giovedì 24 aprile 2014

Franz Kafka critico dell'organizzazione capitalistica del lavoro?


Luigi Ferrari: Alle fonti del kafkiano. Lavoro e individualismo in Franz Kafka, pre­fa­zione di Gior­gio Galli, post­fa­zione di Renato Rozzi, edi­trice Vicolo del Pavone, pp. 312, euro 21

Risvolto

Kafka, a dispetto di quanto si crede e di quanto egli stesso ci ha indotto a credere, aveva una posizione di rilievo nell’Istituto di prevenzione e assicurazione degli infortuni sul lavoro dove era impiegato. Per questa importante esperienza (è stato definito un “direttore generale virtuale”), il tema scientifico e umano del lavoro è sempre stato centrale nella sua narrazione. Attraverso i suoi moderni apologhi, Kafka parla del funzionamento e delle patologie delle organizzazioni, anticipando riflessioni molto successive e con interpretazioni del tutto originali che solo oggi l’evoluzione del lavoro e delle organizzazioni ha reso del tutto attuali. Più in generale, lo scrittore ha vissuto, nel conflitto col padre, lo scontro di portata storica tra il mondo, anche mentale, paternalista-agrario e quello borghese-imprenditoriale. Molti degli intellettuali del tempo hanno testimoniato l’irriducibile profondità di quel conflitto, ma solo Kafka ne ha mostrato alcuni lati profondi con tanta “disarmata” onestà intellettuale. Così le intuizioni di Kafka hanno acutamente riguardato anche l’economicizzazione della vita di relazione e la diffusione dell’individualismo economico, non solo nei luoghi di lavoro. Questo libro, più che un omaggio a Kafka, è la proposta della sua narrazione come una chiave di lettura - assolutamente unica per efficacia - di un’ampia serie di fenomeni psico-sociali 
storici e soprattutto di stretta attualità.


La fatica di vivere dell’impiegato 
Saggi. «Alle fonti del kafkiano. Lavoro e individualismo in Franz Kafka»: Luigi Ferrari rileva le capacità di analisi del sistema economico dello scrittore praghese 

Sergio Finardi, il Manifesto 24.4.2014 

«Da tempo ormai il nuovo modo di lavo­rare, di orga­niz­zare il lavoro, la pro­du­zione e l’economia sta­vano cam­biando l’uomo, il suo ambiente e le sue rela­zioni, ma man­ca­vano alcuni indi­spen­sa­bili modi di discu­terne. Certo, gran parte delle parole e dei con­cetti che noi oggi usiamo per par­lare della grande fab­brica, dell’impresa, del pri­mato dell’economia nella vita asso­ciata e di argo­menti con­nessi erano dispo­ni­bili da tempo — da Tay­lor a Marx -, ma chi aveva par­lato dell’inconsistenza del sog­getto, del vuoto men­tale, chi aveva mostrato, o solo nomi­nato, il legame psi­co­lo­gico del sog­getto all’evanescenza per­se­cu­to­ria delle grandi costru­zioni orga­niz­za­tive? Chi, pur par­teg­giando per i lavo­ra­tori, ne aveva nar­rato così bene la cecità, il vuoto inte­riore e le vuote illu­sioni e chi aveva altret­tanto bene intra­vi­sto i con­te­nuti pro­fondi della pro­gres­siva e radi­cale ato­miz­za­zione degli individui?». 

Così, Luigi Fer­rari, nel suo recente Alle fonti del kaf­kiano. Lavoro e indi­vi­dua­li­smo in Franz Kafka (pre­fa­zione di Gior­gio Galli, post­fa­zione di Renato Rozzi, edi­trice Vicolo del Pavone, pp. 312, euro 21) ci intro­duce ad ana­liz­zare con una lente non let­te­ra­ria e non tra­di­zio­nale l’opera di Kafka (1883–1924). Ideale con­ti­nua­zione del suo monu­men­tale L’ascesa dell’individualismo eco­no­mico, pub­bli­cato dalla stessa casa edi­trice nel 2010, il lavoro di Fer­rari è uno straor­di­na­rio viag­gio den­tro il pen­siero di Kafka «scrit­tore del lavoro, dell’economia e della realtà» e apre una pro­spet­tiva ine­dita nella com­pren­sione della sua opera — resti­tuita nella sua estrema varietà e com­ples­sità — e dei mean­dri di senso che sono all’origine dell’uso quasi uni­ver­sale del ter­mine «kafkiano». 

Il libro si com­pone di una intro­du­zione gene­rale e di cin­que capi­toli che fanno perno su altret­tanti nodi dell’interpretazione delle opere e delle let­tere pri­vate dello scrit­tore pra­ghese. Ne accen­ne­remo qui per tratti fon­da­men­tali nella descri­zione dei vari capi­toli, certo non esau­stiva del qua­dro ben più arti­co­lato che il let­tore tro­verà nel volume. 

L’analisi del primo capi­tolo (Il Lavoro) è inno­va­ti­va­mente cen­trata sulla rela­zione tra i temi di alcune opere fon­da­men­tali di Kafka (Le Meta­mor­fosi, Il Digiu­na­tore e Il Castello) e le appro­fon­dite cono­scenze sull’organizzazione del lavoro — riflesse in varie « rela­zioni tec­ni­che» ripor­tate alla luce da Fer­rari — che lo scrit­tore aveva acqui­sito come ana­li­sta dell’Isti­tuto di assi­cu­ra­zione con­tro gli infor­tuni dei lavo­ra­tori del Regno di Boe­mia, a Praga, dove lavo­rerà tra il 1908 e il 1918. 

Lon­tano dall’immagine di «povero tra­vet ’sca­dente’ e svo­gliato, con il solo esclu­sivo inte­resse per la let­te­ra­tura» che l’autore pra­ghese, ancora prima dei suoi ese­geti, ha voluto tra­smet­terci, Kafka aveva, in realtà, sem­pre rive­stito un ruolo for­male e soprat­tutto infor­male di pri­mis­simo piano nello stu­dio tec­nico, psi­co­lo­gico, legale e gestio­nale della pre­ven­zione degli infor­tuni e, in senso lato, dell’organizzazione del lavoro. 

Così — sostiene Fer­rari — i pro­ta­go­ni­sti delle opere di Kafka sono inve­stiti — pur nei ter­mini oni­rici che ne carat­te­riz­zano l’esperienza — dai pro­cessi e dalle con­di­zioni che Kafka cono­sceva bene: l’interscambiabilità e fun­gi­bi­lità dei lavo­ra­tori nella pro­du­zione capi­ta­li­stica; la per­dita di senso dell’attività lavo­ra­tiva del sin­golo; la sem­pre pos­si­bile e incom­bente sua «super­fluità» e irri­le­vanza; l’immiserimento della vita inte­riore del lavo­ra­tore, il «vuoto men­tale» che si pro­duce in chi subisce. 

Nel secondo capi­tolo (Inter­mezzo meto­do­lo­gico) tro­viamo il tema degli stru­menti meto­do­lo­gici — in par­ti­co­lare in atti­nenza alla scuola delle Anna­les — che per­met­tono di com­pren­dere il nesso tra sto­ria ogget­tiva e sog­get­tiva nell’opera kaf­kiana, con ampio rife­ri­mento ai pro­cessi descritti da Fer­rari ne L’ascesa dell’individualismo eco­no­mico e la discus­sione di merito riguardo il senso della scelta della forma nell’apologo oni­rico, «ovvero di una nar­ra­zione al con­tempo sfre­nata e imper­tur­ba­bile e per­ciò adatta a riflet­tere il caos del nuovo nelle società», in com­pa­ra­zione con Freud dell’Inter­pre­ta­zione dei sogni. 

