lunedì 5 marzo 2018

Filosofia e "libero pensiero" tra XVII e XVIII secolo


Jean-Pierre Vernant e la guerra nell'antica Grecia

Risultati immagini per La guerra nella Grecia antica
Jean-Pierre Vernant (a cura di): La guerra nella Grecia antica, Raffaello Cortina Editore «Saggi», pp. lxiv +350, € 29,00

Risvolto
Jean-Pierre Vernant e altri studiosi come Marcel Detienne e Pierre Vidal-Naquet, oltre a delineare una panoramica delle istituzioni militari e a elaborare il ritratto psicologico del combattente, definiscono qui il ruolo, lo statuto sociale e il significato stesso della guerra nella civiltà greca. 

Il mondo miceneo, il sistema classico e l’epoca ellenistica costituiscono i tre momenti in cui si articola il nuovo volto della guerra. Nel mondo miceneo, essa sembra costituire una funzione specializzata. Con la polis classica, la guerra diventa “politica” e l’attività guerriera si confonde con la vita in comune del gruppo. In epoca ellenistica, la guerra si separa dalla politica, per assumere la forma di un’attività professionale al servizio dei sovrani.

Scuola e università nel Medioevo


I Templari tirano ancora

Leggi anche qui e qui


Sta nascendo una stella: la Bona Scuola dal greco al viaggio degli argonauti alle interviste sui diversi rami dello scibile

Qui per la Bona Scuola










































Peter Handke torna sulle vicende della guerra d'agressione della Nato contro la Jugoslavia



"Quei 3 lettori sul treno"Un anticipazione de "I giorni e le opere" di Peter Handke Peter Handke Giornale - Lun, 05/03/2018



Finalmente la traduzione integrale dei Viaggi di Nils


La mostra su Hiroshige a Roma

 Paesaggi rarefatti in forma d’acqua 
Mostre. L’acqua, la neve, i gorghi marini. L’«ukiyoe» dei pesci e quello dei susini e degli uccelli. Alle Scuderie del Quirinale, una mostra ripercorre tutte le stagioni vissute dall’artista che immortalò le stazioni del Tokaido 
Arianna Di Genova Manifesto 4.3.2018, 0:04 


