mercoledì 26 novembre 2014

Gli intellettuali e la guerra: un convegno a Roma Tre in ricordo di Elio Matassi

La guerra in questione è la Prima guerra mondiale. Parteciperò domani pomeriggio con una relazione dal titolo: Universalismo ed egemonia: Jünger, Moeller e il bilancio della mobilitazione ideologica nella Prima guerra mondiale. Per qualche giorno questo blog verrà inevitabilmente trascurato [SGA].


Le voci dei soldati dal macello europeo nel libro di Paolo Rumiz

Come cavalli che dormono in piediPaolo Rumiz: Come cavalli che dormono in piedi, Feltrinelli

Risvolto

Questo è il racconto di un viaggio in treno, anzi di molti viaggi in treno. Il narratore parte per la Galizia: che prima nel 1914 e poi nel 1915 fu teatro di pesantissimi combattimenti fra russi e austro­ungarici. Lì scorre il primo sangue della grande guerra. Lì il narratore raccoglie le prime voci, le voci che vengono dalle piccole luci dei cimiteri polacchi dove le tombe si lucidano sino a farle brillare. E quelle voci si sommano alle altre che progressivamente Rumiz raccoglie: i tedeschi, gli italiani, gli austriaci sembrano parlare la stessa lingua della morte subita. E quei cimiteri si rivelano abitazioni create per l'eterno. Sul treno che lo riporta in Italia dalla Polonia il narratore fatalmente smarrisce il quaderno degli appunti. Quella perdita gli stringe il petto come una morte. Vi legge con nettezza il rischio della perdita della memoria storica che è di fatto il segno più luttuoso a cui noi fragili umani siamo esposti. Per fortuna arrivano come benedizione i nuovi racconti orali, l'aprirsi delle cassapanche dove le famiglie tengono come preziosi cimeli i diari, gli appunti, le cartoline, gli effetti personali di chi non è più. Da quei racconti la memoria risospinge il racconto in Russia, in Ucraina, a Leopoli, là dove si destano le rimembranze di alpini passati dalla guerra alla rivoluzione leninista. La lenta tradotta su cui viaggia il narratore accoglie fantasmi di soldati: i fantasmi dei vivi si accompagnano a quelli dei morti e il viaggio finisce a Redipuglia...


L’anticipazione / La Grande Guerra vista dalla parte degli austroungarici Esce “Come cavalli che dormono in piedi”, il nuovo libro di Paolo Rumiz

A mio nonno che combatté con l’Impero 

PAOLO RUMIZ Repubblica 26 11 2014

«NON sono morto qui, ma qui ritorno perché ho lasciato pezzi di me stesso in questo fortilizio di sventura. Son figlio del Trentino e son sepolto sui monti da cui vedi Adige e Sarca: per questo il nome mio non troverai sopra nessuna croce di Galizia. Tu cerchi il tuo antenato tra i milioni: impresa quasi eroica, figlio mio, per questo ti ho voluto trattenere sul limitare di questa boscaglia. Non potevo lasciare che tu errassi ramingo e senza aiuto in questa piana. E adesso ascolta bene ciò che dico: son Giacomo Beltrami da Nomesimo, fervente patriota Ka und Ka, soldato veterano dell’Impero. Io l’ho incontrato il tuo vecchio, ed è stato mentre si andava d’agosto col treno lungo la piana magiara infinita.
Estate del ‘14, tremenda: metà dei nostri perduti in due mesi. Non so a che reggimento appartenesse, 97 oppure 27, so solo che lo vidi alla stazione di Szolnók sulla strada dei Carpazi. La mensa era strapiena di soldati bloccati da un ingorgo di tradotte, e lì passammo insieme una giornata che fu davvero l’ultima di gioia. Aveva tre stellette, era sergente, Zugsführer con fischietto e baionetta, molto elegante, nastrino e medaglia, e con la bottoniera inappuntabile. Mangiai con lui un Gulasch di patate che ci incendiò la bocca con la paprika: era tremendo e ridemmo alle lacrime. Ricordo il lampo azzurro dei suoi occhi e i witz che scodellava senza sosta. Che bello fu sentire la mia lingua lì tra croati, boemi e ungheresi, in mezzo agli ufficiali che abbaiavano comandi in un tedesco incomprensibile.
Tuo nonno mi ricordo, improvvisò tutto da solo un po’ d’avanspettacolo: c’era una folla pazzesca a sentirlo, parlò in dialetto, tedesco e sloveno, “Alè”, gridava, “kommen Sie hinein! Vegnì, briganti, tuti qua a sentir!” e poi come un perfetto imbonitore rappresentò un serraglio di animali, scimmie, serpenti, oranghi e coccodrilli riuscendo a diventare, te lo giuro, scimmia, serpente, orango e coccodrillo. Ricordo tutto come fosse ieri: “El crocodil”, ringhiava, “che xe come la sariandola ma non xe sariandola...”, poi annunciava “el serpente boia de forza stremendissima”, diceva, “le pantegane vecie de do ani e po’ el simioto, e ancora l’orso bianco che magna solo scorze de patate”... Ma quello che faceva più da ridere era “el magnaformìgoli” e cioè il formichiere “col rochel per lingua”.
Era un portento, un attore mancato, teneva su il morale a tutti quanti: io mi pisciai addosso dal gran ridere, c’era un polacco paonazzo che aveva un contagioso singhiozzo, e i ruteni mezzi ubriachi che si sbellicavano. Ghignavano finanche gli ufficiali picchiando gli stivali sul selciato; si sganasciavano pure i magiari, di solito un po’ ostili con i nostri, anche i croati corsero a vedere, insieme ai camerati della Bosnia. Insomma, forestiero, devi credermi: si scompisciava l’intera stazione. Sazi eravamo, allegri e ben “bevuti”: fu quella una giornata memorabile, e allora non sapevo che l’avrei ricordata per mesi nella tenebra orrenda di questa catacomba, di cui rammento solo freddo e fame. Come eravate diversi da noi trentini, contadini generati da un duro patriarcato di montagna, voi di Trieste bravi a far baldoria!
Ci separammo dopo poche ore, io proseguii sul fronte di Leopoli e lui fu dirottato su Tarnovo con altri treni giunti da Trieste. Oltre i Carpazi già bianchi di neve, il nostro battaglione giunse al fronte in mezzo a una palude sterminata — il suo nome dannato è RawaRuska — dove sentimmo per la prima volta tuonare i grossi calibri a distanza, colpi tremendi, rimbombi e boati... Non sai che cosa siano le granate: locomotive infuocate fischiavano sopra le nostre teste, treni interi ci sorvolavano in un lungo sibilo e andavano a schiantarsi nei burroni. Tutto volava, anche i nostri corpi, vedemmo carne umana e di cavallo, talvolta corpi inverso teri, appesa agli alberi come sui ganci di uno scannatore.
E quando il cielo tacque finalmente si videro i cavalli del nemico percuotere il terreno, e fu il terrore, venivan come pazzi allo scoperto, colbacco di traverso e con le sciabole che roteavano, di noi, poi venne un mare di uomini a piedi, non ne ho mai visti tanti in vita mia, formicolava tutto l’orizzonte di teste, baionette e di fucili. Vidi infilzare un compagno da un russo, io ne ferii un altro col fucile, quello chiese pietà e alzò le mani, occhi sbarrati e bocca spalancata, ma io ero cane idrofobo e ficcai la baionetta in fondo alla sua gola. Fummo rapidamente circondati: non c’eran più comandi, gli ufficiali non si trovavano. Soli eravamo, allo sbaraglio, in un mare di fuoco.
E venne il grido “Si salvi chi può” lanciato da qualcuno e poi, ti giuro, non ci rimase altro che la fuga, tre giorni di passione e amaro in bocca, dormendo nelle buche e raccogliendo il pane duro dei morti ammazzati. Giunsi qui a Przemysl in cerca dei miei. Metà del reggimento era perduto, ma ebbi la sorpresa di trovare molti ufficiali sazi e riposati, senza un graffio, in taverna a far baldoria. Per loro noi si era solamente ciò che si dice “carne da cannone”. Fu lì che vidi in faccia con paura la fine dell’impero con due teste. L’attacco era imminente, si sapeva: per questo tutto intorno alla città, nei boschi di betulla e nei faggeti, cantavan le mannaie per spianare il terreno alle nostre artiglierie. Ma adesso, tu che stai su quel roveto, sporgendoti sull’acqua, ascolta un po’ cosa successe il 15 settembre: in mezzo a un pandemonio di soldati, sperduta tra carriaggi e salmerie, si vide per le strade una straniera. Portava un sacco e due grosse valigie. Veniva da Trieste, ci fu detto, ed era lì per cercare suo figlio, acquartierato con l’Ottantasette. Indomita era, bruna e molto bella, parlava con la lingua di tuo nonno. Bussò senza paura alla caserma, si conquistò l’intera guarnigione, portò maglioni e calze in lana grezza, grappa, salsicce e formaggio sott’olio. Rimase dieci giorni a far la calza e a rammendar la nostra biancheria, perché sentiva tutti figli suoi.
“Mamma”, le chiesi un giorno, ripensando al vecchio incontro, “dimmi, tu conosci un triestino di nome Ferruccio, piccolo, dall’occhio azzurro-acciaio, capace di portare il buonumore come nessuno?”, e allora lei rispose che era il fidanzato di sua figlia... che dunque era... tua nonna, se non sbaglio. E adesso tu mi guardi stupefatto! Non ne hai motivo. Impara, il mondo è piccolo: persino in mezzo a schiere e a reggimenti due anime si posson ritrovare. Ah già, dimenticavo, la tua vecchia: Virgilia si chiamava, e se ne andò due giorni soli prima che l’assedio chiudesse la città in una tenaglia. Saltò sull’ultimo treno per l’Ovest ma prima fece in tempo — mi commuovo ancora a ripensarci — a sferruzzarmi due carape di lana per l’inverno, che mi salvarono i piedi dal gelo».
© Giangiacomo Feltrinelli Editore. Published by arrangement with Marco Vigevani & Associati Agenzia Letteraria © RIPRODUZIONE RISERVATA

Discriminazione di razza e discriminazione di classe negli Stati Uniti

CW Press: Una razza di classe. La rivolta di Ferguson contro l’America di Obama



Una segregazione oltre la linea del colore 
Saggi. «Razza di classe», un volume collettivo sul razzismo negli Usa. La rivolta di Ferguson e in altre città svela drammaticamente i limiti della risposta «liberal» al razzismo di Stato e a quello che viene dal «basso»

