giovedì 19 ottobre 2017

"Nonostante Laclau. Populismo ed egemonia nella crisi della democrazia moderna": da questa settimana in libreria



"Nonostante Laclau. Populismo ed egemonia nella crisi della democrazia moderna": da questa settimana nelle librerie

Stefano G. Azzarà: Nonostante Laclau. Populismo ed egemonia nella crisi della democrazia moderna, Mimesis 2017

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Le mani di Repubblica sull'Ottobre russo: la 12esima e ultima puntata del reportage di Ezio Mauro



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Le mani di Repubblica sull'Ottobre russo: la 12esima e ultima puntata del impotente di Ezio Mauro



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L'egemonia immaginaria: il Gramsci idealista, cosmopolita e politicamente imbranato dei nostri decenni

Risultati immagini per gramsciIncontri Gramsci nello spazio europeo 
INCONTRI. Si conclude oggi Gramsci in translation: crisis, hegemony and revolution’s in today’s Europe, organizzato dal gruppo Gue/Ngl in collaborazione con la International Gramsci Society Italia presso la sede del Parlamento europeo di Bruxelles 
Eleonora Forenza e Guido Liguori Manifesto 19.10.2017, 0:02 
Gramsci entra nel Parlamento europeo, o meglio «fa irruzione» nelle aule di Bruxelles, a partire dall’urgenza di una rottura nel presente: dalla necessità di ripensare la rivoluzione nello spazio europeo contemporaneo e di reinventare il progetto europeo rompendo la governance neoliberista e i processi di passivizzazione di massa che connotano l’architettura economica e istituzionale dell’Unione europea.
Radicare un lavoro di traduzione delle parole di Gramsci nello spazio europeo e a partire dalle domande dal presente, ripensare le forme di una lotta per l’egemonia nella crisi del neoliberismo (o nel capitalismo come continua crisi-ristrutturazione): è una sollecitazione che ci viene dall’America latina, dove l’utilità teorica e politica di Gramsci nella conoscenza-trasformazione del presente è diffusamente praticata, così come nel dibattito politico spagnolo. Ed è una sollecitazione che emerge soprattutto da un pensiero politico, quello gramsciano, che ha fatto della traduzione e della traducibilità un suo architrave: a partire dalla traducibilità del metodo della rivoluzione tra Oriente e Occidente, tra passato e presente. 
Gramsci in translation: crisis, hegemony and revolution’s in today’s Europe, organizzato dal gruppo Gue/Ngl in collaborazione con la International Gramsci Society Italia presso la sede del Parlamento europeo di Bruxelles (nelle giornate di ieri e oggi), è un primo esperimento di un lavoro di traduzione di Gramsci tra passato e presente nello spazio europeo che la Igs Italia intende promuovere.
Un’occasione che sta mettendo a dialogo studiose e studiosi di Gramsci, parlamentari eureopee/i di diverse delegazioni e partiti (Altra Europa, Izquierda Unida, Partito della sinistra europea, Rifondazione comunista, Unità popolare, Bloco de Izquierda, Die Linke, Podemos). Abbiamo pensato a questo incontro e a questo metodo anche perché ci pare necessario ritradurre la diade gramsciana specialista + politico: sottrarci oggi alla riduzione della politica a tecnicalità specialistica che amministra l’esistente e alla riduzione della ricerca a un iper-specialismo che la neutralizza. 
La domanda che proveremo a tradurre nella Europa di oggi è quella alla base della riflessione carceraria: «come si forma il movimento storico sulla base della struttura?», articolando la discussione in quattro panel. Come si può interpretare e combattere l’intreccio tra restaurazione neoliberista e la forma di gigantesca rivoluzione passiva che essa assume in Europa, dove la governance agisce sia sottraendo il progetto europeo all’azione delle classi subalterne sia continuando a dispiegare i propri apparati egemonici attraverso lo Stato-nazione? Come possono le classi subalterne praticare autodeterminazione: rideclinando il popolare-nazionale, interpretando la ragione populista o immaginando un cosmopolitismo di tipo nuovo nello spazio europeo? Come si forma il senso comune oggi? E, dunque, come si può costruire un nuovo senso comune alla luce della inedita pervasività della disciplina neoliberista e del suo apparato massmediatico? 
Infine, ottanta anni dopo la morte di Gramsci e cento anni dopo l’Ottobre, come ripensiamo la rivoluzione nella crisi dell’Unione europea? Come si combatte una lotta per l’egemonia sul significante Europa?
Nel ritradurre il problema della rivoluzione tra Oriente e Occidente come guerra di posizione, Gramsci riflette sui processi di formazione della personalità, sulla formazione delle volontà collettive, sulla materialità della lotta per l’egemonia qualificandoli spesso con un aggettivo: molecolare. Molecolare è oggi il lavoro politico che dobbiamo compiere per connettere condizione e coscienza, sociale e politico, lotte e conflitti contro la disgregazione (altra parola chiave nel lessico gramsciano, non a caso a partire dalla Questione meridionale, che oggi ha assunto anche una dimensione continentale) che il neoliberismo produce sempre più intensamente.
Infine, partire dal presente significa anche confrontarsi col movimento che oggi con più forza tenta una traduzione tra dominio di classe, di genere, di razza: il movimento trans-femminista, soggetto di una trans/lation che ha dimensione mondiale. La vita è sempre rivoluzione: è una frase che Gramsci ha scritto nel 1917 e ha praticato durante tutta la sua esistenza. Ora sta a ciascuna e ciascuno di noi tradurla nel presente, nelle nostre vite.