Il mondo fluttuante di Utagawa Hiroshige viaggia soprattutto a fior d’acqua. Può sembrare quasi un’affermazione che gioca con l’evidenza tautologica (la fluidità di un elemento liquido), ma l’acqua di questo artista giapponese (1797-1858) non si confonde mai con le sue stesse gocce «naturali». È invece la protagonista di una serie di metamorfosi prodigiose – dalla pioggia che costruisce un reticolo astratto nei paesaggi, alla neve che lascia svaporare i confini dell’inquadratura cinematografica, fino ai gorghi marini che si solidificano in rocce, inventando una tridimensionalità inesistente. Spesso, poi, il gorgoglio dell’acqua si sposa con le ombre della sera o della notte, riducendo i colori a un fondo brunito, spingendo ancora di più l’opera verso la purezza asciutta della forma. Anche lo scroscio improvviso di un temporale può trasformarsi in un soggetto imprendibile, capricciosamente variabile eppure eterno nel suo torpore invernale. E la specie umana? È schiacciata dalla potenza della natura, sottomessa al peso della celebrità dei luoghi ritratti (meisho). 
Fu il Tokaido, la «via sul mare orientale» con le sue stazioni di posta, che collegava la capitale imperiale di Kyoto con quella politica, Edo (l’attuale Tokyo) a rappresentare il punto di svolta di Hiroshige. A quell’arteria fondamentale, il maestro dedicò cinquantatré xilografie policrome (poi arrivate a cinquantacinque), creando il souvenir visivo che fece la sua fortuna. La serie fu un bestseller assoluto, conteso dagli editori – che all’epoca somigliavano più alla figura dell’impresario -, l’unica in grado di contendere il successo a Hokusai e alle sue vedute del monte Fuji. Ma per molti studiosi quella strepitosa esplosione di fama allontanò l’artista dalla possibilità di controllo sulla qualità delle stampe e dei colori.
Per entrare in sintonia con le modulazioni di luce, gli scorci da cartolina, i santuari e i villaggi che costellavano quel tragitto dei viandanti – che Hiroshige rivisitò arditamente con amputazioni del paesaggio, tagli a volo d’uccello, primi piani come quinte teatrali e audaci asimmetrie – , lui stesso nel 1832 lo percorse in una specie di pellegrinaggio artistico, seguendo una delegazione dello shogun. Aveva ereditato da suo padre un posto come funzionario presso la corte dello shogun: proveniva da una famiglia di samurai di basso rango e, prima di concedersi solo alla pittura, abiterà per un decennio nella caserma dei pompieri. Probabilmente, il Tokaido non lo attraversò tutto; oggi si tende a pensare che sperimentasse fisicamente solo il primo tratto per poi aiutarsi con guide locali e illustrazioni tradizionali. 
A testimonianza della fortuna imperitura di quelle «stazioni» e della mania del japonisme che ispirarono in artisti quali Van Gogh (che le collezionava e anche restituiva in copie), Monet, Degas, c’è ora la mostra appena inauguratasi a Roma Hiroshige. Visioni dal Giappone, presso le Scuderie del Quirinale a Roma (visitabile fino al 29 luglio, catalogo Skira). Curata da Rossella Menegazzo con Sarah E. Thompson, espone una selezione di duecentotrenta opere per la maggior parte provenienti dalla collezione William Sturgis Bigelow del Museum of Fine Arts di Boston – xilografie policrome, dipinti su rotolo e disegni – che il pubblico potrà leggere seguendo una impaginazione cronologica e tematica divisa in sette sezioni. 
Si parte con i piccoli surimono, biglietti augurali raffinatissimi per cerimonie del tè o circoli letterari, spolverati in argento e oro e si conclude l’itinerario di fronte ai dipinti su rotolo (a causa della loro fragilità e necessità di permanere sotto fonti luminose per poco tempo, verranno sostituiti il 3 giugno con altre «vedute» coerenti), in cui la natura raggiunge il massimo livello di rarefazione e l’essere umano è ridotto a una silenziosa e lillipuziana presenza, accompagnato dal sentimento panico tipico dello shintoismo. 
Hiroshige, nonostante l’eleganza estrema della sua pittura, è il maestro di un nuovo ceto nascente e va incontro al gusto della borghesia mercantile e finanziaria, in un’epoca dove l’aristocrazia di spada – i samurai – spadroneggia ancora. In quegli anni, la capitale amministrativa Edo poteva contare su un milione e mezzo di abitanti e la città, pur presentandosi come un agglomerato di villaggi, era in rapida espansione. L’artista ne imbastì una sceneggiatura brulicante di vita, rese conto alle caste militari e sociali, elogiò la beltà femminile, restituì il senso parodico e grottesco degli attori del Kabuki – tutti soggetti codificati – ma nella gran parte della sua produzione di stampe scartò da quei temi. Si rivolse al paesaggio, alle sue atmosfere umide soprattutto. Bagnò le visioni di rugiada, piogge, vapori lacustri e spuma marina. Da giovane, aveva studiato con Toyohiro e proprio da lui aveva ricevuto nel 1811 il nome d’arte, Utagawa Hiroshige (la sua famiglia era Ando). All’inizio, si era divertito a illustrare libri con scene umoristiche e di cortigiane, ma a spingerlo a abbandonare il suo posto presso lo shogun fu la consapevolezza che qualcosa fosse cambiato per sempre nel dominio dell’arte, dopo le mille sfaccettature del monte Fuji immaginate da Hokusai.
Cominciò con una serie di dieci stampe dedicate ai meisho, i luoghi celebri, trovò un editore-sponsor come Shozo, ma non funzionò. L’anno dopo – era il 1832 – il Tokaido cambiò le carte in tavola e le xilografie di Hiroshige divennero così famose da rendere logore le matrici, costringendo gli editori a continui restauri.
Le incisioni, poi, «fagocitavano» tutte le fasi precedenti. Stampati su tavolette di ciliegio di montagna (perché di legno più duro), i disegni andavano perduti nel processo di lavorazione – intagliati, incisi – ma la mostra alle Scuderie ne presenta alcuni «sopravvissuti»: le opere relative a quei soggetti non furono eseguite. Sono bellissimi tratteggi di donne, sedute in relax intorno a santuari e laghetti, intente alla raccolta delle conchiglie o perdute in chiacchiere, alla fermata del traghetto. Le illustrazioni sono contrassegnate da piccoli pentimenti che l’autore indicava al suo stampatore tramite l’inserzione di riquadri di carta che cancellavano le precedenti linee per sostituirle con un nuovo disegno. Quella specie di collage, background di molti capolavori che rimaneva invisibile e illegibile ai più, rivela il segreto processo mentale della creazione di immagini. Un processo che in Hiroshige si era contaminato, fin dagli anni 40 dell’Ottocento con le scoperte ottiche, pre-fotografiche che arrivavano dall’occidente. La fotografia vera e propria giunse in Giappone più tardi, ma la via della sperimentazione del maestro si arrestò prima: nel 1858 non si salvò da un’epidemia di colera.

