giovedì 18 gennaio 2018

Lo stereotipo rassicurante del nazismo eterno nell'Occidente liberale che bombarda e ricolonizza il mondo. Una mostra in Germania


La corrente nera che scuote i tedeschi 

ESTREMA DESTRA. Un «sistema di pensiero» che la sconfitta di Hitler nella seconda guerra mondiale non ha cancellato. Una mostra al Centro di documentazione sul nazionalsocialismo di Monaco.

Jacopo Rosatelli Manifesto 17.1.2018, 0:03 
Una foto in bianco e nero della toilette di un locale pubblico. Sulle porte le classiche figure stilizzate di ambo i sessi. Ma insieme. In alto a sinistra, una scritta accompagnata dal simbolo del partito dei Grünen: «Nuova proposta folle dei Verdi: bagni unisex!». Sotto, su rassicurante sfondo azzurro, campeggia lo slogan: «Buttiamo nel gabinetto le sconclusionate proposte del delirio gender!». Firmato Csu, l’Unione cristiano-sociale che in Baviera regna incontrastata. 
L’immagine è stata diffusa in un post su twitter della formazione conservatrice, costola della Cdu della cancelliera Angela Merkel, ed è probabilmente la più importante fra quelle che si possono osservare nella mostra Estremismo di destra in Germania dal 1945, in corso (fino al 2 aprile) al Centro di documentazione sul nazionalsocialismo di Monaco (NS Dokumentationszentrum München). 
IL MOTIVO DELLA RILEVANZA di tale figura è presto detto: in un museo pubblico, ultima creazione sorta nel quartiere dell’arte della capitale bavarese, la potentissima Csu è messa in relazione, pur se indirettamente, con l’ideologia del neofascismo. A testimonianza di un coraggio intellettuale che in Germania non manca quando si fanno i conti con la corrente nera che attraversa la storia di questo Paese, il suo passato, ma anche il suo presente, come insegna il successo che riscuote il movimento nazionalista e xenofobo Alternative für Deutschland (AfD). Non siamo in una piccola e semi-clandestina galleria alternativa, ma nel cuore del Kunstareal monacense, a due passi dalle ricchissime pinacoteche dove sono raccolti capolavori, da Dürer all’espressionismo, e nei paraggi di quell’Accademia musicale al centro della seconda parte della leggendaria Heimat di Edgar Reitz. Chi visita la città e non si limita alle pittoresche birrerie e allo stadio del Bayern passa certamente anche di qua. 
Meritoriamente, quindi, il Centro di documentazione sul nazionalsocialismo non solo ha prodotto un’esposizione temporanea dedicata a un tema di bruciante attualità, ma ha deciso di farlo senza infingimenti. Non una narrazione consolatoria e auto-assolutoria per la società tedesca, ma decisamente disturbante. In linea, peraltro, con l’accurata sezione permanente: tre piani di installazioni che illustrano con dovizia di particolari l’ascesa del nazismo come fenomeno che raccolse ed estremizzò istanze che circolavano già in una società permeata (anche) da tradizionalismo, militarismo e antisemitismo. 
Un movimento – quello guidato da Adolf Hitler -, che nacque proprio a Monaco, città che successivamente elesse a propria simbolica «capitale», teatro del fallito colpo di stato del 1923, che costò all’uomo che sarebbe diventato il Führer una pena piuttosto mite. Segno inequivocabile dell’atteggiamento benevolo dell’establishment politico e giudiziario in Baviera. 
