lunedì 1 settembre 2014

Le origini della Prima Internazionale

Fatte le debite contestualizzazioni storiche, oggi siamo in una situazione più difficile ma non dissimile [SGA].

Prima Internazionale. Lavoratori di tutto il mondo unitevi! Indirizzi, Risoluzioni, Discorsi e Documenti, a cura di Marcello Musto, Donzelli, pp. 256, € 25

Così si unirono i lavoratori di tutto il mondo
Il 28 settembre di 150 anni fa nasceva a Londra la Prima Internazionale: la sua vicenda in un’antologia di testi dell’epoca, da Marx a Bakunin, agli scritti degli operai
Angelo D’Orsi – La Stampa – 1 set 2014
Londra, 28 settembre 1864: la sala del St. Martin’s Hall, nel cuore di Londra, era affollata da duemila uomini e donne di umili condizioni, inglesi, ma anche tedeschi, francesi, spagnoli, russi, polacchi, italiani… Nessuno, quel giorno, sospettava che stava nascendo la prima organizzazione mondiale proletaria. Forse neppure Karl Marx, la testa pensante più celebre, autore (pur in collaborazione con Engels) del Manifesto del Partito comunista che a Londra aveva visto la luce nel 1848.
Una preziosa antologia, che il dinamico editore Donzelli manda ora in libreria, ci consente di ripercorrere la vicenda della Prima Internazionale, vissuta fino al 1876, quando le difficoltà organizzative, il contrasto con gli anarchici (e la nascita di una loro «Internazionale antiautoritaria»), oltre alle persecuzioni poliziesche, ne segnarono la fine. L’Associazione fu poi sostituita, nel 1889, dalla Seconda, naufragata nel 1914, nel fragoroso scoppio della Grande guerra, che vide i diversi partiti operai schierarsi con le rispettive classi dirigenti, facendo così crollare clamorosamente il mito dell’internazionalismo proletario. A firmare il lavoro è un esponente della giovane generazione di studiosi, Marcello Musto, uno dei tanti che il nostro bloccato sistema universitario costringe a rifugiarsi all’estero, esuli culturali che prendono il luogo degli esuli politici. Il libro si intitola con la frase stentorea che chiude il Manifesto: Lavoratori di tutto il mondo unitevi! (pp. 256, € 25).
Mentre la pionieristica opera di Gian Mario Bravo nel 1978 raccoglieva, accanto ai documenti ufficiali, tutta una serie di scritti collaterali, fornendo un panorama amplissimo (due volumi per un totale di 1300 pagine), il libro in questione si limita ai testi dell’Organizzazione, ed è diretto a un pubblico più ampio. Il curatore ne evidenzia il significato politico-culturale, in un momento storico in cui i diritti dei lavoratori vengono messi in discussione.
Accanto ai comunisti, nell’Internazionale, v’erano socialisti, sindacalisti, anarchici, mazziniani, repubblicani, eterogenea platea di militanti, ai quali da allora fu affibbiata l’etichetta, che voleva essere infamante, di «internazionalisti», sinonimo di sovversivi dell’ordine costituito. In realtà, le proteste nascevano dalle insostenibili condizioni in cui vivevano e lavoravano i proletari. Il ruolo dell’Associazione fu raccogliere fondi e convincere i lavoratori a rinunciare al crumiraggio ai danni degli scioperanti di un altro Paese. Era la traduzione concreta dell’internazionalismo proletario, sotto forma di solidarietà e di cooperazione. Ma anche nelle battaglie apparentemente sindacali il lievito impresso dall’organizzazione fu politico. È evidente il contributo di Marx, al quale si devono più di un terzo dei documenti raccolti, anche se la costruzione teorico-politica fu collettiva, e lo testimoniano i testi qui raccolti, in gran parte di operai. Era la prova del passaggio della classe operaia «in sé», ossia non ancora cosciente della propria forza, a classe «per sé», cioè matura, e pronta alla lotta per il potere, come intanto stava teorizzando Marx.
Era per esempio il francese Eugène Tartaret a perorare la riduzione dell’orario, ma rivendicando la nobiltà del lavoro, che «non dev’essere più un castigo, una schiavitù, un marchio di indegnità, deve essere un dovere imposto a tutti i cittadini». Lo scopo fondamentale della riduzione dell’orario è tuttavia quello di consentire al lavoratore di essere un cittadino istruito e cosciente, invece che «un paria, uno schiavo indifferente al progresso…».
L’Internazionale, pur tra gli scontri interni (che videro l’allontanamento di mazziniani, anarchici ecc.), svolse un ruolo fondamentale nel processo di maturazione dei proletari. Per esempio, rispetto al luddismo, la risposta distruttiva all’introduzione delle macchine in fabbrica, si scriveva: «L’uomo privato del suo pane […] aveva torto nel maledire il macchinario: il suo odio e la sua collera dovevano condurre a risultati più alti. La causa dei mali è l’anarchia sociale: la giustizia sociale sarà il loro rimedio». Era una ventata di utopia, ma nel contempo era un progetto sociale di alto respiro.
Le parole più lucide erano sempre quelle di Marx, il quale peraltro sapeva comportarsi da leader, indirizzando a Lincoln un messaggio di congratulazioni per la rielezione alla Casa Bianca, ma rimaneva un rivoluzionario conseguente, e invitava a diffidare di ogni accordo separato (un monito che pochi oggi sono disposti ad ascoltare) e ad affrontare questioni come salario e orario in termini generali, ossia politici, giacché tutto sempre «si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta». E, con sarcasmo, scriveva di un certo tipo di capitalista: «È così infatuato per la libertà dei suoi operai […] di lavorare in ogni ora della loro vita per lui, che, sempre e con sdegno, ha respinto ogni legge sulle fabbriche, in quanto recante pregiudizio alla suddetta libertà. Lo fa inorridire soltanto l’idea che un operaio comune sia tanto folle da aspirare a un destino più elevato di quello di arricchire il suo signore e padrone, il suo superiore naturale. Vuole […] che il suo operaio resti un misero schiavo». Di qua, la «folle furia» contro lo sciopero, considerato «una blasfemia, una rivolta di schiavi, l’indice di un cataclisma sociale».
I documenti degli internazionalisti affrontano ogni tematica di qualche rilevanza nella costruzione della società futura: l’idea che dovesse essere una società immediatamente senza Stato, secondo la tesi di Bakunin, venne lasciata cadere, grazie alla contrapposizione di Marx, che ironizzava con l’anarchico russo, e la sua battaglia contro «l’idea astratta di Stato». La tragica ed esaltante esperienza della Comune di Parigi fornì a Marx conferma che la rivoluzione aveva bisogno di uno Stato, diverso da quello borghese (abolizione dell’esercito e della polizia permanenti, eleggibilità e revocabilità dei pubblici funzionari ecc.), ma anch’esso deputato all’esercizio della forza, contro il nemico di classe, che infatti , spodestato, prese la sua sanguinosa rivincita. Ciò malgrado, con la Comune, l’Internazionale segnò la più prestigiosa vittoria ideale: «essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, […] la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro». Era uno dei risultati storici dell’Internazionale dei lavoratori.

