domenica 22 gennaio 2017

Crisi della democrazia moderna: Sergio Romano discute il nuovo libro di Sabino Cassese



Joseph Goebbels nella Storia Illustrata



La banalità di Goebbels vista dalle donne 
In due docufilm, la segretaria e l’amante diva raccontano il braccio destro di Hitler

EMILIANO MORREALE Rep 21 1 2017
«Era un grande attore». È la stessa definizione che di Joseph Goebbels danno due donne che l’hanno conosciuto diversamente bene. Brunhilde Pomsel era la segretaria del ministro della propaganda del Terzo Reich dal 1942 in poi, nel momento più tragico della guerra. Lida Baarova, invece, era una diva del cinema, che di Goebbels fu l’amante fra il 1935 e il 1938. Due destini assai diversi, che arrivano tutti e due sullo schermo al Trieste Film Festival, in due documentari-intervista. Si tratta dunque di due momenti diversi nella vita di Goebbels: nel primo caso, il massimo trionfo del nazismo e l’inizio della sua politica espansionista, nel secondo caso la catastrofe della guerra mondiale, fino al suicidio con la moglie, dopo aver ucciso i sei figli. Entrambe le donne sono attratte e terrorizzate dall’uomo e davanti ai suoi discorsi, entrambe raccontano di essere rimaste ipnotizzate come tutta la folla, ma di non avere idea del contenuto dei suoi discorsi. I due documentari arrivano subito dopo la traduzione italiana di una monumentale biografia dello storico Peter Longerich ( Goebbels, Einaudi, pagg. 890, euro 44), che racconta minuziosamente il percorso di questo nazista morbosamente fedele al Fuhrer, esponente dell’ala “rivoluzionaria” e più violentemente antisemita, che con il suo uso dell’informazione, della radio, del cinema ha creato una macchina del consenso micidiale. La sua “narrazione” del pericolo giudaico, la sua peculiare “post-verità” (è a lui attribuito il detto: «Una menzogna ripetuta all’infinito diventa verità») lo rendono una figura tristemente attuale: uno dei massimi manipolatori di masse nell’Europa del Novecento.
Doomed Beauty si basa su un’intervista fatta nel 1995 alla Baarova. L’attrice, che morirà cinque anni dopo, rievoca la sua carriera, e si racconta come donna dalla bellezza fatale. In effetti è rimasta nella storia politica più che in quella del cinema, ricordata quasi solo come amante di Goebbels. Eppure era una diva vera già giovanissima, in Cecoslovacchia, quando venne ingaggiata dalla più grande casa di produzione tedesca, la Ufa, che cercava una bellezza “esotica” (italiana, per la precisione) per il film Barcarola (1935). Sul set arrivano Hitler e Goebbels; e, a quanto pare, entrambi si innamorano di lei. Il commento dell’anziana attrice non è privo di cinico umorismo: «Mi è andata bene che il mio destino in Germania si è chiamato Goebbels. Avrebbe potuto chiamarsi Hitler».
Di questa donna, che come in un mélo dell’epoca sembra far innamorare di sé tutti gli uomini che incontra (specie se ricchi e potenti), aveva raccontato tra gli altri il giornalista Mariusz Szczygiel in un capitolo di Gottland (nottetempo), in un reportage intitolato Soltanto una donna. Potremmo dire: soltanto una diva. Quando nel 1937 riceve una proposta dalla Mgm, Goebbels fa un duro discorso alla radio sugli artisti che vogliono partire per Hollywood, minacciando che non potranno più tornare in Germania. E lei? Capisce di chi sta parlando, e confessa: «In quel momento ho capito di essere innamorata di lui». Un episodio rivelatore delle seduzioni reciproche della Diva e del Potere. Poco dopo, però, lui la lascerà, su pressioni della moglie e di Hitler in persona, il quale aveva con i Goebbels un rapporto morboso. Nella Cecoslovacchia diventata protettorato tedesco, Baarova riuscirà a lavorare ancora grazie al capo degli studios Milos Havel (zio di Vaclav), e dopo l’invasione tedesca raggiunge l’Italia dei telefoni bianchi dove lavorerà con De Sica e i De Filippo. Processata nel dopoguerra, con la presa di potere dei comunisti scappa per raggiungere, ancora una volta, l’Italia. Dove si accorge di essere una ultratrentenne in un cinema pieno di ventenni maggiorate, e quindi lavora in drammoni di serie B, ma ha almeno un ruolo indimenticabile: la donna che Franco Fabrizi cerca di sedurre a una festa, ne I vitelloni di Fellini.
A German Life, il secondo documentario in programma a Trieste, uscirà il 27 gennaio in sala per Wanted. E il suo interesse è inversamente proporzionale al fascino della vicenda narrata. Brunhilde è infatti solo una delle quattro segretarie di Goebbels: una persona come tante, di nessun rilievo nell’organigramma nazista. Si iscrive al partito per fare carriera come impiegata alla radio, lavora da un commerciante ebreo ed ebrea è la sua migliore amica, Eva. Ma non trova assolutamente nulla di strano in quel che Goebbels, promotore della soluzione finale, fa, e adempie al proprio lavoro di fabbricatrice di veline, gonfiando e ritoccando le notizie. È quello che lei, oggi, chiama «questa cosa molto prussiana di seguire le regole, eppure allo stesso tempo mentire un po’, oppure dare la colpa a qualcun altro». Ed è questo a rendere la sua testimonianza così preziosa, anche perché a tratti lei sembra mettersi nei panni della se stessa di allora. E con gli occhi di oggi, l’ultracententenaria (aveva 103 anni quando è stata fatta l’intervista, due anni fa) guarda a quella se stessa giovane, superficiale, codarda. Ha pensato solo a sé, eppure con un filo di compiacimento si lascia sfuggire: «Te la sei cavata sempre», e non si sente colpevole, se non in maniera indiretta. «A meno che non si voglia incolpare l’intero popolo tedesco. È stata colpa di tutti, anche mia», sciogliendo le responsabilità personali in quelle collettive. E soprattutto: «Quelli che oggi si indignano per la sorte degli ebrei pensando che loro avrebbero fatto qualcosa, lo pensano davvero. Però non credo lo stesso che avrebbero fatto qualcosa».
Pomsel sostiene di aver saputo dell’esistenza di campi di concentramento, ma di non aver immaginato il genocidio e i piani di sterminio. Dopo due anni di prigione, va a Buchenwald, cerca la sua amica Eva, e ne trova il nome tra i morti del campo. E la sua visione, per forza di cose impastata di giustificazione e colpa, è nera: «Il male esiste. Non so come dirlo... Dio non esiste, ma il diavolo sicuramente sì». Parola della sua segretaria. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