LA MOSTRA TEMPORANEA – che ha l’unico «difetto» di avere didascalie e apparato testuale solo in tedesco – si articola in due parti: la prima dedicata alla cronologia della presenza politica organizzata dell’estrema destra dal dopoguerra a oggi, la seconda tematica. Ed è in quest’ultima, che presenta l’ideologia della galassia neo-fascista, dove troviamo la riproduzione del tweet anti-gender del partito che governa la Baviera – e, in coalizione, anche il resto della Repubblica federale. Sessismo, antifemminismo e omofobia formano infatti, raggruppati insieme, una delle dieci componenti fondamentali della Weltanschauung della destra radicale. 
UNA «VISIONE DEL MONDO» che, scrivono i curatori, «basa le proprie rappresentazioni su una posizione anti-illuminista e su un sistema di norme che serve alla giustificazione delle proprie azioni». Che sono state non solo genericamente violente, ma talvolta proprio omicide, come ha tragicamente mostrato, negli anni più recenti, la vicenda inquietante dell’organizzazione terroristica Nsu (Nationalsozialistischer Untergrund), responsabile della morte di dieci persone. 
Attraversando pannelli di testi e immagini, riproduzioni di manifesti, volantini, ma anche di pagine di siti internet e social network, tutti riconducibili a Monaco e alla Baviera, si è confrontati con le sfaccettature del «sistema di pensiero» che la sconfitta del nazismo nella seconda guerra mondiale non ha fatto certo scomparire.
Ingredienti che possono essere cucinati anche con salse all’apparenza più digeribili, ma che sempre tradiscono la loro chiara matrice. Il nazionalismo, innanzitutto, che può facilmente stingere in un superficialmente più innocuo «amor di patria (Vaterlandsliebe)» da esibire pubblicamente ai mondiali di calcio o nei forum economici in cui si vagheggia il ritorno al caro, vecchio marco. E poi l’ostilità verso la democrazia rappresentativa e il «politicamente corretto» che porterebbe a una limitazione della libertà di espressione, il revisionismo storico, l’antisemitismo. 
Quest’ultimo si accompagna spesso a teorie complottistiche secondo il paradigma dei Protocolli dei savi di Sion: è poco noto che, quasi ad imitare la propaganda della destra razzista degli Usa contro il «non-americano» Barack Obama, negli ambienti della Afd molti credono che la cancelliera Merkel «amica degli immigrati» non sia tedesca, ma una polacca ebrea, come indicherebbe l’origine del suo cognome da nubile, Kasner. 
COMPLETANO IL QUADRO ideologico razzismo, xenofobia, islamofobia, odio verso sinti e rom, e – spesso sottovalutato – il darvinismo sociale, riportato in auge dal libro La Germania si autodistrugge dell’ex politico (socialdemocratico!) Thilo Sarrazin. Pubblicato nel 2010, questo poderoso volume dai toni apocalittici contiene perle come quella riportata dai curatori della mostra: «Tutti i clan hanno una lunga tradizione di endogamia e dunque conseguentemente molti handicappati. È noto che la percentuale di handicappati fra i migranti turchi e curdi è notevolmente superiore alla media». Con un milione e mezzo di copie, in Germania è il secondo saggio a contenuto «politico» più venduto del nuovo secolo. 

