venerdì 18 maggio 2012
Ripubblicata l'edizione Backhaus dei Grundrisse di Marx
Presto da Mimesis, dopo la Distruzione della ragione, la ristampa anastatica dei Prolegomeni e dell'Ontologia di György Lukács [SGA].
Karl Marx: Gründrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, a cura di G. Backhaus, Pgreco editore
Marx elaborò copiosi manoscritti nel 1857-59,
1861-63 e 1864-65: tra questi i Gründrisse occupano senz'altro il posto
principale, in quanto è in essi che per la prima volta si elabora a
grandi linee la teoria del plusvalore, nonché il punto d'avvio
dell'analisi del modo di produzione capitalistico: il concetto di merce.
I "Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica"
vengono pertanto considerati l'anello di congiunzione tra il giovane
Marx dei "Manoscritti economico-filosofici del 1844" e il Marx maturo de
"Il Capitale". La specificità dei Gründrisse risiede nel fatto che in
essi è evidente la necessità di passare dalla scoperta della legge del
plusvalore alla costruzione d'un sistema categoriale del modo di
produzione capitalistico. Questi quaderni raccolgono una parte
costitutiva importante del fondamento materiale su cui poi Marx andrà a
costruire la sua teoria economica. Sua tesi fondamentale è che la storia
dell'economia politica borghese è lo specchio della storia del
capitalismo, e perciò essa rappresenta per il filosofo di Treviri una
delle parti principali per l'indagine complessiva del modo di produzione
capitalistico. Vi si trovano dunque ricchissime analisi delle opere
degli economisti classici e la loro più feroce e corrosiva critica.
ITALIA OGGI
Un manifesto per un nuovo Secolo Americano
Ma il vero primato americano - quel primato che può consentire agli Usa di conservare la leadership planetaria - è, ovviamente, quello militare [SGA].
Daniel Gross: Better, stronger, faster. The Myth of American Decline . . . and the Rise of a New Economy, Free Press
Financial meltdown, a deep recession, and political polarization—combined with strong growth outside the
United States—have led to a global bubble of pessimism surrounding
America’s economic prospects. Bloated with debt, and outpaced by China
and other emerging markets, the United States has been left for dead as
an economic force. But in this time of grim predictions, Daniel Gross,
Yahoo! financial columnist and author of Dumb Money, offers a
refreshingly optimistic take on our nation’s economic prospects,
examining the positive trends that point to a better, stronger future.
Widely respected for his Newsweek and Slate coverage
of the crash and the recovery, Daniel Gross shows that much of the talk
about decline is misplaced. In the wake of the crash, rather than
accept the inevitability of a Japan-style lost decade, America’s
businesses and institutions tapped into the very strengths that built
the nation’s economy into a global powerhouse in the first place: speed,
ingenuity, adaptability, pragmatism, entrepreneurship, and, most
significant, an ability to engage with the world. As the United States
wallowed in self-pity, the world continued to see promise in what
America has to offer—buying exports, investing in the United States, and
adopting American companies and business models as their own. Global
growth, it turns out, is not a zero-sum game.
Better, Stronger, Faster is
an account of the remarkable reconstruction and reorientation that
started in March 2009, a period that Gross compares to March 1933—as
both marked the start of unexpected recoveries. As the U.S. public
sector undertook aggressive fiscal and monetary actions, the private
sector sprang into action. Companies large and small restructured,
tapped into long-dormant internal resources, and invested for growth, at
home and abroad. Between 2009 and 2011, as Europe struggled with a
cascade of crises, the U.S. got back on its feet—and began to run.
Through
stories of innovative solutions devised by policy makers, businesses,
investors, and consumers, Gross explains how America has the potential
to emerge from this period, not as the unrivaled ruler of the global
economy but as a healthier leader and an enabler of sustainable growth.
Migliore, più forte e più veloce: un saggio ribalta la sfiducia diffusa (ma infondata) sul futuro della Superpotenza, più in forma degli alleati occidentali ma anche vincente nei confronti di Cina, India e Brasile
GIANNI RIOTTA La Stampa 17/05/2012
Una storia dell'Autonomia operaia in Italia
Marcello Tarì: Il ghiaccio era sottile.
Per una storia dell'Autonomia, DeriveApprodi, pp. 214, euro 16
Nel turbinio dei sommovimenti sociali e politici
degli anni Settanta, l’Autonomia è riuscita a mettere insieme Marx con
l’antipsichiatria, la Comune di Parigi con la controcultura, il dadaismo
con l’insurrezionalismo, l’operaismo con il femminismo e molto altro
con molto altro ancora. Ma, soprattutto, nel suo agire l’Autonomia ha
rappresentato una discontinuità profonda con le pratiche del Movimento
operaio ufficiale. Essa non è stata un’organizzazione, bensì una
molteplicità che si organizzava a partire da dove viveva, da dove
lavorava o studiava. Nell’Autonomia hanno infatti convissuto tante
specifiche autonomie: degli operai, degli studenti, delle donne, degli
omosessuali, dei prigionieri, di chiunque scelse – a partire dalle
proprie contraddizioni – la via della lotta contro il lavoro salariato e
lo Stato, la via della sovversione della vita.
Se il Movimento degli anni Settanta finì per soccombere alle forze
congiunte della macchina statale e del Partito comunista, la storia
dell’Autonomia è quella di un’avventura rivoluzionaria la cui
incandescenza è più che mai attuale.
Dalla postfazione all’edizione italiana
[...] I movimenti autonomi ci hanno mostrato che il dispiegamento
della negatività non è la «prefazione» del futuro. Questo significa che
la furia della rivolta non è separata dall’intelligenza che costruisce
la possibilità di vivere altrimenti. La cooperazione che vive nel
sabotaggio della metropoli è la stessa che è capace di costruire una
comune. Saper innalzare una barricata non vuol dire molto se allo stesso
tempo non si sa come vivere dietro di lei. Abbiamo tanto da imparare,
in un senso come nell’altro.
Gli affetti che circolano tra dei compagni e delle compagne non sono
suddivisi tra un dentro e un fuori: si dispiegano e si inclinano a
seconda delle situazioni che sono in grado di vivere. Una situazione
rivoluzionaria è quella situazione in cui disarticolazione dell’ambiente
nemico e frammenti di comunismo circolano anarchicamente, in cui vibra
un’intensità capace di concentrarsi su di un azione offensiva alla
stessa maniera in cui fa avanzare l’abitabilità di un mondo. La
situazione rivoluzionaria allora non è solamente ciò attraverso cui si
contorna meglio l’oggetto delle ostilità, ma è ciò che fa sì che
l’amicizia ridiventi finalmente un concetto politico.
La retorica antagonista sul «ritorno nei territori» è insopportabile:
non esiste nessun territorio a prescindere dalla capacità di lotta, così
come non esiste capacità di offensiva senza la presenza di basi
materiali. Altrimenti l’unico vero ritorno sarà quello verso il nulla.
Solamente l’incrociarsi di un conflitto diffuso con la sperimentazione
locale di una forma-di-vita può «fare il territorio». Difatti il
lamentoso ritornello del «ritorniamo ai territori» riappare ogni
qualvolta, magari dopo un momento di rivolta molto intenso, non si sa
che fare poiché non solo non c’è il coraggio di approfondire quel
momento di sospensione ma non si ha nessun vero legame con delle
situazioni viventi e nessuna amicizia politica con cui condividere uno
spazio qualsiasi. Se, ad esempio, un «quartiere liberato» è un quartiere
in cui i rapporti mercantili hanno poca o nessuna presa, un luogo
dentro il quale l’economia dei dispositivi smette di funzionare, ovvero
la fine del deserto sociale, autonomia significherà innanzitutto darsi i
mezzi materiali ed elaborare le relazioni affettive che permettono a
questa indipendenza di durare e diffondersi. In questo senso non si
tratta tanto di «occupare» luoghi, territori o altro ancora, bensì di
liberare questi dall’occupazione della polizia e delle relazioni
mercificate che, tramite i dispositivi, ne sanciscono l’inabitabilità
poiché funzionano separando volta a volta l’oggetto dal suo uso, la
parola dal suo potere, il pensiero dall’azione, l’immagine dalla sua
passione, e così via. Ogni passo in avanti nel rovesciamento di questi
ostacoli all’abitare il mondo è una possibilità di intensificazione del
comunismo. «Autonomia diffusa», ieri come oggi, vuol dire la diffusione
ovunque di pratiche che mentre sperimentano la condivisione siano in
grado di rompere l’accerchiamento dei dispositivi che si oppongono alla
sua realizzazione.