Di note­vole impor­tanza appare, poi, l’insieme delle con­si­de­ra­zioni con­dotte nel terzo capi­tolo (Le Orga­niz­za­zioni), che verte sull’analisi kaf­kiana delle forme del potere orga­niz­za­tivo, così come si mostra in opere quali Il Pro­cesso, Il Castello, La Colo­nia Penale. In que­sto capi­tolo, Fer­rari capo­volge l’interpretazione di Kafka come ese­geta delle strut­ture orga­niz­za­tive tota­li­ta­rie, mono­li­ti­che e impe­ne­tra­bili nelle loro logi­che occulte, mostrando come in realtà egli parli delle grandi orga­niz­za­zioni come strut­ture deboli o meglio, inde­bo­lite, dal «bru­li­care», al loro interno, di inte­ressi indi­vi­duali e pri­vati, da pro­ce­dure vaghe e impre­cise, da disor­dine orga­ni­za­tivo e resi­stenza al cam­bia­mento — anti­ci­pando rifles­sioni che solo oggi l’evoluzione del lavoro e delle orga­niz­za­zioni ha reso del tutto attuali. 

Il nodo della visione che Kafka mostra di avere dell’economia che si andava affer­mando e del lavoro dipen­dente in cui si iden­ti­fica con­tra­ria­mente al «destino» che la fami­glia vor­rebbe per lui, viene affron­tato nel quarto capi­tolo (Affetti e denaro), con una disa­mina del gro­vi­glio intri­ca­tis­simo di affetti e inte­ressi eco­no­mici che hanno riguar­dato la rela­zione tra Kafka e la sua fami­glia, in par­ti­co­lare con la figura paterna (Let­tera al padre), nel con­te­sto gene­rale del pre­ci­pi­tare, nel periodo, di quella «ribel­lione al padre» che andava matu­rando da molto tempo con il disgre­garsi pro­gres­sivo della società agrario-feudale. 

Oltre l’individualismo, verso l’individualismo eco­no­mico, tema del capi­tolo finale, si svolge sullo sfondo dei pro­cessi sto­rici che sono alla base della rifles­sione di Fer­rari. Vediamo così, attra­verso le parole delle let­tere, dipa­narsi il pen­siero di Kafka su se stesso, sul pro­prio indi­vi­dua­li­smo e ten­denza all’isolamento, sul suo rifiuto della fami­glia e del matri­mo­nio, sul «nucleo più interno dell’incipiente ato­miz­za­zione degli indi­vi­dui e dell’eclisse gene­ra­liz­zata della socia­lità», arri­vando infine — tra altre opere — alla cupa visione che si esprime nella Tana (1923–24), scritto sei mesi prima della morte e rima­sto incompiuto. 

In quel rac­conto, come vor­rebbe oggi il libe­ri­smo eco­no­mico, «il mondo è popo­lato solo da pre­da­tori e ogni forma di rela­zione con l’altro è un duello: non ci può essere coo­pe­ra­zione e dun­que total­mente assente è la fidu­cia». Quindi, «il mondo è ato­miz­zato: quella che ini­zial­mente era la difesa dell’individuo dal col­let­tivo si è poi tra­sfor­mata nel pri­mato dell’individuo e, infine, nel culto tota­li­ta­rio del singolo».

"L'ingraismo in una persona sola"

L'AVVENTURA POLITICA DELLA RAGAZZA DEL SECOLO SCORSO
Castellina 108 24-04-2014 il manifesto 14

109 24-04-2014 l' unita' 18 

Anche il Fondo Monetario Internazionale vuole i Beni Comuni e la Condivisione. Della povertà.

A questo festival partecipano quasi tutti quelli della compagnia di giro, da Rodotà a Vecchioni. Comunque, gli organizzatori di queste iniziative presto esauriranno i termini del vocabolario, per fortuna [SGA].

Dialoghi sull’uomo Dal 23 al 25 maggio a Pistoia la quinta edizione del festival di antropologia


di IDA BOZZI Corriere 

Un museo per il fascismo? Perfetti e Canfora


Ogni esposizione ha carattere celebrativo: dunque politico, non storico. E l'unità della nazione è un bene da conservare
Francesco Perfetti - il Giornale Mer, 23/04/2014


Lo storico Canfora: "Una 'casa' per il Ventennio rischia di celebrarlo. Si devono spegnere le passioni"
Luigi Mascheroni - il Giornale Gio, 24/04/2014 
Gian Arturo Ferrari: Libro, Bollati Boringhieri

Risvolto

«Dobbiamo molto al libro. La vita intellettuale degli uomini ha avuto nel libro il suo utensile più versatile e insieme il suo emblema più glorioso. La vita emotiva, interiore, degli uomini ha
trovato nei libri quella comprensione, quel colloquio, quell’intima rispondenza a sé che non sempre gli altri uomini sono stati in grado di offrire. Un simile riconoscimento che confina con la
riconoscenza non ci autorizza però né a perseverare nelle illusioni né ad avvolgere noi stessi e il libro in una nebbiosa retorica. Al contrario, possiamo usarlo – lui, il libro – per fare quello che gli è
sempre riuscito meglio. E cioè indagare, ricercare, discernere e, alla fine, capire, conoscere. E preservare, salvare. Questo, infatti, è stato il suo ufficio, la sua fortuna e la sua gloria».





Le tre età del libro: il testo continua a sfidare ottimisti e apocalittici

Dal manoscritto all’ebook: la creatività degli uomini si accende sempre con i grandi cambiamenti tecnologici 