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A Cassino un convegno sulle avanguardie artistiche della Rivoluzione russa. Riletta però "alla luce del pensiero di Hannah Arendt"...



L’orchestrazione dello shock sensoriale 
Avanguardie russe. I «rivolgimenti» nei linguaggi delle arti, dall’Ottobre 1917. Martedì 24 e mercoledì 25, in un convegno a Cassino, le sperimentazioni tra pittura, teatro, letteratura e cinema negli anni della Rivoluzione 

Pietro Montani Manifesto 19.10.2017, 0:03 
La Rivoluzione del 1917 modificò i linguaggi dell’arte: difficile negarlo, se si guarda in particolare al cinema. Nel 1923 Dziga Vertov pubblicava su Lef, la rivista di Majakovskij, il suo più importante manifesto programmatico, I Cineocchi. Un rivolgimento. La parola piuttosto inusuale che compare nel titolo – Perevorot (rivolgimento) – ci informa che Vertov doveva avere in mente una rotazione di 180 gradi, e non di 360, come nel caso della «rivoluzione» intesa in senso astronomico. Una svolta radicale, dunque, che non prevede nessuna forma di ritorno all’ordine. Vero è che il semplice schema del rovesciamento non significa granché se non gli si dà un contenuto. Vertov, che non era un teorico, ci provò col film che stava girando in quei mesi, Kinoglaz (Cineocchio), e che presentò come un autentico atto di guerra contro la cinematografia corrente, a suo dire puro e semplice teatro filmato. 
IN REALTÀ, e con un buon decennio di anticipo, il contenuto del «rivolgimento» di Vertov stava dando una fisionomia ben definita alla tanto celebre quanto enigmatica «politicizzazione dell’arte» di cui avrebbe parlato Walter Benjamin nel suo saggio sulla riproducibilità tecnica. Benjamin conosceva alcuni film di Vertov, ma è un peccato che non ne avesse letto anche i pochi scritti programmatici: avrebbe visto che il «rivolgimento» di cui si parla nel manifesto uscito su Lef si può interpretare in diversi modi (per esempio nel senso della cosiddetta «fine dell’arte»), ma anche che il suo vero senso politico si fa chiaro solo grazie a un’altra parola d’ordine messa in circolazione dal cineasta e dal suo gruppo: la cinematizzazione (kinefikacija) delle masse. 
CHE COSA INTENDEVA Vertov con questo slogan? Due cose. Non solo un progetto di attiva alfabetizzazione riferito al nuovo mezzo tecnologico, che secondo lui chiunque avrebbe potuto e dovuto imparare a usare per entrare in una grande rete di condivisione, ma anche un programma capace di valorizzare l’esperienza delle immagini resa possibile dalla stretta relazione che, a suo dire, si sarebbe venuta a formare tra l’essere umano e l’occhio meccanico. 
Il punto qualificante, qui, non è che l’occhio meccanico vede di più e meglio dell’occhio biologico: questa fu piuttosto la (mediocre) versione futurista della tecnicità del cinema. Il punto è che vede in modo tale da esaltare alcune caratteristiche, essenziali ma inavvertite, della visione stessa. Prima tra tutte la sua reversibilità. Anticipando un tema che sarebbe diventato nodale nella filosofia europea di quegli anni (e penso in particolare alla fenomenologia) Vertov sottolineava che l’occhio umano tecnicamente attrezzato vede solo in quanto è anche oggetto della visione altrui, essendo immerso in un ambiente mediale di cui è al tempo stesso parte passiva e attiva. 
Il film con cui Vertov inaugurò il progetto politico del Kinoglaz (che ne prevedeva altri sei) va collocato su questo sfondo, pena la sua totale incomprensione. Il titolo era: La vita colta in flagrante. Il suo scopo: una primissima raccolta, sostanzialmente casuale, di materiali documentari sui quali il progetto prevedeva di ritornare ripetutamente non solo per svilupparli in molte direzioni ma anche per sollecitare la collaborazione di un gruppo di corrispondenti: una rete di «Cineocchi» (Kinoki) estesa a tutte le Repubbliche dell’Unione. Il progetto tuttavia si fermò a questa prima uscita (che si chiude con la didascalia 2.000 metri di Kinoglaz) perché l’ente cinematografico di stato gli tagliò i fondi.  Sciopero di Ejzenštejn 
I RISVOLTI POLITICI dell’intuizione di Vertov sulla cinematizzazione sono essenzialmente due. Il primo è quello di aver proiettato l’innovazione tecnica su uno spazio intimamente pubblico e plurale, secondo una concezione della politica che si può rileggere alla luce del pensiero di Hannah Arendt. Il secondo, ancor più originale, è quello di aver percepito che il compito prioritario di questo pluralismo «tecnicamente assistito» dovesse consistere nella condivisione delle esperienze di lavoro in quanto esperienze responsabili di diverse forme di vita e di cultura materiale, rapporti sociali di produzione e ordinamenti giuridici, obiettivi sindacali e programmi emancipativi. E qui l’indice della dimensione politica assume quella forma che l’ultimo Lukács, memore del suo giovanile Storia e coscienza di classe, avrebbe definito come la «missione defeticizzante» con cui le arti funzionano da anticorpo al «feticismo delle merci».