Miguel Mellino, il Manifesto 26.11.2014 
Fer­gu­son è di nuovo in fiamme. Il ver­detto del Grand Jury è arri­vato: Dar­ren Wil­son, il poli­ziotto che uccise nell’agosto scorso il gio­vane africano-americano Michael Brown durante uno dei soliti con­trolli ves­sa­tori a cui ven­gono sot­to­po­sti ogni giorno migliaia di neri nelle città degli Sta­tes, non sarà incri­mi­nato. Dai pre­sidi e dalle mobi­li­ta­zioni delle set­ti­mane scorse si è pas­sati di nuovo alla rivolta; sin­tomo che buona parte della popo­la­zione, e non solo di Fer­gu­son, aveva già espresso la sua sen­tenza: omi­ci­dio, ese­cu­zione, e non altro.
Quanto acca­duto a Fer­gu­son però non deve essere inter­pre­tato come un sem­plice epi­so­dio di vio­lenza poli­zie­sca che chiede giu­sti­zia, e nem­meno come un qual­cosa di tipico sol­tanto della società ame­ri­cana, della sua sto­ria par­ti­co­lare, della sua par­ti­co­lare strut­tura di classe. Le vio­lenze raz­zi­ste (isti­tu­zio­nali e non) che subi­scono i neri di Fer­gu­son, così come la realtà urbana pro­fon­da­mente segre­gata di que­sto sob­borgo peri­fe­rico di St. Louis, rimo­del­lato negli ultimi anni dai pro­cessi di gen­tri­fi­ca­zione e di «accu­mu­la­zione per spo­lia­zione» di un capi­ta­li­smo dive­nuto sem­pre più estrat­tivo, pur nella loro spe­ci­fi­cità ame­ri­cana, non appa­iono poi così tanto diverse dalle logi­che di comando del capi­tale ad altre latitudini. 
Sono due delle con­clu­sioni che si pos­sono rica­vare (sin dal titolo) da Razza di classe, un e-book uscito recen­te­mente set­ti­mana fa a cura del col­let­tivo Com­mo­n­ware. Si tratta di una rac­colta di arti­coli e inter­vi­ste in cui atti­vi­sti e intel­let­tuali ame­ri­cani rie­scono a col­lo­care in modo effi­cace i fatti di Fer­gu­son entro una «genea­lo­gia lunga», sia in senso tem­po­rale (nella spe­ci­fi­cità della sto­ria degli Usa), sia in senso spa­ziale (nei muta­menti del modo di accu­mu­la­zione del capi­tale globale). 
Mac­china penale 
La rac­colta pre­senta alcune tesi comuni a tutti gli inter­venti. Le vio­lenze quo­ti­diane della poli­zia nei con­fronti dei gio­vani neri, messe in pra­tica attra­verso la tec­nica dello «stop and frisk» (fermo e per­qui­si­zione), ven­gono qui inter­pre­tate come un aspetto essen­ziale di una «guerra di classe» di bassa inten­sità con­dotta dallo stato con­tro quei gruppi e sog­getti sociali dive­nuti mera «ecce­denza», ovvero come uno degli stru­menti di con­trollo sociale su quella parte del pro­le­ta­riato nero espulsa dal mondo lavoro e dalla sfera della società civile dopo il pro­cesso di ristrut­tu­ra­zione neo­li­be­ri­sta. La vio­lenza poli­zie­sca viene a con­fi­gu­rarsi qui, nella sua fun­zione mina­to­ria, come una sorta di pro­se­cu­zione post­for­di­sta dei lin­ciaggi, per ricor­dare la nota tesi di Angela Davis. 
Tut­ta­via, la poli­zia viene vista sol­tanto come l’avamposto, insieme alle «scuole ghetto» e alle pri­gioni, di una «mac­china penale repres­siva» più estesa che, nella sua dia­let­tica di con­trollo, oscil­lante tra abban­dono (come nel caso dell’uragano Katrina) e incar­ce­ra­zione di massa, deve essere inter­pre­tata come la rispo­sta poli­tica dello stato ame­ri­cano all’abolizione della schia­vitù, al movi­mento dei diritti civili e del black power, ovvero alla minac­cia posta dal lavoro nero libero e dalla mobi­lità del lavoro nero alla strut­tura di classe tra­di­zio­nale della società ame­ri­cana, pla­smata sul discorso colo­niale della whi­te­ness. Michael Brown, come tanti altri gio­vani neri e lati­nos, è stato inghiot­tito non da un poli­ziotto, ma dagli ingra­naggi cri­mi­nali della mac­china ame­ri­cana della supre­ma­zia bianca. 

Il testo dun­que appare omo­geno nel sol­le­ci­tarci a pen­sare il raz­zi­smo come un vero e pro­prio «sistema», come un dispo­si­tivo cen­trale della stessa com­po­si­zione di classe del capi­ta­li­smo ame­ri­cano; e in quanto tale, ci viene pre­ci­sato nell’introduzione, come un feno­meno che non riguarda uni­ca­mente gli appa­rati repres­sivi dello stato, ma la società intera: dalla scuola alle uni­ver­sità, dal lavoro ai media, dallo spa­zio urbano al sistema penale. Fer­gu­son non fa che mostrare la natura ideo­lo­gica dell’ordine discor­sivo domi­nante sul pre­sunto dive­nire post-razziale degli Stati Uniti di Obama. Razza e raz­zi­smo sono strut­ture mate­riali, non solo simboliche. 
È così che Razza di classe pro­pone alcune con­si­de­ra­zioni sulla natura del raz­zi­smo su cui occorre sof­fer­marsi, se pen­siamo alla povertà (ma anche a quello che pos­siamo chia­mare in ter­mini sar­triani una sorta di «mala­fede col­let­tiva») del dibat­tito ita­liano su que­sto argo­mento. Dal testo si evince con chia­rezza quanto sia poli­ti­ca­mente fuor­viante con­si­de­rare la vio­lenza raz­zi­sta come il pro­dotto di un «pre­giu­di­zio», di una «man­canza» o di un «defi­cit di cul­tura», per così dire, di cui sareb­bero attra­ver­sati i (soli) sog­getti raz­zi­sti (diver­sa­mente al resto della società illu­mi­nata). La forza delle inter­pel­la­zioni raz­zi­ste non sta nel pre­giu­di­zio, con buona pace del socio­logo fran­cese Pierre-André Taguieff. Ugual­mente fuor­vianti appa­iono qui altri discorsi «pro­gres­si­sti» che ritor­nano ogni volta sulla scena pub­blica ita­liana come i giu­sti corol­lari inter­pre­ta­tivi di nuove aggres­sioni o vio­lenze raz­zi­ste: con­tra­ria­mente a quanto pen­sano libe­rali e sini­stra isti­tu­zio­nale, il raz­zi­smo non è un feno­meno che viene sol­tanto dall’alto, non è quindi legato sol­tanto alle isti­tu­zioni (alle forze dell’ordine, al meschino tor­na­conto dei poli­tici di pro­fes­sione o alle poli­ti­che di con­trollo del lavoro o delle migra­zioni), e non è nem­meno un feno­meno che emerge soprat­tutto nelle situa­zioni di povertà o di degrado, o in quar­tieri peri­fe­rici disa­giati o non belli dal punto di vista archi­tet­to­nico (come sug­ge­ri­scono, per esem­pio, alcuni inter­venti di que­sti giorni a pro­po­sito dei fatti di Tor Sapienza a Roma). 
Razza di classe ci induce invece a pen­sare il raz­zi­smo come un dispo­si­tivo di comando costi­tu­tivo del capi­ta­li­smo moderno e delle sue moda­lità colo­niali, sovrane e necro­po­li­ti­che (e non solo bio­po­li­ti­che) di ammi­ni­stra­zione, con­trollo e pro­du­zione di ter­ri­tori, cul­ture, saperi e popo­la­zioni. Inte­res­sante appare qui la defi­ni­zione di Ruth W. Gil­more ripor­tata nel testo, secondo cui «il raz­zi­smo è la pro­du­zione e lo sfrut­ta­mento, legit­ti­mati in qual­che modo dallo stato, di diversi gradi di “vul­ne­ra­bi­lità a morte pre­ma­tura” tra i diversi gruppi sociali, nell’ambito di geo­gra­fie poli­ti­che distinte ma tut­ta­via den­sa­mente interconnesse». 
Colo­nia­li­smo globale 
Il raz­zi­smo, dun­que, non può essere con­si­de­rato come un mero effetto secon­da­rio di altri pro­cessi: si tratta di un feno­meno che attra­versa tanto la strut­tura di classe quanto l’ordinamento sim­bo­lico delle società statal-nazionali moderne, e cha ha avuto il suo «grado zero» nello svi­luppo del colo­nia­li­smo e della schia­vitù, ovvero nella «colo­nia­lità» del potere capi­ta­li­stico glo­bale moderno. In quanto essen­ziale dispo­si­tivo moderno di gerar­chiz­za­zione (mate­riale e sim­bo­lica) della cit­ta­di­nanza riguarda la pro­du­zione e gestione della società nel suo com­plesso. Ad essere raz­zia­liz­zati non sono solo gli «altri». 
Quest’ultimo è un indi­spen­sa­bile punto di par­tenza per la costru­zione di una pra­tica teo­rica e poli­tica anti­raz­zi­sta dav­vero radi­cale. Anche per­ché le società euro­pee non pos­sono certo dirsi lon­tane da Fer­gu­son: solo che qui la supre­ma­zia bianca si è sto­ri­ca­mente iscritta nello stesso signi­fi­cante Europa durante l’espansione colo­niale, men­tre la fun­zione sto­rica dei lin­ciaggi viene affi­data oggi non solo alla gestione poli­zie­sca delle zone ad alta den­sità di popo­la­zioni post­co­lo­niali, ma anche alla vio­lenza di Cie, Cara, Fron­tex, Tri­ton e altri ele­menti delle poli­ti­che migra­to­rie. Forse la mac­china penale raz­zi­sta euro­pea andrebbe pen­sata come una rispo­sta poli­tica alla mobi­lità del lavoro migrante a par­tire dalla deco­lo­niz­za­zione in poi. Non è un caso che a porre la que­stione della razza e del raz­zi­smo sullo stesso ter­ri­to­rio euro­peo siano state le lotte e le insur­re­zioni di gruppi e sog­getti pro­ve­nienti dalle ex-colonie. 
Il testo sarà pub­bli­cato nel sito www​.com​mo​n​ware​.org