di Paolo Di Stefano Corsera 23.04.14


Diciamolo pure, la tentazione, trovandosi tra le mani il Libro di Gian Arturo Ferrari e scorrendone rapidamente l’indice, è quella di andare subito alle conclusioni, per capire che cosa ne dice del futuro del libro un conoscitore di lungo corso come Ferrari, che dopo l’esordio in redazione alla Boringhieri ha diretto la Rizzoli e per un paio di decenni la Mondadori fino a diventare l’uomo più influente dell’editoria italiana. Tentazione a cui vale la pena resistere, perché il discorso sul libro si sviluppa in modo tale che le conclusioni emergano lentamente dalle premesse storiche. Non una storia del libro, però: Ferrari ci tiene a precisarlo, «questa non è una storia del libro, ma una riflessione su alcuni suoi aspetti, ovvi e meno ovvi». Diciamo che in genere gli aspetti che potrebbero apparire ovvi Ferrari li discute, li capovolge, li mostra in una luce inattesa. Non c’è niente di più discusso (male) e (pre)giudicato del mondo del libro. E se ognuno si sente autorizzato a dire la sua, Ferrari insegna a diffidare degli apocalittici e degli ottimisti, dei nostalgici e degli entusiasti, di categorie come Bene e Male applicate al passato, al presente e al futuro dell’editoria. 
Risalire alle origini non è un capriccio archeologico, ma la premessa per cogliere, senza paraocchi, le sfumature dell’oggi. Ferrari individua, nel corso della storia, tre svolte, che producono altrettanti Libri: il libro manoscritto, il libro a stampa e il libro digitale. È una storia che parte con la metafora del mosaico e con la stessa immagine, curiosamente, si chiude, per ripartire: «Il libro non è un’invenzione come la macchina a vapore o il telefono, qualcosa che prima non c’era e dopo c’è (...). È piuttosto un mosaico che si compone nel tempo e in cui ogni nuova tessera non soltanto aggiunge qualcosa, ma cambia il disegno d’insieme, la figura complessiva. A partire con la prima e ineludibile tessera, che è la scrittura». Le figure degli scribi, dell’autore, del lettore, infine (attorno al 500 a.C.) del libro ne sono alcune delle tante conseguenze. L’argomentazione, stringente e insieme molto colloquiale di Ferrari, coglie da subito alcune opposizioni che percorrono i secoli per non dire i millenni, e che si ritrovano ancora intatte ai nostri giorni. Si potrebbe leggere il Libro seguendo queste polarizzazioni: testualità-libro, immagine-scrittura, fisicità o pesantezza-leggerezza, contenuto-forma, lentezza-velocità, totalità-parzialità, alto-basso, originale-copia, cultura-business... Sono binomi su cui ancora oggi si dibatte, schierandosi su un fronte o sull’altro, come paladini del Bene e del Male, ma che sono insiti da sempre nella trasmissione della cultura, sin da quando il testo non si era ancora profilato come libro («possono esistere civiltà testuali senza libri»). 
Il Libro è pieno di sorprese: per esempio, quando si scopre che la prima scrittura, indecifrata, che nasce con i logogrammi nella città sumera di Uruk (tra il 3259 e il 3100 a.C.), è ispirata da esigenze contabili e amministrative e dalla necessità di archiviazione: «Duole dirlo, ma la culla della nostra cultura è stata un magazzino». Il che offre la possibilità di ricordare che tutt’oggi circa metà del mercato mondiale è fatto di libri «per necessità»: repertori, elenchi matematici, depositi di informazioni, enciclopedie, leggi... Anzi, è questo il business migliore. Ferrari si guarda bene dal cadere nel tranello comune che è l’effetto metonimia, cioè la tendenza a confondere la parte per il tutto, avvertendo che il libro non si inaugura con la stampa. E poi: ovvio che non è solo il romanzo, ma una galassia testuale declinata in varie vesti e in molteplici generi e sottogeneri. E da buon filosofo della scienza qual è, si sofferma sugli aspetti tecnici: sul passaggio dal papiro alla pergamena e dalla pergamena alla carta, con i relativi aggiustamenti e gli effetti stimolanti che queste svolte e invenzioni hanno comportato. L’introduzione della scrittura alfabetica in Grecia produce una grande fioritura di «pre libri o libri che dir si voglia»: così dopo la metà del Quattrocento l’avvento della stampa (il cui segreto è essenzialmente nelle «arti del metallo») provocherà una diffusione enorme di libri; simmetricamente l’era digitale registrerà una moltiplicazione testuale, «più di post libri verrebbe da dire che di libri veri e propri». 
Nessuna meraviglia, insomma, la creatività degli uomini si accende sempre in coincidenza con i grandi cambiamenti tecnologici. Intanto, va detto che nel millennio che separa la tarda antichità dalla comparsa della stampa il libro da «immoto deposito di sapere» diventa «una cosa viva, vitale (...), che partecipa, si muove e interagisce con la vita degli uomini, con le loro intenzioni, con le loro passioni, con il loro modo d’essere». Oggetto che trasmette affetti, sentimenti, emozioni. Non è strano, dunque, che si carichi di valori che lo distinguono da altri oggetti di consumo, fino a cadere nelle grinfie di ardenti agiografi. Il Libro è un libro di sottili passaggi, per esempio quelli che appartengono alla seconda fase (della stampa), dove si impone, con la copiatura (in poco tempo) potenzialmente illimitata, il trasferimento del testo in un nuovo mezzo, vera e propria svolta che fa rinascere il libro immettendolo nella sfera degli oggetti, delle merci. E dividendo il mondo della cultura tra editi e inediti, con le conseguenze (anche psicologiche) che conosciamo. Nascono il tipografo, il libraio, soprattutto l’editore, la figura più innovativa, cui spetta il compito di scegliere, di investire e di pubblicare, regalando prestigio al «suo» autore. E si afferma quello che Ferrari chiama il «pathos della novità». Il meglio non è più nel prima, ma nel futuro: presupposto dell’editoria industriale moderna, che dirotterà l’attenzione dalla cerchia ristretta di un lettore più o meno identificabile a priori alla dimensione indifferenziata del mercato. Con lo spostamento coassiale dal valore-autore al valore-fruitore. 
Siamo già arrivati, facendo a piè pari brutali salti da gigante, al più recente campo di «tensioni» in cui il libro vive (sopravvive, anzi sopravviveva) in difficile equilibrio tra spinte e controspinte. Sempre di opposizioni si tratta, se si pensa al libro come creatura ibrida ispirata al contempo da una aspirazione ideale e da una urgenza economica: Dio e Mammona insieme, una specie di mostro guidato dall’imperativo di vendere l’anima a tutti i costi. Con il definitivo trionfo di Mammona, l’editore diventa l’anello debole della catena, la selezione cede alle richieste del marketing, che vorrebbe replicare all’infinito i successi, e per di più a breve termine. Una fenomenologia che ben conosciamo, ma che Ferrari illustra con occhio scientifico, non senza qualche punta amara: per esempio laddove segnala il tramonto della grande casa editrice come orchestra, il cui direttore (l’editore) detta (dettava) i tempi. 
«I libri hanno costituito l’impalcatura dell’interiorità degli uomini, li hanno prima attratti e poi costretti a una mimesi che si trasformava in autocostruzione», scrive Ferrari. Che cosa ne rimarrà nel nuovo mondo digitale? L’ideologia totalizzante (totalitaria?) della rete -con la sua «utopia concreta», l’orizzontalità, l’ambizione monopolistica, la negazione della professionalità, l’abolizione del diritto d’autore, la pretesa della non-selezione -si oppone a tutto ciò che il libro ha rappresentato. Quale futuro, dunque? Niente catastrofismi. Non più libri, fisicamente riconoscibili come tali, ma «forme testuali» dai molteplici futuri. Qualche ipotesi in breve? L’editoria scientifica e professionale è già consegnata al digitale, ha realizzato la disgregazione dell’unità del libro tradizionale: dunque, «non più libri ma un mix di prodotti», di servizi ad alto livello, di informazioni in aggiornamento perpetuo. È qui il grande business. Un gradino più in basso -ma con enormi prospettive di sviluppo proporzionate alle speranze di un boom dell’alfabetizzazione mondiale -c’è il cosiddetto educational (l’istruzione primaria, secondaria e universitaria), non del tutto globale ma «localizzato» nei diversi Stati: un’editoria «plurinazionale» destinata a trovare il veicolo migliore nell’ebook educativo, il vero «strumento di emancipazione dall’ignoranza». Saranno i Paesi emergenti le culle dei nativi digitali, secondo Ferrari. La varia, intesa come saggistica e fiction, sarà l’ultima barriera del libro-libro di carta, identificato come status dal passato glorioso. Ma non sempre e non per sempre: già i cosiddetti «libroidi» vivono una vita ibrida. La saggistica sperimenterà interessanti formule tra scrittura e multimedialità. Per i romanzi (di qualità) sarà l’addio più lungo: la libreria tradizionale conserva ancora il fascino della scoperta. Difficile che gli algoritmi facciano innamorare il lettore forte come gli scaffali di un bel negozio. Il mosaico si è infranto, ne nascerà un caleidoscopio, in cui quel «gesto di ottimismo e di fiducia che è in sé il libro» troverà una sua (marginale) collocazione: «Il libro è uno scambio del meglio che abbiamo e che riceviamo. Il libro è un dono». 