L'edizione definitiva della Rivelazione di Ermete Trismegisto

La Révélation d'Hermès TrismégisteAndré-Jean Festugière: La révélation d’Hermès Trismégiste, Édition ultime revue et enrichie par Nicolas Roudet. Prodrome du Père H.D. Saffrey, Les Belles Lettres

Risvolto
 Vers la fin de la période hellénistique et sous l'Empire, il se répandit dans le monde gréco-romain un certain nombre de sagesses révélées que l'on attribuait soit à des mages perses (Zoroastre, Ostanès, Hystaspe), soit à un dieu d'Egypte (Thoth-Hermès), soit à des oracles venus de la Chaldée (Oracles Chaldaïques), soit même à des prophètes ou philosophes de la Grèce qui avaient approché de plus près le divin, car c'est au même temps que refleurissent le pythagorisme et l'orphisme.
Parmi ces sagesses révélées, celle qui porte le nom d'Hermès Trismégiste est l'une des plus importantes, et par le grand nombre d'écrits qu'elle a laissés, et par le champ que couvre cette littérature. On n'en connaît et l'on en étudie le plus souvent que ce qui touche à la philosophie ou à la théologie. Cependant l'Hermès égyptien s'est intéressé à bien d'autres domaines : il s'est occupé d'astrologie, d'alchimie, de magie, et loin que cet hermétisme qu'on pourrait dire populaire ne représente qu'une branche secondaire et tardive de la révélation hermétique, c'en est au contraire la production la plus ancienne, celle qui a donné sa forme et servi de modèle, du moins pour une grande part, à l'hermétisme savant.
 

André-Jean Festugière (1898 – 1982) était un dominicain et historien français. Après des études classiques, qui le pousseront à étudier les langues anciennes du Moyen-Orient, il entre dans l'ordre des Dominicains en 1924, après avoir appartenu à l'École française de Rome (1921) puis à celle d'Athènes (1922), et se consacre à l'analyse de la pensée grecque (L’Idéal religieux des Grecs et l’Évangile, 1932; le Monde gréco-romain au temps de Notre-Seigneur, 1935). Il traduit ensuite et commente avec une remarquable précision le Corpus hermeticum (La Révélation d’Hermès Trismégiste, 4 vol., 1944-1949). Dans Hermétisme et mystique païenne (1967), il passe en revue les différents aspects que revêt la « mystique du salut » dans le gnosticisme et dans les philosophies qui se réclament de Pythagore et de Platon: pessimisme profond, aspiration à la grâce divine par l’initiation donnée aux seuls élus, appel à la théurgie (magie admise par Dieu), conception de l’homme en tant que corps, âme et esprit. Il fut directeur d’études à l’École pratique des hautes études de 1942 à 1968.

Nicolas Roudet est docteur en philosophie de l'université de Lille 3 (2001), actuellement bibliothécaire à l'Université de Strasbourg. Aux Belles Lettres, il a co-édité avec Edouard Mehl Kepler La physique céleste (2011).
 

Nel laboratorio dell’anima
Le indagini di Festugière su mistica, culti esoterici e alchimia Così nacque l’Occidente magico.
Domenica 24 Agosto, 2014 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA
di ARMANDO TORNO