Non vi è nessun «bene comune» separato dall’uso comune che si può fare
dei mondi che abitano i corpi e dei corpi che li attraversano. Per
questo vivere il comunismo è anche mettere in discussione ogni genere di
diritto proprietario: non alla proprietà comune ma a un uso fuori dal
diritto va commisurato il suo essere in atto. Del socialismo ne abbiamo
avuto davvero abbastanza e finché ci si aggirerà nei dintorni della
metafisica della proprietà e del diritto non si riuscirà a intravedere
la fine della civiltà del capitale. Ogni qualvolta siamo in grado di
deporre il diritto e di liberare l’uso quella fine è più prossima.
Uscire dal paradigma dell’economia va necessariamente di pari passo con
la sovversione di quello del governo.
Dovrebbe essere evidente che ogni volta che si dice comunismo non si
tratta affatto solo di oggetti da produrre o di macchine per produrre ma
di una relazione alle cose, alle macchine, alle piante, al mondo, in
cui circolano degli affetti e dei corpi i quali accedono a una
forma-di-vita che si determina materialisticamente come comune. È l’uso
solamente che permette di liberare in ogni oggetto e in ogni corpo, in
ogni parola e in ogni immagine la forma-di-vita attraverso cui un comune
si singolarizza e viceversa, cioè di lasciar essere la sua stessa
libertà. La questione del comunismo consiste nell’elaborazione dell’uso
tra quelli che abitano e condividono uno stesso mondo.
Infine, non si può possedere o volere il comunismo: esso avviene gratis. [...]
MOVIMENTI
ARTICOLO Mauro Trotta il manifesto 2012.05.18 - 11 da dirittiglobali
Sospiro di sollievo per il libro di Luciano Canfora su Gramsci
La recensione di Paolo Mieli uscita qualche tempo fa sul Corriere della Sera aveva fatto temere il peggio. Sembra che anche Luciano Canfora si fosse accodato alla recente storiografia su Gramsci, volta a traslare il pensatore sardo, di volta in volta, nell'ambito del liberalismo, del trotzkismo, dell'intolleranza violenta, del doppiogiochismo in favore dei nazisti, ecc. ecc.. Stando a quanto emerge dalla lettura di Nunzio Dell'Erba - e in attesa di leggere il libro - pare che non sia così: siamo all'interno del buon vecchio paradigma togliattiano. Una buona notizia, ogni tanto [SGA].
Luciano Canfora: Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno, Roma 2012, pp. 304
Il volume si
inserisce nell’ampio dibattito in corso sulla figura di Gramsci e lo
arricchisce affrontando un tema non molto frequentato dalla pur ricca
pubblicistica: la riflessione che egli venne maturando e perfezionando,
durante il decennio della sua detenzione, intorno alla natura e alle
prospettive storiche del fascismo, non solo italiano. La
riconsiderazione di questo aspetto del pensiero gramsciano conduce
anche, nel corso del libro, a porre sul tappeto la questione del
giudizio che Gramsci viene affinando intorno all’altra esperienza
centrale del Novecento, quella sovietistica. Somiglianze e differenze
tra i due contrapposti sistemi sono continuamente presenti alla sua
vigile attenzione critica. Da ultimo va rilevato che una considerazione
scientifica del fenomeno fascista, con cui Gramsci si misura nel corso
della complessa elaborazione dei Quaderni, porta con sé anche alcuni
corollari intorno al problema del consenso vastissimo che il fascismo
ottenne nel mondo intellettuale italiano. Completa il saggio un’ampia
sezione di documenti, alcuni dei quali, strategici per la comprensione
dei rapporti tra Gramsci e alcuni membri del PCI, riportati da Canfora,
dopo decenni, all’attenzione del lettore moderno.
Il nuovo libro di Canfora contiene tesi stranote e ignora il massacro editoriale compiuto da Togliatti su “Lettere” e “Quaderni”
Nunzio Dell'Erba Europa 18 maggio 2012
Ancora il libro di Flores d'Arcais sulla democrazia
CORRIERE DELLA SERA del 17/5/2012 a pag. 43
SONO LE BATTAGLIE SOCIALI CHE LA FANNO AVANZARE LUCIANO CANFORA, CORRIERE DELLA SERA del 17/5/2012 a pag. 43
OSTELLINO PIERO, CORRIERE DELLA SERA del 17/5/2012 a pag. 43
IACOBONI JACOPO, LA STAMPA del 17/5/2012 a pag. 35
La mobilitazione totale delle donne nella Prima guerra mondiale
Susan Grayzel: Women and the First World War, Longman
Women and the First World War provides an introduction to the
experiences and contributions of women during this important turning
point in history. In addition to exploring women's relationship to the
war in each of the main protagonist states, the book also looks at the
wide-ranging effects of the war on women in Africa, Asia, Australia, New
Zealand and North America. Topical in its approach, the book
highlights: The heated public debates about women's social. cultural and
political roles that the war inspired Thier varied experiences of war
Women's representation in propaganda Their roles in peace movements and
revolutionary activity that grew out of the war The consequences of the
war for women in its immediate aftermath
SUSAN GRAYZEL, LIBERO del 17/5/2012 a pag. 29
Elites nazionali e impegno politico
Carlo Galli: I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità, Laterza
Al centro di questo libro sono le élites, senza distinzioni tra élites
sociali ed élites politiche. Il tema è perché c'è una crisi delle élites
in Italia, da dove viene questa crisi, quali forme prende e come si può
eventualmente ovviarvi. Ci sono molti motivi per censurare le élites
italiane, ma una loro condanna generalizzata e sommaria non ha senso. È
vero che possono essere accusate di cinismo, pigrizia, mancanza di
cultura e di senso della responsabilità, ma è anche vero che in alcune
circostanze hanno dato discreta prova di sé. Carlo Galli muove da questa
riflessione per capire con quale spirito e con quali capacità le élites
del nostro paese si sono rapportate alla politica e hanno interagito
con la classe dirigente dei partiti. Dialogando con alcuni letterati
italiani dei secoli scorsi (fra cui Machiavelli, Leopardi, Manzoni,
Carducci, D'Annunzio) e filosofi e scienziati della politica (da Platone
a Gramsci), Galli ripercorre il rapporto fra le élites italiane e la
democrazia, rileva continuità e discontinuità, riflette su come esse non
siano tanto riluttanti a esercitare dominio e predominio quanto
piuttosto a essere qualcosa di più che un insieme di privilegiati. A
smettere di oscillare, come un pendolo, tra l'assenza e il salvataggio
in extremis di situazioni compromesse. Ad assumersi finalmente le
responsabilità proprie del loro status.
Le nomine della cultura
Tra Manzoni e il Gattopardo, i difetti dei "migliori"
di Roberto Esposito Repubblica 18.5.12 da dirittiglobali
Anarchismo e liberalismo secondo Carlo Galli
Quei nemici del potere tra violenza e pacifismo
Gli "informali" rivendicano l´attentato ad Adinolfi e tornano in
primo piano le divisioni e le contraddizioni di una tradizione con
profonde radici storiche e teoriche
L´emancipazione dal dominio e l´idea di uguaglianza lo avvicinano al socialismo da cui lo divide però il concetto di partito
Con il liberismo condivide il primato dell´individuo ma non accetta la proprietà privata e il principio della concorrenza
di Carlo Galli Repubblica 17.5.12 da dirittiglobali
Vittorio Gregotti sul Nuovo Realismo
Il Manifesto del nuovo realismo di Maurizio Ferraris
Tornare alle cose e criticare il reale
Il saggio di Ferraris e il progetto d'architettura
Tornare alle cose e criticare il reale
Il saggio di Ferraris e il progetto d'architettura
di Vittorio Gregotti Corriere 18.5.12
I cattolici e la fondazione di Israele
Paolo Zanini: Aria di crociata». I cattolici italiani di fronte alla nascita dello Stato d'Israele ( 1945-1951), Unicopli
Attraverso
l'analisi di una vasta documentazione, tra cui numerosissimi articoli
comparsi sui principali organi della stampa cattolica e alcuni
autorevoli studi precedenti, il ricercatore Paolo Zanini descrive nel suo libro le reazioni della Chiesa di Roma e dei suoi fedeli italiani alla nascita dello Stato di Israele.
Da “Aria di crociata. I cattolici di fronte alla nascita dello Stato di Israele (1945-1951)” esce,
quindi, un quadro variegato di un mondo dibattuto fra concezioni
tradizionalistiche e osservazioni piuttosto obiettive della realtà, in
cui sacerdoti, giornalisti e portavoce della Santa Sede espressero le
loro opinioni così diverse e, talvolta, addirittura contrastanti.
Se
da un lato, infatti, almeno inizialmente, alcuni tra i peggiori atavici
pregiudizi nei confronti degli ebrei, come quello riguardante la
condanna divina alla peregrinazione eterna del “popolo deicida”o quello
sulla “perfidia giudaica” potevano portare gli opinionisti cattolici a
dipingere come un evento del tutto negativo la decisione della creazione
dello Stato di Israele, di fronte alla realtà positiva di una società
aperta, rispettosa, laboriosa e al contempo moderna, alcuni opinionisti
espressero il loro apprezzamento e, in un caso, la propria ammirazione.
Non
erano, però, solo i feroci pregiudizi che nei secoli passati avevano
portato a persecuzioni e distruzioni ad influenzare i numerosi autori. I
cattolici italiani erano terrorizzati da possibili infiltrazioni
sovietiche, alcuni guardavano con disprezzo i kibbutz (come espressioni
del socialismo collettivista) e la laicità della maggioranza dei giovani
israeliani, altri, al contrario, erano timorosi degli ebrei ortodossi
visti come portatori di un oscurantismo intollerante nei confronti degli
appartenenti ad altre religioni; altri ancora erano preoccupati per la
libertà di accesso ai luoghi santi, della professione pubblica della
fede e dell'incolumità della minoranza cristiana.
C'era
anche un senso di rivalità nei confronti della Gran Bretagna sia dal
punto di vista politico (come potenza mandataria e coloniale), sia da
quello religioso (in qualità di rappresentante di una delle Chiese
evangeliche), e degli altri grandi Stati che in qualche modo erano
protagonisti della scena mediterranea e mediorientale in quegli anni
(oltre all'Unione Sovietica anche gli Stati Uniti, altri Paesi europei,
il mondo arabo e così via).
D'altra
parte la ferita ancora aperta delle persecuzioni cristiane e della Shoà
e la minaccia di un nuovo sterminio perpetrato dagli arabi
influenzavano invece le opinioni favorevoli alla creazione prima e allo
Stato poi.
Un'attenzione particolare e più approfondita è data al dibattito sullo status di Gerusalemme, al quale la
stampa cattolica dedicò una grande attenzione, mostrando una forte
rigidità verso ogni compromesso, soprattutto verso le proposte
israeliane.
Uno
studio importante, questo libro, non solo per approfondire la storia di
quegli anni, ma anche per capire meglio quanto avviene oggi.
IL FOGLIO del 17/5/2012
LIBRI a pag. 3
LIBRI a pag. 3Ancora "Pane e pace"
Pamphlet
Credere negli Ogm, parola d'autore
La rivoluzione agroalimentare raccontata da uno scrittore
Daniele Giglioli Corriere della Sera 17 maggio 2012
Credere negli Ogm, parola d'autore
La rivoluzione agroalimentare raccontata da uno scrittore
Daniele Giglioli Corriere della Sera 17 maggio 2012
Ancora il libro di Rita Di Leo sull'Urss
NOVECENTO
Un'esperienza che ha segnato un secolo. Domande e nodi irrisolti dell'Unione Sovietica alla luce del presente. Alcune considerazioni a partire dal libro di Rita di Leo «L'esperimento profano» Dal 1917 fino agli anni Trenta, l'autrice del volume tesse una linea di continuità che non convince
ARTICOLO Rossana Rossanda il manifesto 2012.05.18 - 10 da dirittiglobali
Esplorazioni e conquiste nell'età moderna
Attilio Brilli: Dove finiscono le mappe. Storie di esplorazione e di conquista, Il Mulino
Scheda editoriale
Attilio Brilli è tra i massimi studiosi della letteratura di viaggio,
argomento sul quale ha scritto numerosi volumi dedicati in prevalenza al
viaggio in Italia. Il Grand Tour dei nobiluomini europei, che aveva
l'Italia come destinazione principale, era un viaggio di istruzione e
diletto. Questo nuovo libro affronta un altro tipo di esperienza: il
viaggio di esplorazione e conquista che nell'età moderna gli europei
intrapresero, prevalentemente per mare, oltre i confini delle mappe del
mondo conosciuto verso la scoperta di nuove terre: viaggi di
esplorazione e di studio, ma soprattutto di conquista e sfruttamento,
quando non di rapina. America, Australia, Africa, India: nei libri e
nelle relazioni di conquistadores e mercanti, letterati e negrieri,
oltreché nel controcanto ironico dell'invenzione letteraria (con
Robinson Crusoe e Gulliver), è scritta la secolare avventura, insieme
affascinante e ignobile, del predominio europeo sul globo.
Attilio Brilli racconta i viaggi di esplorazione e
conquista che gli europei intrapresero oltre i confini delle mappe del
mondo conosciuto. E soprattutto la loro incapacità di confrontarsi
pacificamente con i popoli
Paolo Randazzo Europa 17 maggio 2012
Luciano Canfora sulla Guerra del Peloponneso
La storia, profezia sul passato
Come in medicina, è il ripetersi dei sintomi la chiave di tutto
di Luciano Canfora Corriere 18.5.12 da Segnalazioni
Come in medicina, è il ripetersi dei sintomi la chiave di tutto
di Luciano Canfora Corriere 18.5.12 da Segnalazioni
Scriveva Leopold von Ranke in un bel capitolo della sua Storia
universale che «Tucidide non era rimasto insensibile alle nuove teorie
scientifiche intorno alla natura». In realtà si tratta di ben più che un
modesto interesse: si tratta dell'influsso su di lui del metodo
diagnostico e prognostico dalla medicina ippocratica. Il luogo classico
che rivela la assunzione da parte di Tucidide di tale metodo e la
estensione di esso al sapere storico-politico è il preambolo con cui
egli introduce la descrizione della cosiddetta peste di Atene. Dichiara
in quel passo lo storico di voler descrivere i sintomi del male dal
quale egli stesso fu affetto, e che riuscì a superare, «affinché lo si
possa riconoscere quando eventualmente si ripresenterà». La conoscenza,
dunque, di un fenomeno che potrebbe verificarsi (cioè «futuro») è
fondata secondo Tucidide sull'attento studio dei sintomi. Analogamente,
quando nel proemio spiega perché ha deciso di dedicare un racconto così
analitico alla guerra peloponnesiaca, da lui ritenuta la più importante
di tutta la storia passata, introduce come giustificazione un argomento
simile: che cioè la natura umana essendo sostanzialmente immutabile o
forse modificabile in un tempo lunghissimo, eventi «uguali o simili» è
altamente probabile che si ripresentino; donde la necessità di conoscere
analiticamente l'esperienza già consumatasi. Il pronostico del medico e
il pronostico del politico si fondano dunque entrambi sullo stesso
presupposto empirico-sintomatologico.
Tucidide estende questo metodo
anche alla conoscenza del passato remoto: anche in tale ambito, dove
l'assenza di documentazione è vastissima, saranno i sintomi («segni») a
suggerire una possibile ricostruzione di un passato ormai smarrito, e
soprattutto renderanno possibile valutarne la grandezza a paragone della
ben più verificabile grandezza della storia in fieri. Profezia sul
passato, dunque, e profezia sul futuro, si potrebbe dire: il metodo è il
medesimo; è il metodo della medicina ippocratica.
Alla luce di tale
concezione, è evidente che le altre forme di «pronostico» a base
arcaicamente oracolare vengano considerate da Tucidide con distacco, con
ironia, se non con disprezzo. Celebre la considerazione ironica che
egli riserva all'oracolo che fu rispolverato in Atene appunto in
occasione dell'esplosione del contagio. Si ricordarono in quella
occasione — dice Tucidide — che tempo addietro aveva circolato una
profezia, secondo la quale «insieme con la guerra sarebbe sopraggiunto
il contagio pestilenziale« (che effettivamente si produsse nel 430-429
a.C., cioè appena un anno dopo l'inizio della guerra con Sparta). Il
fatto è che, nota ancora Tucidide, la parola indicante il flagello
concomitante con la guerra inizialmente non era «pestilenza» (loimòs) ma
«carestia» (limòs). Nondimeno — conclude Tucidide — ritoccarono il
dettato della profezia sulla base di quanto effettivamente era accaduto
ed essa risultò, se così si può dire, veridica (II, 54). Questa
notazione, che potremmo definire volterriana, indica, in modo
inequivocabile, la lontananza di Tucidide dal mondo
magico-profetico-oracolare. È facile riconoscere in tale libertà di
pensiero, in tale visione razionale dei fatti storici e naturali,
l'influsso decisivo di quella fondamentale corrente intellettuale che
definiamo sommariamente «sofistica» e che un grande storico del pensiero
greco, Theodor Gomperz, definì «illuminismo».
Intorno ad una guerra
così totale e alla fine disastrosa come la guerra peloponnesiaca era
inevitabile che si «incrostassero» profezie, più o meno costruite alla
maniera di quella che Tucidide deride. Nella commedia di Aristofane
intitolata Pace (421 a.C.), la festosa accoglienza riservata al trionfo
della pace, da parte dei protagonisti di quella commedia, viene
disturbata dalla interferenza di un indovino di nome Ierocle che si
affanna a sbraitare che non è ancora tempo, «non è gradito ancora agli
dei che si interrompa il grido di guerra» (vv. 1073-1075).
Effettivamente anche Plutarco nella Vita di Nicia, cioè del politico che
più fortemente volle la pace stipulata nel 421, apparsa inizialmente
come risolutiva, ricorda che un bel po' di fanatici andavano in giro
sbraitando che la guerra era fatale che durasse tre volte nove anni, e
che dunque era prematuro che il conflitto terminasse dopo appena dieci. E
Plutarco soggiunge che gli Ateniesi la stipularono ugualmente quella
pace «sbeffeggiando» codesti profeti di sventura.
Purtroppo la guerra
ricominciò dopo alcuni anni e si sviluppò con un andamento asimmetrico.
Ma a cose fatte, quando ormai Atene dovette capitolare e rinunciare
alle mura e alle navi, qualcuno sfoderò l'antica profezia e, forzando un
po' le cifre, cercò di dimostrare che la guerra era durata
effettivamente ventisette anni.
A rigore, anche accettando la tesi
audace di Tucidide, secondo cui si trattò di un'unica guerra protrattasi
fino a che Atene non capitolò, ugualmente i conti non tornano: oltre
tutto lo stesso Tucidide sembra oscillare a proposito dell'esatto inizio
del conflitto, posto dapprima al momento dell'attacco a sorpresa degli
Spartani contro Platea e successivamente soltanto nel momento della
prima invasione dell'Attica. E quanto poi alla conclusione, essa può
ragionevolmente porsi o nel momento dell'ingresso di Lisandro in Atene
ormai prostrata, ovvero sei mesi dopo, quando si arrese anche l'isola di
Samo, alleata fedelissima di Atene, cui era stata attribuita in blocco
la cittadinanza ateniese: come dire, semplificando, che a distanza di
sei mesi Atene cadde due volte.
Insomma, i propalatori di oracoli
anche in questa occasione dovettero affannarsi a far quadrare i conti,
mentre gli storici di formazione «realpolitica» e dotati di una
mentalità aliena dal soprannaturale, ebbero ancora una volta materia per
sorridere di queste cabale numerologico-oracolari.
Cesare Segre ha completato il rimario diacronico dell'Orlando Furioso
«Orlando», l'italiano in cantiere
Il poema dell'Ariosto che tenne a battesimo la lingua nazionale
di Paolo Di Stefano
Corriere 18.5.12 da Segnalazioni
I talo Calvino invitava ad accostarsi all'Orlando furioso senza
tanti preamboli, perché «è un universo a sé in cui si può viaggiare in
lungo e in largo, entrare, uscire, perdercisi». È vero, al punto che
viaggiando dentro questo fantastico «poema del movimento« rischiò di
perdersi per primo il suo stesso autore. La storia editoriale del
capolavoro di Ludovico Ariosto è infatti una delle più tormentate che si
conoscano: l'opera nasce nei primissimi anni del Cinquecento, quando il
poeta non è ancora trentenne. Nel gennaio 1507, a Mantova, Ariosto
legge a Isabella d'Este Gonzaga qualche brano del nuovo testo, che ha
già cominciato a incuriosire la corte. Solo nel 1516, a Ferrara viene
licenziata la prima edizione (A) di quaranta canti, ma nel giro di tre
anni l'autore avvia la revisione e sempre a Ferrara nel 1521 consegna
alle stampe una seconda edizione (B).
L'anno chiave per Ariosto, e
non solo per lui, è il 1525, quando escono le Prose della volgar lingua,
il trattato con cui l'amico Pietro Bembo «fonda» lo stile e la
grammatica della lingua letteraria sulla base dei maggiori scrittori
trecenteschi. Ariosto ne rimane sconvolto, al punto da essere indotto a
rimettere mano al suo poema per uniformarlo al toscano letterario
ripulendolo della veste regionale primitiva. Dopo una lunga
rielaborazione, nell'ottobre 1532, pochi mesi prima della morte, il
poeta pubblica la terza e definitiva edizione (C) dell'Orlando furioso,
ampliato di sei canti.
Il lavoro di una vita dell'Ariosto è anche il
lavoro della vita di Cesare Segre, il filologo che più di tutti ha
studiato il poeta emiliano, sin da quando, giovanissimo, era assistente
del filologo Santorre Debenedetti, suo prozio: è infatti con il binomio
Debenedetti-Segre che uscirà, nel '60, l'edizione critica del poema. Ma
oltre che all'opera maggiore, Segre si è dedicato, con studi e edizioni
critiche, anche alle minori (a un volume Ricciardi del '54 seguono
quelli dei Classici Mondadori). L'impresa più lunga e difficile arriva
però adesso, con il Rimario diacronico del Furioso. «Disporre di tutto
l'insieme delle rime e del lessico, parola per parola, nel loro
svolgimento da una redazione all'altra permette di verificare il sistema
linguistico dell'Ariosto in movimento», osserva Segre.
Un primo
progetto fu avviato nel '65 con l'Olivetti, allora all'avanguardia
nell'elettronica. La chiusura dell'attività olivettiana nel settore dei
computer impose una sospensione. Se ne riparlò anni dopo con l'Accademia
della Crusca: «Dato che l'Ariosto fu lo scrittore che più di tutti ha
contribuito all'affermazione del toscano letterario come lingua
nazionale, una concordanza diacronica avrebbe permesso di seguire le
fasi di questa impresa». L'impresa richiede necessariamente una
cooperazione tra informatici e filologi: con l'apporto tecnico di
Antonio Zampolli e in seguito di Eugenio Picchi, con il lavoro
filologico di Luigina Morini e di Clelia Martignoni, con il contributo
informatico di Manuela Sassi, nel '74 la conclusione sembra vicina, ma
non è così. Gli oltre trent'anni che seguono sono una specie di romanzo,
con complicati passaggi da un software all'altro, e persino con pacchi
di carta che spariscono e costringono a rifare una parte del lavoro.
Solo con il sostegno dello Iuss (l'Istituto pavese di studi superiori,
diretto da Roberto Schmid) si va verso il lieto fine.
Ed eccolo qui,
infatti, il Rimario, su carta (e su dvd): un monumento in due volumi,
diretto da Segre, che solo ad apertura di pagina rivela la complessità e
la bellezza tipografica, tra varietà di corpi, caratteri, segni e nuove
simbologie. L'obiettivo è quello di registrare, sulla base di C, le
varianti delle edizioni precedenti A e B in tutte le possibili
situazioni testuali. Ci sono casi molto semplici, per esempio la
sostituzione quasi sistematica di una parola con un sinonimo (come i
cavalli che diventano destrieri o gli amatori che diventano amanti). Ci
sono casi in cui il cambio di una sola parola in rima (la caduta di
certi latinismi o di forme dialettali) genera conseguenze a cascata:
vedi l'eliminazione quasi sistematica dell'avverbio presto (sostituito
in C da soluzioni varie tra cui il sinonimo tosto) o l'esigenza di
cassare tutte le sdrucciole in rima (scompaiono, tra l'altro, opera,
povero e povera); ci sono le ottave inserite solo nella B e nella C, per
non dire dei sei canti inventati ex novo nel '32. Il Rimario (unico
esempio, finora, di rimario «diacronico», che registra cioè le varianti
d'autore) dà conto, ovviamente del contesto.
Segre accenna al
«progressivo depurarsi linguistico del poema». L'antecedente più vicino
ad Ariosto era l'Orlando innamorato, dove però viene utilizzata una
lingua ben diversa: «Al Nord la lingua corrente era un toscano mescolato
con il dialetto, come dimostra il Boiardo: Ariosto sulle prime ne segue
l'esempio, ma nelle due redazioni successive ripulisce la lingua fino
ad arrivare a un toscano puro, tanto che il Furioso verrà assunto come
un modello linguistico anche dal Dizionario della Crusca. Quello di
Ariosto è un lavoro attentissimo, parola per parola, che ora riusciamo a
seguire nel suo insieme: è significativo che quando decide di cambiare
un termine o una forma fonetica, lo faccia anche a costo di mandare
all'aria tutte le rime dell'ottava».
Un lavorìo ben diverso dal
risciacquo manzoniano in Arno, perché mentre Ariosto tiene conto, quasi
da storico della lingua, delle stratificazioni letterarie, l'ideale di
Manzoni è opposto: «La lingua de I promessi sposi è il fiorentino vivo,
che invecchia subito, perché soggetto a trasformarsi col tempo: Manzoni,
riproducendo il parlato contemporaneo, fa una scelta utopica contro la
storia della lingua; Ariosto invece ha un'idea evolutiva, fa i conti con
i tre secoli precedenti, con Dante e Petrarca. Nell'ultima redazione,
poi, acquisisce una dimensione meno umanistica e più rinascimentale».
Magari sacrificando qualcosa al colore e alla brillantezza a favore
dell'euritmia e della simmetria classica: «Qualcuno — ricorda Segre —
preferisce la prima redazione. Per me è una scelta difficile: l'eccesso
di equilibrio e di classicità dell'ultima edizione può anche dar
fastidio rispetto alla freschezza precedente, dove si prende anche la
libertà di parteggiare per gli Estensi e i francesi loro alleati, mentre
nella C celebra senza calore l'imperialismo di Carlo V. Ma d'altra
parte nell'edizione '32, che può apparire più ingessata, Ariosto
inserisce episodi stupendi, come quello di Olimpia». Anche con i
contemporanei si propongono problemi analoghi: «In effetti, non sempre
l'ultima volontà dell'autore è la migliore. Le Cinque storie ferraresi
di Bassani sono molto più scorrevoli e stilisticamente ricche nella
prima edizione, poi con il lavoro successivo vengono rese più pesanti e
aggrovigliate. Anche la Gerusalemme conquistata è più brutta della
Liberata: per fortuna, come posteri abbiamo la possibilità di scegliere.
Per Ariosto scegliere è difficile».
Come si vive in compagnia di
Ariosto per più di cinquant'anni? «Il Furioso è un'opera divertente,
rasserenante, solare, un'opera di straordinaria libertà, non per niente
piacque a Voltaire e a Calvino. Basti pensare a come affronta l'aldilà: a
così poca distanza dal Medioevo doveva risultare strabiliante. È un
libro non antireligioso, ma a-religioso, senza tutte le manie del Tasso,
per il quale non ho mai avuto una gran simpatia. Certo, è molto lungo,
38.736 versi, il triplo della Divina Commedia, che al confronto sembra
un libriccino». Eredi? «Il testimone, quando la fortuna dell'Ariosto va
declinando, passa direttamente a Cervantes».
Università: problemi della valutazione
DAL LAGO ALESSANDRO, IL MANIFESTO del 16/5/2012 a pag. 1
Harvard, la fucina dei potenti non è in crisi
Miliardi ed eccellenza come dogma dell’università americana: anche i professori sono sempre sotto esamedi Carlo Antonio Biscotto il Fatto 18.5.12
Miliardi ed eccellenza come dogma dell’università americana: anche i professori sono sempre sotto esamedi Carlo Antonio Biscotto il Fatto 18.5.12
Sul modo di divulgare la storia in Italia
Al Festival internazionale della storia (Gorizia) è previsto per oggi pomeriggio questo appuntamento:
Marx, profeta o utopista?
Al di là degli scontri ideologici, Marx il suo pensiero hanno rivoluzionato la storia dell’occidente e del pianeta intero. In un mondo dove talvolta il capitalismo sembra in crisi, un’opportunità per valutare attentamente l’attualità del marxismo, tra profezia e utopia.
Intervengono
Luciano Canfora
Paolo Mieli
Marcello Veneziani
Interviene e coordina Andrea Graziosi
Ma che razza di alternativa sarebbe?
E però, che nessuno osi dirne male, ché Andrea Graziosi è uno dei pezzi grossi dell'Anvur... [SGA].
Liberalismo e liberismo secondo Sergio Romano
Liberalismo e liberismo, una distinzione italiana
risponde Sergio Romano
Corriere 18.5.12 da Segnalazioni
A
quanto mi consta, solo nella lingua italiana vi è distinzione
terminologica in campo economico tra liberalismo e liberismo, risalente
soprattutto a Croce. Alcuni difendono questa nostrana distinzione.
Francesco Meli
Caro Meli,
Effettivamente
la distinzione appartiene quasi esclusivamente alla lingua e alla
cultura italiane. Quando il Corriere, negli scorsi mesi, ha pubblicato
il lungo dibattito su questo tema fra Benedetto Croce e Luigi Einaudi,
ho ricordato che la parola «liberismo» non ha corrispondenti nelle
lingue dei principali Paesi occidentali. Il dizionario italo-inglese
offre free trade, free enterprise; il dizionario italo-francese
suggerisce libéralisme, vale a dire la stessa parola che traduce
l'italiano liberalismo; il dizionario italo-tedesco propone freihandel
(libero commercio), freie wirtschaft (libera economia). Altri, fra cui
gli spagnoli, preferiscono parlare di liberalismo economico.
Per
Benedetto Croce, tuttavia, la distinzione era necessaria perché
consentiva di evitare confusione fra un concetto che appartiene alla
sfera morale (liberalismo) e un concetto che appartiene alla sfera
economica (liberismo). Mentre il primo definiva il trionfo della
libertà, il secondo era per lui uno «schema astratto» (noi diremmo oggi
una ideologia), vale a dire una ricetta con cui si vorrebbero risolvere,
una volta per tutte, i problemi pratici che un governo liberale può
invece essere costretto ad affrontare con formule e mezzi diversi. A
queste affermazioni di Croce, Einaudi replicò pragmaticamente che
l'economista non deve essere un ideologo e che possono esservi
circostanze in cui certe soluzioni non liberiste (dazi protettivi,
nazionalizzazione di servizi pubblici) possono essere convenienti.
Aggiunse,
per meglio dimostrare la sua disponibilità al confronto, che possono
esservi addirittura circostanze in cui il liberismo viene praticato da
un governo assoluto e suscita critiche liberali, come accadde in Francia
nell'ultima fase del Secondo Impero, prima della guerra
franco-prussiana del 1870 (se fosse ancora con noi, Einaudi non
mancherebbe di ricordare che anche la Cina comunista è economicamente
liberale e politicamente illiberale). Ma Einaudi, a differenza di Croce,
era profondamente convinto che tra libertà economica e libertà politica
esistesse un nesso importante. Questo non significa, beninteso, che una
economia liberale abbia l'effetto di produrre necessariamente un
sistema politico liberale. Ma tra l'economia di mercato e un regime
autoritario esistono contraddizioni che possono, in ultima analisi,
mettere in discussione il funzionamento del sistema. Gli scandali cinesi
degli ultimi tempi potrebbero esserne la conferma.
Non è vero,
invece, che la parola e il concetto appartengano soltanto al pensiero di
Benedetto Croce. Dal grande Dizionario di Salvatore Battaglia risulta
che la parola liberismo fu utilizzata anche negli scritti di Alfredo
Panzini, Riccardo Bacchelli, Antonio Gramsci, Piero Gobetti. Credo che
la spiegazione di questa peculiarità italiana debba essere ricercata
nella storia politica del Paese dopo l'Unità. Cavour fu certamente
liberale e adottò negli anni del suo governo una politica economica
ispirata dai principi del free trade e del laissez faire. Ma la Destra
storica, pur continuando a definirsi liberale, giunse rapidamente alla
conclusione che l'unificazione di un Paese, soprattutto se formato da
sistemi e stadi di sviluppo molto diversi, esigesse un forte intervento
dello Stato, principalmente nella costruzione e nella gestione delle
infrastrutture.
Quando fu ministro dei Lavori pubblici, dal 1873 al
1876, Silvio Spaventa propose una legge per la nazionalizzazione della
rete ferroviaria. La legge fu osteggiata dai liberisti toscani,
interessati al finanziamento e al controllo di nuove linee, e la loro
opposizione provocò la caduta della Destra storica. Spaventa era zio e
tutore di Croce. Forse il filosofo napoletano, nella sua disputa con
Einaudi, difendeva implicitamente la reputazione liberale del suo
tutore.
Una riflessione interessante sul progetto Macao
Come sempre, nella lettura del manifesto c'è sottotraccia il mito del lavoro autonomo [SGA].
L'UTOPIA CONCRETA DEL LAVORO INDIPENDENTE
L'UTOPIA CONCRETA DEL LAVORO INDIPENDENTE
CICCARELLI ROBERTO, IL MANIFESTO del 17/5/2012 a pag. 15
Il gruppo
«Siamo i precari della cultura»
Il collettivo Macao: passati da 25 a 2.000 Sono artisti, musicisti, designer
A. Sac. Corriere della Sera 16 maggio 2012
Il gruppo
«Siamo i precari della cultura»
Il collettivo Macao: passati da 25 a 2.000 Sono artisti, musicisti, designer
A. Sac. Corriere della Sera 16 maggio 2012
I conflitti religiosi nell'Italia del Cinquecento
Alessandro Roveri: Renata di Francia, Claudiana, Torino, 2012, pp.192, euro 15
Nel dramma religioso del Cinquecento italiano,
Renata di Francia, duchessa di Ferrara - figlia di Luigi XII e moglie
del duca Ercole II d’Este -, di solida fede calvinista, fu una figura di
grande rilievo.
In corrispondenza per tutta la vita con Calvino,
fondò a Ferrara un cenacolo dove si diffondevano libri "proibiti" e
venivano ospitati molti protestanti ed "eretici" italiani, i quali
spesso vi trovavano temporaneo rifugio dalle persecuzioni, talvolta
prima di trasferirsi all’estero, contribuendo alla diffusione della
libertà religiosa in Occidente.
Processata dall’inquisizione e costretta
all’abiura, segregata a palazzo fino alla morte del marito, lasciò
l’Italia per Montargis, dove osò resistere persino alla cattolicissima e
potente famiglia dei Guisa.
Storia
Marina Montesano Europa 16 maggio 2012
Il difficile rapporto tra cattolicesimo e liberalismo
Raimondo Cubeddu: La Chiesa e i liberalismi, Edizioni Ets, pagine 138, euro 12,00
Scheda editoriale
Questo non è uno scritto 'scientifico' su un tema importante e
complesso, ma una riflessione sulla difficile relazione tra la Dottrina
sociale della Chiesa cattolica e la filosofia politico-economica
liberale. Nell'epoca dell'innovazione continua, in cui la 'legge morale
naturale' della Chiesa e i tentativi di subordinare la politica e
l'economia alla religione e all'etica sono diventati oggetto di
controversie perché hanno finito per trasformare vizi e peccati in
crimini e reati, l'autore si chiede quali siano gli inconvenienti del
vivere in una società liberale in cui ognuno potrebbe coltivare la
propria fede rispettando, in condizione di reciprocità, le altre. Come
quanti hanno creduto che la libertà individuale potesse mantenersi anche
in una situazione di limitazione di quella economica, così la Chiesa si
è illusa che in democrazia le scelte collettive non avrebbero avuto
conseguenze sulla libertà di professare la propria religione e di vivere
secondo i suoi princìpi.
DIBATTITO
Dario Antiseri Avvenire 16 maggio 2012
Stare su internet, credere di essere liberi e di fare la rivoluzione, fornire informazioni alla Cia
Web e social network
Facebook: la Rete ha un’ideologia
Come cambia la politica ai tempi di Facebook
Il declino dei mediatori esterni ha già modificato lo spazio pubblico. La democrazia non è in pericolo ma è bene usare Internet con spirito critico
di Massimo Adinolfi
l’Unità 17.5.12 da Segnalazioni
ABBIAMO UN PROBLEMA POLITICO CON FACEBOOK. NON SI TRATTA
DELL’ASSETTO PROPRIETARIO, DEL VALORE STIMATO DELLA SOCIETÀ O DI
PREOCCUPAZIONI PER LA CONCORRENZA. Si tratta proprio di come è
organizzato lo spazio virtuale del social network più diffuso al mondo.
Se ne è occupato di recente un ricercatore senese, Riccardo Castellana,
con l’aiuto degli strumenti della critica letteraria e della ricerca
antropologica. In particolare, di René Girard. A Girard dobbiamo infatti
una distinzione fondamentale per capire come funziona la creatura di
Mark Zuckerberg. Lo studioso francese l’ha applicata fra l’altro ai
personaggi di Dostoevskij, di Stendhal o di Flaubert, ma non troppo
sorprendentemente torna utile anche a noi. Si tratta della differenza
fra mediatore esterno e mediatore interno, e del modo in cui orienta il
desiderio umano. Quel che viene mediato è infatti il desiderio, che si
dirige su questo oggetto o su quello solo perché qualcun altro vuole
questo o quello, rendendolo così desiderabile per noi.
Ma, ecco il
punto, un conto è se la mediazione è esercitata da un soggetto ben
distante, magari irraggiungibile e idealizzato un mediatore esterno,
appunto -, un altro è se invece si tratta di un soggetto a noi vicino,
anzi prossimo, così tanto da essere proprio come noi. Un friend, insomma
Su
Facebook è questo, infatti, che accade. Niente mediatore esterno,
niente figure terze, niente relazioni “verticali” con un ideale lontano,
ma una miriade di piccole relazioni orizzontali con individui insieme
ai quali condividiamo interessi, scambiamo poke, linkiamo pagine. Sheryl
Sandberg, Chief operating officer di Facebook, l’ha spiegata così: «Non
importa se a 100.000 persone piace x: se alle tre persone a te più
vicine piace y, a te piacerà y». Le tre persone più vicine stanno per
l’appunto nella posizione di mediatori interni, e in grazia di questa
posizione risultano maledettamente più credibili, diretti, autentici. In
una parola, la sola che quando si fa business veramente conta:
efficaci.
Ora, se si trattasse solo di strategie di marketing e
volumi di vendita, poco male: ci si potrebbe fare ben presto
l’abitudine. Ma il fatto è che attraverso questa diversa strutturazione
delle relazioni sociali passano profonde modificazioni dello spazio
pubblico, e non basta quindi limitarsi ad osservarle con distaccato
spirito scientifico. E, si badi, non si tratta nemmeno di rilevare
soltanto fenomeni come la spudorata esibizione della vita privata
(Facebook è zeppo di fotografie), dalla quale si può dire che quasi più
nessuno è
immune, o della infantilizzazione dei comportamenti, ossia
di quello che Benjamin Barber ha chiamato il nuovo “ethos infantilista”
del capitalismo contemporaneo. Il fatto è che in tutti questi casi viene
palesemente contraddetto il profilo dell’uomo pubblico così come è
stato definito in età moderna.
La sfera pubblica andava infatti
rigorosamente distinta dalla sfera privata o familiare della casa: un
conto è l’oikos, un altro la polis. La modernità politica nasce anzi
proprio quando riesce a spezzare definitivamente ogni parentela o
commistione fra quegli spazi e le relazioni che in essi si istituiscono.
Ma questa distinzione cede ormai il passo alla confusione, ed è sempre
più difficile tracciare in rete i confini del pubblico e del privato.
Quanto
all’infantilizzazione degli stili di vita (e delle scelte di consumo):
non contraddice forse la figura del cittadino autonomo e responsabile,
qualificato giuridicamente e politicamente in virtù della raggiunta
maggiore età? Ma ancora più significativa, perché gravida di
conseguenze, è la caduta verticale del mediatore esterno: quella infatti
era la posizione, il luogo terzo tradizionalmente occupato dalle figure
istituzionali: dal maestro, per esempio, o dall’uomo politico. La crisi
di autorità del mediatore esterno, il fatto che i nostri sguardi e i
nostri desideri si rivolgono in rete molto più facilmente a mediatori
interni non a figure idealizzate ma proprio a persone come noi di colpo
rischia di invecchiare tutta la comunicazione istituzionale, ma anche di
ridefinire i luoghi stessi di formazione e di esercizio della
soggettività politica.
Dunque un problema ce l’abbiamo, con Facebook.
James Gibson, fondatore della teoria ecologica della percezione,
diceva: chiediti non cosa c’è dentro la testa di colui che guarda, ma
cosa c’è intorno. Se cambia il paesaggio, cambiano infatti pure le teste
e i pensieri. E il paesaggio, indubbiamente, sta cambiando. Dopodiché
non si dirà certo che per questo la democrazia è in pericolo, ma
perlomeno non si esalteranno acriticamente le nuove forme della
partecipazione online o della vita in diretta come straordinari
avanzamenti democratici.
Noi conosciamo storicamente la democrazia
come luogo della mediazione e della rappresentanza, e certo non è detto
che sia l’unica modalità possibile. Poiché però sappiamo anche, grazie a
Girard, che assenza di mediazione esterna significa pure possibilità di
contagio mimetico e innesco incontrollato di rivalità, abbiamo tutte le
ragioni per nutrire simpatia per il nuovo, ma anche per coltivare
qualche sana diffidenza e un po’ di spirito critico.
Come faremmo senza il manifesto? Ci toccherebbe leggere Liberazione...
giovedì 17 maggio 2012
mercoledì 16 maggio 2012
Ma è più a sinistra Rossana Rossanda o Costanzo Preve?
Nell'articolo riportato qui sotto, tra le altre cose, si dà del fascista al filosofo marxista Costanzo Preve. Ritengo che Preve abbia commesso un errore nell'affermare che nel caso delle recenti elezioni francesi avrebbe votato per Marine Le Pen. Alain de Benoist, ad esempio - che pure è francese e sostiene anch'egli la tesi del superamento della distinzione tra destra e sinistra -, non ha sentito questo bisogno e si è anzi espresso pubblicamente per una posizione astensionista. Anche per coerenza con le proprie proposte teoriche, visto che il Front National è appunto un partito dichiaratamente di destra.
Tuttavia questo partito, nella sua linea evolutiva e a prescindere dai residui di folclorismo nostalgico, nulla ha a che fare con la destra fascista. E semmai il suo percorso è assimilabile ai primi tentativi di Alleanza Nazionale di andare oltre il reducismo e di ricercare una posizione più centrale e moderata nello spettro politico, con l'ambizione di proporsi come alternativa ad un gaullismo in piena crisi. Come è confermato, del resto, dal suo mutato atteggiamento nei confronti dello Stato di Israele.
Il problema vero è però un altro. Prescindiamo dal fatto che Costanzo Preve è un intellettuale importante e che la pretesa di fare la lezioncina ad una persona che potrebbe insegnare la Scienza della logica o i Grundrisse a schiere di docenti universitari è veramente ridicola. E chiediamoci: cosa distingue la destra e la sinistra? Si tratta di un'autoattribuzione? Si tratta di una rendita di posizione legata ad un passato anche nobile ma remoto?
Per chi continua a ritenere valide le categorie di destra e sinistra, insomma, chi è più a sinistra e chi più a destra: Costanzo Preve, che ha sin dall'inizio condannato l'aggressione alla Libia, oppure Rossana Rossanda, che parteggiava per i "ribelli" armati dalla Nato? Costanzo Preve oppure l'intero gruppo dirigente di quel partito, il PD, dal quale l'attuale sedicente sinistra brama di farsi imbarcare? E perché Costanzo Preve può essere diffamato in questo modo mentre gli altri sono intoccabili? [SGA].
Saverio Ferrari - il manifesto mercoledì, 16 maggio 2012
Flores d'Arcais e la radicalizzazione degli intellettuali europei
Le prese di posizione come quella di d'Arcais sono segno di un processo molto positivo in corso nell'area liberaldemocratica [SGA].
Paolo Flores d’Arcais: Democrazia! Libertà privata e libertà in rivolta, ADD editore
Da anni si afferma che è malata, la si accusa,
ma le si rimane attaccati come all'ultimo baluardo di libertà e
uguaglianza. Da anni si sente parlare di democrazia zoppa, di democrazia
finita, di democrazia fallita. Ma a cosa ci riferiamo quando parliamo
di democrazia? A una forma utopica e ideale, o a un meccanismo concreto
di gestione del potere capace di ridurre le distanze tra i cittadini?
L'idea di democrazia ha dovuto adeguarsi a molte sollecitazioni, a
cambiamenti sociali così radicali da mettere in crisi non solo le grandi
ideologie, ma anche gli ideali che tenevano insieme popoli e nazioni.
Cosa rimane al concetto e alla pratica democratica dopo l'improvviso
accelerare della storia degli ultimi anni? Cosa dopo decenni di
liberismo sfrenato, dopo crisi finanziarie, dopo l'avvento sempre più
incontrollabile dei poteri forti? Con questo saggio Paolo Flores
D'Arcais riflette sullo stato di salute e sugli spazi di azione ancora
propri della democrazia, cercando prima di individuarne nemici e punti
deboli, poi di trovare possibili soluzioni per un ritorno vero e
condiviso del fare democratico.
Il fantasma dell’uguaglianza
di Paolo Flores d’Arcais
il Fatto 16.5.12 da Segnalazioni
Sta per arrivare in libreria “Democrazia! - Libertà privata e libertà in
rivolta” di Paolo Flores d’Arcais, concepito come un prontuario delle
antinomie (Democrazia e legalità, Democrazia e verità, Democrazia e
ateismo, Democrazia e illuminismo di massa, Democrazia e denaro,
Democrazia e uguaglianza, Democrazia e morale, Democrazia privata,
Democrazia e rivolta). Anticipiamo un passo del capitolo dedicato
all'eguaglianza.
Tutti conoscono il motteggio infantile che recita «se mia nonna avesse
un trolley sarebbe un tram». Troppi liberisti scambiano questo scherzo
per un ragionamento: «se tua nonna avesse un trolley sarebbe libera di
essere un tram» ha infatti l’identica struttura logica di «se tua nonna
avesse i miliardi adeguati sarebbe libera di fondare la Fiat». Ma tua
nonna ha il trolley? Se non lo ha, quella libertà è una irridente
boutade, come sa perfettamente il bambino che la pronuncia e che scopre
così precocemente l’ipotetica del terzo tipo o dell’irrealtà. Nessuno di
noi è libero di fondare la Fiat. E portare in contrario le leggendarie
imprese di chi «si è fatto da sé» mantiene il discorso nel girone
dell’apologia anziché della logica, poiché in ogni ramo imprenditoriale
l’Henry Ford o lo Steve Jobs di turno rappresenta il momento magico
irripetibile di un «nuovo inizio», cui seguirà la normalità strutturale
che vedrà invece l’imprescindibilità del trolley miliardario.
(…)
DI QUALI risorse ho bisogno per essere libero di fondare un giornale,
una radio, una tv? Che libertà ho di praticare il «rischio di impresa»
se non possiedo il necessario conquibus da arrischiare, o l’equivalente
credito della banca? È dunque perfettamente liberista, ma prende sul
serio la logica, l’articolo 3 della nostra Costituzione, che al secondo
capoverso recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di
ordine economica e sociale, che, limitando di fatto la libertà e
l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona
umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Che proprio
tale articolo suoni affetto da socialismo al delicato udito di qualche
liberale, ci dice solo come il privilegio di classe sia pronto a
spingersi fino all’odio per la logica. (…)
La diseguaglianza, insomma, non va da sé, deve essere giustificata. E il
liberale (non ancora ingaglioffito a liberista) può giustificarla solo
qualora l’eguaglianza impedisca la «critica dell’esistente». Benedetto
Croce – il maestro di libertà che per timore dei «rossi» preferì
avallare il fascismo, dunque un liberale moderatissimo che «diede per
viltade il grande assenso» – riconoscerà che il liberalismo non ha
«legame di piena solidarietà con il capitalismo o con il liberismo
economico o sistema economico della libera concorrenza, e può ben
ammettere svariati modi di ordinamento della proprietà e di produzione
della ricchezza, con il solo limite … che nessuno [di essi] … impedisca
la critica dell’esistente». La libertà liberale è perfettamente
compatibile con politiche di limitazione anche radicale del diritto di
proprietà (a cominciare dall’azzeramento della trasmissibilità
ereditaria delle ricchezze), purché non incidano sulla capacità critica
complessiva dei cittadini nei confronti dei poteri costituiti. Un
liberale che non abbia in uggia la logica concluderà perciò con
Rousseau: «È proprio perché la forza delle cose tende sempre a
distruggere l’eguaglianza, che la forza della legislazione deve sempre
tendere a mantenerla». Invece, sempre più spesso, il cittadino è
costretto ad ascoltare inverosimili analogie tra «mercato politico» e
«mercato economico» (…)
METAFORE tipo «azienda Italia» possono perciò affiorare alla mente solo
laddove ogni sinapsi sia satura di pulsione totalitaria. Del resto, il
liberale Tocqueville già metteva in guardia (…): «È facile scorgere nei
ricchi un grande disgusto per le istituzioni democratiche del loro
Paese». (…) Se mettiamo in fila quanto fin qui acquisito, siamo
costretti a concludere che la democrazia è in conflitto permanente col
liberismo, poiché quest’ultimo, lasciato al suo istinto, è portato
inguaribilmente all’aggressione contro ogni presupposto e conseguenza
dell’eguale sovranità e dell’autonomia del ciascuno. Senza l’azione
inesausta della politica per vincolare il capitale agli imperativi
dell’eguale libertà civica, il liberismo conclude nella soppressione
della democrazia. A questo punto scatta puntuale la geremiade
d’ordinanza: ma con questi discorsi si finisce nel comunismo! Sì e no
(soprattutto no). «Pretendere di arrivare a una perfetta eguaglianza
nella distribuzione dei poteri di governo mi pare tanto assurdo … quanto
è pernicioso in pratica il comunismo», sosteneva in effetti il
baronetto George Cornewall Lewis, cancelliere dello scacchiere di Lord
Palmerston. «Una democrazia non truccata … è già il comunismo»,
sintetizza giustamente Luciano Canfora citandolo. Sia però chiaro che
l’approssimazione asintotica alle eguali chance di partenza non può
avere nulla a che fare con gli esperimenti di socialismo reale che
troppi popoli hanno dovuto subire. La pianificazione burocratica dei
regimi dell’est (…) si colloca esattamente agli antipodi
dell’eguaglianza democratica. (…) La totalitaria abrogazione di ogni
libertà politica è infatti già una forma – e micidiale – di
diseguaglianza materiale, sociale. Che, oltretutto, fa da incubatrice
alle altre. I gerarchi di partito, ciascuno nell’asimmetrica proporzione
del rispettivo potere, sono infatti gli effettivi padroni del sistema
produttivo, banche, industrie, terre. Tanto è vero che saranno proprio
loro a trasformarsi in «legittimi» proprie-tari, quando il crollo
dell’Urss e delle democrazie popolari (iterazione per occultare
negazione!) suonerà l’inevitabile fanfara delle privatizzazioni e
trasformerà i più lesti degli apparatchiki in «oligarchi» delle
ricchezze economiche.
Per uno sviluppo razionale e socialmente controllato, contro il populismo antimoderno
Antonio Pascale: Pane e pace. Il cibo, il progresso, il sapere nostalgico, Chiarelettere
Un agronomo e scrittore racconta la storia di
tre generazioni. No, non è un romanzo, è un excursus veloce sul rapporto
che l'uomo intrattiene con la terra e con quello che mangia attraverso
l'evoluzione in agricoltura e la ricerca scientifica. Un modo tutto
particolare e nuovo per parlare di noi, dei nostri nonni e del nostro
futuro. I pomodori dei primi del secolo sono molto diversi da quelli di
oggi, così pure i frumenti, le barbabietole, e oggi chi lavora la terra
non sta più piegato a togliere insetti e a concimare. Ogm,
contaminazioni a vari livelli hanno migliorato molto la nostra capacità
di produzione. Pensate che tra il Medioevo e i primi anni del secolo
scorso non c'era differenza nella produzione di grano. Era sempre la
stessa: una tonnellata, e non era abbastanza. La gente aveva fame, il
cibo era un'ossessione. Così i ricordi familiari si uniscono alle
conoscenze di uno scrittore che da anni porta avanti una sua battaglia
personale in favore della conoscenza scientifica e della consapevolezza
critica. La storia delle piante, gli incroci che nel tempo sono stati
provati definiscono un modo di stare a tavola, la storia di un paese e
di un territorio.
di Luigi Mascheroni - il Giornale 16 maggio 2012
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