sabato 20 settembre 2014

Il nuovo libro di Giorgio Agamben


L'uso dei corpiGiorgio Agamben: L’uso dei corpi, Neri Pozza, pagg. 208, euro 18

Risvolto
Con questo libro Giorgio Agamben conclude il progetto Homo sacer che, iniziato nel 1995, ha segnato una nuova direzione nel pensiero contemporaneo. Dopo le indagini archeologiche degli otto volumi precedenti, qui si elaborano e si definiscono le idee e i concetti che hanno guidato la ricerca in un territorio inesplorato, le cui frontiere coincidono con un nuovo uso dei corpi, della tecnica, del paesaggio. Al concetto di azione, che siamo abituati da secoli a collocare al centro della politica, si sostituisce così quello di uso, che rimanda non a un soggetto, ma una forma-di-vita; ai concetti di lavoro e di produzione, si sostituisce quello di inoperosità che non significa inerzia, ma un'attività che disattiva e apre a un nuovo uso le opere dell'economia, del diritto, dell'arte e della religione; al concetto di un potere costituente, attraverso il quale, a partire dalla rivoluzione francese, siamo abituati a pensare i grandi cambiamenti politici, si sostituisce quello di una potenza destituente, che non si lascia mai riassorbire in un potere costituito. E, ogni volta, la definizione dei concetti si intreccia puntualmente all'analisi della forma di vita di alcuni personaggi chiave del pensiero contemporaneo.




Oltraggiati e curati l’uso politico dei corpi

Emerge l’idea di una “potenza destituente” capace di disinnescare i meccanismi del potere Il punto di approdo di una riflessione al centro della quale si pone l’Homo sacer Da Aristotele a Marx. Da Heidegger a Foucault. Il nuovo saggio di Giorgio Agamben raccoglie i frutti di una ventennale ricerca filosofica

di Antonio Gnoli Repubblica 20.9.14


NON so se il nuovo lavoro di Giorgio Agamben – L’uso dei corpi in uscita per Neri Pozza – sia il testo conclusivo di una ricerca ventennale nella quale l’autore ha posto al centro della riflessione la figura dell’ Homo sacer e le sue declinazioni (lo stato d’eccezione, Auschwitz, lo scavo nella teologia paolina e in quella francescana, l’archèe il giuramento). Sembrerebbe di sì. Dopotutto, vi è un punto di approdo rispetto al quale la parola fine ha un senso.
E quel senso lo si percepisce nella serietà con cui Agamben ha affrontato il dispositivo della nuda vita. Ma può davvero una ricerca considerarsi conclusa? Può fornirci tutte le risposte che in qualche modo ci saremmo aspettati da essa? O non è forse vero che una ricerca conserva un residuo, un resto, qualcosa che si può solo interrompere, abbandonare, lasciare ad altri come eredità o compito supplementare? Nel chiudere questo libro importante si ha la netta sensazione che nel momento in cui Agamben metta un punto definitivo, lì qualcos’altro dovrà generarsi.
Intanto cos’è l’”uso dei corpi”? L’espressione mostra una certa familiarità con ciò che si è letto in passato. Aristotele – e in generale il mondo greco – paragona lo schiavo a uno strumento animato il cui uso lo rende simile alle suppellettili della casa. Lo schiavo non smette di essere uomo ma l’uso che viene fatto del suo corpo lo rende simile a uno strumento animato.
Il mondo moderno modellerà le proprie esigenze sulla figura dell’uomo libero. Sarà Marx a svelarci che il paradigma antropologico ereditato dal mondo classico, e posto in vario modo al centro dal liberalismo, non fosse poi così privo di inquietanti somiglianze con la schiavitù. Come avrebbe dimostrato l’analisi del lavoratore ai tempi del capitalismo.
Se questo è il possibile sfondo dal quale affiora l’idea di un corpo, in qualche modo oltraggiato (si pensi, tanto per indicare uno dei punti estremi del discorso, al modo in cui Sade teorizza come un fatto naturale la differenza corporea tra padroni e schiavi) resta da considerare il risvolto positivo che il corpo prospetta ove insieme all’uso se ne vede anche la cura.
Ma qual è la relazione tra “uso” e “cura”? Per intenderla – anche nelle sue aporie – Agamben si sofferma sulla riflessione di Michel Foucault. Che in un corso dedicato all’”ermeneutica del soggetto” richiamò l’attenzione su come Socrate distingue “colui che usa” da “ciò che usa”. È evidente la differenza tra me che uso un coltello per tagliare il pane e lo strumento in questione. Socrate ne conclude che anche l’uomo che usa il proprio corpo (prendendosene cura) sta usando qualcosa che è suo e non è suo. Non è suo perché il corpo non appartiene al corpo (una tesi grazie alla quale Aristotele poté giustificare la schiavitù). È suo perché il corpo non potrebbe essere usato senza la presenza di un’anima. Di un sé. Ciò che Platone, attraverso Socrate, scopre, ci dice Foucault, è la prima esperienza del soggetto. Senza la distinzione e la relazione tra uso e cura, difficilmente sarebbe emersa la figura della soggettività. Che il cristianesimo immobilizzerà dentro pretese universalistiche.
La filosofia moderna ha spesso rivestito la figura del soggetto di astratte considerazioni: sia immaginando che ci possa essere un “soggetto sovrano” separato dal mondo che pensa, desidera, anticipa e in seconda battuta riversa tutto questo all’esterno (posizione idealista); sia che vi è un mondo dal quale il “soggetto” si lascia condizionare in forza delle percezioni che prova (posizione materialista). Foucault – ma già Nietzsche e ancor prima Spinoza – respinge la logica del “prima e del dopo” (il dispositivo aristotelico della potenza e dell’atto) e dice che “soggetto” è colui che fa un certo numero di cose: si occupa di sé, entra in rapporto con il mondo e con altri soggetti. Non c’è il soggetto e poi l’oggetto distinto. C’è la relazione tra essi.
È stato Heidegger a spingere con forza il tema della relazione e del soggetto in quella espressione, resa familiare dalle molteplici interpretazioni, per cui l’esserci è da sempre gettato nel mondo. Come l’esserci (diciamo in senso lato l’uomo) si muova dentro questo mondo e si orienti, non è una questione scontata. Quello che l’esserci fa, lo realizza, strano il ripensamento radicale della figura del soggetto e preparano il campo alle analisi successive. In particolare a quelle svolte da Foucault. È difficile, come osserva Agamben, che egli, nonostante le dichiarazioni, non conoscesse i capitoli che Heidegger, nel testo del 1927, dedicò alla cura. Non ultimo c’è poi la questione dell’etica che il ripensamento del soggetto mette in discussione. Foucault smise di pensare l’etica come il portato di un insieme di norme e la legò con forza all’idea che un “soggetto morale” si forma nelle diverse pratiche del mondo. Non è un caso che egli dedicasse l’ultimo corso a un tema apparentemente lontano e dal sapore vagamente retorico: “Il coraggio della verità”. Che è da intendere come il tentativo di cercare attraverso la vita filosofica la vita vera. E di trovarla non in una dottrina (come farà Platone) ma in una pratica esistenziale scandalosa e sovvertitrice dei modelli correnti della società.
Siamo dunque in pieno tentativo di dare alla politica uno dei significati che sembrano essersi persi: avvicinarla a una forma d’arte. Come dimostrano le esperienze delle avanguardie novecentesche. Fino al situazionismo teorizzato da Guy Debord, figura assai presente nella riflessione di Agamben. Il quale proprio alla politica – come orizzonte entro cui l’Occidente ha cercato la propria fondabilità – ha rivolto costantemente la sua attenzione. È il punto conclusivo. Su cui vorremmo richiamare l’attenzione del lettore. Come la metafisica ha cercato di fondare qualcosa che si è dimostrato infondabile, ossia il dispositivo soggetto-oggetto, così la politica ha cercato il fondamento nella giustificazione del potere. Diciamo la sua legittimazione attraverso il potere costituente. Che è un potere originario e illimitato che prende corpo ogni qualvolta la storia ci mette di fronte a una rivoluzione, a una sommossa, alla nascita di un nuovo diritto. Si tratta di figure che spesso si sono imposte nella violenza e nel sangue. La desolante dialettica tra potere costituente e potere costituito – come ci insegnano i grandi e piccoli eventi – si iscrive in questo tragico orizzonte. Sapremo superarlo?
Agamben suggerisce l’idea di una “potenza destituente”, capace cioè di rendere inoperanti i meccanismi del potere. Quanto il “destituente” sia difficile, rischioso e complicato lo si può capire constatando i fallimenti che il Novecento ha vissuto ogni qual volta ha provato a mettere in discussione un potere costituito. Nondimeno resta viva l’esigenza di un soggetto che destituendo il potere (neutralizzandolo non distruggendolo) si prenda cura della vita. Quale vita, quale forma, resta tutta da inventare.

