sabato 25 ottobre 2014

"E' solo l'inizio": non abbiamo ancora visto nulla della catastrofe sociale e politica che ci attende


Renzi o chi ci sarà dopo di lui, la tendenza è chiara da qualche decennio.
A questo proposito, va chiarito a scanso di equivoci che la Cgil è parte integrante del problema, perché alle spinte de-emancipative ha saputo opporre solo una strategia di riduzione del danno che alla lunga l'ha logorata e corrotta.
Certamente la Cgil è un soggetto politico, l'unico soggetto politico della sinistra con ancora una capacità di mobilitazione. Ad esempio, solo la Cgil ha retto l'urto di Berlusconi, a suo tempo. E però questo sindacato non rappresenta un'alternativa politica di per sé, ovvero non supplisce all'assenza di una forza organizzata autonoma che è oggi più necessaria che mai.
Tutto ciò che unisce quanto è stato frantumato va sostenuto. Ma sempre con consapevolezza critica e mai con codismo subalterno. Sempre memori, cioè, delle tante e non casuali batoste che la stessa Cgil ci ha dato, quando faceva asse con gli ex Pci e ne copriva ogni nefandezza.
Sono esperienze che dovremmo ricordare in ogni istante della nostra vita, per non farci fregare di nuovo da queste lacrime di coccodrillo e per non aiutare involontariamente chi vorrebbe ricostruire un nuovo centrosinistra. Purtroppo la situazione è così arretrata che di questa mobilitazione finiranno per avvantaggiarsi i pezzi più inservibili del movimento, a partire dall'imbroglione pugliese e dal nuovo Metalmeccanico della Provvidenza [SGA].

Partiti nature morte? Il vuoto intorno al leader
di Ernesto Galli della Loggia Corriere 25.10.14
qui

A Roma atteso un milione di persone. Ma i bersaniani non ci saranno
di Francesca Schianchi La Stampa 25.10.14


La Cgil in piazza, il Pd si divideIl premier: “Corteo contro di me” Camusso: “Il governo ci ascolti” Democratici spaccati tra Roma e la Leopolda. Il premier: “Io sento gli altri 60 milioni” Scontro tra la leader sindacale e Vendola: “Decidiamo noi se fare lo sciopero generale”
di Francesco Bei Repubblica 25.10.14

ROMALa piazza della Cgil. Grande, imponente. San Giovanni piena: 150 mila arrivano da tutta Italia organizzati in treni, pullman, aerei. I romani non si conteranno. Ma c’è il rischio che quella di oggi, come ha scritto ieri il Foglio, finisca per essere una piazza oltre che «imponente» anche «impotente »? A sentire la sufficienza con cui ne parla il premier, sembrerebbe di sì: «Guardiamo a questi mondi con il massimo di rispetto — ha detto a La7 — , ma deve essere chiara una cosa: è finito il tempo in cui una manifestazione di piazza può bloccare il governo». Quanto al colore e al senso vero della manifestazione, Renzi non s’inganna: «È una piazza di protesta sindacale ma anche politica contro di me. La ascoltiamo, come ascoltiamo anche gli altri 60 milioni di italiani».
Il fatto è che a San Giovanni in questo 25 ottobre — per chi ama le coincidenze fatali, anniversario della presa del Palazzo d’Inverno da parte dei guardie rosse — ci sarà anche una parte del Pd. Minoritaria quanto si vuole, ma proprio nel giorno in cui a Firenze il segretario del partito chiama a raccolta i suoi seguaci alla Leopolda. Per quanto Renzi si sforzi di smentire il «ping-pong» fra le due agorà democratiche, la contrapposizione è nei fatti. E se non sarà una “scissione nel Pd», come pronosticava il Giornale berlusconiano, la lacerazione è fortissima. Scissione d’anime. Lo stesso Graziano Delrio, dopo aver avvertito che in parlamento si dovrà comunque votare il Jobs Act, ha ammesso che il suo cuore «è con chi sta in piazza». «La schizofrenia c’è — osserva Cesare Damiano, prima tessera Cgil nel 1970 — e riguarda un po’ tutti: noi che sosteniamo il governo ma andiamo in piazza e anche Renzi, che è segretario del partito e organizza una Leopolda che non è del partito. Adesso dobbiamo scontare questa separazione, lo dirà il tempo se ci saranno i termini per una ricomposizione ». Già, la «schizofrenia» di cui parla Damiano sarà la cifra della giornata. E se ne sono accorti gli oltre cinquecento delegati sindacali Fiom che hanno firmato un appello all’ex segretario Cgil Guglielmo Epifani, affinché «prenda una posizione netta sul Jobs Act e si smarchi dalla linea del suo partito» abbandonando il «basso profilo» assunto finora. Sono critiche dolorose, che spaccano un mondo. Del resto che oggi accadrà qualcosa di radicalmente nuovo sono in molti a vederlo. I primi a esserne consapevoli sono i renziani. Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, ieri alla Leopolda, non si nascondeva la portata “storica” della giornata: «È un passaggio che segna una svolta culturale del Pd nel rapporto con la Cgil». In fondo anche D’Alema e Cofferati duellarono a lungo, «ma facevano parte della stessa storia e della stessa generazione. Renzi invece è il segretario che sta trasformando il Pd da partito del lavoro a partito di tutti gli italiani».
La famosa cinghia di trasmissione insomma non solo si è rotta, ha cominciato a girare al contrario. Dunque sarà sciopero generale contro il governo di centrosinistra. Una cosa inaudita fino a qualche anno fa. Ieri lo ha anticipato Nichi Vendola, dando per certo l’annuncio dal palco. E beccandosi un rimbrotto dalla Camusso: «Fino a prova contraria la Cgil decide da sola. Non dobbiamo seguire nessuna affermazione del dibattito tra i partiti politici ». Eppure ci sono pochi dubbi che la mobilitazione sindacale si esaurisca oggi. Ma intanto sia Renzi che Camusso da domani potranno gridare vittoria. La leader Cgil per aver riempito la sua piazza di bandiere rosse. Il premier per andare avanti come se quella piazza fosse stata vuo