Il nodo razziale di un Paese ancora fermo agli Anni 70
di Mario Platero Il Sole 26.11.14
Il giorno dopo, nel dibattito sulla sentenza di Ferguson e sugli incidenti di lunedì notte, ci sono tre tematiche dominanti su cui riflettere. Fra queste la componente economica e sociale è quella di cui si parla meno. Se ne dovrebbe parlare di più perché è alla radice del malessere che riesplode con puntualità preoccupante: se il tasso di disoccupazione americano è al 5,8%, quello per la popolazione nera è all’11,5% e per i teenager afroamericani arriva addirittura al 24%. Gli afroamericani poveri vivono ghettizzati, crescono in famiglie disfunzionali, in un ambiente dove prevale la cultura delle gang, della violenza e della droga.
Il fatto che ci sia un presidente afroamericano alla Casa Bianca e che molti neri siano ormai parte del “mainstream” e benestanti non ha cambiato un tessuto sociale che porta un poliziotto bianco a uccidere per paura un diciottenne disarmato. Con un interrogativo di fondo: come mai Barack Obama, il presidente afroamericano, ben conscio del “racial profiling” per un nero, per averlo provato lui stesso, non ha messo a punto un progetto economico e sociale per affrontare alla radice il problema razziale americano? Questo dovrebbe essere l'interrogativo di fondo su cui riflettere: perché Obama non dedica gli ultimi due anni del suo mandato a un progetto di emancipazione degli afroamericani?
Invece nei talk show si soffia sul fuoco della tensione. Il tema che prevale è la polemica sulla decisione del Gran Giurì di non incriminare Darren Wilson per l’omicidio di Michael Brown. Come ha detto con eloquenza Benjamin Crump, uno dei due avvocati della famiglia Brown, Mike è il simbolo della vulnerabilità dei giovani afroamericani a Los Angeles, a New York, a Cleveland, a Philadelphia e in molte altre grandi città americane dove l’essere neri equivale a essere colpevoli. Città dove giovani come Mike muoiono ogni giorno uccisi dalla polizia solo perché sono neri o perché abitano in ghetti degradati. L’ultimo caso è di due giorni fa a New York riguarda Akai Gurley, 28 anni, andava a farsi le treccine, aveva preso le scale, ma un poliziotto, una matricola, lo ha visto all’improvviso si è spaventato, aveva il dito sul grilletto e ha sparato accidentalmente uccidendolo sul colpo. Akai lascia due bambine ed è morto solo perché era nero.
Nel caso di Brown la famiglia continua a rifiutare il fatto che la reazione di paura di Wilson poteva essere giustificata da un attacco ingiustificato al poliziotto e dal fatto che Mike aveva rubato poco prima in un negozio. Ma oggi si parla di Mike e non si parla di Akai. Dietro il simbolo Mike ci sono gli Al Sharpton gli attivisti civili di pasta molto diversa da quella di Martin Luther King, che invece del pacifismo stimolano la resistenza e il conflitto.
C’è anche un terzo aspetto: lavorare per il recupero di un rapporto più sano con la polizia. Trovare una soluzione per diminuire il numero dei ragazzi uccisi per nulla. Una di queste è stata proposta ieri, la legge Michael Brown: vuole obbligare i poliziotti a indossare sempre una videocamera. Forse un’iniziativa utile. Ma non risolutiva. Colpisce come il dibattito il giorno dopo sia soprattutto su questo: sulle carte del Gran Giurì, sulle ingiustizie, sui rapporti con la polizia, sicuramente una delle più violente del mondo. Ma nel 2014 non si può essere fermi al 1970. Soprattutto quando alla Casa Bianca c’è Barack Obama. Non sappiamo se lo farà, ma un progetto da costruire coi repubblicani per affrontare il problema razziale americano dovrebbe diventare una priorità per Obama. E una proposta nuova, possibile, con investimenti massicci in educazione e in addestramenti, in assistenza sociale per le famiglie in maggiore difficoltà potrebbe diventare uno dei grandi successi della sua amministrazione. Strano in effetti che con molti afroamericani alla Casa Bianca - oltre a Barack Obama ci sono da Valerie Jarrett, Susan Rice e naturalmente Michelle Obama, ancora non sia pensato seriamente anche a questo.

Ferguson, la rabbia e la legge nell’America che si incendia
La decisione frutto di un istituto superato e non rappresentativo
di Sabino Cassese Corriere 26.11.14
Non c’è dubbio che il poliziotto bianco Darren Wilson abbia sparato all’afroamericano Michael Brown, causandone la morte. Ma il diritto permette alla polizia e anche a privati, in alcune circostanze, di far ricorso alle armi. In questo caso, il Grand jury ha accertato che non vi è una «probable cause» (un ragionevole fondamento) per accusare il poliziotto di uno di cinque delitti, che vanno dall’omicidio volontario premeditato all’omicidio colposo. Così l’accusatore della Contea di St. Louis, Missouri, Usa, ha comunicato le conclusioni raggiunte da una giuria popolare composta di nove bianchi e di tre afroamericani. La conseguenza è che, salvo che emergano nuove prove, non vi sarà un regolare processo a carico dell’accusato.
Anche nei Paesi di più antica e consolidata civiltà giuridica permangono istituti che sono divenuti, col progresso dei tempi, incomprensibili. Paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito, che hanno insegnato al mondo la democrazia e la giustizia, conservano istituti che confliggono con i principi ormai comunemente accettati di democrazia e giustizia. L’istituto del Grand jury è uno di questi. Esso ha funzioni accusatorie e di investigazione, come in una sorta di udienza preliminare. Davanti ad esso non si svolge un processo in contradditorio; le sue decisioni bloccano, anzi, un esame aperto, contenzioso. La giuria si riunisce senza quelle garanzie di pubblicità che — come scrisse Jeremy Bentham — consente al pubblico di giudicare i giudici. I giurati, scelti mediante sorteggio e tenuti al segreto, si riuniscono senza la presenza di un giudice professionale, non rappresentano un campione della società e non sono preparati per svolgere funzioni investigative. La sua attività non consiste nel decidere, oltre ogni ragionevole dubbio, se è stato commesso un delitto, ma solo nell’accertare se sia probabile che sia stato commesso un crimine. Ma le conclusioni del Grand jury impediscono lo svolgimento del processo vero e proprio.
I difetti del sistema sono stati attenuati finora dalla circostanza che, nella grandissima maggioranza dei casi, la giuria popolare segue le indicazioni dell’accusa e consente lo svolgimento del processo penale.
Nel caso di Ferguson, accusa e giuria sapevano che la questione era molto controversa, sia per l’aspetto razziale, sia perché non era in discussione la responsabilità dell’accusato. La giuria ha lavorato intensamente per tre mesi. Si è deciso di rendere pubblici tutti gli atti: chiunque può leggere in Rete i 24 volumi in cui sono raccolti, insieme con le foto, le testimonianze di 60 persone, le risultanze dell’autopsia. Resta la domanda: perché non lasciar svolgere un regolare processo?
La conclusione è che una persona è stata uccisa. Nessuno ha dubbi sul responsabile. Questo non è stato né condannato, né assolto. Semplicemente, non viene accusato. La giuria popolare con funzione di accusa fu abolita in Francia da Napoleone. Negli Stati Uniti resiste ancora alle molte proposte di abolizione, tutte fondate sulla osservazione che ha perduto quella funzione di garante dell’indipendenza dell’accusa che doveva avere in origine. C’è ora solo da sperare che le procedure investigative aperte dal Dipartimento federale di giustizia, divisione dei diritti civili, per accertare se la polizia locale seguisse pratiche che comportano discriminazione razziale, possano condurre a un risultato meno ingiusto.

Ferguson in fiamme “Anche le vite dei neri meritano giustizia” E interviene Obama
Violenze per l’assoluzione dell’agente che uccise Brown Il presidente: intollerabile ma chi protesta va ascoltato
di Federico Rampini Repubblica 26.11.14
FERGUSON «MOLTI americani sono sconvolti — dice Barack Obama — perché hanno l’impressione che la giustizia non sia uguale per tutti. Bisogna scegliere i modi costruttivi di rispondere, non con attacchi criminali. Bisogna dare più attenzione alle proteste civili che si stanno svolgendo in queste ore. Sono pronto a lavorare con loro per assicurare che la legge e l’ordine siano applicati in modo imparziale. Non è solo il problema di Ferguson, è il problema di tutta l’America».
«Io chiamo la Guardia nazionale, schiero migliaia di soldati per proteggere le vostre case, i vostri negozi. Scuole chiuse tutta la settimana ». Questo invece è un proclama da stato d’assedio, lo lancia il governatore del Missouri, Jay Nixon, con 2.200 soldati in arrivo nella cittadina di Ferguson. L’annuncio marziale Nixon lo dà circondato da uomini in tuta mimetica, come dal fronte di guerra. Troppo tardi? Molti lo accusano di avere lasciato volutamente la piazza ai violenti, la prima sera del verdetto.
“Burn this bitch down, Bruciate questa fottuta città”. L’urlo del patrigno di Michael Brown risuona al ritmo di rap, è diventato l’inno delle bande di giovani che di notte fronteggiano la polizia di Ferguson, assaltano negozi, incendiano auto, sotto le telecamere venute da tutto il mondo, coi riflettori degli elicotteri che piovono dall’alto, l’odore acre dei lacrimogeni che brucia la gola. L’altra Ferguson è quella del giorno, quando alla luce del sole sfilano le manifestazioni pacifiche, il sindaco raduna tutti i pastori afroamericani, e risuona dai leader religiosi l’appello alla riconciliazione: «Basta violenza, basta distruzione e dolore».
Colui che uccise il 9 agosto Michael Brown, 18 anni, nero e disarmato, non sarà processato. Non c’è motivo d’incriminare l’agente di polizia Darren Wilson, 28 anni, bianco: «Mi dispiace molto per la perdita di una vita, ma ho fatto semplicemente il mio lavoro, non è stata un’esecuzione». Mentre il pubblico ministero Bob Mc-Culloch annunciava le conclusioni del Grand Jury di contea, la mamma di Michael esplodeva in un pianto convulso, abbracciata dagli amici e circondata da centinaia di simpatizzanti. Gli schermi tv, i display degli smartphone e dei tablet si sdoppiavano: da una parte Barack Obama e il suo appello a «esercitare in modo civile il diritto di protesta, la libertà di manifestare pacificamente, perché quel che accade a Ferguson indica sfide più grandi che dobbiamo affrontare come nazione»; dall’altra le fiamme e le colonne di fumo, il dolore dei familiari di Brown ma anche quello dei piccoli commercianti afroamericani del quartiere, «i cui sogni sono stati bruciati negli assalti», dice il capitano nero della polizia Ron Johnson. Da New York a Washington, da Chicago a San Francisco, da Atlanta a Baltimora le proteste non violente sono dilagate in centinaia di città americane. Gli striscioni e le T-shirt di chi è sceso in piazza lanciano le stesse grida: «Siamo tutti Michael Brown», «Anche le vite dei neri hanno valore», «Ho le mani alzate, non mi sparate».
Quel che accadde davvero il 9 agosto scorso a Ferguson, non si saprà mai. Il procedimento del Grand Jury prevede una segretezza eccezionale. Il magistrato Mc-Culloch, regista e manovratore del Grand Jury (9 bianchi, 3 neri), prima ancora di annunciarne il risultato aveva attaccato i media incolpandoli di ricostruzioni distorte. La sua verità alternativa è affidata soprattutto al racconto dello stesso Wilson. Che intercetta Brown quel 9 agosto, all’inizio, solo perché cammina per strada invece di stare sul marciapiedi. Poi gli vede dei sigari in mano, lo sospetta autore di un furto commesso poco prima in una tabaccheria. A quel punto la ricostruzione di Wilson diventa drammatica. Il controllo d’identità diventa colluttazione. L’altro è più grosso, più alto e più forte, lo terrorizza. «Mi urla che sono una femminuccia e non avrò il coraggio di sparargli, mi sbatte la portiera della mia auto addosso, mi strappa l’arma di mano». A un certo punto Wilson — che il giorno dopo l’assoluzione è una star e rilascia la prima intervista tv — lo descrive come L’Incredibile Hulk, gigante dei fumetti e del cinema, che gli si avventa addosso anche quando è già crivellato di colpi. 12 pallottole, alla fine, prima che Brown giaccia crivellato al suolo dove rimarrà a lungo, abbandonato dalla polizia. Ma non c’è nulla che basti a incriminare l’agente. Il magistrato Mc-Culloch era sospetto dall’inizio, le sue sentenze sono sempre dalla parte della polizia: per convinzioni di destra e per ragioni biografiche, suo padre era poliziotto e fu ucciso da un nero.
Obama ha un’altra indagine in corso, quella federale affidata al suo segretario alla Giustizia Eric Holder, che potrebbe mettere sotto accusa l’intera polizia di Ferguson (95% bianchi su una popolazione al 60% nera) per abusi contro i diritti civili. Ma il primo presidente afroamericano vuole anche mandare un messaggio ai suoi, perché sia netta la presa di distanza dalle «reazioni negative che fanno spettacolo in tv», un’esplosione di rabbia che lui giudica fin troppo prevista e perfino coreografata anche dalle autorità locali. Di certo non ha più illusioni di essere il primo presidente di un’America post-razziale. E se negli anni Sessanta le rivolte avvenivano nei quartieri poveri, Ferguson è un sobborgo del ceto medio, abitato da neri che inseguivano il loro American Dream.