Nei primi secoli dopo Cristo Parigi, agosto 1942. Un domenicano, entrato nel 1923 nell’ordine dopo una visita all’abbazia di Maresdous in Belgio, sacerdote dal 1930, addottoratosi con il grande Léon Robin discutendo una tesi su Contemplazione e vita contemplativa secondo Platone , chiude la prima parte del manoscritto di un’opera ambiziosa.
In essa desidera trattare la «rivelazione» di un dio, o forse di un profeta pagano di Cristo. Il padre ricorda che verso la fine del periodo ellenistico e sotto l’impero si diffusero nel mondo greco-romano numerose «saggezze rivelate», attribuite a magi persiani (come Zoroastro o Ostane), a un dio egizio (Thot-Ermete), agli oracoli venuti dalla Caldea o persino a quei profeti e filosofi greci che ebbero un approccio con il divino. Siamo in un arco di tempo che dura mezzo millennio circa, dopo l’epoca dei Tolomei (II secolo a.C.); i testi scritti dovrebbero risalire al I-IV secolo della nostra era. Del resto, quello era anche il tempo in cui rifiorirono pitagorismo e orfismo. Padre André-Marie, questo il suo nome dopo aver indossato l’abito (Jean-Paul-Philippe Festugière al secolo), afferma poche righe dopo che il più importante è Ermete Trismegisto, non soltanto per gli scritti che ci sono pervenuti sotto il suo nome — il Pimandro , l’Asclepio e altri 18 trattati, oltre i numerosi frammenti — ma anche per «il campo che copre questa letteratura».
Parigi è occupata dai tedeschi nel 1942, ma gli intellettuali lavorano, come prova l’uscita in quell’anno di due libri di Albert Camus da Gallimard, Lo straniero e Il mito di Sisifo , come tra l’altro conferma l’anno successivo, il 1943, la stampa de L’essere e il nulla di Sartre. Il primo tomo di André-Jean Festugière — così firmava le opere sintetizzando i propri nomi — riuscirà però a vedere la luce soltanto nel 1944, presso Lecoffre. Le bozze, i ripetuti controlli e gli infiniti ripensamenti richiesero un lungo lavoro.
L’opera che avrà come titolo La révélation d’Hermès Trismégiste , quattro ponderosi volumi, diventerà ben presto una miniera di informazioni, un monumento di erudizione, una bussola. Da oltre mezzo secolo la consultano anche insospettabili per cercare fonti ermetiche della letteratura o comprenderne i percorsi dalla tarda antichità a oggi; con il suo aiuto si rileggono Agostino o Pico della Mirandola, Marsilio Ficino (primo tra i traduttori di testi ermetici) o Jakob Böhme, lo stesso Goethe. Si capisce meglio il nostro Rinascimento con il suo aiuto, sia le fonti di un quadro di Botticelli, sia le ragioni di un simbolo lasciato dal divino Raffaello. La stampa dei quattro volumi terminerà nel 1954 e da allora ne sono state tirate almeno tre anastatiche (con un’aggiunta sull’ermetismo arabo di Louis Massignon).
Ora, dopo sessant’anni, l’editrice Les Belles Lettres si appresta a pubblicare in un solo volume — disponibile i primi di settembre — tutta la Révélation con le aggiunte inedite lasciate da padre Festugière (il quale soltanto in un secondo tempo si occupò dei codici trovati a Nag Hammadi); soprattutto l’opera sarà arricchita di preziosi e vasti indici — centinaia di pagine — che permetteranno di navigare nei diversi aspetti di questa bisbetica materia. Li ha realizzati Nicolas Roudet, bibliotecario all’Università di Strasburgo, che ha rivisto l’edizione inserendo le novità dell’autore. Il prezzo previsto: 199 euro; il volume è di circa duemila pagine.
È facile accorgersi dell’immenso lavoro che racchiude. Nel primo tomo vi è una parte dedicata all’astrologia e alle scienze occulte, nella quale si tratta del linguaggio ermetico e delle tradizioni degli alchimisti antichi; anzi questa disciplina viene analizzata come «religione mistica» attraverso gli scritti di Zosimo, autore di lingua greca ma egizio di origine (il lessico bizantino Suida sostiene che fosse di Alessandria); né mancano indagini sulle testimonianze ricavate dai papiri magici o sulle finzioni letterarie del «logos di rivelazione». Una ricerca documentatissima, che prosegue a guerra finita nel secondo volume su Il dio cosmico. In esso la letteratura ermetica — con il panteismo, il Dio visibile e la sua creazione — è esaminata accanto a Platone, talune parti di Aristotele, gli Stoici, Filone.
Il terzo tomo, il cui manoscritto si chiude nel 1951, tratta dell’anima, o meglio psiche, della sua origine celeste e dell’incarnazione che attua a ogni nascita. Festugière tradusse in appendice due opere: il Trattato dell’anima di Giamblico, filosofo di origine siriana morto nel 325 circa della nostra era, convinto che l’uomo con la sola ragione non possa comunicare direttamente con la divinità ed è perciò indispensabile la pratica di rituali magico-religiosi; quindi Sull’animazione dell’embrione di Porfirio, allievo di Origene e di Plotino, scomparso nel 305 d.C. a Roma. Sostiene che il piccolo organismo in via di sviluppo nel grembo materno è come un vegetale, mosso tuttavia da una potenza che giunge dall’anima del mondo (la quale assicura nutrizione e crescita), amministrato dalla psiche della madre. E in un capitolo dedicato alla «caduta» nel corpo dell’eterea sostanza, si avverte che essa rappresenta gli dei sulla Terra.
Il quarto volume tratta del Dio sconosciuto e della possibile conoscenza mistica. Un Dio intuito dai pagani, che si può scrivere ormai con la maiuscola, comprensibile con l’intelligenza, comunque invisibile, non dimostrabile con la ragione. Chiudendo l’opera si comprende come la nostra anima immortale, inventata dai greci e resa celeste da Platone, sia stata «sistemata» con l’aiuto di codesta «rivelazione» pagana. D’altra parte, allorché si cominciò a parlare in termini anti-scolastici nel XV secolo, sostenendo come fece il cardinale Niccolò Cusano che Dio può essere conosciuto mediante l’intuizione mistica e non la ragione, si evocava un concetto caro agli ermetici.
André-Jean Festugière metteva a punto con la sua opera una serie di studi e di indagini sul laboratorio mistico e magico dell’Occidente, dove le idee portanti della psiche o altre vie per «comunicare» con la divinità presero forma. Influssi provenienti dall’Egitto, dalla Grecia, dalla Persia ma anche dal mondo fenicio, caldeo o ebraico si sono incontrati e a volte fusi, assumendo il linguaggio degli iniziati, siano stati essi alchimisti o teologi devoti ai misteri. Noi ne utilizziamo inconsciamente l’eredità quando riflettiamo sull’anima, o cerchiamo di curarla; quando crediamo ai sortilegi o parliamo di rivelazioni. D’altra parte anche i Padri della Chiesa, in genere nemici degli ermetici, ne furono influenzati e, con essi, l’intera fede cristiana.
Questa ricerca nei progetti di padre Festugière anticipava la cura dell’edizione critica del Corpus hermeticum di Ermete Trismegisto, anch’esso in quattro volumi, il primo dei quali uscirà nel 1946 nella serie greca delle Belles Lettres. All’impresa collaborerà il filologo Arthur Darby Nock, professore ad Harvard (quest’opera è tradotta da Bompiani e dalla Lorenzo Valla). Fu però il padre a manovrare il timone editoriale. Diventato nel 1942 direttore all’École pratique des hautes études, scomparirà nel 1982. Non credeva ovviamente che il dio Thot avesse scritto quei trattati complessi dal linguaggio criptico, era però convinto che si fosse rivelato.

Turner: una raccolta di saggi antropologici

Copertina Antropologia dell'esperienzaVictor Turner: Antropologia dell’esperienza, a cura di Stefano De Matteis, il Mulino

Risvolto
«Non è nell’eccezionale e nello straordinario che l’esperienza si realizza e prende forma, ma nell’abituale normalità dell’esistenza: è qui, nel quotidiano, che vengono tessute le fila della comunicazione tra le generazioni.»
La nostra vita è ricca di ritualità e rappresentazioni: ricorriamo a pratiche performative per mostrarci, raccontarci e «metterci in scena» quotidianamente. È così che facciamo esperienza del mondo e lo riproduciamo, interpretandolo e riscrivendolo. Victor Turner si chiede se l’esperienza può tornare a essere un momento di verità e di incontro: per riaffermare una soggettività che si riscopra padrona del proprio destino, al di là della macrofisica del dominio che l’ha estromessa da ogni possibilità di gestione collettiva. Ritrovare il senso di un’esperienza così concepita ci è più che mai necessario, oggi che il rumore di fondo si fa assordante e nulla si fissa e si deposita, gli accadimenti più insignificanti vengono trasformati in «eventi», navigare rimanda solo a Internet e la memoria che conta è quella del nostro smartphone.

Victor Turner (1920-1983), tra i maggiori esponenti dell’antropologia sociale britannica, ha insegnato dapprima a Manchester e poi in varie università americane (Cornell, Chicago, Virginia). Sue opere edite dal Mulino sono «Dal rito al teatro» (1986) e «Antropologia della performance» (1993).

Pubblicato da il Mulino il saggio a cura di Stefano De Matteis che raccoglie gli ultimi sviluppi del pensiero di Victor Turner 
Alessandra Bernocco 24 agosto 2014 Europa

Modernità e modernismo in architettura: Joseph Rykwert

Risultati immagini per Joseph RykwertLa modernità patrimonio comune europeo
L’idea di società prodotta dall’Illuminismo non si è esaurita con la globalizzazione
Vittorio Gregotti Sabato 30 Agosto, 2014 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA

Nella mia generazione vi è stata una lunga contesa intorno a chi fossero i primi moderni. Nella rivista «Casabella» degli anni Cinquanta, le pressioni della mia generazione si erano rivolte anzitutto, forse un po’ troppo prudentemente, ai maestri dei maestri, e quindi alla generazione degli architetti come Van de Velde o Wagner, Tony Garnier o Berlage, sino a Perret e Behrens. Tutto questo nonostante gli uomini di lettere, gli storici e i filosofi si spingessero a identificare i moderni con il pensiero illuminista, e persino con Montaigne.
Per la mia generazione credo, e certamente per me, la sistemazione ordinata e convincente per l’architettura dell’idea di modernità mi fu proprio regalata dal libro del nostro eroe di oggi: Joseph Rykwert. Nella nostra ininterrotta amicizia, che risale a più di sessantacinque anni or sono, ricordo che avevamo, per frammenti discontinui, più volte discusso in molte occasioni pubbliche e private (a partire dal dibattito su questo argomento al Ciam di Hoddesdon) la questione della storia e del contesto fisico e culturale che sarebbe divenuta, in forme molto diverse, materiale essenziale dei progetti della mia generazione. Come anche i celebri libri di Joseph: sulla città, su La casa di Adamo in Paradiso o sulla «seduzione del luogo», solo per citarne alcuni, ci hanno insegnato poi.
Il libro I primi moderni fu pubblicato nel 1980, come una risposta radicalmente alternativa all’ideologia del postmoderno (un’ideologia ben lontana anche dalla descrizione critica di Jean-François Lyotard) che a quella data stava diventando rispecchiamento architettonico dell’era del capitalismo finanziario globale, capace di dimenticare gli ideali della modernità e fare di essi un esercizio di stile mercantile.
È un libro che riletto oggi è lontano da ogni pedanteria accademica e propone con grande talento narrativo una naturale intimità con i personaggi, gli eventi e le situazioni della cultura architettonica europea e delle sue relazioni con la società del XVII e XVIII secolo; comprese le dispute, le ambizioni, i desideri di esibizione, gli «Splendori effimeri», per usare il titolo di un capitolo del libro, ma anche le coraggiose interpretazioni di uno storico-antropologo come Joseph Rykwert che la caratterizzarono. Compresa, in primo piano La verità messa a nudo dalla filosofia cioè dalla Encyclopédie di Diderot e D’Alembert e di Jacques-François Blondel per l’architettura.
Non vi è dubbio che la tradizione iconologica, che con alcuni metodi dell’antropologia ha spazi di tangenza evidenti e che utilizza tutte le testimonianze figurative come fonti storiche per la ricostruzione della storia della cultura, la valorizzazione del contenuto (ben distinto dal soggetto) dell’opera, abbia, nel lavoro di Rykwert storico dell’arte, un’importanza riconoscibile: certo comunque, nella tradizione warburghiana, sia dalla parte di Edgar Wind che da quella di Erwin Panofsky.
Al centro del libro vi è la complessa costituzione della nozione stessa di modernità e delle sue diverse interpretazioni nella storia. Per noi, oggi, tutto questo è accentuato dalle simulazioni che attraversano l’idea stessa di modernità: dalla sua negazione, alla sua falsificazione tecnico-mercantile e dalla sua identificazione con l’idea di novità e di accelerazione, di rivalutazione nella forma del tutto opposta del «meraviglioso e del distante» (in una sorta cioè di caricatura del Romanticismo) purché comprabile e provvisorio. Inoltre i «percorsi della libertà» dell’architetto descritti da Rykwert dopo più di cinquecentocinquant’anni sono oggi sospinti dallo stato di nuove incertezze, promosse dalla liquefazione delle specificità e dei fondamenti del nostro mestiere, anche questa volta, come scrive sempre Rykwert, «dall’iniziato al dilettante».
Mi rendo conto che la mia è un’interpretazione con lo sguardo di oggi dell’insieme delle raffinate riflessioni che I primi moderni ci offrono dei significati della parola modernità; non solo quelle di classico e neoclassico, ma anche di romantico, di neogotico o di eclettismo. Ma è la capacità di suscitare tali interpretazioni critiche, non solo di epoche storiche diverse, ma come fondamento del nostro lavoro di architetto di oggi che rende questo libro prezioso e vivo dopo trentacinque anni.
All’inizio del libro Rykwert scrive: «La parola classico e classicista comportano un senso di autorità e di discriminazione, vale a dire di distinzione di classe. La parola neoclassico è associata a rivoluzione, oggettività, illuminismo, uguaglianza». I nostri anni hanno invece trasferito «il piacere della precisione» da «fondamento di un’architettura universale» (per seguitare a citare i significativi titoli dei capitoli del libro) a servizio del mercato delle immagini.
L’interesse di Rykwert è soprattutto concentrato sul passaggio dall’idea di modernità tra il XVII ed il XVIII secolo, collocando con precisione anche il ruolo storico degli architetti dell’Illuminismo. Naturalmente a questo segue una riflessione sui diversi gradi interpretativi intorno alla parola «romantico» a cui potrebbe seguire la collocazione critica delle ragioni del Neogotico; sia quelle neocattoliche di Pugin che quelle strutturiste di Viollet-le-Duc, come anche le interpretazioni positiviste e del dominio della geometria descrittiva di Louis Durand, utilissime per le ragioni dell’eclettismo della seconda metà del XIX secolo.
Il libro mette anche in evidenza come l’intervento della nozione di gusto alla fine del XVIII secolo, contro ogni valore assoluto proposto dall’idea di classicità, così come lo spostamento degli architetti dalle corporazioni alle accademie abbiano indebolito la posizione dell’architetto nei suoi fondamenti di mestiere. Un indebolimento che le condizioni di produzione, specie quelle di grande scala, hanno oggi accentuato con la collocazione dell’architetto come ideatore di immagine di un prodotto già definito nei suoi elementi di progetto.
La sua conclusione richiama l’opera dell’architetto alla centralità del problema della forma ma è l’intero sviluppo del libro a richiamare continuamente la complessità di quel problema e delle discussioni appassionate intorno alle sue interpretazioni di parte degli architetti, soprattutto quelli del diciottesimo secolo, con cui, pur con tutte le differenze delle nuove condizioni, economiche e tecnologiche e di profonda crisi di valori collettivi a cui siamo oggi di fronte, è necessario confrontarsi.
Che cosa quindi ha insegnato a tutti noi il libro I primi moderni di Joseph Rykwert?
Anzitutto qualcosa di importante attorno al patrimonio culturale comune della cultura europea, ancora più importante oggi, nel mondo globale, per chi crede al contributo possibile della specificità strutturale della cultura dell’Europa. Ma il libro è anche un contributo alla complessità e contraddittoria interpretazione del bene comune e dell’idea di progresso civile, non solo quindi del progresso dei mezzi ma di quello dei fini di un bene collettivo come l’architettura, fondato sui frammenti significativi di verità che essa è in grado di proporre.
In modo più specificamente rivolto alla nostra pratica artistica tutto questo ci suggerisce che la creatività del processo progettuale è forma di modificazione della coscienza critica fondata sul terreno della storia, un terreno insostituibile ma che ci lascia liberi e responsabili della direzione da assumere per la ricerca di qualche elemento strutturale di conoscenza del presente, cioè di ogni nostro futuro possibile e necessario.

Bottino, Renzi & Salvati ovvero la versione soft del sovversivismo delle classi dirigenti

Populismo è proprio questo schmittismo improvvisato. Costoro ci stanno portando alla catastrofe [SGA].

Ieri e oggi. Decidere è l’unica alternativa al populismo
La sfida di Craxi e Renzi alla politica del ghirigoro
Il leader del Psi aveva grinta e capacità, ma il suo partito era troppo debole. Forse adesso il cambiamento ha più possibilità di passare
Michele Salvati Corriere

Un male postmoderno

Arturo Mazzarella: Il male. Etica ed estetica nella società contemporanea, Bollati Boringhieri, pp. 160, euro 14

Risvolto
C’era una volta il male. Quello antico che straziava Giobbe e quello moderno, più multiforme perché scaturito dalla perfidia del cuore, o indotto dalla voluttà di dannazione, oppure amalgamato con il bene nella chimica dei sentimenti. Sotto qualsiasi aspetto si manifestasse, conservava un che di scandaloso, demoniaco, seduttivo. Baudelaire gli riconosceva addirittura «la grazia dell’orrore». Oggi è ancora così? L’acuta perizia critica condotta da Arturo Mazzarella produce un’altra risultanza: il male ha perso il proprio stigma maledetto – la trasgressività morale, contro cui era ancora possibile il titanismo della ribellione – per risolversi in una tonalità estetica, ossia percettiva, sensibile, che depotenzia e atrofizza, avvolgendo vittime e carnefici in un’unica spirale di irresponsabilità. È la molecolare insensatezza che intride magistralmente i romanzi di Michel Houellebecq, Bret Easton Ellis, Roberto Bolaño ed Emmanuel Carrère, i film di Lars von Trier, Gus Van Sant e Michael Haneke, i fotodipinti di Gerhard Richter e le installazioni di Maurizio Cattelan. Fibre di parole e di immagini che rappresentano la nuova fenomenologia del male.


C’era una volta il male demoniaco e seduttivo Ora resta il nichilismo
30 ago 2014 Libero MAURIZIO SCHOEPFLIN
Dov’è finito il male? Se ne ha ancora notizia? Si è ancora in grado di distinguerlo dal bene? Patrick, il protagonista di American Psycho, il controverso romanzo pubblicato nel 1991 da Bret Easton Ellis, risponde negativamente: «La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze sono scomparse tanto tempo fa […] ammesso che siano mai esistite. Non ci sono più barriere da superare […] sono oltre tutto il dolore che ho causato e anche oltre la totale indifferenza che ho provato. Ciò nonostante mi tengo ancora saldo a un’unica, squallida verità: non si salva nessuno, non c'è redenzione per nessuno […] non c’è catarsi. Questa mia confessione non significa niente».
Tali espressioni, che sembrano riecheggiare il nichilismo assoluto di Max Stirner, sono citate da Arturo Mazzarella nel suo volume Il male (Bollati Boringhieri, pp. 160, euro 14), in cui viene proposta una ricognizione del problema del male che approda alla conclusione per cui il male stesso «ha perso il proprio stigma maledetto - la trasgressività morale, contro cui ancora era possibile il titanismo della ribellione - per risolversi in una tonalità estetica, ossia percettiva, sensibile, che depotenzia e atrofizza, avvolgendo vittime e carnefici in un’unica spirale di irresponsabilità».
Mazzarella si muove con dimestichezza all’interno di un perimetro ove troviamo i romanzi di Michel Houellebecq e Roberto Bolaño, i film di Lars von Trier e Michael Haneke, le produzioni di Gerhard Richter e Maurizio Cattelan, tracciando un percorso articolato che mette in primo piano la «molecolare insensatezza» di cui sono intrisi. Oltre ai citati, nel libro compaiono vari pezzi da novanta della cultura occidentale, quali Kierkegaard, Dostoevskij, Baudelaire, Kafka e Kant, il primo a essere ricordato, per aver dato alle stampe nel 1793 un’opera che Mazzarella giudica di valore epocale nello sviluppo della riflessione sul tema del male, La religione entro i limiti della sola ragione, nella quale il sommo filosofo di Königsberg svolge alcune memorabili riflessioni su quello che egli definì il «male radicale», ovvero il principio cattivo che, nella natura umana, coesiste accanto a quello buono.
A tale riguardo, Mazzarella sostiene che se Kant ha ragione nell’affermare che esiste una tendenza al male intimamente legata alla natura umana, si potrebbe giungere a ritenerla una sorta di inestinguibile forza propulsiva, cosa che, negli ultimi anni, sarebbe stata in certo modo descritta e provata «da un ampio ventaglio di esperienze artistiche». A giudizio di Kant, il male non possiede alcuna positività e l’uomo deve impegnarsi per estirparlo da se stesso: tale compito si rivela talmente arduo che il pensatore prussiano sembra propendere verso l’accettazione della necessità di credere nell’intervento di Dio per giungere alla sconfitta della negatività. Kant, che pur rimane un razionalista, sembra volerci dire che la sola ragione non è in grado di spiegare né la presenza del male né come esso possa essere vinto.

Americanismo oggi

Jayber CrowWendell Berry: Jayber Crow, Lindau, pp. 520, euro 24

Risvolto
Per oltre trent’anni Jayber Crow è stato il barbiere di Port William, un piccolo centro agricolo del Kentucky. Tutti sono passati dal suo negozio, affidandogli, insieme ai capelli e alla barba, pensieri e speranze, sogni e delusioni. Ormai anziano, ci racconta le loro vicende, e attraverso di esse la propria stessa vita. Mentre sullo sfondo scorrono gli avvenimenti della Storia – dalla crisi del ’29 alla seconda guerra mondiale, al Vietnam, agli anni ’80 – le piccole storie degli abitanti di Port William si intrecciano costruendo una trama
di forte verità umana. Evocando persone e fatti con il suo tono piano ed equilibrato, Jayber Crow ci parla di amicizia e amore, di gioia e dolore, della fede in Dio e delle trasformazioni che hanno profondamente modificato il rapporto dell’uomo con se stesso e con il mondo. In una realtà scandita dall’avvicendarsi delle stagioni e dal lento scorrere del fiume, la comunità di Port William ha infatti visto minacciati da guerre, avidità e consumo dissennato i suoi delicati equilibri ecologici, economici e umani. Lo sguardo di Jayber è sempre penetrante e sensibile, è quello di chi vuole comprendere più che giudicare e partecipa intimamente a ciò che le persone intorno a lui vivono e soffrono. In questo grande romanzo corale, che è una delle sue opere più alte, pur nell’attenzione verso il mondo tradizionale, Berry non tesse lodi nostalgiche del passato, ma piuttosto ripropone temi cruciali per definire l’identità della nostra società: l’effetto disgregante dell’industrializzazione agricola e la distruzione della natura, l’elogio della lentezza e della parsimonia, il rispetto per la Terra, il senso di solidarietà delle piccole comunità e l’amore per il prossimo.


Difendere la tradizione americana con una fattoria e una biblioteca
Il contadino-scrittore, antimoderno e antistatalista, dipinge in «Jayber Crow» il piccolo mondo antico del Kentucky. Sulle orme di Chaucer e Faulkner29 ago 2014 Libero MARCO RESPINTI

Erano le idi di giugno del 46 a.C. e Cicerone scrisse a Varrone: «Se possiedi un giardino e una biblioteca, hai tutto ciò che ti serve». La civiltà occidentale è praticamente tutta qui: coltivatori e coloni. Per questo i suoi guardiani al tramonto hanno sempre difeso dai molti Hyksos sia i campi sia i libri. Oggi gli splendidi perdenti, gli irregolari e i briganti che formano l’ultima legione a custodia del limes hanno un alfiere d’eccezione in un tale che da mezzo secolo raccoglie il frumento in una piccola farm del Kentucky, il 5 agosto ha compiuto 80 anni e in 11 lustri ha pubblicato 15 libri di romanzi e novelle, 31 di saggistica, 27 di poesia e un gran numero di articoli e introduzioni a testi altrui.

Il suo nome è Wendell Berry, paladino del giardino e della biblioteca occidentali, e resistere al suo il fascino è impossibile. In italiano il poco che c’è lo si deve a un ambientalista sui generis come Giannozzo Pucci, ma ora arriva finalmente Jayber Crow ( Lindau, pp. 520, euro 24), uscito originariamente nel 2000.

Per tre decenni il barbiere di Port William, borgo rurale ovviamente nel Kentucky, vede sfilare un campionario di varia umanità. Sembra che da lui, Jayber Crow, la gente ci vada per confessarsi più che per tosarsi. E lui ascolta, ricorda, racconta. La Grande Storia del mondo di fuori incornicia le mille vicende di una comunità umana diversa e uguale alla nostra, ripetendo il topos dei Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer. Ma la vicenda-quadro che contiene le vite degli altri, in Chaucer come in Berry, non è una scusa: è il senso dato al cammino dalla meta. Nei Canterbury Tales un pellegrinaggio sulla tomba di san Tommaso Becket, in Jayber Crow il viaggio in fondo all’uomo (e forse è la stessa cosa). Le vite sono così solo apparentemente quelle degli altri. Nel palcoscenico neoshakespeariano di questo Kentucky ai confini del mondo e al centro del cuore, Jayber parla di uomini e di cose affinché Berry possa parlare di sé. E così, noi lettori della «società aperta» possiamo provare a riscoprirci confrontandoci con il «piccolo mondo antico».

Berry è irritante. Nessuna critica riesce a schedarlo. Abituata a etichettare solo per consumare, non sa spiegarne l’anti-industrialismo radicale, la lotta alla «economia totale» e l’anarchismo antistatalista fatto di «Dio, patria e famiglia», natura non negoziabile delle cose e uomini impastati (come nella Genesi) della terra che dissodano.

Berry è antipatico. La sua religiosità non istituzionale ma cristiana, la sua fede contadina che preferisce l’orto alle chiese e la sua teologia pseudo-panteista che distingue il Creatore dalle creature spaesano quelli che leggono i libri di preghiere come il bugiardino degli antibiotici. Però sono i cristiani conservatori, cattolici e protestanti, ad amarlo di più. Un po’ amish e un po’ «Omo Selvatico» di Giovanni Papini, Berry riecheggia William Faulkner, ricorda il filosofo-contadino Gustave Thibon, da noi potrebbe musicarlo Davide Van De Sfroos e gli «agrari sudisti» amici di Ezra Pound e T. S. Eliot ne sono lo specchio. Per questi ultimi è stata creata l’espressione «modernismo reazionario»: Berry è un «progressista tradizionalista». Stesso destino di un altro beniamino della sinistra solo perché la sinistra di lui non ha mai capito nulla: Christopher Lasch.

È il dramma della modernità in cerca d’autore la chiave per comprendere i guastatori così: la quadruplice rottura che l’uomo soffre verso Dio, verso sé, verso gli altri e verso l’ambiente, inseguendo una riconciliazione che è anzitutto penitenza per ritrovare il legame autentico ( religio) che arresta la deriva. In Berry compagnia, matrimonio e sessualità sono costanti. Unione. In inglese l’agricoltura di Berry si dice husbandry, le nozze fra l’uomo fecondatore ( husband, marito) e la terra generatrice. Siamo abituati a pensare che è di destra contare i dividendi alla Scrooge e di sinistra suonare la chitarra alla luna, ma Wendell Berry spaia tutto. «Lavoro i campi per gli dèi immortali», scriveva Cicerone nel De senectute.

Indignazione morale e costruzione delle occasioni belliche

Quasi quasi ti faccio una guerra
Dal primo al secondo conflitto mondiale, a quello delle Falkland: i documenti declassificati consentono di capire come sono scoppiati. E saperlo può essere scioccante
Alessandro Barbero La Stampa 28 agosto 2014

Secondo il rapporto di un centro studi americano, in questo momento solo undici paesi al mondo sono completamente estranei a qualunque coinvolgimento bellico. La frequenza delle insurrezioni e delle operazioni di peace-keeping spiega l’allarme di papa Francesco, secondo cui la terza guerra mondiale è già cominciata. In questo mondo che ogni giorno guarda alle ultime notizie dall’Ucraina o dall’Iraq chiedendosi quali saranno le conseguenze, è interessante osservare il comportamento dei politici nelle grandi crisi del passato; in particolare di quei politici che nell’ultimo secolo hanno davvero portato i loro paesi in guerra.
Studiare i giorni convulsi che precedettero lo scoppio delle due guerre mondiali, nel 1914 e nel 1939, e anche dell’unica guerra combattuta dopo di allora fra due paesi occidentali, la guerra delle Falkland del 1982, è un’esperienza molto istruttiva. Perché col passare degli anni i documenti riservati, e anche molti che all’epoca erano considerati segretissimi, sono stati messi a disposizione degli storici. Noi oggi possiamo leggere i commenti personali scarabocchiati dal kaiser Guglielmo II sui telegrammi da Londra («Gli inglesi sono dei farabutti!»), la reazione del ministro degli esteri Galeazzo Ciano alla scoperta che i tedeschi avevano già deciso di fare la guerra senza dirlo a Mussolini («Ci hanno ingannato e mentito»), il diario del principale consigliere di Ronald Reagan durante la crisi delle Falkland («Le isole Falkland! Mai sentite, vero? Neanch’io, fino a ieri sera»).
Quando dico che i documenti sono a disposizione degli storici, intendo dire che sono a disposizione di tutti. Si trovano su Internet, a patto di cavarsela coll’inglese, già ordinati in ricchissimi dossier; anche quelli della guerra delle Falkland, che sembra ieri, e invece sono passati più di trent’anni e il governo britannico ha declassificato, come si dice, i documenti segreti. E così oggi sullo straordinario sito della Fondazione Margaret Thatcher si trova tutto, dalle trascrizioni delle telefonate con Reagan fino ai verbali scarabocchiati a matita delle riunioni dei deputati conservatori (Lord Onslow: «Affondiamogli tutta la flotta!»). In altre parole, noi sappiamo del kaiser e dello zar, di Hitler e di Mussolini, di Reagan e della Thatcher quello che non sappiamo, per ora, di Obama e di Putin: come parlavano davvero, cosa si dicevano in privato, cosa annotavano nei loro diari. L’esperienza, a seconda del punto di vista, può essere rassicurante o scioccante: i padroni del mondo sono persone qualunque, perdono la testa e si arrabbiano, decidono sull’impulso del momento, poi ci ripensano, si preoccupano di cosa penserà la gente, hanno paura di perdere la faccia, sperano che gli altri siano ragionevoli, sperano che succeda qualcosa a tirarli fuori dai guai, e quando tutto va a finire male dichiarano che loro non c’entrano, è colpa della fatalità (il cancelliere tedesco, Bethmann-Hollweg, il giorno prima di dichiarare guerra alla Russia nel 1914: «Tutti i governi, compreso quello russo, e la grande maggioranza dei popoli erano per sé stessi pacifici; ma il sasso ha cominciato a rotolare...»). 
Ma una cosa li accomuna tutti: non vorrebbero la guerra, però sono disposti a correre il rischio. Bisogna punire uno Stato canaglia che fomenta il terrorismo: è l’opinione diffusa in Austria dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo per mano di terroristi serbi, e qui sarà il caso di ricordare che se a noi l’assassinio di un arciduca può sembrare meno grave che non l’abbattimento di due grattacieli e la morte di tremila persone, per i politici del 1914 era enormemente più grave. Bisogna punire lo Stato canaglia per difendere la civiltà e perché l’opinione pubblica lo pretende (Sigmund Freud, a Vienna, alla notizia della dichiarazione di guerra alla Serbia: «Tutta la mia libido è rivolta all’Austria-Ungheria»), e si è disposti a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mortale, anche perché sotto sotto non ci si crede. Oppure: bisogna mostrare che la Germania è forte e risolvere con la forza il litigio con la Polonia, e si è disposti (almeno Hitler lo era, nel 1939) a correre il rischio che la guerra si allarghi e diventi mondiale, anche perché sotto sotto si è convinti di farla franca un’altra volta: dopo tutto, le potenze democratiche hanno permesso alla Germania nazista di mangiarsi l’Austria e la Cecoslovacchia, perché dovrebbe essere diverso stavolta?
E infine: bisogna salvare il regime e compattare un popolo scontento, schiantato da un’inflazione al 600%, invadendo le Falkland, anzi le Malvinas, come le chiamano in Argentina, quelle Malvinas che da centocinquant’anni tutti gli scolaretti argentini imparano a desiderare come gli italiani desideravano Trento e Trieste. In quel caso non si può neppure parlare di un rischio calcolato: i generali argentini erano sicuri che la Gran Bretagna non avrebbe reagito, e che il loro buon amico Ronald Reagan li avrebbe protetti. Dopo tutto, solo pochi mesi prima il presidente americano aveva accolto alla Casa Bianca il dittatore argentino Galtieri, e lo aveva chiamato «un magnifico generale» per il suo zelo anticomunista. Non sapevano, come sappiamo noi, che «Ron» aveva già scritto alla «dear Margaret» garantendole che se le cose si mettevano male gli Stati Uniti l’avrebbero sostenuta. Non lo sapevano, però avrebbero potuto immaginarlo: come scrisse poi impietosamente l’Economist nel necrologio del generale Galtieri, «forse qualcuno dei suoi compatrioti poteva perdonarlo per la sua spietatezza, ma non per la sua stupidità». E dunque è così che scoppiano le guerre: quando qualcuno decide di correre un rischio. Finché la terza guerra mondiale non è ancora scoppiata, è sui rischi impliciti in ogni mossa dei leader che l’opinione pubblica dovrebbe meditare, se vuole provare a capire qualcosa.

Peter Hopkirk

Risultati immagini per Peter HopkirkPeter Hopkirk, nel cuore del Grande Gioco asiatico
Morto a Londra lo scrittore che ha raccontato conflitti, intrighi e deliri nel continente conteso a cavallo tra ’800 e ’900
Ilaria Maria Sala la Stampa 31 agosto 2014

Sono state settimane, mesi concitati sulla scena internazionale: tempi di frontiere modificate, d’impensabili califfati improvvisamente emersi dalle rovine di guerre annose, di conciliaboli diplomatici che cercano di dare un senso a equilibri geopolitici in costante movimento, davanti alla contesa per le isole dell’Asia orientale e alle nuove alleanze economiche tra la Mongolia, la Cina e la Russia. E proprio in questo clima di imprevisti politici così profondi sembra quasi impossibile che la notizia della scomparsa di Peter Hopkirk (a Londra, a 84 anni) sia passata talmente in sordina.
Peter Hopkirk, l’autore di volumi come Il Grande Gioco, o Diavoli stranieri sulla Via della Seta, o ancora La conquista di Lhasa - tutti pubblicati in Italia da Adelphi - ha infatti saputo andare alle fonti di alcuni dei maggiori conflitti della seconda metà del XIX secolo e della prima metà del XX, riportando in vita quegli avventurieri, soldati, ufficiali, spie, idealisti, rivoluzionari e archeologi che si sono succeduti nei corridoi più segreti del vasto continente eurasiatico, tessendo storie tra le più incredibili e avvincenti. Personaggi di volta in volta eroici o improbabili, guidati da una smania di potere, di gloria, di sete di emozioni o di fame di cultura, che si sono avvicendati ora al servizio della Corona britannica, ora a quello della Rivoluzione bolscevica.
Il cuore dell’Asia è stato percorso però anche da deliri più ristretti, su cui Hopkirk si è lungamente soffermato, che videro improbabili personaggi come il Barone Sanguinario, al secolo Barone Ungern-Sternberg, sognare un nuovo Impero Mongolo. O uomini come il Generale Ma, messosi alla testa di alcune popolazioni musulmane del Turkestan Orientale sotto controllo cinese (oggi chiamato Xinjiang), in cerca di appoggi diplomatici per creare un nuovo Stato. I sogni truculenti di Unger-Sternberg e quelli forse più idealisti di Ma e di altri signori della guerra sfiorarono in linea d’aria il lento avanzare di Aurel Stein, studioso e archeologo di origine ungherese, naturalizzato britannico, che scoprì i preziosissimi manoscritti di Dunhuang, in lingue note e sconosciute, e li comprò per quattro soldi da un monaco bizzarro, reso mezzo matto dai decenni di solitudine ai bordi del deserto, per poi spedirli in 24 casse alla British Library, dove tutt’ora giacciono, tesoro fra i tesori che ancora oggi vengono studiati e analizzati.
Per diciannove anni Hopkirk era stato giornalista al Times di Londra, specialista del Medio e Estremo Oriente. Poi aveva lasciato il giornalismo per diventare scrittore a tempo pieno, rincorrendo nell’Asia Centrale, nel Nord dell’India, della Cina, del Pakistan e dell’Afghanistan i fili di verità storica di quelle che erano state le letture più intense della sua giovinezza. Così, partendo da Kim, il capolavoro coloniale di Ruyard Kipling, «bardo dell’Impero britannico», Hopkirk ha ritessuto il canovaccio di quel «Grande Gioco» che vedeva la Russia e la Gran Bretagna combattersi a colpi di spionaggio e imboscate per cercare di invadere l’India, l’una, e conservare i suoi possedimenti coloniali, l’altra. In mezzo a russi e inglesi si mescolavano indiani e cinesi, afghani, francesi e tibetani, pakistani e uzbeki alla ricerca di una causa, o della difesa di territori guardati con ingordigia da altri. Hopkirk è stato il primo a spiegare che nessuno poteva davvero pretendere a una legittima sovranità sul Tibet, per quanto l’interferenza britannica, ancora una volta alla caccia di stratagemmi per assicurarsi i suoi possedimenti indiani, abbia per sempre complicato le cose, dopo la disgraziata invasione armata di Francis Younghusband.
Migliaia di lettori sono stati svegli tutta la notte mentre Hopkirk li portava a cavalcare con lui nelle gole rocciose di terre che aveva percorso in lungo e in largo, figura ancora in bilico tra un’idea di onore d’era coloniale e il rifiuto sempre più ampio del colonialismo. Anno dopo anno, studenti di russo e di cinese sono arrivati in classe con gli occhi arrossati dopo essersi divorati senza spegnere la luce i suoi volumi, che hanno dato uno spessore umano tutto particolare ai movimenti semi-segreti delle più grandi potenze mondiali in zone aride e brulle, che a più riprese sono sembrate il centro intorno a cui si sarebbero decise le sorti del pianeta.
Hopkirk, infatti, prima di tutto ha saputo raccontare con il rigore dello storico appassionato i momenti più complessi e intricati di alcuni degli episodi contenuti nei plichi dell’intelligence e nei romanzi d’avventura più eterni, quelli di Kipling, di un certo Conrad e di molto John Buchan, divenendo un John LeCarré degli archivi, dal ritmo incalzante e dalle infinite suggestioni. Proprio per questa forte vena letteraria, il suo ultimo lavoro è stato il delicatissimo Alla ricerca di Kim, dove un Hopkirk ormai maturo vuole concedere al ragazzo che era stato di rispondere a ogni curiosità sul suo romanzo più amato –, ripercorrendo ogni tappa delle avventure del piccolo orfano di Lucknow divenuto membro dei servizi segreti indiani. E regalando a noi, suoi lettori, altre ore di emozioni.

La fantastoria e le sue attendibili fonti

La Wikileaks dei nazisti frutto di un «nobile» tradimento?
Roberto Festorazzi - il Giornale Lun, 01/09/2014a

domenica 31 agosto 2014

Dalla storia del Pci

Avevo già segnalato alcune recensioni di questi libri prima dell'estate [SGA].

Guido Liguori: Berlinguer rivoluzionario, Carocci

Guido Liguori e Paolo Ciofi: Un’altra idea del mondo, Editori Riuniti University Press
Alexander Höbel: Luigi Longo. Una vita partigiana, Carocci

Marco Albeltaro: Le rivoluzioni non cadono dal cielo. Pietro Secchia, una vita di parte, Laterza

Antonia Lovecchio: Professione rivoluzionario, Edizioni del Sud

Luisa Lama: Nilde Iotti, Una storia politica al femminile, Donzelli
Quattro saggi rileggono la storia del partito comunista attraverso i comprimari: tra lotta, cultura e rigidi ideali
angelo d’orsi La Stampa

Il nuovo Secolo Americano

U7252675_Perche l'america non fallira@001.inddIn troppi, reduci da troppe delusioni e animati da troppe speranze (oltre che armati da una buona dose di pensiero magico), credono che presto vedremo il socialismo grazie alla Cina e ad un fantomatico campo dei Brics. Bisogna ricordare che siamo in piena offensiva di ricolonizzazione del mondo [SGA].

Josef Joffe: Perché l’America non fallirà. Politica, economia e mezzo secolo di false profezie, Utet

Risvolto
A ogni nuovo decennio si ripetono, puntuali, le profezie di storici ed economisti sul declino degli Stati Uniti d’America. Se a spegnere l’euforia del dopoguerra ci fu l’incubo dell’inferiorità nei confronti dell’Unione Sovietica, nel decennio successivo la guerra in Vietnam e le sue dolorose ripercussioni fecero parlare, per gli Usa, di “un tentativo di suicidio collettivo”. Previsioni apocalittiche accompagnarono la svalutazione del dollaro e lo spettro di una nuova minaccia russa negli anni settanta. In seguito, il miracolo economico giapponese e il senso di inadeguatezza nei confronti dell’Europa hanno continuato ad alimentare l’idea di un crollo imminente e inevitabile. Osservata da questa prospettiva “declinista”, la storia americana recente ci restituisce l’immagine di una superpotenza sul viale del tramonto, prossima a una definitiva uscita di scena. Ma è un’immagine distorta, ed essenzialmente sbagliata.
In questo saggio lucido e provocatorio, Josef Joffe smonta oltre mezzo secolo di falsi miti e profezie. Col piglio del polemista (e appoggiandosi a una impressionante serie di analisi economiche e geopolitiche) dimostra che le previsioni sul fallimento dell’America non si sono rivelate altro che vuota scaramanzia, strumentalizzata – sia dalla destra, sia dalla sinistra – per assicurarsi maggior potere politico. Le ombre che minacciavano la supremazia degli Stati Uniti si sono regolarmente dileguate. E non è da temere, rassicura Joffe, neppure l’ascesa di Paesi come India e Cina: un sistema educativo di altissimo livello e ingenti investimenti militari sono argini efficaci, che proteggeranno il primato americano. Se sapranno mantenere intatta la loro capacità di reinventarsi, gli Stati Uniti rimarranno ancora a lungo la più importante tra le “potenze di default” – le nazioni cui le altre guardano quando nessuno si fa avanti – per la loro abilità nel fare «ciò che altri non sanno o non vogliono fare».

Nel suo "Perché l'America non fallirà", Joffe smaschera gli allarmi del passato e rigetta le attuali teorie sul torbido futuro che attenderebbe il paese 
 Luca Gino Castellin 9 agosto 2014 Europa

Climatologia politica

Wolfgang Behringer: Storia culturale del clima. Dall'era glaciale al riscaldamento globale, Bollati Boringhieri

Risvolto
Chi sa quanto sia variabile il clima e quanto sia elastica la reazione culturale dell'uomo ai suoi mutamenti, sarà in grado di comprendere meglio il dibattito che si sta svolgendo in questi anni sul Riscaldamento globale. Gli uomini sono figli dell'Era glaciale: solo quando il freddo intenso dell'ultima glaciazione cominciò a stemperarsi, oltre 10 000 anni fa, iniziò la coltivazione, e con questa l'urbanizzazione e - in definitiva - l'inizio della storia. Può apparire paradossale, ma è stato il riscaldamento del clima a crearci. Nel corso di tutta la storia umana, d'altra parte, il clima non è certo rimasto stabile e i suoi effetti sulle culture sono stati enormi. Non si può prescindere dalle condizioni climatiche nello studio delle civiltà, dei popoli, delle guerre, delle migrazioni, delle carestie, delle religioni e persino dell'arte e della letteratura. Diventa sempre più chiaro che il clima della Terra è parte integrante e motore inconsapevole dello sviluppo storico, politico e culturale dell'uomo.

Un libro di Wolfgang Behringer
È il clima che decide la storia
Favorì l’ascesa di Roma, preparò la Rivoluzione francese
di Giovanni Caprara Corriere 28 agosto 2014