Una storia della finanza nello sviluppo capitalistic

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Soll: The Reckoning-Financial Accoun­ta­bi­lity and the Rise and Fall of Nations, Basic Books

Risvolto

For centuries, the importance of financial accounting has been well understood. Essential to building businesses, states, and even empires, accounting has also helped leaders measure their power and craft their policies. When practiced poorly or neglected, accounting has contributed to cycles of destruction, as the 2008 financial crisis has made all too clear. In The Reckoning, award-winning historian Jacob Soll shows how the use and misuse of financial bookkeeping has determined the fate of entire societies. In the right hands, accounting has created social stability, good governance, and economic prosperity. In the wrong hands, good accounting practices have often been subverted, with disastrous results ranging from financial losses and debt to complete economic collapse.
From the Medici bankers to the director of finances under Louis XVI, from the Industrial Revolution to the Stock Market Crash of 1929 and the Great Recession, The Reckoning demonstrates that civilizations are only as strong as their bookkeepers.



Gli illusionisti della partita doppia 
Saggi . La fragilità del sistema economico dominante è stata occultata attraverso sofisticati e spesso illegali strumenti contabili. La finanza alla fonte della crisi in un libro dell’economista Jacob Soll

Riccardo de Santis, 20.9.2014 

Nella Biblio­teca Nazio­nale di Fran­cia a Parigi, rac­colti sotto la dici­tura «Car­nets di Luigi XIV» sono con­ser­vati venti libri­cini, all’incirca dodici cen­ti­me­tri per cin­que, ele­gan­te­mente rile­gati in maroc­chino rosso e con scritte e fer­ma­gli in oro. Li si poteva por­tare in tasca. Erano stati com­mis­sio­nati nel 1661 da Jean-BaptisteColbert — il potente mini­stro delle finanze fran­cese — per il suo re Luigi XIV. Nei car­nets erano ripor­tate con pre­ci­sione tutte le spese, gli introiti, le pro­prietà del re; veni­vano aggior­nati da Col­bert almeno due volte l’anno. È la prima volta che un monarca mostra un tale inte­resse per i suoi averi, tanto da voler avere sott’occhio in qual­siasi momento l’andamento delle spese e degli introiti. Non durò molto.
Nel 1683, alla morte di Col­bert, il re Sole — i cui conti erano costan­te­mente in rosso per la pre­di­le­zione per costo­sis­simi palazzi come Ver­sail­les o per ancor più costose guerre — non li ado­però più. «L’Etat c’est moi».
La sto­ria è rac­con­tata in un recen­tis­simo stu­dio di Jacob Soll, docente di Sto­ria e Ammi­ni­stra­zione all’Università South Cali­for­nia negli Stati Uniti (The Reckoning-Financial Accoun­ta­bi­lity and the Rise and Fall of Nations. Basic Books, New York).
Il libro è attua­lis­simo, anche se parte da Cesare Augu­sto, e rac­conta con verve e ric­chezza d’informazioni la nascita della finanza, e soprat­tutto la con­ta­bi­lità a par­tita dop­pia: dai com­mer­cianti geno­vesi al pra­tese Fran­ce­sco Datini, alla nascita della potenza e ric­chezza infi­nita dei Medici, da Cosimo a Lorenzo il Magni­fico, senza dimen­ti­care le vicende e i pro­gressi, nell’arte della con­ta­bi­lità, di olan­desi e inglesi.
Gli ultimi capi­toli trat­tano della crisi finan­zia­ria del mondo occi­den­tale, dal 2008 in avanti, e sono una chiara e det­ta­gliata denun­cia dell’opacità dei conti della finanza inter­na­zio­nale, respon­sa­bile, con­sa­pe­vol­mente, di una dimi­nu­zione della demo­cra­zia e della lega­lità.
In que­sta crisi non c’è stato quasi alcuno scal­pore — afferma Soll — riguardo alla man­canza totale di tra­spa­renza finan­zia­ria (quella che gli anglo­sas­soni defi­ni­scono finan­cial accoun­ta­bi­lity) sia pub­blica che pri­vata. Nono­stante le cen­ti­naia di migliaia di revi­sori di conti di aziende pub­bli­che e pri­vate, nono­stante la Sec (l’agenzia di vigi­lanza sulla borsa ame­ri­cana), il Dipar­ti­mento di Giu­sti­zia degli Stati Uniti e gli organi rego­la­tori dell’Unione Euro­pea ancora nes­suno è andato in galera per i cri­mini finan­ziari, o per man­cati con­trolli nella crisi finan­zia­ria del 2008. È solo del 27 ago­sto la noti­zia che la Sec ha adot­tato per la prima volta delle misure per rego­lare il con­flitto d’interesse delle agen­zie di rating. Perché? 
La cre­di­bi­lità assente 

Ci sono state pro­te­ste per l’impunità delle ban­che, e tal­volta, da un’altra sponda, per­sino indi­gna­zione per pre­sunte inter­fe­renze gover­na­tive sulla libertà di Wall Street, ma non c’è stata mai alcuna seria discus­sione su cosa sia effet­ti­va­mente una finan­cial accoun­ta­bi­lity. Cosa si intende per tra­spa­renza finan­zia­ria, come si tiene la con­ta­bi­lità pub­blica e pri­vata, cosa si con­teg­gia, come si misu­rano i capi­tali (ma sono misu­ra­bili?) e per­ché le società moderne sono impan­ta­nate e infan­gate da crisi non solo di cre­di­bi­lità finan­zia­ria ma anche di fidu­cia poli­tica? Governi e cit­ta­dini sem­brano inca­paci e rilut­tanti, se non addi­rit­tura con­trari, a rite­nere respon­sa­bili del pro­prio ope­rato le società per azioni, le grandi cor­po­ra­tions, e anche se stessi.
Il libro di Jacob Soll riper­corre la sto­ria della finan­cial accoun­ta­bi­lity, del tenere i conti e ren­derli tra­spa­renti e com­pren­si­bili. L’accoun­ting, la gestione dei libri con­ta­bili — sostiene — è alla base della cre­scita e del fal­li­mento delle nazioni. Il suo è un utile com­ple­mento al sag­gio, di grande suc­cesso, di Tho­mas Piketty sul Capi­tale nel XXI secolo (Bom­piani edi­tore).
L’economista fran­cese ha mostrato– fra le altre cose del suo volu­mi­noso sag­gio — come dagli anni Set­tanta in avanti c’è stata la inar­re­sta­bile cre­scita di una società ine­guale dove i super-managers hanno preso quasi il ruolo dei ren­tiers di una volta. Piketty spiega come que­ste ine­gua­lità cre­scenti siano frutto di scelte poli­ti­che e non di «ten­denze natu­rali» dell’economia. Ma le poli­ti­che della demo­cra­zia moderna sono esse stesse for­te­mente limi­tate dalle domande di meri­to­cra­zia del mer­cato. Un vicolo cieco. L’ineguaglianza del capi­tale ci ha pri­vato della «sovra­nità demo­cra­tica». I grandi ric­chi hanno molta influenza sulla poli­tica e per­fino sulla con­ce­zione stessa di lega­lità. Par­ti­co­lar­mente negli Stati Uniti.
Non c’è biso­gno di troppa tra­spa­renza demo­cra­tica per vedere che i ric­chi gua­da­gnano molto di più della mag­gio­ranza della popo­la­zione, ma «quanto di più» è impos­si­bile saperlo in quanto enormi capi­tali sono nasco­sti in para­disi fiscali.
Piketty sostiene quello che sem­bre­rebbe una tesi teo­ri­ca­mente impos­si­bile: «la bilan­cia glo­bale dei paga­menti è nega­tiva». Escono cioè più soldi da un paese di quanti ne entrano. Tutto ciò è pos­si­bile gra­zie a quella che viene defi­nita la «con­ta­bi­lità nasco­sta» una carat­te­ri­stica tipica del capi­ta­li­smo del XXI secolo. E pro­prio su que­ste con­si­de­ra­zioni diventa utile e com­ple­men­tare la let­tura di Jacob Soll.
Que­sto aspetto del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo fa parte di una sto­ria antica dove una gestione accu­rata dei libri con­ta­bili, un’amministrazione rigo­rosa o con­fusa, se non truf­fal­dina, hanno segnato la dif­fe­renza fra l’ascesa o la caduta delle nazioni anche per­chè­sem­pre con­se­guenza di scelte politiche. 
Truc­chi e inganni 