IL FESTIVAL
I docufilm Doomed Beauty e A German Life sono al Trieste Film Festival ( fino al 29 gennaio). A destra una foto di Brunhilde Pomsel tratta dal film. Nelle altre immagini, foto d’epoca di Lida Baarova: sotto, sul set con Franco Fabrizi; in alto, con Eduardo De Filippo; sopra nel ’ 36 con Goebbels ( destra) e Gustav Froehlich

La più alta concentrazione di criminali di guerra all'insediamento di Trump. Gli USA tornano dal protezionismo militare a quello doganale






Donald J. Trump Giornale - Sab, 21/01/2017 


Trump è stato semplicemente Donald Trump. Diretto, chiaro, partigiano. Nessun cambio di strategia e di tono: è stato un discorso ultra-autarchico

L'esperienza comunista in Italia svanisce tristemente tra innocue provocazioni postmoderne e nostalgia taxidermica



Pare che oggi a Livorno ci sia un anticipo del carnevale. Per fortuna, viste anche le temperature, non è necessario presentarsi in costume mascherato.

L'esperienza comunista in Italia svanisce così tra le innocue provocazioni postmoderne dei negrieri divertentisti a Roma e la nostalgia taxidermica dell'ala assessorile eterna nel luogo in cui nacque.
Un po' di pietas per la nostra storia sarebbe invece cosa dovuta. Anche solo per non farsi prendere per il culo dal Manifesto [SGA.


Una moltitudine che punta al cuore
C17. Il convegno sul comunismo in corso fra l’Esc Atelier e la Gnam di Roma. Una platea di diverse generazioni che ascolta in silenzio e prende appunti. Non uno sguardo a ritroso ma strade nuove da tracciare per un presente «rovesciato»

Centinaia di persone – gli organizzatori azzardano la cifra ragguardevole di mille uomini e donne – che prendono appunti per cinque ore al giorno sulle relazioni che hanno come oggetto il comunismo.
È questa la prima immagine che emerge nel convegno in corso a Roma – tra la Gnam e lo spazio occupato Esc Atelier – che ha visto alternarsi sui due palchi filosofi, sociologi, antropologi ed economisti provenienti oltre che dall’Italia, da Australia, Stati Uniti, America Latina, Russia, Francia, Germania, Inghilterra.
La seconda immagine è la eterogeneità generazionale. Giovani uomini e donne di venti, trenta anni assieme a chi ha attraversato altri decenni. Infine, molti dei partecipanti non sono solo italiani.
I TEMI AFFRONTATI finora hanno molto a che fare con la storia, anzi le storie dei vari movimenti comunisti. La critica dell’economia politica, il concetto di proletariato, l’esperienza dei socialismi reali. Ma nel convegno non c’è nostalgia del passato: tutti i relatori, e molte delle domande emerse nei workshop svolti alla Gnam, invitano a guardare al futuro e a pensare una trasformazione radicale dell’esistente, che segua strade nuove. Il pubblico è parco di applausi facili. Ascolta in silenzio e con una attenzione che meraviglia – per primi gli stessi organizzatori, i quali per oltre un anno si sono incontrati e hanno discusso su come poter parlare del comunismo. In base a quello che è accaduto nei primi due giorni, l’obiettivo è stato raggiunto.
Lo ha anche sottolineato Toni Negri prima di prendere la parola in una sala strapiena e con altrettante persone che sono rimaste in strada senza riuscire a entrare. Se ci sono momenti come questi, ha affermato Negri, vuol dire che non tutto è perduto, come sostengono i cantori del capitalismo.
I relatori, spesso, hanno una lunga militanza politica e teorica alle spalle. Verso di loro molte le manifestazioni di affetto, segno di un riconoscimento per una scelta di vita perseguita con coerenza. È stato così con Luciana Castellina che, nel giorno di apertura con passione ha difeso una scelta di vita e di militanza comunista. Castellina ha però sgomberato il campo da ogni equivoco. Il comunismo storico è cosa finita, bisogna pensare ad altre forme della politica per conseguire l’obiettivo di una società di liberi ed eguali, ma se quella esperienza va considerata chiusa, ciò che invece non può essere archiviata è la storia dei comunisti, cioè di chi in nome della propria visione del mondo ha messo a rischio la vita, il lavoro, gli affetti.
TUTTO PUÒ ESSERE ripensato, ma quelle storie individuali vanno ricordate, rispettate: senza di esse non saremmo qui a pensare le sconfitte, le vittorie e il come ripartire. È in questo passaggio che è partito il primo lungo applauso che ha accompagnato il suo intervento. Eppure, l’intervento di Castellina non è stato l’unico ascoltato quasi in religioso silenzio. Anche quelli di Mario Tronti e Maria Luisa Boccia sono stati diligentemente appuntati.
Tronti ha presentato la sua sofferta riflessione sulla sconfitta dell’idea comunista. Il mondo che vede dipanarsi davanti gli occhi non gli piace, è scettico se non all’opposizione verso chi prova a sbrogliare la matassa del presente facendo leva su una idea plurale di comunismo e di marxismo.
Maria Luisa Boccia, invece, ha messo sul piatto della bilancia il rapporto e le differenze tra il comunismo e il femminismo, due esperienze che hanno scandito la prima e la seconda metà del Novecento.
L’ultima, maliziosa, immagine di questa iniziativa è che il comunismo da queste parti è un oggetto pop. Non c’è però nessuna aura vintage nella platea, a partire dagli sforzi fatti dai relatori per misurarsi con il presente.
L’elezione di Donald Trump, il populismo xenofobo in ascesa, una crisi economica che mette in ginocchio economie nazionali. Un lavoro frantumato nelle prestazione lavorativa e nei diritti.
È QUESTO IL MONDO dove i più giovani sono cresciuti, cioè un mondo dove la parola comunista evoca ere lontane nel tempo. E per questo concedono l’applauso a chi parla di precarietà, di sessismo, di razzismo. L’invito di Franco Berardi Bifo è quello di passare a loro il testimone. Un intervento coinvolgente, il suo, accolto anche con scetticismo da chi non crede che il problema del comunismo sia una questione di generazioni passate (Riccardo Bellofiore).