Complottisti di tutto il mondo

Complotto!
Tempo fa Umberto Eco scrisse il Pendolo di Foucault per denunciare il lato paranoico della fede nelle Grandi Narrazioni. Qui siamo invece al livello delle scie chimiche [SGA].

Massimo Teodori e Massimo Bordin: Complotto!, Marsilio, pp. 222, e 14,50

Risvolto

«Fumo, soltanto fumo». Così ha replicato Giorgio Napolitano alle accuse di aver complottato a favore di Mario Monti, contro Silvio Berlusconi. Questa è solo l’ultima in ordine di tempo delle fantasie evocate dal complottismo, l’arma più usata dai politici di qualsiasi colore per giustificare le proprie incapacità e ingannare l’opinione pubblica. Il morbo complottistico è così diffuso che nessuno crede più a quel che vede e molti pensano davvero che siamo governati da forze imponderabili. Sono vere o false le versioni che dipingono Berlusconi come vittima dei giudici, Grillo & Casaleggio come agenti di una cospirazione internazionale, Monti come mandato dalla massoneria finanziaria, le ruberie dei partiti inventate dai magistrati e, viceversa, i magistrati ossessionati dal desiderio di tappare la bocca ai politici? In questo libro, Teodori e Bordin rispondono raccontando per la prima volta una controstoria anticomplottistica della Repubblica, che smonta trucchi e abbagli della politica: dai comunisti, che ieri vedevano ovunque le forze oscure della reazione, ai democristiani, che inventavano golpe destabilizzanti solo per rafforzare il proprio potere; dalle cospirazioni eurocapitalistiche alla “bufala” della p2 ad opera del grande “pataccaro” Licio Gelli, dalle teorie sulla perfida mano americana al potere della mafia all’indomani dello sbarco alleato in Sicilia; dalla favola del “doppio Stato” a Gladio e Moro. Persino il processo per la trattativa Stato-Mafia utilizzerebbe scrive Massimo Bordin «schemi logico-interpretativi propri delle cosiddette teorie del complotto». Sullo sfondo la realtà dell’Italia inquinata dallo «stile paranoico» di una politica degradata a teatro dei pupi, qui impietosamente messa sotto accusa. Ma c’è dell’altro: il complottismo, che nasconde la mancanza di seri progetti politici, rischia di spingere ancor più al limite la democrazia italiana, già sull’orlo del baratro.

Ideologie Un pamphlet di Massimo Teodori e Massimo Bordin sui (non) fondamenti delle controstorie


Una categoria che vede trame anche dove non ce ne sono
di PIERLUIGI BATTISTA Corriere 24 aprile 2014

Gli Illuminati hanno messo la bomba a Bologna; Carlos è Templare e fa la quenelle

L’intervista. Vent’anni in carcere

Carlos. Le sue verità tra caso Moro, strage di Bologna e Bin Laden

di Marco Dolcetta il Fatto 22.4.14

Il colloquio è avvenuto il 10 marzo scorso a Parigi presso lo studio dell'avvocato (nonché moglie) di Carlos Isabelle Coutant-Peyre in due telefonate, la prima alle 11 la seconda alle 17. Carlos, detenuto in regime speciale alla ‘maison centrale de Poissy’, ha diritto a chiamare 5 numeri di telefono.

