martedì 17 maggio 2011

Stefano Garroni su Cavallaro, il sessantottismo, il postmoderno

Stefano Garroni
Leggo l’articolo di Luigi Cavallaro... In realtà, la problematica è relativamente facile da impostare. Nel ’68 non continua solo quella ribellione di classe (da tutti ormai dimenticata), che nei primi anni 60 aveva dato prova di sé in vari paesi europei -e in questi casi si trattava di autentiche lotte operaie, non sempre contenute nell’ambito dei progetti e direttive sindacali ufficiali (cf. Germania, Inghilterra, ma anche l’Italia). Nel ’68 vi fu anche una ribellione piccolo-borghese, cioè di strati che non riuscivano più a collocarsi nella nuova organizzazione capitalistica del lavoro (e sue conseguenze). Potremmo dire che piazza dello Statuto, i comitati unitari di base e la forte carica internazionalistica, furono gli elementi che caratterizzarono l’aspetto ‘proletario’, e ‘rivoluzionario’ del 68. Con la sconfitta, però del maggio francese e il ricorso sempre più aperto e sanguinoso al fascismo da parte della classe capitalistica, né partiti comunisti ormai riformisti e profondamente penetrati di craxismo (o analogo), né un movimento giovanile, politicamente immaturo e ignorantissimo, seppero reggere il braccio di ferro con l’avversario di classe. Ché al contrario, le tipiche ideologie del decadentismo borghese (aborto, femminismo, droga, omosessualità), apparvero (con l’opportuno intervento dietro le qinte –ma neanche tanto- delle grandi multinazionali, come in varie occasioni i Sovietici dimostrarono, senza trovare però un editore italiano, che osasse tradurli e pubblicali); questo magma di decadentismo e di cultura della morte divenne bandiera de ‘post-moderno’, di chi ormai aveva superato ogni tentazione di organizzazione politica e di disciplina leninista (cadendo però spudoratamente nella mitologia maoista. E’ vero Rossanda?). Naturalmente,com’è tipico della piccola borghesia, questo atteggiamento ‘antiburocratico’ si rovesciò nel proprio contrario e nacquero tante piccole sette stalinista,maoiste, bordighiste e così peggiorando. Tutto ciò uccise quanto di sano dal punto di vista rivoluzionario il ’68 sembrava rilanciare e ciò che restò fu –ha ragione L. Cavallaro- una retorica, che non faceva altro che coprire di ‘progressismo’ il decadentismo borghese.

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