capace di affermare qualcosa che è in potenza e a disposizione di tutti. È tempo di imparare a coglierne i frutti.