Oggi, nono­stante leggi e rego­la­menti e una stampa vigile, le forze che si oppon­gono alla tra­spa­renza finan­zia­ria sono molto forti sostiene Soll. La stessa quan­tità, com­ples­sità e scala delle ope­ra­zioni com­piute dalle ban­che, dalle società per azioni, dalle isti­tu­zioni gover­na­tive le ha rese non con­trol­la­bili. Quanti revi­sori dei conti ser­vi­reb­bero per con­trol­lare Gold­man Sachs, se fosse pos­si­bile? Die­ci­mila, qua­ran­ta­mila ? Potrebbe anche essere impos­si­bile. Governi e revi­sori dei conti non rie­scono, allo stato attuale delle cose, a stare die­tro agli stru­menti finan­ziari in tra­sfor­ma­zione con­ti­nua come bat­teri, e agli innu­me­re­voli truc­chi ban­cari. Come fun­zio­nano dav­vero capi­tale e mer­cati? Forse i mer­cati come li abbiamo cono­sciuti finora non esi­stono più, in que­sto mondo di tran­sa­zioni finan­zia­rie che si ese­guono all’altissima fre­quenza di com­plessi algo­ritmi. È pos­si­bile inter­ve­nire? La rispo­sta di Soll sem­bra pes­si­mi­stica ancor più di quella di Piketty, che si augura nuove forme di tas­sa­zioni glo­bali anche se si rende conto che sono dif­fi­cil­mente attua­bili. Al di là dei cicli eco­no­mici – sostiene Soll — il fal­li­mento sem­bra essere insito in un sistema finan­zia­rio mon­diale che non è opaco per caso ma piut­to­sto per scelta di mol­te­plici dise­gni. L’aver fatto della finanza un mondo a parte, ha abbas­sato le nostre aspi­ra­zioni finan­zia­rie e poli­ti­che.
Il mondo non può esser nar­rato solo in ter­mini eco­no­mici e finan­ziari. I numeri dei conti fanno parte di un uni­verso più grande, di una società fatta anche di cul­tura, d’arte, di rispetto per l’altro, di uguaglianza.

Renzi, fottili tutti

Renzi non è la prosecuzione di Berlusconi: è in primo luogo la prosecuzione di D'Alema e Veltroni. Certamente le sue controriforme sono la punta di lancia della restaurazione capitalistica in Italia. Ma siccome non c'è nessuno in grado di fermarlo, se proprio deve andare avanti ci faccia almeno il piacere di spazzar via per sempre le Camusso, i Landini, i Fassina, gli Epifani, i Cuperlo e tutte le mezze cartucce che negli ultimi tre decenni hanno allevato la Bestia.
Costoro meritano di finire nel cimitero della politica. Meritano cioè di finire nel Partito del Lavoro, assieme a Ferrero e Grassi, Oliviero Procaccini, Vendola e tutti gli altri [SGA].


Il retroscena
La sfida del premier: “Ecco la mia riforma. Pierluigi e sindacati pensano solo a salvarsi”
“Vadano pure in piazza. Sul lavoro cambio tutto”
di Goffredo De Marchis Repubblica 20.9.14

Dove eravate voi sindacati in questi anni quando cresceva l’ingiustizia? Avete pensato a battaglie ideologiche e non ai problemi concreti della gente
Bersani dice che la ‘ditta’ va rispettata. Cominci lui: se la direzione vota, tutti seguono.
Sciopero? So che è un rischio però non me ne preoccupo

ROMA Renzi attacca perché è lo stile della casa, perché «se non rispondo colpo su colpo la riforma del lavoro si blocca», perché da domani vola negli Stati uniti per una settimana e occorre marcare il territorio lasciando un messaggio forte come quello del video. «Eppoi loro pensano che io faccio solo la modifica dell’articolo 18. Non hanno capito niente. La mia è una visione strategica del diritto del lavoro — ripete ai collaboratori —. Cambio la norma sui licenziamenti, certo. Ma cambio anche il sistema di ammortizzatori sociali, in maniera radicale ».
A Palazzo Chigi hanno messo nel conto lo sciopero generale: «È un pericolo per il governo, ma non mi preoccupa», replica il premier. Le accuse dei sindacati: «Lo scontro in Italia è tra precari e garantiti. Lo vadano a spiegare a chi è co. co. co che loro difendono solo chi ha il posto fisso». La resistenza della sinistra del Pd: «Ogni volta che Bersani, Cuperlo e D’Alema si mettono insieme, mi fanno un favore gigante. Bersani comunque è stato il primo a dire che la ditta va rispettata. Cominci lui. La direzione discute, vota e alla fine tutti devono seguire quel voto».
Sembra, a sentire le parole di Renzi, che il decreto abbia già preso forma, almeno nella sua testa. Non c’è più spazio per la mediazione del ministro Giuliano Poletti che non avrebbe toccato l’articolo 18. Invece lo statuto dei lavoratori sarà modificato e sparirà il reintegro, sostituito dall’indennizzo. «Alla fine del percorso devono rimanere in piedi 2, al massimo 3 tipologie di contratto. Chi mi attacca non si rende conto cosa significa vivere con quei contrattini che ci sono oggi», dice Renzi con un tono indignato. «Accanto a questo però riscriviamo la disciplina degli ammortizzatori sociali. Aumentando le risorse. Ecco perché la manovra sarà di 20 miliardi, me ne servono un po’ per la riforma del lavoro». Sarà introdotta un’indennità di disoccupazione a tempo. Spariranno sia la Cassa integrazione straordinaria sia quella in deroga. «Rimarrà solo quella ordinaria». Il meccanismo deve introdurre tutele per tutti «anche per chi adesso non è tutelato. Cominciando dalla maternità. Per questo dico che voglio dare diritti a chi non ha diritti». Tutto il pacchetto ha tempi tutt’altro che lunghi, avvalorando l’ipotesi che sarà inserito in un decreto anche se la legge delega è in discussione al Senato. «Dev’essere fatto prima del consiglio europeo di ottobre - osserva Renzi -- . Se non ho le riforme pronte non ho la flessibilità dall’Unione. E se non ho la flessibilità sono costretto a varare una legge di stabilità recessiva, cosa che non voglio. Io ci metto pure la legge elettorale. Deve andare avanti». Per prepararsi al voto in primavera? Renzi continua a giurare che no, che «il traguardo è la scadenza naturale, il 2018». E i sindacati sul piede di guerra? Rappresentano milioni di iscritti e come dice Raffaele Bonanni «Renzi cerca il conflitto e ci ha ricompattati ». Il premier però ha una sua idea delle ragioni nascoste dietro la protesta. «Con la dichiarazione dei redditi precompilata - racconta da giorni ai collaboratori - tra qualche anno spariranno i Caf gestiti dai sindacati e di conseguenza le loro entrate. In più Cgil, Cisl e Uil sanno che io sono pronto a discutere una legge sulla rappresentanza che vuole solo la Fiom. Questo gli brucia».
Anche la minoranza del Pd, secondo la visione dell’ex sindaco, ha, al fondo, ragioni diverse dalla difesa dei lavoratori. «La verità è un’altra - ragiona il premier -. Sognano la rivincita e sull’articolo 18 si stanno giocando la partita della vita per tornare in pista». L’obiettivo è piegarli alle decisioni della maggioranza, come è successo per la riforma del Senato e per la legge elettorale. Un voto in direzione e non se ne parla più. Ma proprio per questo le opposizioni interne non vogliono farsi trovare impreparate. Martedì hanno convocato alla Camera un vertice che li rimette tutte insieme. Ci saranno Cuperlo, Damiano, Fassina e Civati, superando la frantumazione dei mesi scorsi. Sono stati invitati anche dirigenti non ex Ds come il presidente della commissione Bilancio Francesco Boccia. È chiaro l’intento di preparare un muro parlamentare alla riforma. Che verrebbe superato, almeno inizialmente, dalla forza di un decreto legge. «Quello di Renzi - insiste Stefano Fassina - non è il modello tedesco. È la riforma di Sacconi. Accendere una miccia così avrà effetti pesantissimi. Non ci saranno vincitori, saremo tutti sconfitti». Fassina non se ne fa una ragione: «Spero che si fermi, assurdo immaginare una riforma del genere in un Paese che ha perso 10 punti di Pil».
Il calendario delle manifestazioni fa in effetti paura. La Fiom anticipa il suo corteo al 18 ottobre. I centri sociali sono pronti a contestare il direttivo della Bce che si riunisce a Napoli. I sindacati di Polizia si ritrovano in piazza il 23 settembre. Poi ci sono gli scioperi, la mobilitazione fabbrica per fabbrica annunciata da Landini, la saldatura con i precari. Alla vigilia della partenza per gli Usa, Renzi non sembra in vena di concessioni. «Spazio per la trattativa? Beh, dipende. Dipende anche da loro, se voglio ragionare sul serio», è il messaggio consegnato ai suoi collaboratori ieri sera dopo aver registrato il video di risposta alla Camusso. «Vediamo se sono capaci di immedesimarsi nella vita che fa un co.co.co. o co.co.pro. È una vita senza progetti».