Pronto? 
Pronto, buongiorno. 
Come sta, qué tàl? 
Bien, bien, gracias, è da un pezzo che non ci sentiamo. 
Sì, è da un pezzo. Le ho fatto avere gli articoli di un quotidiano italiano che parlava un po’ di lei a proposito della strage di Bologna. 
Sì, certo, Bologna. Sono stupidaggini, stupidaggini. 
È fantascienza? 
Non è fantasia, perché parla l’avvocato di Bologna, l’avvocato di parte civile che non sa, io non capisco… Perché è venuto a trovarmi, aveva fretta, mi ha detto firma questi documenti. Dice cose che io non ho detto. Per esempio, quando parla del compagno tedesco, come si chiama… Il compagno tedesco che poi è stato arrestato, a Berlino… Si chiama… io i nomi non me li ricordo facilmente… 
Kram… 
Fram… sì, una cosa così… 
Kram (su cui si concentrò l’attenzione degli inquirenti come una delle possibili piste per rintracciare i responsabili della strage, ndr), ti ricordi? 
Sì sì, lui non era alla riunione a Berlino per riferire le cose. Le ha raccontate al telefono a qualcuno in Germania, un compagno, ciò che era successo da quando era arrivato in Italia. (...) È stato seguito da un sacco di gente con dei cappotti lunghi, e che si era perso e poi invece ha ritrovato la strada, (…) e solo dopo c’è stata l’esplosione a Bologna. Questo l’ha detto al telefono, non era alla riunione a Berlino, no. Lì c’erano dei compagni e loro hanno raccontato la storia punto e basta. E poi, dopo tutto quanto, un compagno è venuto a trovarmi per raccontarmi la storia. L’avvocato bolognese, lui non lo sa, ha detto delle cose molto strane, molto strane c’è gente che ha interesse a non far passare la verità. 
E qual è la verità? 
Sono affari sporchi, affari molto sporchi. E io non credo che quei giovani fascisti del cavolo siano dietro quest’attentato, non ci credo, non si danno a dei coglioni quelle quantità di esplosivi, gli esplosivi dei militari, non è possibile. 
Ha un’opinione su ciò che è successo a Bologna? 
Non è stato il Mossad, non è la Cia, credo siano piuttosto i servizi segreti militari americani con Gladio, ecco. Thomas Kram, lo sai chi è? Sua nonna era una grande comunista, era di famiglia ebrea, e sua nonna era stata uno dei capi della resistenza comunista nella Germania nazista. Lei era capo di una rete della Resistenza; sabotava i treni che andavano al fronte dell’est Questo tutti i giorni. Quindi se Thomas Kram, se suo nipote muore a Bologna nell’esplosione, ecco, ha fatto come sua nonna, era la copertura ideale per l’at - tentato, capisce? 
Capisco bene. 
Sono io che ci ho pensato, quando mi hanno raccontato la storia, deve avermela raccontata Maddalena con il compagno tedesco che era alla riunione a Berlino, quello con cui aveva parlato al telefono il compagno tedesco, Thomas Kram, quello che era successo a Bologna. Stava per uscire quando c’è stata l’esplosione, era nell’hotel di fronte alla stazione, stava tranquillo, non c’era problema con lui. Ma non ha parlato con lui, sono stato io a pensarci, sono io che ho detto: “Ti ricordi la nonna di Thomas Kram che aveva quella rete che è durata tutta la guerra”. Merda, capisci, sono stato io ad avere quest’idea, non c’è stato bisogno che me la raccontassero. Ecco, lui voleva fare come sua nonna. È stato seguito, è stato perseguitato in Germania, la polizia l'ha assillato in continuazione per un anno intero. Poi era a Perugia, che c’è l’u n i v e rsità, ma il ’68 è cominciato nel 1967 a Perugia, il ’68 non è francese, è italiano. È cominciato a Perugia il ’68, nel gennaio ’67 a Perugia, poi nel gennaio ’68 a Londra e poi, nel maggio ’68, a Parigi. 
MORO E LE BR 
In quale momento della vicenda Moro c’è stato il cambio di gestione del corpo…? 
So che c’erano degli infiltrati, dall’inizio delle Brigate rosse so che a Roma c’era il Mossad che era infiltrato. So che a Roma la maggior parte della gente era a posto ma c’erano persone che sono finite male. Ma dalla parte giusta, però. Sono intervenuti per scambiare Moro, avevano dei contatti a Beirut con i servizi segreti militari, che erano dei veri fascisti… 
Johnny Abdo? (capo dell’intelligence libanese, ndr) 
Non so da quel lato, so dalla parte italiana, che c’era un colonnello, anche il capo dei servizi segreti militari italiani era un generale fascista. Avevano perfino un aereo che aspettava all’aeroporto di Beirut, durante il rapimento di Moro, pronto a fare qualunque cosa coi nostri compagni... erano pronti a farli uscire di prigione, avevano i mezzi, a mezzanotte facevano uscire quello che gli pareva. Prendevano i compagni, li mettevano sull’aereo della sicurezza militare e li spedivano nel paese che volevano. E tutto per salvare Moro, perché da quel momento Moro ha giocato il ruolo essenziale per far uscire l’Italia da questa situazione di colonia... colonia vuol dire un casino di forze statunitensi, fino ad oggi, ci sono più di cento basi militari americane da quarant’anni ancora oggi, non è possibile. Insomma, hanno preso Moro e c’è qualcosa in quest’operazione che è strano, perché assassinare i poliziotti? È una provocazione. Perché assassinarli? Non so quanti poliziotti ho fatto fuori in vita mia, perché a volte bisogna farli fuori, ma non si ammazzano i poliziotti tanto per ammazzarli… 
Secondo lei chi li ha ammazzati? 
Penso che siano stati quelli del Mossad. Non lo so. Gente infiltrata nelle Brigate rosse, perché non è nell’interesse delle Brigate rosse fare queste cose. Capisco che possa succedere ma li hanno giustiziati quelli là, non è normale... Non lo so. In ogni caso è stata un’operazione da professionisti. Non credo che i comunisti italiani, che non sono stupidi, figli della resistenza antifascista, che volessero ammazzare dei poliziotti così, non è logico. Ce ne vuole ad ammazzare i poliziotti tanto per… È strano ma non sono state le Brigate rosse a fare così. Non bisogna dimenticare che la questione non è solamente Aldo Moro, gli americani si sono sbarazzati di Moro e si sono sbarazzati dei patrioti che controllavano il segreto militare. La loggia P2 è tutto il resto è cominciato dopo. E Morucci e la signora Faranda, che sembrava piuttosto lei il capo esecutivo (ride, ndr), si sono riempiti le tasche. È strano. Tanta gente è stata pagata per questo e quest’altro. Cossiga non era di Gladio, credo. Ma Cossiga era il cugino di secondo grado del segretario generale del Partito Comunista, Berlinguer. Ed è stato il Partito Comunista che ha permesso che Moro fosse ucciso, perché aveva la possibilità di accettare la richiesta delle Brigate rosse, aveva la forza. Si è messo d’accordo con Cossiga per abbandonare Moro. E la P2 è arrivata al potere, c’erano gli americani dietro. Gladio, la sicurezza militare. 
VENEZUELA 
Passiamo ad altro. Che ne pensa del Venezuela del dopo Chavez? 
È un casino. Già Chavez ha lasciato un paese decreatori del programma di extraordinary rendition ai tempi di Bush jr, ndr), l’ho visto lì. Mi ricordo che stavo arrivando nel ’93 e Cofer Black aveva portato dei mercenari americani, gente di Blackwater e sono stati dove Osama bin Laden era molto attivo, andava nelle moschee, andava ad aiutare la gente. Erano lì per Bin Laden originariamente, poi è arrivato Abu Nidal dalla Libia, era molto malato, loro volevano vedere anche Abu Nidal con Hajj Emad Moughni (uno dei fondatori di Hezbollah, ndr) che faceva la spola tra Beirut e la Siria. È in Siria che è stato ucciso Moughni? A Damasco. Dal Mossad immagino Veniva con l’aereo. C’era un volo tutte le settimane, una volta a settimana andata e ritorno tra Beirut, Gedda (in Arabia Saudita, ndr), Kartum e ritorno. A Kartum c’erano i persiani, gli stabilizzato, corruzione e mancanza di energia repressiva contro i corrotti, contro i banditi… Sai cosa deve fare una rivoluzione? Deve mettere ordine e purtroppo per il signor Chavez, un grande umanista, figuriamoci, un ufficiale dei commando dei paracadutisti… ed è tutto in suo onore, ma in un paese come il mio, che è preso di mira dal nemico imperialista, dagli americani, è molto importante da questo punto di vista. È la principale riserva di petrolio che hanno gli Usa. Tutti i paesi dei Carabi usano il petrolio venezuelano A ogni modo, la rivoluzione sopravvivrà ma bisogna mettere ordine. 
E pensa che Maduro non sia in grado? 
Penso sia una persona perbene, è un sindacalista ma pensa sempre a Cuba, tutto il mondo va a destra e lui a Cuba. 
Chavez ha dimostrato di avere amicizia per lei. Maduro ha detto qualcosa o no? 
Ha parlato bene di me. Poi ha ammesso di aver fatto dei compromessi. 
Riguardo a lei? 
Sì, sì. Ma sai, ci sono gli opportunisti del regime. A livello più alto e a livello intermedio ci sono persone che hanno tradito la rivoluzione, che sono entrati grazie all’opportunismo. Avranno pensato, cazzo, Carlos deve venire qui, deve avere almeno un ministero se no si vendica di noi. 
LA CATTURA IN SUDAN 
Ho avuto la possibilità in vita mia di incontrare, anche di essere addestrato, negli anni ’70, dai jihadisti. C’erano persone veramente rispettabili. Con una cultura politica diversa, una spiritualità e una conoscenza dell’Islam, gente radicale ma gente seria. Anche a Kartum ce n’erano. Avevamo dei vicini, vicini tra virgolette, che erano dei grandi signori jihadisti. 
E loro si comportavano bene con lei? 
Abbiamo ideologie diverse, sai, io sono comunista ma sono anche musulmano, non bisogna dimenticarlo, mi sono convertito all’inizio di ottobre ’75, ma sono in parte religioso, credo in Dio e l’Islam è la fonte della rivelazione. 
Il fatto che sia stato arrestato in Africa era perché c’è stato qualcuno che ha detto che lei eri lì, qualcuno di al Qaeda? 