Ieri è stata la volta di Christian Laval e Pierre Dardot, che a Marx hanno dedicato lavori importanti, tra i quali Karl, prenome Marx, uno dei testi più interessanti usciti negli ultimi anni sull’opera del filosofo di Treviri. Che come un fantasma si aggirava nei locali della Gnam e di Esc. Ma non destava paura, bensì la curiosità di poterlo finalmente – e nuovamente – spendere come compagno di strada in quel movimento che abolisce lo stato di cose presenti.


Consulta divisa sull’Italicum Dal ballottaggio al premio così può cambiare la legge 
I “governativi” orientati a eliminare solo il secondo turno, i “falchi” pronti a smontare l’impianto per puntare a una nuova riforma in Aula. Sentenza il 24 gennaio

LIANA MILELLA LAVINIA RIVARA Rep 
Governativi contro falchi. I primi pronti a dichiarare incostituzionale solo il ballottaggio, i secondi intenzionati a “ferire” l’Italicum molto più in profondità. La legge elettorale per la sola Camera voluta dal governo arriva alla Corte costituzionale martedì 24 gennaio e anche stavolta gli alti giudici sembrano destinati a dividersi, proprio com’è accaduto dieci giorni fa per il referendum sull’articolo 18.
All’appuntamento più atteso dalla politica, e che segnerà la sorte della legislatura, saranno presenti solo 13 dei 15 giudici in organico. Proprio com’è avvenuto per il Jobs Act. Non ci sarà l’ex presidente Alessandro Criscuolo per ragioni di salute. E uno scranno resterà vuoto perché il Parlamento non ha ancora sostituito il dimissionario Giuseppe Frigo. Sarà presente invece Franco Modugno, il costituzionalista indicato da M5S, nonostante un’infreddatura che lo tormenta da giorni. L’ultima volta è finita 8 a 5 e anche martedì la scontata bocciatura dell’Italicum potrebbe comportare una spaccatura significativa della Corte.
L’intenzione del presidente della Consulta Paolo Grossi e dei suoi vice Marta Cartabia, Giorgio Lattanzi e Aldo Carosi è di chiudere la partita dell’Italicum martedì stesso. Per evitare voci, illazioni, pressioni, com’è avvenuto tutte le volte che un’importante questione di costituzionalità, con forti ricadute politiche, è stata rinviata anche solo di 24 ore. Per questo Grossi ha tolto dall’ordine del giorno del 24 tutte le altre cause. Solo qualora, durante la camera di consiglio, dovessero insorgere questioni tecniche che necessitano di un approfondimento, la decisione sull’Italicum potrebbe slittare di un giorno.
Ad accusare la legge davanti alla Corte sarà il pool di avvocati guidato da Felice Besostri che ha presentato una ventina di ricorsi in altrettanti tribunali contro l’Italicum di Renzi bocciandolo in una pluralità di punti. A difenderlo, per conto del governo, l’Avvocato generale dello Stato Massimo Massella Ducci Teri, che all’opposto chiederà l’inammissibilità di tutti i ricorsi, anche perché la sua tesi sarà che una legge elettorale può essere contestata solo dopo la sua applicazione, cioè dopo la prima elezione. Il relatore per la Consulta sarà Nicolò Zanon, il costituzionalista milanese nominato da Giorgio Napolitano.
Che cosa divide il gruppo dei giudici “governativi” pronto a bocciare solo in parte l’Itali-cum da chi invece – i falchi – vuole azzerare del tutto la legge elettorale e soprattutto costringere il Parlamento a discutere e approvarne una ex novo? In discussione c’è la possibilità di utilizzare l’Italicum anche immediatamente per un’eventuale chiamata alle urne, oppure il suo drastico azzeramento che comporterebbe necessariamente un intervento del Parlamento.
A guidarla è Augusto Barbera, il costituzionalista di Bologna scelto dal Pd. Con lui potrebbero schierarsi il costituzionalista Giulio Prosperetti, ma anche l’ex rettore di Trento Daria de Pretis e Marta Cartabia. La strategia è quella di dichiarare incostituzionali pochissimi punti dell’Italicum. Il primo di questi è sicuramente il ballottaggio: la legge prevede che ad accedere al secondo turno siano le due liste che hanno raccolto più voti al primo, ma senza raggiungere il 40% dei consensi. Chi delle due arriva prima ottiene i 340 seggi del premio di maggioranza. Ma al Senato – per il quale si vota con il Consultellum, la legge di fatto scritta dalla stessa Consulta a gennaio