L’affondo di Renzi ricrea l’asse Camusso-Landini
La leader Cgil andrà in piazza con la Fiom e replica al premier: “Dove stavamo? A combattere le leggi contro il lavoro” Si prepara una mobilitazione generale puntando all’unità con Cisl e Uil L’8 novembre manifestazione degli statali
di Roberto Mania
Repubblica 20.9.14

ROMA .«Dove eravamo noi? Eravamo a contrastare quelle leggi che in questi ultimi quindici anni hanno costruito l’apartheid nel mercato del lavoro, che hanno destrutturato e svalorizzato il lavoro. Ecco dove eravamo. E quelle leggi non le abbiamo fatte noi», dice Susanna Camusso, segretario generale della Cgil. Lo dice al premier Renzi alla fine di una giornata che ha visto deflagrare lo scontro diretto tra il presidente del Consiglio e la Cgil, il sindacato della sinistra.
Ora la Cgil si prepara a una lunga mobilitazione e a guidare l’opposizione sociale al governo Renzi. E appare davvero la riproposizione della sfida degli anni Ottanta tra Margaret Thatcher e i minatori inglesi di Arthur Scargill. Alla fine la proclamazione dello sciopero generale da parte della Cgil sembra quasi scontata. Ma ci vorrà un po’ di tempo perché lo sciopero è sempre l’ultima arma a cui ricorrere tanto più in una fase di recessione come quella attuale. Prima, comunque, bisognerà costruire la rete di alleanze. Camusso vuole a tutti i costi ritrovare l’unità d’azione con la Cisl e con la Uil. Ha prospettato una manifestazione nazionale entro i primi dieci giorni di ottobre (sabato 11 ottobre), ma è pronta a cambiare data se arriverà l’assenso di Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. I tre leader sindacali si vedranno la prossima settimana per decidere. Intanto è già stata fissata la data della manifestazione nazionale a Roma di tutti i lavoratori del pubblico impiego: sarà l’8 novembre contro l’ennesimo blocco dei contratti, contro la riforma Madia della pubblica amministrazione. I dipendenti pubblici sono stati finora lo zoccolo duro dell’elettorato del Pd. In piazza ci andranno anche i leader della minoranza del Partito democratico?
E c’è da domandarsi se oltre a Sel che ha già dato la propria adesione, con la la Fiom di Maurizio Landini ci sarà anche una parte del Pd, in un clamoroso, ma già visto, cortocircuito per cui si è al governo ma anche in piazza a protestare. Ieri la Fiom ha infatti deciso di anticipare la manifestazione a Roma dal 25 ottobre al 18 ottobre mentre nelle fabbriche metalmeccaniche scatteranno le assemblee con gli scioperi. Con le tute blu della Fiom in piazza ci sarà sicuramente Susanna Camusso. Così contro il progetto del governo di superare l’articolo 18 la Cgil e la Fiom di Landini, corteggiato da Renzi, potrebbero ritrovare un’identità comune. Certo la liaison tra il “duro” dei metalmeccanici e il “rottamatore” appare decisamente incrinata. Si sono tatticamente usati, entrambi per indebolire la leadership della Camusso in Cgil, ma ora, con lo strappo sull’articolo 18 (d’altra parte Landini l’aveva “avvertito” il presidente del Consiglio) le strade si dividono.
In Cgil il video del premier che risponde alla Camusso viene letto come un punto a proprio favore: «Che bisogno aveva Renzi di rispondere alla Camusso? Se l’ha fatto è perché pensa di aver sbagliato ». Lettura ovviamente di parte. Di certo il premier parlava soprattutto alla Cgil. Meno a Cisl e Uil. Che comunque l’hanno presa male. «Come al solito — ha detto Bonanni — Renzi, per opportunismo politico, mette tutti i sindacati sullo stesso piano, così come confonde il ruolo dei sindacati rispetto al ruolo dei governi nazionali e locali che sono stati diretti responsabili della diffusione del precariato. Noi è dal 2000 che ci occupiamo di estendere le tutele ai precari ». E Angeletti: «Quando non si ha uno straccio di argomentazione convincente si usano solo slogan. Renzi non è la Thatcher ma neanche noi siamo la brutta copia di Scargill. Il premier scenda dalla cattedra per trovare con le parti sociali le soluzioni per il lavoro».


