venerdì 24 marzo 2017

Auto-concorrenza al ribasso. "Offrire lavoro gratis sul web": mettersi proni pensando di compiere un gesto rivoluzionario

Libro Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati Domenico De Masi
Una teoria della guerra tra poveri: migliorerai la tua condizione solo a scapito del tuo simile, mai sottraendo ricchezza al padrone
Forti del successo travolgente della loro offensiva restauratrice, i ceti dominanti hanno travestito la lotta di classe in conflitto tra generazioni ma anche in conflitto tra subalterni "garanti" e subalterni "precari".
La nostra sinistra furbissima ci è cascata mani e piedi. E adesso la necessità di una spietata lotta di classe tutta interna al proletariato postmoderno, tra lavoratori "innovativi" e lavoratori "obsoleti", viene teorizzata anche al di fuori delle cerchie negriere propriamente dette [SGA].

Domenico De Masi: Lavorare gratis, lavorare tutti, Rizzoli

Risvolto
Ormai non esiste famiglia dove non ci sia un figlio, un parente o un amico che non sia disoccupato. Se ne parla come di un appestato, abbassando la voce per non farsi sentire dagli estranei, e comunque sospettando che, sotto sotto, si tratti di un fannullone o di uno scapestra- to. Con la disoccupazione giovanile stabile oltre il 40 per cento, l’Italia è oggi un Paese con milioni di questi fannulloni e scapestrati. Tutte le soluzioni sperimentate finora, compresi i voucher e il jobs act, celano l’intento di ampliare a dismisura un esercito di riserva professionalizzato e docile, disponibile a entrare e uscire dal mondo del lavoro secondo le fluttuazioni capricciose del mercato. Invece bisognerebbe avere il coraggio di affrontare il problema in tutta la sua gravità: la disoccupazione non solo non diminuirà, ma è destinata a crescere. Basta guardarsi intorno: ieri le macchine sostituivano l’uomo alla catena di montaggio, domani software sempre più sofisticati lavoreranno al posto di medici, dirigenti e notai. Insomma, il progresso tecnologico ci procurerà sempre più beni e servizi senza impiegare lavoro umano. E la soluzione non è ostacolarne la marcia trionfale, ma trovare criteri radicalmente nuovi per ridistribuire in modo equo la ricchezza. Per questo i disoccupati e tutti coloro che temono di poterlo diventare, se vogliono salvarsi, devono adottare una precisa strategia di riscatto. Perché pretendere un comportamento e un’etica ritagliati sul lavoro quando il lavoro viene negato? Perché non trasformare i disoccupati in un’avanguardia di quel mondo libero dal lavoro e sperimentare le occasioni preziose offerte da quella libertà? Ciò che oggi si prospetta non è conquistare, lottando con le unghie e con i denti, un posto di ultima fila nel mercato del lavoro industriale, ma sedere nella cabina di regia della società postindustriale. La soluzione è un nuovo modello di sviluppo e di convivenza, che possa condurci verso approdi sempre meno infelici.

Houellebecq: il populismo suprematista bianco ha un'avanguardia intellettuale riconosciuta















Professionisti operaisti del '77 negriero ideale ed eterno raccontano nostalgici la propria gioventù ai nipotini manifestini distratti dall'aperitivo

Risultati immagini per Scalzone : 77, e poi…Oreste Scalzone : 77, e poi…, Mimesis, pp. 334, euro 20.00

Risvolto
1977: assalto al cielo, che "finalmente cade sulla terra". Mentre "il cielo della politica" è scosso da vicende infime come gli scandali, si impenna l'onda della sovversione sociale. Occupazioni, scontri di piazza, l'assassinio poliziesco di Francesco Lorusso, l'immenso tumulto del 12 marzo a Roma. Irrompe un movimento inedito: una "generazione '77" esonda da fabbriche e scuole, militanti tracimano dalla sinistra extraparlamentare. Si contestano economia e società, Stato, partiti, sindacati, status quo e narrazioni di futuro. Oltre il '68: la "politica" lascia il posto a forme inedite di vita, riflessione, azione. Dilaga nei territori, con università e scuole divenute base logistica dell'operaio sociale - giovane proletariato acculturato, precario, disoccupato, inoccupato, ribelle -, una critica di massa della società del lavoro e dell'omonima Repubblica, un'attiva estraneità ostile allo Stato. Impattandosi con "l'emergenza come governo" che connota il regime del "compromesso storico", col Pei che spinge "la classe operaia a farsi Stato", polizia sociale, e a gestire la "controinsurrezione", la forma del movimento diviene una sorta di stato d'insurrezionalità endemica che arriva "fino alle armi", e a quella che sarà definita "guerra civile di bassa intensità". Oreste Scalzone, come un "cantastorie e un griof, racconta un Settantasette, quello che ha vissuto, tra "movimento del valore d'uso contro uno Stato metastatizzato" e tentativo di colpirne "il cuore". 