ANNIVERSARI. 

In Germania scatta il centesimo anno dalla fine delle monarchie 

Il 2018 significa, in Germania, centesimo anniversario della fine delle monarchie. La sconfitta bellica portò alla tumultuosa proclamazione della Repubblica da parte del socialdemocratico Scheidemann dal balcone del Reichstag di Berlino il 9 novembre, con il Kaiser e Re di Prussia Guglielmo II in Belgio. Un atto che seguiva o precedeva di poco la deposizione dei regnanti sugli altri territori che componevano il Reich, come la Baviera della casata Wittelsbach.
Sono previsti, per l’occasione, libri, mostre, rassegne. I segnali che indicano che nei mesi a venire la riflessione sul passato nazionale occuperà molto spazio nel dibattito pubblico ci sono già. Lo storico Norbert Frei sulla Sueddeutsche Zeitung ha messo in luce il rischio che la ricerca di attenzione pubblica porti alcuni autori a rimettere in circolazione tesi «vittimiste» circa la fine del primo conflitto mondiale. Il settimanale Die Zeit ha dedicato all’anniversario della «Rivoluzione in Germania» la copertina del primo numero del nuovo anno, all’interno del quale Susan Neiman, filosofa americana stabilitasi a Berlino, viene intervistata sul rapporto fra la società tedesca e il principio di autorità.
Come una sorta di anticipazione del centenario, a Monaco si è appena chiusa una mostra dedicata a Kurt Eisner, primo presidente della Baviera repubblicana. Quindi, anche della Baviera attuale, che si considera in continuità con lo «Stato libero (Freistaat)» proclamato cento anni fa. Da sottolineare come la figura di Eisner, ebreo, socialdemocratico pacifista e filo-soviet, poco si confaccia al ruolo di «padre della patria» dell’attuale Land ultra-conservatore.
L’esposizione dedicatagli nel Museo civico del capoluogo (governato dalla Spd) ha fatto uscire la figura di Eisner dall’ombra in cui l’auto-rappresentazione della Baviera «ufficiale» lo ha relegato sino ad ora. Le celebrazioni che si terranno il prossimo novembre diranno se e quanto il partito-stato Csu sarà disposto a tributargli i dovuti onori.

"Antisemitismo di sinistra" - utile alla polemica politica - o riscoperta della arcinota categoria del "socialismo degli imbecilli"?


Da neri che erano, gli ebrei sono diventati bianchi dopo la Seconda guerra mondiale e sono stati cooptati in un Occidente del quale si sentono oggi semmai i pionieri. I neri e gli arabi pariah erano e pariah sono rimasti [SGA].

Michel Dreyfus: L'antisemitismo a sinistra in Francia. Storia di un paradosso (1830-2016), Free Ebrei

Risvolto
Esiste oppure è esistito un antisemitismo originale e specifico a sinistra in Francia? A lungo negata dagli storici, questa domanda delicata è affrontata per la prima volta nello studio estremamente documentato di Michel Dreyfus, che analizza l'opinione pubblica della sinistra francese dalla monarchia di Luglio sino ai giorni nostri. 

"Postverità": Maurizio Ferraris si schiera con i bufalari di professione contro gli artigiani delle Feik Niùs


Leggi anche qui

Maurizio Ferraris: Postverità e altri enigmi, Laterza, pp. 181, euro 13

Risvolto
Quanta verità c'è nella postverità? Anche se è forte la tentazione di dire che le bufale sono sempre esistite, che la menzogna è un ingrediente imprescindibile della politica e della vita, e che dunque non c'è niente di nuovo sotto il sole, anche se viene voglia di tagliar corto dicendo che si tratta tutt'al più di fare attenzione a quel che si legge così come si fa attenzione a quel che si mangia e si beve, la postverità è un concetto filosoficamente rilevante e la sua emergenza definisce una caratteristica essenziale del mondo contemporaneo: l'alleanza tra la potenza modernissima del web e il più antico desiderio umano, quello di aver ragione a tutti i costi.

Lucio Villari su Quesnay

Cara vecchia fisiocrazia scienza dimenticata della buona economia 
LUCIO VILLARI Rep 18 1 2018
In un secolo che fu di incalzanti curiosità culturali, in un tempo in cui la natura fu scoperta e indagata nella sua verità, nel tempo di Buffon e di Linneo che diedero il senso e il nome alle piante e agli animali, di Lavoisier e di Morelly, che con il suo Codice della Natura intuì la forza egualitaria e politica di una società umana costruita secondo i ritmi e gli algoritmi naturali, in questo clima così ottimista, scientifico e incantato insieme, ci fu chi cercò di scoprire i segreti oggettivi e i dati evidenti della ricchezza sociale, dell’economia e del suo governo politico.
Risultati immagini per quesnayAccadde in Francia nel 1758, quasi venti anni prima che Adam Smith pubblicasse La ricchezza delle nazioni. La nuova teoria fu tecnicamente “inventata” dal medico di corte di Luigi XV, François Quesnay, nel corso di sue ricerche sulla circolazione del sangue. Ma fu una équipe di studiosi e di politici, tramite anche l’Encyclopédie di Diderot, che fondò la fisiocrazia, cioè la scuola del “Potere della natura”.
La teoria fondante della fisiocrazia è in un grafico, una specie di zig zag che Quesnay disegnò su un foglio a stampa nel 1758. Il disegno rappresentava un’idea che Karl Marx, un secolo dopo, mentre era intento a scrivere Il Capitale, definì così: “Una idea estremamente geniale, indiscutibilmente la più geniale di cui si sia fin qui resa responsabile l’economia politica”. Era il Tableau économique che conteneva le prime, fondamentali riflessioni sulla produzione capitalistica (cioè sulla produzione che richiedeva capitali) e sulla circolazione e successiva distribuzione sociale di questa produzione. La comprensione teorico-grafica di quello zig zag non era immediata e tutt’altro che facile. Uno studioso, socialista e imprenditore, come Friedrich Engels, scrisse nel 1878: “La scuola fisiocratica ci ha lasciato nel Tableau économique un enigma su cui invano si sino rotte le corna i critici e gli storici dell’economia.
Questo Tableau che doveva far comprendere chiaramente l’idea che i fisiocratici si facevano della produzione e della circolazione complessiva del Paese, è rimasto abbastanza oscuro per le generazioni successive degli economisti”.
Questo giudizio sarà confermato nel 1958 da Luigi Einaudi nel presentare una edizione francese di scritti di Quesnay.
È difficile dire quali fossero le difficoltà.
Certamente la genialità di Quesnay e dei suoi collaboratori era anzitutto nella scoperta anticipatrice e moderna del “circuito economico” capitalistico, come sostenne nel 1960 Piero Sraffa, e poi nel fatto che i dati naturali della terra, investiti dalla scienza, dalla tecnologia e dal capitale erano la fonte più sicura e meglio protetta da crisi e da conflitti sociali di ogni economia nazionale.
Quesnay operava in uno Stato assolutista e feudale, ma attraverso l’economia fisiocratica si poteva valutare meglio la capacità del potere politico di governare questa nazione. “Ho tentato di costruire — scriveva Quesnay nel 1758 a un amico — un tableau fondamentale dell’ordine economico al fine di poter valutare chiaramente le conseguenze positive e negative dall’attività di governo. Vedrete voi se ho raggiunto lo scopo...”.
Sullo sfondo lontano, Quesnay vedeva altrimenti i bagliori di “una crisi terribile”.
I fisiocratici pensavano soprattutto alla potenza benefica della Natura e, scrivendo prima della rivoluzione industriale, vedevano nell’agricoltura modernizzata da capitali, macchine, tecniche varie, la fonte primaria dello sviluppo, a patto però che i proprietari terrieri sapessero essere appunto degli imprenditori e investitori capitalisti e non solo possessori di rendita agraria.
Per farsi capire meglio, i fisiocratici scoprirono il nucleo creativo e innovativo del capitale: il plusvalore. Lo chiamarono “produit net”, cioè non una rendita da sfruttamento, ma un risultato del rapporto tra investimenti e valorizzazione del capitale, e quindi anche del lavoro contadino e delle naturali risorse, dono della terra.
Dunque l’agricoltura veniva liberata dalle oppressioni secolari, dallo stato servile dei contadini, dalle ricorrenti carestie, dal mercato non manipolato ma alimentato e irrorato dalla libera circolazione dei prodotti. Fu dunque quella fisiocratica la prima teoria e la prima pratica del governo e del rispetto della natura. A duecentosessant’anni da quella scoperta economica ed ecologica, sentiamo le parole del medico François Quesnay come una medicina culturale di grande e attuale efficacia.
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