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venerdì 18 maggio 2012

Ripubblicata l'edizione Backhaus dei Grundrisse di Marx

Presto da Mimesis, dopo la Distruzione della ragione, la ristampa anastatica dei Prolegomeni e dell'Ontologia di György Lukács [SGA].

Karl Marx: Gründrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, a cura di G. Backhaus, Pgreco editore

Marx elaborò copiosi manoscritti nel 1857-59, 1861-63 e 1864-65: tra questi i Gründrisse occupano senz'altro il posto principale, in quanto è in essi che per la prima volta si elabora a grandi linee la teoria del plusvalore, nonché il punto d'avvio dell'analisi del modo di produzione capitalistico: il concetto di merce. I "Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica" vengono pertanto considerati l'anello di congiunzione tra il giovane Marx dei "Manoscritti economico-filosofici del 1844" e il Marx maturo de "Il Capitale". La specificità dei Gründrisse risiede nel fatto che in essi è evidente la necessità di passare dalla scoperta della legge del plusvalore alla costruzione d'un sistema categoriale del modo di produzione capitalistico. Questi quaderni raccolgono una parte costitutiva importante del fondamento materiale su cui poi Marx andrà a costruire la sua teoria economica. Sua tesi fondamentale è che la storia dell'economia politica borghese è lo specchio della storia del capitalismo, e perciò essa rappresenta per il filosofo di Treviri una delle parti principali per l'indagine complessiva del modo di produzione capitalistico. Vi si trovano dunque ricchissime analisi delle opere degli economisti classici e la loro più feroce e corrosiva critica.

ITALIA OGGI


Un manifesto per un nuovo Secolo Americano

Ma il vero primato americano - quel primato che può consentire agli Usa di conservare la leadership planetaria - è, ovviamente, quello militare [SGA].

Daniel Gross: Better, stronger, faster. The Myth of American Decline . . . and the Rise of a New Economy, Free Press

Financial meltdown, a deep recession, and political polarization—combined with strong growth outside the United States—have led to a global bubble of pessimism surrounding America’s economic prospects. Bloated with debt, and outpaced by China and other emerging markets, the United States has been left for dead as an economic force. But in this time of grim predictions, Daniel Gross, Yahoo! financial columnist and author of Dumb Money, offers a refreshingly optimistic take on our nation’s economic prospects, examining the positive trends that point to a better, stronger future.
Widely respected for his Newsweek and Slate coverage of the crash and the recovery, Daniel Gross shows that much of the talk about decline is misplaced. In the wake of the crash, rather than accept the inevitability of a Japan-style lost decade, America’s businesses and institutions tapped into the very strengths that built the nation’s economy into a global powerhouse in the first place: speed, ingenuity, adaptability, pragmatism, entrepreneurship, and, most significant, an ability to engage with the world. As the United States wallowed in self-pity, the world continued to see promise in what America has to offer—buying exports, investing in the United States, and adopting American companies and business models as their own. Global growth, it turns out, is not a zero-sum game.
Better, Stronger, Faster is an account of the remarkable reconstruction and reorientation that started in March 2009, a period that Gross compares to March 1933—as both marked the start of unexpected recoveries. As the U.S. public sector undertook aggressive fiscal and monetary actions, the private sector sprang into action. Companies large and small restructured, tapped into long-dormant internal resources, and invested for growth, at home and abroad. Between 2009 and 2011, as Europe struggled with a cascade of crises, the U.S. got back on its feet—and began to run.
Through stories of innovative solutions devised by policy makers, businesses, investors, and consumers, Gross explains how America has the potential to emerge from this period, not as the unrivaled ruler of the global economy but as a healthier leader and an enabler of sustainable growth.


Migliore, più forte e più veloce: un saggio ribalta la sfiducia diffusa (ma infondata) sul futuro della Superpotenza, più in forma degli alleati occidentali ma anche vincente nei confronti di Cina, India e Brasile 

GIANNI RIOTTA La Stampa 17/05/2012

Una storia dell'Autonomia operaia in Italia


Marcello Tarì: Il ghiaccio era sottile. Per una storia dell'Autonomia, DeriveApprodi, pp. 214, euro 16



Nel turbinio dei sommovimenti sociali e politici degli anni Settanta, l’Autonomia è riuscita a mettere insieme Marx con l’antipsichiatria, la Comune di Parigi con la controcultura, il dadaismo con l’insurrezionalismo, l’operaismo con il femminismo e molto altro con molto altro ancora. Ma, soprattutto, nel suo agire l’Autonomia ha rappresentato una discontinuità profonda con le pratiche del Movimento operaio ufficiale. Essa non è stata un’organizzazione, bensì una molteplicità che si organizzava a partire da dove viveva, da dove lavorava o studiava. Nell’Autonomia hanno infatti convissuto tante specifiche autonomie: degli operai, degli studenti, delle donne, degli omosessuali, dei prigionieri, di chiunque scelse – a partire dalle proprie contraddizioni – la via della lotta contro il lavoro salariato e lo Stato, la via della sovversione della vita.
Se il Movimento degli anni Settanta finì per soccombere alle forze congiunte della macchina statale e del Partito comunista, la storia dell’Autonomia è quella di un’avventura rivoluzionaria la cui incandescenza è più che mai attuale.


Dalla postfazione all’edizione italiana

[...] I movimenti autonomi ci hanno mostrato che il dispiegamento della negatività non è la «prefazione» del futuro. Questo significa che la furia della rivolta non è separata dall’intelligenza che costruisce la possibilità di vivere altrimenti. La cooperazione che vive nel sabotaggio della metropoli è la stessa che è capace di costruire una comune. Saper innalzare una barricata non vuol dire molto se allo stesso tempo non si sa come vivere dietro di lei. Abbiamo tanto da imparare, in un senso come nell’altro.

