giovedì 9 aprile 2020

"Materialismo Storico" è adesso una rivista scientifica accreditata dall'Anvur per l'area 11


http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico 

La rivista di filosofia, storia e scienze umane "Materialismo Storico" è stata riconosciuta da Anvur, l'agenzia nazionale per la valutazione della ricerca, come rivista scientifica per l'area 11 (Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche).

Da questo momento, tutti gli articoli pubblicati su "Materialismo Storico" potranno essere fatti valere come pubblicazioni scientifiche su rivista per le procedure di Abilitazione nazionale e in tutte le circostanze in cui l'accreditamento Anvur è richiesto.

Si conclude un iter faticoso e complicato, iniziato più di 3 anni fa su ispirazione e sotto la guida di Domenico Losurdo, che del Comitato scientifico della rivista è stato presidente e ne ha seguito i lavori finché gli è stato possibile farlo.

E' anzitutto a lui, al suo insegnamento e al suo esempio di impegno culturale e politico che la rivista deve la sua esistenza.

Ringrazio in primo luogo il compagno, carissimo amico e collega Fabio Frosini, che condivide con me la responsabilità della rivista, ma ringrazio anche tutti i collaboratori della redazione e gli autori che ci hanno aiutato negli anni ad ottenere questo risultato decisivo.

Non era facile affidare i propri lavori a una rivista ancora priva di accreditamento, con il rischio di aver lavorato per nulla. Senza la loro fiducia - e senza la qualità dei loro contributi - non ce l'avremmo fatta.

Si tratta di un successo che è certamente importante per ciascuno di noi ma il cui valore va ben al di là delle aspettative personali, perché l'obiettivo di questa iniziativa è stato sin dall'inizio uno e uno solo: contribuire a restituire piena cittadinanza al materialismo storico nel dibattito scientifico del nostro paese.

Lavoreremo con ancora maggiore determinazione per offrire agli studiosi marxisti italiani e di tutto il mondo un punto di riferimento e una tribuna di confronto e per aiutarli a far sentire chiara e forte la loro voce nella battaglia delle idee.

Vivi complimenti anche a "Consecutio Rerum", con la quale ci proponiamo di collaborare nell'ottica della ricostruzione di un campo culturale legato al pensiero critico che sia sempre più vasto [SGA].

http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico

Agamben e Flores riescono a farsi perculare anche dal Nostro Toynbee



La carità nel mondo antico: Ieranò


lunedì 6 aprile 2020

Parag Khanna, Kupchan: il mondo dopo il virus






















L'accelerazione spazio-temporale nella post-modernità: Wajcman


"Arricchimento": Bolstanski, Esquerre e la critica della merce

Copertina Arricchimento
Luc Boltanski e Arnaud Esquerre: Arricchimento. Una critica della merce, Traduzione di Andrea De Ritis rivista da Tommaso Vitale, il Mulino, Bologna, pagg. 584, € 38