TVTTB: Massimo L. ama Matteo


Sobillare la rivoluzione colorata in Cina in nome della "libertà" e dei "diritti umani": l'ostinato caso Repubblica



















La sfida di Joshua “Per Hong Kong libera torneremo in piazza”
Wong è l’attivista simbolo della Rivoluzione degli ombrelli, contro la Cina. “Noi giovani cambieremo il mondo”ANGELO AQUARO Rep 24 3 2017
HONG KONG. Il volto della protesta è ancora lui e neppure la galera, i processi di Hong Kong e l’ombra lunga del Dragone spegneranno mai la carica del capopopolo ragazzino che lotta con tutto il cuore per la democrazia: e aspetta con ansia, confessa, «l’uscita del terzo film degli Avengers, e naturalmente del nuovo Spiderman ». La rivoluzione non sarà un pranzo di gala, ma chi l’ha detto che bisogna farla tenendo il muso? «Noi ragazzi possiamo davvero cambiare il mondo», dice Joshua Wong. «È venuto il momento di riprenderci il futuro». I giornali pro-Cina lo accusano di essere addestrato dalla Cia. «E siccome per la gente di Hong Kong dire Cia vuol dire Tom Cruise la mia ragazza mi fa: e quand’è che mettiamo su un po’ di muscoli?».
Joshua Wong Chi-fung è nato il 13 ottobre 1996, otto mesi prima del passaggio di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina, e il 26 settembre di tre anni fa, non ancora 18enne, diede il via alla rivolta per il suffragio universale che la polizia asfissiò con i gas: per difendersi i ragazzi usarono gli ombrelli, e Joshua finì sulla copertina di
Time
come “il volto della protesta”: «Pensavo», dice ora «a un fotomontaggio dei miei». Da allora, anche se non aveva l’età per candidarsi, ha fondato un partito, Demosisto, ha spedito al Legislative Council - il Parlamento dove
Repubblica
l’ha incontrato - un giovane deputato, che per la verità rischia pure la squalifica perché il suo giuramento non sarebbe stato abbastanza “solenne”, e la sua storia è diventata perfino un film: “Joshua: Teenager vs Superpower”.
Sembra un titolo da super eroi: non di un documentario su un attivista.
«Hollywood Style: è il prezzo che negli Usa devi pagare se vuoi andare ai festival, e infatti è andato al Sundance. Ma io spero che quando uscirà, e l’ha voluto Netflix, farà capire cosa sta succedendo qui a Hong Kong».
Ecco: che succede?
«L’idea che il mondo aveva degli abitanti di Hong Kong era semplice: animali economici. Il business, la Borsa. La globalizzazione. Come se qui non importasse altro. Poi è arrivato il movimento degli ombrelli e pensa un po’: i giovani volevano anche democrazia. Giustizia sociale».
Domenica si vota per il nuovo leader.
«Ma non è un’elezione: io la chiamo selezione. Si vota per tre personaggi già prescelti da Pechino: e neppure eletti con il suffragio universale. Per questo torneremo a protestare».
Il presidente Xi Jinping verrà il primo luglio per celebrare i vent’anni del passaggio alla Cina. Hong Kong blindata da decine di migliaia di poliziotti.
«E noi lo accoglieremo con una grandissima manifestazione di disobbedienza civile: vedrà che cosa non si fa per la democrazia».
Se potesse incontrarlo cosa gli direbbe?