del 2014 quando bocciò il Porcellum – il ballottaggio non c’è. Il ragionamento dei giudici “governativi” è che in un sistema bicamerale come il nostro il ballottaggio comporta un rischio troppo alto di avere maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Questo non solo se il secondo turno fosse previsto solo alla Camera, con un grande squilibrio tra i due sistemi, ma anche se fosse in vigore pure al Senato, dove la platea elettorale è diversa perché votano solo gli italiani con più di 25 anni. Inoltre il ballottaggio dell’Italicum non prevede una soglia minima di accesso, cioè proprio il punto contestato dalla Consulta quando bocciò il premio di maggioranza del Porcellum. Scrisse allora il relatore Giuseppe Tesauro: «Il meccamismo premiale è foriero di un’eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa tale da provocare una distorsione tra voti espressi e attribuzione dei seggi ».
Il gruppo di Barbera potrebbe toccare solo il ballottaggio e forse affrontare il nodo delle pluricandidature. Ma l’obiettivo dei giudici “governativi” è di lasciare in piedi una legge proporzionale molto simile al Consultellum e renderla immediatamente utilizzabile, considerate le evidenti difficoltà politiche di raggiungere un’intesa per una nuova legge elettorale. Sarebbe una sentenza “autoapplicativa”, assai didascalica, nella quale spera certamente Matteo Renzi che ha fretta di andare alle urne.
Ben diversa la strategia costituzionale del gruppo che considera l’Italicum una legge da demolire. D’accordo con il relatore Zanon sarebbero il presidente Grossi, il giurista Giorgio Lattanzi, Franco Modugno, Silvana Sciarra. Vorrebbero recepire gran parte delle incostituzionalità sollevate dai 5 tribunali e dal pool di Besostri. Quindi non solo il ballottaggio, ma anche il premio di maggioranza al primo turno, le pluricandidature con la concessione ai capilista di optare per l’elezione nella circoscrizione che preferiscono, le candidature bloccate degli stessi capilista. Una débacle per l’Itali-cum che certo non farebbe piacere all’ex premier anche perché obbligherebbe il Parlamento a scrivere una nuova legge. Sulla quale potrebbero incombere pure i moniti della Consulta se i falchi insistessero per aggiungere alle singole bocciature anche puntuali indicazioni sui principi fondamentali per una legge a prova di Costituzione.
A lavorare per una mediazione tra i due gruppi stavolta è l’ex premier Giuliano Amato che invece l’11 gennaio, con Barbera, aveva guidato il gruppo degli anti Cgil.
Ma la Corte potrà e dovrà affrontare anche l’attuale disomogeneità tra l’Italicum e il Consultellum? L’ex giudice costituzionale Sergio Mattarella, ora capo dello Stato, ha sottolineato la necessità di un sistema elettorale omogeneo tra Camera e Senato. I due schieramenti dovranno misurarsi anche su questo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Un libro sulla storia del Missi



Storia della nicotina



La libreria di José Manuel Lello a Porto


venerdì 20 gennaio 2017

Guerra e sanzioni nell'egemonia e nella crisi delle democrazie: il libro di Sergio Romano






Una storia del New Deal


Tradotto "Gli Huligani" di Mircea Eliade


Mircea Eliade: Gli Huligani, trad. it. di Cristina Fantechi, Jaca Book, 20 euro
Risvolto
Nel 1935, quando "Gli Huligani" viene pubblicato in Romania, Mircea Eliade ha solo 28 anni, ma nel suo paese è già molto celebre. Il romanzo ottiene immediatamente un grande successo e diviene un caso editoriale. La critica reputa impudica l'intraprendenza delle ragazze di buona famiglia che animano il racconto, ma in realtà la ragione dello scandalo andrà ritrovata altrove. Attraverso la descrizione lucida e ironica della giovane borghesia romena affascinata dall'ideologia fascista e intossicata da un mito collettivo, Eliade dà un volto agli huligamn, quella generazione della barbarie nouvelle che vuole affermare se stessa costruendo l'uomo nuovo, l'unico - degno e coraggioso - del quale la Romania potrà andare fiera. L'accattivante impianto narrativo e le multiformi sfaccettature dei personaggi e dei loro sentimenti creano un'atmosfera che molto più di qualsiasi saggio prelude alle tragedie che incombono sull'Europa.