Repubblica 26.11.14
Quel “Tank Man” del Missouri diventato un’icona “Come a Tienanmen”
Per i social network e i media Usa la sagoma di uno sconosciuto di fronte ai mezzi di polizia è ora il simbolo dell’impotenza di fronte a un potere troppo grande e sordo
di Vittorio Zucconi


WASHINGTON SU UNA strada centrale dal gentile nome di Florissant, che da Ferguson riporta dritta verso l’eterno incubo americano in bianco e nero, un omino — sembrano sempre tutti omini — alza le mani per fermare da solo i corazzati della polizia e, su tutti i social network e poi sui media statunitensi a partire da Usa Today, è subito Tienanmen 1989. Nasce, nella notte del fuoco, del fumo, delle lacrime nello Heartland, proprio nel cuore dell’America dove il fiume Missouri si sposa con il padre Mississippi a St. Louis, “Tank Man”, l’uomo del tank, lo sconosciuto che diventa l’icona instant di questa ennesima, banale, già vista e sempre tragica ricaduta nella giustizia non giusta.
Naturalmente il Missouri non è la Cina del 1989, ma la collera di chi si sente oppresso da forze troppo grandi e troppo asfissianti non conosce ideologie né Stati. Dunque sarà lui, per ora uno sconosciuto, un altro monumento vivente all’impotenza e alla solitudine di tutti coloro che nel mondo si sentono schiacciati da cingoli di una forza troppo grande e troppo sorda per poter ascoltare. Il fermo immagine della sua sagoma, minuscola di fronte ai blindati di una forza di polizia che avanza in formazione da falange per sgombrare l’arteria centrale di Ferguson, ripreso dalle telecamere della Nbc appollaiate sui tetti per sfuggire ai lacrimogeni, agli spari, ai lanci di mattoni e pietre che hanno ferito altri reporter, entra nell’album dei brutti ricordi e della cattiva coscienza americani. Con il volto mite di Rosa Parks la ribelle dell’autobus, con i cani lanciati contro i dimostranti per i diritti civili in Alabama, con le foto dei ragazzi uccisi nel Mississippi, con i cappucci a cono dei cavalieri bianchi delle tre “K”.
Come nella piazza della Porta del Paradiso, la Tienanmen davanti alla Città Proibita, anche questa riproduzione americana venticinque anni dopo dell’omino contro i corazzati, riesce per qualche momento a fermare pacificamente l’avanzata della falange, ma si capisce che la sua è una vittoria temporanea. Lo è perché dietro quei mostri di fari, celle fotoelettriche, lampeggianti e autoblindo mostruosi, che fanno apparire la scena come una sequenza da sci-fi, non c’è, come nella Cina del 1989, solo una dirigenza politica terrorizzata dalla rivolta, ma c’è la maggioranza di una cittadinanza, bianca, ma anche nera, latina, asiatica che spinge i “Transformer” della polizia a reprimere.
Dalle rivolte dei ghetti nel 1968, che da Watts a Los Angeles al centro di Washington portarono le fiamme a lambire gli edifici del potere civile, passando per i giorni di Rodney King nel 1991, quando entrai in East L.A. seguendo le stesse colonne corazzate che avevo visto qualche settimana prima entrare a Kuwait City, le sequenze si ripetono perché si vuole che si ripetano. Perché, come nella notte del fumo e del fuoco hanno ripetuto i sapienti della legge interpellati da tutte le tv, il procuratore della Contea di St. Louis che ha condot- to l’inchiesta e l’ha portata davanti ai nove bianchi e ai tre neri che formavano il Gran Giurì, ha organizzato, strutturato, pilotato la procedura di incriminazione per ottenere il «non luogo a procedere». Per proteggere il poliziotto.
«Tutti noi avvocati e procuratori e giudici sappiamo benissimo — ha detto Jeffrey Tobin, consulente legale per la Cnn e per il New Yorker — che se un Procuratore lo vuole, può ottenere dal Gran Giurì l’incriminazione di un panino al prosciutto. Bob McCulloch, il procuratore della Contea, voleva arrivare al non luogo a procedere contro il poliziotto che ha ucciso Michael Brown e ovviamente ci riuscito». Non ingannino le immagini dal fronte che corrono oggi sugli schermi delle tv di tutto il mondo o i sondaggi-instant o le reazioni nervose dei social network: la maggioranza dell’America bianca sta dalla parte di chi ha sparato, non del bersaglio caduto.
Questa, non le colonne blindate inarrestabili, è la marcia della follia che l’“omino” della South Florissant Avenue voleva fermare alzando le mani per mostrare di essere inerme, inoffensivo, ben diverso da coloro che erano arrivati nello “Heartland”, a St. Louis per mescolarsi al dolore dei locali e appiccari i falò della rivolta. È la certezza — oggi più che mai rinfocolata da una decisione giudiziaria che non trova ragione per processare, non per condannare, un agente che ha esploso dieci rivoltellate a cinque metri di distanza su un giovane disarmato in pieno giorno — che la partita sia truccata, che il risultato sia scritto prima dell’inizio.
Eppure Ferguson non è il Sud delle bombe nelle chiese Battiste di Birmingham che uccisero bambine afro durante il catechismo, non è la Georgia o il Mississippi delle croci in fiamme davanti alle case degli ex schiavi. St. Louis, sotto il colossale arco di acciaio dal quale la vista si estende nella vertigine della Grande Prateria a Ovest, è la città che da due secoli incardina l’Est al West, lo snodo dei grandi sentieri che conducevano i carri coperti e le mandrie nella corsa alla Frontiera, lungo quella che oggi è l’autostrada più rettilinea d’America, la numero 70, fino al Colorado.
Non servono i luoghi comuni dello Zio Tom o dell’Ispettore Tibbs per uno Stato come il Missouri, che nella Guerra Civile si divise, in una guerra interna, fra Nord e Sud, fra schiavisti e abolizionisti, inviando battaglioni dei propri figli a morire a migliaia sotto i panni grigi come sotto quelli blu. È sempre stata, e l’icona del Tank Man davanti ai blindati lo ricorda e lo simboleggia, una terra di frontiera nelle crisi, negli scontri, nelle contraddizioni, e nelle opportunità. Ma anche di verità, come queste ore ci mostrano e come predicava un uomo che proprio qui, venendo dall’Ungheria e comprando il quotidiano locale Post Dispatch, inventò il giornalismo moderno che ci ha dato la foto dei “Tank Men” sulla Tienanmen e sulla Florissant Avenue. Si chiamava Joseph Pulitzer e sarebbe stato orgoglioso, oggi, di quel fotogramma che racconta la storia.

Fassina che abbaia non morde e tratta per aver voce sul Quirinale

Circola la leggenda che la mitica sinistra PD stia facendo un abilissimo e machiavellico giochino a Renzi: Civati, Fassina e qualcun altro se ne vanno ora per preparare un nuovo centrosinistra con Vendola e Grassi, mentre Bersani e D'Alema lavorano ai fianchi Renzi dall'interno e si aggiungerebbero semmai dopo.
Sarebbe uno scenario catastrofico. Ma a naso si tratta appunto di una leggenda e alla fine uscirà solo Civati. Ma senza saper né leggere né scrivere Renzi farebbe bene a stroncarli tutti prima. Così quando alla fine lui stesso cadrà, farà ancora più rumore [SGA].


La sintonia tra il dissidente azzurro e il big democratico potrebbe pesare sulla corsa al Colle

Laura Cesaretti - il Giornale Mer, 26/11/2014

Politica 2.0 La vera partita dei dissidenti Pd
di Lina Palmerini Il Sole 26.11.14
La minoranza Pd ha scelto l'astensione e non si capisce perché. Se davvero – come dicevano – il Jobs act determina «l'arretramento di milioni di lavoratori» era più logico un no. Ma ieri l'obiettivo era più Renzi che la precarietà.