Gli affetti che circolano tra dei compagni e delle compagne non sono suddivisi tra un dentro e un fuori: si dispiegano e si inclinano a seconda delle situazioni che sono in grado di vivere. Una situazione rivoluzionaria è quella situazione in cui disarticolazione dell’ambiente nemico e frammenti di comunismo circolano anarchicamente, in cui vibra un’intensità capace di concentrarsi su di un azione offensiva alla stessa maniera in cui fa avanzare l’abitabilità di un mondo. La situazione rivoluzionaria allora non è solamente ciò attraverso cui si contorna meglio l’oggetto delle ostilità, ma è ciò che fa sì che l’amicizia ridiventi finalmente un concetto politico.
La retorica antagonista sul «ritorno nei territori» è insopportabile: non esiste nessun territorio a prescindere dalla capacità di lotta, così come non esiste capacità di offensiva senza la presenza di basi materiali. Altrimenti l’unico vero ritorno sarà quello verso il nulla. Solamente l’incrociarsi di un conflitto diffuso con la sperimentazione locale di una forma-di-vita può «fare il territorio». Difatti il lamentoso ritornello del «ritorniamo ai territori» riappare ogni qualvolta, magari dopo un momento di rivolta molto intenso, non si sa che fare poiché non solo non c’è il coraggio di approfondire quel momento di sospensione ma non si ha nessun vero legame con delle situazioni viventi e nessuna amicizia politica con cui condividere uno spazio qualsiasi. Se, ad esempio, un «quartiere liberato» è un quartiere in cui i rapporti mercantili hanno poca o nessuna presa, un luogo dentro il quale l’economia dei dispositivi smette di funzionare, ovvero la fine del deserto sociale, autonomia significherà innanzitutto darsi i mezzi materiali ed elaborare le relazioni affettive che permettono a questa indipendenza di durare e diffondersi. In questo senso non si tratta tanto di «occupare» luoghi, territori o altro ancora, bensì di liberare questi dall’occupazione della polizia e delle relazioni mercificate che, tramite i dispositivi, ne sanciscono l’inabitabilità poiché funzionano separando volta a volta l’oggetto dal suo uso, la parola dal suo potere, il pensiero dall’azione, l’immagine dalla sua passione, e così via. Ogni passo in avanti nel rovesciamento di questi ostacoli all’abitare il mondo è una possibilità di intensificazione del comunismo. «Autonomia diffusa», ieri come oggi, vuol dire la diffusione ovunque di pratiche che mentre sperimentano la condivisione siano in grado di rompere l’accerchiamento dei dispositivi che si oppongono alla sua realizzazione.
Non vi è nessun «bene comune» separato dall’uso comune che si può fare dei mondi che abitano i corpi e dei corpi che li attraversano. Per questo vivere il comunismo è anche mettere in discussione ogni genere di diritto proprietario: non alla proprietà comune ma a un uso fuori dal diritto va commisurato il suo essere in atto. Del socialismo ne abbiamo avuto davvero abbastanza e finché ci si aggirerà nei dintorni della metafisica della proprietà e del diritto non si riuscirà a intravedere la fine della civiltà del capitale. Ogni qualvolta siamo in grado di deporre il diritto e di liberare l’uso quella fine è più prossima. Uscire dal paradigma dell’economia va necessariamente di pari passo con la sovversione di quello del governo.
Dovrebbe essere evidente che ogni volta che si dice comunismo non si tratta affatto solo di oggetti da produrre o di macchine per produrre ma di una relazione alle cose, alle macchine, alle piante, al mondo, in cui circolano degli affetti e dei corpi i quali accedono a una forma-di-vita che si determina materialisticamente come comune. È l’uso solamente che permette di liberare in ogni oggetto e in ogni corpo, in ogni parola e in ogni immagine la forma-di-vita attraverso cui un comune si singolarizza e viceversa, cioè di lasciar essere la sua stessa libertà. La questione del comunismo consiste nell’elaborazione dell’uso tra quelli che abitano e condividono uno stesso mondo.
Infine, non si può possedere o volere il comunismo: esso avviene gratis. [...]

MOVIMENTI

ARTICOLO Mauro Trotta il manifesto 2012.05.18 - 11 da dirittiglobali

Sospiro di sollievo per il libro di Luciano Canfora su Gramsci


La recensione di Paolo Mieli uscita qualche tempo fa sul Corriere della Sera aveva fatto temere il peggio. Sembra che anche Luciano Canfora si fosse accodato alla recente storiografia su Gramsci, volta a traslare il pensatore sardo, di volta in volta, nell'ambito del liberalismo, del trotzkismo, dell'intolleranza violenta, del doppiogiochismo in favore dei nazisti, ecc. ecc.. Stando a quanto emerge dalla lettura di Nunzio Dell'Erba - e in attesa di leggere il libro - pare che non sia così: siamo all'interno del buon vecchio paradigma togliattiano. Una buona notizia, ogni tanto [SGA].

Luciano Canfora: Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno, Roma 2012, pp. 304

Il volume si inserisce nell’ampio dibattito in corso sulla figura di Gramsci e lo arricchisce affrontando un tema non molto frequentato dalla pur ricca pubblicistica: la riflessione che egli venne maturando e perfezionando, durante il decennio della sua detenzione, intorno alla natura e alle prospettive storiche del fascismo, non solo italiano. La riconsiderazione di questo aspetto del pensiero gramsciano conduce anche, nel corso del libro, a porre sul tappeto la questione del giudizio che Gramsci viene affinando intorno all’altra esperienza centrale del Novecento, quella sovietistica. Somiglianze e differenze tra i due contrapposti sistemi sono continuamente presenti alla sua vigile attenzione critica. Da ultimo va rilevato che una considerazione scientifica del fenomeno fascista, con cui Gramsci si misura nel corso della complessa elaborazione dei Quaderni, porta con sé anche alcuni corollari intorno al problema del consenso vastissimo che il fascismo ottenne nel mondo intellettuale italiano. Completa il saggio un’ampia sezione di documenti, alcuni dei quali, strategici per la comprensione dei rapporti tra Gramsci e alcuni membri del PCI, riportati da Canfora, dopo decenni, all’attenzione del lettore moderno.


Il nuovo libro di Canfora contiene tesi stranote e ignora il massacro editoriale compiuto da Togliatti su “Lettere” e “Quaderni”
Nunzio Dell'Erba Europa 18 maggio 2012

Il giusto epilogo dell'affaire Gramsci: la parola di Sandro Bondi


BONDI SANDRO, PANORAMA del 17/5/2012 a pag. 108

Ancora il libro di Flores d'Arcais sulla democrazia


CORRIERE DELLA SERA del 17/5/2012 a pag. 43



Argomenti di classificazione SONO LE BATTAGLIE SOCIALI CHE LA FANNO AVANZARE   LUCIANO CANFORACORRIERE DELLA SERA del 17/5/2012 a pag. 43



OSTELLINO PIERO, CORRIERE DELLA SERA del 17/5/2012 a pag. 43

IACOBONI JACOPO, LA STAMPA del 17/5/2012 a pag. 35

La mobilitazione totale delle donne nella Prima guerra mondiale


Susan Grayzel: Women and the First World War, Longman

Women and the First World War provides an introduction to the experiences and contributions of women during this important turning point in history. In addition to exploring women's relationship to the war in each of the main protagonist states, the book also looks at the wide-ranging effects of the war on women in Africa, Asia, Australia, New Zealand and North America.    Topical in its approach, the book highlights: The heated public debates about women's social. cultural and political roles that the war inspired Thier varied experiences of war Women's representation in propaganda Their roles in peace movements and revolutionary activity that grew out of the war The consequences of the war for women in its immediate aftermath

SUSAN GRAYZELLIBERO del 17/5/2012 a pag. 29

Elites nazionali e impegno politico

Carlo Galli: I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità, Laterza

Al centro di questo libro sono le élites, senza distinzioni tra élites sociali ed élites politiche. Il tema è perché c'è una crisi delle élites in Italia, da dove viene questa crisi, quali forme prende e come si può eventualmente ovviarvi. Ci sono molti motivi per censurare le élites italiane, ma una loro condanna generalizzata e sommaria non ha senso. È vero che possono essere accusate di cinismo, pigrizia, mancanza di cultura e di senso della responsabilità, ma è anche vero che in alcune circostanze hanno dato discreta prova di sé. Carlo Galli muove da questa riflessione per capire con quale spirito e con quali capacità le élites del nostro paese si sono rapportate alla politica e hanno interagito con la classe dirigente dei partiti. Dialogando con alcuni letterati italiani dei secoli scorsi (fra cui Machiavelli, Leopardi, Manzoni, Carducci, D'Annunzio) e filosofi e scienziati della politica (da Platone a Gramsci), Galli ripercorre il rapporto fra le élites italiane e la democrazia, rileva continuità e discontinuità, riflette su come esse non siano tanto riluttanti a esercitare dominio e predominio quanto piuttosto a essere qualcosa di più che un insieme di privilegiati. A smettere di oscillare, come un pendolo, tra l'assenza e il salvataggio in extremis di situazioni compromesse. Ad assumersi finalmente le responsabilità proprie del loro status. 