«Che anch’io ho 20 anni: e sono vent’anni che aspetto di vedere attuati i miei diritti. Gli chiederei: ci spiegate cosa non va? Non vogliamo l’indipendenza: vogliamo l’autodeterminazione. Vogliamo il rispetto della dichiarazione sino-britannica che nel 1984 garantì a Hong Kong il principio One country, Two systems.
Un solo paese, due sistemi. Invece Pechino erode le nostre libertà: vuole un paese, un sistema solo. Perché non rispettate i patti che voi stessi avete sottoscritto? ».
Lei si sente cinese o cittadino di Hong Kong?
«Sono nato a Hong Kong e sono un cittadino di questa regione autonoma della Cina. Peccato che in Cina non ci posso entrare perché sono sulla lista nera: un po’ difficile sentirsi cinesi così. Poi certo, etnicamente sono cinese. Festeggio il capodanno cinese, mangio i nostri mooncakes, la mia cultura è cinese: ma che c’entra con il comunismo?».
Lei ha detto di sperare nell’aiuto di Trump: un businessman capirà come deve funzionare Hong Kong. Ma il presidente Usa pare più impegnato a dialogare col Dragone.
«È un’incognita. Una volta parla con Taiwan, poi rassicura Pechino. Ho molto più speranza nel Congresso. C’è una spinta bipartisan per reintrodurre la legge che chiede il rispetto dei diritti umani per Hong Kong: tornerò a Washington tra maggio e giugno, sarebbe un bel segnale per il resto del mondo. Alla vigilia del ventennale di luglio».
Al Congresso si è fatto fotografare con Marco Rubio: mica un progressista.
«Uh, lo so. No ai diritti Lgbt, no all’aborto. Certo che mi piacerebbe vedermi con Bernie Sanders: ma non mi sembra che abbia a cuore la questione di Hong Kong. Magari».
Dalle barricate di Occupy Central, il cuore di Hong Kong, fino a Washington.
«Arrivo e mi viene incontro questo tizio di un think tank. Giacca e cravatta, mi stringe la mano serio serio: benvenuto nel mondo libero. Che ci vuoi fare? Poi invece guarda come trattano le minoranze».
La sua campagna la sta portando in tutto il mondo.
«Abbiamo fondato Noyda, Network of Young Democratic Asians. Guardate i Girasoli a Taiwan. E ora in Corea del Sud: quanti ragazzi per la cacciata di Park Geun-hye? Ma non c’è solo l’Asia: non sono stati i giovani a spingere per le riforme appoggiando Bernie Sanders negli Usa?».
Che cosa vi accomuna?
«Ci dicevano: dovete prima studiare, trovare un buon lavoro, la politica viene dopo. Ma questa visione non ci rappresenta più. Il movimento degli ombrelli ha dimostrato che è possibile fare miracoli. Lo dico anche agli italiani: è tempo di darsi da fare. Siamo noi che cambieremo il mondo».
Gli arresti, le minacce. Non ha paura?
«Avrei più paura a non fare niente: perché altrimenti tra 20, 30 anni non solo la mia sicurezza ma quella di ogni cittadino di Hong Kong, cresciuto finora nella libertà, potrà essere a rischio».
Sta parlando del passaggio definitivo alla Cina, tra trent’anni: è il 2047, lei ne avrà 51. Come si vede? Una moglie, i figli.
«Non mi vedo: troppo lontano. Vivo ancora con i genitori perché non posso permettermi un appartamento nella città con le case più care del mondo. Non ho ancora un lavoro fisso, resto un attivista e non so neppure se potrò continuare a fare politica. Se squalificano il nostro deputato perdo anche l’ufficio e pure il badge per farla entrare qui: e dove vuole che mi veda fra trent’anni?».
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Ricordo di Galep