La scelta di non partecipare al voto finale è un equilibrismo politico perché se è vero che Renzi «incita alla sovversione» – come ha detto Fassina – e se è vero che il Jobs act è «lavoro sporco» – come ha detto Vendola – sono ragioni talmente forti da determinare un logico e conseguente voto contrario. Soprattutto quando in gioco c'è il tema che più di tutti identifica la sinistra e quell'area del Pd: il lavoro. Non a caso nessun leader di centro-sinistra è mai riuscito a fare una riforma dell'articolo 18 e adesso che è fatta, che quell'argine si è rotto, sarebbe stato più coerente strappare davvero. E non riconoscersi più in un partito che quella «libertà di licenziare» l'ha approvata. E invece il limbo del non-voto fa pensare che i 30 – con il Jobs act – vogliano aprire un'altra partita che guarda al Quirinale.
Una tattica per negoziare altro, insomma. Non sul lavoro perché la riforma è ormai fatta ma per trattare su chi sarà il successore di Giorgio Napolitano e diventare gli altri interlocutori di Renzi oltre all'area bersaniana che invece ieri, con coerenza, ha votato sì al Jobs act. Un avvio di guerriglia parlamentare che si muoverà tra la piazza sindacale e il braccio di ferro con Renzi su tutti i prossimi tavoli: Colle, legge elettorale, legge di stabilità. Una navigazione a vista perché il progetto politico non c'è ancora.
C'è una via di mezzo. Un Aventino ma non ancora una opposizione politica di sinistra. Il risultato delle elezioni in Emilia Romagna non pesa solo per l'astensionismo che ha colpito il Pd ma anche per il calo di consensi per la sinistra «radicale», da Sel a Rifondazione alla Lista Tsipras. Nonostante Renzi, nonostante il Jobs act e gli scioperi Fiom-Cgil, le forze della sinistra – variamente distribuite – hanno complessivamente perso l'11% di consensi rispetto al voto europeo e il 13,6% sulle regionali del 2010. E l'Emilia è la seconda Regione per numero di tessere Cgil, più di 822mila, è la terra di Maurizio Landini e delle imprese tra le più sindacalizzate. Segno che non basta parlare di malessere sociale per trovare elettori e consensi.
Servirebbe quello che è accaduto alla Lega. Un leader riconosciuto che la sinistra finora non ha. E un programma declinato in tutte le sue conseguenze. Matteo Salvini è contro la riforma Fornero, contro la «macelleria sociale» del Jobs act – anche se il primo a tentare la riforma dell'articolo 18 fu Maroni da ministro del Welfare nel 2002 – ma è anche contro l'Europa e l'euro da cui queste riforme derivano. È una strada politica lineare, difficilmente realizzabile, ma senza contraddizioni. 
Alla minoranza Pd di ieri tutti questi passaggi mancano. Dopo aver combattuto per portare il Pd nei socialisti europei ora sono pronti a voltare le spalle all'Europa? Il Jobs act arriva da lì, da Bruxelles e da Francoforte ma il gruppo del non-voto preferisce scaricare su Renzi e sull'altra minoranza la responsabilità della riforma che è invece uno dei tasselli per stare in Europa. Non in quella vagheggiata dall'area dei 30 che cancella il fiscal compact ma quella di oggi. Quella con cui l'Italia fa i conti. A meno che i dissidenti – da Cuperlo a Boccia – non firmino anche un altro documento: l'uscita cooperativa dall'euro di Fassina.



Democratici. La maggioranza di Area riformista vota sì ma molti escono dall'Aula
La minoranza del Pd si divide: nasce la corrente dei dissidenti

di Emilia Patta e Giorgio Pogliotti Il Sole 26.11.14

ROMA La presa di distanza della minoranza più radicale del Pd sul Jobs act è arrivata. È stata una decisione lunga e travagliata, presa in una riunione convocata da circa una quarantina di dissidenti, e alla fine il segnale al premier e segretario del Pd Matteo Renzi è giunto forte e chiaro. Che Pippo Civati e i 5 deputati a lui vicini votassero no era noto. La novità, piuttosto, è rappresentata dai trenta (ben oltre, quindi, i 17 che già lunedì sera avevano dato dei segnali in tal senso votando un emendamento di Sel per ripristinare l'articolo 18) che hanno deciso di uscire dall'Aula, non partecipando al voto in segno di protesta. «L'impianto della delega non è soddisfacente nonostante le modifiche approvate dalla Camera», hanno spiegato in un documento comune firmato dall'ex sfidante di Renzi alle primarie Gianni Cuperlo e firmato da Stefano Fassina a Francesco Boccia, da Davide Zoggia a Alfredo D'Attorre a Rosy Bindi. Certamente la decisione di saltare il guado da parte di molti di questi dirigenti del Pd di epoca bersaniana è strettamente legata al risultato delle elezioni di domenica in Emilia Romagna, che hanno visto un impressionante aumento dell'astensione e la perdita di oltre 600mila voti democratici rispetto alle europee nonostante la vittoria del candidato del Pd Stefano Bonaccini. Un calo della partecipazione che la minoranza addebita appunto allo scontro ingaggiato da Renzi contro la Cgil. Un effetto diretto del voto, dunque. Visto che a metà della scorsa settimana il compromesso tra governo e minoranza raggiunto con la mediazione del capogruppo alla Camera Roberto Speranza e del presidente della commissione Lavoro Cesare Damiano aveva soddisfatto un po' tutti, tranne i soli Cuperlo e Civati.
Con il voto di ieri sul tema caldo del lavoro si forma quindi una sorta di corrente dentro la corrente Area Riformista che ha come riferimenti i giovani Speranza e Maurizio Martina (ministro dell'Agricoltura): 30 su un centinaio di deputati accreditati alla minoranza. Un numero che se non riesce a bloccare del tutto i provvedimenti, dal momento che alla Camera il premier può contare sul sostegno della grande maggioranza dei 307 deputati del Pd, certamente può funzionare da freno e da disturbo. E le prossime partite saranno quelle campali della legislatura. Intanto le riforme costituzionali (poi sarà la volta dell'Italicum di ritorno dal Senato). E non è un caso se Bindi ha già presentato un emendamento per reintrodurre l'elettività dei senatori e D'Attore un altro per ridurre a 500 i 630 deputati. Ma soprattutto le Camere dovranno occuparsi presto in seduta comune dell'elezione del prossimo presidente della Repubblica se – come molti segnali invitano a credere – Giorgio Napolitano darà le dimissioni a fine anno.
Sulle posizioni di Speranza e di Damiano, in favore del Jobs act renziano, sono comunque restate personalità di peso come gli ex segretari Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani. Anche se Bersani ha voluto precisare che, nonostante alcuni «miglioramenti», il Jobs act «non convince» del tutto. «Voto le parti che mi convincono con piacere e convinzione – ha detto – e le parti su cui non sono d'accordo per disciplina, avendo fatto per quattro anni il segretario del Pd». Ma per molti deputati della minoranza questo richiamo alla disciplina di partito potrebbe vacillare in occasione dell'elezione del Capo dello Stato.


Il Jobs act passa in Aula senza 40 voti del Pd

Renzi: non mi freneranno Il grazie via Twitter «ai deputati che l’hanno approvato»

di Dino Martirano Corriere 26.11.14

ROMA La legge delega sul lavoro (che il premier Matteo Renzi ha ribattezzato Jobs act) ha compiuto alla Camera il secondo giro di boa, lasciandosi dietro una scia densa di veleni e un’aula vuota per metà: 40 deputati del Pd non hanno partecipato al voto e buona parte di loro si è unita alle opposizioni (M5S, Sel e Forza Italia) abbandonando l’emiciclo in segno di protesta. Il governo ha dovuto richiamare in fretta e furia ministri e sottosegretari in Aula perché il totale dei votanti rischiava di non superare il numero legale. L’illusione delle opposizioni, e della minoranza del Pd, è durata però una manciata di minuti: alla fine i voti favorevoli sono stati 316, i contrari 6 (tra i quali Civati e Pastorino del Pd) e 5 astenuti. Totale 327 votanti, una buona spanna sopra il numero legale calcolato ieri a quota 294 (la metà del plenum al netto dei deputati in missione che erano 42). 
Ora il provvedimento torna al Senato: oggi parte l’iter in commissione Lavoro e la prossima settimana arriverà in Aula per l’approvazione definitiva in modo da consentire al governo di esercitare (con i decreti attuativi) la delega che riscrive i meccanismi sui diritti dei (futuri) lavoratori dipendenti. 
Matteo Renzi, che ha l’ obiettivo di rendere operativi i decreti dal 1° gennaio 2015 insieme alla legge di Stabilità, non ha cambiato rotta e ha rivendicato la bontà della riforma che cambia anche l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970 («Reintegro nel posto di lavoro»): «La Camera approva il Jobs act. Più tutele, solidarietà e lavoro...Grazie ai deputati che hanno approvato il Jobs act senza fiducia. Adesso avanti con le riforme. Questa è #lavoltabuona», scrive su Twitter. La sua idea su chi nel Pd non ha votato il testo non cambia: lo fanno «per frenarmi», per calcoli politici hanno ignorato una mediazione «che ha convinto ex sindacalisti come Damiano ed Epifani». 
Diametralmente opposta l’analisi dei dissidenti del Pd: «Renzi alimenta tensioni sovversive e corporative», attacca Stefano Fassina. Più tranciante ancora il leader di Sel, Nichi Vendola: «Tradotto in italiano Jobs act vuol dire lavoro sporco, precarizzare, demansionare, licenziare». Forza Italia che ha scelto l’uscita dall’Aula insieme ai grillini: «Il voto sul Jobs act ha certificato lo stato confusionale della maggioranza che sostiene questo moribondo governo. Il provvedimento è un imbroglio che peggiorerà il mercato del lavoro». 
Ma è la minoranza del Pd che è entrata in fibrillazione. Dopo il voto è stata convocata una conferenza stampa (Stefano Fassina, Rosy Bindi, Alfredo D’Attorre, Davide Zoggia, Michela Marzano, Gianni Cuperlo, Roberta Agostini, Ileana Argentin, Barbara Pollastrini, Francesco Boccia, Alessandra Terrosi e altri) per presentare un documento intitolato «Perché non votiamo il Jobs act». 
In totale i dissidenti del Pd che hanno messo la faccia e la firma sul documento contro il Jobs act sono 29 mentre quelli che hanno votato a favore sono 250. Il fronte del no boccia per la sua genericità la delega al governo sul lavoro: «La parte che dovrebbe allargare diritti e tutele è generica e senza risorse. Il disboscamento della giungla dei contratti precari viene rinviato a valle di una ricognizione da svolgere in tempi indefiniti e senza identificare obiettivi impegnativi. All’avvio di ammortizzatori per gli “esclusi” si dedicano solo 200 milioni di euro contro una promessa iniziale di 1,5 miliardi per il 2015». 
Nel Pd, 29 su 307 hanno sottoscritto il documento. Tra gli altri 11 dem che non hanno partecipato al voto ci sono 6 «assenti giustificati» (tra i quali Enrico Letta e Rosa Villecco). E poi vanno conteggiati i 13 parlamentari dem in missione (in buona parte della squadra di governo). Per arrivare a quota 307, il totale del gruppo del Pd, bisogna sommare i due contrari (Pippo Civati e Luca Pastorino) e i due astenuti Paolo Gandolfi e Giuseppe Guerini.



La minoranza alza la voce. E cerca una linea

Bersani: il mio sì per disciplina E D’Alema: alle urne si è visto che senza radici a sinistra ci indeboliamo

di Alessandro Trocino Corriere 26.11.14

ROMA «Confidiamo nelle nuove norme sul licenziamento disciplinare». Gianni Cuperlo scherza, alludendo alla possibilità di provvedimenti dopo il voto di ieri sul Jobs act. Lo fa durante la conferenza stampa serale che sancisce, con una foto di gruppo che vede riuniti una ventina di deputati, un dissenso che cresce e spaventa i piani alti democratici: 2 voti contrari, 2 astenuti e ben 40 deputati che non hanno partecipato al voto (almeno sei, spiegano dalla segreteria, «assenti giustificati»), nonché 13 in missione. Un pacchetto di mischia rilevante, che ha rischiato di far mancare il numero legale e che Francesco Boccia chiama «un nuovo punto di partenza». 
Partenza verso dove, si chiedono in molti. Il livello dello scontro è altissimo, come mai era stato da quando Renzi è salito al potere. Pier Luigi Bersani ha votato a favore, ma solo per «disciplina» e in omaggio al suo ruolo di ex segretario di partito. Ma non ha fatto mancare le critiche a quella che considera «un’impostazione difettosa»: «L’articolo 18 si poteva anche toccare, ma su cose di dettaglio». E per il resto, avverte Renzi e i suoi: «Non mi diano del conservatore, sennò mi incazzo». Non è l’unico a perdere serenità. Stefano Fassina si rivolge direttamente al segretario: «Le parole di Renzi non aiutano la pace sociale. Alimenta le tensioni sovversive e corporative». 
Renzi sovversivo? Dopo il Bersani che in direzione denunciava il «mobbing» contro di lui e che più tardi spiegava come «il Patto del Nazareno fa salire Mediaset in borsa», aumentano le voci che rendono plausibile (ma non probabile) uno sbocco traumatico. Se Bersani rassicura «il legno storto si raddrizza nel Pd» , sono in diversi a guardarsi intorno. Quelle di ieri sono state prove tecniche di scissione? «Dipende da Renzi», dice Pippo Civati. Che preconizza: «Dopo il voto di oggi, se si mette male, Renzi si fa un giro al Quirinale». Davide Zoggia, bersaniano, spiega che si è trattato solo di «segnalare un disagio»: «Non vogliamo certo far cadere il governo. Se ci fosse stata la fiducia avremmo votato a favore». 
Fa sentire la sua voce anche Massimo D’Alema, che analizza il voto delle Regionali: «C’era l’illusione che si potesse buttare via l’elettorato di sinistra per prendere quello di centrodestra. Non è stato così: alla crisi di Berlusconi corrisponde la crescita della Lega. Se perdiamo le radici a sinistra, ci indeboliamo seriamente». L’ex premier non ha apprezzato neanche le polemiche con la Cgil: «L’asprezza dello scontro, l’insulto e il disprezzo del sindacato sono stati un errore». 
I numeri di ieri hanno sorpreso persino i dissidenti. Il documento che sanciva la scelta di uscire dall’aula, è stato firmato da 29 deputati. Alla fine, non hanno partecipato al voto in 40 (alcuni impossibilitati, anche causa guai giudiziari, come Marco Di Stefano e Francantonio Genovese). 
Matteo Orfini — leader dei Giovani Turchi che ha cercato e trovato una mediazione insieme a Roberto Speranza, Cesare Damiano e Guglielmo Epifani — minimizza e chiama i dissidenti «primedonne»: «Sono vittime di protagonismo a fini di posizionamento interno. Ma alla fine si sono autoisolati. E poi quanti sono, 30? Il 10 per cento del gruppo pd, bel risultato: vi ricordo che contro Renzi all’inizio c’era la maggioranza dei deputati. E poi questa è tutta gente che ha ingoiato senza dar cenni di sofferenza il voto sul pareggio di bilancio in Costituzione e la legge Fornero». 
Solo fini di posizionamento interno, con la ricostituzione delle correnti? O c’è di più? Torna la domanda sul possibile sbocco della dissidenza. Per Alfredo D’Attorre c’è «un’area di critica molto vasta» nel Pd. Pippo Civati si prepara a fare le valigie, ma il resto del gruppo pare intenzionato a dare battaglia dentro il Pd. Spiega Cuperlo: «La nostra è un’opposizione costruttiva, sul merito». «Se ci buttassero fuori — aggiunge Fassina — sarebbe surreale».




Pierluigi Bersani “La nostra gente non vuole scissioni ma Matteo non faccia finta di nulla”
“Ho votato sì sul Jobs act per disciplina di partito ma nessuno, anche chi è uscito, può negare i passi avanti compiuti” “Il messaggio del voto emiliano è chiaro: Restate lì. Infatti la sinistra alternativa prende lo zero virgola”

intervista di Goffredo De Marchis Repubblica 26.11.14

ROMA Pier Luigi Bersani vota a favore del Jobs Act. Per disciplina di partito, spiega. Perché chi ha fatto il segretario del Pd per quattro anni non può tirarsi fuori tanto facilmente. La solita storia della ditta in cui Bersani crede davvero. Non crede invece che questa riforma «vada al cuore del problema ovvero la produttività». Ma di fronte alla spaccatura profonda consumatasi ieri nell’aula di Montecitorio, c’è qualcosa di più nel suo sì. È un rifiuto netto della scissione, un appello alla minoranza interna a pensarci bene prima di fare mosse azzardate. Tutto muove dal dato emiliano, da quell’astensione «inedita e impressionante ». «Il messaggio di quel voto – spiega Bersani in un corridoio della Camera – o meglio di quel non voto per me è chiarissimo. Significa “restate lì. Noi elettori del Pd ci siamo come autosospesi ma non vogliamo andare da nessun’altra parte”. Non a caso le forze della sinistra alternativa prendono poco o niente, percentuali dello zero virgola. Le cose cambiatele dentro al Partito democratico, è il senso di quella delusione profondissima e che nessuno dovrebbe sottovalutare. Per questo è ancora più grave che Renzi faccia finta di niente».
Forse se il premier aprisse oggi una riflessione sull’astensione e sui voti persi rischierebbe di dare fiato ai tanti dissidenti dentro al Pd e nelle piazze.
«Può darsi che sia questo il punto. Renzi non riconosce un problema, ha paura che se offre un dito poi qualcuno si prende tutto il braccio. Ma negare l’evidenza, non abbassarsi alla discussione può essere un pericolo ancora maggiore per lui. Può fare un volo dall’ottavo piano e il botto sarà ancora più grande. Il dato dell’astensione è agghiacciante e Renzi non dovrebbe temere nulla da un’analisi seria della situazione. Perché io penso che il messaggio di quegli elettori non sia “uscite dal Pd”, bensì risolvete tutti insieme ».
Che è successo in Emilia?
«Un sacco di cittadini, di elettori anche nostri, ha una sensazione di estraneità, la voglia di chiamarsi fuori, un elemento di rifiuto. Non sono andati da altre parti ma hanno detto no e io credo di capire perché. Lo ha scritto bene Michele Serra su Repubblica. Il centrosinistra in quella regione ha sempre avuto il compito di dare un senso alle cose che si fanno e se si perde il senso, cioè un messaggio di coesione a partire da un tema di equità, perché questo è il senso fondamentale della sinistra, non si interpreta quella gente ».
Disincanto o messaggio voluto?
«Messaggio intenzionale. Non pensiamo che la gente si sia distratta, perché quello è un posto dove gli elettori ragionano e fanno quel che hanno deciso di fare. Io li ho visti con le lacrime agli occhi scegliere di non votare».
Per questo si è espresso a favore del Jobs Act? Per non sfasciare tutto?
«Ho votato a favore perché nessuno, nemmeno quelli che sono usciti dall’aula o che hanno detto no, nega i passi avanti che ci sono stati. È il discorso del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. In questo caso ci sono tutti e due».
Però la minoranza si è di nuovo divisa e non vi siete rafforzati.
«Ci sono diverse sensibilità. Ho parlato con tanti di noi. Alcuni hanno problemi a mantenere ferma la barra dentro la loro area. Li capisco benissimo. Altri hanno problemi con i territori, con la loro base elettorale perché sono parlamentari che hanno un loro elettorato vero, autentico. Ma non mi sembra un dramma, ognuno fa quello che può per dimostrare al governo che sta sbagliando, che va corretta la linea».
Anche sul lavoro?
«Certo. Con il Jobs Act non si va al cuore del problema che è la produttività del lavoro. Ci sarà un recupero su quel terreno? Non credo. Ci avvitiamo sull’articolo 18, che aveva bisogno al limite di qualche ritocco, ma non era certo il cuore di una questione drammatica. Io la penso così. E non mi chiamassero conservatore sennò è la volta che mi incazzo».
Cosa bisognava fare di diverso?
«È stato tutto sbagliato fin dall’inizio. Ma spero che si possa dire ancora cosa bisogna fare, perché c’è tempo per correggere. La vera sfida al mondo del lavoro, sindacati compresi, doveva venire dal lato della produttività e quindi da una flessibilità dell'organizzazione aziendale, da una sfida sul tema decentramento e partecipazione. Avere invece affrontato cose minori come l’articolo 18 o altro, o avere creato un ulteriore canale che differenza la situazione dei lavoratori sullo stesso banco di lavoro è un approccio negativo».



