sabato 23 settembre 2017

L'anniversario dell'Ottobre: il libro di Michele Prospero su Lenin

Michele Prospero: Ottobre 1917 - la rivoluzione pacifista di Lenin, manifestolibri

L’irreversibilità dell’Ottobre russo 
ANTICIPAZIONI. Per manifestolibri è in uscita il libro di Michele Prospero «Ottobre 1917 - la rivoluzione pacifista di Lenin». Sull’argomento, poi, nelle giornate del 28 e 29 settembre, al Dipartimento di Filosofia dell’Università La Sapienza si terrà il convegno «A cent’anni dalla rivoluzione di ottobre. L’Urss, la via italiana e il ripensamento del socialismo». Un’anticipazione dell’intervento al simposio del filosofo a Villa Mirafiori 
Michele Prospero Manifesto 23.9.2017, 0:03 
Ricostruendo i passi sempre ponderati che i bolscevichi seguirono tra il febbraio e l’ottobre del 1917 viene confermata l’immagine che Lenin aveva della politica come «matematica superiore». La strategia era in lui chiara sin da febbraio. Se i liberali hanno la forza per compiere una loro rivoluzione, che se la sbrighino pure da soli calandosi nell’arte così poco poetica della critica delle armi. Non possono pretendere che ai proletari, ai soldati fuggiaschi, alle plebi contadine spetti il compito di indossare le maschere del costituzionalismo, pressoché ignoto vocabolo nella tradizione russa. 
Le fabbriche che sono insorte, la diserzione in massa dei contadini in divisa suggerirono a Lenin che era comparso un protagonista nuovo, che all’inizio marciava in forme del tutto spontanee. Il problema era di offrire al moto disordinato di piazza un’organizzazione per fare della folla irregolare un vero soggetto. Ci voleva per questo una politica organizzata. Altrimenti l’insubordinazione diventava una pura scintilla di rivolta che si dipanava senza alcun progetto. Il capolavoro di Lenin fu proprio questo: tramutare una ribellione di massa già in atto, e con una forte intonazione plebea, in un grande assalto politico a quello che lui chiamava un «anello di legno» del capitale, pronto a sgretolarsi al primo impeto. 
IL SALTO NEL BUIO di ottobre presuppone una rigorosa analisi dei limiti della rivoluzione di febbraio. Per Lenin due erano i nodi irresolubili per la coalizione salita al potere. Il primo era legato alla terra e alla forte pressione contadina per avere il pane. Il nuovo potere rinviava all’infinito il voto per l’assemblea costituente proprio nel timore che avrebbe potuto diventare la cassa di risonanza delle richieste di terra. Il secondo punto di allarme era la guerra. Il governo di febbraio era per la continuazione dell’impresa bellica e anzi ogni tanto proponeva persino sanguinose controffensive patriottiche. Che rivoluzione era mai quella che deponeva lo zar ma proseguiva la sua guerra e lasciava la terra e le fabbriche ai padroni? 
Per Lenin la Russia era precipitata in una situazione di emergenza (insieme sociale e bellica) e invece il governo in carica riteneva di cavarsela con la definizione del sistema elettorale per la Duma. La debolezza della soluzione liberale al problema hobbesiano dell’ordine lasciava campo alle suggestioni golpiste dei militari. Secondo Lenin la risposta al dilemma dell’autorità scaturiva dalla stessa aporia esplosa con il «dualismo dei poteri». Con la proliferazione, accanto agli organi fragili rispolverati dal governo provvisorio, di un vecchio istituto inventato nel 1905, il soviet come nuova forma della rappresentanza dal basso, era possibile compiere una rivoluzione sociale.
Non ci sarebbe stata la presa del Palazzo d’Inverno senza la testarda insistenza di Lenin a compiere l’attacco frontale per sciogliere la insostenibile contraddizione tra due poteri che rivendicavano sovranità. Nel suo partito c’era chi invitava a cogliere in maniera tradizionale le opportunità della rivoluzione liberale per cercare di strappare diritti più avanzati. La ricognizione dei rapporti di forza indusse invece Lenin a ritenere che, a differenza del 1905, non era possibile limitarsi a un riassetto della forma politica in un senso più liberale. La distruzione, il caos, l’insubordinazione diffusa richiedevano una diversa prospettiva: il potere ai soviet. 