Per una felice coincidenza nello stesso anno in cui uscì Kinoglaz Sergej M. Ejzenštejn presentò il suo primo film, Sciopero (Stacka), accompagnandone l’uscita con alcuni testi teorici importanti, tra cui particolarmente significativo Il montaggio delle attrazioni cinematografiche. Ejzenštejn aveva introdotto il concetto di «attrazione» in un celebre manifesto dell’anno precedente, riferito a uno spettacolo teatrale di cui fu regista e scenografo: vi si legge che «la materia prima dello spettacolo è lo spettatore» e che il compito specifico del teatro di agitazione consiste nel modificarne l’apparato psichico rendendolo più plastico e più disponibile a riorganizzarsi, anche e soprattutto in un senso politico-ideologico. 
LO STRUMENTO DECISIVO di questa riorganizzazione sarebbe appunto, l’attrazione, vale a dire qualsiasi elemento dello spettacolo che sia in grado di esercitare un’azione sensoriale imprevista e violenta sullo spettatore tale da farlo entrare in un regime percettivo diverso dal solito: capace di «disautomatizzare», come dicevano in quegli anni i teorici del «metodo formale», i suoi codici e le sue condotte abituali.
Dell’attrazione due sono gli aspetti prevalenti: il primo sta nel carattere del tutto eterogeneo dei materiali utilizzati. Il montaggio delle attrazioni non è solo una sequenza di shock, ma anche di eterogenei, oggi diremmo un coinvolgimento sensoriale e intellettuale plurimo – «multimodale» e «intermediale». 
Il secondo aspetto è che questo lavoro di disautomatizzazione percettiva viene concepito da Ejzenštejn come un dispositivo da cui ci si può aspettare una complessiva rielaborazione del giudizio politico proprio in forza del fatto che il suo modo di operare è contiguo ai livelli più profondi del «pensiero sensoriale», alla zona, cioè, in cui le immagini si intrecciano con i concetti. Così il progetto di Sciopero fu concepito come la messa in fase di un apparato spettacolare in grado di rielaborare cognitivamente ed emotivamente due concetti politico-economici come quelli dello sciopero e della lotta clandestina, allestendone dunque una esperienza nuova. 
Ejzenštejn stava dunque procedendo a un completo rimodellamento dello spazio della rappresentazione che, senza ricorrere a una trama narrativa in senso tradizionale, ma anche senza rifiutarne pregiudizialmente le risorse, non esitava a servirsi di qualsiasi elemento formale per intonare la grande orchestrazione semiotica da cui egli si aspettava una «azione efficace» sul sistema nervoso e sulle valutazioni politiche del suo spettatore. 
È COSÌ CHE DOBBIAMO rileggere Sciopero: un film inclassificabile e sprovvisto di qualsiasi coerenza che non sia riconducibile al paradossale rispetto di un principio costruttivo che non è estetico o stilistico ma immediatamente politico. Tempo qualche anno e Ejzenštejn avrebbe trovato nelle tesi innovative del suo amico e collaboratore Lev S. Vygotskij un saldo terreno scientifico per ridimensionare le sue pretese rivoluzionarie senza abbandonarne l’orientamento trasformativo di fondo. Se l’esperienza dell’arte non ci modificasse, infatti, avrebbe fallito il suo compito. 
Ejzenštejn e Vertov si combatterono in modo duro e irriducibile, per motivi che oggi ci sembrano futili. Il primo considerò ingenua e maldestra la scomunica dell’arte sbandierata dall’altro. Il secondo non perdonò al rivale di aver mescolato fiction e documento, inquinando la presunta purezza della nuova risorsa tecnologica. Non serve un grande sforzo di immaginazione, tuttavia, per arrivare alla conclusione per cui, nelle condizioni del nostro attuale commercio con le immagini prodotte tecnicamente, le rispettive teorie del cinema politico si sono fatte ampiamente coordinabili. E preziose. Un altro aspetto, piuttosto, sembra più importante da sottolineare: sia Ejzenštejn che Vertov concepirono il lavoro con le immagini come una manifestazione diretta della lotta politica, un conflitto in cui ne andava del futuro di un’intera cultura. Quando prendiamo posizione nella querelle (spesso stucchevole) sull’uso delle immagini in rete non dovremmo mai dimenticare che quel conflitto e tuttora in atto e si è fatto ancor più virulento. 