domenica 4 marzo 2018

Gillo Dorfles 1910-2018


Lo scrittore libertino sintonizzato sui miti del kitsch 

Ritratti. Addio a Gillo Dorfles, il critico e pittore che osservò sotto la sua lente spregiudicata diversi linguaggi, dall'arte al cinema, dalla tv ai fumetti. E non disdegnò di avventurarsi lungo le sponde del cattivo gusto 
Giorgio Di Genova  Manifesto 3.3.2018, 0:03 
«Ho sempre creduto che non si debba mai circoscrivere il proprio interesse a un unico linguaggio artistico, trascurando gli altri e creando delle paratie stagno tra le diverse arti, se si vuole avere una visione globale ed equilibrata della situazione artistica contemporanea». Queste parole scritte nel 1979 nell’introduzione del suo L’intervallo perduto (Einaudi) hanno costituito il timone di tutta la produzione di Gillo Dorfles, studioso di estetica, di arte, o meglio delle arti, produzione avviata nel 1951 e protrattasi a lungo come la sua vita fino al 2017 e oltre. 
LA SCOMPARSA di Dorfles, all’anagrafe Angelo Eugenio, nato a Trieste il 14 aprile 1910, priva il mondo dell’arte di una voce fondamentale nell’ambito degli studi e delle analisi delle produzioni artistiche (e non solo) e culturali del nostro tempo. Scorrendo, infatti, l’elenco delle sue pubblicazioni da Discorso tecnico delle arti del 1951 a La logica dell’approssimazione, nell’arte e nella vita del 2016, anno in cui è uscito anche il ponderoso Arte senza dialettica. Scritti dal 1933 al 2014 di duemila pagine (e in un’intervista da lui stesso stigmatizzato come «troppo grosso»), si comprende quanto Dorfles abbia arricchito gli studi di estetica e sociologia di argomenti mal noti o poco studiati fino all’uscita dei suoi volumi. Mi riferisco in primis al Kitsch, tema considerato nel capitolo «Kitsch e cultura» del suo Nuovi riti e nuovi miti (Einaudi, 1965), assieme a capitoli su tradizione e metamorfosi, sui valori ideologici e ludici della cultura di massa, sulla pop art, sulla fantascienza, sui feticci della parola, sulla civiltà del consumo e dell’immagine. 
APPENA TRE ANNI DOPO vi è tornato, curando per Gabriele Mazzotta editore Il Kitsch, antologia del cattivo gusto, nel quale ha coinvolto molti altri autori sia italiani, come Ugo Volli e Vittorio Gregotti, che stranieri, tra cui Hermann Broch e Clement Greenberg, volume che, oltre nell’arte, trattava il Kitsch nella famiglia (nascita e morte), nella politica, nella pubblicità, nel cinema, nell’architettura, nella morale e nella religione.
Nella sua lunga e intensa attività di studioso, critico, saggista socio-antropologico, Dorfles, tramite le sue puntualizzazioni sul gusto estetico e le analisi di fenomenologia riferite alle diverse arti nei volumi Le oscillazioni del gusto (1958), Il divenire delle arti (1959), Il divenire della critica (1976), ha dato una sferzata vigorosa alla trattatistica estetica e culturale, introducendo nell’Italia del Novecento nuove tematiche atte a modernizzare il pensiero degli studiosi italiani. Conoscendo l’inglese, egli ha potuto ampliare gli orizzonti della sua ricerca attraverso la bibliografia d’oltreoceano e, insegnando nell’Università di Trieste, mitteleuropea. Basterebbe, per rendersene conto, scorrere le circa quattro pagine di bibliografia del suo Il disegno industriale e la sua estetica (Cappelli, Bologna, 1963), altro volume con cui è riuscito a fornire una unitaria sistematizzazione dei vari aspetti dell’industrial design, per lo più studiati settorialmente in Italia. 
DOTATO DI UNA CURIOSITÀ irrefrenabile, ha amato mettere sotto la sua lente di «fenomenologo del gusto», come amava definirsi, tutte le espressioni d’arte, dalla architettura alla pittura, che ha praticato, dalla musica alla danza, dal cinema alla televisione, dalla poesia e narrativa alla fantascienza e al fumetto, sempre analizzandone i vari aspetti di cultura, di moda e di cattivo gusto, quindi non trascurando i sostrati ideologici, la cultura di massa, le interferenze tra lingua parlata e pensiero, la contrapposizione del multiplo e dell’unicum, il «gergo» pubblicitario, le trasformazioni linguistiche, le differenze tra natura e artificio, il consumismo, i risvolti ludici, l’obsolescenza e naturalmente i diversi aspetti della comunicazione, sempre con una scrittura chiara e semplice, anche quando introduceva termini particolari, di cui spiegava il significato. 

