giovedì 29 settembre 2016

Ernst Nolte dalla teoria del fascismo internazionale alla teoria del totalitarismo

Il giovane Ernst Nolte, nella prima edizione di "Der Faschismus in seiner Epoche", aveva respinto ogni assimilazione tra il regime sovietico sotto Stalin, compresi i campi di lavoro, e il sistema di sterminio su basi razziali del nazismo.
Veniva detto in quel libro che l’emergere del «concetto di totalitarismo» ha contribuito ad oscurare la necessità di una teoria generale del fascismo, rallentando così la ricerca storiografica (Piper, München 1963... 1994, pp. 7-8 ). Veniva poi fatto notare che «Se per totalitarismo si intende l’opposto della forma costitutiva non-totalitaria, vale a dire liberale, in tal caso vi è
stato totalitarismo nel più remoto passato, e si dà oggi totalitarismo
come una forma universalmente diffusa dell’esistenza politica» (p.
30). Di conseguenza, egli rifiutava di sussumere «a priori» nazismo e bolscevismo «nel formale concetto di “totalitarismo”» (p. 31).

Nolte era dunque chiarissimo sull’assoluta impossibilità di equiparare i due regimi politici, ed era estremamente attento a sottolineare i condizionamenti oggettivi della dittatura staliniana. In ogni caso, affermava, «l’affinità di taluni fenomeni nei due sistemi non dovrebbe far dimenticare la contrapposizione fondamentale» (p. 637; cfr. p. 731 sgg.).
Qualche anno dopo Nolte cambierà idea e con la teoria della guerra civile internazionale (che include la tesi del contromovimento e del controannientamento) sarà uno dei protagonisti della controffensiva revisionistica che ha accompagnato sul terreno storiografico la rivoluzione passiva neoliberale. Evidentemente, lo storico tedesco ha recepito le critiche e gli avvertimenti minacciosi del liberale Karl Dietrich Bracher, il quale accostava l’opera del 1963 alla «teoria marxista del fascismo» ("Zeit der Ideologien", Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart 1990, pp. 114, 120 e 137-8).
In ultimo, pur mantenendosi su posizioni fortemente orientate a destra e non distanti dalla tesi dello scontro di civiltà, Nolte non mancherà di comprendere, in chiave anche parzialmente autocritica, le conseguenze negative degli argomenti da lui indirettamente forniti alla teoria del totalitarismo.
Tra tanti banali apologeti storiografici dello pseudouniversalismo liberaldemocratico, pur nella sua finale subalternità, Nolte ha avuto comunque il merito di mettere a frutto la lezione di Nietzsche, Heidegger e Schmitt. Rimarrà perciò un buon nemico, contro il quale sarà a lungo proficuo combattere e al quale in altre circostanze sarebbero state riservate buone pallottole e un buon muro.
(Rinvio su tutto ciò al mio vecchio libro "Pensare la Rivoluzione conservatrice", La Città del Sole, Napoli, p. 30 sgg.) [SGA].



Morto Nolte, lo storico della guerra civile europea
Lo studioso tedesco interpretò il nazismo come risposta al bolscevismo. Una tesi che scatenò feroci polemiche

Morto lo storico Ernst Nolte
Il filosofo e storico tedesco si è spento a 93 anni in una clinica di Berlino dopo una breve malattia


Morto Ernst Nolte, il principe dei revisionisti
Lo storico tedesco aveva scatenato un dibattito con le sue tesi sull'Olocausto

Morto Ernst Nolte, lo storico che collegò Gulag e Shoah
Sergio Romano Corriere

Morto Ernst Nolte, storico tedesco Vide nella Shoah una replica al Gulag
Scomparso lo studioso al centro di molte polemiche per la sua idea di un nesso causale tra i crimini bolscevichi e quelli nazisti. Molto discussi anche i suoi giudizi del sionismo
di ANTONIO CARIOTI Corriere

Il passato nazista assolto in nome della patria tedescaADDII. La scomparsa di Ernst Nolte, l’esponente più noto del «revisionismo storico». La fortuna editoriale e di pubblico fu data dalla lettura dell’ascesa hitleriana come reazione alla «barbarie asiatica» rappresentata dal comunismoGianpasquale Santomassimo Manifesto 19.08.2016
La scomparsa a 93 anni di Ernst Nolte segna l’uscita di scena di uno dei protagonisti più controversi del cosiddetto revisionismo storico: in qualche misura del suo interprete più originale e autentico, noto anche al grande pubblico.
Un destino che non sembrava profilarsi nel primo studio che gli diede notorietà, il libro del 1963 su I tre volti del fascismo (che erano fascismo, nazismo e Action Francaise), dal taglio assai più filosofico che storico, nel linguaggio come nella problematica (e con una totale indifferenza per la dimensione economica e sociale). Ci sono in quel testo elementi destinati a permanere, come notava nel 1964 Enzo Collotti: se il fascismo veniva inteso come una filiazione del marxismo, anche i suoi esiti estremi si sarebbero potuti imputare al comunismo. Ma per la verità venivano operate allora nette distinzioni tra nazismo e comunismo, come tra i rispettivi sistemi concentrazionari. C’era molta cautela nell’uso del termine «totalitarismo», che anzi veniva criticato perché sommergeva e banalizzava il fenomeno fascista, impedendo la ricerca di una sua «teoria generale».
LA DISPUTA DEGLI STORICI
Col passare del tempo Nolte mutava gran parte dei suoi postulati, e l’urgenza più evidente della sua ricerca appariva quella di sganciare la coscienza della nazione tedesca dal «passato che non voleva passare», ossia da quella sia pur tardiva accettazione delle responsabilità collettive di fronte al passato nazista che con grande difficoltà si era affermata alla fine degli anni Sessanta. La fortuna di Nolte si legherà per molti anni all’emergere di una insofferenza diffusa verso quel legame, nei termini di una ricerca assolutoria assai più che di una storicizzazione.
Nel giugno 1986 il suo articolo sulla «Frankfurter Allgemeine Zeitung« segnava l’avvio della cosiddetta «Historikerstreit« (disputa tra gli storici) che vedeva schierarsi su posizioni conflittuali Hillgruber da un lato e soprattutto Habermas dall’altro.
Lontano dal negazionismo, sarà incline a un pesante giustificazionismo che non scivolerà mai esplicitamente in una tendenza apologetica ma che attraverso una serie di parallelismi e di concatenazioni assertive tenterà di configurare il nazismo come risposta difensiva alla minaccia comunista, che costituirebbe il «prius logico e fattuale» di tutta la vicenda hitleriana.
Siamo nella dimensione della «guerra civile internazionale» (concetto che avrebbe conosciuto ben altra fortuna e dignità nell’opera di molti altri storici, tra i quali ricordiamo almeno Enzo Traverso) ma che viene meccanicamente trasposta in un gioco di rimandi spesso forzati e cervellotici. Così la guerra di razze è una risposta alla guerra di classe, il lager è risposta al gulag, la volontà di annientamento dei nemici è risposta alla «barbarie asiatica» dei bolscevichi, lo sterminio degli ebrei discende necessariamente dalla presenza predominante della componente ebraica nel comunismo.
La formulazione più compiuta di queste tesi si avrà nel libro La guerra civile europea 1917-1945.Nazionalsocialismo e bolscevismo del 1987, edito in Italia due anni dopo da Sansoni con ampia introduzione critica di Gian Enrico Rusconi. L’analisi più convincente delle tesi di Nolte si può leggere in Pier Paolo Poggio, Nazismo e revisionismo storico (manifestolibri, 1977).
In seguito Nolte modificherà numerosi elementi delle sue teorie, a volte producendo bizzarrie concettuali: si veda l’autocritica sulla presenza ebraica nel comunismo, che dirà di avere riveduto e attenuato perché «i più recenti studi» avevano mostrato una presenza trascurabile dell’elemento ebraico nel comunismo cinese (e forse non c’era bisogno di attendere gli studi più aggiornati).
Ma proprio la questione ebraica finirà per alienare i favori che erano giunti in forma cospicua alla figura di Nolte da parte di un vasto fronte che aveva individuato nelle sue tesi la punta di lancia di un’offensiva «revisionista» apparsa a lungo egemone. L’antisemitismo sostanziale di Nolte finiva per emergere in forma esplicita e non più latente.
ANTICONFORMISMO POSTICCIO
Nel 2003 «Repubblica» curava un faccia a faccia tra Nolte e Marcello Pera, allora presidente del Senato, che assisteva attonito e contrariato a pronunciamenti antiamericani del suo idolo (in termini di odio per hamburger, Coca-Cola e lobby ebraica), alla equiparazione di Israele al nazismo, alla minimizzazione e relativizzazione della Shoah e a parallelismi avventurosi tra Gaza e Auschwitz. «Lei è considerato un uomo di destra. Ma in lei sento l’eco della sinistra europea». «Nel ’63 ero considerato un uomo di sinistra. Forse sono tornato alle mie origini». «Oppure c’è una radice identica nel pensiero di destra e di sinistra». «Sì, non credo che la divisione tra destra e sinistra sia definitiva. E io ho sempre teso alla sintesi».
L’ultimo Nolte, in versione «rossobruna», diventava inservibile e il suo nome scompariva lentamente dalle evocazioni dei tanti house organ del revisionismo occidentalista.
È facile prevedere che Nolte resterà nella storia essenzialmente per il ruolo esercitato in un momento delicatissimo e cruciale della coscienza inquieta della nazione tedesca, vera e propria cartina di tornasole rispetto al disagio crescente di molti tedeschi rispetto a una contrizione forse non autentica e interiorizzata ma vissuta come imposizione esterna. È difficile che resti molto della sua opera di storico, in termini vitali e capaci di fare da stimolo a riflessioni realmente «anticonformiste».