Il premier alla Leopolda attacca la Cgil: non ci bloccano, quel tempo è finito
Lo scontro sulla manifestazione di oggi. «Nel 2011 capii che questo Paese era scalabile»
di Francesco Alberti Corriere 25.10.14
FIRENZE Si sono inventati perfino la parete antigufi. Una serie di poster dedicati alle previsioni clamorosamente smentite dalla storia: da quello sui Beatles («Non ci piace il loro sound e la musica con le chitarre è in declino» parole della Decca Recording Company quando nel 1962 rifiutò di metterli sotto contratto) a quello del direttore di giornale che licenziò Walt Disney («Manca d’immaginazione e non ha idee originali»). Storia di incompresi, che hanno poi fatto la storia. E naturalmente ogni riferimento alla cosiddetta «rivoluzione» renziana è assolutamente voluto.
La Leopolda numero 5, che si è aperta ieri sera nella ottocentesca ex stazione ferroviaria nella sua prima versione di governo (o di potere, come insinuano le solite malelingue), prima che «un’incubatrice di idee» o una sfilata di vip, vuole essere una risposta, e forte, alla piazza della Cgil che sfilerà oggi a Roma contro il Jobs Act. Matteo Renzi, sbarcato ieri sera a Firenze direttamente da Bruxelles, ha affrontato di petto la questione con toni volutamente duri: «La piazza della Cgil si caratterizza come protesta sindacale, ma anche politica contro di me e contro il mio governo». Chiaro lo schema messo in campo dal premier-segretario: loro e noi, due realtà distanti e diverse. «La Leopolda — ha proseguito — è un’altra cosa: qui non si protesta, ma si propone».
Le parole di Vendola, che si è augurato che la piazza romana sia l’antipasto di uno sciopero generale, sono la conferma — agli occhi del premier — della deriva sempre più politica che ha assunto la manifestazione di piazza San Giovanni. E allora, pur esprimendo «grande rispetto per la Camusso e la Cgil», il capo del governo ha affondato il colpo: «È finito il tempo in cui una manifestazione blocca il governo e il Paese. Così come ascoltiamo il milione di persone che saranno in piazza, così ascoltiamo anche i 60 milioni di italiani che non ci saranno».
È una Leopolda così, forse diversa da quella che sognava Renzi. Rottamato il rottamabile, ora il problema è portare il Paese fuori dalla secche. Lui fa professione di fede: «Eravamo un’allegra brigata di sognatori, ora siamo qui e non molliamo…». Volare alto è l’imperativo. Basta un’occhiata al palcoscenico in stile vintage — con tavoli da falegname, vecchie bici, tv anni 60, voliera e palloni — la cui ispirazione non è uno scantinato qualsiasi, ma il mitico garage di Steve Jobs e della sua Apple. Dal palco Renzi carica i suoi, anche se il pensiero resta fisso sulla Cgil: «Già nel 2010 c’era l’usanza, quando noi facevamo la Leopolda, di fare un evento di controprogrammazione. Quest’anno che siamo al vertice del Pd pensavamo non ci fosse nulla: e invece ecco la Cgil, che ringraziamo…». Quindi un pensiero per l’amico Civati, con il quale tutto ebbe inizio sotto queste volte: «Pippo, la Leopolda è comunque anche casa tua».
Per la verità, di tracce di Pd, nell’ex ferrovia, non se ne vede una neanche per sbaglio. «La verità — obietta Renzi — è che la nostra gente crede nella politica in modo diverso rispetto al passato». Sarà. L’unico collegamento con la tradizione del partito è la passione dei 500 volontari che tanto ricorda le mitiche «rezdore» delle Feste dell’Unità. Renzi ripercorre le 4 passate edizioni: «Quella del 2011 mi ha fatto capire che questo Paese era scalabile. Quella del 2012, perse le primarie, è stata una palata in faccia, ma salutare». Quindi un passaggio sul patto del Nazareno: «Lo difendo in tutte le salse: se avete dei dubbi sulla sua bontà, ricordate che Minzolini, Razzi e Scilipoti non l’hanno votato…».
Oggi sarà la giornata dei 100 tavoli. Renzi gigioneggia: «Un tempo venivo qui in bici, ora un po’ pomposamente dal vertice di Bruxelles: qualcosa la Leopolda ha davvero cambiato…». 