Sua maestà, la merce!
Tra mercato e profitto. Boltanski ed Esquerre esplorano l’idea di prodotto e del suo valore sino alla commercializzazione, oggi più che mai spinta dalle narrazioni dei creativi
Ermanno Bencivenga Domenicale 5 4 2020
«Una cosa si trasforma in merce» scrivono in Arricchimento Luc Boltanski e Arnaud Esquerre, sociologi francesi qui in trasferta in ambito economico «quando in una situazione di scambio le viene attribuito un prezzo.» Che cosa permette di stabilire il prezzo?
Due sono le risposte principali. La prima, suggerita da Tommaso d’Aquino e Locke, sviluppata da Adam Smith e Ricardo e culminata in Marx, con cui viene di solito identificata, è che il prezzo sia fondato sul valore, a sua volta determinato dal lavoro impiegato nel produrre la merce. La seconda ha origine in Aristotele, per cui una merce vale in base al bisogno che se ne ha; a lungo in difficoltà perché ciò di cui abbiamo più bisogno, come aria e acqua, sembrava non valere nulla, fu riabilitata a fine Ottocento dai teorici del bisogno (o utilità) marginale, dando luogo all’economia neoclassica (non è la prima boccata d’aria a determinare il valore dell’aria, ma l’ultima; quindi preparatevi a quando ogni boccata d’aria potrebbe essere l’ultima disponibile; allora capirete il valore dell’aria). Entrambe le teorie hanno pretese universalistiche: forniscono una visione atemporale (l’economia neoclassica) o escatologica (Marx). Boltanski ed Esquerre scelgono un approccio più sensibile a variazioni e differenze.
Rimanendo inteso che la logica del capitalismo «è di perseguire l’accumulazione illimitata del capitale» e portare «a una mercificazione illimitata della realtà», le forme di valorizzazione (cioè di conversione di cose in merci) usate «sono storiche e non destinate a rimanere immutabili». Invece di un percorso provvidenziale del genere agostiniano o hegeliano, o di un mondo umano dominato da leggi tanto inderogabili quanto quelle fisiche, ci aspetta una molteplicità kuhniana o foucauldiana, per la quale gli autori evocano anche la geometria dei frattali.
Tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo, la forma dominante di valorizzazione era quella standard, basata «sulla riproduzione di un prototipo in un numero a priori illimitato di esemplari»: gli innumerevoli frigoriferi, lavatrici e automobili che uscivano dalle fabbriche. Le concezioni rivali marxista e neoclassica potevano renderne conto con facilità: il padrone detiene il possesso degli strumenti di produzione e guadagna un profitto comprando a una frazione del suo valore la forza-lavoro dei dipendenti, che a sua volta valorizza le merci; oppure le merci stesse (sostenute dalla grancassa pubblicitaria) vanno a soddisfare l’utilità, quindi la domanda, dei consumatori. Negli anni Settanta, la saturazione della domanda da un lato e l’irrequietezza dei lavoratori dall’altro mettono in crisi questo modello. Così, mentre la produzione standard viene sempre più esportata in Paesi con bassi salari, il capitalismo deve trovare qualcosa di nuovo. Subentra l’economia dell’arricchimento.
Un senso ovvio del termine è che si tratta di un’economia rivolta ai ricchi, i quali sono aumentati in modo tanto cospicuo da giustificare un sistema di scambi rivolto soprattutto a loro. Nel 2015 c’erano al mondo diciotto milioni e mezzo di milionari di dollari (intesi come famiglie) e questo 1% della popolazione globale disponeva del 47% della ricchezza finanziaria. Un altro senso del termine, meno ovvio ma più rivelatore di quel che sta accadendo, è che, nel rivolgersi ai ricchi, le merci devono essere arricchite, cioè valorizzate oltre misura. Lo sono in uscita (dal mercato), puntando «sull’aumento del margine di profitto prodotto dalla vendita di ogni unità rispetto alla vendita di un gran numero di unità dotate di un basso margine di profitto». E, per garantire profitti così elevati, poco comprensibili in termini sia marxisti sia neoclassici, lo sono anche in entrata (nel mercato): orientandosi verso «lo sfruttamento sistematico di ricchezze che si basano sul ricorso al passato» (un passato, varrà la pena di aggiungere, spesso fittizio), il capitalismo contemporaneo riesce a valorizzare all’estremo siti, pratiche artigianali e oggetti «che in linea di massima non vengono comprati per servire a qualcosa».
Per dare un’idea, i profitti nel 2013 dei gruppi francesi Lmvh (che comprende Louis Vuitton) e Kering (che comprende Gucci) sono stati intorno al 33 per cento. E, per mettere in giusta luce il dato, un altro aspetto dell’economia dell’arricchimento è «la maggiore importanza attribuita nella formazione del profitto alla commercializzazione rispetto alla produzione». La produzione costa relativamente poco; si scommette invece sulle «narrazioni» dei «creativi», per riscoprire (o inventare) una «tradizione» che conferisca lustro agli acquirenti e li distingua da chi può solo permettersi prodotti standard; senza questo story-telling, si cercherebbero altrove gioielli, capi firmati, itinerari «culturali», ricercatezze enogastronomiche, automobili di lusso. Una volta che un marchio ha acquisito una «rendita di differenza», poi, si moltiplicano coloro che, come mi è spesso capitato di dire, comprano un prezzo: «il prezzo diventa un argomento per giustificare il prezzo», «il prezzo della cosa fa parte delle qualità che stimolano la domanda».
L’economia dell’arricchimento trae vantaggio dall’assumere in qualità di precari giovani dotati di un buon livello d’istruzione, spesso umanistica (il che funziona bene con le narrazioni), ricattati dalla disoccupazione imperante e tesi a vedere i compagni come concorrenti invece che come partecipi di un medesimo sfruttamento, quindi a non impegnarsi in rivendicazioni sindacali. Si lega a star del cinema e della canzone cui offre gratis i propri prodotti perché vengano associati a immagini vincenti. E, sia detto in mesto commiato, inquina i luoghi che dovrebbero essere deputati alla trasmissione imparziale di notizie: «Questa operazione non avrebbe potuto avere una portata così vasta e così rapida se non avesse approfittato della crisi economica dei media. Utilizzando parte dei profitti eccezionali ottenuti, l’industria del lusso ha cominciato a sostenere i media, cioè a sfruttarli. Queste manovre hanno avuto il risultato non solo di rendere la pubblicità per i beni di lusso indispensabile alla sopravvivenza delle testate giornalistiche, ma anche di spostare i contenuti verso quel punto indistinto in cui si confondono lavoro redazionale e spazi pubblicitari, come si vede chiaramente nei supplementi dedicati all’“arte del vivere” senza i quali i principali media non potrebbero esistere».
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Il mito della democrazia liberale da Bobbio a Sartori a Pasquino


Gianfranco Pasquino: Minima Politica. Sei lezioni di democrazia. Utet, Torino, pagg. 176, € 14