Minoranza Pd pronta a far saltare la riforma
Battaglia in Aula in cinque punti di Carlo Bertini La Stampa 20.9.14

Il fuoco di sbarramento sta per scattare, le batterie lancia-missili sono già partite alla volta del Senato, dove verranno piazzate per la prima battaglia di trincea, quella che andrà in scena in aula la prossima settimana. E come sempre in politica il fuoco di sbarramento serve a far trattare meglio le diplomazie della sinistra Pd. Che cercano disperatamente di mettere un argine alla disfatta di un bastione fino ad oggi inespugnabile come quello dell’articolo 18. Ecco perché ieri si sono chiusi in una stanza Pierluigi Bersani, Stefano Fassina, Guglielmo Epifani, Alfredo D’Attorre e alcuni senatori. Per fissare i punti cardine di una strategia d’attacco che da martedì verrà tradotta in una manciata di emendamenti «qualificanti» al jobs act: che porteranno la firma dell’ex sottosegretario al welfare Cecilia Guerra e di Maria Grazia Gatti, oggi senatrice, ma per dieci anni di stanza alla Cgil di Pisa. Sono cinque gli emendamenti chiave che sta preparando la sinistra Pd, con la premessa - si infervora Stefano Fassina - che «i principi della delega sono troppo generici e vanno specificati, non si può dare una delega in bianco al governo. Quando c’era Monti nel 2012 e lo spread era a 400, noi siamo riusciti a trovare una soluzione equilibrata, oggi in condizioni meno complicate si va sul terreno liberista». Ciò vuol dire - sarà questo il primo emendamento dei bersanian-dalemiani - «specificare che resta la possibilità per il giudice di reintegrare il lavoratore licenziato senza giusta causa dopo il primo triennio, come è nella legislazione tedesca». Il secondo punto sub judice riguarda il disboscamento della giungla di contratti precari, le decine di forme in vigore vanno ridotte, «specificando il ridimensionamento e le poche tipologie contrattuali da tenere in vita». Terzo elemento: la sinistra vuole che una copertura finanziaria esplicita con le quantificazioni e la tempistica per l’indennità di disoccupazione universale, con un rinvio alla legge di stabilità e con la dotazione finanziaria necessaria. Insomma, la delega che chiede il governo non può essere «a risorse invariate». Quarto, la minoranza del Pd vuole che sia specificata una stretta connessione tra l’avvio del contratto a tutele crescenti che comprenda il reintegro e l’entrata a regime dei nuovi ammortizzatori sociali ampliati e il loro relativo finanziamento. Quinto, sul «demansionamento, bisogna definire un perimetro più preciso e il coinvolgimento dei sindacati ai fini della definizione più stretta dell’ambito dell’intervento a livello contrattuale». Tradotto in uno slogan usato da tutti a sinistra in queste ore, «sì al modello tedesco, no a quello spagnolo fondato sulla precarizzazione e compressione di diritti e salari», mette in chiaro D’Attorre.
Ma le trattative fervono e uno degli elastici che il governo può tirare è quello dei tre anni di sospensione dell’articolo 18 per i nuovi assunti, che la sinistra per ora è disposta pure a portare a quattro. Anche perché tra i renziani c’è chi non esclude che invece l’articolo 18 sia eliminato per tutti, pure per i contratti in essere, ipotesi questa fin qui negata da tutti i più alti in grado del Pd con lo slogan «i diritti acquisiti non si toccano». Insomma la partita è solo all’inizio e in queste ore, nel ruolo di «pontieri» ci sono il ministro Poletti, il responsabile economia e lavoro del Pd, Filippo Taddei e il presidente del partito Matteo Orfini.


Gianni Cuperlo: 
«L'articolo 18 principio di dignità»
di Em. Pa. Il Sole 20.9.14

«La legge delega sulla riforma del lavoro contiene misure indispensabili, non c'è dubbio che serve discontinuità. Occorre riorganizzare gli ammortizzatori. Estendere i diritti di maternità. Aggredire il nostro vero ritardo con serie politiche attive per il lavoro. Per metterci nel solco dei Paesi che hanno retto meglio l'urto della crisi. Quindi io dico di innovare, ma i diritti come le responsabilità non sono un optional, una regalia». La premessa da cui parte Gianni Cuperlo, principale competitor di Matteo Renzi alle ultime primarie Pd, non è ostile a quella parte del Jobs act che contiene l'introduzione di un sussidio di disoccupazione universale e di nuove politiche attive. Ma quando si arriva all'abolizione della reintegra per i neoassunti, il solco si riallarga.
Allora, onorevole Cuperlo, a fronte di un'estensione delle tutele si può anche ragionare di articolo 18?
È il caso di fare la citazione un po' usurata del dito e della luna. L'abolizione della reintegra sarebbe un totem? Dietro quella norma molto banalmente c'è un principio. Colpendo quel principio si vuole un mercato del lavoro diverso, col sacrificio di una quota di dignità per un'efficienza priva di riscontro. Non è l'articolo 18 la leva da smuovere, metterlo al centro è il cedimento a un'ideologia che non guarda ai nostri limiti veri: investimenti sul capitale umano, ricerca, un piano per il lavoro alle donne.
Il 29 deciderà la direzione Pd. Ma si rischia la scissione?
Quel termine non voglio neppure sentirlo. Io dico discutiamo e magari coinvolgiamo la nostra base. Nessuno di noi è in Parlamento sulla base di un mandato a ridurre la sfera dei diritti.
Renzi accusa i sindacati di aver difeso le ideologie e non le persone. Lei come la vede?
Chi guida il Paese in un momento come questo deve cercare il dialogo e la coesione sociale. Pensare che si possa salvare l'Italia contro le imprese o i sindacati è un'illusione. E mai come oggi è il tempo della realtà.


Il fronte renziano, Paolo Gentiloni: 
«Ora chiarimento definitivo nel Pd»
di Em. Pa. Il Sole 20.9.14

«L'unica cosa di destra, visto che sento accusare il governo e Renzi di seguire una politica di destra, è difendere la situazione esistente, una situazione ingiusta che ha portato l'Italia ad avere il minor numero di occupati tra i grandi Paesi industriali e crea discriminazione tra meno della metà dei lavoratori che hanno alcune tutele e più della metà che non ne hanno. Cambiare questa situazione che penalizza il Paese e che colpisce i più deboli è di sinistra». È una sfida diretta alla sinistra del suo partito, quella del deputato del Pd Paolo Gentiloni, renziano della prima ora. Sfida non più rinviabile.
Quindi la delega va bene, onorevole Gentiloni, compreso il superamento dell'articolo 18 per i neoassunti?
La delega fissa i paletti fondamentali e credo che sia un errore ridurre tutto quello che abbiamo intenzione di cambiare al solo articolo 18, perché l'obiettivo è avere finalmente un codice del lavoro semplificato, andare finalmente verso un sistema di tutele e di ammortizzatori sociali universalizzato e dare più spazio alla contrattazione aziendale decisiva per recuperare il nostro handicap di produttività. Se qualcuno si ostina a ridurre tutto alla sola alternativa tra indennità crescente con l'anzianità di servizio e reintegra, beh è giunto il momento di sciogliere anche questo nodo.
Chiarimento nel partito, dunque, fino alle estreme conseguenze di una possibile scissione?
Non credo proprio che si possa anche solo evocare la scissione. Siamo un partito che discute, abbiamo convocato una direzione per questo, assumeremo una posizione e questa posizione porteremo avanti anche in Parlamento. Io sono stato quattro anni in minoranza nel partito guidato da Pier Luigi Bersani, ma ho sempre votato in conformità con le decisioni del partito anche quando non mi sono trovato d'accordo. Non sottovaluto il peso di una questione che si trascina da più lustri, certo, e del resto siano ancora nella fase di definizione della delega. Sarà poi il governo a decidere. Ma l'orientamento è molto chiaro.