A TESTIMONIARNE l’apprezzamento che godeva basterebbe notare quanti importanti e diversi editori pubblicarono i suoi scritti. Tra essi è Feltrinelli, che nel 1961 dette alle stampe Ultime tendenze dell’arte d’oggi in ben 25.000 copie, edizione esaurita per cui altre ne furono pubblicate fino a quella aggiornata e ampliata del 2004. 

PER LE SUE SCORRIBANDE sui versanti più disparati della produzione artistica e delle espressioni del vivere sociale il pittore e acuto intellettuale Emilio Tadini ebbe a definirlo «uno scrittore libertino – proprio nel senso che la parola ha al suo nascere». Il volume autobiografico Paesaggi e personaggi, edito da Bompiani nel 2017, restituisce in parte la ricchezza della sua vita e attività, nella quale ha sempre dipinto, come documenta il Catalogo ragionato delle opere di Gillo Dorfles, pubblicato nel 2010 da Luigi Sansone con l’editore Mazzotta. Tuttavia nella pittura egli non è stato altrettanto importante come studioso di arte, e altri ambiti, con aperture che per certi versi potrebbe farlo accostare a Marshall McLuhan. 

STRENUO AVVERSARIO di ogni linguaggio iconico, convinto com’era che esso non fosse più consono ai nostri tempi, egli è diventato il teorico del Movimento Arte Concreta, fondato da Gianni Monnet con Munari, Soldati e lo stesso Dorfles nel dicembre 1948 con la mostra alla Libreria Salto di Milano. 
TUTTAVIA LA PITTURA di Dorfles, per la sua convinzione che essa non dovesse «ridursi a mero gioco geometrico colorato» ovvero essere «un paravento atto a mascherare un’assenza di qualità creative», fu totalmente eterodossa rispetto al «credo» concretista di Radice, Soldati, Reggiani, Mazzon e di altri astratto-geometrici del M.A.C.
Ovviamente a un attento studioso della produzione artistica contemporanea come lui non poteva sfuggire l’assurdità di continuare a considerare il «bello» una categoria distintiva dell’arte del suo tempo. Ed è appunto nel testo Dall’arte povera al kitsch, contenuto nel volume Senso e insensatezza nell’arte d’oggi (Ellegi edizioni, Roma 1971), egli giustamente asserì che in essa «lo stesso aggettivo di ‘bello’ cade in disuso e… perde ogni diritto di cittadinanza». Come anche chi scrive da decenni va sostenendo, purtroppo con scarso successo, nonostante i comprovati esempi addotti.