Peripezie editoriali del "Partigiano Johnny"

Libro Fenoglio. Il «libro grosso» in frantumi Elio GioanolaElio Gioanola:  Fenoglio. Il 'libro grosso' in frantumi, Jaca Book. pp. 208, euro 18

Risvolto

Fenoglio è scrittore epico, sia pure di un'epicità tragica, dominata dall'esposizione alla sconfitta e alla morte. Purtroppo egli ha subito vessazioni editoriali che lo hanno privato della possibilità di pubblicare, in forma completa e rifinita, il suo capolavoro, quello che uscì postumo col titolo "Il partigiano Johnny". Della grande saga (il «libro grosso» di cui Fenoglio scriveva a Calvino nel '57) fu pubblicata, vivente l'autore, solo la parte iniziale col titolo "Primavera di bellezza", che si conclude con la morte del protagonista e quindi con l'impossibilità di proseguirne le vicende. Ma Fenoglio è anche autore di un grande racconto ancora di ambito partigiano, "Una questione privata", dominato dal tema della disperata passione amorosa, e di alcune straordinarie narrazioni di ambiente langhigiano, confluite in parte nel precoce "La malora" e in "Un giorno di fuoco", uscito nell'anno della sua scomparsa, il 1963.             

giovedì 23 marzo 2017

Da otto secoli?













Nel testo, di John Lloyd, si fa riferimento unicamente al processo rivoluzionario del Seicento. Immagino perciò che il titolista abbia semplicemente sbagliato a fare di conto.