Luciano Canfora su Tito Livio e Augusto




Arriva Trump. Media liberal atterriti e inconsolabili per l'uscita di scena dell'idolo Obama











Corriere della Sera

l’anglosfera di may e trump 

Dassù Busiarda 20 1 2017
Si insedia oggi alla Casa Bianca un presidente americano che apparentemente non crede più nelle virtù della Pax Americana – l’ordine geopolitico di libero scambio e sicurezza condivisa creato dall’Occidente alla fine della seconda guerra mondiale. A essere onesti, quell’ordine era ormai più che traballante; e da qualche decennio. Ma Donald Trump ha deciso di dirlo apertamente; nel momento in cui l’ha fatto – in forme rapide e brutali - ha anche chiarito che gli Stati Uniti giocheranno la nuova partita globale con regole diverse dal passato. E nel proprio esclusivo interesse, più che per conto di altri, europei inclusi. Per l’Europa, abituata a dare per scontato il legame con Washington, è una sveglia di proporzioni notevoli. Anche perché la combinazione fra Trump e la crisi europea cambia parecchio le cose. Lo si vede con Brexit. Nell’epoca di Barack Obama, Londra è stata priva di una sponda americana; Obama, senza peraltro riuscire, ha cercato di favorire l’Unione, non la disgregazione europea. Donald Trump sta invece dando alla premier britannica, Theresa May, non una mano ma due: un appoggio politico esplicito e un contesto per evitare l’isolamento britannico. La combinazione fra amministrazione Trump e Brexit – Trexit, per usare il gergo della politica internazionale - potrebbe infatti creare le condizioni per un’anglosfera del secondo millennio. Senza rispondervi in modo strategico, l’Unione Europea rischia di farne le spese. 
Il legame tra le due anime del mondo anglosassone è destinato a rafforzarsi. Se Trump guarderà prima a Londra e poi a Berlino, Theresa May – che ieri ha cercato di tranquillizzare il mondo finanziario di Davos sugli effetti di Brexit – tenterà di utilizzare lo spazio atlantico per rafforzare la sua posizione negoziale con l’Europa. Deregolamentazione, controllo dell’immigrazione e piena sovranità nazionale sono i punti di una visione politica condivisa – per vera o illusoria che sia. E contano i dati tangibili. L’anglosfera della finanza, del commercio, della difesa e dell’intelligence esiste già. Rappresenta il 26% del Pil globale e quasi il 40% della spesa militare mondiale. Troppo, per potersene disinteressare. E per potere pensare che l’anglosfera non tenderà ad attrarre altri: storicamente, l’Olanda ne ha sempre subito il fascino. Guardando agli equilibri extra-europei, un paese come l’Australia tenderà a considerarla un punto di riferimento, almeno in alcuni settori.
Negli Anni Ottanta del secolo scorso, Margareth Thatcher e Ronald Reagan gettarono le basi per la rivoluzione mondiale basata sul libero mercato. Oggi, Trump e May sembrano rivendicare una nuova cesura sistemica, di segno diverso. Tuttavia, la storia deve ancora dimostrare se Trump riuscirà a diventare un secondo Reagan; e fino a che punto la nuova coppia atlantica – per definizione asimmetrica - sarà davvero coesa. Trump guarda a un ordine post-globale (oltre che post-europeo): stando alle posizioni di partenza, tenderà ad adottare un approccio liberista dentro i confini americani ma almeno parzialmente protezionista al di fuori. La Gran Bretagna deve invece scommettere sulla capacità di ritrovare la propria vocazione come potenza commerciale. Il Regno Unito, come media economia aperta, spingerà per l’abbattimento delle barriere commerciali a livello mondiale, così da creare quanti più sbocchi di mercato per beni e servizi britannici. Al tempo stesso, Londra tenderà a recuperare attrattività – rispetto all’Europa continentale - attraverso la concorrenza fiscale. Esiste insomma una potenziale tensione nella nuova anglosfera; ne sarà un indice interessante la posizione rispettiva sul problema Cina. Potrà aggiungersi, in materia di sicurezza, un atteggiamento diverso sulla Russia di Putin. La tentazione di Trump sarà la ricerca di compromesso diretto: senza l’Europa e probabilmente senza Londra.
Fra convergenze e possibili vulnerabilità, l’anglosfera metterà in ogni caso alla prova l’Ue. Non solo sul piano economico ma strategico: per l’Europa continentale, una collocazione atlantica è ormai tutto meno che scontata. Questo significa, guardando alle scelte contingenti, che il negoziato con Londra non può essere ridotto alla gestione tecnica dell’articolo 50 sull’uscita dall’Ue. O all’idea che l’Europa debba comunque adottare l’approccio più duro possibile verso Londra, così da scoraggiare passi simili di altri paesi. Avendo il coraggio di guardare in faccia la realtà, il problema è anzitutto europeo: la perdita rapida della propria capacità di attrazione, sia all’interno che all’esterno. L’Unione europea, che è stata a lungo considerata una soluzione, è ormai parte maggiore del problema. Le debolezze strutturali della moneta unica sono ormai diventate debolezze politiche nazionali. Se l’Ue continuerà a negare l’evidenza, e se la Germania non sarà in grado di esercitare una vera leadership continentale, Brexit sarà solo l’inizio della disgregazione europea. 
Nata nel mondo atlantico del passato, l’Europa reagisce con troppa lentezza a cambiamenti drammatici e rapidi: fra nuove pulsioni dell’America di Trump, nuove ambizioni economiche della Cina di Xi Jinping e risorgenti ambizioni geopolitiche della Russia di Putin, l’Ue senza leadership rischia di restare ai margini di un mondo “senza ordine”- ma che un nuovo ordine se lo darà, in modo più o meno traumatico. Dal punto di vista europeo, mantenere i legami con l’anglosfera è preferibile alle alternative euro-asiatiche. Al tempo stesso, una vera disgregazione dell’Europa non conviene né agli Stati Uniti né alla Gran Bretagna. Theresa May lo ha ammesso in modo esplicito. Donald Trump appare molto più scettico sulle sorti europee; ma le sue posizioni, insegna la storia, tenderanno ad evolvere. Dipenderà largamente da quello che l’Europa sarà in grado di fare e non solo di dire. Più che accantonare la Pax Americana, è interesse condiviso ripensarla. 
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI


OBAMA, IL PASSO D’ADDIO CHE È GIÀ NOSTALGIA 

VITTORIO ZUCCONI Rep 20 1 2017
WE WILL be ok ». Ce la faremo. È con queste sue ultime parole, dette come il chirurgo che rassicura i parenti, come il genitore che conforta i figli davanti alla casa crollata, che Barack Hussein Obama ha salutato per l’ultima volta da presidente l’America.
UN’AMERICA che vive ore di vertigine, quasi di panico, di fronte all’inizio della “Era Trump”, oggi al mezzogiorno di Washington. Ora, improvvisamente, inaspettatamente, una nazione che lo aveva tanto odiato, un popolo che per anni gli aveva negato la legittimità costituzionale per quella sua storia famigliare e per il colore della pelle, che lo aveva demolito nelle elezioni parlamentari riducendolo all’impotenza dell’anatra senza le ali, si scopre angosciato al pensiero di averlo perduto. La popolarità di Obama, che aveva faticosamente galleggiato nella mediocrità, è schizzata ad altezze dove neppure Reagan e Clinton avevano volato al momento di andarsene, in proporzione inversa a quella del successore Trump, che stamani entra alla Casa Bianca con il peggiore indice di gradimento di ogni nuovo presidente da quando esistono i sondaggi. Sembra che dal grande, inquieto corpaccione della nazione divisa emerga quello che nel linguaggio del commercio si chiama il buyer’s remorse, il rimorso del consumatore che dopo una spesa folle, all’uscita dal negozio, si chiede, troppo tardi: «Ma che ho fatto? ».
In una democrazia costituzionale, in una nazione che sa di esistere non per unità di razza e neppure di lingua, ma per rispetto della legge costituzionale, non ci sono rimborsi o restituzione di merci avventatamente acquistate. Trump ha vinto, secondo le regole convenzionali di un codice elettorale anacronistico costruito per una nazione ben diversa, ma ancora perfettamente valido e Trump governerà, lasciando a quel 60 per cento di persone che oggi provano “il rimorso del voto” la amara e un po’ nevrotica consolazione di aggrapparsi alla nostalgia del passato, come esorcismo contro la paura del futuro.
Troppo tardi, con la sabbia della clessidra di otto anni ridotta agli ultimi granelli di poche ore, in molti scoprono di avere amato questo dignitoso, riflessivo, moderato, esitante professore di Diritto Costituzionale che passa la mano a una Star da Reality Show, un uomo che ha mantenuto la promessa della dignità ed è riuscito a riportare nel massimo ufficio della repubblica il rispetto sul quale ogni istituzione civile dovrebbe fondarsi. Duemila e 920 giorni sono trascorsi dal gelido 20 gennaio 2008 nel quale giurò di difendere la Costituzione «da tutti i nemici esterni e interni» e neppure un minuto di scandalo o un soffio di gossip lo ha sfiorato. Nessun sospetto di interessi personali o famigliari in conflitto con l’interesse pubblico ha toccato lui o Michelle e la sua dichiarazione dei redditi, quel documento che ancora Trump tiene incredibilmente nascosto al pubblico, mostra come la famiglia Obama abbia vissuto dell’appannaggio presidenziale, i 400 mila dollari lordi previsti dal Parlamento, e di diritti d’autore, pagando le tasse e rinunciando a parte del salario per beneficenza, non per esibizionismo politico.
Ma proprio perché il comportamento di quest’uomo, un politico nel senso più alto e rispettabile della parola oggi spesso strumentalmente insudiciata, è stato impeccabile, il pensiero di chi oggi gli succederà nel “Mezzogiorno di Trump” ha alzato un’ondata di nostalgia e di rimpianti inattesi e facili. L’Obama sbiadito e umano, imbiancato dalla neve del tempo che la mostruosa responsabilità di quell’ufficio accelera come gli anni dei cani, non è più, oggi 20 gennaio dell’addio, un leader politico, un presidente arrivato alla fine, un capo di governo che tanto ha cercato di fare e non poco ha fatto alla luce del disastro strategico ed economico ereditato otto anni or sono. L’Obama che cerca di calmare le ansie della famiglia americana (nell’ultima lettera di ringraziamento scrive «la parola più potente della nostra democrazia è we, noi. Come in We the People, We shall overcome e Yes, we can), di frenare la tentazione dell’angoscia che tanti sta afferrando di fronte al salto in un buio chiamato Trump, è un amico. È il compagno di viaggio che è stato con noi nel momento degli errori e dei successi e che oggi sentiamo di perdere, perché la sua avventura, come quella di tutti i predecessori, è finita. Il protagonismo degli ex, da oggi ben cinque, Carter, i due Bush, Clinton, ora Obama, è sempre velleitario, se non controproducente come dimostrò Bill, ingombrante sponsor di Hillary.
Mai, nelle transizioni presidenziali alle quali ho avuto il privilegio di assistere, dal passaggio fra Gerald Ford e Jimmy Carter nel 1977, l’ansia di vincitori e vinti, di predecessori e successori, era stata così acuta. E dunque così forte, un po’ nevrotico, era stato il sentimento di perdere qualcosa di conosciuto, qualcuno di familiare, in cambio di un tuffo nell’ignoto non di ideologie o filosofie politiche diverse, che sono la fisiologia dell’alternanza, ma di personaggi imprevedibili. Questo frenetico abbraccio che il pubblico ha offerto all’amico riscoperto che se ne va e questo abbraccio di ricambio che Obama ha dato parlando fino all’ultimo secondo con impeccabile dignità e con rispettosa umanità sono la sua ultima iniziativa politica, degna di un Costituzionalista qual è, per ricordare all’America che non sono gli uomini — un giorno le donne — a fare la nazione, ma è il rispetto della legge fondamentale della pacifica transizione. Chiunque sia il successore.
L’ultimo regalo dell’Amico Barack alla nazione che lo ha visto nascere come figlio di una donna single e di un africano di passaggio e lo ha portato alla massima magistratura, è in quelle quattro parole: « We will be ok ». Ce la faremo, l’America sopravviverà, non è “la fine del mondo”. Come avrebbe detto un altro grande leader del nostro tempo, «non abbiate paure». Tutto andrà bene. Speriamo. Grazie, amico Obama. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

IL CAMBIO ALLA CASA BIANCA TRUMP, L’ESORDIO DEL PRESIDENTE FRAGILE 

FEDERICO RAMPINI Rep
MR TRUMP, da oggi a tutti gli effetti President Trump. Ma quando comincerà davvero a “fare” il presidente degli Stati Uniti? Questa è la domanda di fondo che incombe sull’Inauguration Day. Gliela rivolgono l’America e il mondo.
È RESA più pressante e perfino drammatica dal clima isterico dei due mesi trascorsi dal voto dell’8 novembre. Il resto è dettaglio, sia pure suggestivo, rivelatore: la coreografia della cerimonia, il body-language, i volti e gli atteggiamenti del “popolo di Trump” venuto qui a celebrare l’insediamento del suo eroe. Per noi testimoni oculari sarà un bagno di folla in mezzo a tanti elettori “responsabili” di questa svolta inaudita. Ma perfino la folla trumpiana passa in secondo piano, nella giornata che gli appartiene. E per uno che sa qualcosa di palcoscenico, di reality-tv, c’è poco da dubitare: Trump farà di tutto per monopolizzare l’attenzione.
All’istinto dello showman saprà unire una lucidità politica adeguata, sulla sfida enorme che lo attende?
Non bisogna perdere di vista un dato essenziale. Per quanto dirompente, “rivoluzionaria” o “sovversiva” che ci appaia la sua figura, Trump arriva al suo insediamento in condizioni di debolezza estreme. Mai nella storia un presidente eletto aveva avuto tre milioni di voti in meno della rivale. Mai la sua legittimità era stata così contestata (neppure Bush nel 2000), con oltre cinquanta parlamentari dell’opposizione che disertano la cerimonia del giuramento. Mai l’ombra di una potenza straniera ne aveva macchiato l’elezione. Mai i sondaggi lo davano così poco popolare nel primo giorno, con segnali di ripensamento perfino tra i suoi. Mai così tante manifestazioni di protesta furono indette già prima o durante il passaggio delle consegne. Eppure, Trump durante la lunga e accidentata transizione dal 9 novembre ad oggi non ha fatto praticamente nulla per tendere un ramoscello d’ulivo a quella (più di) metà dell’America che non ha fiducia in lui o addirittura lo detesta, lo teme e lo disprezza. Quando comincerà, se mai la comincerà, quest’opera di riconciliazione nazionale che ogni presidente ha dovuto quantomeno tentare? Oggi, o mai più? Questo è il nodo che deve sciogliere in queste ore di cui sarà il protagonista assoluto. Altri presidenti recenti, Clinton, Bush, Obama, in quell’opera di riconciliazione ebbero risultati modesti o fallimentari. Ma dovettero provarci, almeno all’inizio dei loro mandati.
Si può obiettare — come fanno molti a destra — che i democratici stanno commettendo un errore strategico nell’intestardirsi sulla “illegittimità” di Trump: battaglia di retroguardia, quel che è stato è stato, Barack Obama ha autorevolmente riconosciuto il verdetto dell’8 novembre. Ma in questo momento non è l’opposizione a dover passare un esame. Alle accuse sul ruolo della Russia nell’elezione, o sui suoi conflitti d’interessi, o sulla vittoria “nonostante” i pochi voti, Trump ha reagito fin qui con toni permalosi, rancorosi, vendicativi. Non da presidente ma da narcisista ferito nell’amor proprio.
La vanità è una debolezza che ha rovinato altri leader prima di lui. La sua mania di twittare all’alba, per lo più insulti ai nemici, è divertente per chi si occupa di sociologia dei social media; ma rischia di logorare anche la sua fama di genio della comunicazione. Gli affari mondiali gestiti a colpi di tweet, con sterzate improvvise, effetti-annuncio poi rimangiati, docce fredde su alleati e rivali, capovolgimenti di schieramenti geostrategici? Bisogna vedere quali contromisure prenderanno gli altri, da Xi Jinping a Vladimir Putin. Trump rischia di apprendere la stessa lezione che ha incassato Hillary Clinton: nel mondo dei social media è più forte chi non ha un’opinione pubblica a cui rendere conto.
Dello stile Trump tutti dovremo imparare a prendere le misure. Alcune provocazioni, da parte sua, sono inevitabili. Un presidente voluto dagli operai del Michigan per difenderli dalle delocalizzazioni in Cina, ha il diritto di calpestare il Vangelo della globalizzazione. Poi dovrà pure disegnare un sistema alternativo, ma “questa” globalizzazione è una costruzione che ha un quarto di secolo, non sta scritto che sia irreversibile.
Un presidente eletto dai bianchi per restituire a loro un senso di controllo su chi entra negli Stati Uniti, sull’identità nazionale, sulle regole e i valori che devono governare la società multietnica, ha il diritto-dovere di proporre politiche dell’immigrazione diverse dal predecessore. Facendo astrazione dal folclore sul Muro e sugli “stupratori messicani”, Trump si riallaccia a tradizioni di controllo sui migranti che prevalsero fino agli anni Sessanta.
Un presidente isolazionista, che promette di ricostruire l’America anziché fare il poliziotto globale, è anch’esso nel solco di una certa tradizione di destra o di estrema sinistra (quella che avrebbe evitato di entrare sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale).
Ma Trump deve dire fin da oggi qualcosa per rassicurare ben oltre metà degli americani, fra cui una maggioranza di giovani e di neo-cittadini venuti dal resto del mondo, sul fatto che questa nazione resterà anche casa loro. Obama gli ha consegnato avvertimenti e consigli. Tra cui uno molto prosaico: «Fatti aiutare. Fai lavoro di squadra. La presidenza non è un mestiere solitario». C’è dietro quelle parole il vago presentimento che il President Trump potrebbe essere rovinato dalla presunzione di Mr Trump. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
“Correggere la globalizzazione” La Brexit di May sfida la finanza 

La premier britannica a Davos traduce il modello del neoleader Usa Pronti accordi commerciali con dodici Paesi dall’America alla Cina 

Alessandro Barbera Busiarda 20 1 2017
La cena di mercoledì sera all’Hotel Belvedere le ha ricordato una regola aurea della politica: mai maltrattare chi potrebbe tornarti utile in futuro. Una volta per lei Davos era il regno dei «nowhere citizens», un modo per sfottere le élite globali che ogni anno si riuniscono sulle Alpi svizzere a discutere dei destini del mondo. Ieri Theresa May ha dovuto attraversare la Manica, venire nei luoghi dove venne a svernare Arthur Conan Doyle e spiegare le sue intenzioni ai banchieri più importanti del mondo, quelli che minacciano di lasciare Londra. Downing Street non commenta, ma nei corridoi di Davos nel giro di poche ore ha incontrato tutti o quasi: Goldman Sachs e Morgan Stanley, Barclays, il numero uno di Jp Morgan Jamie Dimon.
Il discorso di fronte alla platea del World Economic Forum si può riassumere così: la Gran Bretagna avrà un futuro globale anche fuori dall’Ue. Il discorso aveva due obiettivi. Il primo: alzare una palla dall’altra parte dell’Atlantico, dove oggi Donald Trump giura fedeltà alla Costituzione fra lo scetticismo di mezzo mondo. Il secondo era la City: convincerla che la Brexit può essere un affare.
Il discorso pronunciato al centro congressi di Davos è ben scritto ma carico di punti interrogativi. «Saremo il sostenitore più forte ed energico del libero mercato ovunque nel mondo». Dopo la Brexit avremo «un Paese coraggioso, fiducioso ed aperto». La May promette una Gran Bretagna globale «oltre l’Unione», ma non spiega come sia possibile allo stesso tempo chiudere le frontiere doganali ed essere paladini del free trade. «Il mondo sta sperimentando un livello senza precedenti di ricchezza» ma anche di diseguaglianze. «Se la causa è la globalizzazione, allora le élite devono affrontare il problema». Colei che molti definiscono la «nuova Thatcher» dice di voler restituire agli inglesi lavoro e dignità, ma non si mostra onesta quanto Trump nel gridare «Britons first».
L’accoglienza della City è piuttosto fredda. Il numero uno di Ubs Axel Weber fa sapere che in caso di «hard Brexit» la sua banca sposterà da Londra mille persone. Weber non è uno dalle minacce facili: quando capì che la Merkel avrebbe appoggiato Draghi per la guida alla Bce si dimise da governatore della Bundesbank. Annuncio fotocopia l’ha fatto l’amministratore delegato di Hsbc Stuart Gulliver, pronto ad allargarsi a Parigi. I Lloyds puntano a Francoforte, Goldman Sachs ha un piano per dimezzare i seimila dipendenti della City. Per non trasformare la «hard Brexit» in una «disaster Brexit» la May ha bisogno di un accordo onorevole con Bruxelles e di non perdere il passaporto comunitario per il mondo della finanza.
Wolfgang Schauble l’accusa di bluffare: «In Germania abbiamo un detto: il cibo che mangi non è mai caldo come quello che cuoci. Non credo possiamo iniziare un negoziato con le minacce». Quel «senza accordo con Bruxelles diventeremo un paradiso fiscale» sibilato dalla May a Westminster martedì ha fatto infuriare lui e la Merkel. «Le ho sentito dire che la Gran Bretagna vuole diventare una grande economia mondiale. Ma questo significa rispettare gli impegni contro l’evasione presi globalmente, ad esempio nel G20, altrimenti c’è una contraddizione. Noi non vogliamo punire Londra ma è ovvio che in questo caso il passaporto non sta più in piedi».
Il problema per Berlino e Bruxelles è che la May guarda oltre, ad un asse privilegiato con Trump e ad accordi bilaterali che potrebbero marginalizzare anche il G20. Il ministro del Commercio Liam Fox fa sapere di avere già contatti per la firma di 12 accordi bilaterali con Cina, India, Australia, Corea del Sud, Arabia Saudita, Oman e ovviamente Stati Uniti: né più né meno lo schema al quale pensa Trump. L’asse Londra-Washington potrebbe tornare solido come quello che governò il mondo alla fine della Seconda guerra mondiale. Twitter @alexbarbera BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI