lunedì 30 novembre 2020

Il senso della proprietà, l'imposta progressiva e la patrimoniale


 Patrimoniale. La sinistra al governo esca ora per ricominciare o mai più

Sinora sempre in bilico, la direzione del governo, per via dello stato impietoso dei rapporti di forza, è divenuta chiara. Sempre più, d'ora in avanti, verrà richiesta la collaborazione retribuita del centrodestra. Con la rimodulazione del bilancio in cambio del sostegno agli evasori, il governo ha già cambiato natura.
Una sinistra minimamente dotata di istinto politico e prospettiva lo capirebbe e saprebbe che presto sarà stritolata e ricondotta alla usuale inutilità servile dei cespugli del PD. La battaglia per condizionare il governo è già persa in partenza, come sappiamo almeno dal 2005,e lo spiraglio aperto dallo stato d eccezione si è già chiuso.
Quella sinistra coglierebbe la questione della patrimoniale come occasione per piantare un casino, sollevare un dibattito epocale sul Welfare e il fisco per due o tre settimane, parlare ai lavoratori dipendenti, mettere alle corde la Cgil e infine uscire dal governo. Portando allo scoperto il giochino dei moderati, sparigliando le carte e determinando in maniera autonoma, per la prima volta da decenni, una divisione del campo politico e sociale.
E' proprio per questa ragione che la sinistra attuale non lo farà mai. Non c è del resto fuori dal governo un campo che si presenti fertile e disponibile ma solo macerie, poiché il Prc si è liquefatto da tempo. La sopravvivenza dei singoli cacicchi avrà come sempre la meglio.


In questo paese anche il salariato e il Lumpen che si arrangia si percepiscono come proprietari e imprenditori di se stessi e temono che lo stato gli porti via un poco del proprio nulla. Figuriamoci la piccola borghesia, che in quella briciola di proprietà ripone tutta la propria distinzione.
I più sono perciò disponibili a tollerare e persino giustificare il latrocinio altrui, con la speranza di poterlo perpetrare a propria volta, sono disposti a tollerare lo sfruttamento esercitato dai più forti che ammirano e con i quali si identificano e ogni sorta di ingiustizia, persino ai propri danni, ma non tollerano l'imposta progressiva e la patrimoniale.
Ecco che il nullatenente è il primo che difende la ricchezza e la proprietà dei ricchi e dei proprietari, i quali possono farsi ancora più forti grazie al senso comune.
Profondissima è l'egemonia delle classi dominanti, le quali dagli anni Ottanta in avanti sono riuscite nuovamente a prestare le proprie idee e le proprie parole a tutto il resto della società, così che queste parti - subalterne sul piano materiale e ancor più su quello delle forme di coscienza - non riescono nemmeno a vedere dove sia il loro interesse reale e quali siano i loro reali nemici.
E ancora troppo lento, in un contesto che in parte è arretrato e in parte è stato deformato dalla diffusione del benessere durante i Trenta Gloriosi, è il processo di proletarizzazione.
Tuttavia, senza conflitto e senza redistribuione della ricchezza, del potere e del riconoscimento, quel benessere e quei Trenta non ci sarebbero mai stati.

Sofisma di Talmon, biografia di Churchill & doppio standard

 La borghesia attribuisce a Stalin anche la colpa della morte di Abele e non ammette se e ma.
Quando si tratta di Churchill o di qualche altro liberale, nemmeno lo schiavismo e il genocidio sono sufficienti e trova sempre mille scuse e distinguo [SGA].


Il secolo breve e senza fine di Churchill
Un uomo che ha attraversato due guerre mondiali e la Guerra fredda E che ha saputo guidare la dissoluzione dell’Impero La biografia definitiva di Andrew Roberts sul grande statista
di Lucio Caracciolo rep 30 11 2020
I grandi uomini, quelli veri, non sono costruttori di imperi, ma loro curatori fallimentari. Coloro che il destino ha chiamato a gestire il declino, ad accompagnare il tramonto di una potenza, evitando che traligni in caos, violenza, guerra civile. E che per compiere tanto disumana impresa sono costretti a negare a se stessi il senso della propria opera, affinché la nazione di cui sono responsabili partecipi di questa rimozione, e accetti più o meno inconsciamente la fine della sua gloria. Seppur rimossa, la dolorosa impresa non può totalmente cancellarsi dalla mente e dal cuore di chi se la intesta. Quanto meno, ne occuperà gli incubi notturni, ne segnerà i bruschi cambi d’umore, le malinconie. Winston Churchill è l’idealtipo del grande uomo politico costretto al nobile quanto straziante percorso dell’impero britannico dallo zenit al nadir. Tutto nell’arco della sua lunga vita.
Peggio: i suoi talenti letterari, pari se non superiori alle virtù politiche, ne faranno l’epico narratore del declino e della caduta del primato di Britannia sul mondo. Dalla sua splendida scrittura - abbeveratasi a quella di Gibbon, il narratore della fine di Roma - trasfigurato in gloria. Come inevitabile in chi è uso affrontare l’avversità a labbra strette. Convinto che l’impero britannico sia alfa e omega della storia. Non è quindi caso che Andrew Roberts anteponga alle oltre 1400 cento pagine della sua biografia di Churchill due versi della celebre poesia Se ( If ), che nel 1910 Rudyard Kipling dedicò al figlio: «Se riesci a incontrare il Trionfo e la Sconfitta/ Trattando questi due impostori allo stesso modo…». Cui potremmo aggiungere l’incipit: «Se riesci a tenere la testa a posto quando tutti attorno a te/l’hanno persa e danno la colpa a te…».
Perché sì, la grandezza di Churchill è stata anche quella di (mal) sopportare l’accusa di aver provocato quella decadenza che lui invece intendeva addolcire, illudendosi di sventarla. Quasi che un individuo solo possa determinare la storia. E debba assumere su di sé la responsabilità di una parabola ormai volta verso il basso. Irrevocabilmente.
Nell’edizione originale, il sottotitolo del grandioso affresco di Roberts – non proprio churchilliano nella prosa - esprime l’atmosfera scespiriana di cui è intrisa la vita del suo biografato: “Walking with destiny” – “Camminando con il destino”. Dall’una e mezza del mattino di lunedì 30 novembre 1874, quando quel bambino prematuro vide la luce nel monumentale Blenheim Palace (Oxfordshire), figlio di Lord Randolph e della bellissima Jennie Jerome, gentildonna americana, fino alle otto antimeridiane di domenica 24 gennaio 1965, quando lo statista spirò nella sua casa al 28 di Hyde Park Gate, Londra. Esistenza quasi centenaria, da Vittoria a Elisabetta II, le regine che la storia porrà apice e fondo della potenza britannica. Il secolo di Churchill. Accompagnato agli esordi dalle melodie di Elgar, allo scadere dalle canzoni dei Beatles.
Il lettore non s’attenda dalla biografia di Roberts il contropelo, o addirittura il revisionismo. Ai tempi di Internet, sul più celebre primo ministro britannico d’ogni tempo circolano triviali leggende nere, fino al bipolarismo (in senso psichiatrico) e all’alcolismo. Certo il suo egocentrismo era leggendario. Nemmeno uno storico decisamente simpatetico come Roberts può negarlo. Poco dopo la sua giovanile esperienza africana, una graziosa ragazza americana che l’incontrò a bordo del piroscafo Carthage stabilì: «Forse il suo unico difetto a quel tempo era di essere un po’ troppo sicuro di tutto, cosa che gli altri giovani non sempre apprezzano» (p. 111). Ma la straripante idea di sé, e del suo posto nella storia, non era così ingiustificata.
Osserva il suo ultimo biografo: «Quando si trattò di sventare tre minacce mortali poste alla civiltà occidentale, quelle poste dai militaristi prussiani nel 1914, dai nazisti negli anni trenta e quaranta e dal comunismo sovietico dopo la Seconda guerra mondiale, il giudizio di Churchill svettò ben al di sopra di quello delle persone che lo avevano schernito» (p. 1255). E ancora oggi conviene chiedersi che cosa ne sarebbe stato dell’umanità se invece di resistere a Hitler quando tutto sembrava perduto avesse inclinato verso i consigli di quella non indifferente quota dell’opinione pubblica e dell’establishment inglese che avrebbe volentieri trattato la resa con la Germania nazista.
Se c’è un tratto costante nella traiettoria dello statista, è la sua fede nella superiorità della “razza inglese”. A rileggere oggi, fuori contesto, alcune sue pagine al riguardo, si può indulgere a bollarlo bieco razzista. Anacronismo di chi legge lo ieri con gli occhi dell’oggi. Senza considerare che la presunzione della superiorità dei “bianchi” sui “colorati”, che spesso tralignava nella segregazione e nei massacri perpetrati in nome della “civiltà”, era all’epoca moneta corrente nei popoli imperiali. E nei relativi curriculum scolastici.
Churchill declinò questo pregiudizio - segnato dalla sua nascita in quanto figlio di aristocratico inglese e di signora dell’alta società americana - in geopolitica. La stretta alleanza fra Regno Unito e Stati Uniti, perno di ogni sua scelta strategica, da compiersi idealmente nella fusione fra i due paesi, si riflette in permanenza nei momenti decisivi della sua parabola.
Durante le guerre mondiali, certamente. Ma anche nel corso della Guerra fredda. Non è certo un caso che il discorso inaugurale di quella stagione fu pronunciato da Churchill, nella sua veste di ex primo ministro, il 5 marzo 1946 a Fulton, Missouri. Accanto a lui, benedicente, sedeva il presidente americano Harry Truman. Quel discorso, passato alla storia per il riferimento alla “cortina di ferro” scesa sul continente europeo da Stettino a Trieste, era stato letto e approvato da Truman. Il quale, posati gli occhiali, disse: «L’altro giorno è venuto a trovarmi Clement Attlee (successore di Churchill a Downing Street, ndr). Mi ha dato l’impressione di un uomo molto modesto». «Ha molto di cui essere modesto», replicò Churchill (p. 1162). L’uomo in una frase.
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Una storia delle epidemie: Snowden. Il parere del Nostro Toynbee come storiografo universale