Tuttavia è stato fortunato, perché Repubblica si potrebbe appunto appigliare alla duecentesca Magna Charta. Sotto questo aspetto, questo titolo è interessante e significativo perché rientra nel clima culturale di naturalizzazione postmoderna delle strutture politiche capitalistiche, ovvero nella spontanea costruzione ideologica di un liberalismo ideale eterno che - in questa continua riscrittura della storia secondo i rapporti di forza di classe del momento - viene fatto coincidere tout court con la "democrazia". Mentre non solo non c'entrava nulla, ma la stessa "democrazia", in quanto democrazia Herrenvolk, è stata prima della seconda metà del Novecento una cosa completamente diversa da quella "democrazia moderna" che per noi oggi è l'unica forma di democrazia compiuta e degna di questo nome. Nella percezione oggi dominante, del resto, non sussiste nessuna contraddizione tra l'aver avuto un impero coloniale, oppure nell'essere uno Stato razziale, e nel definirsi simultaneamente "democrazia". Anche sotto questo aspetto siamo tornati assai indietro. [SGA].

La filosofia italiana del dopoguerra secondo Massimo Ferrari



Leggi anche qui per il libro di Grassi e Marassi sulla filosofia italiana del Novecento

Raccolti i saggi di Giuseppe Cacciatore dal 1985 al 2013


Checco Varoufakis: l'inesistente "terza via" alter-europeista degli anni della nostra miseria

Libro Il terzo spazio. Oltre establishment e populismo Lorenzo Marsili , Yanis VaroufakisLorenzo Marsili e Yanis Varoufakis: Il terzo spazio. Oltre establishment e populismo, Laterza 

Risposta
L'Europa è ormai un campo di battaglia diviso fra un establishment in bancarotta e nuovi nazionalismi reazionari. Da un lato, la politica tradizionale arroccata a difesa del fortino dello status quo, impegnata in un vano tentativo di proteggere un estremo centro che non può e non deve più reggere: il centro di una certa globalizzazione neoliberale, dell'austerità, quello che ha assunto come simboli le grandi coalizioni e la Troika. Dall'altro, l'emergere prepotente di nuove forze regressive che sfruttano un sentimento reale e dilagante di insicurezza sociale per promuovere una politica identitaria, reazionaria e autoritaria. È più urgente che mai creare un terzo spazio con una visione forte e ambiziosa. Uno spazio che tenga insieme quanti già lavorano per un'alternativa, costruendo un'alleanza popolare vincente in grado di rappresentare un punto di riferimento nel disordine europeo e di radunare quanti rifiutano di essere meri spettatori della disintegrazione del nostro continente. 

"La filosofia in Italia al tempo di Dante"


Gesù nella tradizione coranica


Mustafa Akyol: The Islamic Jesus. How the King of the Jews Became a Prophet of the Muslims, St. Martin’s Press

Risvolto
When Reza Aslan's bestseller Zealot came out in 2013, there was criticism that he hadn't addressed his Muslim faith while writing the origin story of Christianity. In fact, Ross Douthat of The New York Times wrote that "if Aslan had actually written in defense of the Islamic view of Jesus, that would have been something provocative and new."

Mustafa Akyol's The Islamic Jesus is that book -- and even much more.
For The Islamic Jesus not only tells the story of Jesus, and his mother Mary, as narrated in the Qur'an. It also explores how this Islamic picture of the Nazarene resonates with pre-existing Christian sources, especially Apocrypha. In particular, it unveils the fascinating similarity between Islam and "Jewish Christianity," a strain in the early church that got branded as a heresy. 
Jewish Christians were observant Jews who honored Jesus as a human -- not divine -- Messiah, and sought salvation by faith and works, not "by faith alone." Akyol shows how their peculiar creed vanished in history after the first few Christian centuries, but only to be reborn in 7th century Arabia by a new prophet named Muhammad. This provokes puzzling questions about the origins of Islam, and the Abrahamic genealogy. 
The Islamic Jesus also offers an "Islamic Christology," and probes into Muslim beliefs on the "Second Coming." Perhaps most provokingly, it even contemplates, "What Jesus can teach Muslims today" -- at a time, Akyol argues, when Muslims are haunted by their own Herods, Pharisees and Zealots.

Lombroso a Pesaro

Risultati immagini per Vecchiarelli: Cronache dal manicomio
Roberto Vecchiarelli: Cronache dal manicomio. Cesare Lombroso e il giornale dei pazzi del manicomio di PesaroOltre Edizioni

Risvolto
Nell'Ospedale Psichiatrico San Benedetto di Pesaro, grazie ad una esperienza voluta nel 1872 da Cesare Lombroso e portata avanti da un suo assistente e dai direttori successivi, il vissuto si trasforma in narrazione. 