Il giovane medico che faceva ritratti ai suoi pazienti 
Gillo Dorfles. Il leggendario centenario dell'arte che amava Freud 

Fabio Francione Manifesto 3.3.2018, 0:04 
Gillo Dorfles è morto. Pare inimmaginabile, anche per chi poco meno di un anno fa, forse per celebrare i suoi 107 anni, lanciò tra gli utenti del forum di finanza on line una bizzarra domanda – non propriamente appartenente ai temi solitamente discussi – ma che denotava la caratura e la conoscenza del personaggio oltre i confini della materia: «Secondo voi Gillo Dorfles è più bravo come scrittore, come critico d’arte, come uomo longevo o come artista? Oppure eccelle in tutto quanto scritto sopra?». 
LE RISPOSTE OSCILLARONO tra lapidarie e articolate. Una prima batteria riportò: «Grande personaggio sicuramente. A mio avviso sarà ricordato in prevalenza per il suo lavoro di critico d’arte»; «Verrà anche ricordato sicuramente come fondatore del Mac nel 48 con Soldati e Munari»; «Per longevità sicuramente….per i restanti aspetti evidenziati personalmente mi interessa assai poco»; «per il volto» (con allegato il celebre ritratto di profilo fotografato da Ugo Mulas). Oltre i suoi molti talenti, Dorfles era diventato un’icona al quale riferirsi per ogni buona occasione. Non in ultimo erano le continue richieste d’aver la sua presenza a inaugurazioni, incontri, presentazioni (l’ultima dalla Fondazione Prada per Post Zang Tumb Tuum). Che facevano il pari con le non meno pressanti richieste di contributi e scritti o ancor più – il vedere riconosciuta la sua attività di pittore, incisore e ceramista gli era di grande soddisfazione – di sue opere per nuove mostre. Eppure, voleva essere ricordato, con una piccata punta snobistica – d’altronde, i suoi diari «intermittenti» sono pieni di salate e idiosincratiche civetterie, sferzanti giudizi e pettegoli apprezzamenti – come un critico del costume. 
OLTRE A CIÒ, è stata proprio la sua leggendaria e proverbiale longevità, talvolta, a relegare in zone marginali della sua produzione alcune attività intellettuali, solo negli ultimi anni raccontate e che con la sua scomparsa avranno di certo un’adeguata illuminazione. Una di queste, contata nella sua giovinezza, è l’aver abbracciato non convintamente la medicina, per poi spostarsi – a causa dei sempre più urgenti interessi filosofici, letterari e artistici (ad allora risalgono le prime prove pittoriche e poetiche, continuate «clandestinamente» negli anni maggiori) – verso la psichiatria e le letture degli scritti di Freud. L’intersezione con i contemporanei interessi per il Surrealismo e le avanguardie storiche anticipavano intanto futuri studi.
A tal proposito, amava rammentare «l’episodio ben noto di Breton che andava a Vienna, e veniva trattato malamente (e non dico cacciato!) da Freud, per la poca comprensione e fiducia da parte di Freud negli addentellati del Surrealismo. Ma questi addentellati c’erano». Non va dimenticato che Trieste fu uno dei primi crocevia europei della psicoanalisi, per la presenza di uno degli allievi di Freud Edoardo Weiss nonché di poeti come Saba (molto interessato) e Svevo (poco interessato se non per guai familiari). 
IL POCO PIÙ CHE VENTENNE Dorfles, posizionato in un osservatorio familiare privilegiato, conobbe e subì il fascino di queste nuove discipline. D’altronde, la novità lo attirava, mentre lo sguardo retrospettivo già allora gli era estraneo. Si era tra la metà degli anni trenta e gli inizi degli anni quaranta; erano gli anni in cui il metodo Cerletti dell’elettroshock andava affermandosi come cura; Dorfles non ne fece quasi uso tra i suoi pazienti, mentre di una dozzina di essi ci ha lasciato testimonianza in una serie di ritratti che il prossimo maggio saranno esposti (dopo averne visti una parte nella grande mostra al Macro di qualche anno fa), tutti insieme a Casa Testori, con un paio di quadri in tema del drammaturgo – pittore di Novate Milanese, in concomitanza con il quarantennale della Legge 180 «Basaglia».