L'allievo di Heidegger che odiava Habermas
Lanna su Il Dubbio

Un breve carteggio tra Kristeller e Lowinsky sulle responsabilità degli intellettuali tedeschi durante il nazismo


Paolo Simoncelli Avvenire 28 settembre 2016

Torna "Grandezza e decadenza di Roma", di Guglielmo Ferrero








L'autobiografia di Giuseppe Rensi


Il cibo degli asceti


Torna il Platone di Taylor


Shakespeare papista?



Una nuova edizione degli Oracoli Caldaici

Persistenze di antichi culti religiosi in Medio Oriente



Loos e la moda borghese



H.G. Wells nella Russia sovietica

Russia nell'ombra
H.G. Wells: Russia nell'ombra, traduzione di Cristina Colla, Nuova Editrice Berti, pagg. 159, euro 17

Risvolto
H.G. \Wells arriva per la prima volta in Russia nel gennaio del 1il,4. futorna nel settembre del 1920, subito dopo la rivoluzione di ottobre. San Pietroburgo, ora diventata Petrograd, è una città in ginocchio: tra le rovine, si aggira una popolazione allo stremo delle forze, ridotta alla fame. In compagnia dell'amico Maxim Gor§,'Wells esplora la nuova Russia comunista, sempre monitorato dagli occhi invisibili dei servizi segreti, esrremamente diffidenti nei confronti dei visitatori stranieri. Socialista simpatizzante per la causa bolscevica e reporter d'eccezione,'W'ells riesce persino a intervistare Lenin, in un memorabile incontro a Mosca. Raccolte qui, le pagine di viaggio, finora inedite in Italia..

Il Quadro Mancante: dopo Gramsci, Lo Piparo applica la sua esegesi anche a Guttuso




mercoledì 28 settembre 2016

L'Album Roland Barthes

La famiglia Ingrao nella storia d'Italia


Laura Lombardo Radice, Chiara Ingrao: Soltanto una vita, Baldini & Castoldi)

Risvolto
La storia di una madre, Laura Lombardo Radice, ricostruita dalla figlia Chiara Ingrao attraverso le sue lettere, le poesie, le interviste, gli articoli, gli appunti, e ripensata attraverso il filtro della propria esperienza. Ma anche la storia del Novecento, dietro e dentro la vita di una donna comunista, compagna di vita e di lotte di Pietro Ingrao. Un dialogo postumo, fra due generazioni di donne che hanno tentato un cammino di libertà per se stesse e per gli altri. 

Il mito della giovinezza nella cultura occidentale

Responsive imageRobert Pogue Harrison: L'era della giovinezza. Una storia culturale del nostro tempo, Donzelli

Risvolto
Che età abbiamo? Quanti più argomenti si avanzano per affrontare questo interrogativo in apparenza semplice, tanto più risulta difficile trovare una risposta. Infatti, la nostra crescita avviene simultaneamente in ambiti differenti: da un punto di vista biologico, psicologico, sociale; cresciamo anche nella sfera più generale di una cultura, all’interno di una storia che ci precede e che ci sopravvivrà. Osservati attraverso queste prospettive, molti aspetti dell’epoca contemporanea sembrerebbero suggerire che siamo più vecchi che mai; al contrario, Robert Pogue Harrison ritiene che stiamo diventando sempre più giovani: nelle nostre concezioni, nella mentalità, nei comportamenti. Viviamo, insomma, in un’era di giovinezza. Spaziando brillantemente attraverso le culture e la storia, la filosofia e la letteratura, questo libro ripercorre i modi in cui gli spiriti della giovinezza e della vecchiaia hanno interagito tra loro dall’antichità fino ai nostri giorni. Harrison mutua dal linguaggio scientifico il concetto di neotenia, ossia il mantenimento di caratteristiche giovanili anche nell’età adulta, e lo estende all’ambito culturale, sostenendo che l’impulso giovanile è essenziale per sviluppare un indirizzo innovativo nel campo della cultura e per mantenere viva la genialità. Al tempo stesso, tuttavia, la giovinezza – che Harrison vede protrarsi come mai prima d’ora – non può fare a meno, per compiere la sua opera, della stabilità e della saggezza dei più vecchi e delle istituzioni: «Se il genio libera le novità del futuro, la saggezza eredita i lasciti del passato, rinnovandoli nel tempo stesso in cui li tramanda». Vincitore negli Stati Uniti del prestigioso Bridge Award nel 2015, L’era della giovinezza è una inebriante, raffinatissima escursione, ricca di idee e di spunti, che solo una penna acuta come quella di Robert Pogue Harrison poteva concepire. Un libro da cui nessuno che sia alle prese con la diffusa ossessione della giovinezza potrà prescindere.

Hobsbawm e l'America Latina: un'antologia

Gnoli intervista Giorello

ANTONIO GNOLI Repubblica 25/9/2016

L'uomo contro lo Stato: Spencer e il neoliberismo



Radio Bari e la politica fascista verso il mondo arabo

Onde fascisteArturo Marzano: Onde fasciste. La propaganda araba di Radio Bari (1934-1943), Carocci, pp. 446, € 39

Risvolto
Il volume ricostruisce l’esperienza di Radio Bari (1934-43), la prima stazione europea a trasmettere in arabo. Grazie ad una ricerca condotta in numerosi archivi in Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Marocco, emergono da queste pagine i protagonisti di Radio Bari, dai responsabili politici agli autori, agli ospiti, agli speaker, nonché i programmi che la radio ospitò. Le trasmissioni culturali (conversazioni, canzoni, pièce teatrali) furono apprezzate dal pubblico arabo, mentre quelle politiche (i notiziari) non ebbero successo perché scontavano una contraddizione insuperabile della propaganda e, più in generale, della politica estera fascista: Roma corteggiava i nazionalismi arabi e attaccava Londra e Parigi con l’obiettivo di sostituirvisi come potenza egemone nel Mediterraneo e in Medio Oriente, senza considerare che quei nazionalismi si sarebbero opposti con uguale forza al dominio coloniale italiano. Proprio attraverso Radio Bari e la sua “guerra delle onde” con Radio Londra, Radio Paris Mondial e Radio Berlino, il libro, al confine tra storia delle relazioni internazionali, storia transnazionale e storia dei media, mette in luce come la politica araba dell’Italia fascista fosse, nonostante le ambizioni imperiali, destinata al fallimento.

Citati e i miti