Le nomine della cultura

Tra Manzoni e il Gattopardo, i difetti dei "migliori"
di Roberto Esposito Repubblica 18.5.12 da dirittiglobali

Anarchismo e liberalismo secondo Carlo Galli



Quei nemici del potere tra violenza e pacifismo


Gli "informali" rivendicano l´attentato ad Adinolfi e tornano in primo piano le divisioni e le contraddizioni di una tradizione con profonde radici storiche e teoriche

L´emancipazione dal dominio e l´idea di uguaglianza lo avvicinano al socialismo da cui lo divide però il concetto di partito
Con il liberismo condivide il primato dell´individuo ma non accetta la proprietà privata e il principio della concorrenza 

di Carlo Galli Repubblica 17.5.12 da dirittiglobali

Vittorio Gregotti sul Nuovo Realismo

Il Manifesto del nuovo realismo di Maurizio Ferraris
Tornare alle cose e criticare il reale
Il saggio di Ferraris e il progetto d'architettura
di Vittorio Gregotti Corriere 18.5.12

I cattolici e la fondazione di Israele

Paolo Zanini: Aria di crociata». I cattolici italiani di fronte alla nascita dello Stato d'Israele (1945-1951), Unicopli


Attraverso l'analisi di una vasta documentazione, tra cui numerosissimi articoli comparsi sui principali organi della stampa cattolica e alcuni autorevoli studi precedenti, il ricercatore Paolo Zanini descrive nel suo libro le reazioni della Chiesa di Roma e dei suoi fedeli italiani alla nascita dello Stato di Israele.
Da “Aria di crociata. I cattolici di fronte alla nascita dello Stato di Israele (1945-1951)” esce, quindi, un quadro variegato di un mondo dibattuto fra concezioni tradizionalistiche e osservazioni piuttosto obiettive della realtà, in cui sacerdoti, giornalisti e portavoce della Santa Sede espressero le loro opinioni così diverse e, talvolta, addirittura contrastanti.
Se da un lato, infatti, almeno inizialmente, alcuni tra i peggiori atavici pregiudizi nei confronti degli ebrei, come quello riguardante la condanna divina alla peregrinazione eterna del “popolo deicida”o quello sulla “perfidia giudaica” potevano portare gli opinionisti cattolici a dipingere come un evento del tutto negativo la decisione della creazione dello Stato di Israele, di fronte alla realtà positiva di una società aperta, rispettosa, laboriosa e al contempo moderna, alcuni opinionisti espressero il loro apprezzamento e, in un caso, la propria ammirazione.
Non erano, però, solo i feroci pregiudizi che nei secoli passati avevano portato a persecuzioni e distruzioni ad influenzare i numerosi autori. I cattolici italiani erano terrorizzati da possibili infiltrazioni sovietiche, alcuni guardavano con disprezzo i kibbutz (come espressioni del socialismo collettivista) e la laicità della maggioranza dei giovani israeliani, altri, al contrario, erano timorosi degli ebrei ortodossi visti come portatori di un oscurantismo intollerante nei confronti degli appartenenti ad altre religioni; altri ancora erano preoccupati per la libertà di accesso ai luoghi santi, della professione pubblica della fede e dell'incolumità della minoranza cristiana.
C'era anche un senso di rivalità nei confronti della Gran Bretagna sia dal punto di vista politico (come potenza mandataria e coloniale), sia da quello religioso (in qualità di rappresentante di una delle Chiese evangeliche), e degli altri grandi Stati che in qualche modo erano protagonisti della scena mediterranea e mediorientale in quegli anni (oltre all'Unione Sovietica anche gli Stati Uniti, altri Paesi europei, il mondo arabo e così via).
D'altra parte la ferita ancora aperta delle persecuzioni cristiane e della Shoà e la minaccia di un nuovo sterminio perpetrato dagli arabi influenzavano invece le opinioni favorevoli alla creazione prima e allo Stato poi.
Un'attenzione particolare e più approfondita è data al dibattito sullo status di Gerusalemme, al quale la stampa cattolica dedicò una grande attenzione, mostrando una forte rigidità verso ogni compromesso, soprattutto verso le proposte israeliane.
Uno studio importante, questo libro, non solo per approfondire la storia di quegli anni, ma anche per capire meglio quanto avviene oggi.




IL FOGLIO del 17/5/2012 Argomenti di classificazione LIBRI a pag. 3

Ancora "Pane e pace"

Pamphlet
Credere negli Ogm, parola d'autore
La rivoluzione agroalimentare raccontata da uno scrittore
Daniele Giglioli Corriere della Sera 17 maggio 2012

Ancora il libro di Rita Di Leo sull'Urss


NOVECENTO
Un'esperienza che ha segnato un secolo. Domande e nodi irrisolti dell'Unione Sovietica alla luce del presente. Alcune considerazioni a partire dal libro di Rita di Leo «L'esperimento profano» Dal 1917 fino agli anni Trenta, l'autrice del volume tesse una linea di continuità che non convince

ARTICOLO  Rossana Rossanda il manifesto 2012.05.18 - 10 da dirittiglobali


Esplorazioni e conquiste nell'età moderna


Attilio Brilli: Dove finiscono le mappe. Storie di esplorazione e di conquista, Il Mulino

Scheda editoriale
Attilio Brilli è tra i massimi studiosi della letteratura di viaggio, argomento sul quale ha scritto numerosi volumi dedicati in prevalenza al viaggio in Italia. Il Grand Tour dei nobiluomini europei, che aveva l'Italia come destinazione principale, era un viaggio di istruzione e diletto. Questo nuovo libro affronta un altro tipo di esperienza: il viaggio di esplorazione e conquista che nell'età moderna gli europei intrapresero, prevalentemente per mare, oltre i confini delle mappe del mondo conosciuto verso la scoperta di nuove terre: viaggi di esplorazione e di studio, ma soprattutto di conquista e sfruttamento, quando non di rapina. America, Australia, Africa, India: nei libri e nelle relazioni di conquistadores e mercanti, letterati e negrieri, oltreché nel controcanto ironico dell'invenzione letteraria (con Robinson Crusoe e Gulliver), è scritta la secolare avventura, insieme affascinante e ignobile, del predominio europeo sul globo.

Attilio Brilli racconta i viaggi di esplorazione e conquista che gli europei intrapresero oltre i confini delle mappe del mondo conosciuto. E soprattutto la loro incapacità di confrontarsi pacificamente con i popoli
Paolo Randazzo Europa 17 maggio 2012

Luciano Canfora sulla Guerra del Peloponneso

La storia, profezia sul passato
Come in medicina, è il ripetersi dei sintomi la chiave di tutto
di Luciano Canfora  Corriere 18.5.12 da Segnalazioni

Scriveva Leopold von Ranke in un bel capitolo della sua Storia universale che «Tucidide non era rimasto insensibile alle nuove teorie scientifiche intorno alla natura». In realtà si tratta di ben più che un modesto interesse: si tratta dell'influsso su di lui del metodo diagnostico e prognostico dalla medicina ippocratica. Il luogo classico che rivela la assunzione da parte di Tucidide di tale metodo e la estensione di esso al sapere storico-politico è il preambolo con cui egli introduce la descrizione della cosiddetta peste di Atene. Dichiara in quel passo lo storico di voler descrivere i sintomi del male dal quale egli stesso fu affetto, e che riuscì a superare, «affinché lo si possa riconoscere quando eventualmente si ripresenterà». La conoscenza, dunque, di un fenomeno che potrebbe verificarsi (cioè «futuro») è fondata secondo Tucidide sull'attento studio dei sintomi. Analogamente, quando nel proemio spiega perché ha deciso di dedicare un racconto così analitico alla guerra peloponnesiaca, da lui ritenuta la più importante di tutta la storia passata, introduce come giustificazione un argomento simile: che cioè la natura umana essendo sostanzialmente immutabile o forse modificabile in un tempo lunghissimo, eventi «uguali o simili» è altamente probabile che si ripresentino; donde la necessità di conoscere analiticamente l'esperienza già consumatasi. Il pronostico del medico e il pronostico del politico si fondano dunque entrambi sullo stesso presupposto empirico-sintomatologico.

Tucidide estende questo metodo anche alla conoscenza del passato remoto: anche in tale ambito, dove l'assenza di documentazione è vastissima, saranno i sintomi («segni») a suggerire una possibile ricostruzione di un passato ormai smarrito, e soprattutto renderanno possibile valutarne la grandezza a paragone della ben più verificabile grandezza della storia in fieri. Profezia sul passato, dunque, e profezia sul futuro, si potrebbe dire: il metodo è il medesimo; è il metodo della medicina ippocratica.
Alla luce di tale concezione, è evidente che le altre forme di «pronostico» a base arcaicamente oracolare vengano considerate da Tucidide con distacco, con ironia, se non con disprezzo. Celebre la considerazione ironica che egli riserva all'oracolo che fu rispolverato in Atene appunto in occasione dell'esplosione del contagio. Si ricordarono in quella occasione — dice Tucidide — che tempo addietro aveva circolato una profezia, secondo la quale «insieme con la guerra sarebbe sopraggiunto il contagio pestilenziale« (che effettivamente si produsse nel 430-429 a.C., cioè appena un anno dopo l'inizio della guerra con Sparta). Il fatto è che, nota ancora Tucidide, la parola indicante il flagello concomitante con la guerra inizialmente non era «pestilenza» (loimòs) ma «carestia» (limòs). Nondimeno — conclude Tucidide — ritoccarono il dettato della profezia sulla base di quanto effettivamente era accaduto ed essa risultò, se così si può dire, veridica (II, 54). Questa notazione, che potremmo definire volterriana, indica, in modo inequivocabile, la lontananza di Tucidide dal mondo magico-profetico-oracolare. È facile riconoscere in tale libertà di pensiero, in tale visione razionale dei fatti storici e naturali, l'influsso decisivo di quella fondamentale corrente intellettuale che definiamo sommariamente «sofistica» e che un grande storico del pensiero greco, Theodor Gomperz, definì «illuminismo».
Intorno ad una guerra così totale e alla fine disastrosa come la guerra peloponnesiaca era inevitabile che si «incrostassero» profezie, più o meno costruite alla maniera di quella che Tucidide deride. Nella commedia di Aristofane intitolata Pace (421 a.C.), la festosa accoglienza riservata al trionfo della pace, da parte dei protagonisti di quella commedia, viene disturbata dalla interferenza di un indovino di nome Ierocle che si affanna a sbraitare che non è ancora tempo, «non è gradito ancora agli dei che si interrompa il grido di guerra» (vv. 1073-1075). Effettivamente anche Plutarco nella Vita di Nicia, cioè del politico che più fortemente volle la pace stipulata nel 421, apparsa inizialmente come risolutiva, ricorda che un bel po' di fanatici andavano in giro sbraitando che la guerra era fatale che durasse tre volte nove anni, e che dunque era prematuro che il conflitto terminasse dopo appena dieci. E Plutarco soggiunge che gli Ateniesi la stipularono ugualmente quella pace «sbeffeggiando» codesti profeti di sventura.
Purtroppo la guerra ricominciò dopo alcuni anni e si sviluppò con un andamento asimmetrico. Ma a cose fatte, quando ormai Atene dovette capitolare e rinunciare alle mura e alle navi, qualcuno sfoderò l'antica profezia e, forzando un po' le cifre, cercò di dimostrare che la guerra era durata effettivamente ventisette anni.
A rigore, anche accettando la tesi audace di Tucidide, secondo cui si trattò di un'unica guerra protrattasi fino a che Atene non capitolò, ugualmente i conti non tornano: oltre tutto lo stesso Tucidide sembra oscillare a proposito dell'esatto inizio del conflitto, posto dapprima al momento dell'attacco a sorpresa degli Spartani contro Platea e successivamente soltanto nel momento della prima invasione dell'Attica. E quanto poi alla conclusione, essa può ragionevolmente porsi o nel momento dell'ingresso di Lisandro in Atene ormai prostrata, ovvero sei mesi dopo, quando si arrese anche l'isola di Samo, alleata fedelissima di Atene, cui era stata attribuita in blocco la cittadinanza ateniese: come dire, semplificando, che a distanza di sei mesi Atene cadde due volte.
Insomma, i propalatori di oracoli anche in questa occasione dovettero affannarsi a far quadrare i conti, mentre gli storici di formazione «realpolitica» e dotati di una mentalità aliena dal soprannaturale, ebbero ancora una volta materia per sorridere di queste cabale numerologico-oracolari.

Cesare Segre ha completato il rimario diacronico dell'Orlando Furioso


«Orlando», l'italiano in cantiere

Il poema dell'Ariosto che tenne a battesimo la lingua nazionale

di Paolo Di Stefano  Corriere 18.5.12 da Segnalazioni


I talo Calvino invitava ad accostarsi all'Orlando furioso senza tanti preamboli, perché «è un universo a sé in cui si può viaggiare in lungo e in largo, entrare, uscire, perdercisi». È vero, al punto che viaggiando dentro questo fantastico «poema del movimento« rischiò di perdersi per primo il suo stesso autore. La storia editoriale del capolavoro di Ludovico Ariosto è infatti una delle più tormentate che si conoscano: l'opera nasce nei primissimi anni del Cinquecento, quando il poeta non è ancora trentenne. Nel gennaio 1507, a Mantova, Ariosto legge a Isabella d'Este Gonzaga qualche brano del nuovo testo, che ha già cominciato a incuriosire la corte. Solo nel 1516, a Ferrara viene licenziata la prima edizione (A) di quaranta canti, ma nel giro di tre anni l'autore avvia la revisione e sempre a Ferrara nel 1521 consegna alle stampe una seconda edizione (B).
L'anno chiave per Ariosto, e non solo per lui, è il 1525, quando escono le Prose della volgar lingua, il trattato con cui l'amico Pietro Bembo «fonda» lo stile e la grammatica della lingua letteraria sulla base dei maggiori scrittori trecenteschi. Ariosto ne rimane sconvolto, al punto da essere indotto a rimettere mano al suo poema per uniformarlo al toscano letterario ripulendolo della veste regionale primitiva. Dopo una lunga rielaborazione, nell'ottobre 1532, pochi mesi prima della morte, il poeta pubblica la terza e definitiva edizione (C) dell'Orlando furioso, ampliato di sei canti.
Il lavoro di una vita dell'Ariosto è anche il lavoro della vita di Cesare Segre, il filologo che più di tutti ha studiato il poeta emiliano, sin da quando, giovanissimo, era assistente del filologo Santorre Debenedetti, suo prozio: è infatti con il binomio Debenedetti-Segre che uscirà, nel '60, l'edizione critica del poema. Ma oltre che all'opera maggiore, Segre si è dedicato, con studi e edizioni critiche, anche alle minori (a un volume Ricciardi del '54 seguono quelli dei Classici Mondadori). L'impresa più lunga e difficile arriva però adesso, con il Rimario diacronico del Furioso. «Disporre di tutto l'insieme delle rime e del lessico, parola per parola, nel loro svolgimento da una redazione all'altra permette di verificare il sistema linguistico dell'Ariosto in movimento», osserva Segre.
Un primo progetto fu avviato nel '65 con l'Olivetti, allora all'avanguardia nell'elettronica. La chiusura dell'attività olivettiana nel settore dei computer impose una sospensione. Se ne riparlò anni dopo con l'Accademia della Crusca: «Dato che l'Ariosto fu lo scrittore che più di tutti ha contribuito all'affermazione del toscano letterario come lingua nazionale, una concordanza diacronica avrebbe permesso di seguire le fasi di questa impresa». L'impresa richiede necessariamente una cooperazione tra informatici e filologi: con l'apporto tecnico di Antonio Zampolli e in seguito di Eugenio Picchi, con il lavoro filologico di Luigina Morini e di Clelia Martignoni, con il contributo informatico di Manuela Sassi, nel '74 la conclusione sembra vicina, ma non è così. Gli oltre trent'anni che seguono sono una specie di romanzo, con complicati passaggi da un software all'altro, e persino con pacchi di carta che spariscono e costringono a rifare una parte del lavoro. Solo con il sostegno dello Iuss (l'Istituto pavese di studi superiori, diretto da Roberto Schmid) si va verso il lieto fine.
Ed eccolo qui, infatti, il Rimario, su carta (e su dvd): un monumento in due volumi, diretto da Segre, che solo ad apertura di pagina rivela la complessità e la bellezza tipografica, tra varietà di corpi, caratteri, segni e nuove simbologie. L'obiettivo è quello di registrare, sulla base di C, le varianti delle edizioni precedenti A e B in tutte le possibili situazioni testuali. Ci sono casi molto semplici, per esempio la sostituzione quasi sistematica di una parola con un sinonimo (come i cavalli che diventano destrieri o gli amatori che diventano amanti). Ci sono casi in cui il cambio di una sola parola in rima (la caduta di certi latinismi o di forme dialettali) genera conseguenze a cascata: vedi l'eliminazione quasi sistematica dell'avverbio presto (sostituito in C da soluzioni varie tra cui il sinonimo tosto) o l'esigenza di cassare tutte le sdrucciole in rima (scompaiono, tra l'altro, opera, povero e povera); ci sono le ottave inserite solo nella B e nella C, per non dire dei sei canti inventati ex novo nel '32. Il Rimario (unico esempio, finora, di rimario «diacronico», che registra cioè le varianti d'autore) dà conto, ovviamente del contesto.
Segre accenna al «progressivo depurarsi linguistico del poema». L'antecedente più vicino ad Ariosto era l'Orlando innamorato, dove però viene utilizzata una lingua ben diversa: «Al Nord la lingua corrente era un toscano mescolato con il dialetto, come dimostra il Boiardo: Ariosto sulle prime ne segue l'esempio, ma nelle due redazioni successive ripulisce la lingua fino ad arrivare a un toscano puro, tanto che il Furioso verrà assunto come un modello linguistico anche dal Dizionario della Crusca. Quello di Ariosto è un lavoro attentissimo, parola per parola, che ora riusciamo a seguire nel suo insieme: è significativo che quando decide di cambiare un termine o una forma fonetica, lo faccia anche a costo di mandare all'aria tutte le rime dell'ottava».
Un lavorìo ben diverso dal risciacquo manzoniano in Arno, perché mentre Ariosto tiene conto, quasi da storico della lingua, delle stratificazioni letterarie, l'ideale di Manzoni è opposto: «La lingua de I promessi sposi è il fiorentino vivo, che invecchia subito, perché soggetto a trasformarsi col tempo: Manzoni, riproducendo il parlato contemporaneo, fa una scelta utopica contro la storia della lingua; Ariosto invece ha un'idea evolutiva, fa i conti con i tre secoli precedenti, con Dante e Petrarca. Nell'ultima redazione, poi, acquisisce una dimensione meno umanistica e più rinascimentale». Magari sacrificando qualcosa al colore e alla brillantezza a favore dell'euritmia e della simmetria classica: «Qualcuno — ricorda Segre — preferisce la prima redazione. Per me è una scelta difficile: l'eccesso di equilibrio e di classicità dell'ultima edizione può anche dar fastidio rispetto alla freschezza precedente, dove si prende anche la libertà di parteggiare per gli Estensi e i francesi loro alleati, mentre nella C celebra senza calore l'imperialismo di Carlo V. Ma d'altra parte nell'edizione '32, che può apparire più ingessata, Ariosto inserisce episodi stupendi, come quello di Olimpia». Anche con i contemporanei si propongono problemi analoghi: «In effetti, non sempre l'ultima volontà dell'autore è la migliore. Le Cinque storie ferraresi di Bassani sono molto più scorrevoli e stilisticamente ricche nella prima edizione, poi con il lavoro successivo vengono rese più pesanti e aggrovigliate. Anche la Gerusalemme conquistata è più brutta della Liberata: per fortuna, come posteri abbiamo la possibilità di scegliere. Per Ariosto scegliere è difficile».
Come si vive in compagnia di Ariosto per più di cinquant'anni? «Il Furioso è un'opera divertente, rasserenante, solare, un'opera di straordinaria libertà, non per niente piacque a Voltaire e a Calvino. Basti pensare a come affronta l'aldilà: a così poca distanza dal Medioevo doveva risultare strabiliante. È un libro non antireligioso, ma a-religioso, senza tutte le manie del Tasso, per il quale non ho mai avuto una gran simpatia. Certo, è molto lungo, 38.736 versi, il triplo della Divina Commedia, che al confronto sembra un libriccino». Eredi? «Il testimone, quando la fortuna dell'Ariosto va declinando, passa direttamente a Cervantes».

Università: problemi della valutazione

DAL LAGO ALESSANDRO, IL MANIFESTO del 16/5/2012 a pag. 1

Harvard, la fucina dei potenti non è in crisi
Miliardi ed eccellenza come dogma dell’università americana: anche i professori sono sempre sotto esamedi Carlo Antonio Biscotto il Fatto 18.5.12

Sul modo di divulgare la storia in Italia

Al Festival internazionale della storia (Gorizia) è previsto per oggi pomeriggio questo appuntamento:

Marx, profeta o utopista?
Al di là degli scontri ideologici, Marx il suo pensiero hanno rivoluzionato la storia dell’occidente e del pianeta intero. In un mondo dove talvolta il capitalismo sembra in crisi, un’opportunità per valutare attentamente l’attualità del marxismo, tra profezia e utopia.


Intervengono
Luciano Canfora
Paolo Mieli
Marcello Veneziani

Interviene e coordina Andrea Graziosi

Ma che razza di alternativa sarebbe?
E però, che nessuno osi dirne male, ché Andrea Graziosi è uno dei pezzi grossi dell'Anvur... [SGA].

Liberalismo e liberismo secondo Sergio Romano


Liberalismo e liberismo, una distinzione italiana
risponde Sergio Romano  Corriere 18.5.12 da Segnalazioni


A quanto mi consta, solo nella lingua italiana vi è distinzione terminologica in campo economico tra liberalismo e liberismo, risalente soprattutto a Croce. Alcuni difendono questa nostrana distinzione.
Francesco Meli

Caro Meli,
Effettivamente la distinzione appartiene quasi esclusivamente alla lingua e alla cultura italiane. Quando il Corriere, negli scorsi mesi, ha pubblicato il lungo dibattito su questo tema fra Benedetto Croce e Luigi Einaudi, ho ricordato che la parola «liberismo» non ha corrispondenti nelle lingue dei principali Paesi occidentali. Il dizionario italo-inglese offre free trade, free enterprise; il dizionario italo-francese suggerisce libéralisme, vale a dire la stessa parola che traduce l'italiano liberalismo; il dizionario italo-tedesco propone freihandel (libero commercio), freie wirtschaft (libera economia). Altri, fra cui gli spagnoli, preferiscono parlare di liberalismo economico.
Per Benedetto Croce, tuttavia, la distinzione era necessaria perché consentiva di evitare confusione fra un concetto che appartiene alla sfera morale (liberalismo) e un concetto che appartiene alla sfera economica (liberismo). Mentre il primo definiva il trionfo della libertà, il secondo era per lui uno «schema astratto» (noi diremmo oggi una ideologia), vale a dire una ricetta con cui si vorrebbero risolvere, una volta per tutte, i problemi pratici che un governo liberale può invece essere costretto ad affrontare con formule e mezzi diversi. A queste affermazioni di Croce, Einaudi replicò pragmaticamente che l'economista non deve essere un ideologo e che possono esservi circostanze in cui certe soluzioni non liberiste (dazi protettivi, nazionalizzazione di servizi pubblici) possono essere convenienti.
Aggiunse, per meglio dimostrare la sua disponibilità al confronto, che possono esservi addirittura circostanze in cui il liberismo viene praticato da un governo assoluto e suscita critiche liberali, come accadde in Francia nell'ultima fase del Secondo Impero, prima della guerra franco-prussiana del 1870 (se fosse ancora con noi, Einaudi non mancherebbe di ricordare che anche la Cina comunista è economicamente liberale e politicamente illiberale). Ma Einaudi, a differenza di Croce, era profondamente convinto che tra libertà economica e libertà politica esistesse un nesso importante. Questo non significa, beninteso, che una economia liberale abbia l'effetto di produrre necessariamente un sistema politico liberale. Ma tra l'economia di mercato e un regime autoritario esistono contraddizioni che possono, in ultima analisi, mettere in discussione il funzionamento del sistema. Gli scandali cinesi degli ultimi tempi potrebbero esserne la conferma.
Non è vero, invece, che la parola e il concetto appartengano soltanto al pensiero di Benedetto Croce. Dal grande Dizionario di Salvatore Battaglia risulta che la parola liberismo fu utilizzata anche negli scritti di Alfredo Panzini, Riccardo Bacchelli, Antonio Gramsci, Piero Gobetti. Credo che la spiegazione di questa peculiarità italiana debba essere ricercata nella storia politica del Paese dopo l'Unità. Cavour fu certamente liberale e adottò negli anni del suo governo una politica economica ispirata dai principi del free trade e del laissez faire. Ma la Destra storica, pur continuando a definirsi liberale, giunse rapidamente alla conclusione che l'unificazione di un Paese, soprattutto se formato da sistemi e stadi di sviluppo molto diversi, esigesse un forte intervento dello Stato, principalmente nella costruzione e nella gestione delle infrastrutture.
Quando fu ministro dei Lavori pubblici, dal 1873 al 1876, Silvio Spaventa propose una legge per la nazionalizzazione della rete ferroviaria. La legge fu osteggiata dai liberisti toscani, interessati al finanziamento e al controllo di nuove linee, e la loro opposizione provocò la caduta della Destra storica. Spaventa era zio e tutore di Croce. Forse il filosofo napoletano, nella sua disputa con Einaudi, difendeva implicitamente la reputazione liberale del suo tutore.

Una riflessione interessante sul progetto Macao

Come sempre, nella lettura del manifesto c'è sottotraccia il mito del lavoro autonomo [SGA].

Argomenti di classificazione L'UTOPIA CONCRETA DEL LAVORO INDIPENDENTE
CICCARELLI ROBERTO, IL MANIFESTO del 17/5/2012 a pag. 15

Il gruppo
«Siamo i precari della cultura» 
Il collettivo Macao: passati da 25 a 2.000 Sono artisti, musicisti, designer
A. Sac. Corriere della Sera 16 maggio 2012

I conflitti religiosi nell'Italia del Cinquecento


Alessandro Roveri: Renata di Francia, Claudiana, Torino, 2012, pp.192, euro 15

Nel dramma religioso del Cinquecento italiano, Renata di Francia, duchessa di Ferrara - figlia di Luigi XII e moglie del duca Ercole II d’Este -, di solida fede calvinista, fu una figura di grande rilievo.
In corrispondenza per tutta la vita con Calvino, fondò a Ferrara un cenacolo dove si diffondevano libri "proibiti" e venivano ospitati molti protestanti ed "eretici" italiani, i quali spesso vi trovavano temporaneo rifugio dalle persecuzioni, talvolta prima di trasferirsi all’estero, contribuendo alla diffusione della libertà religiosa in Occidente.
Processata dall’inquisizione e costretta all’abiura, segregata a palazzo fino alla morte del marito, lasciò l’Italia per Montargis, dove osò resistere persino alla cattolicissima e potente famiglia dei Guisa. 

Storia
Marina Montesano Europa 16 maggio 2012

Il difficile rapporto tra cattolicesimo e liberalismo


Dario Antiseri  Avvenire 16 maggio 2012

Decrescismo cattolico

FUTURO SOSTENIBILE
Marco Morosini Avvenire 17 maggio 2012

Il partito di Repubblica scalda i muscoli

SARDONI ALESSANDRA, IL FOGLIO del 17/5/2012 a pag. 2

Stare su internet, credere di essere liberi e di fare la rivoluzione, fornire informazioni alla Cia

Web e social network

Facebook: la Rete ha un’ideologia
Come cambia la politica ai tempi di Facebook


Il declino dei mediatori esterni ha già modificato lo spazio pubblico. La democrazia non è in pericolo ma è bene usare Internet con spirito critico
di Massimo Adinolfi  l’Unità 17.5.12 da Segnalazioni


ABBIAMO UN PROBLEMA POLITICO CON FACEBOOK. NON SI TRATTA DELL’ASSETTO PROPRIETARIO, DEL VALORE STIMATO DELLA SOCIETÀ O DI PREOCCUPAZIONI PER LA CONCORRENZA. Si tratta proprio di come è organizzato lo spazio virtuale del social network più diffuso al mondo. Se ne è occupato di recente un ricercatore senese, Riccardo Castellana, con l’aiuto degli strumenti della critica letteraria e della ricerca antropologica. In particolare, di René Girard. A Girard dobbiamo infatti una distinzione fondamentale per capire come funziona la creatura di Mark Zuckerberg. Lo studioso francese l’ha applicata fra l’altro ai personaggi di Dostoevskij, di Stendhal o di Flaubert, ma non troppo sorprendentemente torna utile anche a noi. Si tratta della differenza fra mediatore esterno e mediatore interno, e del modo in cui orienta il desiderio umano. Quel che viene mediato è infatti il desiderio, che si dirige su questo oggetto o su quello solo perché qualcun altro vuole questo o quello, rendendolo così desiderabile per noi.
Ma, ecco il punto, un conto è se la mediazione è esercitata da un soggetto ben distante, magari irraggiungibile e idealizzato un mediatore esterno, appunto -, un altro è se invece si tratta di un soggetto a noi vicino, anzi prossimo, così tanto da essere proprio come noi. Un friend, insomma
Su Facebook è questo, infatti, che accade. Niente mediatore esterno, niente figure terze, niente relazioni “verticali” con un ideale lontano, ma una miriade di piccole relazioni orizzontali con individui insieme ai quali condividiamo interessi, scambiamo poke, linkiamo pagine. Sheryl Sandberg, Chief operating officer di Facebook, l’ha spiegata così: «Non importa se a 100.000 persone piace x: se alle tre persone a te più vicine piace y, a te piacerà y». Le tre persone più vicine stanno per l’appunto nella posizione di mediatori interni, e in grazia di questa posizione risultano maledettamente più credibili, diretti, autentici. In una parola, la sola che quando si fa business veramente conta: efficaci.
Ora, se si trattasse solo di strategie di marketing e volumi di vendita, poco male: ci si potrebbe fare ben presto l’abitudine. Ma il fatto è che attraverso questa diversa strutturazione delle relazioni sociali passano profonde modificazioni dello spazio pubblico, e non basta quindi limitarsi ad osservarle con distaccato spirito scientifico. E, si badi, non si tratta nemmeno di rilevare soltanto fenomeni come la spudorata esibizione della vita privata (Facebook è zeppo di fotografie), dalla quale si può dire che quasi più nessuno è
immune, o della infantilizzazione dei comportamenti, ossia di quello che Benjamin Barber ha chiamato il nuovo “ethos infantilista” del capitalismo contemporaneo. Il fatto è che in tutti questi casi viene palesemente contraddetto il profilo dell’uomo pubblico così come è stato definito in età moderna.
La sfera pubblica andava infatti rigorosamente distinta dalla sfera privata o familiare della casa: un conto è l’oikos, un altro la polis. La modernità politica nasce anzi proprio quando riesce a spezzare definitivamente ogni parentela o commistione fra quegli spazi e le relazioni che in essi si istituiscono. Ma questa distinzione cede ormai il passo alla confusione, ed è sempre più difficile tracciare in rete i confini del pubblico e del privato.
Quanto all’infantilizzazione degli stili di vita (e delle scelte di consumo): non contraddice forse la figura del cittadino autonomo e responsabile, qualificato giuridicamente e politicamente in virtù della raggiunta maggiore età? Ma ancora più significativa, perché gravida di conseguenze, è la caduta verticale del mediatore esterno: quella infatti era la posizione, il luogo terzo tradizionalmente occupato dalle figure istituzionali: dal maestro, per esempio, o dall’uomo politico. La crisi di autorità del mediatore esterno, il fatto che i nostri sguardi e i nostri desideri si rivolgono in rete molto più facilmente a mediatori interni non a figure idealizzate ma proprio a persone come noi di colpo rischia di invecchiare tutta la comunicazione istituzionale, ma anche di ridefinire i luoghi stessi di formazione e di esercizio della soggettività politica.
Dunque un problema ce l’abbiamo, con Facebook. James Gibson, fondatore della teoria ecologica della percezione, diceva: chiediti non cosa c’è dentro la testa di colui che guarda, ma cosa c’è intorno. Se cambia il paesaggio, cambiano infatti pure le teste e i pensieri. E il paesaggio, indubbiamente, sta cambiando. Dopodiché non si dirà certo che per questo la democrazia è in pericolo, ma perlomeno non si esalteranno acriticamente le nuove forme della partecipazione online o della vita in diretta come straordinari avanzamenti democratici.
Noi conosciamo storicamente la democrazia come luogo della mediazione e della rappresentanza, e certo non è detto che sia l’unica modalità possibile. Poiché però sappiamo anche, grazie a Girard, che assenza di mediazione esterna significa pure possibilità di contagio mimetico e innesco incontrollato di rivalità, abbiamo tutte le ragioni per nutrire simpatia per il nuovo, ma anche per coltivare qualche sana diffidenza e un po’ di spirito critico.

Come faremmo senza il manifesto? Ci toccherebbe leggere Liberazione...


Articolo parecchio reazionario ma divertente, con il suo veleno [SGA].

ISHMAEL, ITALIA OGGI del 16/5/2012 a pag. 13

MARIOTTI WALTER, PANORAMA del 17/5/2012 a pag. 27



F.B., PANORAMA del 17/5/2012 a pag. 27

mercoledì 16 maggio 2012

Ma è più a sinistra Rossana Rossanda o Costanzo Preve?

Nell'articolo riportato qui sotto, tra le altre cose, si dà del fascista al filosofo marxista Costanzo Preve. Ritengo che Preve abbia commesso un errore nell'affermare che nel caso delle recenti elezioni francesi avrebbe votato per Marine Le Pen. Alain de Benoist, ad esempio - che pure è francese e sostiene anch'egli la tesi del superamento della distinzione tra destra e sinistra -, non ha sentito questo bisogno e si è anzi espresso pubblicamente per una posizione astensionista. Anche per coerenza con le proprie proposte teoriche, visto che il Front National è appunto un partito dichiaratamente di destra.
Tuttavia questo partito, nella sua linea evolutiva e a prescindere dai residui di folclorismo nostalgico, nulla ha a che fare con la destra fascista. E semmai il suo percorso è assimilabile ai primi tentativi di Alleanza Nazionale di andare oltre il reducismo e di ricercare una posizione più centrale e moderata nello spettro politico, con l'ambizione di proporsi come alternativa ad un gaullismo in piena crisi. Come è confermato, del resto, dal suo mutato atteggiamento nei confronti dello Stato di Israele.
Il problema vero è però un altro. Prescindiamo dal fatto che Costanzo Preve è un intellettuale importante e che la pretesa di fare la lezioncina ad una persona che potrebbe insegnare la Scienza della logica o i Grundrisse a schiere di docenti universitari è veramente ridicola. E chiediamoci: cosa distingue la destra e la sinistra? Si tratta di un'autoattribuzione? Si tratta di una rendita di posizione legata ad un passato anche nobile ma remoto?
Per chi continua a ritenere valide le categorie di destra e sinistra, insomma, chi è più a sinistra e chi più a destra: Costanzo Preve, che ha sin dall'inizio condannato l'aggressione alla Libia, oppure Rossana Rossanda, che parteggiava per i "ribelli" armati dalla Nato? Costanzo Preve oppure l'intero gruppo dirigente di quel partito, il PD, dal quale l'attuale sedicente sinistra brama di farsi imbarcare? E perché Costanzo Preve può essere diffamato in questo modo mentre gli altri sono intoccabili? [SGA].



Saverio Ferrari - il manifesto mercoledì, 16 maggio 2012

Flores d'Arcais e la radicalizzazione degli intellettuali europei


Le prese di posizione come quella di d'Arcais sono segno di un processo molto positivo in corso nell'area liberaldemocratica [SGA].

Paolo Flores d’Arcais: Democrazia! Libertà privata e libertà in rivolta, ADD editore

Da anni si afferma che è malata, la si accusa, ma le si rimane attaccati come all'ultimo baluardo di libertà e uguaglianza. Da anni si sente parlare di democrazia zoppa, di democrazia finita, di democrazia fallita. Ma a cosa ci riferiamo quando parliamo di democrazia? A una forma utopica e ideale, o a un meccanismo concreto di gestione del potere capace di ridurre le distanze tra i cittadini? L'idea di democrazia ha dovuto adeguarsi a molte sollecitazioni, a cambiamenti sociali così radicali da mettere in crisi non solo le grandi ideologie, ma anche gli ideali che tenevano insieme popoli e nazioni. Cosa rimane al concetto e alla pratica democratica dopo l'improvviso accelerare della storia degli ultimi anni? Cosa dopo decenni di liberismo sfrenato, dopo crisi finanziarie, dopo l'avvento sempre più incontrollabile dei poteri forti? Con questo saggio Paolo Flores D'Arcais riflette sullo stato di salute e sugli spazi di azione ancora propri della democrazia, cercando prima di individuarne nemici e punti deboli, poi di trovare possibili soluzioni per un ritorno vero e condiviso del fare democratico. 


Il fantasma dell’uguaglianza
di Paolo Flores d’Arcais  il Fatto 16.5.12 da Segnalazioni

Sta per arrivare in libreria “Democrazia! - Libertà privata e libertà in rivolta” di Paolo Flores d’Arcais, concepito come un prontuario delle antinomie (Democrazia e legalità, Democrazia e verità, Democrazia e ateismo, Democrazia e illuminismo di massa, Democrazia e denaro, Democrazia e uguaglianza, Democrazia e morale, Democrazia privata, Democrazia e rivolta). Anticipiamo un passo del capitolo dedicato all'eguaglianza.



Tutti conoscono il motteggio infantile che recita «se mia nonna avesse un trolley sarebbe un tram». Troppi liberisti scambiano questo scherzo per un ragionamento: «se tua nonna avesse un trolley sarebbe libera di essere un tram» ha infatti l’identica struttura logica di «se tua nonna avesse i miliardi adeguati sarebbe libera di fondare la Fiat». Ma tua nonna ha il trolley? Se non lo ha, quella libertà è una irridente boutade, come sa perfettamente il bambino che la pronuncia e che scopre così precocemente l’ipotetica del terzo tipo o dell’irrealtà. Nessuno di noi è libero di fondare la Fiat. E portare in contrario le leggendarie imprese di chi «si è fatto da sé» mantiene il discorso nel girone dell’apologia anziché della logica, poiché in ogni ramo imprenditoriale l’Henry Ford o lo Steve Jobs di turno rappresenta il momento magico irripetibile di un «nuovo inizio», cui seguirà la normalità strutturale che vedrà invece l’imprescindibilità del trolley miliardario.

(…)
DI QUALI risorse ho bisogno per essere libero di fondare un giornale, una radio, una tv? Che libertà ho di praticare il «rischio di impresa» se non possiedo il necessario conquibus da arrischiare, o l’equivalente credito della banca? È dunque perfettamente liberista, ma prende sul serio la logica, l’articolo 3 della nostra Costituzione, che al secondo capoverso recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economica e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Che proprio tale articolo suoni affetto da socialismo al delicato udito di qualche liberale, ci dice solo come il privilegio di classe sia pronto a spingersi fino all’odio per la logica. (…)
La diseguaglianza, insomma, non va da sé, deve essere giustificata. E il liberale (non ancora ingaglioffito a liberista) può giustificarla solo qualora l’eguaglianza impedisca la «critica dell’esistente». Benedetto Croce – il maestro di libertà che per timore dei «rossi» preferì avallare il fascismo, dunque un liberale moderatissimo che «diede per viltade il grande assenso» – riconoscerà che il liberalismo non ha «legame di piena solidarietà con il capitalismo o con il liberismo economico o sistema economico della libera concorrenza, e può ben ammettere svariati modi di ordinamento della proprietà e di produzione della ricchezza, con il solo limite … che nessuno [di essi] … impedisca la critica dell’esistente». La libertà liberale è perfettamente compatibile con politiche di limitazione anche radicale del diritto di proprietà (a cominciare dall’azzeramento della trasmissibilità ereditaria delle ricchezze), purché non incidano sulla capacità critica complessiva dei cittadini nei confronti dei poteri costituiti. Un liberale che non abbia in uggia la logica concluderà perciò con Rousseau: «È proprio perché la forza delle cose tende sempre a distruggere l’eguaglianza, che la forza della legislazione deve sempre tendere a mantenerla». Invece, sempre più spesso, il cittadino è costretto ad ascoltare inverosimili analogie tra «mercato politico» e «mercato economico» (…)
METAFORE tipo «azienda Italia» possono perciò affiorare alla mente solo laddove ogni sinapsi sia satura di pulsione totalitaria. Del resto, il liberale Tocqueville già metteva in guardia (…): «È facile scorgere nei ricchi un grande disgusto per le istituzioni democratiche del loro Paese». (…) Se mettiamo in fila quanto fin qui acquisito, siamo costretti a concludere che la democrazia è in conflitto permanente col liberismo, poiché quest’ultimo, lasciato al suo istinto, è portato inguaribilmente all’aggressione contro ogni presupposto e conseguenza dell’eguale sovranità e dell’autonomia del ciascuno. Senza l’azione inesausta della politica per vincolare il capitale agli imperativi dell’eguale libertà civica, il liberismo conclude nella soppressione della democrazia. A questo punto scatta puntuale la geremiade d’ordinanza: ma con questi discorsi si finisce nel comunismo! Sì e no (soprattutto no). «Pretendere di arrivare a una perfetta eguaglianza nella distribuzione dei poteri di governo mi pare tanto assurdo … quanto è pernicioso in pratica il comunismo», sosteneva in effetti il baronetto George Cornewall Lewis, cancelliere dello scacchiere di Lord Palmerston. «Una democrazia non truccata … è già il comunismo», sintetizza giustamente Luciano Canfora citandolo. Sia però chiaro che l’approssimazione asintotica alle eguali chance di partenza non può avere nulla a che fare con gli esperimenti di socialismo reale che troppi popoli hanno dovuto subire. La pianificazione burocratica dei regimi dell’est (…) si colloca esattamente agli antipodi dell’eguaglianza democratica. (…) La totalitaria abrogazione di ogni libertà politica è infatti già una forma – e micidiale – di diseguaglianza materiale, sociale. Che, oltretutto, fa da incubatrice alle altre. I gerarchi di partito, ciascuno nell’asimmetrica proporzione del rispettivo potere, sono infatti gli effettivi padroni del sistema produttivo, banche, industrie, terre. Tanto è vero che saranno proprio loro a trasformarsi in «legittimi» proprie-tari, quando il crollo dell’Urss e delle democrazie popolari (iterazione per occultare negazione!) suonerà l’inevitabile fanfara delle privatizzazioni e trasformerà i più lesti degli apparatchiki in «oligarchi» delle ricchezze economiche.

Per uno sviluppo razionale e socialmente controllato, contro il populismo antimoderno

Antonio Pascale: Pane e pace. Il cibo, il progresso, il sapere nostalgico, Chiarelettere

Un agronomo e scrittore racconta la storia di tre generazioni. No, non è un romanzo, è un excursus veloce sul rapporto che l'uomo intrattiene con la terra e con quello che mangia attraverso l'evoluzione in agricoltura e la ricerca scientifica. Un modo tutto particolare e nuovo per parlare di noi, dei nostri nonni e del nostro futuro. I pomodori dei primi del secolo sono molto diversi da quelli di oggi, così pure i frumenti, le barbabietole, e oggi chi lavora la terra non sta più piegato a togliere insetti e a concimare. Ogm, contaminazioni a vari livelli hanno migliorato molto la nostra capacità di produzione. Pensate che tra il Medioevo e i primi anni del secolo scorso non c'era differenza nella produzione di grano. Era sempre la stessa: una tonnellata, e non era abbastanza. La gente aveva fame, il cibo era un'ossessione. Così i ricordi familiari si uniscono alle conoscenze di uno scrittore che da anni porta avanti una sua battaglia personale in favore della conoscenza scientifica e della consapevolezza critica. La storia delle piante, gli incroci che nel tempo sono stati provati definiscono un modo di stare a tavola, la storia di un paese e di un territorio. 

di Luigi Mascheroni - il Giornale 16 maggio 2012