I nervi sensibili della politica
Paolo Pombeni Domenicale 5 4 2020
Vagamente ispirato ai Minima Moralia di Adorno (ma l’autore subito avverte che non vuole andar oltre una suggestione per il titolo), questo volume si pone l’obiettivo di aiutare il lettore a capire la politica. Soprattutto in un contesto in cui, come Pasquino avverte anche con una certa verve polemica, ormai si parla a vanvera di un mondo che si pensa non abbia alcuna regola e men che meno alcuna razionalità, è quanto mai opportuno richiamare che la politica deve essere capita e rappresentata all’interno delle sue logiche. È la lezione che l’autore presenta come risalente ai suoi maestri Bobbio e Sartori che tanto hanno lavorato per dare fra il resto “definizioni” ai concetti della politica.
Il libro è articolato, come suggerisce anche il titolo, su sei argomenti, indubbiamente centrali nell’attuale dibattito. Per la verità c’è una certa differenza fra la trattazione dei primi tre casi in cui maggiormente si sentono la vis polemica e la passione politica di Pasquino, e gli altri tre dove è più marcato lo sforzo didattico (anche se lo stile si mantiene comunque leggibile).
Parlare di leggi elettorali, rappresentanza politica e presidenti della repubblica significa di questi tempi toccare nervi assai sensibili, per di più se a farlo è un autore che è stato anche attore all’interno dei dibattiti che queste tematiche hanno suscitato. Giustamente viene sottolineato che tra rappresentanza e governabilità non c’è quel nesso che viene a torto reclamato da qualche apprendista stregone e che la rappresentanza politica è tutt’altra cosa dalla rappresentanza populistica. L’autore non si sottrae mai, qui come altrove, dal prendere posizione sulle questioni in campo, per esempio schierandosi a favore dell’uninominale a due turni in materia di sistemi elettorali: lo fa però sempre argomentando e portando esempi su quanto avviene nei vari contesti, cioè dando un contributo utile anche a chi non fosse d’accordo con le sue tesi.
Il capitolo forse più “caldo” è quello dedicato ai presidenti della repubblica, figure divenute sempre più centrali nelle vicende politiche degli ultimi decenni. Pasquino si sofferma sulla nota immagine della “fisarmonica presidenziale” che si gonfia o si restringe a seconda dei contesti politico-parlamentari che richiedono e/o concedono più o meno spazio agli interventi del Quirinale. Viene discusso quel che emerge dai volumi dedicati ai presidenti della repubblica curati da Cassese, Galasso e Melloni, ma qui mi permetterei di dire che se si andasse un po’ oltre quelle rappresentazioni si vedrebbe che gli inquilini del Quirinale (e probabilmente i loro staff su cui si sa pochino) hanno sempre cercato di dare un loro apporto alle dialettiche politiche.
I capitoli dedicati a questioni legate più al dibattito sulla politica che al confronto politico corrente affrontano temi cruciali su cui è ancor più opportuno auspicare una crescita di consapevolezza nella pubblica opinione. Non che siano questioni di scarso rilievo. Partiamo dal tema del “deficit democratico”, una formula di cui Pasquino denuncia giustamente l’ambiguità, che viene applicata ai fenomeni più diversi: dal funzionamento della Ue alla vita interna dei partiti e dei sindacati. Se è vero che nella sua più corretta accezione il concetto stigmatizza una situazione in cui i cittadini hanno scarse possibilità di intervenire sulla politica e sui politici, viene anche fatto notare che a volte i cittadini che lamentano questo stato di cose sono deficitari nell’informarsi e nel partecipare.
Anche il tema della governabilità, intesa come la compresenza di stabilità politica e di efficacia decisionale viene sottoposto ad analisi critica, anche se in questo caso l’attacco en passant alla riforma costituzionale proposta da Renzi ci pare un po’ fuori target.
La conclusione sulle cosiddette “democrazie illiberali” tocca un tema di grande rilevanza oggi. Assolutamente condivisibile il rigetto della accettabilità di questo che è un autentico ossimoro: la democrazia è pluralismo competitivo, è poliarchia, non semplice presenza di strumentazioni tipo le elezioni o la distribuzione nominale dei poteri in organi diversi, che si possono benissimo manipolare per ricondurle ad una unica centrale che impedisce ogni dialettica e competizione. © RIPRODUZIONE RISERVATA


Una nuova ricostruzione del processo a Giordano Bruno: Maifreda


Nuovi volumi delle corrispondenze di Stendhal

Stendhal: Il laboratorio di sé. Corrispondenza, A cura di Vito Sorbello, Aragno, Torino, Vol. IV (1822-1830), pagg. 557, Vol. V (1831-1832), pagg. 687, Vol. VI (1833-1834), pagg. 637, Vol. VII (1835-1837), pagg. 635,
Vol. VIII (1838-1842), pagg. 569, € 35 ciascuno (I volumi I, II e III delle lettere sono stati pubblicati nel 2016 sempre da Aragno)

Stendhal turista a caccia di felicità
Corrispondenze. Le lettere dello scrittore sono un monumento di fatti e aneddoti sull’Italia: dalle considerazioni sul diffondersi del colera del 1831, al pedinamento della polizia di Firenze, fino ai soggiorni a Roma e Napoli
Scaraffia Domenicale 5 4 2020
«Mi preme annunciarvi che l’autorità pontificia allarmata dal progredire del colera ha sottoposto a una quarantena di quattordici giorni tutti i bastimenti provenienti dai porti della Francia», scriveva Stendhal nell’estate del 1831. Per poi concludere: «A Vienna il terrore è al culmine». Malgrado il suo amore per l’Italia era dubbioso sull’efficacia di un cordone sanitario affidato a soldati italiani. «I medici migliori pensano che non ci siano cure; il malato ha cinque possibilità contro una di andarsene ad patres. Ah! Se non ci fossero le atroci sofferenze, ho sempre desiderato una morte veloce».
Per il momento però si limitava a morire di noia in un «un buco abominevole», Civitavecchia, dove era stato nominato console, ma si annoiava tremendamente. La sua carica lo metteva a contatto con un mondo marinaresco e commerciale che non gli interessava. Come se non bastasse, aveva accanto a sé un infido cancelliere, Lysimaque Tavernier, che, mentre lo chiamava «padre mio», faceva la spia sulle sue numerose assenze e gli faceva ogni tipo di dispetti. Quella carica, inutile negarlo, era una resa. «Ero convinto di potere vivere della bellezza come unico cibo, ma è impossibile». La sua massima per resistere alle infinite punture di spillo e ai labirinti della burocrazia era «fregarsene decisamente di tutto», sintetizzata in S.F.C.D.T. («Se foutre carrément de tout»).
Ma neanche la sua salute era ottima. Le malattie immaginarie si mescolavano a quelle reali, il timore di prendersi il colera gotta, curato con l’oppio. Costretto a usare gli occhiali, sentiva con ansia avvicinarsi i cinquant’anni. Non bastava a rassicurarlo la sua relazione con una giovane e avvenente nobildonna, Giulia Rinieri de’ Rocchi, che l’aveva stupito due volte. La prima baciandolo di sua iniziativa - «So bene e da molto tempo che sei vecchio e brutto» - e la seconda rifiutando cortesemente la sua proposta di matrimonio. Doveva ammetterlo, in campo amoroso «le mie vittorie non mi hanno dato un piacere comparabile alla metà della profonda infelicità causata dalle mie sconfitte».
I pettegolezzi che arrivavano per lettera dalla Francia lo ristoravano per un momento, ma poi si ritrovava solo in quella misera cittadina. Meglio allora rifugiarsi nell’oasi solitaria della memoria. «Mi diverto a scrivere i bei momenti della mia vita; in seguito farò probabilmente come con un piatto di ciliegie, scriverò i momenti brutti, i torti che ho avuto, e la disgrazia che ho avuto di dispiacere sempre alle persone a cui volevo piacere».
In realtà due terzi del suo tempo andava ai viaggi nel «paese della caccia alla felicità» e ai soggiorni romani, amareggiati però dalla diffusa ipocrisia. «Quando si arriva a Roma da Napoli, si ha l’impressione di entrare in una tomba. Sono rari i contrasti così dolorosi. Si passa dalla città più allegra a quella più triste del mondo». Abituato a esprimersi liberamente nei salotti di Parigi, turbava con la sua audacia i romani che, nel timore di compromettersi, si allontanavano da quel parlatore pericoloso. Nei salotti una congiura del silenzio sembrava gravare sul suo ultimo libro, Il rosso e il nero, ritenuto immorale. Nessuno era al corrente del frammento Il lago di Ginevra, scritto poco dopo l’uscita del romanzo, poche pagine di un lirismo sommesso, in cui un diciottenne è estasiato dalla «sublime bellezza» del lago di Ginevra. Un incanto che neanche la grettezza del suo compagno di viaggio riesce a incrinare.
Secondo i benpensanti era lui il proprio peggiore nemico con il suo vizio di scherzare su tutto, di rovesciare le opinioni comuni e deridere l’autorità. Persino nella taverna Lepri di via Condotti quell’uomo dal fisico appesantito sotto il frac all’ultima moda scandalizzava gli artisti, demolendo le glorie consacrate, davanti a una stracciatella e a un bicchiere di Orvieto. Solo un piccolo gruppo beveva, affascinato, ogni parola della scintillante conversazione «piena di audacia, di fuoco e di brio». Tra loro però c’erano anche le spie della polizia che guardava con sospetto quel console cui Metternich aveva rifiutato l’autorizzazione per la sede di Trieste.
Nella sua vita, Stendhal aveva assistito a un’accelerazione inedita della storia. La monarchia era affondata, lasciando posto alla rivoluzione, rimpiazzata due volte da Napoleone e dai Borboni per poi approdare a Luigi Filippo. La rapidità degli avvicendamenti aveva reso più sgraziati i tradimenti di chi di volta in volta abbandonava gli sconfitti per i vincenti. In quella società ambigua, che cercava di mascherare con l’ipocrisia e la retorica il proprio opportunismo, Stendhal era un perfetto estraneo e non perdeva occasione per predire l’imminenza di una rivoluzione destinata a spazzare via il mediocre regno di Luigi Filippo, cui doveva peraltro la sua carica.
In questa scintillante, magnifica corrispondenza, un vero monumento letterario, intessuta di pensieri e di aneddoti e ottimamente curata da Vito Sorbello, si annidano perle come il resoconto di un pedinamento della polizia a Firenze. Vediamo così in un verbale lo scrittore uscire dalla locanda alle 9,30, sostare due ore al Gabinetto Vieusseux, un’ora agli Uffizi, comprare qualche libro francese e tornare al Vieusseux. Per poi passare ai bagni di via delle Terme, tornare di nuovo al Gabinetto e cenare in una trattoria con un giovane sconosciuto alla spia. Dopo il pasto si era seduto a un caffè di piazza del Duomo per poi ritirarsi nella sua locanda. Un’ultima sosta al Viesseux e poi era andato a dormire. «Avendo il sorvegliante fatto balenare il sospetto che potesse accorgersi di essere oculato, fu creduto conveniente di sospendersi per ora la vigilanza». La polizia non poteva sapere che in realtà Stendhal andava a Firenze nella speranza di vedere Giulia Rinieri.
Stava cominciando quelli che sarebbero diventati i Ricordi di egotismo, mai finiti come non riusciva a finire Una posizione sociale o l’incantevole Paul Sergar, anch’esso rimasto allo stato di frammento, in cui il passato si ripresenta sotto mentite spoglie. Il padre di Paul non somiglia infatti a quello maldestro del narratore ma all’amatissimo nonno. È rimasta la matrigna «bella e cattiva» che calunnia Paul e trasforma la sua infanzia in un periodo tristissimo. Lui «aveva un carattere appassionato e ombroso: la sua immaginazione ne fece una tragedia e aumentò molto la sua infelicità», spingendo a pensare al suicidio.
Ben lontano dall’egoismo, l’egotismo di Stendhal era lo scudo trasparente che opponeva alle insidie del tempo e alle tentazioni dell’ambizione. Era la consapevolezza della superiorità delle gioie dell’arte, dell’amore e della bellezza ai miraggi della carriera e degli onori. Non aveva niente a che fare la pomposa celebrazione di sé di quel «puzzone» di Chateaubriand, «il re degli egotisti».
Continuava a prendersela con Dio che non esisteva o era cattivo. «La vita di per sé non è né bene né male. È il luogo del bene e del male a seconda che li vogliate. È un canovaccio da ricamare con seta rossa o lana nera».
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sabato 4 aprile 2020

Jean-Luc Nancy e il virus del capitale


Tutto cambierà o tutto rimarrà come prima? Liberali a difesa della religione del capitale
































































Negarville clandestino a Parigi: il diario di Celeste

Ogni occasione è buona per usare la parola "stalinismo" anche quando non c'entra niente. Non è possibile scrivere un articolo sul PCI senza usarla. Sembra anzi che gli articoli sul PCI siano solo l'occasione per dire "stalinismo" [SGA].

Staino, il Marione del PD. Rossobruni e rozzobruni

Con questa vignetta indecorosa e razzista pubblicata dalla Busiarda di oggi, l'ex compagno Sergio Staino - la cui sopravvalutata funzione storica e unica ragione d'esistenza sociale è sempre stata quella di ammorbidire con la vaselina delle sue battute insulse l'irreversibile svolta a destra intrapresa dal suo partito alla fine degli anni Ottanta facendosi garante della continuità dal PCI al PD presso i militanti più gonzi - si guadagna il titolo di Marione del PD e dei diritti umani.

Immaginate cosa sarebbe accaduto oggi in Italia se al posto dello stereotipo del cinese ci fosse un uomo rappresentato con il naso adunco.

Si conferma quanto è noto da tempo: al volgare "rozzobrunismo" dei socialsciovinisti che sognano il socialismo da caserma e difendono il proletariato bianco dall'invasione migrante orchestrata da Soros, la sinistra imperiale ha contrapposto in anticipo il vero "rossobrunismo": e cioè una raffinata piattaforma che coniuga i valori dell'Occidente eretti a valori universali con le bombe della Nato [SGA].


La vita emotiva degli animali è più ricca di quella degli elettori di Salvini

Frans de Waal: L’ultimo abbraccio. Cosa dicono di noi le emozioni degli animali, Cortina, Milano, pagg. 390, € 28

Abbracciami almeno tu
Etologia. Per Frans de Waal non è irragionevole adottare un approccio antropomorfico nello studio di animali come le grandi scimmie che ci sono molto vicine. Ma serve cautela
Giorgio Vallortigara Domenicale 5 4 2020
Frans de Waal ha iniziato dodicenne la sua carriera da etologo notando, di ritorno da scuola su un autobus dove due ragazzi più grandi erano impegnati in un bacio appassionato, come una gomma americana che si muoveva tra le mascelle del ragazzo si fosse improvvisamente materializzata nella bocca della ragazza. Frans comunica la stringente conclusione delle sue osservazioni alla madre, la quale, con un certo imbarazzo, cerca di spiegargli che guardare con insistenza le persone non è educato. Per riuscire a trasformare la sua passione per l’osservazione in una professione, il giovane Frans d’ora innanzi si dedicherà a scrutare i comportamenti dei primati non umani anziché quelli dei conspecifici.