Renzi e il mondo capovolto
di Giovanni Mazzetti Docente di Economia Politica. Università della Calabria il Fatto 25.10.14
La capacità di distinguere quello che ciascun individuo pretende di essere e ciò che realmente rappresenta è uno dei segni della raggiunta maturità personale. Cercherò di spiegare perché Matteo Renzi ha una visione capovolta della sua stessa azione, con la conseguenza che questa produce e produrrà effetti opposti rispetto a quelli positivi da lui immaginati, finendo con l’inguaiare tutti noi. Un capovolgimento che è ben espresso anche dal tema della Leopolda che recita: “Il futuro è solo l’inizio”.
Cominciamo dall’esordio. Matteo Renzi ha presentato se stesso sulla scena nazionale come un “rottamatore”. Questa figura allegorica è stata mutuata da una pratica mercantile in vigore negli anni passati, grazie alla quale chi aveva un’auto malandata poteva rivolgersi ai rivenditori facendosela valutare per un certo ammontare, che veniva poi scalato dal prezzo d’acquisto di una nuova. Ne è in qualche modo scaturita la convinzione che il rottamare corrisponda a nient’altro che al sostituire un’auto vecchia con una nuova fiammante. Ma questo è l’effetto di una distorsione dell’esperienza. In realtà il rottamatore non è né il concessionario che attua l’operazione di compravendita, né il produttore dell’auto nuova che va a sostituire la vecchia. Il rottamato-re è colui che riceve il sottoprodotto dei comportamenti altrui, in quanto si limita a far rottami del veicolo scartato. Dalle sue mani escono, pertanto, cose che non hanno più alcuna utilità. Ora, è certo che Renzi fantasticava di essere in grado di mettere magicamente nelle mani della società le chiavi di un futuro nuovo fiammante, ma nella realtà, come dimostra il disastro della fuga in massa degli iscritti dal Pd, si è limitato a smantellare quel poco di un organismo sociale con qualche residua capacità orientativa, che cercava maldestramente di sopravvivere nella bufera.
RENZI, LUNGI dal convenire che la fuga in massa dei militanti costituisce un problema, ha sciorinato subito la “giustificazione”: sarà pure sparito qualche centinaio di migliaia di militanti del suo partito, ma sono stati guadagnati alla sua causa milioni di elettori! Questi rappresenterebbero la “macchina nuova” che lui consegnerebbe alla società. Ma solo degli ignoranti possono considerare gli elettori come un qualcosa di equivalente ai membri di un organismo sociale come un partito, anche se le sue radici storiche si stavano rinsecchendo.
La differenza che passa tra l’appartenenza a un organismo sociale come un partito e il votare qualcuno è, ai nostri giorni, la stessa che passa tra il convivere o lo sposarsi con una persona per costruire un progetto di vita e lo sfogarsi con una prostituta per un piacere occasionale. Pertanto, quando Renzi e i suoi seguaci vantano i risultati delle elezioni europee, e minimizzano gli effetti devastanti delle loro iniziative sull’organismo del partito, ogni persona dotata di discernimento percepisce il millanta-mento e rifiuta di accodarsi alla processione dei consenzienti. Un secondo indizio del procedere capovolto di Renzi sta nella sua presunzione di “sapere perfettamente (!) quello che c’è da fare”, cosicché non dovrebbe confrontarsi con un problema, bensì imporre una soluzione che gli è nota. Come molti “giovanotti” rampanti, Matteo Renzi pensa veramente che ciò che ha in mente abbia natura diversa dalle proposte e dagli interventi di quelli che l’hanno preceduto negli ultimi decenni. Ma come recita un antico detto francese “plus ça change, plus c’est la même chose”. Se conoscesse un po’ di storia, Renzi saprebbe che nel 1929 dopo il crollo di Borsa, il presidente Hoover negli Usa abbatté le imposte per ridare fiato agli investimenti privati, ma non ottenne alcun effetto pratico; così come nel 1975 il premier Wilson in Inghilterra fece la stessa cosa, finendo a sua volta in un cul de sac che lo costrinse alle dimissioni. D’altra parte, il tagliare le tasse era lo slogan preferito di Reagan, della Thatcher e poi di Berlusconi.
È superfluo elencare qui gli altri mille indizi che testimoniano del fatto che ciò che Renzi cerca di presentare come novità mai pensate sono in realtà ferri vecchi culturali. Ma uno di questi indizi è particolarmente chiarificatore. Dopo cento anni di dibattito sul problema, la Costituzione italiana, come quelle di altri paesi europei, ha riconosciuto nel 1948 che “il lavoro è un diritto”. Poiché la vita sociale è fondata sul lavoro deve essere garantita a tutti la certezza di poter lavorare. Ma Renzi non è convinto di tutto ciò e ha proclamato apertamente che “il lavoro non è un diritto, bensì un dovere”! Da questo punto di vista la Costituzione ha le idee ben più chiare di Renzi, visto che non scinde affatto (art. 4) il diritto dal dovere.
È INFATTI proprio perché la Repubblica è fondata sul lavoro, che da un lato riconosce ai cittadini un diritto al lavoro, dall’altro li chiama al dovere di svolgere un’attività che arricchisca materialmente e culturalmente la società. Che nessuno, nella direzione del Pd, sia scoppiato a ridere di fronte all’affermazione, la dice lunga sull’amnesia sociale che ha colpito quel partito. E il fatto che Renzi abbia riscosso un successo elettorale nonostante i discorsi che fa ci dice che la società tutta è stata colpita da una sorta di Alzheimer, che le ha fatto rimuovere la propria storia e la propria cultura, con la conseguenza di una disintegrazione della sua stessa identità.