Bindi: si torni all’Ulivo o noi usciamo Matteo ha deluso, è già in caduta

L’esponente della sinistra: se il Pd non cambia ci sarà bisogno di una nuova forza Un soggetto alternativo dovrebbe essere competitivo con il Partito della Nazione

intervista di Monica Guerzoni Corriere 26.11.14

ROMA «Non ci siamo divisi...». 
La minoranza si è spaccata in tre, presidente Rosy Bindi. 
«Gli obiettivi di chi ha votato no e di chi ha lasciato l’Aula, come me, erano gli stessi. Marcare la distanza netta da un provvedimento che, eliminando il diritto al reintegro, considera il lavoro come una merce». 
L’indennizzo non basta? 
«È un passo indietro profondo, secolare, rispetto alla dignità del lavoratore richiamata dal Papa. Oltre a non condividere il merito io ho voluto prendere le distanze dal messaggio che il premier ha costruito in questi mesi. Le sue parole hanno scavato un solco tra il governo, il segretario del Pd e il mondo del lavoro, la parte più sofferente dell’Italia. Abbiamo visto la delegittimazione del sindacato e una provocazione davvero lontana dalla situazione reale degli italiani». 
Pensa che l’astensionismo nasca da qui? 
«Tra Emilia e Calabria il Pd ha perso 750 mila voti. Se alle Regionali avessero votato gli stessi elettori delle Europee dovremmo dire che oggi il Pd è tornato al 30%, un numero più vicino al 25 di Bersani che non al 41 di Renzi». 
L’astensionismo è ininfluente, secondo lui. 
«Affermazione molto grave. L’astensionismo è un problema per la democrazia di un Paese, per il Pd e anche per il governo. Il premier ha fatto campagna in prima persona e ha lanciato dal podio dell’Emilia uno dei messaggi piu gravi quando ha detto che lui crea lavoro, mentre il sindacato organizza gli scioperi. Con le Regionali Renzi si è unito ai tanti salvatori della patria a cui gli italiani amano affidarsi, per poi sperimentare la cocente delusione». 
Rimpiange Enrico Letta? 
«Il paragone non è con Letta. È con Grillo, con Salvini, con il Berlusconi dei primi anni. La rottura della politica col Paese reale è profonda e sembra rimarginarsi quando gli italiani si affidano al salvatore di turno, per poi delusi andare a ingrossare l’unico partito che vince, quello dell’astensione. Il voto di domenica dimostra che è iniziata la parabola discendente, anche di Renzi». 
Gufa perché rottamata? 
«Sono stati rottamati 750 mila elettori in un colpo solo, non la Bindi. Questa categoria è servita a Renzi per vincere, ma ora, per continuare a governare, deve prendere per mano la povertà, le periferie, il dissesto del territorio, la crisi industriale. Chi guida i processi politici deve indicare il cammino, la speranza, e responsabilizzare tutti nella fatica della paziente ricostruzione». 
La minoranza chiederà il congresso anticipato? 
«Il gioco interno al Pd non interessa agli italiani, figuriamoci a me. Quel che mi interessa è che ci sia una forza politica che abbia il coraggio di ricostruire il tessuto democratico e affrontare una crisi economica sempre piu grave».
Progetta la scissione? 
«Dico che questa è la funzione del Pd, se ha memoria delle origini, se non vagheggia l’idea del partito unico della nazione e se è un partito riformista, ma di sinistra. Quello sul Jobs act è stato un primo passaggio di merito, ma ora ce ne sono altri non meno importanti». 
La riforma costituzionale? 
«Appunto. Così è irricevibile, umilia il Parlamento e lo rende subalterno al governo». 
La legge di Stabilità? 
«Non può essere una mera, finta restituzione delle tasse, c’è bisogno di sostegno vero al lavoro e agli investimenti». 
E l’Italicum, lei lo vota? 
«Se il patto del Nazareno non ha più futuro, nessuno pensi di portare avanti quella legge elettorale con sostegni diversi in Parlamento. C’è da dare al Paese una legge che assicuri il bipolarismo, non attraverso i nominati e il premio di maggioranza al partito unico». 
E se Renzi va a votare? 
«Questo risultato dovrebbe farlo riflettere, non è tempo di facili ricorsi alle urne. Voglio sperare che al di là del messaggio grave, sbagliato e pericoloso che ha mandato all’Italia, Renzi abbia un momento di ripensamento serio. Spero cambi stile e accetti il confronto. E si ricordi che il segno di chi ha la responsabilità più alta è unire, non dividere». 
Perché non uscite per fondare una forza alternativa, guidata da Landini? 
«Se il Pd torna a essere il partito dell’Ulivo, che unisce e accompagna il Paese, non ci sarà bisogno di alternative. Ma se il Pd è quello di questi ultimi mesi, è chiaro che ci sarà bisogno di una forza politica nuova». 
Una forza minoritaria? 
«Tutt’altro che minoritaria, una forza di sinistra, competitiva con il partito della nazione. E allora servirà, oltre alle idee, la classe dirigente». 
La sinistra fuori dal Pd non è un ferro vecchio? 
«Renzi sbaglia quando si paragona al partito a vocazione maggioritaria di Veltroni, che prese il 33% e ridusse la sinistra radicale a prefisso telefonico. Quello era collocato nel centrosinistra e non ambiva a fare il partito pigliatutto. Se il Pd è quello di questi mesi una nuova forza a sinistra non sarà residuale, ma competitiva. E sarà un bene per il Paese, se non vogliamo che il confronto si riduca ai due Matteo. Sarà una sinistra riformista e plurale, ma sarà una sinistra. Sarà il Pd». 
Il voto sul Quirinale sarà una resa dei conti? 
«Quando dovremo confrontarci su quella scelta, spero più tardi possibile, io auspico che venga fatta ricercando l’unità del Paese. Fu un bene bocciare la riforma del centrodestra, che riduceva il capo dello Stato a portiere del Quirinale». 
Perché Renzi dovrebbe cercare un nome non condiviso? 
«Ci sono molti modi per ridurre il ruolo del Colle, come rinunciare alla ricerca della personalità più autorevole per considerarla strumentale alla politica del governo. Sarà fondamentale trovare la persona che più unisce e la cui autorevolezza sia considerata indiscussa, da tutti». 



Voglia di fuga. Giuseppe Civati

Civati avverte: “O rottama il Patto col Cav. o faccio il nuovo centrosinistra”

intervista di Giampiero Calapà il Fatto 26.11.14

Adesso è “possibile”, dice il dissidente anti-renziano per antonomasia Pippo Civati: “Non posso infilare ancora altri voti contrari al governo e restare nel Pd, Renzi rottami subito il Patto del Nazareno per un nuovo Patto del centrosinistra, un patto dei cittadini: l’iniziativa della mia associazione Possibile, il 13 dicembre a Bologna, sarà l’embrione di un nuovo centrosinistra, vedremo se il Pd andrà nella stessa direzione”.
Civati, ma alla fine a votare contro il Jobs act siete rimasti in due, lei e Luca Pastorino, gli altri dissidenti sono “solo” usciti dall’aula...
Non lo nego, mi aspettavo qualche voto contrario in più perché con un segnale di astensione come quella arrivato da Emilia Romagna e Calabria sarebbe stata una risposta più forte e decisa, più comprensibile. È da un mese che annuncio il mio voto contrario, lo dovevo al mandato elettorale e ai delegati della Fiom che abbiamo incontrato proprio ieri... Neanche i grillini, che mi davano del pirla, hanno avuto la forza di votare “no”. Ma diciamo che registro positivamente anche la loro di uscita dall’aula.
Non si sente sempre più isolato?
No, questo no. Paradossalmente considero positivo un fatto: l’area del dissenso si è allargata. Il dissenso annunciato era circoscritto a 29 deputati del Pd, alla fine sono stati 40. Non è un dato da poco. Iniziano a essere numeri importanti, che dovrebbero far riflettere il capo del governo e segretario del partito.
Allora vede ancora un futuro per il Pd?
Ho passato due mesi a farmi dare del pirla... il solito Civati, dicevano. Invece, il voto delle regionali in Emilia Romagna e Calabria e quello in aula sul Jobs act rappresentano con forza che un problema nel Pd c’è.
Come si traduce questo problema?
Ma come si deve tradurre. È incredibile in aula ascoltare la dichiarazione di voto di Massimo Corsaro, Fratelli d’Italia, uno che più a destra non si può, mio storico rivale dai tempi del Consiglio regionale lombardo: ha detto di riconoscersi pienamente nel Jobs act del governo Renzi. Per me questo è un problema enorme.
Insomma Civati, rompe col Pd?
Ora nel Pd c’è un fatto politico gigantesco, l’area del dissenso si è allargata. Fino a ieri ero solo, oggi no. Voglio ricostruire il centrosinistra. È chiaro che siamo al limite, non posso infilare altri voti contrari al governo del Pd. Ma Renzi deve rottamare il Nazareno. Serve un nuovo Patto del centrosinistra, un patto dei cittadini. Lo chiederemo ufficialmente a Bologna il 13 dicembre in un’iniziativa dell’associazione di sinistra che ho fondato la scorsa estate a Livorno, “Possibile”. Perché adesso è possibile davvero.




Gianni Cuperlo. Li si nota di più se escono
“Fuga di elettori, non convince più”

intervista di Wa. Ma. il Fatto 26.11.14

Onorevole Cuperlo, perché siete usciti dall’aula sul Jobs act?
Abbiamo tenuto una linea molto chiara in queste settimane. Non eravamo contro una riforma del lavoro, ma doveva essere una buona riforma.
Quali sono i punti indigeribili?
Rispetto al Senato, nel passaggio alla Camera, sono state apportate modifiche positive. Ma il testo finale contiene delle norme per noi sbagliate, sul demansionamento, sul controllo a distanza dei lavoratori, sull’utilizzo dei voucher e sui licenziamenti.
Però avete messo in difficoltà il vostro governo.
No. Non credo. Il problema drammatico dell’Italia oggi non è la poca libertà di licenziare. La nostra priorità è come assumere.
Se in Senato il governo metterà la fiducia la minoranza voterà contro?
Mi auguro che il governo sappia raccogliere il messaggio che è arrivato non solo oggi alla Camera, ma l’altroieri dalle urne.
State pensando di uscire dal partito?
Nessuno di noi ha questa intenzione. Il Pd è il partito che abbiamo voluto con passione e con impegno.
Cosa pensa del dato dell’astensionismo?
Quando in Emilia Romagna da un’elezione regionale alla successiva c’è un calo del 30% non puoi dire che dipende dalla disaffezione dovuta alle indagini. Il Pd dalle europee a oggi ha perso 700mila voti, che vanno prevalentemente nell’astensione. Significa che il grande cambiamento di cui parla il governo non ha ancora un consenso dal basso. Non ho dubbi che Oliverio e Bonaccini saranno due ottimi presidenti, ma dire che l’astensione è un problema secondario è una frase consolatoria, che non tiene conto della qualità della democrazia.
Però non riuscite a mettervi d’accordo neanche tra voi. Bersani ed Epifani hanno votato a favore del Jobs act.
Abbiamo scelto una linea di condotta coerente non partecipando al voto.
I renziani dicono che la vostra posizione è scorretta, che allora dovreste avere il coraggio di andarvene. E che sarebbe il caso di votare con il Consultellum domani mattina, senza mettervi in lista.
Allargo le braccia. Io ho un’idea diversa di partito. Oggi mi preoccupo non di chi dovrei o potrei mettere in lista, ma di centinaia di migliaia di voti che non sono riuscito a far arrivare alle mie liste.
Crede che le elezioni si avvicinino?
Ho sempre dato credito a Renzi, quando diceva “siamo qui per fare le riforme”.