Epifani: il reintegro esiste ovunque toglierlo è un rischio
“Non mi fido del solo risarcimento al lavoratore” intervista di Paolo Baroni La Stampa 20.9.14

Certo, in Italia il solco tra lavoratori garantiti e lavoratori non garantiti è grande, ma questo problema non si risolve creando nuove divisioni. E se il nodo, invece, è quello di favorire la crescita «il problema va rovesciato: non sono le regole del lavoro che favoriscono lo sviluppo quanto gli investimenti». Per cui, invece di cambiare di nuovo l’articolo 18, «occorre mettere in primo piano politica industriale e politica fiscale» spiega Guglielmo Epifani. «E’ vero – sostiene l’ex segretario della Cgil - c’è un problema di modernizzazione del mercato del lavoro, un mercato molto segmentato, dove negli anni si è accentuata la precarietà. Ora serve un riordino: ma non perché lo chiede l’Europa, ma perché lo chiede la condizione sociale del Paese». Il presidente della Commissione attività produttive della Camera pensa che la riforma, alla fine, debba rappresentare «il punto comune di una valutazione che appartiene a tutto il Paese. A mio modo di vedere, tutela del lavoro, dignità del lavoro, un diverso rapporto lavoratore-impresa devono far parte di un’idea di sviluppo che deve essere compatibile col fatto che dobbiamo competere con prodotti, servizi e aziende di qualità». 
Quindi che riforma serve ?
«Il primo punto da cui partire è collegare formazione e lavoro in maniera più stabile e forte. Abbiamo bisogno di formare di più e meglio i lavoratori con un rapporto più stretto coi fabbisogni delle imprese, cambiando totalmente il rapporto tra scuola, università, ricerca e lavoro sull’esempio degli Usa. E poi, sul versante delle imprese, occorre migliorare la qualità della domanda, per evitare di vedere fuggire in Germania i nostri ingegneri. Bisogna puntare sulla qualità, perché a noi non serve un modello di sviluppo incentrato su decentramento delle produzioni, prezzi bassi e grandi quantità. Questo è un modello di sviluppo “basso” che non risponde all’esigenza di arrestare il declino dell’Italia».
Detto ciò la questione-apartheid resta però irrisolta.
«E’ il secondo punto da affrontare: il nostro mercato del lavoro deve essere reso più inclusivo. Oggi ci sono lavoratori che non hanno diritti. Tra i giovani sono la maggioranza. Il diritto alla maternità va certamente esteso a tutti e va superata la cassa in deroga, che è stata utile ma non può essere certamente “il modello” perché è troppo occasionale. Mentre invece bisogna poter garantire a chi resta senza lavoro una tutela più universale. E per far questo occorre riformare anche gli strumenti di avviamento e accompagnamento al lavoro, che da noi funzionano male. Inoltre col Jobs act bisogna trovare il modo di semplificare il numero dei modelli contrattuali».
Il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti può essere la soluzione?
«Questa è una buona soluzione, ma bisogna fare in modo che assorba e sostituisca una parte consistente delle forme spurie tipiche del lavoro. E soprattutto occorre vedere bene la questione del reintegro».
Nel testo votato ieri non se ne fa cenno. Va lasciato o tolto?
«Chiariamo subito che in molti paesi europei il reintegro, magari con forme diverse, c’è. Non è vero che non c’è. Ora però se lo si fa saltare totalmente per affidarsi unicamente al risarcimento monetario si crea una soluzione che ha un limite fondamentale, come ci dimostra la Spagna di oggi. Si parte con un risarcimento alto, alla prima difficoltà poi lo si dimezza, quindi con la crisi lo si fa saltare del tutto. Col risultato che il lavoratore resta senza tutela. Poi pensiamo ad un lavoratore licenziato con l’accusa di aver rubato, se poi si dimostra che questa accusa è falsa perché non può essere reintegrato? Il cuore della discussione è questo e per questo invito il Pd a riflettere».
Ma su questo tema si può davvero creare una frattura nel partito?
«Dipende da come si risolve la questione: è chiaro che su questo punto possono maturare posizioni differenti. Ma, ripeto, per me questo è un tema importante, che non appartiene all’altro secolo ma attiene alla qualità del lavoro e all’idea di sviluppo di oggi e di domani».
Ma allora il reintegro va lasciato com’è, o si può affinare ulteriormente?
«Si può affinare, ma già ipotizzare che scatti dopo tre anni è un bel salto. Detto questo, pensare che chi ce l’ha lo può tenere,mentre i neoassunti non lo possono avere mai più non mi convince. E’ questa la soluzione migliore: ridividere i lavoratori per generazioni?».


Orfini: i sindacati si sono  voltati dall’altra parte

Il presidente Pd: «Chiariamo i punti più delicati per evitare interpretazioni eccessive» di Monica Guerzoni qui Corriere 20.9.14


Chiudere col passato che non passa

di Marcello Sorgi La Stampa 20.9.14

No, non è solo l’articolo 18 a dividere Renzi dalla pattuglia dei suoi avversari nati nel Pci. È un groviglio di passioni, un vissuto che sta sotto le insegne del «lavoro» e dei «lavoratori», ma richiama alla memoria tutto l’insieme «comunista», in cui rientrano a pieno titolo le celebrazioni di Togliatti e Berlinguer.
Entrambi emarginati prima e oggi pienamente riabilitati: il partito, il sindacato, le sezioni, la fabbrica, le assemblee, i cortei, le lotte, le vittorie e le sconfitte di mezzo secolo di vita di un’organizzazione che a dispetto della sua cuginanza con l’Urss, s’è sempre sentita molto italiana. Un edificio - meglio sarebbe dire una cultura, un gran pezzo della recente storia italiana - che sembrava ormai sepolto. Almeno da quando, nel 2007, è nato il Pd, sulle ceneri novecentesche dei grandi partiti di massa, e con l’intenzione di scrivere una pagina nuova nell’esperienza della sinistra al governo.
Ma ora che il ciclone renziano, dopo aver rottamato gli ultimi eredi di quella tradizione, si appresta a cancellarne anche le tracce - il complesso di slanci e dubbi, di convinzione e ambiguità, quei due passi avanti e uno indietro che accompagnano da sempre l’evoluzione della sinistra -, Bersani, D’Alema e Cofferati dicono no. Il paradosso è che i leader che più si sono spesi per costruire una sinistra riformista, ora invece si oppongono e non riconoscono a Renzi, non tanto il diritto di fare ciò che ha in testa, ma di farlo alla sua maniera.
Così difendono un mondo che loro stessi hanno contribuito a superare: il comunismo italiano condannato, da limiti ideologici e internazionali, a stare all’opposizione per quasi cinquant’anni; ma non per questo escluso dalle grandi scelte. Il vecchio partito «di lotta e di governo», il gruppo dirigente «forgiato nella lotta antifascista», il Pci berlingueriano del «non si governa senza di noi». 
Ora che il Pd ha un segretario nato nel ’75, e una segreteria fatta di trenta-quarantenni, è difficile spiegare ai ragazzi che hanno preso il loro posto che una stagione, finita quanto si vuole (e finita da venticinque anni, verrebbe da aggiungere), non può essere messa da parte sbrigativamente. Senza quelle riflessioni, liturgie, pedagogie, di cui appunto si nutriva il Pci. Il partito delle grandi battaglie e manifestazioni popolari, eternamente riconvertite negli accordi e negli inevitabili compromessi di cui è fatta la politica. Il partito del centralismo democratico, in cui tutti discutevano, ma presto o tardi dovevano adeguarsi alla linea del segretario. Il partito dei grandi intellettuali, Moravia, Calvino, di cineasti come Visconti e Pasolini, di pittori come Guttuso. Il partito in cui un buon dirigente, per crescere, non doveva fare a botte con la polizia e doveva andare a distribuire i volantini davanti ai cancelli della Fiat.
La dimensione dell’antagonismo - operai contro capitalisti - era sempre fondata sul rispetto. Gianni Agnelli ricordava che «per un periodo i segretari comunisti parlavano solo piemontese». Quando Agnelli morì, nel gennaio 2003, gli operai torinesi, inaspettatamente, per un giorno e una notte sfilarono davanti al feretro, in segno di rimpianto. Questo perché la fabbrica era, sì, il teatro dello scontro: eppure, il sistema di relazioni tra parti avversarie prevedeva di fermarsi un attimo o un centimetro prima dell’irrimediabile: non a caso - e fu l’eccezione che confermava la regola - l’unica volta che quest’imperativo non venne rispettato, dalla fabbrica insorse la rivolta dei «colletti bianchi». 
La «marcia dei quarantamila» del 14 ottobre 1980 a Torino, con quasi dieci anni di anticipo sull’89 della caduta del Muro di Berlino, rappresentava la fine di quel mondo e di quel modo di essere, in cui perfino il calendario era segnato da scadenze corrispondenti: la riunione delle «Alte direzioni» Fiat in cui i vertici del gruppo si confrontavano sul modo di accrescere i profitti e aumentare la produttività, anche a costo di ridurre i posti di lavoro. E, parallelamente, la «Conferenza di produzione» in cui Pci e Cgil facevano il lavoro opposto. A quel tempo - è trascorso più di un trentennio, lo Statuto dei lavoratori aveva dieci anni, Craxi e il grande scontro sul taglio della scala mobile evocato in questi giorni erano alle porte - la fabbrica fordista era già finita. Dario Fo continuava a cantare nei teatri la ballata del lavoratore «parcellizzato» sottoposto alla rigorosa «misurazione dei tempi e dei metodi» («Prima prendere/poi lasciare/destra sinistra/ quindi posare/dare un giro/poi sorridere/questa è la vita del parcellizzato/l’operaio sincronizzato»), ma negli stabilimenti era già stata introdotta la lavorazione «a isola», che integrava il rispetto dell’autonomia artigiana del singolo dipendente con l’esigenza di contrarre gli organici.
È il periodo in cui il capitalismo nostrano comincia a interrogarsi sulle conseguenze della globalizzazione e la sinistra di opposizione, al contrario, si rifiuta di farlo. Errore imperdonabile, che condizionerà tutto il decennio successivo, quello in cui sulle macerie della Prima Repubblica arriva a sorpresa Berlusconi. E il Pci, poi Pds e Ds, invece di competerci sul piano dei programmi di governo, decide di combatterlo e basta, magari a ragion veduta, ma senza porsi il problema di cosa accadrà se e quando ad andare al governo sarà la sinistra. Così che quando succede, nei sette anni complessivi dei governi Prodi, D’Alema, Amato e ancora Prodi, il partito ha cambiato nome varie volte, ma sotto sotto è ancora quello «di lotta e di governo»: pro e contro i magistrati, secondo se se la prendono con Berlusconi o con i primi gravi casi di corruzione che affiorano all’interno del centrosinistra; pro e contro le riforme economiche, se è al governo o all’opposizione; e addirittura pro e contro la tv privata, con D’Alema che in campagna elettorale va a Cologno Monzese a elogiare Mediaset come parte importante del patrimonio culturale del Paese, ma poi cambia idea quando il Cavaliere torna a Palazzo Chigi.
Per questa strada si arriva alla grande manifestazione del 23 marzo 2002, contro la cancellazione dell’articolo 18 decisa da Berlusconi. Tre milioni di persone a Roma, nel catino del Circo Massimo, Cofferati sul palco e il governo di centrodestra, spaventato dalla prova di forza, che fa marcia indietro. È l’ultima foto di gruppo della generazione post-comunista, prima della confluenza nel Pd e della diaspora correntizia. Da quella radiosa «giornata di lotta», alla malinconica chiusura della campagna elettorale del 2013, quando Bersani si rivolge ai suoi dal palcoscenico dell’Ambra Jovinelli, un teatro romano di cabaret, sembra passato un secolo. A riempire la piazza del Primo maggio, una San Giovanni traboccante, è arrivato Grillo. È la vigilia della terribile sconfitta, pardon, della «non vittoria», come sarà definita, del 25 febbraio, che porterà Renzi alla guida del partito e poi a Palazzo Chigi, e riporterà Napolitano al Quirinale.
Ma se tutto era finito da un pezzo, viene da chiedersi cosa c’entri ancora questo con l’articolo 18 e l’accelerata impressa dal premier al Jobs Act. In fondo in fondo, quasi niente. Bersani e D’Alema lo sanno, anche se vorrebbero che questo pezzo di storia, il passato che non passa mai e gli errori di questi anni, venissero archiviati con un po’ più di cura. Senza i calci nel sedere e le maniere spicce con cui Renzi li ha trattati finora.


La spallata finale pensando a Blair

Ma non basta l’innovazione della «flexsecurity» Il governo spieghi cosa vuole fare di Dario Di Vico Corriere 20.9.14

Quella che si è aperta tra il premier e la Cgil è una battaglia che cova da lungo tempo all’interno della sinistra italiana. I protagonisti di oggi sono in qualche modo nuovi, Matteo Renzi e Susanna Camusso ma i rispettivi ruoli sono stati già interpretati da altri attori nel recente passato. La disfida che viene in mente per prima, se non altro per l’analogia con l’iniziativa governativa di abolire l’articolo 18, è quella tra Massimo D’Alema e Sergio Cofferati. Un duello per certi versi epico, condotto in un tempo — la seconda metà degli anni 90 — nel quale ci si confrontava ancora davanti a platee in carne e ossa e non negli studi di qualche talk show. Un tempo nel quale contavano gli applausi dei compagni e la capacità di convincerli — verrebbe da dire — uno a uno. Il match alla fine fu risolto non da un referendum, né da un congresso ma da una fiumana, quella che riempì il Circo Massimo e fu conteggiata dagli amanti del genere in tre milioni di persone convenute per applaudire un segretario generale della Cgil capello al vento, vagamente alla Mao. Ma prima ancora che in Italia lo scontro tra partito e sindacato si era pienamente dispiegato in Gran Bretagna. Tony Blair, schernito come nient’altro che una variante del thatcherismo, sfidò le Unions e le travolse creando i presupposti di un lungo ciclo politico durante il quale la sinistra inglese cambiò totalmente sangue. Non altrettanto epico fu lo scontro tra Gerhard Schröder e i potenti sindacati tedeschi ma in quel caso la posta in gioco era comunque altissima e alla fine i risultati non solo hanno dato ragione al cancelliere ma hanno contribuito a dare un vantaggio competitivo alla Germania e a farne quella potenza economico-sociale che è oggi. Insomma guai a banalizzare un conflitto di questo tipo, la storia recente dell’Europa (e non della sola sinistra) ne è stata sempre fortemente influenzata. Certo questa volta non siamo più nel Novecento, siamo nell’era dello smartphone e insieme della Grande Crisi per cui non è detto che il copione sia lo stesso. La fedeltà al partito e al sindacato ha lasciato il posto allo zapping, il sindacato per molti è una struttura di servizio (fisco e patronato) e le sezioni di partito fanno già parte del modernariato. Ma soprattutto né Blair né Schröder erano degli osservati speciali da parte degli organismi sovranazionali e invece il duello Renzi-Camusso avviene in una zona intermedia tra piena sovranità nazionale e commissariamento. Sul piano dei contenuti il giovane Matteo in fondo non sta inventando niente e guarda caso a primeggiare sono le idee di Pietro Ichino, uno che le cose di oggi le scriveva già negli anni 90 e i big del centrosinistra lo attaccavano in pubblico mentre in privato gli mandavano messaggi di piena condivisione. Anche la Cgil in fondo recita il copione conservatore di tutti i sindacati che hanno paura di cosa c’è dietro l’angolo ma non possiamo dimenticare che quella tradizione ha prodotto in passato due giganti come Giuseppe Di Vittorio e Luciano Lama, che ai loro tempi erano più pragmatici e responsabili dei loro segretari di partito.
Dunque per Renzi il dado è tratto e non ci resta che vedere l’andamento della battaglia. Una cosa però gli va chiesta: eviti di farne solo un conflitto nel campo della comunicazione, terreno che predilige. La vittoria del Pd alle europee si deve a molte scelte azzeccate inclusa, al Nord, la contrapposizione con la Cgil. Stavolta però non c’è da convincere l’elettore di centrodestra a tradire il suo campo, in ballo ci sono assetti di medio periodo della società italiana. Ci sono da riperimetrare i rapporti di forza tra insider e outsider, tra i lavoratori rappresentati da Cgil-Cisl-Uil e i giovani precari a vita, persino tra lavoro dipendente e lavoro autonomo. E ci vuole, dunque, una cassetta degli attrezzi che non sia limitata alla pur importante innovazione della flexsecurity. Insomma se la pars destruens del premier (non a caso chiamato ancora «il rottamatore») è tutto sommato chiara, è quella construens che ancora è indistinta. Sembra più elaborata dagli spin doctor che devono conquistare i titoli dei tg che da qualcuno 

Euromania sorda e cieca

Image result for ulrich beckDi fronte alle sfide di scetticismo e tecnocrazia Ulrich Beck immagina un’altra Ue: cosmopolita, fondata sui centri urbani più che sugli Stati
Città Unite d’Europa così rinasce il sogno dell’integrazione
ULRICH BECK Repubblica 20 settembre 2014

COS’È esattamente l’Europa? L’Europa non è una condizione fissa, non è un’unità territoriale, non è uno stato e neppure una nazione. Di fatto, l’”Europa” non esiste, esiste l’europeizzazione, una metamorfosi, un processo di trasformazioni in corso. Sebbene il processo di europeizzazione — la «realizzazione di un’unione sempre più stretta dei popoli d’Europa», come cita il trattato dell’Unione — sia stato intenzionale, le sue conseguenze istituzionali e materiali sono state fortuite. Il fatto sorprendente è che il processo di integrazione non ha seguito alcun piano generale.
Al contrario: l’obiettivo è stato volutamente lasciato aperto. L’europeizzazione “funziona” nella modalità specifica di improvvisazione istituzionalizzata. Per lungo tempo è sembrato che questa politica di effetti collaterali avesse un enorme vantaggio: il colosso dell’europeizzazione andava avanti implacabilmente, sembrava non avere bisogno di un programma politico indipendente o di una legittimazione politica.
Lo sviluppo dell’Ue può avvenire attraverso la cooperazione transnazionale di élite con propri criteri di razionalità, per lo più indipendenti da interessi, convinzioni politiche e pubblici nazionali. Questa interpretazione di “governance tecnocratica” è in relazione inversa con la dimensione politica. Il quadro dei trattati europei esercita una “meta-politica” che altera le regole del gioco della politica nazionale attraverso l’entrata in campo furtiva degli effetti collaterali.
L’europeizzazione non significa la scomparsa degli Stati nazionali, bensì la metamorfosi dello stato-nazione. Ispirandosi alla legge europea, la differenza amico- nemico è stata istituzionalmente sostituita da un’architettura cosmopolita di cooperazione tra Stati, creando, nel mondo a rischio del ventunesimo secolo, un nuovo livello di potere contrattuale e alcune leve per controllare i rischi globali e il potere economico. L’europeizzazione è un processo di creazione di istituzioni che, per sua natura, è “cosmopolita”. Perché è così? Perché non è uno Stato federale (modello na- zionale). L’europeizzazione mette in comune la sovranità e la decentra anche ai governi locali-regionali. Questi stati europei cosmopolizzati inoltre subappaltano la sovranità anche alle istituzioni internazionali come la Nato, il Fondo monetario internazionale o il G7.
Qual è stata, allora, la motivazione che ha spinto a trasformare il progetto dell’Ue da carattere nazionale a un carattere cosmopolita? La mia risposta è: l’incentivo e la carica per questa metamorfosi sono comparsi con lo shock antropologico causato dagli orrori della seconda guerra mondiale. Da questa situazione sono emersi un orizzonte normativo e un imperativo: l’etica politica del “Mai più” — mai più Olocausto!
L’idea di base è che lo shock universale davanti alla violazione dei principi etici dell’umanità crei un orizzonte normativo di aspettative, che sfida l’ordine esistente delle cose dall’interno. “Mai più Olocausto!” implica un’intesa di giustizia e legge — l’obbligo di cambiare le istituzioni nazionali e gli atteggiamenti esistenti.
C’è un movimento rivoluzionario che sta scuotendo l’Unione europea nel contesto della crisi dell’euro. Non si tratta di un movimento pro-europeista, bensì anti- europeista. Per riuscire a comprendere come si muovono i sentimenti anti-europeisti bisogna fare una grande differenziazione. Ci deve essere una chiara distinzione tra l’accettazione e l’uso dell’europeizzazione nella vita quotidiana e il sostegno politico all’Ue. Per chi vive una vita fortemente europeizzata, in particolare, l’Ue è politicamente molto controversa.
C’è questo paradosso: lo scetticismo nei confronti dell’Ue aumenta di pari passo con l’apprezzamento di una vita quotidiana europea. Ad esempio, i danesi e gli inglesi sono entrambi europeizzati nelle loro pratiche quotidiane ed euroscettici, se non addirittura anti-europeisti, come elettori.
Come può l’Europa superare questa crisi di convivenza? Una larga parte degli euro-critici e degli anti-europeisti che stanno alzando la voce in questo periodo sono prigionieri di una nostalgia nazionale obsoleta.
Ci serve una visione cosmopolita per capire il tipo di disperazione che ribolle sotto la superficie degli ambienti delle periferie europee e che sta tracimando in entusiasmo per la protesta antieuropeista. Tutte le nazioni si trovano a dovere affrontare un nuovo pluralismo culturale, non solo come conseguenza della migrazione, ma anche della comunicazione in Internet, del cambiamento climatico, della crisi dell’euro e delle minacce digitali alla libertà. Persone delle più diverse estrazioni, con lingue diverse, concezioni di valore diverse e religioni diverse, vivono e lavorano insieme fianco a fianco, cercano di inserirsi negli stessi sistemi giuridici e politici, e i loro figli frequentano le stesse scuole.
Non dovremmo quindi pensare solo a “un’altra Europa”, dobbiamo pensare anche al prossimo passo dell’europeizzazione: al modo in cui le nazioni europee subiscono la metamorfosi da una concezione di carattere nazionale etnico a una concezione cosmopolita. Questa europeizzazione cosmopolita non è un ostacolo alla sovranità nazionale. È esattamente il contrario, poiché include il cambiamento della sovranità degli stati nazionali europei dal livello nazionale a quello cosmopolita. L’europeizzazione non deve minacciare il carattere nazionale, è parte di ciò che fa aprire le nazioni al mondo, rendendole cooperative, appetibili e potenti, in un era di rischi globali.
Se l’Europa vuole superare le sue crisi di coesistenza, secondo un’altra tesi, deve riscoprire e rinvigorire la sua identità nelle grandi opere, nei monumenti e nei paesaggi della cultura europea. «Dalle coste dell’Africa dove sono nato», scriveva Albert Camus, «si vede meglio il volto dell’Europa. E si sa che non è bello». Per Camus, ammiratore di Nietzsche, la bellezza è un criterio di verità e di vita felice. Ed è radicata nella cultura mediterranea. La storia ha logorato molte cose — l’idea della nazione, l’astuzia della ragione, la speranza nel potere liberatorio della razionalità e il mercato; perfino l’idea di progresso è diventata la fonte dell’apocalisse.
Ciò evoca l’immagine di una piacevole Europa delle Regioni che vale la pena vivere. Il legame apparentemente necessario tra lo Stato, l’identità nazionale e una lingua unica verrebbe cancellato. L’Unione, gli Stati membri e le loro regioni si occupano del benessere dei cittadini a diversi livelli. Essi prestano ai cittadini, da un lato, una voce nel mondo globalizzato, dando loro, dall’altro, un senso di sicurezza regionale e di identità. La democrazia quindi sta diventando una realtà a più livelli.
Che cosa potrebbe riconciliare, dunque, gli europei anti-europeisti con l’idea di europeizzazione? L’anti-centralismo — l’antiideologia che è priva di nostalgia etnico-nazionale. La svolta e il ritorno alla bellezza delle regioni che, allo stesso tempo, sono anche globalizzate, come métissage culturale, incontro tra diverse culture. E la città come attore europeo cosmopolita! La libertà è nell’aria della città. Se si guarda il panorama politico, si vedrà che le città sono isole rosso-verdi nel mare nero del conservatorismo nazionale. Perciò non dovremmo cercare solo gli Stati Uniti d’Europa, ma anche le Città Unite d’Europa — per un’Europa multicentrica e per la democrazia europea.
Traduzione di Laura Pagliara
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