Ha faticato molto Lenin per persuadere la vecchia guardia che non si poneva la questione astratta della preferenza tra organismi liberali e forme autocratiche di potere. Il problema era di rispondere all’emergenza prodotta dalla guerra, e quindi di conquistare il potere vagante per scongiurare il caos. Non c’erano altri antidoti alla dissoluzione generale che una mobilitazione armata e di massa per la pace e la terra. La leggenda narra di un partito bolscevico costruito come una rigida macchina monolitica che raggruppava un manipolo di cospiratori assetati di potere e mossi da violenza. Questa banalizzazione del leninismo come sinonimo di spirito settario non corrisponde ai processi reali. 

LA STESSA FAVOLA del centralismo democratico, come congegno della subordinazione gerarchica e della rigida omogeneità d’azione del partito-caserma, urta con la vicenda storica di un Lenin che si trovava spesso in minoranza nella sua organizzazione.
Persino la Pravda lo censurava o prendeva le distanze da un suo scritto. Lo stesso ordine di insurrezione ricevette una accoglienza assai dura. Kamenev denunciò sui giornali nemici le prove in corso di assalto al palazzo e per questo gesto irrituale attirò su di sé solo l’epiteto di crumiro. Cercò addirittura di persuadere il ricercato Lenin a farsi ammanettare. Non esisteva insomma alcun culto della personalità. Nel ’17 quello bolscevico era un partito a maglie così larghe da apparire una federazione di sensibilità eterogenee, un organismo che anche nella illegalità sembrava (un po’ troppo) vivacemente plurale.
Per convincere i riottosi della necessità di una presa delle armi non bastarono un congresso straordinario, due distinte risoluzioni votate a maggioranza dal comitato centrale. Tormentato e teso (Lenin stesso minacciò le dimissioni) fu il cammino per la presa del Palazzo d’Inverno. 
L’INSURREZIONE non obbediva a una tattica militare spregiudicata, era invece l’efficace risposta storico-politica alle contraddizioni aperte dalle guerre mondiali (Lenin prevedeva che un altro ancora più distruttivo conflitto sarebbe scoppiato in un tempo sordo ai richiami del «famoso scrittore Keynes»). L’alternativa per lui non era certo tra un costituzionalismo slavo e il potere rosso, ma tra la dissoluzione nel caos del vecchio impero e la brutale dittatura militare. Dopo la quasi incruenta conquista del potere, legittimata da una deliberazione dei soviet che a settembre erano in maggioranza schierati con i bolscevichi, Lenin fu sorpreso dall’esito negativo del voto per l’assemblea costituente (prese solo il 24 per cento). In un primo tempo, anche per convivere con la contraddizione di due maggioranze antitetiche, Lenin era disponibile a un governo di coalizione con la sinistra dei socialisti rivoluzionari (cui fu affidato il dicastero chiave dell’agricoltura). 
GLI ACCADIMENTI REALI, le lotte, le posizioni provocatorie dei raggruppamenti socialisti (escludere Lenin e Trotsky dal governo, nella scommessa che i bolscevichi sarebbero presto stati spazzati via) ruppero l’alleanza e portarono alla soluzione di un governo di partito. La vittoria dell’Ottobre era ritenuta un accadimento non più reversibile.
A cento anni di distanza, quell’esperienza che segnò il Novecento, produsse miti, mobilitazioni, speranze, utopie, tragedie non può essere semplicemente archiviata nella galleria degli orrori. La prima grande manifestazione di massa che si tenne a Roma liberata nel 1944 si svolse allo stadio Palatino. Parlarono insieme Nenni e Togliatti perché l’Ottobre era patrimonio comune. I loro discorsi furono stampati dall’Avanti e dall’Unità in un opuscoletto di 31 pagine con il titolo in rosso: Viva la Rivoluzione d’Ottobre! Persino Veltroni, in un cinema romano, nel ’77 celebrò i 60 anni dei soviet. Anche se la rimozione è di moda, la ricostruzione democratica in Italia è connessa con il fantastico scatto del ’17. 