No, quello è stato organizzato dai sauditi. Con la sicurezza nazionale sudanese con la Cia e con Cofer Black personalmente. Io l’ho visto, Cofer Black (uno dei dirigenti Cia dell’antiterrorismo, tra i creatori del programma di extraordinary rendition ai tempi di Bush jr, ndr), l’ho visto lì. Mi ricordo che stavo arrivando nel ’93 e Cofer Black aveva portato dei mercenari americani, gente di Blackwater e sono stati dove Osama bin Laden era molto attivo, andava nelle moschee, andava ad aiutare la gente. Erano lì per Bin Laden originariamente, poi è arrivato Abu Nidal dalla Libia, era molto malato, loro volevano vedere anche Abu Nidal con Hajj Emad Moughni (uno dei fondatori di Hezbollah, ndr) che faceva la spola tra Beirut e la Siria. 
È in Siria che è stato ucciso Moughni? 
A Damasco. 
Dal Mossad immagino. 
Veniva con l’aereo. C’era un volo tutte le settimane, una volta a settimana andata e ritorno tra Beirut, Gedda (in Arabia Saudita, ndr), Kartum e ritorno. A Kartum c’erano i persiani, gli iraniani, che erano materialmente, io penso ancora oggi, il governo, il vero governo. Io arrivo nell’agosto ’93 e la Cia dice: cazzo, c’è Carlos! Il presidente sudanese, che ancora è lo stesso (Omar al-Bashir, in carica dal 1989, ndr) , ha fatto un viaggio in Arabia Saudita, è stato ricevuto dal re. Dunque, a Kartum c’erano 4 persone ricercate: Osama bin Laden, Moughni, Abu Nidal e io. Osama bin Laden lo volevano dare all’Arabia Saudita che ha pagato, è l’Arabia Saudita che ha pagato, non la Cia, è l’Arabia che ha pagato milioni, non so quanto, per noi 4. Ma i sudanesi si sono rifiutati di prendere Bin Laden, hanno detto no, Bin Laden non lo prendiamo. 
SONNO 
Come passa le giornate? È vero che di notte la svegliano ogni 45 minuti? 
Sì, è una cosa che si chiama Dps. Tre volte per notte passano per il controllo. Alle 9 e qualcosa, alle 11, a mezzanotte e alle 3 del mattino e poi di nuovo alle 7. Quando ero in isolamento per 10 anni c’erano 16 controlli di sicurezza ogni notte. 
Sedici? 
Dalle 7 di sera alle 7 di mattina, ogni 45 minuti passavano a svegliarmi. Io mi rifiuto di prendere le pillole per dormire, ho sempre rifiutato di prendere le pillole perché dormo come un bambino, non ho problemi a dormire. Ma volevano che mi drogassi, per 3 anni mi hanno portato la cocaina e io ho rifiutato. Non mi sono mai drogato in vita mia. Beh, mi mandavano belle ragazze, avvocati che io non avevo indicato come avvocati, per divertirsi con me... 
VIOLENZA 
Due domande che riguardano la violenza e il terrorismo. Il filosofo Jean François Lyotard, dice: il terrorismo è la giusta risposta alla violenza del sistema. È d’accordo? 
Il terrorismo è prima di tutto una questione di stato, storicamente il terrorismo, il terrore era lo Stato francese rivoluzionario giacobino ma il terrore c’era anche prima della Rivoluzione francese, non si chiamava ancora terrore. È sempre una questione di Stato, quindi ci sono stati degli episodi da parte degli anarchici, hanno cominciato in Russia, ci sono stati degli attentati, uno zar è stato ucciso, attentati contro gli aristocratici, capi di Stato in tutta Europa e l’hanno fatto gli anarchici. Ci sono stati anche i nazionalisti che hanno fatto degli attentati, come in Serbia, l’attentato contro l’arciduca a Sarajevo, sono stati i nazionalisti, manipolati dei servizi segreti russi zaristi. Ma di solito, quando si fanno degli attentati, è l’arma del debole contro il forte. C’è terrorismo e terrorismo. Ossia, c’è la resistenza armata contro l’oppressore e c’è il terrorismo indiscriminato. Ciò significa che lo fai in nome dell’anarchia, della religione, in nome di un’ideologia, in nome di una causa, e su questo ci sono davvero tante domande che mi pongo, per esempio sui tipi di terrorismo. Uno come Bin Laden non utilizza il terrorismo per massacrare gente innocente. Capisci? E ora in nome di Allah a volte si fanno cazzate incredibili. SIRIA Perciò penso che ci siano delle manipolazioni, guarda quello che succede in Siria. Bashar al Assad è una brava persona; quando era giovane ci incontravamo, mi chiamava “ciao zio”. Un ragazzo educato, non aveva ambizioni politiche, andava in giro senza guardia del corpo. È un sistema tirannico, è confessionale, è il regime baathista che l’ha cambiato, è un dato di fatto. Il regime voleva cambiare attraverso Bashar, lui è riuscito a fare delle aperture economiche che a volte sono state catastrofiche, risultate in corruzione, nuovi multimilionari. 
Trova che i jihadisti facciano una battaglia giusta? 
Ci sono delle brave persone un po’ ingenue che si fanno manipolare per fare la guerra sempre. Perché i jihadisti non attaccano mai Israele? Sono manipolati. Miliardi di dollari vengono dal Qatar e dall’Arabia Saudita. Il governo siriano sopravviverà a tutte queste distruzioni inutili. Gli americani usano questi jihadisti che vengono dall’Iraq, che vengono da tutte le parti del mondo, dalla Libia, dalla Tunisia, dall’Egitto. 
A proposito di ciò che ha detto prima sul caso Moro, sapeva che Vergès era un amico di Berlinguer? 
Vergès (chiamato l’‘avvocato del diavolo’ per aver difeso molti ‘impresentabili’, ndr, tra cui appunto Carlos) era al soldo dei servizi segreti militari inglesi. 
CRISI E RIVOLUZIONE 
Pensa che la situazione attuale, in cui c’è una crisi dovuta ai sistemi finanziari internazionali e che si abbatte su sulle classi medie e sui giovani possa creare una situazione pre-rivoluzionaria o no? 
Quando ci sono delle crisi finanziare così, non ci sono movimenti rivoluzionari. È dopo, nei paesi in cui i popoli sono usciti dalla crisi, che ci sono movimenti rivoluzionari. È inevitabile. Engels diceva che ogni 7 anni c’era una crisi finanziaria nel mondo e parlava di questo già quasi due secoli fa. 
Ma dove crede che sfocerà l’attuale movimento di potenziali rivoluzionari? 
Difficile da dire ma in America Latina, nei Carabi, c’è un movimento popolare per ottenere l’indipendenza. (...) Ma la borghesia, che non è tutta rivoluzionaria, vuole un cambiamento di tipo rivoluzionario. Un cambiamento strutturale per avere l’indipendenza. Per non essere al servizio delle compagnie americane, delle compagnie francesi o inglesi. La questione finanziaria in Islam è molto interessante. È vietato, è un peccato capitale avere interessi sul denaro. In Occidente si fanno manipolazioni finanziarie, si fanno fortune, si guadagnano miliardi di dollari al giorno senza produrre niente. E chi paga? Alla fine è il popolo. Non il capitalismo in generale ma il capitalismo finanziario scomparirà, è inevitabile, è necessario. 
E chi lo sostituirà? 
La Russia riprenderà il suo ruolo: ha alleati in Medio Oriente e nei paesi dell’America Latina. 
MILITANZA 
Quali sono i talenti di un militante? 
Sono un vecchio comunista, stalinista, e ho scoperto che la maggior parte dei compagni non sono comunisti. Soprattutto i latinoamericani sono comunisti, qualche europeo e anche qualche arabo, ma è una minoranza. La maggior parte sono nazionalisti arabi, nazionalisti siriani, insomma, nazionalisti. Tutto questo dogma di quelli che credono di avere la storia tra le mani, non esiste. La storia è fatta dai popoli nel tempo. Si può essere all’avanguardia dei movimenti storici rivoluzionari ma non siamo noi a dirigere le cose. Si può dare l’esempio ma è il popolo, il movimento di massa alla fine che decide. E le masse non si battono per le élite. 
E quali sono le qualità che considera più importanti in persone che appartengono all’avanguardia rivoluzionaria? 
Spirito di sacrificio prima di tutto. Ci si può sacrificare per i civili, per se stessi e per la propria famiglia. È una guerra fino alla morte e la guerra la vincerà il popolo. 
ITALIA, GRECIA, EURO 
E qual è il contatto tra il popolo e le avanguardie? 
Guarda l’Italia. C’è comunque un’Italia di persone… Beppe Grillo non è un rivoluzionario nel senso che non agisce a titolo organizzativo ma quando il popolo denuncia le cose, lui denuncia, ciò significa che appartiene all’avanguardia, sono rivoluzionari tra virgolette nel senso che lui denuncia delle realtà di corruzione. Hanno organizzato un partito politico, il partito politico si è formato da solo, così, perché le persone votino una protesta contro il sistema, ma non sarà Beppe Grillo a fare la rivoluzione. Ma c’è una situazione che... la gente si ribella. (...) E poi l’euro non è possibile. L’euro è un’idea della banca centrale europea che ha deciso per tutti. Rappresenta il 20% della popolazione. Guarda la Grecia, guarda la crisi finanziaria. Gli stati hanno pagato centinaia di miliardi di euro per aiutare le banche private che sono fallite. Ma perché prestare i soldi del popolo a delle banche private a tassi finanziari particolari per fare regali a istituti che stanno fallendo? È assurdo e continuano a farlo. Come in Francia, l’intolleranza cresce, perché la gente dice che non se ne può più, che il sistema è malsano. 
TRA MITO E REALTÀ 
Il mito di Carlos è ancora vivo? 
Io sono io e il mito è un’altra cosa. 
Ma la gente le scrive lettere? 
Riceve solidarietà? Sì, ma è un po’ difficile per questioni politiche. Non mi permettono molte visite. Comunque me la cavo. Non è così male, non sono troppo lontano da Parigi, posso vedere l’avvocato, Isabel (sua moglie, ndr) quasi ogni settimana, e qui ci sono delle piccole attività lavorative, scolastiche, ci sono dei corsi di letteratura, e trovi dei professori simpatici, persone con cui parlare. Sa, ci si deteriora parecchio in prigione, fisicamente e mentalmente.