Cesare Lombroso, medico direttore di questo ospedale, nel 1872, riordina quell'asilo e soprattutto fonda "un giornale manicomiale che inaugura primo in Italia per dare ai parenti notizie dei malati e a questi una tribuna ove far conoscere i migliori loro squarci letterari". Lombroso credeva che fosse necessario un rapporto diretto tra il manicomio e le famiglie dei folli. Infatti troppe volte era accaduto che queste, non avendo più notizie di un loro congiunto internato, non se ne preoccupassero più. Per ovviare a questa situazione e per "tenere occupati alcuni alienati di singolare ingegno, letterati e tipografi", fa pubblicare il bollettino intitolato Diario del San Benedetto in Pesaro stampato e redatto tutto per mano di alienati. Nelle pubblicazioni c'era anche l'insita volontà "di diffondere idee più esatte e più nobili sulle condizioni morali degli alienati e rialzarli agli occhi del volgo che considera spesso i dementi come bestie feroci". 
Per il recluso, raccontare può equivalere a un ritorno del soggetto a se stesso e alla casa da cui si è allontanati. È superare lo spaesamento. E se nella scrittura è possibile abitare, la metafora protettiva dell'abitazione allude alla stabilità e al ritrovato calore. Porgere e accettare l'esperienza del racconto è come formare una comunità entro la quale è possibile trovare se stessi, creando un'abitazione leggera che si appronta al momento. Uno spazio leggero che si anima grazie ad una comunità riunita attorno a un focolare. 

Ossessioni cazzullesche


La nuova Guerra Fredda culturale: Volodija impara il soft power dell'indignazione morale



L'ultimo Banville

Gioie e dolori di un personaggio che ruba, dipinge, tradisce 

Narrativa irlandese. L'ultimo romanzo di John Banville, "La chitarra blu", da Guanda 

Francesca Borrelli Manifesto ALias Domenica 12.3.2017, 19:42 
Come una sorta di nume tutelare che si sente il bisogno ogni tanto di evocare, Wallace Stevens compare – sebbene solo in epigrafe – anche nell’ultimo libro di John Banville, suo grande ammiratore: sono suoi i versi che motivano il titolo dell’ultimo romanzo dello scrittore irlandese, La chitarra blu (traduzione di Irene Abigail Piccinini, pp. 284, euro 18,00), poche parole che rimandano a un mondo in cui il reale viene percepito, prima ancora che nella sua visibilità, nei suoi valoro tattili. 
Non a caso, Oliver Orme, il protagonista, è un pittore, per quanto rinunciatario e ormai sfiduciato rispetto al suo talento. Anche lui coltiva una variante di quella che Wallace Stevens, riferendosi alla poesia, chiamava «la suprema finzione»: in Oliver è l’idea di traslare le apparenze, di trasformare gli oggetti, di rendere suo ciò che era di un altro. Non soltanto, infatti, dipinge ma ruba, sottrae piccoli oggetti di nessun valore assaporando il piacere che gli deriverebbe dall’essere scoperto, e in entrambe le sue attività lo scopo, la pretesa che lo guida è «assorbire il mondo nell’io».
Nella pittura come nel furto, l’oggetto della sua attenzione entra a far parte di una nuova vita, la sua, e gli si trasforma nelle mani, pronte a abbandonare tutto ciò che toccano, non per sciatteria ma per scarsa fiducia nelle proprie capacità di metterle a frutto. 
Perciò Oliver lascia non finiti quadri che, pure, promettono buoni risultati, non gode di ciò che ha rubato, e un giorno se ne andrà dalla moglie, poi dalla donna che si era preso per amante, coniugata a sua volta con un uomo che vede in Oliver il suo migliore amico. La triangolazione, destinata a complicarsi, non offre di per sé materia inedita per un intreccio; né il confronto di Oliver con il marito della sua amante, che ha scoperto il tradimento ma non il traditore, è qualcosa che si legge per la prima volta; così come il doloroso imbarazzo sprigionato dalla confessione del povero cornuto al suo aguzzino non fa che ridestare, in chi legge, echi letterari sublimi – uno per tutti, il magnifico racconto di Salinger «Bella bocca e occhi miei verdi». Eppure, tutti questi precedenti nulla tolgono alla tensione della lettura, perché Banville si conferma dotato di una scaltra ma non esibita intelligenza, di una vigile autoconsapevolezza immune da ammiccamenti, e di una scrittura al tempo stesso così sapiente, ritmata, e sulla difesiva rispetto a ogni possibile deriva del gusto, da restituire un piacere di cui non si può non essergli grati, sebbene le sue risorse si sospettino, a volte, più pescate nelle riserve del mestiere che non da una qualche urgenza esorbitante il semplice desiderio di narrare. 
Quanto al suo personaggio, essendo il talento di Oliver Orme speciale nel «trovare piccole sacche di pace e di quiete segreta anche nelle circostanze più cariche di tensione» non lo si può dire un uomo attraente. Nella sua vita c’è un grande lutto alle spalle, la figlia di tre anni morta mentre (dettaglio nella tragedia) lui era a letto con una donna che non era sua moglie; e nel presente lo si vede annaspare nella inadeguatezza quando si trova a fronteggiare le conseguenze del suo adulterio con Polly, la donna dell’amico che andrà a piangere sulla sua spalla. La diffidenza rispetto alle sue virtù spesso rende Oliver muto di parole, ma mai di pensieri, e quando tornerà da sua moglie Gloria, che lo accoglierà pur essendo incinta di un altro, il tacito patto tra loro sarà di tacere e andare avanti, come se le parole non potessero redimere quanto è stato, e dunque non si potesse che arredervisi. 
Narrato in prima persona da Oliver, il corpo del romanzo si alimenta di una trama esile, corroborata da una tenace tessitura di dilazioni, a loro volta nutrite da una considerevole quantità di similitudini; e già il fatto che non una sola di esse risulti peregrina dà la misura della qualità garantita da Banville ai suoi romanzi, che sembrano uscire dalla sua penna, o da quella del suo alter ego Benjamin Black, come il più fisiologico dei gesti quotidiani. 