Per manifestolibri è in uscita il libro di Michele Prospero «Ottobre 1917 – la rivoluzione pacifista di Lenin». Sull’argomento, poi, nelle giornate del 28 e 29 settembre, al Dipartimento di Filosofia dell’Università La Sapienza si terrà il convegno «A cent’anni dalla rivoluzione di ottobre. L’Urss, la via italiana e il ripensamento del socialismo». Tra i relatori, Raffaele D’Agata, Andrea Sonaglioni, Alexander Hobel, Angelo d’Orsi, Gennaro Lopez, Guido Liguori, Stefano Petrucciani, Paolo Ciofi. Saranno proiettati documenti d’epoca.

Il braccio di Xi





















Filigrane d'Italia


Intervista a Philip Roth



La costruzione dell'indignazione morale nello smembramento imperialistico della Jugoslavia: il concerto degli U2 a Sarajevo nel 1997


venerdì 22 settembre 2017

L'Istituto italiano per gli studi filosofici per adesso è salvo


Il carteggio tra Hannah Arendt e Leni Yahil

9788810567500-l-amicizia-e-la-shoah Hannah Arendt:  L’amicizia e la Shoah. Corrispondenza con Leni Yahil, introduzione di Ilaria Possenti, traduzione di Fabrizio Iodice, Edb, pagine 112, euro 9,80

Risvolto
Nella primavera del 1961 Hannah Arendt viene inviata dal settimanale «New Yorker»  a seguire il processo ad Adolf Eichmann, il gerarca nazista rifugiato nel 1945 in Argentina, rapito dal Mossad nel 1960, processato per genocidio l’anno successivo e condannato a morte per impiccagione nel 1962. In quella circostanza Arendt diviene amica di Leni Yahil, storica di origine tedesca e studiosa della Shoah. Inizia così una corrispondenza che alterna questioni personali, filosofiche e politiche. 

Nel 1963, dopo la pubblicazione degli articoli sul processo Eichmann, riuniti poi nel volume «La banalità del male», il rapporto tra le due donne si interrompe bruscamente. Nella più controversa delle sue opere, Arendt sostiene che il male perpetrato da Eichmann sia da attribuire a una completa inconsapevolezza sul significato delle proprie azioni e solleva il tema della responsabilità dei capi delle comunità ebraiche nell’aver agevolato la politica di sterminio nazista.
Il tentativo di Yahil di far rivivere la corrispondenza con Hannah Arendt otto anni più tardi è destinato a fallire. L’amicizia tra le due donne non riesce a reggere la polemica suscitata dal processo e dal libro.

L'ambasciatore cinese sulla Corea del Nord






Chi è l’uomo che può disinnescare la bomba nucleare della Nord Corea
Giornale







Il conflitto a bassa intensità tra Russia e Nato


Il colonialismo e il post-colonialismo italiano: una rassegna


L’eterna invenzione dell’altro da sé 
Passato&Presente. Una riflessione sui trascorsi coloniali italiani, tra dopoguerra e attualità. Dalla perdita del dominio africano fino agli sgomberi di piazza Indipendenza: è possibile una rimozione? 

Gabriele Proglio Manifesto 22.9.2017, 0:04 
L’Italia ha davvero rimosso il passato coloniale? In questo articolo, proveremo a dare una risposta, sebbene parziale. Due saranno i percorsi per ridiscutere la rimozione: uno sincronico, che interroga il dopoguerra; l’altro diacronico, che legge la condizione postcoloniale guardando al passato.
L’anno da cui cominciare è il 1941, quando l’Italia perde l’Africa Orientale Italiana. Due anni dopo è la volta della Libia. Con il trattato di Parigi (1947) si ufficializza tale condizione. I tentativi di riavere le colonie sono molteplici: con il memorandum redatto da Cora e Cerulli, nel 1948; con interventi dagli scranni delle Nazioni Unite; con pubblicazioni e congressi dei profughi d’Africa; con azioni di vari schieramenti politici, della diplomazia internazionale, di alcuni studiosi (ministero dell’Africa Italiana, Istituto per l’oriente, ecc.). Si giunge all’accordo Bevin-Sforza, siglato in segreto il 6 maggio 1949, tra i ministri dell’interno inglese e italiano per l’attribuzione, su base coloniale, delle ex-terre d’oltremare. Accordo che dovrebbe essere approvato in sede Onu. Ma Haiti vota contro e quindi fa mancare il quorum. 
CON UNA REAZIONE scomposta, l’Italia chiede, allora, l’indipendenza della Libia e dell’Eritrea. L’Assemblea generale approva due risoluzioni che recepiscono tale istanza. Così, la Libia diventa indipendente, il 24 dicembre 1951, e l’Eritrea una zona federata dell’Etiopia, il 15 settembre 1952. La Somalia è affidata all’amministrazione fiduciaria italiana dal 1 aprile 1950 e per un decennio.
Che cosa succede, nel frattempo, alla cultura italiana? L’imponente archivio di immagini, pratiche e discorsi coloniali si rompe definitivamente nel 1947? La risposta è negativa. Cristina Baldassini, nel suo L’ombra di Mussolini, ha dedicato un capitolo a studiare la memoria del colonialismo sulle colonne di riviste popolari come Epoca, Oggi e Il Borghese. «Il ricordo della conquista d’Abissinia – scrive l’autrice – inizia ad avere un posto centrale all’interno di questa raffigurazione del Ventennio nel corso degli anni Cinquanta, in coincidenza del passaggio da un atteggiamento difensivistico nei confronti del passato alla non celata nostalgia di alcune sue parti». 
Si può provare, partendo da questo indizio, ad allargare lo sguardo, inseguendo altre tracce dell’eredità coloniale. Le troviamo, prima, nel genere peplum, ossia quel cinema che riprende, nei vari colossal, il mito della Roma imperiale; poi negli spaghetti-western, nel tema della conquista; nei film di Totò, con un umorismo che talvolta richiama l’immaginario sui selvaggi neri, sull’Africa, sulla Somalia. Scopriamo narrazioni a proposito della linea del colore nelle pubblicità che parlano di Mediterraneo – si pensi, per esempio, alle creme solari. Altre, orientaliste, propongono crociere da sogno in Nord Africa e Medio Oriente. Non mancano i reportage sulle guerre di liberazione in Africa e Asia, su popoli considerati non (ancora) bianchi/civili/sviluppati. 
POI CI SONO I TESTI scolastici, alla voce colonialismo; la letteratura e alcuni editoriali giornalistici, come ha fatto notare Valeria Deplano. E la televisione? Un caso su tutti: l’intervista di Bisiach a Montanelli. Il giornalista si vanta di aver comprato una ragazza dodicenne bilena. «In Africa è un’altra cosa», confessa orgoglioso al pubblico. È già il 1969.
Non è possibile dunque parlare di rimozione. Gli italiani dimenticarono l’oltremare, ma tennero ben impresse, nelle loro menti, le forme del dominio e gli stereotipi a esse legate. E declinarono questi ultimi su altri corpi, in altri contesti, a partire dal dopoguerra. 

C’è poi un’altra questione. Chi avrebbe rimosso l’oltremare? Tutto il Paese? Difficile pensarlo. Forse, allora, solo la parte che aveva conosciuto, direttamente o meno, le colonie. Pur prendendo quest’ultima ipotesi per buona, bisognerebbe capire come avrebbe fatto un gruppo a imporre una rimozione a tutti. Che, ricordiamolo, è cosa ben diversa dal dimenticare, dall’oblio, dall’amnesia. Si rimuove per un trauma subito. Ed eccoci, quindi, alla seconda questione: perché a rimuovere quel passato dovrebbe essere stato un Paese colonizzatore? E non, invece, chi subì le violenze dagli italiani? Questo cambio di prospettiva, tra vittime e carnefici, è inquietante. Chi visse in colonia, probabilmente, non ne parlò per imbarazzo, nostalgia, malinconia, rabbia. 

Infine, solo una parte minima del problema riguarda il ritardo della storiografia nello studio del colonialismo. Il centro della discussione va trasferito dallo sviluppo della disciplina storica alla società italiana, alla cultura del Paese. Questo spostamento di sguardo – che poi, come ha insegnato Stuart Hall, lo è anche dal punto di vista dei significati – permette di studiare la memoria pubblica e privata.
Anche dietro l’attuale sgombero di piazza Indipendenza: c’è una mancata rielaborazione, una mancata decolonizzazione. La memoria, in tal senso, è intesa come causa. Ma è vero pure il contrario. Può essere medium e archivio nella costruzione degli immaginari del presente, delle memorie del futuro, determinando le condizioni (inter)soggettive che portano alla classificazione del mondo, alla scelta, all’azione. 
In tale processo è evidente il ruolo della trasmissione dei significati: idee, immagini e pratiche sono giunte, talvolta modificandosi, fino all’oggi. Sono possibili molteplici processi di memoria, ma non la rimozione che, per caratteristica, prevede la rottura del discorso per un trauma. In una frase: gli italiani hanno dimenticato le colonie, non come si inventa l’Altro. 
NON A CASO, l’immagine del poliziotto che tiene la testa della donna eritrea è stata letta, da alcuni, in modo paternalistico. Questa, sì, potrebbe essere un’eredità diretta della «colonia per maschi» di cui parla Giulietta Stefani nel suo libro. È qualcosa che urta, se si ricordano le fotografie ingiallite dell’oltremare così ben analizzate da Alessandra Ferrini nel documentario Negotiating Amnesia. E quelle di uomini che posarono davanti alla macchina da presa ghermendo, con le loro mani bianche, corpi neri. Donne metafore della conquista della terra e del paese, di un popolo; donne oggetto di violenza e poi abbandonate. Come nell’operazione di «cleaning» di piazza Indipendenza. 
IL DISCORSO VALE anche per il manifesto diffuso da Forza Nuova sullo stupro di Rimini; manifesto che ne risignifica uno della Rsi contro lo sbarco degli americani in Italia: cambiano contesto e riferimenti, ma rimangono i contenuti; vale per il titolo di Libero, «Dopo la miseria portano malattie», che se decostruito porta a molteplici narrazioni sulla razza, non solo coloniali. E per le voci contrarie allo ius soli che sono, evidentemente, legate alla mitologia del sangue come costruzione razziale di una nazione, di una patria.
La memoria può essere soggetta a molteplici processi. Certo, la rimozione, ma anche l’amnesia, il ricordo, l’afasia, il silenzio, l’oblio, la risignificazione. Per decolonizzare la memoria non basta, purtroppo, ricostruire gli eventi d’oltremare. È necessario comprendere come funziona l’archivio che ha prodotto tali processi e le narrazioni relative. 
Ann Laura Stoler mette in guardia, in Duress: Imperial Durabilities in our Times, sull’intendere la relazione coloniale-postoconiale come lineare, diretta, consequenziale. Invita a interpretare i rapporti di potere, passati e presenti, come una mancanza da indagare. La rimozione, in tal senso, non permetterebbe lo studio sui processi culturali, ma solo degli esiti prodotti. Inoltre, è essenziale decentrare lo sguardo dalla relazione nazione colonizzatrice-colonia, facendo attenzione all’influenza delle discorsività di altri colonialismi, come già chiariva Edward Said; della schiavitù e delle deportazioni; dall’antisemitismo e dalla xenofobia, ecc. Infine, è indispensabile adottare uno sguardo intersezionale, in modo da scorgere le genealogie dei rapporti di potere. 
L’INVITO ALLORA è quello di pensare la memoria non solo come ricordo, ma anche quale strumento per analizzare le varie discorsività visuali, orali, scritte, presenti e passate. Mappare i molteplici processi che interessano la memoria del colonialismo. A sciogliere i nodi di tale eredità come pratica culturale.
La decolonizzazione del pensiero, perciò, riguarda tanto il passato, e lo studio storico degli spostamenti di memoria relativi all’oltremare, quanto il presente, ossia l’immaginario xenofobo, islamofobo, razzista e sessita che recupera, in modo incessante, immagini da quell’archivio ancora funzionante per inventare sempre nuovi nemici, interni ed esterni.

I Crociati Panebianco e Cofrancesco maestri dei liberali itagliani "chiagne & fotte"


















No alla retorica della diversità
Dino Cofrancesco Giornale - Ven, 22/09/2017

La Società Geografica Italiana in Tunisia nel 1875


Il romanzo di Pérez-Reverte sulla Guerra civile spagnola

Il codice dello scorpioneArturo Pérez-Reverte: Il codice dello scorpione, traduzione di Bruno Arpaia, Rizzoli, pagg. 332, euro 20

