venerdì 21 novembre 2014

Filosofia e ideologia della guerra tra Francia e Germania nel 1914: un numero speciale di "Esprit"

Esprit 2014/11“Esprit” 2014/11 (Novembre) 
Le “moment 1914” en philosophie: France-Allemagne

Bergson, la Grande Guerra e la filosofiaMaurizio Cecchetti Avvenire 20 novembre 2014

Un'antropologia politica foucaultiana


Come facevamo, quando non esisteva la "biopolitica"?  [SGA].

Didier Fassin: Ripoliticizzare il mondo. Studi antropologici sulla vita, il corpo e la morale, Ombre Corte
Risvolto
In un tempo in cui, ovunque nel mondo, i cittadini esprimono in maniera crescente il loro disincanto nei confronti della politica, è necessario reinterrogarne il senso non dal punto di vista delle istituzioni, dei partiti e dei programmi che le danno forma, ma di ciò che ne costituisce la sostanza stessa, ciò a cui essa rimanda e mette in gioco. Poiché studia il vicino e il lontano, si occupa del locale e del globale, e riunisce in uno stesso progetto etnografico l'attenzione per il quotidiano e l'ambizione di comprendere il contemporaneo, l'antropologia offre una risposta originale alla questione politica.
Nutriti da ricerche condotte nei tre continenti, i saggi presentati in questo volume affrontano tale questione attraverso tre dimensioni fondamentali: la vita degli esseri umani che insieme costituiscono la società, una vita sulla quale si imprimono le disuguaglianze sociali; il corpo, che subisce le violenze e le sofferenze, ma attraverso il quale si rivendicano dei diritti; e la morale, che serve a distinguere l'intollerabile dall'accettabile e a fondare delle comunità di valori e di affetti. Queste politiche della vita, del corpo e della morale, analizzate alla luce di ricerche sulla povertà e l'immigrazione, l'asilo e la malattia, la giustizia sociale e la ragione umanitaria, disegnano così il progetto di ripoliticizzare il mondo.
l'autore
Didier Fassin è professore all'Institute for Advanced Study di Princeton e all'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. È autore e curatore di numerosi lavori, tra cui: La forza dell'ordine. Antropologia della polizia nelle periferie urbane (La Linea, 2013).



La politica sulla vita non fa ostaggi 
Tempi presenti. Finalmente Tradotto «Ripoliticizzare il mondo» dell’antropologo Didier Fassin. Un importante saggio per mettere a fuoco le politiche sociali dominanti. E per cogliere il nesso tra precarietà e svuotamento della democrazia

Giso Amendola, il Manifesto 21.11.2014 

La rela­zione tra vita e poli­tica ha costi­tuito, almeno dalla fine degli anni Ottanta in poi, il tema cen­trale del dibat­tito teorico-politico, e in par­ti­co­lare di quello ita­liano. Non a caso, la bio­po­li­tica è stata indi­vi­duata come una sorta di mar­chio di fab­brica della cosid­detta Ita­lian Theory, Pro­prio in Ita­lia, però, si è spesso corso il rischio che la gene­ri­cità di un ter­mine come vita finisse per affo­gare in una peri­co­losa indi­stin­zione l’intera que­stione della bio­po­li­tica. Si può dire, anzi, che la «vita» sia spesso ser­vita, nel nostro dibat­tito teo­rico, per neu­tra­liz­zare dif­fe­renze e scelte poli­ti­ca­mente impe­gna­tive: un bel richiamo a un gene­ri­cis­simo vivente, spe­cie in una cul­tura come quella ita­liana nella quale vita­li­smi e idea­li­smi si sono intrec­ciati con mal­fa­mati esiti poli­tici, può in fondo sem­pre ser­vire a scac­ciare dalla rifles­sione poli­tica sog­getti e con­flitti reali, e a rimet­tere in cir­colo con il vestito nuovo meta­fi­si­che tra­di­zio­na­lis­sime. Ciò non toglie, però, che attra­verso la bio­po­li­tica sono state nomi­nate que­stioni seris­sime, e mal si rea­gi­rebbe agli abusi e alle gene­ri­cità archi­viando sia il ter­mine che la questione. 
Molto utile, allora, disporre di que­sto Ripo­li­ti­ciz­zare il mondo. Studi antro­po­lo­gici sulla vita, il corpo e la morale (ombre corte, pp. 177, euro 18, cura e tra­du­zione di Chiara Pilotto) dell’antropologo fran­cese Didier Fas­sin, già ben noto in Ita­lia per le sue ricer­che su sicu­rezza e poli­zia (di recente è stata tra­dotta, da La Linea, La forza dell’ordine. Antro­po­lo­gia della poli­zia nelle peri­fe­rie urbane). Il libro è appunto un intenso corpo a corpo con il pro­blema della bio­po­li­tica, intesa, con Fou­cault, come nesso tra poli­tica, corpo e verità. Oltre la crisi degli alfa­beti tra­di­zio­nali della poli­tica moderna, sostiene Fas­sin, una ripo­li­ti­ciz­za­zione, la rico­stru­zione di un senso com­ples­sivo dell’azione poli­tica, è ancora pos­si­bile, ma deve calarsi nel vivo delle sog­get­ti­vità, dei corpi e degli affetti. 

Tec­ni­che di governo 
La bio­po­li­tica resta quindi un pas­sag­gio obbli­gato e cru­ciale. Per Fas­sin, però, il discorso fou­caul­tiano è insuf­fi­ciente: Fou­cault enun­cia come deter­mi­nante il tema della poli­tica della vita, ma, in fondo, lo lascia cadere quasi subito. In Fou­cault, scrive Fas­sin, dopo i rife­ri­menti a una bio­po­li­tica in senso stretto con­te­nuti alla fine del corso del 1977, Biso­gna difen­dere la società, o in La volontà di sapere, l’attenzione fini­sce per con­cen­trarsi piut­to­sto sulle tec­ni­che di governo delle con­dotte (il tema della gover­na­men­ta­lità) che sul senso e sul valore delle con­crete poste in gioco oggetto di quelle tec­ni­che. I rife­ri­menti al potere della vita in quanto tale spa­ri­reb­bero, e il Fou­cault gover­na­men­tale pro­dur­rebbe infine una «bio­po­li­tica senza vita»: più pre­ci­sa­mente, una poli­tica sulla vita piut­to­sto che una poli­tica della vita. 
Pro­ba­bil­mente, que­ste obie­zioni risen­tono di un certo clima inter­pre­ta­tivo, simile a quello che ricor­da­vamo con rife­ri­mento al dibat­tito ita­liano: let­ture che ridu­cono il tema della gover­na­men­ta­lità ad una sorta di ana­li­tica delle tec­no­lo­gie di governo, in verità, non man­cano. L’impressione è che, quando Fas­sin in sostanza obietta che l’analisi del potere mar­ce­rebbe astrat­ta­mente sepa­rata da quella del nesso soggetto/verità, col­pi­sca effet­ti­va­mente un punto cri­tico di molte inter­pre­ta­zioni, ma lasci fuori invece let­ture più intrec­ciate e sti­mo­lanti del per­corso fou­caul­tiano, quelle appunto che hanno rifiu­tato di sepa­rare sog­get­ti­vità e gover­na­men­ta­lità, sog­get­ti­va­zione e potere, etica e poli­tica. Del resto lo stesso Fas­sin ricorda come ecce­dano ogni pre­sunta «bio­po­li­tica senza vita» sia l’impegno per­so­nale di Fou­cault nelle lotte dei movi­menti sociali, sia «il suo orien­ta­mento teo­rico più tardo, rivolto alla dimen­sione etica del governo di sé e degli altri»: il che con­ferma l’idea che la scelta come obiet­tivo cri­tico di un Fou­cault che ridur­rebbe la bio­po­li­tica a tec­nica di governo sia debi­trice a una let­tura un po’ troppo com­par­ti­men­tata del per­corso foucaultiano. 