La mostra di Kandinskij a Milano




L’iniziazione del pittore nella Russia profonda
Al Mudec di Milano le opere del primo periodo dell’artista: quando l’astrazione era ancora lontana
Kandinskij 

CHIARA GATTI Rep 15 3 2017
Alla parete del suo studio di Monaco, nel 1911, su una tappezzeria a scacchi, era appesa l’immagine di un uccello del paradiso. Una stampa popolare russa, un “lubok”, che vegliava su di lui. Appoggiato col gomito alla scrivania, Vasilij osservava altre carte dipinte. Una fotografia lo ritrae circondato da una mappa di motivi folclorici: icone e oggetti votivi della Madre Russia. Da queste fonti di ispirazione, succhiava il midollo di un passato che gli apparteneva intimamente. Il padre nobile dell’astrattismo era un nostalgico e insieme un visionario. Un paladino errante sulla linea del tempo, alla ricerca delle sue origini, dei geni tartari, delle tracce dei suoi avi calati dalla Siberia orientale con un carico di fiabe, leggende, riti sciamanici sedimentati nella memoria. Per sempre.
Kandinskij. Il cavaliere errante. In viaggio verso l’astrazione
è il titolo della mostra organizzata da 24 Ore Cultura e curata da Silvia Burini e Ada Masoero, che racconta al Mudec di Milano, fino al 9 luglio, vent’anni di riflessione, ragione e sentimento, violento rifiuto del positivismo e risveglio dell’anima alla ricerca di una dimensione spirituale dell’arte. Con un sogno intoccabile: dipingere l’invisibile.
Il percorso, chiaro nella sequenza dei momenti, raccoglie 49 opere del maestro, in arrivo dall’Ermitage di San Pietroburgo, dalla Galleria Tret’jakov e dal Puškin di Mosca, oltre a vari musei esteri, e vanta un taglio antropologico, che affonda nel cuore di un uomo innamorato della sua terra. Un viaggio à rebours accosta ai dipinti, agli oli, agli acquerelli, alle silografie, 85 reperti di un mondo ai confini delle geografie: oggetti quotidiani, elementi decorativi tradizionali, tessuti ricamati e bauli dipinti con simboli arcaici, sopravvissuti nella cultura contadina dell’estremo nord. Questo universo favoloso ed esoterico, lontanissimo dal razionalismo dell’Europa moderna, lo sedusse fin da ragazzo, destinato a depositarsi nel ricordo e a riemergere con energia primordiale nella sua pittura matura.
Durante una spedizione di ricerca nelle campagne ugro-finniche delle Vologda, invitato dalla Società imperiale Amici della scienza a studiare le credenze pagane nella provincia più profonda, Kandinskij, giovane allievo dei corsi di giurisprudenza, entrò nelle izbe dei popoli sirieni. Era il 1889. «Non dimenticherò mai le grandi case di legno dai tetti scolpiti. In quelle case meravigliose provai impressioni rare che mai più si rinnovarono. Mi insegnarono a commuovermi, a vivere in pittura ».
Le slitte di Novgorod, i giocattoli in legno scolpiti nella regione del Vladimic, i battipanni delle donne di Kerchomja, le canocchie per filare la lana di Archangel’sk. Santi e guerrieri, orsi e lupi, eroi e regine illustravano scene fiabesche, tratteggiate su ogni utensile. Mandrie di cavallini dalle criniere spettinate galoppavano nelle rappresentazioni incise sul legno, nei colori alle pareti, nei libri delle canzoni, sulle stufe e le cassapanche. La nonna e la zia avevano intonato per lui, da bambino, nelle notti gelide di Mosca, brani di quelle melodie della steppa. Quando si trovò davanti, nella sua avventura cognitiva, le radici della sua storia, fu un’ipnosi regressiva. Un’epifania. E addio studi di legge, addio alla cattedra che gli fu offerta in Estonia. La prima moglie, la cugina Anja, compagna di università e intellettuale, reagì duramente alla decisione di abbandonare ogni cosa per partire in direzione di Monaco e iscriversi all’Accademia dove insegnava Franz von Stuck.
La malia del simbolismo, i riccioli dello Jugendstil, le ombre del medioevo tedesco, la musica mentale di Schönberg, la teosofia di Madame Blavatsky e l’anima senziente di Steiner si mescolarono alle reminiscenze del suo viaggio iniziatico. E tutto si riversò nella sua pittura illuminata da uno sguardo interiore. Dal dialogo serrato dei motivi che rimbalzano fra dipinti e candelabri, carte, coperte e scatole in corteccia di betulla, emergono segni indelebili di riti e miti ortodossi sublimati nei colori dell’astrazione. I dischi solari dei sirieni ispirarono lo scudo di San Giorgio nel magnifico Cavaliere del 1914. Il serpente infernale delle icone apocalittiche striscia come un’onda del destino nell’Ouverture del 1919. Il carro di fuoco del profeta Elia deflagra nel profondo rosso dell’Improvvisazione del Puškin. Lo stesso uccello del paradiso vola in scene magiche, sopra le cupole d’oro del Cremlino.
Erano ormai già passati gli anni del Blaue Reiter, il cavaliere azzurro, fondato con Franz Marc nel 1911 e si avvicinava il tempo leggendario della docenza al Bauhaus. Ma i tamburi della taiga risuonavano ancora nelle sue vene.
Una tesi di fondo aleggia lungo il percorso: il Kandinskij popolare degli anni Venti è solo un epigono di se stesso. Kandinskij prima di Kandinskij rivela l’origine del genio e il debito verso i moti ancestrali della sua terra. Lo si vede dai toni che accendono i paesaggi di Murnau o le vedute della Piazza Rossa. «Mosca si fonde in questo sole, in una macchia che mette in vibrazione il nostro intimo, l’anima intera come una tuba impazzita. Non è questa uniformità in rosso l’ora più bella! Essa è l’accordo finale della sinfonia che avviva ogni colore, che fa suonare Mosca come il fortissimo di un’orchestra gigantesca».
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mercoledì 22 marzo 2017