Risvolto
ell'autunno spagnolo del 1936, a pochi mesi dall'inizio della guerra civile, la linea di confine che separa gli amici dai nemici è insidiosa e sottile. Ma Lorenzo Falcó, trentasette anni, animo scaltro e scuro e una passione dichiarata per le donne, i bei vestiti e le scarpe di vernice, non ha ideali alti né posizioni da prendere: ex trafficante di armi, avventuriero senza scrupoli, di lavoro fa la spia e si limita a eseguire gli ordini. Con freddezza, precisione. La nuova «faccenda» che lo vede coinvolto, così come la chiama il suo capo, alias l'Ammiraglio, responsabile del nucleo duro dello spionaggio franchista, è tenere le fila di una missione che potrebbe cambiare il corso della storia del Paese. Questa, infatti, è un'Europa turbolenta, questi sono tempi opachi e infiammati; perdere la vita o tradire, per un'idea o per molto meno, non è un'anomalia. Ad Alicante lo aspettano un uomo e due donne, che Falcó non conosce: saranno i suoi compagni di missione, o forse le sue vittime.Violenza, suspense, sogni macchiati di sangue, scontri di potere e un senso malato della lealtà: Pérez-Reverte si muove con maestria tra le ambizioni più nere degli uomini su uno sfondo che intreccia verità storica e finzione, dà vita a un personaggio superbamente affascinante e con raffinata eleganza rintraccia e illumina le pieghe oscure che sostengono le rivoluzioni.La vita è dura, il paesaggio crudele, e mi limito a rispettare le regole così come, in qualunque momento, qualcuno può rispettarle con me. Nessuno ha mai detto che muoversi per questo fottuto mondo sia facile, né gratuito. E tanto meno in tempi come questi.

mercoledì 20 settembre 2017

"Indipendenza"? Catalogna, Lombardia e altro ancora: l'esplosione dei particolarismi nella rifeudalizzazione neoliberale


Catalogna: una repressione tardiva ma necessaria.
Sinistra impazzita tra grottesche nostalgie del '36 e populismo irriflessivo.

Dalla giusta e necessaria repressione della folle secessione della Catalogna - alla quale seguirebbe non il socialismo dei popoli contro l'UE ma un impazzimento particolaristico che minerebbe quanto rimane dello Stato nazionale e della democrazia moderna - passa un pezzo importante del nostro futuro.

Se il giorno del "referendum indipendentista" della Catalogna Madrid non gli manda i carabinieri, cosa che avrebbe dovuto fare da tempo, in tutta Europa sarà un'esplosione di particolarismi, a partire dal nord Italia.

C'è gente che vive in un mondo immaginario, a sinistra, e pensa di stare ancora nel 1936 o nel 1945.

Siamo invece nel 2017, quasi cento anni dopo, e il contesto è assai diverso. La frantumazione dello stato nazionale è una manna per il neoliberalismo.

Basterebbe del resto guardare la posizione del Manifesto - o quella dei Negrieri o dei sessantottini in servizio permanente effettivo - per formarsi un giudizio politico, e in questo senso quanto accade potrebbe essere anche occasione di rieducazione e di selezione in un'area politica in confusione totale. C'è poco da sperare però, purtroppo: basti guardare allo sconcertante posizionamento di Contropiano e della Rete dei comunisti, che pure raccoglie compagni bravi, oppure di Cremaschi come di tanti altri, che pure dovrebbero avere esperienza e fiuto.

È la conferma della natura generalizzata della confusione e della deculturazione politica, che non fanno distinzione di sigle.

Sia esecrato in perpetuo Ken Loach, perciò, anche se non soltanto lui: mantenendo in vita il Trotzkismo Ideale Eterno - il purismo, l'idealismo, il dogmatismo ottuso -, con le sue mitologie di propaganda ha messo fuori gioco almeno tre generazioni a sinistra [SGA].