La scom­parsa dei soggetti 
Ma lasciamo pure agli stu­diosi fou­caul­tiani que­ste, comun­que rile­vanti, que­stioni inter­pre­ta­tive, e veniamo a cosa Fas­sin intenda poi, dal canto suo, per poli­tica della vita. Qui lo sguardo antro­po­lo­gico offre molti mate­riali per un approc­cio alla bio­po­li­tica che superi deci­sa­mente ogni ambi­gua gene­ri­cità dei rife­ri­menti alla vita e al vivente. Non per nulla, Fas­sin cri­tica con deci­sione un altro dispo­si­tivo attra­verso il quale i discorsi sulla vita rischiano di vedersi neu­tra­liz­zata la loro pre­cisa por­tata poli­tica: quello che separa di netto vita bio­lo­gica e vita sto­ri­ca­mente qua­li­fi­cata, il fatto di soprav­vi­vere, la vita in sé e la «vita che si vive attra­verso un corpo e come società». È alle moda­lità di impli­ca­zione reci­proca e com­plessa delle diverse dimen­sioni che invece biso­gne­rebbe guar­dare: in altri ter­mini, ogni vita è sem­pre una forma di vita sto­ri­ca­mente pro­dotta, con­tro ogni taglio tra forma di vita ed ele­mento bio­lo­gico, quale può emer­gere per esem­pio nell’approccio di Han­nah Arendt, almeno quando separa di netto lo spa­zio poli­tico da quello della vita natu­rale (e riduce a quest’ultima dimen­sione tutto lo spa­zio dell’economico-sociale) o in quello di Agam­ben, in cui l’insistenza sulla nuda vita rischia di pro­durre «indif­fe­ren­zia­zione del poli­tico» e, soprat­tutto, «la scom­parsa dei soggetti». 
Niente nuda vita e niente vita in sé, quindi, non bìos con­tro zoè, ma vite sto­ri­ca­mente qua­li­fi­cate e corpi sui quali poteri sto­ri­ca­mente e poli­ti­ca­mente pre­ci­sa­bili inci­dono la pro­pria azione. 
Poli­tica della vita signi­fica, per Fas­sin, che il fatto di vivere, nel senso di con­ser­vare la vita, di soprav­vi­vere, si impone come cri­te­rio di legit­ti­mità ultima dell’azione poli­tica. Se i domi­nati, durante il capi­ta­li­smo indu­striale, usa­vano il pro­prio corpo essen­zial­mente come fonte di forza lavoro, ora il corpo, la sua stessa esi­stenza in vita, si trova ad essere gio­cato diret­ta­mente come fonte di diritti. L’economia poli­tica clas­sica dello sfrut­ta­mento del lavoro si intrec­cia così pro­fon­da­mente con un’economia morale, in cui si viene chia­mati ad esporre il pro­prio corpo, a rac­con­tarlo, a cer­ti­fi­carne con­ti­nua­mente il disa­gio e le sof­fe­renze come titolo legit­timo per recla­mare diritti o almeno assi­stenza. Le inda­gini sul campo pre­sen­tate da Fas­sin illu­strano con straor­di­na­ria con­cre­tezza l’affermarsi di que­sta nuova bio­le­git­ti­mità e delle nuove disu­gua­glianze, delle nuove gerar­chie che attra­verso que­sta nuova «cit­ta­di­nanza bio­lo­gica» si producono. 
La bio­le­git­ti­mità è, per esem­pio, l’anima pro­fonda della ragione uma­ni­ta­ria (tema cui Fas­sin ha dedi­cato uno dei suoi libri più noti) che si è impo­sta nelle poli­ti­che migra­to­rie. Quanto più il senso poli­tico del diritto d’asilo viene neu­tra­liz­zato dalle poli­ti­che secu­ri­ta­rie, tanto più avanza la logica uma­ni­ta­ria: non a caso, il sistema dei per­messi di sog­giorno tem­po­ra­nei per l’accesso a cure medi­che indi­spen­sa­bili viene a sosti­tuire pro­gres­si­va­mente la pos­si­bi­lità, sem­pre più ardua, di otte­nere asilo poli­tico. La pro­ce­dura ammi­ni­stra­tiva costringe ad un’esposizione sem­pre più indi­vi­dua­liz­zata della pro­pria sto­ria: inve­ste la sog­get­ti­vità, richie­dendo il sup­ple­mento d’anima di una nar­ra­zione il più pos­si­bile pate­tica e per­sua­siva; allo stesso tempo, obbliga all’oggettività del docu­mento, all’esibizione con­ti­nua di certificati. 
Sul ver­sante della pre­ca­rietà eco­no­mica ed esi­sten­ziale, le cose non vanno diver­sa­mente: la piega com­pas­sio­ne­vole e cari­ta­te­vole assunta da sistemi di wel­fare sem­pre più con­di­zio­nati costringe a rac­con­tare e a docu­men­tare la pro­pria dif­fi­coltà estrema, per riu­scire a sfrut­tare le resi­due elar­gi­zioni di un’amministrazione sem­pre più discre­zio­nale, che mescola con­ti­nua­mente giu­sti­zia e pietà nelle pro­prie gri­glie di valutazione. 
Nel gioco con­ti­nuo di «costru­zione di sé e di sot­to­mis­sione allo Stato», nel «dop­pio pro­cesso di sog­get­ti­va­zione e assog­get­ta­mento», la vita diventa così il ter­reno sul quale si gioca la legit­ti­mità morale e poli­tica della pro­pria pre­senza. Una gio­vane donna hai­tiana può rac­con­tare l’uccisione del padre mili­tante poli­tico, il rapi­mento della madre, lo stu­pro col­let­tivo che ha subito: ma tutto que­sto non le varrà, nella stroz­za­tura gene­rale del diritto d’asilo, quanto la deci­siva cer­ti­fi­ca­zione della pro­pria sie­ro­po­si­ti­vità. I corpi sono così affer­rati in un gioco di vio­lenza poli­tica espli­cita, in cui lo Stato costringe ad esi­birsi con­ti­nua­mente come vit­tima, e di vio­lenza strut­tu­rale impli­cita, attra­verso «l’incorporazione di un pas­sato e di un pre­sente violenti». 

Una tra­gica lettura 
La poli­tica della vita, letta in que­sto senso, segna evi­den­te­mente un ulte­riore avan­za­mento della forza dei pro­cessi di pre­ca­riz­za­zione, insieme morale e poli­tica, delle esi­stenze, sot­to­messe con­ti­nua­mente all’obbligo di esporre la pro­pria estrema fra­gi­lità per mostrare la pro­pria legit­ti­mità. E fin­ché l’analisi si incen­tra sui gio­chi di potere incen­trati sul corpo, una visione ultra­di­sci­pli­nare della bio­po­li­tica non può che pre­va­lere. Del resto, lo stesso Fas­sin non lo nasconde: la sua let­tura della bio­po­li­tica resta una let­tura segnata dal tra­gico. Ma i testi di Fas­sin offrono chiavi di let­tura che vanno oltre un’analisi dell’intensificazione bio­po­li­tica delle forme dell’assoggettamento. 
Per com­pren­dere la poli­tica della vita e le con­trad­di­zioni di fondo della ragione uma­ni­ta­ria e com­pas­sio­ne­vole, è fon­da­men­tale l’uso, ricorda Fas­sin, del con­cetto di eco­no­mia morale: quel tes­suto di norme ed obbli­ghi, di valori e di affetti, che defi­ni­sce ciò che si può tol­le­rare e ciò che intol­le­ra­bile, ciò che si può fare e ciò che non si può fare, e che è indi­spen­sa­bile per cogliere lo spes­sore etico, irri­du­ci­bile alle spie­ga­zioni mec­ca­ni­ci­sti­che ed eco­no­mi­ci­sti­che, della sto­ria di classe. L’attenzione alle eco­no­mie morali nasce appunto den­tro la sto­ria sociale delle rivolte con­ta­dine prima e ope­raie poi: Edward Pal­mer Thomp­son, lo sto­rico sociale che espli­citò que­sta idea, la uti­liz­zava pro­prio per valo­riz­zare, all’interno della for­ma­zione della classe ope­raia inglese, un mondo di pas­sioni e di usi, di sim­boli e lin­guaggi, che nes­suna let­tura deter­mi­ni­stica sarebbe stata in grado di cogliere. 

Esi­stenze coatte 
In que­sto senso, l’attenzione alle eco­no­mie morali può rom­pere la male­detta cir­co­la­rità del «dop­pio pro­cesso» di assog­get­ta­mento e di sog­get­ti­va­zione, e per­met­terci di sco­prire, anche nelle zone dei subal­terni e dei mar­gi­nali, le mille stra­te­gie della pro­du­zione di sog­get­ti­vità. E pro­prio in que­ste stra­te­gie, pre­ca­rie ma costanti, spesso di sot­tra­zione e di sus­si­stenza, ma anche di rifiuto e di rivolta, le poli­ti­che della vita incon­trano con­ti­nua­mente la pos­si­bi­lità di una rottura. 
Così, anche la ragione uma­ni­ta­ria si mostra con­ti­nua­mente attra­ver­sata da sto­rie col­let­tive che la modi­fi­cano con­ti­nua­mente; resi­stenze che pos­sono for­zarla dall’interno e tra­sfor­marla radi­cal­mente, rica­lan­dola nel fuoco dei con­flitti pol­tici, pro­prio facendo leva su quel sen­ti­mento dell’intollerabile che lo stesso uma­ni­ta­ri­smo mobi­lita con­ti­nua­mente. Pro­prio per­ché la vita non è mai nuda, ma sem­pre sto­ri­ca­mente qua­li­fi­cata, i campi dell’umanitario, del wel­fare cari­ta­te­vole, della pro­du­zione di mar­gi­na­lità, sono più che mai campi deci­sivi di inter­vento poli­tico: l’affermarsi sem­pre più intenso delle poli­ti­che della vita, in fondo, signi­fica anche una sem­pre pos­si­bile inten­si­fi­ca­zione, diret­ta­mente poli­tica, delle micro­stra­te­gie di sus­si­stenza e di resi­stenza che attra­ver­sano con­ti­nua­mente i luo­ghi dell’assistenza e del ser­vi­zio sociale. 
L’umanitarismo può gestire le vite, gerar­chiz­zarle e pre­ca­riz­zarle nei modi più pene­tranti, ma lo stu­dio delle «eco­no­mie morali» ci ha sem­pre messo davanti momenti deci­sivi in cui il sen­ti­mento etico dell’intollerabile si fa motore di resi­stenza poli­tica, di sog­get­ti­va­zione, e le stra­te­gie di soprav­vi­venza e di sot­tra­zione agli obbli­ghi e ai con­di­zio­na­menti si rive­lano, al fondo, forme della lotta di classe e della pos­si­bi­lità di «ripo­li­ti­ciz­zare il mondo».

Continua il revival oscurantista e misticheggiante di FLorenskij

Superstizione e miracoloPavel Florenskij: Sulla superstizione e il miracolo, SE
Risvolto

“Nessuno, o quasi nessuno, avrà da eccepire quando sostengo l’esistenza nel nostro mondo della superstizione e del miracolo,» afferma Florenskij nella sua presentazione a questo testo prezioso e inquietante «ossia di fenomeni che superano la capacità della ragione di comprenderli e di accettarli, persino di concepirli. Dunque, se la mente intende negarli o affermarli, non è cosa che mi interessi. Quel che io desidero è osservare tali fenomeni allo stato puro. L’essenziale è per me il fatto psichico indiscutibile, ossia che gli spiriti esistono, che esistono delle persone che credono ai miracoli, che esistono gli occultisti e i seguaci della demonolatria. Non intendo esprimere un giudizio di valore su queste concezioni del mondo; quel che conta è che esistano inclinazioni simili dell’intelletto. E sono proprio tali inclinazioni a costituire la base di queste mie riflessioni”.



Pubblicato il primo scritto del grande filosofo russo, "Sulla superstizione e il miracolo", curato da Valentini

Antonello Colimberti 20 novembre 2014 Euroa

Dalla tessera del PCI all'inginocchiatoio per avere la green card: Rampini o la sinistra italiana


Meglio di un trattato sociologico[SGA].


Così ora sono diventato cittadino americano con la “macchia” del Pci
Sull’iscrizione al partito negli Anni ’70-’80 un lungo interrogatorio Un anacronismo mentre Obama rivoluziona la politica migratoria

di Federico Rampini Repubblica 21.11.14

NEW YORK Pochi giorni prima che Barack Obama annunciasse la nuova, storica apertura all’immigrazione, ho ricevuto la cittadinanza americana. A differenza dei cinque milioni di immigrati senza documenti, a cui Obama ieri sera ha annunciato che non potranno più essere espulsi, io sono diventato americano entrando dalla porta principale. Avevo avuto la Green Card, residenza permanente, nel 2006. In base alla legge, automaticamente dopo cinque anni maturavo il diritto a chiedere la naturalizzazione (che non implica l’addio alla cittadinanza italiana: Italia e Usa consentono la “doppia cittadinanza”). Cinque anni di Green Card, e questa fabbrica di nuovi cittadini che è l’America, ti spalanca le porte per sempre.
Con una piccola complicazione, nel mio caso. La mia procedura è durata il doppio rispetto a quella dei miei figli. L’iter per ottenere la cittadinanza è semplice. La documentazione sul tuo status d’immigrato legale la spedisci per posta ordinaria. Lo U.S. Citizenship and Immigration Service ti convoca entro poche settimane per le impronte digitali e la fotoscansione dell’iride. Altra breve attesa, e arriva il momento dell’“ interview”, il colloquio. Nel 99% dei casi è una formalità di cinque minuti: un test elementare di lingua inglese, alcune domande sulla Costituzione e lo Stato di diritto. Prima di arrivare al colloquio, però, bisogna riempire un questionario. Come tutti i candidati, ho dichiarato «di non avere evaso le imposte, non avere commesso reati, non avere praticato la poligamia, il gioco d’azzardo illegale, non essere un prostituto né uno sfruttatore di prostitute, non essere un narco-trafficante». Né di essermi reso colpevole di «genocidio, tortura, persecuzione religiosa, guerriglia armata». Poi la domanda fatidica, per me. Sono mai stato iscritto a un partito comunista? Dopo tanti “No”, una croce sul “Sì”.
Da quel momento la pratica ha avuto un iter diverso. I tempi si sono fatti più lunghi. Ho superato l’esamino di inglese, Costituzione, diritti-doveri del cittadino. Ma a quel colloquio ne è seguito un altro, ben più approfondito. Stavolta non davanti a un semplice impiegato ma a un dirigente, in una stanza separata. Il funzionario Hernandez, di origine ispanica, trentenne. Molto cortese, ha cominciato a interrogarmi sul mio passato comunista. Facile ricordare le date della mia iscrizione al Pci: dal mio arrivo in Italia per l’Università (1974) alla morte di Enrico Berlinguer (1984). Più difficile condensare la storia di quegli anni e di quel partito. Spiegare che non eravamo bulgari, non prendevamo ordini da Leonid Breznev. Che nelle contrapposizioni della guerra fredda ci fu un “eurocomunismo”, uno scisma dalla Chiesa sovietica. Che l’attuale presidente della Repubblica italiana apparteneva a quel partito là, e tuttavia venne invitato a Washington dal Dipartimento di Stato. Che Berlinguer disse di «sentirsi più al sicuro da questa parte dell’Alleanza atlantica» (tra i mal di pancia della base).
Tutto questo ho dovuto riassumerlo in modo comprensibile a un funzionario pubblico trentenne, nell’America del 2014. Non tutto sulla difensiva, sia chiaro. Alla domanda su cosa mi avesse «spinto a diventare comunista», ho potuto spiegare: grosso modo le stesse aspirazioni di giustizia sociale per cui Obama ventenne faceva il militante di quartiere a Chicago. Hernandez prendeva appunti, faceva domande, chiedeva precisazioni sulle date. Quando ho creduto di avere finito, ha detto: «Lei è disposto a ripetere tutto questo sotto giuramento? Significa che, in caso di falso, avrà commesso un reato». Ho alzato la mano destra per il giuramento. Ho ricominciato daccapo. Lui ha trascritto tutto. Ha stampato la mia deposizione, me l’ha fatta rileggere e firmare. L’ha aggiunta ordinatamente a un grosso faldone sul mio “caso”, che mi è apparso solo a quel punto nella sua dimensione: chili di incartamenti.
Il 7 novembre alle 10 del mattino sono stato convocato per la Oath Ceremony. Se ne svolgono in tutte le città d’America, ogni mese, affollatissime. Nell’aula di tribunale della U.S. District Court, al numero 500 della Pearl Street, Downtown Manhattan, eravamo in duemila per il giuramento finale. Tanti ispanici, asiatici, africani. Accompagnati dai familiari, coi vestiti della festa. La giudice ha fatto un bel discorso: «Siamo una nazione di immigrati, mio marito ha acquisito la cittadinanza da adulto come voi. Da oggi avete tutti i diritti e tutti i doveri degli americani. Vi ricordo il più importante: il diritto di voto, per far pesare la vostra volontà in questa democrazia». In coro abbiamo pronunciato il giuramento. Applausi e qualche lacrima.
Ho ripensato al mio iter un po’ più lungo, al suo anacronismo. Burocrazie e tecno-strutture hanno le loro pesantezze, tendono a combattere ancora la penultima o terzultima guerra. Oggi i pericoli più seri per la sicurezza degli Stati Uniti non vengono da ex iscritti a partiti comunisti scomparsi. Neppure, credo, da quello cinese: l’indomani del mio giuramento partivo al seguito di Obama per Pechino. Dove con la Cina ha raggiunto un accordo importante per la riduzione dei gas carbonici. Un collega inglese, corrispondente dell’ Independent, ha scherzato: «Ti hanno dato il passaporto Usa giusto in tempo, ora da americano puoi chiedere l’asilo politico in Cina». No, da italianoamericano, come adesso vengo definito, resto in ammirazione verso questa fabbrica di cittadini unica al mondo. In cui Obama annuncia un nuovo livello di apertura, cancellando l’incubo dell’espulsione dalle vite di cinque milioni di onesti lavoratori.

Renzi vada a vedere il bluff e ci porti a votare

Su tutti i giornali di oggi è percepibile non l'avvio di un riposizionamento quantomeno l'apertura di una via di fuga [SGA].

La gauche italienne
di Alessandra Longo Repubblica 21.11.14
 Ha un che di involontariamente carbonaro il dibattito di oggi a Parigi alla Fondazione Jean Jaurès. Fabrizio Barca, già ministro per la Coesione territoriale con Monti, attualmente dirigente generale al ministero dell’Economia e delle Finanze, discuterà con Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di Sel, de «La Gauche italienne face aux crises», la sinistra italiana di fronte alla crisi. Ci saranno anche Ludovica Ioppolo, sociologa, e Alessandro Gilioli dell’Espresso. In Italia l’incontro tra i due esponenti della sinistra sarebbe stato derubricato alla voce “gufi”. Invece a Parigi Sel, sponsor dell’iniziativa, collabora serenamente con il locale circolo del Pd. Fabrizio Barca è molto sotto traccia ma operativo. Va in giro per l’Italia con un gruppo di lavoro e un progetto: costruire una «forma moderna di partito». Non ha fretta. «Finiremo la nostra esplorazione a marzo», dice.


Parole sbagliate

Corriere 21.11.14

Un conflitto sull’articolo 18 è comprensibile, ed era anche prevedibile. Il linguaggio con cui il presidente del Consiglio tratta la Cgil è invece molto meno comprensibile.
È vero che Susanna Camusso lo considera un personaggio dell’Ottocento, subalterno ai padroni, abusivo a sinistra. Ma il premier — mentre annuncia a parole rispetto per chi dissente — dileggia il sindacato, banalizza le ragioni della protesta, svaluta insieme con lo sciopero una storia legata alla conquista e alla difesa di diritti che tutelando i più deboli contribuiscono alla cifra complessiva della democrazia di cui tutti usufruiamo.
La domanda è sempre la stessa: che idea ha il segretario del Pd della sinistra che guida? Un partito che voglia parlare all’intera nazione deve ospitare culture diverse al suo interno e tocca al leader — mentre decide — garantire loro spazio e legittimità. Sapendo che prima o poi si voterà, e i suoi avversari non saranno Camusso e Landini, ma Berlusconi e Verdini. Quando se ne accorgerà?




L’Italicum in alto mare “Il nuovo sistema di voto non può essere applicato ad una sola Camera”
Ma Renzi vuole tirare dritto e punta sul sì al Senato a dicembre Berlusconi vede le elezioni e sabato seleziona 25 “giovani volti” di FI

di Carmelo Lopapa Repubblica 21.11.14

ROMA  La legge elettorale che a fatica sta salpando dalla commissione al Senato — e che dovrebbe puntare all’approdo in aula entro fine anno — rischia invece di incagliarsi subito sugli scogli fuori porto. Uno in particolare, enorme: la mancanza di un sistema elettorale valido proprio per Palazzo Madama, in caso di voto anticipato. Italicum o Consultellum, bisognerà pur prevederlo. E ci vorrà altro tempo. Tanto che anche tra gli uomini più vicini al premier Renzi si sta diffondendo la poco piacevole convinzione che il testo arriverà in aula non prima di gennaio. Il capo del governo non vuole sentire ragioni, «lo si approva entro dicembre».
Il caos che si è aperto è una boccata d’ossigeno non da poco per Berlusconi e Alfano, per Forza Italia e Ncd, per i quali l’elezione in primavera è uno spauracchio. Per non dire del partito trasversale dei parlamentari che farebbero di tutto pur di allontanare lo spettro elettorale nel 2015. Il fatto è che dopo l’ex presidente della Consulta, Gaetano Silvestri, ieri anche il suo collega Giuseppe Tesauro, ascoltato in commissione Affari costituzionali, ha ribadito il concetto: «Serve una norma per il Senato, altrimenti, meglio rinviare a dopo che sarà stata approvata la riforma costituzionale». Di più, l’estensore della sentenza che a gennaio ha cassato il Porcellum, ha parlato di «troppe criticità», di «dubbi sulla compatibilità costituzionale» dell’Italicum, anche nella seconda versione. E ora? Ecco, appunto, è quello che si sono chieste il ministro Maria Elena Boschi e la presidente Anna Finocchiaro. «La soluzione potrebbe stare nell’adozione dell’Italicum anche per il Senato, ma con lo scorporo dei seggi su base regionale, come vuole una sentenza della Consulta» è l’ipotesi avanzata dal deputato renziano Ernesto Carbone. Ipotesi, questa della scialuppa Italicum, che sembra convincere poco la presidente Finocchiaro, più propensa a lasciare in vigore semmai il Consultellum (proporzionale con preferenza). Ma anche questo andrà specificato nella legge con una clausola di salvaguardia. Storce il muso, a dir poco, Roberto Giachetti, renziano anche lui, pronto a riprendere lo sciopero della fame se a dicembre la riforma si impantana di nuovo. «Italicum solo per la Camera incostituzionale? Potrei dire Cvd ma preferisco no comment» scrive su Twitter. Che succede? «Che bisognerà provvedere per il Senato — ragiona in un Transatlantico deserto — col risultato che tutti accuseranno Renzi di farlo per andare al voto». E infatti, puntuali, le accuse. «Renzi ci dica senza ipocrisie se vuole completare il percorso delle riforme o portarci al voto» dice Saverio Romano. «Noi intanto l’Italicum così com’è non glielo votiamo» avverte un pasdaran ex An come Francesco Aracri, anche perché, insiste Augusto Minzolini, «è un miraggio questa storia che se approviamo l’Italicum partecipiamo all’elezione del Quirinale». Lui, come gli altri 32 vicini a Fitto, si sono ritrovati mercoledì sera alla sala Cosmopolitan di Roma per pianificare con l’euroeputato la campagna di mobilitazione anti-Italicum. Se passa questa riforma «salta il Nazareno, addio patto» minaccia il “Mattinale” di Brunetta. Berlusconi tiene una linea più moderata. «Spero sia una legge elettorale democratica, stiamo lavorando per una buona legge» si limita a dire al Tg4. Anche se poi attacca: «Non siamo in democrazia, la maggioranza di Renzi è artificiale e non può durare». Ma è campagna elettorale in vista delle regionali calabresi e emiliane, che avranno «ricaduta nazionale» ammette. Fi sta per essere «rifondata» annuncia, e infatti domani pomeriggio a Villa Gernetto andrà in scena la passerella finale del talent scouting condotto in questi mesi da Giovanni Toti, Deborah Bergamini e Alessandro Cattaneo. Venticinque giovani selezionati tra cento saranno presentati a Berlusconi per essere lanciati sui media e, magari, alle Regionali 2015. Tra gli altri, la pugliese (candidata alle Europee) Federica De Benedetto, la consigliera di Brescia Mariachiara Fornasari, il sindaco di Perugia Andrea Romizi. Svolta under 35 che getta già nel panico i parlamentari.





«Dai sindacati scuse per scioperare» Renzi: «In piazza più ora di quando c'era Monti»
La replica: parla solo con chi gli dà ragione

di Emilia Patta Il Sole 21.11.14

PARMA «Non mi preoccupo di far scioperare le persone ma farle lavorare. Anziché passare il tempo a inventarsi ragioni per fare scioperi, mi preoccupo di creare posti di lavoro perché c'è ancora tantissimo da fare». E ancora: «Ci sono stati più scioperi in queste settimane che contro tutti gli altri governi, compreso il governo Monti. Ma noi stiamo cercando di mettere in piedi tutte le azioni necessarie per far ripartire il lavoro. A coloro i quali non hanno mai scioperato in passato, e oggi scioperano sempre, faccio i miei auguri. Il Paese è diviso in due: tra chi si rassegna e chi va avanti. Ma chi oggi in Italia continua a tener duro sta ottenendo risultati. Non mi preoccupo: possono far scioperi ma noi abbiamo promesso che cambieremo e, piazza o non piazza, le cose le cambiamo».
Piazza o non piazza si va avanti. La giornata del premier Matteo Renzi inizia di buona mattina, con un'intervista radiofonica che risponde in modo durissimo alla proclamazione dello sciopero generale da parte di Cisl e Uil. E prosegue con il giro della realtà produttiva parmense, che ha visto anche l'incontro con il sindaco Federico Pizzarotti e con i primi cittadini dei Comuni alluvionati: prima la visita allo stabilimento Pizzarotti Costruzioni a Ponte Taro, poi alla Dallara Automobili di Varano de' Melegari e infine alla Barilla di Pedrignano. Visite in cui Renzi ha dovuto fare i conti con alcune proteste (a Parma ci sono state anche cariche della Polizia contro i manifestanti). In serata l'evento di chiusura della campagna elettorale per la guida dell'Emilia Romagna con il sostengo al candidato del Pd Stefano Boncaccini: e c'è anche la paura dell'astensionismo, dato in crescita in tutti i sondaggi, dietro i toni contro il sindacato usati da Renzi. Chiaro che la zona grigia è al centro, tra l'elettorato moderato deluso dall'ex Cavaliere.
Stizzita, naturalmente, la reazione della leader della Cgil Susanna Camusso con la quale il solco è ormai profondo: «Vorremmo che il dibattito tornasse a essere rispettoso. Credo che il presidente del Consiglio, che sta dicendo in queste ore che i lavoratori sciopereranno così i sindacalisti avranno modo di passare il tempo, sia vagamente irrispettoso del lavoro e del sacrificio dei lavoratori». Ma non c'è solo la Cgil nel mirino del premier. Ci sono anche e soprattutto i suoi oppositori interni. Quelli che anche dopo l'accordo raggiunto alla Camera tra il governo e l'area guidata da Roberto Speranza e Cesare Damiano sul Jobs act continuano a dire che non basta. Ossia Pippo Civati, che ha già annunciato il suo voto contrario sul provvedimento anche se al momento della fiducia uscirà dall'Aula, Stefano Fassina e Gianni Cuperlo. «Se fosse stato facile cambiare l'Italia l'avrebbero fatto quelli che negli anni precedenti hanno rinunciato, lo avrebbe fatto chiunque: io sono per fare le cose, non ne posso più di chi continua a rimandare – avverte Renzi –. Ed è naturale che ci sia chi cerca di bloccare e tirare indietro sia nel mio partito che fuori: è fisiologico. Eppure si va avanti».
Da Parma, infine, un auspicio-promessa ai Comuni colpiti dalle alluvioni: «Il punto centrale sui finanziamenti europei è che i finanziamenti che definiremo con l'Europa non vadano ad incidere sui vincoli», ha detto riferendosi al piano di investimenti di 300 miliardi promesso da Jean Claude Juncker. E quei soldi protranno essere spesi soprattutto dai Comuni per il dissesto idrogeologico.



Matteo a caccia di voti ha trovato i suoi nuovi “nemici”

di Marcello Sorgi La Stampa 21.11.14

Non s’è svolto in un clima sereno il viaggio di Renzi in Emilia, alla vigilia delle elezioni regionali di domenica. A Parma, dove ha incontrato il sindaco 5 stelle Pizzarotti prima di andare alla Barilla, e successivamente a Bologna, il premier è stato contestato da gruppetti di antagonisti dei collettivi e dei centri sociali, che lo hanno accolto con fischi e cori di «buffone» e «vergogna». Nulla di particolarmente drammatico. E per Renzi un occasione in più per alzare il tono.
In ogni campagna elettorale infatti Renzi s’è scelto un avversario diretto da sfidare sul campo. Nelle primarie in cui conquistò la segreteria del Pd furono Bersani e il vecchio gruppo dirigente da rottamare del partito. Alle europee di maggio sono stati Beppe Grillo e il Movimento 5 stelle, che non si aspettavano di essere battuti con un distacco così grande. In questa piccola tornata di regionali, che giorno dopo giorno sta assumendo il valore di una prova d’appello rispetto al clamoroso risultato del 40,8 per cento delle urne di primavera, il premier s’è posizionato contro la Cgil, e segnatamente contro la segretaria del maggior sindacato Susanna Camusso, e contro Salvini, che in Emilia corre per arrivare primo nella classifica del centrodestra, davanti a Berlusconi e Forza Italia, e se possibile anche davanti a Grillo, che proprio in questa regione in passato aveva mietuto i suoi primi successi elettorali.
Camusso e Salvini, tra l’altro, sono alleati nella raccolta delle firme per il referendum abrogativo della riforma Fornero: ed è anche per questo che Renzi li ha attaccati in tweet in cui, senza demonizzarli, accomunandoli in una sorta di partito della protesta, che con la Cgil cerca «pretesti» per scioperare, da contrapporre, appunto, al governo impegnato a cambiare le cose. Una descrizione che non è piaciuta affatto alla Camusso, che gli ha risposto per le rime.
La drammatizzazione dello scontro, in una regione in cui il Pd si sente già la vittoria in tasca, nei piani di Renzi serve a mobilitare un elettorato stanco, ancora disorientato per gli effetti dello scandalo delle «spese pazze» in regione e pertanto portato all’astensionismo, ancora molto alto in tutte le previsioni della vigilia. Il premier non vuole un risultato dimezzato dalla scarsa partecipazione, e per questo ha scelto di spendersi in prima persona e sfidare le contestazioni organizzate. Renzi scommette così su una conferma del consenso incassato la volta scorsa, e si prepara a spenderla nel difficile confronto parlamentare che di qui a fine anno dovrebbe portare all’approvazione del Jobs Act e della legge di stabilità.

Ma per il premier solo un Paladozza tiepido e dimezzato
Arrivano 2300 persone ma sugli spalti spazi vuoti Solo verso la fine Renzi riesce a scaldare il pubblico

di Fabio Martini La Stampa 21.11.14

I resti di quel che fu il più potente partito comunista d’Occidente accolgono Matteo Renzi con un applauso rispettoso: appena il premier si affaccia nel catino dello storico PalaDozza di Bologna, dai duemilia sugli spalti si alza un battimani che dura venti secondi. Metà sala scatta in piedi a lanciare una standing ovation, che parte a metà. Mezza sala resta seduta senza applaudire, chi per farsi un selfie, chi per curiosare e basta. Qualcuno isolato dal loggione urla «Matteoooo», ma neppure il coretto decolla. Calore, simpatia, ammirazione per Renzi, ma a volume basso, senza grande pathos. Almeno nella accoglienza iniziale.
Per non parlare dell’applauso di cortesia, freddino che accoglie il candidato governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, mentre l’uscente Vasco Errani è accolto come un eroe, per lui un lunghissimo battimani. Sono le 21,50 e il premier-segretario, appena entrato nel parterre del Palasport di Bologna, per partecipare alla chiusura della campagna elettorale di Bonaccini, riscalda l’atmosfera: «Ho la sensazione strana di tornare a casa, quella che ti accompagna anche quando sei lontano». Ma c’è subito la battutina: «Non saranno mai contenti, loro, diranno che c’è stata troppo astensione... L’importante sarà essere contenti noi...». E più tardi, quando fa il suo discorso, Renzi da affabulatore, riscalda il Palasport
Nel giorno in cui Matteo Renzi ha sferrato il più sferzante attacco mai indirizzato verso i sindacati - si inventano gli scioperi mentre io creo posti di lavoro - era davvero interessante misurare l’impatto emotivo tra il premier-segretario del Pd e la sua base più “rossa”, quella più vicina alle grandi organizzazioni della sinistra, la Cgil, ma anche Lega delle cooperative e Cna. Certo, per l’arrivo di Renzi, i quadri del partito hanno stressato la macchina organizzativa, tutti i circoli della Regione, da Piacenza a Rimini, sono stati invitati a dare il massimo. Sugli spalti sono arrivate duemilatrecento persone, con spazi vuoti anche rispetto ad una capienza che è stata dimezzata, da seimila a tremila posti.
Domenica in Emilia la posta in gioco non è la vittoria, che il Pd è sicuro di portare a casa. Tengono banco domande che sembrano da “anime belle” ma potrebbero preludere a risposte preoccupanti per il futuro prossimo: quanti emiliani di sinistra decideranno che non vale la pena andare a votare per “questi” politici? Il candidato governatore della sinistra riuscirà anche stavolta a superare il milione di voti o per la prima volta resterà sotto questa soglia politicamente critica? Gara minore alle elezioni di domenica in Emilia-Romagna, è quella per il secondo posto con la Lega, con Matteo Salvini si è quasi trasferito da queste parti, con la scritta “Emilia” sulla felpa a sostegno del suo candidato, il sindaco di Bondeno, il trentacinquenne Alan Fabbri.
In una campagna elettorale a volume bassissimo, con pochi manifesti, poche manifestazioni, la sinistra si è affidata al quarantasettenne Stefano Bonaccini, per anni campione del Pd bersaniano, il “Bruce Willis di Campogalliano” (come lo chiama Renzi in persona), che dopo aver tanto esitato a candidarsi, ha dovuto fare fronte al disastro dell’inchiesta sulle “spese pazze” dei consiglieri regionali, circa due milioni di euro pubblici da giustificare. 
La “fortuna” per i candidati governatori è che nello scandalo sono finiti dentro quasi tutti, compresi grillini e leghisti e perciò sulla questione morale è calata una cortina di silenzio che ha vieppiù allontanato da tutta la politica una opinione pubblica disgustata. In una campagna elettorale segnata da clamorosi abbandoni, con Francesco Guccini che ha annunciato che voterà un candidato di Sel («Scelgo la persona») con Romano Prodi (la nipote candidata a Reggio Emilia), che ha fatto sapere: «Andrò a votare senz’altro», ma con una chiosa manzoniana: «Il buon senso restava nascosto per paura del senso comune».

L’inedita sfida tra il premier e Salvini fa scomparire Berlusconi e Grillo
Ma al leader leghista serve un detonatore come la caduta dell’euro per diventare centrale nel sistema politico

di Stefano Folli Repubblica 21.11.14

 ENTRO certi limiti le contestazioni sono utili a Renzi, come peraltro al suo antagonista Salvini. Fanno parte delle regole dello «show» politico, rimbalzano nei telegiornali e sul web, servono a rafforzare il profilo del personaggio. A Parma il premier ha assorbito ieri la sua dose di fischi, come accade spesso, ma ne ha approfittato per rincarare i toni contro i sindacati.
Il messaggio è sempre lo stesso: mi criticano perché incarno il cambiamento, viceversa guardate Susanna Camusso e il capo della Lega come sono in sintonia, emblema della conservazione. È un argomento che a breve termine può risultare efficace, nel clima di campagna elettorale perenne in cui vive il paese. Del resto, domenica si vota davvero in Emilia Romagna e Calabria e lo sforzo mediatico a tutto campo si giustifica. Semmai va notato che i due leader presenti nelle piazze, forse gli unici due, sono proprio Renzi e Salvini. Gli altri o sono assenti o sono ignorati dai «media»: e anche questo vuol dire qualcosa.
È singolare, ad esempio, l’abdicazione di Beppe Grillo che prevede il peggio per domenica e preferisce non impegnarsi, mentre lo storico dissidente dei Cinque Stelle, il sindaco Pizzarotti, accoglie il presidente del Consiglio a Parma. Né va dimenticato, a proposito di contestazioni, il brutto quarto d’ora passato da Silvia Taverna, fedele collaboratrice di Grillo, nelle strade di Tor Sapienza. Se una rappresentante dell’anti-politica viene vituperata, il segnale deve far riflettere. Viceversa, se si tratta di Salvini che cerca l’incidente con i centri sociali di Bologna, l’episodio può aiutarlo a guadagnare consensi in certi ambienti. La differenza è essenziale.
Anche per questo Grillo è ancora alto nei sondaggi nazionali e tuttavia la sua spinta propulsiva sembra esaurita. Al contrario, il ragazzo in felpa un po’ stazzonata, il neo-leghista che non parla più di secessione e ha scoperto il Sud, è accreditato di una percentuale per ora al di sotto dei Cinque Stelle, ma sembra essere in ascesa. A sua volta Renzi deve correre di qui e di là perché non può permettersi di dormire sugli allori, specie quando gli allori sono scarsi. E dunque qualche tensione provocata dai soliti centri sociali, va bene; purché non si saldi con il malessere silenzioso che si respira nel paese, turbando il racconto ottimistico di ciò che è stato fatto fino a oggi e di ciò che si farà domani.
Va detto, peraltro, che il confronto quasi esclusivo fra il Matteo di Firenze e il Matteo di Milano è nell’interesse di entrambi. Il primo anela ad avere un competitore di quel tipo, burbero ed estremista, così da assorbire pian piano i voti moderati che ancora girano intorno a Berlusconi. Il secondo vuole ovviamente una cosa diversa e ben chiara: diventare la sola opposizione o quasi, sottrarre suffragi sia a Grillo sia a Berlusconi, ma dal versante iper-populista che a Renzi è precluso. Date le premesse, è possibile che il voto di domenica offra qualche sorpresa. Non in Calabria ma in Emilia Romagna, dove il candidato di Salvini non scavalcherà l’esponente del Pd, ma potrebbe battere la lista di Forza Italia. Così la nuova Lega post-Bossi e anche post-Maroni diventerebbe un caso.
Si dice che l’espansionismo di Salvini è comunque limitato. Si afferma con qualche ragione che senza l’accordo e il via libera di Berlusconi oggi non può radicarsi un vero centrodestra. Eppure è evidente che il nuovo leader gioca a rompere gli schemi, un po’ come ha fatto Renzi a sinistra. Ha già costretto Berlusconi a frenare il suo progressivo dissolvimento nel «renzismo». E ha fatto di Marine Le Pen il suo faro, così come Renzi ha adottato lo stile di Tony Blair. Due operazioni mai tentate nell’Italia politica. Tuttavia a Salvini non basterà certo un buon risultato in Emilia Romagna per fare il salto sulla scena nazionale. Ha bisogno di un detonatore che oggi può essere solo la crisi verticale dell’euro. Con tutte le sue drammatiche conseguenze.

"La gente? Sta meglio. Tienanmen, addio": a volte la Guerra Fredda culturale si ritorce contro chi la scatena

Questo articolo è nato il consueto tentativo di diffamazione, ma è riuscito male. Interessante il giudizio di Spence sulla proprietà pubblica [SGA].

“I giovani cinesi si sono imborghesiti Tienanmen è irripetibile” Parla la scrittrice Xiaolu Guo che ha appena pubblicatoLa Cina sono io “I ricchi studiano a Harvard, al ritorno non hanno voglia di cambiare”Alberto Simoni La Stampa 21 11 2014
Sgomberiamo subito il campo: Xiaolu Guo non è una dissidente. Non è, oggi, una di quelle intellettuali braccate da Pechino, anche se gli screzi con il regime li ha avuti per via di un suo documentario del 2004, The Concrete Revolution. Fu tirata fuori dai guai da un avvocato per i diritti degli immigrati che riuscì a riportarla a Londra dove viveva dal 2002. 

Ma non pochi mugugni Guo se li è attirati fra gli alfieri in esilio della democrazia. Nel 2012, quando Mo Yan vinse il Nobel per la letteratura, lei lo difese. Lo dipinsero come timido contro il regime, per qualcuno «lo scrittore del Partito». Lei replicò: «Rispetto chi non vuole fare il martire politico». Poi se la prese con gli «snob dei diritti umani». E oggi, quando la raggiungiamo fra una presentazione e l’altra in Italia del suo ultimo libro La Cina sono io (ed. Metropoli d’Asia), sull’eterna lamentela occidentale dei diritti violati dal governo cinese, punge: «A forza di chiedere il rispetto dei diritti umani e trattare la Cina come fosse Cuba, il risultato è l’effetto contrario, un irrigidimento ulteriore». E poi su Xi Jinping, il «nuovo imperatore» cinese come lo esalta il Time in copertina questa settimana: «Vi ricordate come morivano di fame i nostri nonni 50 anni fa? Ora non è così, il livello di vita è dignitoso, abbiamo una classe media, un buon livello di istruzione», ci dice. Eppure i diritti, la lotta spietata, sin brutale, alla corruzione... «In Occidente c’è voglia di giudicare il leader, certo è normale ma sono ottimista e il mio giudizio è positivo». 
L’autrice credeva nella democrazia e in libere elezioni 25 anni fa mentre il fratello faceva lo sciopero della fame in piazza Tienanmen, sfuggendo al massacro dei tank. Xiaolu Guo ci crede ancora oggi. Del suo Paese che osserva (ma ci torna ogni anno) da una casetta a East London ha un ricordo «romantico, nostalgico». Anche se la Cina di oggi misura la felicità dei suoi cittadini in Pil pro capite, si è votata al business, sa stare al mondo e dialogare - sempre più spesso - da posizioni di superiorità, economica s’intende, con gli altri Grandi inquilini del pianeta. 
Eppure la dissidenza è parte integrante della vita e dell’opera di Guo. Suo padre trascorse 15 anni in un campo di lavoro solo perché amava dipingere e la Rivoluzione culturale non gradiva divagazioni dal tema. I personaggi della Cina di Guo sono artisti. Come la stessa autrice («scrittrice e regista», ci tiene a sottolineare quest’ultima caratteristica) che dalla sua vita ha attinto per tratteggiare lineamenti e comportamenti di Kublai Jian e Deng Mu. Il primo è uno storico e musicista punk figlio ribelle di un papavero, il più alto, del regime; Mu è una poetessa. 
La Cina di Xiaolu Guo sono loro, innamorati lontani: lui vagabondo «sans papier» in Europa rifiutato dal Paese dopo un periodo di detenzione per aver diffuso durante uno show un manifesto che inneggiava alla perpetua rivoluzione; lei in cerca di identità in America ma incapace di staccarsi dalla patria e dagli affetti famigliari. Li separa la «Rivolta dei gelsomini» del 2011, tentativo di importare a Pechino la primavera araba, stroncato sul nascere dal governo. I giovani si radunavano nelle vie del lusso nel cuore della capitale, la polizia apriva gli idranti, allagava tutto (negozi compresi) e la forza della rivoluzione annegò in quel trucchetto tanto astuto quanto banale. Nel suo vagabondare tra Londra, Svizzera, Parigi, Marsiglia, Creta, Jian scrive a Mu. Lei risponde. Immortala i suoi pensieri sul diario. E sarà un plico di lettere recapitato a casa di Iona, scozzese traduttrice di cinese, che consentirà al lettore di ricostruire la storia dell’amore interrotto, di vedere mischiarsi vite sempre al confine tra la realtà e la finzione, di appassionarsi all’intreccio tra più livelli narrativi che alla fine cambiano (e migliorano) la stessa Iona. 
Questo il romanzo d’amore. «Non è un testo politico», quasi si giustifica Guo. Ma è difficile non scorgere altro dietro l’«io» che comprime Jian e Mu, politica e apolitica, ribellione e tradizione. La Cina che ripudia il passato e vuole un altro futuro, e quella romantica. In fondo Guo scrive un inno al suo Paese non nascondendone le contraddizioni. Sullo sfondo Tienanmen, quasi mai citata ma eterno spartiacque della Cina moderna, esperienza tragica e formativa. E «irripetibile», aggiunge Guo. Perché? «Ci siamo imborghesiti, c’è una classe media sempre più forte e numerosa, siamo tutti più conservatori». E se a Hong Kong sono stati i giovani e gli studenti, come Mu e Jian nel 2011, a sfidare il regime, lo spegnersi o forse l’affievolirsi del moto di ribellione della città, Guo lo coglie al volo: «Certo i giovani sono un motore che cambia la società, ma non è solo da loro che possono venire le mutazioni; in fondo sono anch’essi élite, serve la base». L’élite ricca che studia a Harvard, «con i soldi di papà, intrisa di nazionalismo, perché mai dovrebbe riportare in Cina la voglia del cambiamento?».
E la gente? Sta meglio. Grazie a Deng, Jiang, Hu e ora Xi. Quasi due decenni di boom economico e nuovi soldi da distribuire. «Siamo sempre più come gli americani....», scherza Guo. Sogniamo il benessere, il business. Tienanmen, addio.

La riforma cinese dei dirigenti
Insieme impegno per l'interesse pubblico e vasta strategia dei cambiamenti
di Michael Spence Il Sole 21.11.14
 La massiccia campagna anti-corruzione del presidente cinese Xi Jinping ha fatto avanzare verso obiettivi fondamentali: si sono compiuti progressi verso il ripristino della fiducia nell'impegno del Partito comunista per un sistema basato sul merito; si è contrastato il modello di dominio del settore pubblico; è stato ridotto il potere degli interessi costituiti a bloccare le riforme; si è rafforzata la popolarità di Xi tra gli attori del settore privato, molto meno tra gli apparati burocratici. Lo sforzo di Xi nello sradicare la corruzione ha rafforzato il partito e i riformatori. Quanto verranno portate avanti le loro ambizioni di riforma?
Xi non ha finito, considerato che, al quarto Plenum del partito del mese scorso, ha delineato riforme giuridiche, per creare parità di condizioni tra il settore pubblico e privato. Se attuate correttamente, le riforme potrebbero produrre un sistema più efficiente per la creazione e l'esecuzione dei contratti, spianare la strada agli operatori di mercato, e rafforzare l'applicazione della legislazione cinese sulla concorrenza.
Un maggiore rispetto dello stato di diritto porterebbe alla creazione di un quadro normativo e finanziario per ridurre le frodi nel settore privato, anche nei protocolli finanziari. Questo, con una maggiore possibilità di accesso al capitale, contribuirà ad accelerare lo sviluppo del settore dei servizi, necessario a creare posti di lavoro urbani.
Una migliore gestione dei beni pubblici cinesi – che includono 3,5-4mila miliardi di dollari di riserve valutarie, consistenti proprietà fondiarie, e una partecipazione di maggioranza nelle imprese di proprietà statale, che dominano l'economia – andrebbe a completare questi sforzi. Contribuirebbero allo scopo il rafforzamento della concorrenza, la promozione dell'innovazione, il rafforzamento del sistema finanziario e l'allargamento dell'accesso al capitale.
Come la Cina potrà realizzare tutto ciò? Oggi, l'economia cinese segue il vecchio modello leninista delle "Alture dominanti", con il partito che detiene il potere politico e il controllo delle imprese e dei settori più importanti, anche se il settore privato guida crescita e occupazione. In questo contesto, è fondamentale il tipo di "professionalità meritocratica" che la Cina persegue; ma questa non può sostituire la concorrenza nel settore pubblico o privato – se non altro, per quanto riguarda gli obiettivi di innovazione e cambiamento strutturale.
Xi potrebbe dichiarare che la versione cinese del capitalismo di Stato ha funzionato in passato, e continuerà a farlo. Ma l'esperienza delle dinamiche nelle economie avanzate (Cina in testa) rende debole questa posizione ed è improbabile che Xi la assuma. L'alternativa sarebbe intraprendere un piano di privatizzazioni per ridurre la componente attiva dell'enorme bilancio statale. Ma il bilancio si è dimostrato valido, permettendo tassi di investimento elevati che hanno alimentato la crescita.
Data una distribuzione sempre più ineguale del reddito tra capitale e lavoro, una più ampia accumulazione di beni pubblici presenta aspetti positivi, in quanto equipara la distribuzione del capitale e della ricchezza, anche se indirettamente. Non solo si possono utilizzare i beni pubblici per attutire shock e contrastare tendenze negative; possono aiutare a finanziare l'espansione delle assicurazioni sociali.
Il problema in Cina non è il volume dei beni di proprietà dello Stato, ma la concentrazione in alcune aziende e industrie – situazione che presenta rischi per la performance economica. La soluzione logica non è quella di smaltire attività detenute dello Stato, ma di diversificarle nel tempo.
Tale approccio avrebbe vari vantaggi. Potrebbe coniugare un grande bilancio statale con un ruolo crescente dei mercati, rafforzare l'occupazione, stimolare l'innovazione e portare avanti le trasformazioni dell'economia. Restano cruciali gli investimenti pubblici in infrastrutture, capitale umano, conoscenza e tecnologia di base dell'economia.
Inoltre, la diversificazione delle attività detenute dalla Cina potrebbe contribuire a sviluppare i suoi mercati finanziari. Poiché la quota negoziata o negoziabile della capitalizzazione di mercato del settore statale è in aumento rispetto al dato attuale (10-15%), gli investitori più istituzionali, come fondi pensione e compagnie di assicurazione, potrebbero essere coinvolti nel trading azionario cinese, dominato da investitori privati. Questo accrescerebbe le opzioni di risparmio per una popolazione sempre più ricca e rafforzerebbe il sostegno agli investimenti a lungo termine e allo sviluppo.
Anche i mercati del debito potrebbero beneficiare di tale iniziativa. Rendendo più labile il confine tra il settore privato e quello statale si potrebbe avere una riduzione dell'accesso privilegiato – e dell' abuso – di quest'ultimo ai finanziamenti bancari, comportando l'espansione dei mercati delle obbligazioni societarie.
Con soggetti pubblici, come il sistema di previdenza sociale e i fondi sovrani di ricchezza, in possesso di portafogli di attività più diversificate, si potrebbero ridurre gli incentivi per gli interventi sul mercato, favorendo gli operatori storici di cui lo Stato possedeva ampie quote. Questo, con più applicazione del diritto di concorrenza, farebbe compiere passi avanti verso la parità di condizioni sui mercati.
Responsabilità fiduciarie definite e governance dovrebbero garantire che le attività detenute dal pubblico riescano a massimizzare i rendimenti corretti per il rischio a lungo termine, con Stato e cittadini come beneficiari e il mercato come arbitro.
La gestione patrimoniale del settore pubblico potrebbe essere esternalizzata, con i gestori privati che competono per il lavoro. Ciò potrebbe accelerare lo sviluppo del settore, con benefici per risparmiatori e investitori.
La Cina non deve abbandonare la rete di sicurezza fornita dalle sue ingenti partecipazioni statali per consentire ai mercati di svolgere un determinante ruolo microeconomico. Può abbandonare il modello delle "alture dominanti" e sviluppare la sua versione di "capitalismo di Stato" per sostenere il meglio dei due mondi. Tutto ciò che serve è un persistente forte impegno del governo verso l'interesse pubblico e una strategia di riforma abilmente eseguita.

Petrolio, la Cina alza il velo sulle riserve strategiche
Il dato diffuso da Pechino attesta scorte per soli 9 giorni, ma è parziale L'Iran: tolte le sanzioni raddoppieremo l'export
di Sissi Bellomo Il Sole 21.11.14
Il presidente cinese Xi Jinping è stato di parola. Nel fine settimana aveva promesso al G-20 maggiore trasparenza sulle statistiche relative al petrolio e ieri – per la prima volta nella storia – Pechino ha alzato il velo sulle riserve strategiche del paese. Il dato è purtroppo parziale, perché riguarda soltanto la prima fase di costituzione delle riserve, conclusa nel 2009. Inoltre, dalla Cina non arriva tuttora nessuna informazione sulle scorte commerciali, molto più utili in quanto consentono di valutare l'andamento dei consumi. Tuttavia si tratta di un primo passo importante, considerato che la Cina ha ormai acquistato un peso determinante per le sorti dei mercati petroliferi. E in ogni caso le informazioni trasmesse – che fino a poco tempo fa erano difese come un segreto di Stato – non sono del tutto irrilevanti.
Al contrario, danno corpo alla prospettiva di un'accelerazione degli acquisti cinesi di greggio, soprattutto ora che le quotazioni del sono crollate sotto 80 dollari, ai minimi da quattro anni.
Nei quattro depositi della prima fase di stoccaggio, ha fatto sapere l'istituto nazionale di statistica, ci sono oggi 91 milioni di barili di greggio (a fronte di una capacità di stoccaggio complessiva di 103 milioni): una quantità inferiore a quella che molti analisti avevano stimato e che è sufficiente a soddisfare appena nove giorni di consumi. La Strategic Petroleum Reserve (Spr) degli Stati Uniti – paese che ormai la Cina ha superato nelle importazioni petrolifere – contiene 695,9 mb e ha una capacità di 727 mb.
Se la Cina aspirasse ad accantonare greggio sufficiente a compensare 90 giorni di importazioni nette – il criterio adottato dai paesi Ocse, nell'ambito dell'Agenzia internazionale per l'energia (Aie) – dovrebbe accumulare 540-600 mb, fanno notare gli analisti di Energy Aspects, aggiungendo che comunque Pechino si è già portata avanti nell'opera, rispetto alle cifre comunicate ieri: solo nel 2014, grazie anche alla discesa dei prezzi, dovrebbe aver stoccato altri 87 mb di greggio.
Il governo ha infatti programmato altre due fasi di accumulazione di riserve e la seconda è già in costruzione. Su queste l'istituto di statistica ha taciuto, ma Pechino negli obiettivi energetici per il 2020, aggiornati proprio in questi giorni, ha detto che entro quella data punta a completare la seconda fase – con stoccaggi che gli analisti ritengono intorno a 170 mb - e ad avviare la terza.

Molto di quel greggio potrebbe arrivare dall'Iran, che invia in Cina un numero crescente di barili: nei primi nove mesi dell'anno vi ha esportato 573mila barili al giorno, il 33,7% in più rispetto allo stesso periodo del 2013. E la quantità potrebbe aumentare. Teheran, si è saputo in questi giorni, ha noleggiato depositi di stoccaggio a Dalian, per servire meglio i mercati asiatici. E quando le sanzioni internazionali verranno revocate promette di raddoppiare nel giro di due mesi le sue esportazioni, in Cina e altrove, che attualmente sono ridotte secondo le stime a circa 1,3 milioni di barili al giorno. La promessa – che costituisce prima di tutto una sfida ai colleghi dell'Opec – è arrivata dal ministro del Petrolio Bijan Zanganeh, a pochi giorni dalla scadenza dei negoziati sul nucleare con le potenze internazionali: in teoria sarebbe lunedì, anche se l'esito più probabile sarà un'ulteriore proroga delle trattative.

Togliattigrad: un documentario


locandina di "Togliatti(grad)"Federico Schiavi e Gian Piero Palombini: Togliatti(grad)

Risvolto
Togliattigrad, città simbolo dell’incontro tra due visioni del mondo in totale contrasto; da una parte la Fiat di Torino, simbolo del capitalismo e del blocco anticomunista e dall’altra l’Unione Sovietica, icona dell’opposizione socialista al modello economico occidentale. Grazie al racconto dei testimoni diretti, partecipiamo ad un’epopea in cui il sogno di un’industrializzazione controllata e l’inquadramento e la gestione attenta delle vite dei lavoratori, rendono queste due visioni sorprendentemente coincidenti. Nel cuore ghiacciato della steppa russa riviviamo i 36 mesi della costruzione di una città da 400.000 abitanti attorno ad una fabbrica da 600.000 auto l’anno. Italiani, russi, francesi e tedeschi si ritrovano accomunati in un unico intento tra amicizie, dissapori, amori riusciti ed altri falliti. Generazioni di creativi e tecnici disegnavano, progettavano e realizzavano automobili diventate, attraverso gli anni, veri e propri gioielli di design e tecnologia. Oggi, con la fine dell’impero sovietico e l’affermarsi dell’economia globale, essi sono stati irrimediabilmente soppiantati da un sistema più efficace e più deciso nell’affrontare un nuovo modello di sviluppo e di organizzazione del lavoro. La LADA e lo stabilimento AUTOVAZ, un tempo vettori di un’impresa epica unica nella storia italiana, oggi issano bandiera francese. Sono ormai controllate della Renault e quel sogno italiano sembra essersi dissolto per sempre.


Togliattigrad, l’epopea dell’auto nella steppa
Un film documentario racconta la costruzione dello stabilimento, frutto dell’accordo Fiat-Urss, che avviò la storia russa delle quattro ruote

di Alberto Papuzzi La Stampa 21.11.14

Il più grande affare del secolo. Così venne definito l’accordo Fiat-Russia che il 4 maggio 1966 firmarono a Torino il ministro sovietico per l’Industria automobilistica e Vittorio Valletta, che proprio quell’anno lasciava la presidenza dell’azienda a Giovanni Agnelli.
L’accordo prevedeva la costruzione chiavi in mano di uno stabilimento per la produzione di duemila automobili al giorno, sul modello della «124», entro tre anni. Per l’insediamento del nuovo complesso si scelse la località di Stavropol sul corso del Volga, che venne ribattezzata Togliattigrad, in memoria del leader del Pci. La prima vettura uscì dalle officine il 19 aprile 1970. Si trattava del più grande progetto che vedeva protagonista l’industria italiana nel secondo dopoguerra. Una manifestazione sia di potenza sia di sapienza tattica. L’azienda italiana ottenne carta bianca in materia di tecnologie produttive e di rete distributiva, destreggiandosi al meglio nella competizione con marchi che avevano medesimi interessi e ambizioni, più di tutti Volkswagen e Renault. 
Quasi mezzo secolo dopo, la gigantesca opera rivive in un film documentario che si presenta al Torino Film Festival: Togliatti(grad) di Federico Schiavi e Gian Piero Palombini, con una raffinata fotografia di soggetto industriale, prodotto da Nacne Sas in collaborazione con Rai Cinema. Cinquantasei minuti, che offrono una visione articolata e suggestiva, sorprendente e brillante, ricca di spunti storiografici e carica di annotazioni di costume, per un episodio che allora scosse il mondo. I punti chiave attorno ai quali ruota il racconto sono due: il lampante confronto tra comunismo sovietico e capitalismo occidentale, largamente a favore di quest’ultimo, quasi una appendice della guerra fredda, e il conflitto più generale che venne messo a nudo, innanzi tutto in campo sovietico, tra due culture, che interessavano e coinvolgevano ideologie, fedi, tradizioni, provocazioni, per una generazione di uomini e donne vissuti con o per il lavoro. Per girare il documentario ci sono voluti quasi quattro anni, e si sono incontrate centinaia di persone.
Per i sovietici Togliattigrad fu una sfida senza esitazioni. «Eravamo sicuri che, come i nostri padri e madri avevano vinto la guerra, così noi avremmo potuto vincere anche questa competizione», dichiara Vladimir Mirisakov, allora caposquadra dell’Officina Motori. Con Togliattigrad comincia la storia russa dell’automobile. Prima si producevano soprattutto se non esclusivamente automezzi pesanti: i camion e gli autobus prodotti nel 1938 erano, per esempio, 185 mila su un totale di 200 mila autoveicoli; nel 1960 passano a 344 mila su 500 mila. Nel maggio del 1966, quando si firma l’accordo, circolava un’automobile privata ogni 240 persone. 
«Era un programma semplicemente terrificante - dice nel film Carlo Mangiarino, che era stato ingegnere capo nell’edificazione della fabbrica -. Dove c’era soltanto la steppa, senza traccia di tessuto industriale, ma freddo a trenta gradi sotto zero d’inverno, e caldo rovente al sole d’estate, dovevamo far sorgere uno stabilimento che aveva in sé un know how globale». Le immagini proposte dal documentario sono sbalorditive: prima la steppa verde e arida, poi fuoco e fumi degli impianti, infine le automobili immerse nel traffico. Come una stregoneria, dal deserto stepposo dovevano prendere vita le officine che avrebbero sfornato duemila vetture.
Se sul piano macroscopico c‘era da restare a bocca aperta, un’avventura straordinaria fu corsa al livello delle microstorie che interessarono i rapporti sociali, tra la comunità dei lavoratori italiani tutti dipendenti dalla Fiat e la collettività che stava nascendo e organizzandosi sulle rive del Volga (anche con la presenza di volontari, soprattutto donne e studenti, affascinati dal progetto). Notevole scalpore, ascoltando gli ex, venne creato naturalmente dall’incontro tra maschi italiani capaci di esercitare l’arte del corteggiamento e bionde ragazze russe di cui si magnificavano le lunghe cosce. Il problema era che gli uomini italiani andavano in caccia di un tradizionale divertimento, mentre le russe puntavano a stabilire relazioni stabili. Nel 1972 si contavano già trenta matrimoni di russe con italiani. 
Ma non era solo una questione di rapporti personali. Era la scoperta della realtà italiana, allora non molto conosciuta dai sovietici. «Cosa sapevamo noi dell’Italia? - si domanda Nelly Sumina, una delle numerose interpreti -. Io conoscevo soltanto Marcello Mastroianni, Sofia Loren e Adriano Celentanto». Spesso si organizzavano feste negli alberghi e le russe facevano la fila per andarci: «Guardate, sono arrivati gli italiani! Infatti erano come una apparizione». Le diciottenni di allora (e non solo le diciottenni!) ricordano anche belle macchine e vestiti formidabili. Una vita fatta di sogni e entusiasmi, «mentre da noi era molto, molto più grigia», dice ancora Nelly Sumina. I russi non vedevano di buon occhio quei rapporti e sottoponevano le loro ragazze a insistenti interrogatori.
Nel nostro paese non mancarono le polemiche, come sempre di fronte a una novità. A Tribuna sindacale, programma televisivo, si chiese conto a Agnelli di dubbi finanziamenti collegati all’impresa che la sua azienda portava a termine. L’Avvocato diede una risposta delle sue: «Per fare la sua domanda - disse al suo interlocutore - lei ha impiegato due minuti. Per la mia risposta mi basta un secondo: non è vero».

Viaggiare l'Italia nelle memorie del Grand Tour

Copertina Il grande racconto del viaggio in ItaliaAttilio Brilli: Il grande racconto del viaggio in Italia. Itinerari di ieri per viaggiatori di oggi, Il Mulino, 48 euro, 450 pagine

Risvolto
Nei secoli passati l’Italia è stata meta di un incessante pellegrinaggio culturale. Il Grand Tour, consuetudine delle classi colte europee, trovava infatti il suo culmine nel Bel Paese, in omaggio al quale diventava il Viaggio in Italia. Come in concreto si svolgeva ce lo racconta la messe di diari, memorie, guide, epistolari a cui il libro attinge, restituendoci, grazie ad annotazioni ora sapide ora struggenti, l’esperienza viva di uomini e donne d’ingegno, di nobili, di artisti, di poeti, di studenti e di quanti si dettero con entusiasmo alla scoperta della penisola. Ripercorriamo così gli itinerari più battuti, sperimentiamo l’equipaggiamento e i mezzi di trasporto, riviviamo gli incidenti e le avventure, ma anche i sogni e a volte lo scoramento di quei primi turisti. Ma c’è dell’altro, perché attraverso lo sguardo degli stranieri, la letteratura di viaggio può insegnarci un modo diverso di guardare all’Italia. Potremo così fare l’unica, autentica esperienza di viaggio ancora possibile oggi: tornando sui passi di quegli antichi visitatori, in loro compagnia, fare nostre le loro mete favolose.
Attilio Brilli è fra i massimi esperti di letteratura di viaggio. Tra i suoi libri per il Mulino «Il viaggio in Italia» (2006), «Il viaggio in Oriente» (2009), «Dove finiscono le mappe. Storie di esplorazione e di conquista» (2012), «Mercanti avventurieri. Storie di viaggi e di commerci» (2013), «Gerusalemme, La Mecca, Roma. Storie di pellegrinaggi e di pellegrini» (2014), molti dei quali tradotti in varie lingue.


Da Montagu a Stendhal passando per Goethe, varcare le Alpi e scendere a Roma era il viaggio obbligatorio verso il bello (e il pericolo). Brilli ne svela i segreti

Angelo Allegri - il Giornale Ven, 21/11/2014