I bisogni primari stanno tornando d'attualità: guerra di razza e guerra tra poveri si intrecciano

Sigarette, scarpe, vestiti il suk dei disperati che rivende la merce trovata nella monnezza
Napoli. Davanti alla stazione gli ambulanti abusivi bivaccano sui marciapiedi attirando frotte di compratori Residenti in rivolta
di Antonio Di Costanzo Repubblica 26.11.14

NAPOLI Il mercato dei rifiuti inizia all’alba a corso Garibaldi nei pressi di Porta Nolana. Davanti alla stazione della Circumvesuviana, che trasporta frotte di turisti a Pompei, c’è già la folla. I nomadi hanno sistemato a terra la mercanzia prelevata dai cassonetti della spazzatura durante la notte. C’è un po’ di tutto. Scarpe, vestiti, giocattoli. Andrea e la moglie vengono dall’Europa dell’Est. Studiano una grossa pentola di ferro. È un po’ ammaccata e priva di un manico, ma la coppia è decisa ad acquistarla. Provano a trattare sul prezzo. Offrono pochi centesimi e vogliono barattare della chincaglieria che hanno portato allo scopo. L’anziana Rom non cede.
Più avanti un uomo prende in mano una modellino di una Ferrari. Lo vorrebbe regalare al figlio. Il suk della disperazione attira gente da tutta la città. Sono per lo più immigrati, ma si iniziano a vedere anche italiani. Segno che la crisi economica non guarda in faccia nessuno. Di fronte ai nomadi ci sono i magrebini, riciclano rifiuti in via Cesare Carmignano. La strada, parallela al corso Garibaldi, è un suk maleodorante dove viene messa in vendita spazzatura a chi si può permettere solo questo.
Gli abitanti sono esasperati. Domenica è scoppiata la rivolta. Da un lato gli stranieri, dall’altro gli italiani che dai palazzi hanno gettato giù secchi d’acqua, mentre “quelli”, come vengono indicati in maniera dispregiativa, hanno risposto lanciando bottiglie. Tutto è iniziato per un incidente: una ragazza ha calpestato la mercanzia esposta davanti al portone. Un immigrato l’ha strattonata. È esploso il finimondo. Segno tangibile che la tolleranza è terminata.
Il via vai davanti alla merce esposta continua. Si vende di tutto. Anche oggetti che sembra impensabile possano avere mercato come joystick, vecchi computer, telecomandi, autoradio. Il pezzo forte è un grande pupazzo di Puffo, recuperato poco prima dalla “monnezza” per essere rivenduto. Rispetto al resto costa molto, circa cinque euro. Ci sono anche un paio di pinne, una caffettiera e vari modelli di occhiali, con lenti, o solo montature. Tra l’immondizia spuntano anche cellulari e qualche orologio. Giubbotti, maglioni e scarpe sono i pezzi più ambiti per chi è venuto in cerca di una vita migliore e adesso tira avanti bivaccando tra le strade a ridosso della “Ferrovia”.
Una convivenza sempre più complicata quella tra abitanti e ambulanti: in una città che di tolleranza ne ha sempre dimostrata tanta, adesso, sembra prevalere l’esasperazione. «Rifaremo le Quattro giornate di Napoli — urla chi ha casa in via Carmignano — se ne devono andare non rispettano niente, trattano le strade come latrine, ci insultano, sono violenti e si ubriacano. Se protestiamo ci minacciano. Siamo diventati prigionieri a casa nostra ».
Anna Esposito è una commercialista, abita nel palazzo bersagliato dal lancio di bottiglie: «Abbiamo paura di uscire di casa. L’altra sera una prostituta mi ha scortato fino al portone. L’ho ringraziata di cuore: c’era troppa brutta gente in giro per camminare da sola». A tutto questo si aggiunge la guerra tra poveri che contrappone ambulanti napoletani sgomberati dalle stesse piazze che ora vengono utilizzate abusivamente dagli stranieri. «La situazione sta precipitando — dice Francesco Chirico, presidente della seconda Municipalità — ho scritto al prefetto. Si rischia una deriva violenta». Da giorni nel quartiere si vedono gruppi politici di destra. CasaPound offre protezione ai cittadini e si teme una Tor Sapienza. I segnali ci sono tutti in strade che da troppo tempo si nutrono di rabbia, povertà ed emarginazione. Il Comune è pronto a varare un’ordinanza contro il mercatino dei rifiuti, ma che fine faranno le decine di immigrati che vivono in strada? Tra loro c’è un anziano. Raccoglie mozziconi da terra. Svuota i rimasugli di tabacco e li rulla con dei filtri, realizzando sottili sigarette artigianali. Quelle che non fuma le vende. Campa così.

Gli interessi geopolitici in gioco nell'area del Mar Caspio

Il CaspioMarco Valigi: Il Caspio. Sicurezza, conflitti e risorse energetiche, Laterza

Risvolto

Dall’antichità sino ai giorni nostri, le principali potenze hanno giocato complesse partite diplomatiche e militari per esercitare la loro influenza sull’area caucasica e sul bacino del Caspio. Negli ultimi vent’anni le dinamiche di potere della regione sono state rimesse in discussione dal mutamento degli equilibri politici e militari seguito al crollo dell’URSS e, più recentemente, dalla nuova fase di corsa alle risorse energetiche che vede la Cina come protagonista. In questo volume, nove tra i maggiori esperti internazionali della regione offrono una panoramica completa della situazione odierna: le cause alla base dei conflitti scoppiati durante gli anni Novanta e ancora irrisolti; l’influenza degli Stati Uniti e della Russia; le ambiguità collegate al regime giuridico del Mar Caspio; l’embrionale competizione navale tra gli Stati rivieraschi; il ruolo degli idrocarburi e delle compagnie petrolifere internazionali nello sviluppo economico dell’area e delle sue relazioni con l’Europa e l’Asia.



Il Grande Gioco intorno al Caspio: c’è traffico sulle vie del petrolio 
Una raccolta di saggi curata da Marco Valigi esplora confini contesi, regole mancate e appetiti che s’incrociano

C. Vulpio Mercoledì 26 Novembre, 2014 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA

Mare o lago, si ricomincia sempre da lì, quando si parla del Caspio. E anche quando si concorda sulla strana definizione di «mare chiuso» i problemi restano aperti. 
Perché la disputa non è meramente geografica ma riguarda il diritto internazionale e la geopolitica, cioè i confini, la sovranità, le rotte commerciali, la pesca, lo sfruttamento delle risorse energetiche. Soprattutto del gas (e del petrolio), di cui il Caspio e i cinque Paesi rivieraschi (Russia, Azerbaigian, Iran, Turkmenistan e Kazakistan) sono ricchissimi. Convogliare quel gas a Ovest anziché a Est, infatti — magari lungo condotte che attraversino proprio il mar Caspio, avvicinando così il Caucaso e l’Asia centrale al Mediterraneo e all’Europa — significa cambiare i connotati del pianeta. 
A quasi un quarto di secolo dal crollo dell’Urss, l’incertezza sulla regolazione dei confini delle acque del Caspio è ancora un grande problema. Solo Russia, Kazakistan e Azerbaigian hanno trovato un accordo, mentre per Iran e Turkmenistan la questione è tutta da definire. 
Sulla terraferma le cose non vanno molto meglio, se si considera l’instabilità generata dai cosiddetti «conflitti congelati» (che in realtà sono veri e propri stati di guerra) in Abkhazia, in Ossezia del Sud e nel Nagorno Karabakh, la regione dell’Azerbaigian — pari al 15 per cento del territorio nazionale — occupata fin dal 1993 dall’Armenia. 
Eppure, tutti gli Stati del Caucaso, anche quelli che non possono contare sulle ricchezze energetiche, sono accomunati dal medesimo interesse: assicurarsi uno sbocco al mare (il Mediterraneo) che quel «mare chiuso» che è il Caspio non può garantire loro. Per questa ragione, gli Stati caucasici sono vincolati a un’interdipendenza che potrà essere la loro carta vincente o, al contrario, diventare la loro condanna. 
È questa la tesi di fondo del volume Il Caspio. Sicurezza, conflitti e risorse energetiche , curato da Marco Valigi (Laterza, pagine 203, euro 20), che, grazie ai contributi di otto ricercatori e analisti (Indra Overland, Maria Sangermano, Matteo Verda, Azad Garibov, Cristiana Carletti, Elnur Sultanov, Stephen Blank e R. Craig Nation), approfondisce tutti gli aspetti necessari a comprendere lo stato di salute e le fibrillazioni di un’area che oggi è tra le più interessanti del mondo. 
Lo hanno ben capito i giganti della Terra — Stati Uniti, Cina e Russia — che proprio qui giocano le rispettive partite geopolitiche, consci che l’interdipendenza dei Paesi del Caucaso passa soprattutto attraverso quella rete di pipeline progettate e in costruzione. Condotte che sono necessarie non soltanto per chi ha gas e petrolio da vendere ma anche per chi può semplicemente garantirne il transito, affrancando così se stesso dalla dipendenza da fornitori o acquirenti unici. Come dimostra l’esempio più calzante, il gasdotto che collegherà il Caspio al mar Adriatico lungo il Corridoio meridionale euroasiatico.

Pare che il modulo Philae abbia individuato molecole organiche sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko


«Trovati sulla cometa i primi mattoni della vita»
di Luigi Grassia La Stampa TuttoScienze 26.11.14

Il modulo Philae in questo momento è congelato in un crepaccio buio, su una remota cometa dal nome poco poetico (67P/Churyumov-Gerasimenko), in attesa che il corpo celeste, nella sua orbita, si avvicini alla luce e al calore del Sole e che questo risvegli anche Philae. Nel frattempo gli scienziati a Terra valutano la messe di dati scientifici che il modulo e la sonda Rosetta sono riusciti trasmettere. La novità più intrigante è la probabile scoperta di molecole organiche. I ricercatori vanno cauti, ma uno degli enti spaziali coinvolti nel progetto, cioè l’Agenzia spaziale tedesca, riferendosi ai dati preliminari di uno degli strumenti a bordo di Philae, ha fatto sapere che i primi mattoni della vita sarebbero stati rintracciati sulla cometa, anche se «l’identificazione e l’analisi delle molecole è ancora in corso».
L’identificazione di molecole organiche è una delle maggiori aspettative dalla missione Rosetta, perché si ritiene che le comete abbiano avuto un ruolo importante nella comparsa della vita sulla Terra : i componenti chimici delle future cellule si sarebbero formati nello spazio e sarebbero precipitati negli oceani primordiali usando le comete (nei passaggi periodici) come mezzi di trasporto. Le indiscrezioni dell’Agenzia spaziale tedesca sono autorevoli perché proprio alla Germania è stato affidato l’esperimento «Cosac», che consiste nell’«annusare» e analizzare i gas emessi dalla cometa.
Ma Philae regala anche altri risultati. Il suo braccio meccanico vibrante ha verificato che la cometa ha una superficie di 10-12 centimetri di polveri che ricoprono il ghiaccio. La temperatura del suolo è di 170° sotto zero. I sensori sismici, elettrici e acustici confermano che la cometa al momento non è attiva, ma, quando si avvicinerà al calore del Sole, ci si aspetta che si avviino movimenti delle rocce e del ghiaccio: la speranza è che gli strumenti del modulo si risveglino e possano documentare quel che succede