16 ritratti di intellettuali vicini al nazifascismo. Il parere del Nostro Toynbee

I maledetti di Andrea ColomboAndrea Colombo: I maledetti. Dalla parte sbagliata della storia, Lindau

Risvolto

I maledetti. Dalla parte sbagliata della storia: sedici ritratti di uomini e donne del mondo della cultura che hanno deciso, fra gli anni Venti e Trenta del ‘900, di schierarsi dalla parte sbagliata della storia. Dai poemi di propaganda di Marinetti ai radiodiscorsi di Pound, dai murales fascisti di Sironi ai film hitleriani della Riefenstahl, dai pamphlet antisemiti di Céline al razzismo spiritualista di Evola, passando per il nazismo darwiniano del giovane Lorenz e dal nazionalismo mistico di Eliade, Andrea Colombo traccia le vicende, le illusioni, i drammi degli intellettuali in camicia nera. 
I maledetti

• Hamsun il sognatore • Céline il fuggiasco • Benn l’espressionista • Heidegger l’esistenzialista • Gentile l’idealista • Lorenz l’ecologista • Riefenstahl l’olimpica • Cioran il nichilista • Eliade il mistico • Sironi il novecentista • Marinetti e Benedetta, i futuristi • Pound il confuciano • Lewis il vorticista • Evola il mago • Brasillach il collaborazionista • Eliot il convertito

Macron, Ricoeur e il "neoprotestantesimo" nel libro di un Regis Debray rozzobrunito

Le nouveau pouvoirRégis Debray: Le nouveau pouvoir, Editions Le Cerf, pagg. 94, euro 8

Risvolto
Comment comprendre l’événement Macron ? L’apparent changement politique marque en fait une profonde mutation culturelle. En un essai fulgurant, Régis Debray, directeur de la revue Médium, montre en quoi la France du catholicisme et de la République vient à son tour de s’inscrire dans l’avènement planétaire de la civilisation issue du néo-protestantisme. Un livre indispensable pour comprendre ce qui s’est passé. Et pour anticiper ce qui va arriver. 

Aggiornamenti alla teoria del totalitarismo: la storia e la tipologia dei "tiranni antiliberali" di Newell

Leggi anche qui sui maestrini liberali

Il dibattito sulle strategie militari: Lindley-French


La destra giovanile nel Sessantotto. Una storia apologetica del FUAN

FUAN. Prima parte: dai Guf al '68. Gli studenti nazionali tra piazze e atenei.Alessandro Amorese: Fuan. Gli studenti nazionali tra piazze e atenei. Prima parte: dai Guf al '68, Eclettica Edizioni, pagg. 472, euro 22

Risvolto
Il Fronte Universitario d'Azione Nazionale viene fondato nel Maggio '50, ma qualche anno prima nascono i Gruppi d'Ateneo che ne costituiranno la base e l'ossatura. Il Fuan si scioglierà nel Luglio '96 ed in questo primo volume l'autore ricostruisce fasi, cambi al vertice, battaglie, identità e rapporti con il Msi, fino al 16 Marzo '68, data spartiacque nella sua storia. Il movimento universitario più longevo del secondo dopoguerra si porta dietro una specificità tutta propria, con una forte attenzione al problema dell'egemonia culturale, una propensione all'autonomia politica e strutturale ed una vivace vena piazzaiola. In mezzo troviamo le vicende della grande palestra degli Organismi universitari, con il confronto-scontro quotidiano con le altre forze politiche e associative, la lotta agli sprechi, le offensive per il diritto allo studio, le vittorie e le sconfitte elettorali, l'egemonia in alcuni atenei, la goliardia ed un ruolo da 'guastafeste' mai abbandonato. La guerra all'Esame di Stato ed alle lezioni dei professori 'traditori', il reclutamento per Budapest, Trieste Italiana, i progetti editoriali, gli incidenti ai Congressi dell'Unuri, la Caravella e il Fanalino, fino alle prime occupazioni. Si definiscono gli studenti nazionali, ancor prima di missini, destra o neofascisti, tutte demarcazioni che stavano strette ad una organizzazione che per risultati, agibilità e progettualità andava ben oltre la forza di una struttura di partito.

C'è poi uno statuto da affermare, con una classe dirigente che emerge in ogni campo, con cognomi di insospettabili. Una storia, mai scritta prima, di un movimento che si attesta un ruolo di avanguardia politica e culturale ma che presenta anche contraddizioni e marce indietro. Fino al periodo della Contestazione, dal Fuan in qualche modo prevista e teorizzata, valutata come occasione mancata o scontro inevitabile, in un dibattito acceso ancora oggi. Il '68 si porta via le tradizionali sigle universitarie, tutte tranne il Fuan, laboratorio politico e cantiere sempre aperto.

Una nuova "Storia del lavoro": il Medioevo