SCHEDA 
L’impatto della rivoluzione d’Ottobre sul corso della storia e sulla filosofia politica è un fatto innegabile. Meno ovvio, ma altrettanto innegabile, è il peso che il 1917 ha avuto nelle scienze umane, nei modi di fare e di concepire la letteratura, la pittura, il cinema, il teatro. Al di là delle posizioni assunte dai singoli artisti e intellettuali rispetto ai programmi bolscevichi, è indubbio che lo spartiacque del ’17 ha gettato una luce diversa, in Russia come in Occidente, tanto sulle sperimentazioni delle avanguardie quanto sulle forme più tradizionali di scrittura e di pensiero, riqualificandone le ambizioni e la portata etica. A questi temi l’Università di Cassino dedica il 24 e il 25 ottobre un convegno intitolato «I linguaggi della rivoluzione», curato da Raissa Raskina e Franco De Vivo, durante il quale, tra gli altri, interverranno Mario Capaldo, Guido Carpi, Valerio Magrelli, Pietro Montani, Paolo Virno. 

La sgarbizzazione della fruizione dell'arte in Italia e un mucchio di croste in circolazione



American War di Omar El Akkad: la seconda Guerra civile americana

American WarOmar El Akkad: American War, Rizzoli, pagg. 448, euro 22,


Risvolto
«Nella luce vermiglia del crepuscolo, i Chestnut entrarono in quell’immensa favela fatta di tende che, fino alla notte del grande massacro, sarebbe diventata la loro città.»Quando scoppia la guerra civile, nel 2074, Sarat Chestnut ha solo sei anni, eppure sa già perfettamente che il petrolio è fuorilegge, che metà della Louisiana, dove vive, è sommersa dalle acque del mare e che i Corvi, minacciosi droni che solcano il cielo, non sono lì per proteggere lei e i suoi fratelli. Il giorno in cui la guerra arriva a lambire la loro casa, la famiglia fugge nel cuore del territorio dei Rossi, i secessionisti, fino a Camp Patience, un immenso accampamento per le decine di migliaia di profughi del Sud.È qui che Sarat diventerà adolescente e poi donna, abbandonando i giochi da maschiaccio e i sogni da bambina per scoprirsi improvvisamente troppo adulta. È qui che incontrerà un misterioso uomo, Gaines, che le aprirà gli occhi sulle ingiustizie che la sua gente subisce per mano dei soldati Blu dell’Unione. Ed è sempre qui, dopo il terribile massacro che spazzerà via le ultime speranze di una vita normale, che Sarat imparerà il sapore della violenza e della vendetta.American War è uno spaccato crudele e senza riserve sull’incommensurabile rovina che la guerra porta nella vita di una nazione, di una comunità, di una famiglia, di un singolo individuo. L’esordio di Omar El Akkad, «intenso e terrificante» come lo ha definito il Washington Post, ci mostra un futuro molto vicino, un paesaggio immaginato eppure sempre più realistico, lo scatto vivido, inquietante, di cosa potrebbe accadere se gli Stati Uniti usassero su se stessi le loro devastanti politiche, contro gli americani le armi dei loro eserciti.

mercoledì 18 ottobre 2017

Rosario Villari 1925-2017



Risultati immagini per Rosario villari
Rep

Nostro Furet, Corriere


Tradotto il libro di Greengrass sulla Riforma protestante e le sue conseguenze. Il parere del Nostro Toynbee

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Gnoli intervista Antonio Pappano



"Figures pissantes" nell'arte


Urbinati vede i populismi di destra in Europa ma non il "fascismo" atlantico


Ancora novità sulle onde gravitazionali



Le onde gravitazionali aprono una nuova era di racconti galattici 
SCIENZA. Per la prima volta, con 70 telescopi, gli astronomi hanno osservato lo scontro tra stelle di neutroni 

