venerdì 7 luglio 2017

Pubblicato "Materialismo Storico" 1/2017: L'egemonia dopo Gramsci. Call for papers: "L'Ottobre russo e le origini del nostro tempo: rivoluzioni e restaurazioni, guerre e grandi crisi storiche"

Rispettando la scadenza semestrale, è disponibile sulla piattaforma dell’Università di Urbino all’indirizzo http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/index  il secondo numero (1/2017) della rivista “Materialismo Storico”.

La sezione monografica, Saggi, pubblica gli atti di un seminario su “L’egemonia dopo Gramsci” tenutosi a Pavia nel settembre scorso, ed è curata da Fabio Frosini.
Troverete una serie di testi (Cospito, Burgos, Cortès, McNally, Sotiris, Maltese, Pandolfi) che discutono la ricezione e l’interpretazione di questa categoria gramsciana negli ultimi decenni, soprattutto nell’area latinoamericana e in quella anglosassone.

Nella sezione Studi diversi, assieme ad altri testi - sulla politica economica del PCI, ma anche sul Communist Party Historians' Group di Dobb e Hobsbawm, o sulla penetrazione araba in Calabria nel IX secolo -, troverete un saggio di André Tosel su Lefebvre e Gramsci. Come saprete, Tosel ci ha lasciati alcuni mesi fa e abbiamo ritenuto importante ricordarlo, così come nello stesso numero ricordiamo il collega Alessandro Pandolfi, che insegnava Storia delle dottrine politiche a Urbino, e l’editore Sergio Manes (una nota di Gianni Fresu).

Completano il numero alcune Note e Recensioni su libri usciti di recente (Commisso, Bodei, Byung-Chul Han, Mészàros).

CALL FOR PAPERS

Il prossimo numero, che uscirà a dicembre e dunque subito dopo il centenario della Rivoluzione d’ottobre, avrà come tema “L'Ottobre russo e le origini del nostro tempo: rivoluzioni e restaurazioni, guerre e grandi crisi storiche”.

Stiamo cercando di organizzare un piccolo convegno a Urbino per i giorni 7 e 8 novembre e dunque pubblicheremo le relazioni.
Indipendentemente dallo svolgimento del convegno – legato al finanziamento da parte del Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Urbino -, invitiamo comunque coloro che sono interessati a fornirci un testo sulle tematiche indicate.
Il titolo è abbastanza generale da consentire a ciascuno di individuare un argomento che gli sia gradito: non è necessario infatti occuparsi in maniera diretta ed esclusiva dell’Ottobre russo ma, tenendo presente quel momento e il suo significato storico, è possibile analizzare sul piano teorico e storiografico i complessi termini indicati, mostrandone la funzione nei processi che hanno condotto al mondo contemporaneo.
Scadenza per la proposta (abstract e parole chiave in italiano e in inglese): 31 agosto 2017.
Scadenza per la consegna del testo: 31 ottobre 2017.

Domenico Losurdo; Stefano G. Azzarà

Se non diversamente indicato, i contenuti di questa rivista sono pubblicati sotto licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale. I materiali sono perciò liberamente riproducibili ma indicando obbligatoriamente le fonti e utilizzando di preferenza questa formula: “Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° x/xxxx, TITOLO, a cura di xxx xxxx, pp. xx-xx, licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0” (ai numeri di pagina di ciascun articolo ripubblicato sul web va associato il link che rinvia al pdf presente sulla piattaforma dell'Università di Urbino, rinvenibile attraverso il sommario).
Chi desiderasse una copia cartacea può invece contattare direttamente Edizioni Simple, via Trento 14, 62100 Macerata, tel. 0733 265384, info@stampalibri.it

E' estate: buone vacanze


E' ancora una volta estate, per fortuna.

A parte l'annuncio del numero 1/2017 della rivista, che viene subito dopo questo posto, come di consueto - a meno di notizie epocali o particolarmente divertenti - è difficile che questo blog riprenda l'attività prima di metà settembre, se tutto va bene.

Per chi proprio non può farne a meno rimangono lo psicologo e la mia pagina facebook.

Intanto, buone vacanze [SGA].

La Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento


Marco Di Maggio (a cura di), Sfumature di rosso. La Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento, Biblioteca di Historia Magistra

Risvolto
Nel corso del XX secolo l'Italia è stato uno dei paesi dell'Occidente in cui il confronto politico e la dialettica fra le classi sociali ha assunto la più marcata connotazione ideologica. Questo alto livello di ideologizzazione ha fatto sì che nelle culture politiche italiane si stratificassero molteplici concezioni e rappresentazioni della rivoluzione, all'interno delle quali occupano un ruolo centrale quelle della Rivoluzione russa e, in particolare, di quella bolscevica dell'ottobre 1917. Questo volume raccoglie una serie di ricerche sulle rappresentazioni della Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento. Le rappresentazioni del 1917, e quelle della forma di Stato e di governo nata dalla Rivoluzione rappresentano un punto di osservazione sull'evoluzione delle culture politiche, delle loro relazioni e contrapposizioni, della circolazione di idee e delle influenze reciproche. Dalla metà degli anni Venti fino al crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, gli eventi russi del 1917 e il "modello sovietico" diventano un termine di confronto, un esempio a cui ispirarsi o, comunque, un elemento imprescindibile per tutte quelle correnti politiche e culturali che cercano di elaborare una lettura (positiva o negativa, ideologica o più orientata all'analisi reale) della società di massa, del capitalismo fordista, del rapporto fra Stato e classi sociali e di quello fra interessi economici individuali e collettivi.             

Volontarismi radical-cotonati: Wright si diverte a progettare nella sua immaginazione le osterie dell'avvenire


Utopie reali in attesa del sole dell’avvenire 
Erik Olin Wright. Intervista al presidente dell’Associazione statunitense di sociologia. Docente all’università del Wisconsin è diventato l’animatore di un progetto globale di alternativa al capitalismo, sostenendo che Uguaglianza, libertà, partecipazione devono diventare i principî guida di cooperative, economia solidale, istituzioni e esperienze di mutuo soccorso 

Devi Sacchetto Manifesto 6.7.2017, 19:19 
«È sempre una sfida dire qualcosa di ragionevole in merito alle alternative al mondo esistente, specie quando si tratta di questioni complesse come un sistema sociale. Progetti esaurienti per modi alternativi di organizzare la società sembrano sempre innaturali, e sicuramente frutto di congetture. Questo è uno dei motivi per cui Marx è sempre stato scettico verso questi sforzi. Tuttavia, se non riusciamo a pensare ad alternative, il mondo così com’è si presenta sempre come naturalizzato». Gli interessi di ricerca di Erik Olin Wright – docente presso l’Università del Wisconsin e già presidente dell’Associazione statunitense di sociologia – si sono a lungo soffermarti sul concetto di classe e sulle forme di oppressione prodotte dal sistema capitalistico. Negli anni più recenti ha sviluppato un progetto, Real Utopias che è diventato anche un libro (Verso 2010). Il progetto mira all’analisi delle forme economiche alternative al capitalismo. 
Abbiamo incontrato Wright durante il suo soggiorno in Italia, dove ha partecipato ad alcuni seminari e a un Convegno «Cooperative Pathways Meeting» tenutosi all’Università di Padova. Si tratta del quarto incontro nell’ambito del progetto Real Utopias, dopo quelli di Barcellona (2015), Buenos Aires (2015), e Johannesburg (2016). 
Negli ultimi anni ha prestato particolare attenzione a forme alternative alla produzione capitalistica. Questa alternativa è connessa al suo progetto «utopie reali». Come si sviluppa questo progetto?
L’analisi inizia specificando i valori che si vorrebbe vedere accolti nelle nostre istituzioni sociali. Questo compito si riferisce alla necessità di elaborare fondamenti normativi di una scienza sociale emancipativa. Nel mio lavoro, mi sono dedicato prevalentemente a tre gruppi di valori: uguaglianza e onestà, democrazia e libertà, comunità e solidarietà. Questi fondamenti normativi mirano a due obiettivi: in primo luogo essi forniscono le basi per una diagnosi e una critica al capitalismo. In secondo luogo, sono fondamenti che forniscono un metro di giudizio per le alternative. Una cosa è dichiarare i valori o princìpi che animano un’alternativa e un’altra è specificare il progetto istituzionale che potrebbe realizzare questi valori. Noi vogliamo un’economia che sia profondamente e solidamente democratica. 

Cosa significa in pratica? 

L’utopia di cui parlo nel mio libro sulle «utopie reali» identifica i valori emancipativi di questa visione; mentre il reale guarda ai modi pratici per creare delle istituzioni in cui questi valori siano inclusi. Questo interessa due tipi di analisi. Primo, lo studio delle utopie reali comprende studi di casi concreti nel mondo, casi che, sebbene in modo imperfetto, rappresentano princìpi anticapitalistici congruenti con i valori emancipativi. Ne sono un esempio le cooperative, i bilanci partecipativi, l’economia sociale e solidale, le biblioteche pubbliche, le comunità legate da fini specifici, e molte altre cose. 
Il punto saliente è capire come queste istituzioni operano, quali problemi esse si trovano di fronte, e quali cambiamenti nella loro esistenza potrebbe facilitarne l’espansione. Secondo, lo studio sulle utopie reali implica l’attenzione a proposte per nuove istituzioni che potrebbero essere organizzate all’interno delle economie capitalistiche e che potrebbero espandere le possibilità emancipative, ad esempio un reddito di base incondizionato e nuove forme di potere democratico, come assemblee legislative di cittadini/e scelti/e casualmente. 
La strategia di base pensata intorno a queste linee di ricerca è che l’espansione di strutture e pratiche non capitalistiche all’interno delle economie capitalistiche possa prima o poi erodere il dominio del capitalismo. Questa strategia può essere fatta propria dal movimento operaio oppure servono nuovi movimenti sociali? 
Abbiamo bisogno di entrambi. I movimenti necessitano di superare la strategia delle lotte che provano a migliorare le cose senza preoccuparsi delle trasformazioni delle condizioni di vita nel lungo periodo. Le lotte per il miglioramento delle condizioni di vita sono importanti certamente; ma noi abbiamo bisogno di riforme che cerchino di creare i «mattoni» per un futuro di emancipazione: una più incisiva democrazia in economia, nello stato e nella società civile. 
Questi mattoni sono anche nell’interesse di un’ampia gamma di identità sociali e sono perciò congruenti con l’aspirazione di molti movimenti sociali popolari. 
L’anticapitalismo è un modo di unire movimenti operai e molti altri movimenti sociali che si impegnano sull’ambiente e su varie forme di oppressione e diseguaglianze quali il genere, la «razza», l’etnicità, il sesso, la disabilità e l’emarginazione. 

I movimenti sociali più recenti negli Stati Uniti e in Europa non sembrano essere basati su questioni relative alla classe (Occupy, 15M, etc..). Pensa che la questione di classe rimanga importante nell’attuale situazione globale? 

Il mio punto di vista è abbastanza semplice: se il capitalismo rimane centrale, allora la classe deve essere importante, perché una delle caratteristiche che definisce il capitalismo è la sua struttura di classe basata sulle relazioni di potere. Questo non significa che l’identità di classe dei lavoratori rimanga importante come nel passato. 
L’identità di classe operaia quale base per un’azione collettiva è stata infatti indebolita a causa di fattori sia strutturali (incremento della frammentazione ed eterogeneità della forza lavoro) sia politici (l’individualizzazione dei rischi, risultato delle politiche neoliberiste, in particolare grazie alla privatizzazione delle responsabilità). Ma questo non implica che la classe come struttura di relazioni di potere sia caduta verticalmente per quanto riguarda sia la determinazione delle condizioni di vita delle persone sia le forme del conflitto. 
Negli ultimi trent’anni molti ricercatori hanno sottolineato come il capitalismo si stia strutturando attraverso catene del valore globali. Ma queste categorie possano essere di un qualche aiuto per comprendere la nuova organizzazione del capitalismo contemporaneo? 
Non c’è dubbio che la produzione si strutturi oggi attraverso complesse catene e reti globali del valore. Ogni merce che arriva sul mercato è assemblata attraverso input – dalle materie prime ai semilavorati – prodotti in varie parti del mondo. Ma è anche importante sottolineare come molte delle attività economiche rimangano radicate a livello locale. In quest’ambito locale c’è infatti maggiore spazio di azione di quanto le persone pensino, in particolare per quanto riguarda la tassazione. 
Quando la socialdemocrazia raggiunse il suo massimo splendore, la maggior parte della tassazione che sosteneva lo stato sociale proveniva dalla redistribuzione delle tasse dei lavoratori, non dal trasferimento dei profitti allo Stato. L’argomento critico rimane il livello di solidarietà tra salariati e la loro volontà di vedere la loro qualità di vita dipendere da quello che possiamo chiamare salario sociale piuttosto che dal loro «salario individuale». 

Negli ultimi anni negli Stati Uniti e in Europa alcune delle più importanti proteste sono state sostenute dai lavoratori migranti. Pensi che la i lavoratori migranti siano in grado di modificare a fondo la classe operaia occidentale? 

Negli Stati Uniti i lavoratori migranti sono così vulnerabili alla deportazione che è difficile definirli come un’avanguardia. Sospetto che questo sia vero anche per l’Europa. Inoltre le proteste dei lavoratori migranti spesso alimentano le divisioni razziali ed etniche, e quindi non è chiaro se questo di per sé favorisca nell’avvenire la ripresa di nuove solidarietà necessarie per la rigenerazione del movimento operaio.
Ma sono divisioni che devono essere perciò superate. Questo è successo nel passato in alcuni luoghi, sebbene altrettanto spesso questi sforzi siano falliti. Comunque, è chiaro che ogni rinnovamento del movimento operaio deve coinvolgere il lavoro migrante.

Piattaforme digitali e ossessioni cognitarie

Libro Il capitalismo delle piattaforme Benedetto Vecchi
Benedetto Vecchi: Il capitalismo delle piattaforme, manifestolibri

Risvolto
Amazon, Google, Facebook sono imprese globali che hanno il loro business su Internet. Sono cioè piattaforme digitali preposte a una serie di attività produttive che si svolgono sul Web. Ma sono piattaforme digitali anche quelle usate dalle società che organizzano le infrastrutture della logistica. Sono espressione di un modello di capitalismo che si sta affermando su scala mondiale e che ha nella finanza non solo un polmone monetario, ma un dispositivo di governance dei flussi di informazioni, di dati e di merci. Come ogni modello di business, prevede modalità specifiche di governo del lavoro, dove la massima precarietà convive con lo sfruttamento delle competenze più diverse che si riflette nella proliferazione delle forme contrattuali.             

Le statue di Ilici in Ucraina


Antropocene o Capitalocene? Moore


Jason W. Moore: Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, ombre corte, pp. 174, euro 15

Risvolto
Che i drammatici cambiamenti climatici degli ultimi decenni siano dovuti alle emissioni antropogeniche di gas serra è un fatto acclarato, che non suscita serie controversie se non da parte di qualche sparuta setta negazionista. Quali siano le conseguenze di tale situazione è invece oggetto di discussione. Sempre più spesso si sente parlare, nei circoli accademici ma anche sui mass media, di "Antropocene". Il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, che ha coniato il termine, intende con esso una nuova era geologica in cui le attività umane sono diventate il fattore determinante, decretando così la fine dell'Olocene. L'umanità come un tutto indifferenziato (e colpevole) da un lato, l'ambiente incontaminato (e innocente) dall'altro. Jason W. Moore rifiuta questa impostazione e parte dal presupposto che l'idea di una natura esterna ai processi di produzione non sia che un effetto ottico, un puntello ideologico su cui si è appoggiato il capitalismo. Al contrario, il concetto di ecologia-mondo rimanda a una commistione originaria tra dinamiche sociali ed elementi naturali che compongono il modo di produzione capitalistico nel suo divenire storico, nella sua tendenza a farsi mercato mondiale. Il capitalismo non ha un regime ecologico, è un regime ecologico. Sfruttamento e creazione di valore non si danno sulla natura, ma attraverso di essa - cioè dentro i rapporti socio-naturali che emergono dall'articolazione variabile di capitale, potere e ambiente. Si tratta dunque di analizzare la forma storica di questa articolazione - ciò che Moore chiama "Capitalocene": il capitale come modo di organizzazione della natura - per fronteggiare l'urgenza dei disastri ambientali che ci circondano             

L'uscita dalla guerra e il fallimento di una generazione che lascia macerie: Stajano

Eredità
Corrado Stajano: L’eredità, Saggiatore

Risvolto
È il 1939: tra due ali di folla gioiosa sfilano Galeazzo Ciano e Joachim von Ribbentrop. I due ministri degli Esteri si sono riuniti a Como per definire l’imminente firma del Patto d’Acciaio. Alla parata assiste un bambino che sventola la bandierina italiana e quella germanica con la svastica. È un Figlio della Lupa, non ha ancora dieci anni.

Sembra un’infanzia serena, la sua in riva al lago: il gelato in piazza, la pasticceria e il giocattolaio, le figurine dei calciatori, la gita della domenica in battello. Gli scolari cantano inni marciando dietro al maestro in sahariana nera, salutano come gli antichi romani: non fanno così tutti i bambini del mondo?
A Como vivono allora Alida Valli, l’attrice dall’anima inquieta, Giuseppe Terragni, il grande architetto razionalista e ammiratore ossequioso del fascismo, Margherita Sarfatti, la ninfa egeria di Mussolini, poi ripudiata dal suo Dux. Sono solo alcuni dei volti che rivivono fra queste pagine, in cui, con una scrittura intensa e delicata, Corrado Stajano racconta la città e torna a quel fatale 1939, ai giorni in cui l’Italia e il mondo si avvicinano alla tragedia con giuliva inconsapevolezza: sembra che uomini e donne non sentano la cappa che pesa sulle loro vite.
Ma la guerra lacera ogni illusione. La guerra fa diventare adulti in fretta. Dopo solo sei anni, quel bambino, ora ragazzo, si ritrova frastornato nel groviglio di una Milano distrutta, un magma privo di forma e di colore, simbolo di tante esistenze spezzate, tra macerie, dolore e morte. La storia individuale di Eredità diventa storia collettiva. Sembrava che la Seconda guerra mondiale sarebbe servita a conservare per sempre la pace, il bene sommo: era un’utopia. Il mondo è anche oggi sull’orlo di guerre devastanti. La narrazione di Corrado Stajano aiuta a comprendere, grazie alla forza della memoria, il senso dell’irrinunciabile contemporaneità della Storia.

Fritjof Capra benecomunista ugomatteizzato



Fritjof Capra, Ugo Mattei, Ecologia del diritto. Scienza, politica, beni comuni, traduzione dall’inglese di Ilaria Mattei, Aboca, euro 18


Risvolto

Mentre gli Stati Uniti minacciano di distruggere il mondo, sull'organo ufficiale delle bufale 8 pagine acquare di fake news e sputtantamento della Corea del Nord










L'autobiografia di Gillo Dorfles



Novità sul Manoscritto di Voynich

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Il mistero dell'indecifrabile manoscritto di Voynich. "E' stato scritto da un italiano"Da cento anni in migliaia provano a risolvere l'enigma del libro dall'alfabeto sconosciuto. Ora l'esperto Stephen Skinner è convinto che la chiave sia l'Italia
di GIACOMO TALIGNANI Rep

giovedì 6 luglio 2017

Lotte di classe: il privilegio di essere presi in un corso di formazione per lustrare le scarpe a quelli che sono più ricchi, nell'Italia che nel 2017 si prepara alla guerra razziale contro negri e beduini





L'islamismo militare come errore e peccato veniale dell'Occidente: Warrick ha meritato il Pulitzer

Joby Warrick: Bandiere nere. La nascita dell’Isis, La nave di Teseo, pp. 606, euro 22
Risvolto
Quando, nel 1999, il Governo della Giordania concesse l’amnistia a un gruppo di prigionieri politici detenuti in un carcere di massima sicurezza in mezzo al deserto, non aveva la minima idea che tra di essi ci fosse anche Abu Musab al-Zarqawi, un terrorista capace di diventare in pochi anni l’architetto del movimento più pericoloso del Medio Oriente prima, e del mondo intero poi.
Bandiere nere di Joby Warrick mostra in modo magistrale come la determinazione di un solo uomo e gli errori strategici dei presidenti americani George Bush e Barack Obama abbiano permesso che le bandiere dell’ISIS si issassero sull’Iraq e la Siria, prima di spargere sangue in tutto il mondo.
Sulla base di informazioni ad altri inaccessibili, ottenute sia da fonti giordane che della CIA, Warrick tesse un’avvincente e dettagliata cronaca – attimo dopo atti-mo, fatto dopo fatto – della nascita e crescita di un mostro che ha adepti in tutto il mondo, e che sta colpendo tanto l’Europa e gli Stati Uniti, quanto l’area mediorientale e oltre. Una storia raccontata dal punto di vista di spie, diplomatici, agenti dei servizi segreti, generali e capi di stato, molti dei quali compresero in anticipo la minaccia, ne intravidero la maggiore pericolosità rispetto a quella di al-Qaida, cercarono di arrestarne in tempo la violenza, ma non vennero ascoltati.
Bandiere nere rivela in modo definitivo, avvincente e accessibile il lungo arco di vicende che ha portato alla costituzione della trama terroristica più pericolosa che l’Occidente abbia mai conosciuto.

Joby Warrick, dopo aver collaborato con diverse testate americane, dal 1996 lavora come reporter per The Washington Post. È stato insignito due volte del Premio Pulitzer, per la sua attività giornalistica e per Bandiere nere. La nascita dell’ISIS. Da questo libro è tratta l’omonima serie con Bradley Cooper in produzione per la HBO.

Le lotte di classe in America e la vittoria di Trump: Spannaus


Intervista all'analista politico che in tempi non sospetti aveva predetto la vittoria di Trump: «Dopo le elezioni non è cambiato nulla, gli Stati Uniti sono più divisi dell'Italia»

Avvenire Andrea Galli martedì 4 luglio 2017 

Il grande fallimento delle banche venete nel 1499


Istituti sull’orlo del fallimento? Non è la prima volta: il 1499 fu un “annus horribilis” per la Serenissima impegnata in due guerre. La corsa al prelievo mise ko Garzoni, Lippomano e altre banche         

Avvenire Alessandro Marzo Magno mercoledì 5 luglio 2017

Potere Negriero: la costruzione dell'automitologia nostalgica dell'Autonomia Operaia occupa tutto lo spettro dell'immaginario politico "ribelle" e non solo

Gli autonomi – volume IVG. Marco D'ubaldo, Giorgio Ferrari: Gli autonomi – volume IV. L'Autonomia operaia romana, Deriveapprodi
Risvolto
l quarto volume della fortunata «serie» Gli autonomi si concentra sull’esperienza politica dell’Autonomia operaia romana, la più importante (con quella veneta) per numero di militanti, realtà lavorative, studentesche e territoriali organizzate, radicamento sociale, volume delle lotte intraprese.

La narrazione riguarda la componente dei Comitati autonomi operai, i famosi «Volsci», dal nome della via del quartiere romano di San Lorenzo che ospitava la loro sede. Ma riguarda anche tutta la variegata articolazione di decine e decine di collettivi sparsi nei quartieri della città, nelle periferie e nelle cittadine circostanti.
L’arco temporale preso in considerazione è ventennale, dagli inizi dei Settanta agli inizi dei Novanta, con epicentro il ’77, l’anno «insurrezionale». Il libro contiene anche rilevanti considerazioni teoriche con riferimento al dibattito tra i «romani» e le componenti autonome esistenti nelle altre città d’Italia.
E questo conferisce all’opera un carattere non localistico.
Le argomentazioni teoriche oltrepassano la perimetrazione temporale del passato sapendosi misurare con la più stringente attualità dei movimenti in corso.

Le lettere di Fitzgerald

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John Grisham racconta la «solita cricca» di scrittori, intellettuali, editori. È la Florida, ma sembra l'Italia
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Debiti, drink paure e gelosie. Fitzgerald si confessa...Giornale Luigi Mascheroni - Lun, 24/07/2017



Leopardi e la matematica



La codificazione delle abitudini alimentari nell'Europa borghese: Barbero