Gillo Dorfles, arriva «La mia America», un libro postumo e molto amato 
Scaffale. Oggi a Milano in Triennale una giornata dedicata all’intellettuale morto di recente 
Fabio Francione Manifesto 10.4.2018, 0:02 
Per chi ha conosciuto Gillo Dorfles non è una sorpresa la festa che la Triennale di Milano e gli amici di sempre hanno organizzato, dalle ore 18,30 di questa sera, per festeggiare i suoi 108 anni, che però avrebbe compiuto il prossimo 12 aprile. Soltanto che il critico del Kitsch non ci sarà.
Ed è, a tal proposito, bello nonché confortevole per chi è rimasto a pensare che questo forse è stato il suo ultimo colpo di mano; peraltro architettato nei minimi dettagli, ben prima della sua dipartita il 2 marzo scorso: dalla scelta della torta che avrà la forma di una sua opera fino all’imprimatur sulla pubblicazione del suo ultimo e purtroppo postumo libro, La mia America, a cui teneva molto, ritenendo i suoi viaggi americani, in particolar modo il primo coast to coast avvenuto nell’autunno-inverno del 1953, cruciale per la sua formazione intellettuale. 
IL LIBRO, pubblicato dalla Skira (pp. 296, euro 25) è stato curato con rigore e passione da Luigi Sansone, già autore a suo tempo del catalogo ragionato dell’opera, di una mostra come L’avanguardia tradita che fu, con anni d’anticipo sulla recente esposizione di Bonito-Oliva al Macro, il vero e proprio turning point critico sulla vicenda artistica del nostro, tenuta se non a bada ma per almeno quattro decenni «clandestina» dallo stesso Dorfles, e dell’imponente raccolta di scritti Gli artisti che ho incontrato. 
QUEST’ULTIMO VOLUME, in certo qual modo, forniva agli studiosi una bussola bibliografica con la quale orientarsi in quasi 80 anni di lavoro intellettuale condotto a tu per tu con alcuni dei maggiori protagonisti dell’arte del XX secolo, non disdegnando la precoce vocazione all’inedito, alla volitività della sua militanza critica, alle predilezione ab origine di ricerche, tendenze e movimenti che s’affermeranno come innovative negli anni. Dunque, è il viaggio americano che Dorfles compie a 43 anni a schiudergli letteralmente un «nuovo mondo». Non fu il primo a viaggiare negli Stati Uniti; restando al cinema o all’arte diari di viaggi e resoconti li hanno lasciati ben prima di lui Mario Soldati, Vittorio, il figlio «cinematografaro» di Mussolini, e ancor prima Fortunato Depero. 
Ma fu senza dubbio il primo che attuò un fecondo scambio intellettuale con le forze in campo accademiche e non che l’America offriva a quel tempo e personaggi come Munro, Greenberg, Barr, Kepes, Wright, Kahn, Kiesler l’aiutarono a capire l’origine di nuove discipline che incrociavano nei loro studi ed esercizi filosofia, architettura e arte.
Ciò offriva un’opportunità unica a un tipo come Dorfles che prediligeva, a dispetto della maggior parte delle consorterie universitarie nazionali poco inclini alle novità, uno studio libero e aperto alla realtà nel suo divenire e alle suggestioni sollecitate dalla strada. 
SI TENGA CONTO che in quegl’anni Dorfles aveva ancora salde le consunte redini teoriche del Mac, era redattore di Aut-Aut e licenziava un libro come Discorso tecnico delle arti e la prima di due monografie Mondadori dedicate rispettivamente a Bosch e a Durer, assolutamente uniche nella sua bibliografia e destinate forse ad un incarico universitario, se pensiamo che di poco successive al suo secondo viaggio americano, avvenuto nel 1955, pubblica a ripetizione Le oscillazioni del gusto e l’arte moderna, Il divenire delle arti e la prima delle decine di edizioni di Ultime tendenze nell’arte d’oggi (l’intera ultima parte de La mia America allinea molti dei ritratti lì contenuti: da Rothko a De Kooning, da Calder a Newman alla Pop Art). 
D’ALTRONDE, tutte queste opere hanno la loro genesi negli incontri, nelle lettere private indirizzate alla moglie e nei saggi «americani», alcuni dei quali ritrovati da Sansone nelle sue peregrinazioni filologiche negli archivi d’Oltreoceano e ricostruiti nell’introduzione, quasi un libro nel libro, che fornisce un ulteriore commento a questo «ritrovato» Dorfles americano, che in nuce sembra contenere tutto il Dorfles futuro.

Il triste voto della papessa rossobruna Rossanda per D'Alema e Vendola accompagna il tramonto della sinistra novecentesca. Il parere del professor Golpe Democratico
















































Liu Bolin in Italia






















giovedì 1 marzo 2018

La leggenda di Pasolini sbirro, i fascisti, i liberali a convenienza e la costruzione del mostro del momento

Questa sciagurata va difesa nonostante se stessa [SGA].









Eurocentrismo filosofico, liberale e cattolico a un tempo ma soprattutto antisero

La Grecia e il Cristianesimo sono i genitori dell'Europa
Dario Antiseri illustra le radici di un'identità comune. Che secoli (e cronaca) non hanno scalfito
Dario Antiseri Giornale - Gio, 01/03/2018

Un'antologia di Errico Malatesta


Pierre Milza

Morto lo storico Pierre Milza, biografo del Duce e di VerdiIl più "defeliciano" degli studiosi francesi, Pierre Milza, ha scritto pagine importanti su Mussolini e sui fascismi europei Angelo Allegri Giornale - Gio, 01/03/2018





Un profilo di Filippo Corridoni

Corridoni
Gennaro Malgieri (a cura di): Corridoni, Fergen, pagg. 108, euro 10

Risvolto
Breve profilo politico e intellettuale del sindacalista Filippo Corridoni, una delle figure più controverse e complesse del movimento rivoluzionario del primo Novecento. Ma anche un anticipatore di "nuove sintesi" politiche, foriere di sviluppi teorici e pratici di indiscutibile portata storica. Una vasta letteratura ce lo consegna nei modi più disparati: tutti sono plausibili ed è legittima qualsivoglia interpretazione del suo breve eppure intenso cammino tra le intemperie degli anni Dieci fino alla tragica ed eroica morte in battaglia. Il suo sindacalismo rivoluzionario, come cerca di mostrare Gennaro Malgieri in questo breve profilo politico ed intellettuale, si caratterizza per l'originalità interpretativa e per la moralità con la quale egli ha perseguito il suo scopo.

Ritratto di Robert Poulet




La gioventù? È un incubo. Parola del sulfureo Poulet
Nel ’63 lo scrittore collaborazionista tirò un gancio micidiale al mito della "stagionepiù bella della vita". È ancora attuale
Luigi Mascheroni Avvenire  - Mer, 28/02/2018

Lacan Bonazzo psicologo e antifascistista


Le case berbere di Tataouine


Parabole. Michele Ainis dal costituzionalismo al Manifesto a Repubblica a Porta a Porta... a un romanzo su Messina