Luca Tancredi Barone Manifesto 17.10.2017, 0:01 
Una nuova era, l’era della “cosmologia delle onde gravitazionali” è cominciata. L’ha detto ieri Laura Cadonati, la vice portavoce di Ligo, l’osservatorio di onde gravitazionali negli Stati Uniti che lavora in collaborazione con l’italo-francese Virgo, vicino a Pisa, nella conferenza stampa più attesa dalla comunità di fisici e astrofisici del mondo. Già, perché il 2017 è decisamente l’anno delle onde gravitazionali, che si erano già meritate qualche settimana fa il premio Nobel per la fisica (https://ilmanifesto.it/fisica-il-nobel-non-puo-sfuggire-alle-onde-gravitazionali/). E perché ormai anche la scienza dura è glamour, fa conferenze stampa in streaming mondiale, con ostentazione di fair play fra le diverse squadre di ricercatori e grande presenza di protagoniste femminili, e pubblica ben 7 articoli scientifici coordinati con migliaia di autori (https://www.ligo.caltech.edu/page/detection-companion-papers).Tutti accessibili liberamente già da ieri, evviva l’open science. 
La notizia che è stata resa nota ieri, dopo che si erano rincorse per settimane voci su questo risultato strabiliante, è che per la prima volta la rilevazione di un’onda gravitazionale – è solo la quinta – è stata seguita da una serie di rilevazioni dello stesso oggetto celeste in tutte le lunghezze d’onda dello spettro elettromagnetico della luce. 
Le onde gravitazionali hanno aperto cioè una nuova era dell’osservazione del cosmo. Paragonabile al salto che venne fatto quando dall’occhio nudo si passò a osservare il cielo con un telescopio, o oltre alla luce visibile si iniziò a osservare l’universo con gli occhiali delle frequenze invisibili, come l’infrarosso, i raggi gamma, o le onde radio. La storia inizia 130 milioni di anni fa, nella galassia NGC4993 nella costellazione di Idra, nell’emisfero nord. Due stelle di neutroni, cioè due stelle nelle ultime fasi della loro vita, orbitavano una intorno all’altra sempre più vorticosamente, fino a scontrarsi. Tanto per farsi un’idea, le stelle di neutroni sono gli oggetti più compatti che esistono, così compatte che sono appunto fatte di neutroni. In pochi chilometri di diametro possono racchiudere la massa del sole, e un cucchiaino della sua materia pesa più di dieci milioni di tonnellate. 
Lo scontro fra due oggetti di questo tipo, secondo tutti i modelli messi a punto dagli astrofisici ma finora mai osservati direttamente, genera una quantità di energia enorme che a sua volta provoca una serie di effetti visibili a milioni di anni luce di distanza. Come in questo caso: le due stelle si scontrarono quando ancora i dinosauri passeggiavano sulla terra, e gli effetti di questo evento ci hanno raggiunto solo il 17 agosto scorso verso le 9 di mattina. Ma non solo: secondo quanto previsto da Einstein cento anni fa, un evento del genere provoca un arricciamento della curvatura dello spazio: un’onda gravitazionale, sufficientemente significativa da essere osservabile. 
Ma solo oggi. Perché fino a pochi mesi fa, quando gli osservatori Ligo e Virgo hanno iniziato a lavorare assieme, non eravamo in grado di rilevare queste sfuggentissime onde con tanta precisione. 
Grazie alla coordinazione fra i due strumenti, è stato possibile circoscrivere la zona di cielo dove doveva essere avvenuta l’esplosione. La difficoltà di questa impresa consiste nel fatto che una volta identificata la zona da osservare, trovare il proverbiale ago nel pagliaio è complicato. Bisogna infatti essere rapidissimi: il pagliaio – le galassie – è molto grande, e l’ago diventa sempre meno brillante, perché la luminosità dell’esplosione tende a scemare, in maniera progressiva nelle diverse lunghezze d’onda. Ma stavolta nelle ore e settimane seguenti una settantina di telescopi sparsi sulla terra e alcuni anche in orbita hanno cominciato a osservare intensamente l’area. E per la prima volta gli astronomi hanno osservato il puntino dell’esplosione cosmica a partire dall’avviso lanciato da un’onda gravitazionale, fino a poterlo ritrarre in tutte le fasi, dall’energia più alta (i raggi gamma) fino alle onde radio (la coda di energia che si mantiene più a lungo nel tempo). 
In questo modo non solo sono riusciti a confermare i modelli su cui lavorano da anni per descrivere questo tipo di fenomeni esplosivi. Ma hanno anche osservato per la prima volta una “kilonova”, cioè un oggetto stellare, prodotto dello scontro delle stelle di neutroni, che produce gli elementi più pesanti del ferro (prodotto dall’esplosione di supernove): metalli come l’oro, il platino, l’uranio. L’osservazione della zona ha confermato che ce n’è circa il 5% della massa del sole. Un bel tesoro d’oro e altri metalli rari. 
Grazie alle numerose osservazioni in tutte le frequenze, gli astronomi hanno potuto costruire un modello che le spiegasse coerentemente, compreso il fatto che in alcune bande di frequenza, l’intensità era inferiore al previsto: è che noi stiamo osservando il getto in modo obliquo. 
Nanda Rea, dell’Istituto di scienza dello spazio del Csic (Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo) e dell’Università di Amsterdam, nonché vincitrice della prestigiosa Medaglia Zeldovic dell’Accademia russa delle scienze per i suoi studi sulle stelle a neutroni è entusiasta. “Aspettavamo questo momento da molte settimane, per me è stato emozionantissimo”, spiega. “È la conferma che molti i modelli sulle stelle di neutroni funzionano bene. Non vedo l’ora che le onde gravitazionali ci aprano nuove strade e ci diano nuovi problemi da risolvere”.