Un deserto a sinistra di Matteo
di Giovanni De Luna La Stampa 25.10.14
Il conflitto tra il governo e la Cgil spalanca intere praterie a sinistra del Pd. E’ la conseguenza della scelta di Renzi di puntare sul partito pigliatutto, spostandosi verso il centro, inglobando gli uomini di Alfano ed esercitando una fortissima attrazione verso
Forza Italia.
Di fatto, il partito a vocazione maggioritaria tende a svuotare di senso il bipolarismo su cui si è fondata la Seconda Repubblica, dilatando gli spazi del «grande centro», ma favorendo anche una radicalizzazione delle ali estreme del sistema politico.
A destra questo è puntualmente avvenuto con il ritorno in campo della Lega; un sussulto difficile da prevedere dopo gli scandali che avevano segnato il tramonto di Bossi. Il partito di Matteo Salvini sembra in grado di intercettare i consensi dei transfughi del centrodestra berlusconiano (e di una composita galassia di ex fascisti) rilanciando l’immagine conflittuale della Lega degli esordi (quando legò le sue fortune alla lotta contro i meridionali, contro il fisco, contro il centralismo statale) nel contesto di una crisi economica che, rispetto agli Anni 80 del tumultuoso successo del movimento di Bossi, ha accentuato in maniera dirompente le tensioni e lo scontro sociale.
A sinistra non è successo niente di tutto questo. Nel 1994 Rifondazione comunista rappresentava circa il 10% dell’elettorato. Da allora in poi, mentre gli uomini dell’ex Pci intraprendevano la loro lunga marcia verso il centro, scandita dalle sigle Pds, Ds, Pd, quel 10% è andato sgretolandosi fino a configurarsi oggi come una costellazione di piccoli partiti rinchiusi nel ghetto di un’opposizione impotente. E’ il prezzo pagato a una sorta di coazione a ripetere che ha sempre portato a raccogliere le bandiere lasciate cadere dagli altri senza mai trovarne di diverse e spesso mutuando dagli altri le derive personalistiche, la frammentazione in correnti, un modo narcisistico e autoriferito di far politica. Per anni è sembrato che il problema fosse quello di trovare una leadership autorevole. Le esperienze in questo senso, da Bertinotti a Vendola, sono sempre naufragate; il loro tentativo non è andato oltre la soglia di una «narrazione» seduttiva, ma incapace di incidere sulla realtà. C’è stata poi la stagione disastrosa dei leader chiesti in prestito alla magistratura: il flirt con Di Pietro, l’abbraccio a De Magistris, gli entusiasmi per Ingroia. Ora tocca a Landini, alla Fiom e al sindacato con un trasporto che ricorda quello per Cofferati e per i tre milioni di manifestanti che affollarono Piazza San Giovanni. Ma ha un senso guardare alla magistratura e al sindacato come ad ambiti in cui si forma oggi una leadership politica? Il sindacato degli Anni 70 fu quello che allargò la sua sfera di intervento dalla tutela del salario alla contrattazione complessiva di tutte le condizioni del lavoro, estendendo il suo raggio d’azione fino a interagire con il governo sulla scuola, la sanità, i trasporti, la casa. In quegli stessi anni la magistratura, finalmente, spezzò la continuità che aveva legato i suoi apparati ai codici del fascismo, aprendosi all’applicazione della Costituzione e ampliando gli spazi della nostra democrazia. Quel sindacato fu sconfitto nel 1985, con il referendum sulla scala mobile, perdendo da allora in poi rappresentanza e rappresentatività; e la magistratura in questi anni è stata chiamata ad esercitare un ruolo di supplenza nei confronti di una classe politica inadeguata, fino ad assumere un ruolo improprio, con uno straripamento che ha funzionato come un vero e proprio boomerang per la sua credibilità.
In questa coazione a ripetere è come se la fine del Novecento abbia provocato un lutto mai elaborato. Il Pd ha semplicemente rimosso quel passato. L’altra sinistra in quel passato è rimasta invischiata, limitandosi a contemplare attonita le macerie dei pilastri (Stato, Partito, Lavoro, tutti con la maiuscola) su cui si era fondata la sua tradizione novecentesca e incapace di trovare alternative alla dissoluzione di quella forma partito. Così, in attesa che si sviluppino le potenzialità intraviste nell’esperienza della lista Tsipras, si prospetta l’eventualità del vecchio gioco delle scissioni e delle fusioni, in un orizzonte che oggi guarda a Civati, domani a Bersani e poi ancora, forse a D’Alema. Non un presagio rassicurante per il futuro.

Sossio Giametta sulla filosofia italiana contemporanea

Qui per Cortocircuiti.


«La filosofia di oggi? Chiacchiere alla moda» 
Sossio Giametta stronca Severino e Cacciari, salva solo Morin e spiega il suo essenzialismo fondato sulla natura: «I veri pensatori cominciano dalla vita e dai problem i del loro tempo, non dai libri» 

25 ott 2014  Libero SIMONE PALIAGA 


«La filosofia oggi si è rimpicciolita ed è diventata una semplice variazione di temi alla moda anche per mancanza di genialità e di carattere». A dirlo non è certo uno dei pensatori da vetrina che bucano facilmente le pagine delle cronache culturali e che tutti conoscono. Forse il suo nome suonerà estraneo ai più, ma la filosofia italiana dovrebbe stendergli tappeti rossi. A pronunciare una sentenza così definitiva è Sossio Giametta che da poco ha portato a termine per Mursia una trilogia che è un confronto diretto con la grande tradizione di pensiero europea. Dopo Il bue scartato e altri macelli e L’oro prezioso dell’essere, arriva Cortocircuiti ( pp. 424, euro 18). 
Classe 1929, Sossio Giametta ha a suo carico la curatela di numerose edizioni di Spinoza, Goethe e Schopenhauer. Straordinario conoscitore della lingua tedesca, era stato chiamato da Giorgio Colli e da Mazzino Montinari a Weimar a lavorare sui manoscritti di Nietzsche per la realizzazione della prima edizione critica delle opere del solitario di Sils Maria, che oggi è diventata un riferimento imprescindibile per tutti gli studiosi. 