 


USA e Israele Rogue States

“Ha sparato un robot” L’attacco allo scienziato secondo i Pasdaran
Una mitragliatrice comandata da remoto ha fatto fuoco sul convoglio I falchi attaccano Rouhani per la morte del capo del programma nucleare
di Gabriella Colarusso Rep 30 11 2020

L’assassinio di Mohsen Fakhrizadeh sta diventando un problema spinoso per l’apparato di sicurezza iraniano. Tre giorni dopo non c’è ancora una versione unica sulle modalità dell’agguato, e sui social iraniani circola con insistenza una domanda: com’è stato possibile che uno degli scienziati nucleari più influenti e in teoria più protetti del Paese sia stato ammazzato in pieno giorno, poco distante da casa sua, in uno Stato che ha un apparato di sicurezza pervasivo ed esercita un controllo capillare sulla popolazione?
Ieri pomeriggio l’agenzia di stampa Fars News , che è semi ufficiale ma è legata alle Irgc, il corpo paramilitare dei Pasdaran, ha raccontato una storia diversa da quella che aveva condiviso nelle ore successive all’agguato, che è avvenuto nella tarda mattinata di venerdì, giorno di preghiera, nei pressi della città di Absard, nella circoscrizione di Damavand, a est di Teheran.
Fars News sostiene che Fakhrizadeh sia stato ammazzato da una sorta di robot, una mitragliatrice comandata da remoto piazzata su una Nissan parcheggiata a circa 150 metri di distanza dal convoglio che lo scortava, e che non erano presenti sul posto uomini armati. La mitragliatrice era in un furgone pieno di esplosivi che alla fine è saltato in aria.
Secondo questa ricostruzione Fakhrizadeh guidava un’auto blindata su cui viaggiava anche la moglie, erano diretti a casa di alcuni parenti nei sobborghi di Teheran ed erano accompagnati da altre tre auto di sicurezza. La prima si sarebbe allontanata per fare un controllo preliminare della zona verso cui erano diretti. In quel momento la mitragliatrice avrebbe cominciato a sparare colpendo Fakhrizadeh almeno tre volte di cui una alla schiena. «L’intero incidente è durato tre minuti, poiché nessun assassino era presente sulla scena e perché i colpi sono stati sparati solo da armi automatiche », dice il rapporto. Il proprietario della Nissan è stato identificato: ha lasciato l’Iran il 28 ottobre scorso.
Alcuni analisti di difesa sollevano dubbi su questa ricostruzione e fanno notare che le foto della scena diffuse dai media iraniani mostrano colpi molto mirati sull’auto di Fakhrizadeh, difficilmente compatibili con quelli di un’arma governata da remoto. Una delle guardie del corpo di Fakhrizadeh, Hamed Asghari, è sopravvissuto e sarà dimesso dall’ospedale nei prossimi giorni. La versione di Fars News non coincide con quella condivisa sul suo account da Javad Mogouyi, un regista che lavora con le Irgc, ripresa dal New York Times .
Mogouyi ha raccontato che una Nissan abbandonata in una rotonda è esplosa e ha tirato giù una linea elettrica. A quel punto un commando di 12 uomini armati è entrato in azione, alcuni arrivati in motocicletta, altri in auto: ne sono usciti tutti illesi. Il New York Times contestualizza questa operazione nella lunga scia di sabotaggi e omicidi mirati condotti dalle intelligence israeliana e americana in Iran per bloccare il programma nucleare, facendo riferimento alla rete di collaboratori che i due apparati hanno nel Paese. «Sono molto arrabbiato con l’apparato di sicurezza che arresta professori universitari, avvocati e giornalisti mentre i lupi commettono omicidi in pieno giorno», ha scritto un utente iraniano su Twitter dando voce a un sentimento diffuso. «Le autorità iraniane vanno alla ricerca di ambientalisti, studenti, accademici e attivisti per i diritti umani, ma non sono riuscite a prevenire l’assassinio dello scienziato nucleare più importante del Paese” », scrive la giornalista Golnaz Esfandiari.
E mentre l’ala dei falchi accusa il governo Rouhani per le falle nella sicurezza, il generale in pensione vicino ai riformisti Hossein Alai, ex capo della Marina delle Irgc, accende i riflettori sul sistema: «Dovremmo studiare quale debolezza c’è nella struttura dell’apparato di sicurezza iraniano », ha detto.
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Bergman “Israele ha infiltrato l’Iran a livelli unici al mondo”
di Sharon Nizza
Intervista all’esperto del New York Times
Rep 30 11 2020
TEL AVIV — Ronen Bergman da anni racconta quel mondo fatto di ombre, dilemmi e scelte spietate in cui operano i servizi israeliani.
Unico israeliano nella redazione del New York Times , firma di punta di Yediot Ahronot , per il quotidiano americano ha rivelato pochi giorni fa che dietro all’assassinio del numero due di Al Qaeda, Al Masri, a Teheran, c’era la mano del Mossad.
Alla spinosa questione degli omicidi mirati ha dedicato un saggio, Uccidi per primo , tradotto in 20 lingue tra cui l’italiano, che
Hbo sta per trasformare in serie tv.
L’omicidio del padre del programma del nucleare Mohsen Fakhrizadeh, attribuito ad agenti israeliani, dimostra come «siano stati raggiunti livelli di infiltrazione senza precedenti», dice a Repubblica . «Se pensiamo al trafugamento dell’archivio nucleare nel 2018, di quel magazzino erano a conoscenza solo sei funzionari iraniani».
Risultati incredibili, frutto di un percorso in cui «la comunità di intelligence israeliana ha creato una sinergia tra tutte le sue componenti che è unica al mondo.
L’enorme sfida della seconda Intifada ha portato all’acquisizione di esperienza sul campo che si è rivelata critica su altri fronti».
Il tempismo di questo attacco dice qualcosa?
«Ci sono molte speculazioni riguardo al fatto che l’operazione sia avvenuta ora per ostacolare la strada diplomatica che vuole intraprendere Biden con l’Iran. Ma operazioni del genere richiedono mesi di preparativi, il tentativo di legarla al risultato delle elezioni Usa non è plausibile».
Ha descritto l’operazione per eliminare il generale di Hezbollah Imad Mughniyeh come la più complessa di sempre. Quella di venerdì l’ha superata?
«Una delle sfide con Mughniyeh era che nessuno sapeva che volto avesse, la sua ultima foto risaliva al 1983. Fakhrizadeh era più esposto: aveva un blog, aveva insegnato all’università. L’omicidio di Mughniyeh nel 2008 ha rappresentato una svolta nel modus operandi, nella preparazione sul campo durata mesi, nel coinvolgimento di nuove unità di intelligence. Si è creato un modello che non c’è dubbio sia stato utilizzato in seguito».
Si è parlato di motociclisti e cecchini, ma l’agenzia di stampa Fars ha detto che non erano coinvolti uomini, si è trattato di un’operazione gestita da remoto.
«Fakhrizadeh era sorvegliato 24 ore al giorno, sette giorni su sette, e chi ha compiuto l’operazione lo sapeva ed era pronto a uno scontro a fuoco. La ricostruzione di Fars non mi pare realistica. In Iran ne circola anche un’altra secondo cui uno dei cecchini è stato fermato e interrogato. Va considerato che in questa fase le informazioni rilasciate potrebbero essere volte a depistare. Credo ci sia un grande imbarazzo da parte del regime perché, qualunque sia la versione, ha fallito nel compito di difendere una delle sue figure chiave».
Ci sono migliaia di turisti israeliani a Dubai e l’Unità per la lotta al terrorismo ha appena pubblicato un “avviso di viaggio” sugli Emirati. C’è un rischio concreto di rappresaglia?
«L’Iran, rispetto ai durissimi colpi subiti nell’ultimo anno, ha dimostrato di stare facendo di tutto per evitare un’escalation, lo vediamo anche in Libano e Iraq.
Credo che, prima di ogni cosa, a loro interessi la sopravvivenza del regime. E per questo servono soldi, la situazione economica del Paese è drammatica. Credo che aspetteranno di vedere come Biden si comporterà. Arrivano al tavolo delle trattative in una posizione di estrema debolezza e Biden dovrebbe poter sfruttare questa condizione per ottenere un accordo migliore».
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Cambiare dopo il Virus dell'Occidente? Magatti e Giaccardi

 


Hägglund rifonda il socialismo democratico in questa vita


 

Anche Platone era liberal e leggeva il New York Times per i politologi statunitensi

 


Una storia dei Bee Gees

Bee Gees fever
Il documentario sulla band simbolo della disco music

Fulvia Caprara Stampa 3' 11 2020
Oltre gli accordi ritmati di una musica che ha segnato epoche diverse, oltre i numeri straordinari del successo, tra vendite e posizioni nelle classifiche degli hit, oltre le esibizioni davanti a folle oceaniche, oltre i look sgargianti, camicie a sbuffo, giubbotti luminescenti, pantaloni a zampa d'elefante, c'è, nella storia dei «Bee Gees», una qualità unica che riguarda i legami parentali, il loro essere, prima di tutto, fratelli, uniti da una solidarietà di affetti capace di reggere l'impatto della popolarità travolgente, ma anche quello delle tragedie esistenziali, delle perdite, delle dipendenze, delle morti improvvise. Guidati da questa visione, il regista Frank Marshall e il produttore Nigel Sinclair hanno realizzato The Bee Gees: How can you mend a broken heart, il documentario che ricostruisce la vicenda della band formata da Barry, Robin e Maurice Gibb, artisti cruciali nella storia del pop e della disco music, nati nell'isola di Man, cresciuti a Manchester e poi emigrati in Australia, a Brisbane, alla fine degli Anni ‘50: «La ragione principale che ci ha spinti a realizzare il film - spiega Sinclair nell'intervista via Zoom - è stata proprio la volontà di ricostruire il percorso di una famiglia che, tra alti e bassi, accordi e disaccordi, è riuscita a stare insieme fino alla fine».
La scomparsa di Maurice, nel 2003, seguita da quella di Robin, nel 2012, chiude l'attività del gruppo che aveva deciso di chiamarsi «Brother's Gibbs» e che, dalla contrazione di quelle iniziali, aveva poi tratto il nome definitivo: «Abbiamo seguito il loro viaggio alla scoperta di se stessi, scoprendo ogni giorno cose nuove. A differenza dei film, in cui tutto è previsto e scritto nelle sceneggiature, i documentari offrono occasioni di libertà illimitata».
L'unico dei fratelli tuttora in vita è Barry, classe 1946: «Come tante altre persone nel mondo - spiega Frank Marshall - ho amato da sempre la musica dei "Bee Gees", ma solo quando, 3 anni fa, ho incontrato per la prima volta Barry, ho capito fino in fondo le ragioni che li hanno resi unici, il loro istinto creativo, il loro umorismo, la forza della loro unione. Sono sempre attratto dai soggetti interessanti e questo, indubbiamente, lo era». Gli interrogativi di fondo riguardavano la longevità dei «Bee Gees», la capacità di resistere alle mode, il miracolo dei celebri falsetti, i brani orecchiabili al primo ascolto: «Volevamo raccontare come mai le canzoni di questo gruppo sono riuscite a restare per tanto tempo nel cuore di tutti. Il talento di Barry, Maurice e Robin ha avuto un impatto straordinario in tutti i Paesi del mondo, per oltre 50 anni, e la loro eredità influenzerà le generazioni a venire».
Foto dei fratelli ragazzini e poi adolescenti, delle prime esibizioni, dei fan in estasi, dei titoli enormi sui giornali, di atterraggi trionfali negli aeroporti del mondo, scandiscono la cronaca delle tappe salienti. Dopo I started a joke, del ‘69, dopo Best of Bee Gees, Robin sceglie di imboccare la strada di una carriera solitaria, ma il periodo di separazione non giova a nessuno dei fratelli e il trionfo arriva di nuovo solo nel ‘71, con il singolo che dà il nome al film: «È il mio brano preferito - dice Nigel Sinclair - quello che testimonia il desiderio di ritrovarsi e che, proprio per questo, è diventato famosissimo».
Nel ‘77 i passi dei «Bee Gees» s'intrecciano con quelli di John Travolta che, sulle note della loro colonna sonora, volteggia nella Febbre del sabato sera, regia di John Badham. Il film fenomeno lancia il divo, scatenando un entusiasmo contagioso, in ogni angolo del pianeta. Le sale cinematografiche si trasformano in discoteche e gli spettatori, mentre seguono sullo schermo l'epopea di riscatto di Tony Manero, si alzano per ballare seguendo i ritmi di Stayin Alive, Night Fever, More than a woman. Le musiche vennero pubblicate il 10 dicembre, una settimana prima dell'uscita della pellicola, l'album scalò immediatamente le classifiche musicali, fino a conquistare, negli Usa, la vetta della «Billboard 200», dove rimase per 24 settimane consecutive, per poi diventare il disco più venduto dell'anno in diversi Paesi, tra cui Italia, e occupare la prima posizione nelle classifiche di più di 30 nazioni. Un'affermazione che quasi stupì gli stessi artefici: «Il "blend" delle loro voci e dei loro testi - osserva Marshall - era unico, capace di stabilire una connessione diretta con il pubblico e di trascendere le epoche». In Bee Gees How can you mend a broken heart (in versione originale sottotitolata dal 14 dicembre sulle piattaforme Prime Video, Apple Tv e Google Play) sfilano le testimonianze celebri di Eric Clapton, Mark Ronson, Noel Gallagher, Chris Martin, Justin Timberlake, tutti interrogati sulle ragioni di una persistenza così ampia e trasversale: «In genere i gruppi musicali formati da fratelli - riflette Nigel Sinclair - non vanno avanti per molto tempo, a un certo punto si sciolgono. I "Bee Gees", invece, hanno continuato a lavorare insieme e questo rende irripetibile la loro avventura umana». —
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domenica 29 novembre 2020

On line il numero 1/2020 (VIII) di "Materialismo Storico"

E' on line il numero 1/2020 (VIII) della rivista scientifica "Materialismo Storico".

Tra le altre cose, la rivista pubblica in occasione del duecentenario engelsiano, a cura di Alessandro Cardinale, una lettera parzialmente inedita di Engels a Martignetti. Un testo molto breve, la cui attualità - nonostante il contesto assai diverso - può essere colta oggi in particolar modo da chi è costretto a confrontarsi con il precariato intellettuale.

MATERIALISMO STORICO 1/2020 (VIII)
Un piccolo inedito di Engels
Questione nazionale e questione europea # 2
Questioni marxiane # 2

Sommario

Presentazione
Stefano G. Azzarà
5-6

Inediti

La seconda parte (non più) mancante di una lettera del 18 gennaio 1887 di Friedrich Engels a Pasquale Martignetti
Nota introduttiva, trascrizione e traduzione di Alessandro Cardinale
8-14

Saggi/Questione nazionale e questione europea # 2

Bildung, filosofie dell’Europa e destino dell’Occidente. Passaggi filosofico-politici attraverso Adorno, Gadamer e Habermas
Antonio De Simone
16-56

Saggi/Questioni marxiane # 2

I vizi e le virtù del determinismo marxiano
Alessandro Barile
58-69
La multimodalità del processo di astrazione in Marx nella relazione fra logica formale e dialettica
Giancarlo Lutero
70-130
Accumulazione del capitale e crisi: “vecchi” concetti in un nuovo schema teorico
Andrea Pannone
131-155
L’impatto della crisi su povertà e disuguaglianze
Francesco Schettino
156-176
Guerra commerciale USA-Cina: il vero ladro finalmente smascherato
Rémy Herrera, Zhiming Long, Zhixuan Feng e Bangxi Li
177-190

Studi diversi

Un “socialismo” per l’autonomia della piccola borghesia
Francesco Germinario
192-203
Il magistero di un “maestro senza cattedra". Sebastiano Timpanaro tra didattica e filologia classica
Alessandro Fabi
204-220
Medievalismi siciliani. Il mito del Medioevo nel Risorgimento siciliano
Nicolò Maggio
221-266

Note

Il populismo è sempre di destra. A partire da un libro di Michele Prospero
Claudio Bazzocchi
268-305
Per una critica del concetto di società post-industriale
Fabio Scolari
306-332

Rassegne

Lenin in Italia. Convegni, libri, studi e discussioni 2017-2020
Emiliano Alessandroni
334-338

Riletture

Spontaneità e coscienza nel Che fare?. Una rilettura
Alfredo Rocca
340-354

Recensioni
Bellofiore – Fabiani (Cardinale)
356-357
Labriola (Borghese)
358
Algostino (Allevi)
359-363
Volponi (Gaudio)
364-365
Brigadoi Cologna (Soma)
366-368
Persone
369-371

venerdì 27 novembre 2020

"Capitalismo autoritario cinese" o virus dell'Occidente?

Leggi qui per il libro di Milanovic

Rampini, il giornalista con l'attico su Central Park diventato Giornalista del Popolo quando ha fiutato il vento, intervistava ieri su Repubblica Branko Milanovic in occasione della traduzione italiana di "Capitalism Alone!", il libro in cui denuncia il pericolo del "capitalismo politico" cinese che con il suo paradigma autoritario minaccia di soppiantare il "capitalismo liberale" e di mangiarsi il povero Occidente.

Nel mio libro "Il virus dell'Occidente" critico ampiamente le tesi di Milanovic. Il quale è così innamorato perso del capitalismo - quasi quanto Aresu - che vede Capitalism Alone pressoché dappertutto.

Allo stesso modo, l'ex economista della Banca Mondiale vede l'autoritarismo provenire solo da una parte, e cioè dalla Cina, mentre non si accorge quasi dei processi di concentrazione del potere e di neobonapartizzazione che si svolgono per vie del tutto autonome in Occidente ormai da decine e decine di anni, e quando li vede ne dà la colpa agli altri.
Siamo in realtà di fronte a un paradosso. Mentre in Cina si sviluppano oggi vasti processi di emancipazione e democratizzazione, in Occidente la democrazia moderna è in ritirata netta.


La lotta di classe degli ultimi

Un combattente del lavoro e della democrazia moderna.
La lotta di classe dei lavoratori subordinati e di tutti i subalterni, nonostante una sconfitta storica pesi ancora sulle nostre spalle, è ancora possibile e inevitabilmente, prima o poi, riprenderà anche più intensa di prima.

Nel frattempo:

- unire le nostre debolezze disperse in un'unica forza consapevole e organizzata.

- custodire, innovare, tramandare una forma di coscienza teorica e politica autonoma, affinché questa lotta abbia a disposizione le armi più potenti [SGA].

La Cina socialista sradica la povertà assoluta ma rimane un paese in via di sviluppo

 


Iglesias e la lotta di classe dentro la UE

 


Un libro di aforismi inediti di Mishima

 




Il Rinascimento nel pensiero ebraico

 


L'intervista di Bonito Oliva a Borges del 1981

 


martedì 24 novembre 2020

Va definendosi il decorso della crisi

 











Sono sempre i rapporti di forza politico-sociali che decidono dell'evoluzione delle crisi storiche.
La lotta di classe dei ricchi contro il lavoro subordinato (quello di diritto e quello di fatto delle partite iva coatte e del precariato) va avanti come un treno. Ogni margine d'azione per quanto riguarda il governo va chiudendosi in via definitiva, nel tentativo di saldare un blocco s ociale più stabile e riassorbire anche le ultime frange della rivolta delle contro-élite sovraniste legate alla piccola borghesia.
L'assenza di ogni forza organizzata a sinistra ci lascia soli e senza armi di fronte a un nuovo saccheggio e a questa nuova ipoteca sul futuro [SGA].



Yehoshua e la coscienza mitologica di Israele

 




Enea il traditore: Lentano. Il parere del Nostro Toynbee come storico dell'età antica