Alfredo Reichlin incarnazione della parabola del "comunismo" italiano

La morte di Alfredo Reichlin. Ragazzi, partigiani, compagni felici in mezzo al popolo 
Il ricordo. Nel libro «Il midollo del leone», il lungo sodalizio con Luigi Pintor, compagno di banco e di lotta
Valentino Parlato Manifesto 23.3.2017, 9:09 
Il compagno Alfredo Reichlin ci ha lasciato: è una seria perdita. E quando scrivo “compagno” ricordo l’epoca del protagonismo politico e culturale del Pci. Alfredo ne è stato uno dei migliori interpreti: uno straordinario compagno. 
La sua vita è stata molto intrecciata a quella dei compagni che hanno fatto questo giornale. Innanzitutto a quella di Luigi Pintor. Erano compagni di banco, al liceo Tasso, ed è proprio grazie a Giaime che ambedue hanno preso la strada che poi li ha portati al Pci. 
Finirono la scuola nel ’43 ma nel grande edificio di via Sicilia tornarono assieme, armati di pistola, già universitari, per la loro prima azione temeraria: entrarono nella stanza del preside fascista, Amante, minacciandolo di rappresaglia se non avesse consentito lo sciopero degli studenti convocato per protestare per l’uccisione di Massimo Gizzio, studente antifascista in un altro liceo della capitale. Poi riuscirono a prendere contatto col Pci e furono arruolati, diciannovenni, nei Gap romani. 
È sempre con Luigi che alla Liberazione decidono di fare il passo dell’iscrizione al Pci. 
«Eravamo comunisti?» – si è chiesto Alfredo nel bel libro scritto qualche anno fa (Il midollo del Leone, Laterza 2010).Lo siamo diventati dopo. E tuttavia se si vuole capire qualcosa della storia d’Italia e del perché il ruolo del Pci è stato così grande, tanti discorsi sul mito sovietico e sullo stalinismo servono ma fino a un certo punto. 
NON SPIEGANO PERCHÉ una generazione che dell’Urss non sapeva nulla (noi compresi) si gettava nella lotta. Non era Stalin ma la patria che ci chiamava. Può sembrare retorico, ma è la pura verità. 
«Io non so se questo sentimento nazionale sarebbe scattato senza l’appello all’unità nazionale che ci arrivò da Napoli, dal capo dei comunisti, un certo Ercoli. Dario Puccini, fratello del futuro regista Gianni, ci riunì a casa sua per spiegarci che l’obiettivo di questo Ercoli era la ’democrazia progressiva’.’Progressista’, cercai di correggerlo. No, ’progressiva’, mi rispose irritato, e mi spiegò il significato fondamentale di questa parola che alludeva a un processo in atto: a come, in certe condizioni, la democrazia poteva trasformarsi in socialismo.(Non ci sono barriere cinesi tra la democrazia portata fino in fondo e il socialismo). Lo aveva detto nientemeno che Lenin». 
FU DI NUOVO ASSIEME A LUIGI che Alfredo approdò, già nel 1945, alla redazione dell’Unità. 
Togliatti, con grande coraggio, aveva capito che se voleva costruire un grande partito popolare doveva rendere protagonisti i giovani cresciuti nel paese durante il fascismo, non gli anziani, pur gloriosi compagni, tornati dall’esilio o usciti dalle carceri. 
Di quel giornale – in cui io, più giovane di sei anni, entrai come correttore di bozze appena sbarcato dalla Libia – Alfredo divenne direttore, poco più che trentenne, succedendo a Pietro Ingrao. Ed è per “ingraismo” che ne fu allontanato nel ‘ 62 e spedito in Puglia dove era nato, ma non aveva mai vissuto (mentre Luigi per le stesse ragioni veniva spedito in Sardegna). 
SEGRETARIO DEL PARTITO in quella regione allora tutta bracciantile lo seguii poco dopo, perché anche io fui mandato «a conoscere l’Italia», e fui per alcuni anni il suo vice. 
Fu una straordinaria esperienza. Reichlin, sempre in quel libro in cui dà conto della sua vita, racconta il primo impatto con la Puglia, quando parla della felicità: l’immensa felicità della politica che si fa popolo, che riscrive la storia. 
«In Puglia incontrai una umanità: i compagni. Mi trovai immerso nella vita di un partito che era anche una straordinaria comunità umana»Alfredo Reichlin 
«La profonda emozione di riscoprire gli italiani, il paese vero:le borgate, le fabbriche, i braccianti. Ricordo quando arrivai a Bari da Roma una sera tanto tempo fa (erano i primi anni ’60) per assumere la direzione dei comunisti pugliesi. Non conoscevo nessuno. Cenai in una squallida trattoria con Tommaso Sicolo, il mio vice, un operaio di Giovinazzo di straordinaria intelligenza. Stazza 110 chili. Non avevo mai visto mangiare un piatto così grande di pastasciutta. Mi comunicò che il giorno dopo dovevo fare un comizio a Corato. Era la prima volta che parlavo in piazza. Non so quello che dissi. Ricordo solo una piazza immensa e un mare di coppole. Gli zappatori. In Puglia incontrai una umanità: i compagni. Mi trovai immerso nella vita di un partito che era anche una straordinaria comunità umana». 
QUANDO IO ARRIVAI in Puglia Alfredo era riuscito ad aprire l’organizzazione anche a qualche giovane che bracciante non era. Stava crescendo un gruppo di intellettuali – Franco De Felice, Mario Santostasi, Giancarlo Aresta, Beppe Vacca, Felice Laudadio – formatisi fra l’università e la casa Editrice Laterza. 
Vito Laterza, che ne era il direttore, divenne nostro amico e ci offrì la vecchia villa dove d’estate alloggiava Benedetto Croce, autore fondamentale della casa editrice. Lì andammo a vivere con Alfredo, l’abitazione era bellissima ma ormai a pezzi, in attesa di essere demolita, gelida d’inverno. Lì si svolsero discussioni infinite sulla questione meridionale, di cosa voleva dire – non in astratto, ma a partire da quel contesto concreto – una rivoluzione in occidente che non fosse una semplice variante del riformismo socialdemocratico né del marxismo-leninismo di tipo sovietico. 
Fu una bellissima stagione. 
ANCHE DOPO – per tutti gli anni ’60 – continuammo a incontrarci molto: a Roma, a dirigere la commissione culturale, era venuta Rossana, molto amica di Alfredo, e sebbene non sia mai diventata una corrente, visse in quegli anni pre-’68 un’area ingraiana che la pensava in modo analogo. