mercoledì 22 gennaio 2020

Emanuele Severino 1929-2020

Garante della tecnocrazia eretta a destino e gran consolatore, ha trasformato l'adesione spontanea della borghesia colta all'intrasformabilità delle cose nell'adorazione della naturalità eterna delle relazioni capitalistiche (l'essere che è e non può non essere) [SGA].



È morto il filosofo Emanuele Severino. La sua ultima intervistaAvvenire martedì 21 gennaio 2020

La degradazione socialsciovinista del blocco sociale dell'ex PCI



Il paese della libertà e dei diritti umani


Meteoriti e estinzione delle specie: c'è speranza


lunedì 20 gennaio 2020

Rovelli va a Hong Kong e si accorge della secessione: "L'Occidente celebra la democrazia quando è arma ideologica contro i suoi avversari ma la detesta quando i governi eletti non sono filo-occidentali"

A volte nel meccanismo di costruzione dell'opinione pubblica finisce per cascare un granello di sabbia che inceppa il funzionamento della macchina ideologica.

E' quanto è accaduto in questo caso: il fisico Rovelli, che ogni tanto scrive sul Corriere svolgendo per lo più la parte dello scienziato illuminato e umanista e dunque garante dell'impatto morbido della tecnocrazia, va a Hong Kong e manda questo pezzo, nel quale dice che le cose non stanno esattamente come il Corriere di solito le racconta (giovani e popolo in cerca di libertà contro il totalitarismo cinese che calpesta i diritti umani) ma assai più complesse.

Osa ad esempio nominare la parola "colonia". Critica anche l'ideologia dell'esportazione della democrazia... Insomma, leggetelo.

Il Corriere non può rifiutare la pubblicazione per bon ton, cerca di limitare i danni ma la frittata è fatta: l'intollerabile, il germe del dubbio, si è insinuato nell'ideologia borghese.

E' la conferma che senza una centrale informativa seria e attendibile non saremo mai nelle condizioni di risollevarci [SGA].

Un libro sulla Conferenza di Versailles


La biografia di Reichlin


Le Dionisiache di Nonno di Panopoli


Meticciato in Europa 5700 anni fa


Città di luce: la traduzione degli Hekalot

Hanebrink e l'unico male politico oggi conosciuto





4 anni in Corea del Nord e non capire nulla


Storia sociale della pasta


Fellini in Unione Sovietica


sabato 18 gennaio 2020

Il primo volume degli "scritti politici" di Mark Fisher


"Liberare la mente dai condizionamenti". Corriere, Osho e supllemento d'anima

La scelta del Corriere di pubblicare i libri di Osho, che fino a qualche anno fa sarebbe stata impensabile e scandalosa, mi sembra significativa dello stato di putrefazione irreversibile della cultura borghese.

La crisi di senso della civiltà neoliberale è così profonda che anche gli spacciatori dell'ideologia positivistico-naturalistica che afferma il carattere perpetuo delle relazioni di capitale sono costretti a iniettare quotidianamente ai loro sempre più sparuti lettori un supplemento d'anima che li consoli sì ma senza distrarli troppo dalla necessità di essere imprenditori di se stessi.

Il terrapiattismo, il respirianesimo, il veganesimo estremo e le mille altre bizzarre "esperienze vissute" del nostro tempo possono in questo senso risultare frustranti e dispersive, mentre il ritorno al classico Osho è assai più rassicurante.

In questa prospettiva e in vista di questo effetto, anche il fatto che costui fosse notoriamente un imbroglione cazzaro  i cui libri un tempo erano considerati buoni solo per la sottocultura dei boccaloni fragili in cerca di misticismo è del tutto secondario, tanto più che da tempo non esistono fatti ma soltanto interpretazioni [SGA].

Due conferenze di Lévi-Strauss su Montaigne

I Tristi Tropici di Montaigne 
Per realizzare il suo capolavoro Claude Lévi- Strauss si ispirò alle parole spese dall’autore degli " Essais" sui nativi americani. Lo chiariscono due conferenze che il padre dell’antropologia tenne a Parigi, tradotte soltanto adesso
di Marino Niola Robinson 18 1 2020

Dall’antropofagia all’antropologia il passo è breve. Tra mangiare l’altro e studiare l’altro la differenza non è poi molta. A sostenerlo è Claude Lévi-Strauss, il più grande antropologo del Novecento, in due conferenze fino ad ora inedite. E che adesso sono state raccolte in un libro curato da Emanuel Désveaux e appena tradotto da Raffaello Cortina, che ha arricchito l’edizione italiana con una bella postfazione di Carlo Montaleone. Il volume illumina un passaggio fondamentale nella genealogia teorica dell’autore di Tristi Tropici.
La prima conferenza fu tenuta nel 1937 quando il giovane Claude aveva 29 anni e non aveva mai parlato in pubblico, per un gruppo di quadri della CGT, Confédération générale du travail, il più grande sindacato della sinistra francese, ed è affiorata solo di recente dagli archivi della Bibliothèque Nationale di Parigi. Il titolo, perfettamente intonato al clima e all’uditorio era "Una scienza rivoluzionaria: l’etnografia".
La seconda conferenza si intitola " Ritorno a Montaigne". Lévi-Strauss la pronunciò nel 1992, in una sala della facoltà di Medicina di Parigi, durante le celebrazioni per il cinquecentenario della scoperta dell’America ed è anche la sua ultima performance oratoria. Per l’occasione la platea era costituita dai membri del Comité protestant d’éthique. Il testo è giunto fino a noi grazie ad una trascrizione anonima sulla cui prima pagina compare l’iscrizione "Registrazione pirata, trascrizione non corretta". Forse non corretta ma Lévi-Strauss c’è tutto. La sua inesausta vibrazione filosofica, la sua icastica eloquenza da grande moralista, ma anche la sua affilata ragione analitica. Lo prova una versione ridotta dell’intervento che uscì a sua firma su Repubblica l’11 settembre dello stesso anno con il titolo "Come Montaigne scoprì l’America". Quella che si delinea nelle due conferenze è una traiettoria circolare che si apre e si chiude sotto il segno di Montaigne. E soprattutto retrodata il punto d’origine dell’antropologia levistraussiana, che di solito viene collocato nel 1949, anno di uscita di un capolavoro come Le strutture elementari della parentela. Invece questi due testi mostrano come nel 1937 il futuro padre dello strutturalismo fosse già abbondantemente sul pezzo. Di solito si accredita a Lévi-Strauss un’ascendenza rousseauiana. La sua critica della società occidentale, la sua difesa dell’innocenza primitiva tanto vicina alla bontà originaria della natura, il suo ecologismo biocentrico, la sua identificazione con le specie viventi vengono letti come una traduzione del pensiero di Rousseau nel linguaggio dell’antropologia. Invece sia la prima sia l’ultima conferenza impongono all’unisono di guardare più lontano. Perché la sorgente primigenia di opere come Tristi Tropici e Il pensiero selvaggio si trova in realtà nella filosofia di Montaigne e nella sua critica spaesante della pretesa superiorità dell’Occidente sulle altre culture. Ed è proprio ponendosi sotto l’egida dell’autore degli Essais che Lévi-Strauss nel 1937 proclama davanti ai capi del sindacato il carattere costitutivamente rivoluzionario dell’antropologia. Nel senso che esisterebbe una correlazione stretta fra ragione etnografica e spirito rivoluzionario, tra la conoscenza dell’altro e la critica di sé. Almeno a partire dal Rinascimento, quando la scoperta del Nuovo Mondo e delle umanità che lo abitano produce un tempestoso allargamento della nozione stessa di uomo.
Il più grande esempio è proprio il relativismo di Montaigne, ispirato dai costumi dei nativi americani che mostrano come il nostro modo di vivere sia solo uno tra i tanti possibili. E non possa vantare nessuna superiorità. Allo stesso modo, dice Lévi-Strauss, nel secolo dei Lumi, caratterizzato dalla conquista inglese e francese del Nordamerica, l’Indiano diventa il buon selvaggio di Rousseau, l’Ingenuo di Voltaire, la critica vivente della supponenza eurocentrica della civiltà bianca. Insomma, «ogni volta che lo spirito critico verso le istituzioni si attutisce, si va a cercare l’esempio tra i popoli selvaggi e, quando scoppia una rivoluzione, essa si volge subito verso i primitivi per svilupparne le conoscenze». Non a caso, aggiunge il grande antropologo, la Rivoluzione russa del 1917 diede grande impulso alle ricerche etnografiche sulle genti che popolavano i confini dell’Artico e il cuore della Siberia.
Con la stessa lucidità Lévi-Strauss decostruisce il celebre capitolo degli Essais di Montaigne, quello intitolato Dei cannibali, per mostrare come dal pensiero del grande filosofo francese si dipartano le linee della moderna scienza dell’uomo. L’analisi, finissima, si svolge sullo sfondo di variabili come la guerra di religione fra cattolici e protestanti, con gli episodi di cannibalismo che la caratterizzarono, e mostra come in fatto di barbarie la civile Europa non abbia nulla da imparare dai selvaggi delle Americhe. Un boccone amaro da digerire ma necessario per capire che il vero barbaro è colui che crede di non esserlo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Anche Bastasin salva l'Occidente liberale, povero, inerme e assediato da mille totalitarismi


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Incontro tra titani liberali: Mingardi e Vargas-Llosa salvano l'America Latina dai comunisti