Corsera 23.04.14
Gli Illuminati che hanno conquistato i licei francesi
Sempre più studenti credono che esista un’élite segreta che domina il mondo
Di S. Mont.


Corrispondente Parigi. Perché faticare per trovare la propria strada nel mondo, per capirlo o magari provare a cambiarlo se non ci piace? Più rassicurante e comodo pensare che la partita è truccata, che «loro», coloro che detengono davvero il potere dietro la farsa della democrazia, nascondono la verità. C’è un po’ di questo atteggiamento nelle ricorrenti affermazioni elettorali del Front National contro «il partito unico Umps» (unione dei due avversari Ump e Ps), e anche nel notevole successo delle teorie di complotto nelle scuole di Francia.
Un anno fa, uno studio del think tank britannico Counterpoint suggeriva che la metà dei francesi crede alle idee di cospirazione. Oggi Le Monde ha compiuto un viaggio nella scuola della République, e lo ha significativamente intitolato «Maturità, indirizzo complotto»: se i politici tradizionali perdono prestigio e credibilità, lo stesso accade a insegnanti e media. La Storia, in quanto «ufficiale», non può dire la verità. Giornali e tv, in quanto espressione del «sistema», non sono mai attendibili. E quindi tanti ragazzi francesi che presto passeranno il Bac, esame simile alla Maturità italiana, preferiscono pensare che il mondo è stato, è e sarà retto dagli Illuminati.
Ripescati da Dan Brown, immessi nella cultura popolare dal «Codice da Vinci», gli Illuminati sarebbero gli adepti di una società segreta fondata in Baviera nel Settecento con lo scopo di affidare il mondo al governo occulto di una élite di plutocrati senza patria. Nella declinazione oggi in voga nei movimenti populisti europei e secondo l’inchiesta di Le Monde nelle scuole francesi, gli Illuminati sono indistintamente quelli che si ritrovano a Bilderberg, che mettono in scena l’inesistente conquista della Luna o organizzano l’11 settembre; sono quelli che in passato hanno lucrato sulla tratta degli schiavi e adesso tengono nascosta la cura del cancro, quelli che piazzano microchip sotto-pelle o fanno sparire il volo MH370 delle Malaysian Airlines.
Nel 2002 Thierry Meyssan -un francese -ha scritto «L’incredibile menzogna-Nessun aereo è caduto sul Pentagono» (edito in Italia da Fandango), bestseller mondiale e pietra miliare della letteratura cospirazionista. Oggi i suoi connazionali, amici ed eredi spirituali, sono il comico antisemita Dieudonné e il suo ideologo Alain Soral, fondatore del movimento «Égalité & Réconciliation» che predica la riconciliazione tra le frange a suo dire ugualmente sfruttate della popolazione, francesi cattolici e musulmani uniti contro i miliardari ebrei e i burocrati di Bruxelles.
Tanti ragazzi non conoscono questi deliri. Si accontentano di guardare i video di Katy Perry o Rihanna alla ricerca di riferimenti subliminali agli Illuminati, dove la «umbrella» della canzone è la cupola segreta che governa il mondo, o comprano le magliette del marchio Ünkut fondato dal rapper francese Booba che strizza l’occhio alla subcultura cospirazionista.
Benedicte G., professoressa di francese, storia e geografia in un liceo professionale di Nanterre, racconta: «I miei allievi mi hanno chiamato più di una volta Illuminati, l’ultima perché avevo una collana con un triangolo, è grottesco». Al di là del folklore, «molti sentono di essere presi in trappola da un sapere che l’élite vorrebbe imporre loro e noi, in quanto insegnanti e detentori di autorità, siamo i rappresentanti di questa élite (..). Credere che i media, i politici, i loro professori mentano, li deresponsabilizza. Se ne infischiano del loro avvenire, perché tanto secondo loro tutti dicono menzogne».
Non sarà la prima volta che degli adolescenti coltivano quel dolce nichilismo che porta a sentirsi soli contro il mondo ostile. La novità forse sta nel fatto che oggi questi sentimenti sono poi coltivati e canalizzati da partiti politici che fanno dall’avversione generica alle élite e al sistema la loro ragion d’essere. Altro che il rock e i presunti messaggi satanici di un tempo: la contro-cultura oggi comincia con gli Illuminati sui banchi di scuola, e finisce nei Parlamenti.

La Repubblica R2 23.04.14
Gli illuminati
Chi governa il mondo? “Una setta globale dove convivono Rihanna e Le Pen. Loro ci manipolano con messaggi subliminali su YouTube”
Un complotto internazionale l’ultima ossessione nei licei francesi
di Elisa Mignot


PARIGI. ARRIVANO con il contagocce alla riunione del seminario di lettura dei giornali. In questo liceo situato nella parte orientale del dipartimento Seine-Saint-Denis, banlieue parigina, sono una quindicina, soprattutto ragazze, gli studenti che seguono questo laboratorio. Quando chiedo se hanno sentito parlare degli Illuminati, l’ultima moda dei licei francesi, rispondono in coro: «Certo!». E attaccano: «Io ho sentito che era una specie di setta composta per lo più da personaggi importanti che hanno firmato un patto con il diavolo. Sembra che ci manipolino». Un altro liceale aggiunge: «Sì, vogliono dirigere il mondo».
Dove ne hanno sentito parlare? «Su Internet! ». Ci credono? «Io no», «Io neanche. Ma c’è lei che è super esperta». «Sì, io ci credo davvero », ammette una studentessa dell’ultimo anno. «Ho visto dei video su YouTube. Ci sono dei segni sui dollari americani, sugli imballaggi del Kit-Kat, e poi ci sono gli attentati dell’11 settembre». Si inserisce un ragazzo:
«E ne parlano anche in film come Paranormal Activity 4 ». «Ci manipolano attraverso le canzoni, i film, con messaggi subliminali», ipotizza un’altra studentessa. «Io ho smesso di guardare i videoclip dove ci sono i simboli degli Illuminati, come l’occhio, il triangolo…». E chi è che farebbe parte degli Illuminati? «Obama»; «Anche Sarkozy»; «E Jay Z, Rihanna, Beyoncé, Lady Gaga, Kanye West…»; «Anche Le Pen». «Rihanna e Le Pen!», esclama la loro professoressa, Stéphanie P. «Vorrei vederli quando si incontrano!».
La campanella suona per la seconda volta. I liceali restano ancora un momento intorno alla tavola rotonda, piuttosto intrigati dal fatto che l’argomento sia stato evocato ufficialmente. Di solito la loro professoressa di storia e geografia cerca di limitare le discussioni al riguardo. Da un po’ di tempo le sue lezioni sono regolarmente interrotte dall’immancabile «Ma signora, è colpa degli Illuminati!». Che si tratti degli attentati dell’11 settembre 2001 o della carenza di infrastrutture in Mauritania, della schiavitù o della povertà nel mondo, il nome di questa presunta setta viene brandito come spiegazione suprema.
In origine gli Illuminati, detti anche «Illuminati di Baviera», erano una società filosofica nata nel 1776 in Germania, che si richiamava alle idee dell’Illuminismo e predicava un governo mondiale guidato da élite intellettuali mosse da ideali umanistici. La società fu messa al bando nel 1784, ma il suo spettro è perdurato in una letteratura più o meno segreta. Gli Illuminati si sono immischiati nel XXI secolo grazie a libri di fantascienza come i bestseller di Dan Brown, giochi di società, videogame e blog a mai finire. Presso una frangia della gioventù francese hanno trovato un terreno propizio al loro sviluppo. Impossibile quantificare il fenomeno, dato che a tutt’oggi nessuno ha condotto studi di alcun genere al riguardo. Ma sono tanti i professori che non battono ciglio quando chiedi se i loro allievi menzionano questi illuminati. La Missione interministeriale di vigilanza e lotta contro le derive settarie dice di essere «attenta e preoccupata». È stata interpellata da genitori inquieti, ma non può avviare un’inchiesta perché non ci sono né santoni né pratiche né luoghi di culto.
«I miei studenti mi hanno tacciato più volte di far parte degli Illuminati! L’ultima volta perché avevo una collana con un triangolo, che sarebbe un simbolo della setta. È grottesco », racconta Bénédicte G., professoressa di francese e di storia e geografia in un istituto professionale di Nanterre. Come la moda del satanismo o dello spiritismo negli anni 90 e negli anni 2000, questo «illuminatismo» risponde a un desiderio di cercare spiegazioni esoteriche a un’età in cui è naturale mettere in discussione il mondo nel quale si cresce. «Ma è la loro convinzione che mi spaventa», prosegue Bénédicte G. Come lei, anche altri insegnanti osservano che il pubblico più permeabile a queste tesi complottiste spesso è rappresentato da giovani provenienti da ambienti disagiati. È nelle zone a istruzione prioritaria e nelle scuole professionali che i professori sembrano più preoccupati. «Con gli Illuminati », dice Bénédicte G, «ognuno difende la sua sofferenza. Per alcuni sono responsabili della schiavitù, per altri del conflitto israelo-palestinese. È come una rivincita su questa società che vedono come ingiusta».
Pierre-André Taguieff, che ha scritto La Foire aux illuminés (Mille et une nuits, 2005), insiste sul lato plastico e pratico di questa teoria. «La narrazione degli Illuminati ci dà l’impressione di conoscere la causa delle nostre sventure», sottolinea. «Per dei giovani che si sentono vittime, questa grande narrazione esplicativa onnipotente esercita una grande attrattiva: hanno trovato i loro colpevoli. Gli Illuminati inglobano i capitalisti, i massoni, gli ebrei, i monarchi, le cerchie di uomini politici, le società pseudosegrete, la finanza internazionale, i banchieri e così via».
Ecco l’aspetto forse più inquietante: la parola «Illuminati» è spesso seguita da affermazioni antisemite e negazioniste. «Questi giovani si fanno la loro cultura storica sul Web e si imbattono in video che gli spiegano il mondo in venti minuti con tanto di buoni e di cattivi», osserva Rudy Reichstadt, direttore del sito Conspiracy Watch, un osservatorio sulle teorie del complotto. «L’effetto può essere molto gratificante per giovani che vanno male a scuola, in questo modo acquisiscono un discorso politico proprio». Secondo Reichstadt, c’è un grosso lavoro da portare avanti sull’apprendimento (in particolare della storia) e anche sullo status delle informazioni che si raccolgono sulla Rete. «Abbiamo a che fare con una generazione che a volte fatica a distinguere le fonti affidabili dalle altre. Per esempio tendono a prendere per oro colato tutto quello che leggono su Wikipedia, qualunque sia l’argomento!», dice desolato.
Stéphane François, frequentemente citato su Conspiracy Watch, studia le destre radicali. Per lui il fenomeno, anche se sembra essere appannaggio di una gioventù depoliticizzata, non è scollegato da una sfera politicamente ben precisa. «Questi discorsi sono molto influenzati da personaggi come Dieudonné e Alain Soral», osserva il politologo. «I miei studenti non hanno letto Soral, ma lo hanno visto su internet!». Questo ideologo di estrema destra, molto vicino al comico condannato per antisemitismo, sostiene che il mondo è dominato da un’oligarchia finanziario- americano-israeliana che chiama «l’impero». Gli Illuminati sono una versione semplificata, più abbordabile per i giovani? «Soral non parla propriamente degli Illuminati, ma come altri imprenditori del complotto, riprende i codici di questa controcultura », osserva Rudy Reichstadt. «Oggi il cospirazionismo non è solo un’ideologia, è anche un business». (Le Monde/la Repubblica Traduzione Fabio Galimberti)