In questo nuovo libro si coglie la medesima tensione che era presente nei suoi scritti precedenti, lo sforzo da parte del grande primatologo olandese di navigare nelle acque perigliose tra antropomorfismo e «antropodiniego» (anthropodenial), tra l’accettazione acritica e il rifiuto di riconoscere ad altri animali le nostre stesse emozioni e attività mentali. Le discipline neuro-cognitive da sempre mostrano un andamento pendolare tra opposte tendenze. Basti pensare all’alternante prevalere nel dibattito natura-cultura ora di un orientamento razionalista, per esempio con il contributo di Chomsky e della linguistica generativa a partire dagli anni Sessanta, ora di tipo empirista, dominante oggi grazie al cosiddetto machine learning e ai temi della plasticità cerebrale. Lo stesso è accaduto fin dai primordi in etologia e psicologia comparata. George Romanes, seguace di Darwin, introdusse per primo l’idea che così come inferiamo dal comportamento delle altre persone le loro esperienze soggettive, così dovremmo inferire sulla base dei loro comportamenti se gli altri animali posseggano esperienze soggettive analoghe alle nostre.

Il problema dell’approccio di Romanes non era che fosse semplicemente antropomorfico, bensì e in sovrappiù antropocentrico, perché assumeva che l’evoluzione delle capacità mentali dovesse essere considerata come una progressione lineare ordinata che trova il suo culmine nella mente umana. A questa concezione si è opposta ben presto in psicologia comparata la concezione critica di Lloyd Morgan e dei suoi successori, in particolare degli psicologi comportamentisti statunitensi, che predicavano come i comportamenti degli animali – di tutti gli animali, compresi gli esseri umani – dovessero essere interpretati senza attribuire loro capacità mentali non dimostrate e non necessarie.
De Waal sostiene, invece, che non è irragionevole adottare un approccio antropomorfico nello studio di animali come le grandi scimmie, che sono molto vicini a noi filogeneticamente. Non c’è dubbio che il comportamentismo si sia trasformato nel tempo da una raccomandazione di rigore metodologico in una camicia di forza teoretica. È legittimo, anzi doveroso, ipotizzare meccanismi interni, processi cognitivi che selezionano, elaborano e conservano le informazioni tra gli stimoli e le risposte.
Tuttavia io credo sia importante altresì mantenere una ferma cautela contro ogni forma di antropocentrismo: capacità cognitive sofisticate sono rintracciabili ovunque nel regno animale, dall’octopus al pollo, dall’ape alla cornacchia, e sarebbe un grave errore credere che il fatto di esserci contigui filogeneticamente costituisca per alcuni animali la garanzia di una loro maggiore sofisticazione cognitiva.
Quel che mi pare davvero interessante è cercare di comprendere come mai e in virtù di quali meccanismi si manifesti negli esseri umani questa inclinazione all’antropomorfismo. Qualche anno fa proprio su queste colonne raccontavo di un caso paradigmatico che aveva coinvolto gli stessi etologi, cioè i professionisti dello studio del comportamento animale. A pochi mesi di distanza due gruppi indipendenti di ricercatori riferivano comportamenti molto simili in due specie diverse: ratti che aprivano lo sportellino di un contenitore di plastica in cui era imprigionato un compagno e formiche che disseppellivano una compagna semisepolta dalla sabbia tagliando con le mandibole il filo di nylon con cui gli sperimentatori le avevano legato una zampetta. Nel primo caso i ricercatori usavano il termine «empatia» nel secondo il più anodino «comportamento di salvataggio».
Perché, chiederebbe Romanes, a parità di comportamenti esibiti, dovrebbe essere ascritta la capacità di provare empatia ai ratti ma non alle formiche? Di contro, chiederebbe Lloyd Morgan, perché usare il termine mentalistico «empatia» nel caso dei ratti e non il più neutrale «comportamento di salvataggio» per tutte e due le specie? Ma, allora, perché mai dovremmo impiegare, nel linguaggio scientifico almeno, il termine «empatia» riferendoci ai membri della nostra specie?
La risposta ovvia è che tutti noi – scienziati compresi – abbiamo l’insopprimibile impulso a credere che chi ci somiglia nella morfologia debba assomigliarci anche nelle esperienze mentali. Mi sembra importante sottolineare qui la differenza tra l’attribuzione generica di esperienze mentali e l’attribuzione di certi specifici contenuti a queste esperienze. Sappiamo da parecchio tempo che non è richiesta alcuna sembianza antropomorfica (e neppure genericamente zoomorfica) per riconoscere un oggetto come un agente animato, cioè come un’entità dotata di scopi e intenzioni. In un celebre esperimento condotto nel 1944 gli psicologi Fritz Heider e Marianne Simmel (vedi anche l’articolo di Paolo Legrenzi «Il lato oscuro dell’empatia» Domenica Sole 24 Ore 9 febbraio 2020) facevano osservare a delle persone un breve filmato che aveva per protagonisti delle figure geometriche. Spontaneamente gli osservatori raccontavano come un grosso triangolo minacciasse un piccolo cerchio, che veniva difeso da un quadrato suo amico che gli consentiva di fuggire… A dispetto della dissimiglianza morfologica le persone non hanno difficoltà ad attribuire scopi e intenzioni a oggetti inanimati, a condizione che si muovano e interagiscano in modi che sono tipici degli oggetti animati. I bruschi cambiamenti di velocità e certe contingenze spazio-temporali nei movimenti sono tratti distintivi dell’animatezza (animacy), per la rilevazione dei quali i cervelli biologici paiono essere naturalmente predisposti, e oggi iniziamo a comprendere i dettagli dei meccanismi nervosi che presiedono a tali capacità. Nondimeno, parrebbe che la somiglianza morfologica possegga una sua specifica perspicuità: una formica forse sente qualcosa, ma solo a un ratto siamo disposti a riconoscere un sentire sufficientemente simile al nostro. Al ratto, che ci somiglia abbastanza, e ancor di più al gatto o al cagnolino di casa ascriviamo contenuti mentali analoghi a quelli che possediamo noi. Vale la pena notare che per quanto plausibile intuitivamente, una tale concezione non possiede in realtà alcun fondamento scientifico. Reagiamo in questo modo perché siamo fatti in un certo modo, ovvero attrezzati biologicamente con dei cervelli sociali.
Quindi ha ragione de Waal a sottolineare che non dobbiamo temere di attribuire emozioni ai nostri cugini scimpanzé. Però sarebbe bello che i primatologi alzassero un poco il loro sguardo e, uscendo dalla prigione del «primate-centrismo», considerassero che lo studio delle menti non è confinato alle s ole creature che ci somigliano.
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Nuove e antiche barzellette del liberalismo italiano


mercoledì 1 aprile 2020

Unione Europea come campo di battaglia per una possibile sovranità continentale o Europa come protettorato NATO in perpetuo?



L'unica alternativa reale all'Unione Europea con le sue magagne è oggi la NATO e il ritorno del continente, che pur in presenza di basi militari e arsenali nucleari statunitensi aveva lanciato alcuni parziali vagiti di emancipazione, ad un pieno e compiuto protettorato yankee.

Riflettano i finti europeisti fondamentalisti dell'austerità, che con la loro ottusità neoliberale rischiano di strangolare l'Europa, e riflettano i compagni attratti dalle sirene eurofobe altrettanto neoliberali dell'Exit e dalla raffinata satira politica di Marione [SGA].

Fed senza freni: offrirà dollari alle altre banche centrali. Ma in che modo?

money.it





martedì 31 marzo 2020

I nuovi standard della democrazia socialista


Nella quotidiana diffamazione della Cina in cui è impegnato il sistema industriale dei media la palma spetta oggi a Repubblica, giornale che la nomenclatura ufficiale colloca a sinistra al fine di confondere la geografia politica reale ma che costituisce invece l'agenzia politica capofila dell'ala liberaldemocratica della destra italiana.

L'equiparazione di Xi Jinping, semplice espressione di un partito che è stato capace di dirigere un lunghissimo processo rivoluzionario e di risollevare la Cina dopo un secolo di umiliazioni, a personaggi come Duterte, Al Sisi e Erdogan, con Orban sullo sfondo (i quali comunque rappresentano cose diverse e non sono assimilabili se non da una prospettiva assai superficiale), risponde alle consuete linee guida della teoria del totalitarismo (democrazia e libertà occidentali versus autoritarismo e dittatura orientale) e si colloca nel frenetico lavoro di manipolazione preventiva dell'opinione pubblica nel momento in cui l'immagine della Repubblica popolare cinese sta cambiando anche in Occidente.

Su un piano filosofico-politico, però, ciò che più conta è la riaffermazione del classico universalismo astratto e immediato di matrice wilsoniana che identifica tout court i valori e gli interessi dell'Occidente con i valori e gli interessi del genere umano e nega per definizione che possa esistere una democrazia al di fuori di quella liberale.

Proprio questo è il punto decisivo.

Se questa visione è ben radicata e infrangibile nella sinistra moderata, che è in realtà una destra moderata, essa finisce per essere condivisa anche dalle frange socialscioviniste, le quali replicano a loro volta la teoria del totalitarismo e si limitano semplicemente a rovesciarla di segno: nel nome di una sorta di socialismo da caserma, equiparano anch'esse queste diverse esperienze, le rivendicano apprezzandone il primato dello Stato e del decisionismo e soprattutto le contrappongono alle democrazie "decadenti". Regalando in tal modo questa parola ai liberali invece di contendergliela e rinnegando in un colpo solo il senso di tutta la storia del movimento comunista internazionale.