Come è passato dalla traduzione alla produzione di un pensiero? 
«È la filosofia che è venuta da me. Non mi sono mai definito filosofo. A chi mi chiedeva cosa facessi dicevo che mi occupavo di cose filosofiche, ma invecchiando ho raccolto i frutti del mio lavoro e ho cominciato a fare filosofia davvero». 

Come definirebbe il suo pensiero? 
«Essenzialismo: esso è una nuova filosofia, fondata esclusivamente sulla natura, intesa nei suoi due aspetti, sia come naturans sia come naturata. L’essenzialismo descrive la condizione umana come determinata dalla combinazione di due elementi eterogenei: dall’essenza di tutto ciò che esiste, che è divina, e dalle condizioni di esistenza, che sono spesso fin troppo diaboliche, a cui sono sottoposte tutte le creature. Il contemperamento di questi due elementi, diverso in ogni individuo, spiega le ragioni eterne per cui si crede o non si crede, si afferma o si nega la vita, si è ottimisti o pessimisti...». 

Quindi c’è un legame stretto tra la sua filosofia e l'uomo? 
«Certo! Le dirò di più. Essa nasce da un problema personale, che poi si approfondisce e si lega ad altri fino a generare una vera e propria filosofia. La filosofia comunque corrisponde a una dimensione costitutiva dell’uomo. Se la elimino lo mutilo, come lo mutilerei se lo privassi della politica o della poesia». 

Ma che rapporto corre tra la filosofia e la storia? 
«La filosofia interpreta i problemi del tempo e questo fanno o dovrebbero fare i filosofi di ogni epoca, dunque anche della nostra. Che lo facciano bene o male bisogna vederlo. I più si limitano a variare i temi alla moda. E cominciano dai libri. Il vero filosofo comincia dalla vita e non dai libri; e pur partendo dalla contemporaneità si occupa di tutta la filosofia, confrontandola con le sue idee nuove». 

Quindi per cominciare a filosofare occorre partire dalla vita? 
«Schopenhauer diceva che la filosofia è come Tebe dalle cento porte, che tutte portano al centro. Ciò vuol dire che si può cominciare con uno dei cento problemi personali e finire al centro della filosofia, come ho raccontato di me stesso nel dialogo che occupa le prime pagine di Cortocircuiti». 

Dei filosofi contemporanei che cosa pensa? 
«Severino è simpatico e gentile. Ma quando indaga gli eterni non lo capisco. Parlare di vita eterna equivale a contraddirsi. La vita è un autosuperamento continuo, un alternarsi inesausto di vita e di morte e dunque di eterno c’è ben poco. E lo stesso vale per Cacciari. Ha una tendenza alle sottigliezze e quello che per lui è labirinto per me è chiarezza».

Movimenti neoanarchici: critica d'avanguardia o rinnovamento dell'ideologia e delle pratiche capitalistiche?

Agire altrimenti. Anarchismo e movimenti radicali nel XXI secolo
Salvo Vaccaro: Agire altrimenti. Anarchismo e movimenti radicali nel XXI secoloElèuthera

Risvolto

Le riflessioni e le testimonianze qui raccolte disegnano la mappa immaginaria di un vasto arcipelago resistente - dagli Indignados spagnoli agli hacker globali di Anonymous, dai movimenti Occupy alle rivolte sulle sponde del Mediterraneo - che sfugge alle consuete categorie politiche. Nonostante le diversità di contesto, di motivi scatenanti, di aree interessate e di modalità espressive, risultano evidenti tratti comuni che idealmente concatenano le varie rivolte: niente leader e partiti, ma azione dal basso e democrazia diretta. È in atto una carica ultra-democratica basata sulla partecipazione e la condivisione deliberativa che sfugge alla regola aurea dei regimi democratici, ossia al principio di maggioranza, mettendo in crisi il principio stesso di rappresentanza. Un insieme di pratiche che rimanda alla tradizione anarchica, ma che si sta reinventando nel calore delle piazze, 'meticciandosi' con pratiche e culture diverse.


 Il vento anarchico soffia forte all’alba del terzo millennio 

Da Graeber a Chomsky, da Occupy Wall Street alla Primavera araba, come si progetta la libertà individuale al di là dei lacci capitalisti

Giorgio Fontana Tuttolibri 25 ottobre 2014

Occupy Wall Street, Anonymous, l’Esercito zapatista di Liberazione nazionale, gli Indignados, la Primavera araba (ormai spentasi in una lunga estate di repressione), il Movimento 15M, i No TAV: cosa c’è in comune fra queste lotte che attraversano il pianeta da una ventina d’anni? Non è sempre facile orientarsi nei meandri del nuovo attivismo globale, né di valutarne con obiettività le teorie. Giunge in aiuto una raccolta a cura di Salvo Vaccaro, Agire altrimenti. Anarchismo e movimenti radicali nel XXI secolo. Quattordici contributi da quattordici pensatori o gruppi di lavoro che hanno sempre posto grande attenzione alla prassi: da Chomsky a Graeber, passando per nomi meno celebri come Uri Gordon o Ruth Kinna.
Secondo il curatore, la radice comune che anima esperienze così eterogenee sta in un nucleo di idee anarchiche: dalla critica alla delega al privilegio dell’azione diretta, dalla diffidenza verso ogni logica gerarchica alla valorizzazione della libertà individuale al di là dei lacci del capitalismo. Insomma, un «ethos collettivo che diviene rivoluzione senza farsi istituzione della rivoluzione».
Il libro si apre con un’intervista a David Graeber, uno dei principali animatori di Occupy Wall Street. A giudizio dell’antropologo, «uno degli aspetti rivoluzionari del movimento Occupy è che sta cercando di creare spazi prefigurativi in cui sperimentare nell’immediato il tipo di struttura istituzionale che esisterebbe in una società libera dallo Stato e dal capitalismo». Lungi dall’essere una semplice forma di protesta, l’occupazione ha posto in atto delle modalità di aggregazione libere e innovative. Per Graeber, inoltre, l’immagine di una «totalità capitalista» che pervaderebbe ogni aspetto del reale è in realtà un’astrazione: gran parte della nostra vita è già regolata da schemi libertari; si tratta solo di espanderli.
Anche Noam Chomsky ritiene che il merito di Occupy sia di aver messo in pratica un’idea di mondo possibile fieramente opposta all’accumulazione sfrenata di beni. Sulle stesse linee Michael Albert, per cui «il trucco è di proporre obiettivi che non solo abbiano una qualche possibilità di vittoria, ma che siano anche in grado di galvanizzare il sostegno ed espanderlo continuamente». Una sana convivenza tra la prassi e ciò che Miguel Abensour chiamava utopia persistente: sempre irraggiungibile, sempre vivificante.
Passando dagli Usa all’Europa, di particolare interesse è la lettera di alcuni anarchici spagnoli agli Indignados: fra i molti spunti, i libertari ricordano l’importanza del dialogo con persone non radicali. Un monito contro l’auto-ghettizzazione: con gli altri si discute sempre per convincerli della bontà delle proprie idee, possibilmente senza un linguaggio da pamphlet.
In tal senso anche i suggerimenti di Sainz Pezonaga, per cui se difendiamo l’idea di un’assemblea aperta, dobbiamo tenerla aperta davvero: un anarchico non pensa a chi se ne va come a un traditore. L’adesione è sempre parziale e congiunturale, nel rispetto del bene più alto: la libertà, appunto. Per questo il Movimento 15M i primi giorni cantava «Poliziotto unisciti a noi»: la logica del nemico irriducibile gli è aliena, proprio perché è una logica che vorrebbe svuotare di senso.
Gabriella Coleman offre invece un’analisi di Anonymous, la cui identità è definita proprio dalla sospensione continua fra puro trolling e azione di impegno sociale; mentre Williams e Thomson riflettono sul pericoloso fascino della violenza. Nella prospettiva insurrezionalista il rischio infatti è quello di chiudersi in una dipendenza dalla rivolta in quanto tale: il porno-riot, il desiderio morboso di sfasciare tutto, si sostituisce alla sete di cambiamento. Questo rimette sul campo la questione dei mezzi adeguati allo scopo. La maggioranza degli anarchici non rifiuta lo scontro, ma ne critica radicalmente l’esaltazione. Anche per tale motivo le pratiche di tali movimenti sono non-violente: accettano, e solo quando necessari, il sabotaggio e la distruzione di oggetti; ma non si rivolgono contro esseri umani.
Molto pregevole il saggio conclusivo di Saul Newman, tratto da The Politics of Postanarchism. L’autore si sofferma sulla necessità di inventare sempre nuove pratiche libertarie, al riparo da qualsiasi passatismo. Dal sogno di un evento rivoluzionario giungiamo così a un anarchismo di stampo differente, più diffuso e gradualista: una serie di lotte e comunità «le cui esistenze sono spesso fragilissime», ma che testimoniano la possibilità di un’esistenza alternativa, di «pensare l’altrove».
In sintesi: in Agire altrimenti il lettore troverà una mappa interessante della galassia post-anarchica e movimentista che sta infiammando gli ultimi anni. Un valido strumento per apprezzarla o criticarla con maggiore coscienza, a seconda dei propri orientamenti.

Proletarizzazione e sottomissione del lavoro di scrittura letteraria nella crisi capitalistica e nella rivoluzione digitale

L’inesorabile scomparsa dello scrittore medio 

Con la crisi dell’editoria ormai resistono soltanto gli autori di bestseller E, dati alla mano, sono pochissimi quelli che riescono a vivere di letteratura

BRUNO ARPAIA Repubblica 25 ottobre 2014

UNO spettro sempre più smorto si aggira per le librerie e i bookstore online: quello dello “scrittore di classe media”, dell’autore che fino a qualche anno fa vendeva, diciamo, fra le settemila e le trentamila copie e che oggi fatica a piazzarne la metà; dell’autore che, grazie a quelle vendite, perfino in un mercato asfittico come quello italiano, si era almeno “semi-professionalizzato” e riusciva a dedicare gran parte del proprio tempo alla scrittura.
Prima della Grande Crisi di questi anni, infatti, gli scrittori che rientravano in quella fascia erano numerosi e rappresentavano la spina dorsale della produzione e la maggior parte degli introiti delle case editrici. Bei tempi andati. Oggi si stanno riducendo al lumicino, sempre più impoveriti, in un processo che appare parallelo a quello in atto nella società, dove, a partire dagli anni Ottanta, la distribuzione della ricchezza è andata polarizzandosi, inducendo sociologi ed economisti a parlare di una «scomparsa della classe media ».
Una recente indagine in Gran Bretagna, svolta dalla Queen Mary University per conto della Author’s Licensing and Collecting Society, ha stimato che solo l’11,5 per cento degli autori professionali riesce a vivere dei propri libri, mentre nel 2005 la percentuale era del 40 per cento. Oggi, inoltre, il compenso annuale medio degli scrittori è circa un quarto del minimo di 16 mila sterline fissato dalla Joseph Rowntree Foundation per una vita dignitosa. E tuttavia queste cifre, che la Società degli autori britannica definisce «scioccanti», sono quasi una chimera per altri mercati, notoriamente molto meno floridi di quello inglese.
Le ultime rilevazioni dell’Aie, presentate recentemente alla Fiera di Francoforte, parlano di un fatturato editoriale italiano che dal 2010 ha perso 572 milioni di euro, il 17,7 per cento del totale. Sono dati veri; ma sono anche dati che esprimono una media: come nella famosa storiella dei due polli mangiati da una sola persona, mentre i bestseller tengono, se non addirittura aumentano le vendite, a pagare più pesantemente il crollo della lettura sono proprio gli scrittori “medi”, che accusano perdite vicine al 50 per cento rispetto a pochi anni fa. Insomma, la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. Per gli autori meno televisivi o popolari, dunque, gli anticipi calano vertiginosamente, oppure si trasformano in posticipi, oppure, semplicemente, scompaiono. E così lo scrittore di classe media, che ha impiegato anni a semi-professionalizzarsi, deve sottrarre sempre più tempo alla scrittura dei propri libri per dedicarsi, quando ci riesce, a tradurre, scrivere articoli, tenere conferenze. Attività a loro volta duramente colpite dalla crisi editoriale: le traduzioni di autori stranieri in Italia diminuiscono allo stesso ritmo dei compensi, già tra i più bassi in Europa; le difficoltà dei giornali riducono le parcelle delle collaborazioni, mentre le attività culturali delle istituzioni pubbliche, che una volta organizzavano incontri, festival o conferenze, hanno subito tagli che non hanno uguali tra i paesi dell’Ocse. Risultato: si scrive meno e, soprattutto, si scrive peggio.
«La mia generazione», ha scritto Ignacio Martínez de Pisón, un esempio di scrittore medio, premio Nacional de la Crítica in Spagna e autore di romanzi come Morte di un traduttore , Strade secondarie o Il fascista, «per venticinque anni ha potuto vivere dei propri libri, raccontando storie. Di colpo, la realtà è cambiata. La professionalizzazione che ci eravamo conquistati è scomparsa. Torneremo, se va bene, allo scrittore del fine settimana. Questa situazione provocherà disastri incomparabili, perché danneggerà la qualità dei libri». Alcuni autori, poi, gettano addirittura la spugna e rinunciano a scrivere: perché credono che non ne valga più la pena.
Ma quali sono le cause di questa drastica contrazione della lettura, o meglio: di un certo tipo di lettura? È chiaro: con i portafogli svuotati dalla crisi economica è più difficile acquistare libri, ma questa è solo una piccola parte del problema. Probabilmente sono in gioco trasformazioni più radicali e profonde, che non hanno a che fare con la falsa contrapposizione tra ebook e volumi cartacei. Il punto dolente è che le tecnologie digitali, i social network, il maremagno di Internet, cambiano le abitudini di lettura e perfino i livelli di attenzione e i modelli percettivi. Cambiamenti forse inevitabili, che sarebbe un errore demonizzare. Ma bisogna pur dire che tutte le recenti inchieste sulle capacità di comprensione dei testi da parte dei giovani, in Italia e all’estero, forniscono risultati sconfortanti. Qualche mese fa, lo scrittore inglese Will Self ha sostenuto che l’era digitale non soltanconvulsa o to spinge verso la scomparsa dei volumi fisici, ma sfida l’idea stessa di una lettura “difficile”. Editori e librai sembrano credergli, tanto da avere adottato una politica che punta quasi esclusivamente sulle novità, soprattutto quelle più “facili” e di largo consumo. Così la vita media di un libro “letterario”, che era già breve, si è ridotta a poche settimane sugli scaffali.
«Il problema», dice José Manuel Fajardo (autore di romanzi come Lettera dalla fine del mondo , Una bellezza Al di là dei mari), «è che alla maggior parte dei libri non viene dato il tempo di incontrare i propri lettori». Fajardo ha perciò deciso di pubblicare in proprio su Amazon i suoi romanzi: «Questa soluzione mi offre il controllo assoluto sul libro e mi dà una percentuale alta sugli introiti».
Non tutti, però, sono d’accordo con il self-publishing. Le recenti, durissime polemiche di migliaia di autori contro Amazon e i giganti della Rete sono lì a dimostrarlo. La prospettiva sembra essere quella di un mondo del libro estremamente polarizzato, con grandi bestseller che spadroneggiano al di sopra di un oceano di testi accessibili all’istante e quasi del tutto gratuiti, un oceano in cui i libri di qualità, di autori noti e riconosciuti, sono indistinguibili dai volumi di poesia messi in rete dal quindicenne con velleità creative. Una prospettiva poco allettante: per gli autori di fascia media, ma non solo.
«Questa», conclude Fajardo, «è una battaglia a morte per la letteratura. In termini biologici, si tratta di difendere la diversità dell’ecosistema letterario». In gioco, però, c’è anche qualcos’altro: forse, senza i romanzi o i saggi di qualità si potrà anche sopravvivere, ma senza la complessità narrativa ed espressiva contenuta nei libri è compromessa la possibilità stessa di un Paese di competere con gli altri nell’èra della conoscenza. In tempi in cui il fatturato dell’industria creativa raggiunge più o meno il cinque per cento del Pil e la conoscenza e la creatività costituiscono i veri motori di qualunque crescita economica, tagliare come un ramo secco il grande corpaccione degli scrittori di fascia media è quasi un delitto. Ne risentiremmo tutti, lettori e non lettori. Forse, per evitare di fare la fine dei dinosauri, i diversi protagonisti del mondo della lettura dovrebbero smettere di cercare semplicemente di tirare avanti l’un contro l’altro armati. Tenendosi alla larga da allarmismi apocalittici, dovrebbero riflettere per davvero su come raccontare storie che permettano anche al narratore di sopravvivere.

La fantasia al potere: i servizi segreti inglesi sospettavano Hobsbawm di spionaggio a favore dell'Urss


Ma non bastava leggersi qualche libro per capire che né lui l'avrebbe mai fatto, né ai sovietici sarebbe mai passato per la testa di reclutarlo? [SGA]

“Una spia comunista” Così gli 007 inglesi pedinarono per decenni lo storico Hobsbawm


L’Mi5 seguì ossessivamente l’autore del “Secolo breve”. Pensava lavorasse per Mosca, ma si sbagliava

di Enrico Franceschini Repubblica 25.10.14

LONDRA GLI mettevano i microfoni al telefono e nello studio. Gli leggevano la posta, che allora non era elettronica, ma di carta. Lo pedinavano per scoprire chi incontrava. Per decenni l’-Mi5, il controspionaggio del Regno Unito, spiò ossessivamente Eric Hobsbawm, forse il più noto storico britannico e un marxista convinto. Convinti che fosse o potesse essere al servizio di Mosca, i servizi segreti di Sua Maestà frugarono in ogni ripostiglio della sua vita privata, ma non trovarono mai prove che passasse informazioni all’Urss o tramasse per conto dell’internazionale comunista. Il “secolo breve”, titolo del famoso saggio di Hobsbawm sul Novecento, dovette sembrare molto più lungo agli 007 inglesi che cercavano di incastrarlo: una caccia meticolosa ma, oltre che infruttuosa, maledettamente noiosa. Gli unici “segreti” che vennero alla luce furono le difficoltà matrimoniali con la prima moglie, che non lo riteneva un compagno (in senso ideologico) abbastanza «fervente», e l’ospitalità data per una notte a un misterioso personaggio «dal naso adunco e in apparenza ebreo», annotò la spia di turno sul taccuino con spirito d’osservazione antisemita, rivelatosi in seguito un parente del tutto innocuo, lo “zio Harry”, che quella sera si era fermato da lui perché aveva bevuto un po’ troppo.
Ha dunque più i tratti della commedia che del thriller la montagna di rivelazioni ottenute dal Guardian e da altri quotidiani londinesi sull’attività di spionaggio ai danni dell’eminente storico scomparso nel 2012. Commedia sì, ma tuttavia degli orrori, rivelando a che punto arrivassero le paranoie occidentali al tempo della guerra fredda, uno specchio fedele — fortunatamente senza arrivare ai campi di prigionia del Gulag — di quello che sentiva e faceva sul versante opposto la superpotenza rossa. I documenti, otto cartelle piene zeppe di rapporti “top secret”, non soltanto su Hobswam ma pure su altri scrittori, artisti e intellettuali di sinistra dell’epoca, come Iris Murdoch, Christopher Hill e Mary Warnock, sono stati resi noti dai National Archives quasi senza censure: solo qualche riga è oscurata qui e là e un’unica cartella su di lui è stata “temporaneamente” trattenuta per motivi non meglio specificati. Il professore era diventato un numero per il controspionaggio: 211764. Gli agenti erano riusciti a nascondere cimici nei suoi telefoni e nelle sue stanze, gli aprivano tutta la corrispondenza privata (confiscando fino a 10 lettere al giorno e fotocopiandole prima di riconsegnargliele), seguivano i suoi movimenti.
Nato in Egitto e fuggito in Inghilterra dalla Germania nazista nel 1933 per non diventare vittima dell’Olocausto, Hobsbawm era iscritto al Cpgb, il partito comunista britannico, un’adesione che non rinnegò mai, fino alla morte, anche dopo il crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. Era la sua militanza comunista a suscitare sospetti nell’Mi5, eppure l’unica scoperta “storica” dello spionaggio nei suoi confronti è che contestò così duramente la leadership del Cpgb da rischiare di essere espulso. A cominciare dal 1956, quando il controspionaggio venne a sapere che il professore, insieme alla scrittrice (in seguito premio Nobel per la letteratura) Doris Lessing, scrisse una lettera attaccando i leader del partito comunista britannico per il loro «acritico sostegno alle azioni sovietiche in Ungheria», ovvero alla sanguinosa invasione di Budapest che aprì la prima crepa nel fronte comunista in Europa. Quel sostegno, affermò Hobsbawm in un’assemblea del partito a King street, vicino a Covent Garden, era «il culmine di anni di distorsione di fatti», secondo quanto riferisce la registrazione del controspionaggio.
Le intercettazioni confermarono che Hobsbawm era amico di Alan Nunn May, un fisico britannico che aveva confessato di avere fatto la spia per la Russia, condannato per questo e rilasciato nel 1952. Ma tra lo storico e il fisico non saltarono mai fuori accordi per arruolare anche Hobsbawm al servizio di Mosca; né la Russia dimostrò mai alcun interesse a Hobsbawm. Insomma, l’Mi5 fece tanta fatica per niente. Due anni prima di morire, consapevole che esisteva un dossier su di lui negli archivi di stato, il professore chiese di poterlo vedere. Glielo negarono. Diventa di dominio pubblico soltanto ora, che il “secolo breve” è finito da un pezzo.