Si tratta di un pessimo servizio verso la Cina e soprattutto di un pessimo servizio verso quel socialismo di cui si proclamano fautori.

Bisogna fare esattamente il contrario, invece: riconoscere e valorizzare ciò che nel socialismo con caratteristiche cinesi ha assunto già le forme di una nuova tipologia di democrazia, sebbene ancora imperfetta, e contendere su queste basi ai liberali la parola e il concetto, ridefinendoli nel senso di una democrazia integrale.

Il socialismo è in realtà più democratico della democrazia liberale, non meno democratico.

Mentre in Occidente la democrazia si è esaurita nelle sue forme pienamente moderne e siamo ormai in una democrazia post-moderna che è per tanti aspetti una post-democrazia, in Cina la democrazia moderna è in piena fase di costruzione.

Il socialismo è in realtà autentico socialismo nella misura in cui è democrazia socialista.

E saranno semmai le democrazie occidentali ad essere giudicate un giorno sulla base dei suoi nuovi standard. [SGA].

Giovanni Sartori prese la cattedra perché aveva tentato di leggere Hegel




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lunedì 30 marzo 2020

L'equilibrio più avanzato possibile - cioè il meno arretrato - nelle condizioni date




Il governo Conte rappresenta in questo momento l'equilibrio più avanzato possibile nelle condizioni politiche e sociali date, per quanto questo governo sia assai deficitario sotto tutti i punti di vista e per quanto io personalmente possa preferirgli di gran lunga il soviet degli operai e dei contadini.
E' prevedibile che la manovra concentrica degli sciacalli della destra populista e di quella tecnocratica farà presto breccia dentro il PD, il quale non reggerà la pressione dei suoi finanziatori e dei suoi referenti nel capitalismo nazionale e internazionale, e soprattutto presso gli elettori e i simpatizzanti del PD, i quali costituiscono l'élite dell'opinione pubblica con diritto di parola.

L'esito della crisi è ancora ampiamente indeterminato perché questo fronte adesso è diviso: appena una delle due ali dovesse prevalere e assorbire parte dell'altra, o se dovessero congiungersi, il governo cadrebbe un istante dopo e si andrebbe a un esecutivo temporaneo di salute pubblica che coinvolgerà tutte le forze politiche sotto un ombrello tecnico, istituzionale o giù di lì, rimettendo subito in gioco i populisti-sovranisti. I quali, per uscire dall'angolo, lo farebbero nascere come gentile concessione di fronte all'emergenza - e già lo evocano - ma tenendosi le mani ben libere e sparandogli addoso un minuto sì e l'altro pure.

E' altrettanto chiaro che in questi giorni vengono decisi gli assetti del futuro quadro politico-economico, ovvero in quali tasche finiranno i finanziamenti europei per la ripresa e chi viceversa sarà chiamato a pagare o a lavorare di più per meno salario, e questo - a dispetto di chi pensa che la ricchezza si crei con un tratto di penna - sia che tali finanziamenti avvengano sotto forma di condivisione del debito, sia che venga fatto ricorso al MES.

E' assai probabile che Conte non otterà gli Eurobond e che gli aiuti saranno vincolati a precise condizioni austeritarie: i populisti tedeschi, che condizionano una CDU già di suo non particolarmente solidale, non accetteranno mai di accollarsi i debiti degli italiani. La Germania ha oggi 28.000 posti in terapia intensiva e un motore produttivo potentissimo, l'Italia solo 5.000 posti e un terzo della ricchezza nazionale prodotta in nero: perché mai dovrebbero farlo?

Da questo punto di vista, però, anche l'alternativa Eurobond/MES è in realtà del tutto secondaria.

Chi trovasse allora nel MES una ragione sufficiente per aggiungersi al coro dei latrati leghisti che chiedono la testa dell'esecutivo - come già ora si comincia a sentire a sinistra da chi, pur non avendo alle spalle uno straccio di organizzazione e di progetto politico, assimila Conte a Tachipirinas nel segno della capitolazione di fronte alla Troika - sappia che dopo Conte non inizierà la rivoluzione socialista sull'onda della spinta delle masse lavoratrici e nemmeno la redistribuzione keynesiana in deficit.

Verrà invece varato il governo Draghi o chi per lui. Un governo che il MES lo ingoierebbe comunque e che spalancherebbe le porte a elezioni nelle quali il trionfo di Salvini sull'onda delle orde plebee eurofobe è scontato.
Leggermente più ampi invece, anche se comunque assai ardui da praticare, i margini di manovra per stabilire su chi peserà il debito se il quadro attuale reggesse.
Consola comunque il fatto che in ogni caso la sinistra italiana non esiste più. E che se dunque non può lavorare su quei margini (magari dopo essersi unita e aver ricominciato a fare quella cosa curiosa che si chiama politica...) non può nemmeno fare ulteriori danni.
A parte le personali e ineffettuali simpatie di questo o quell'ex compagno verso il tanto peggio tanto meglio o addirittura verso i topi che vivono nelle fogne [SGA].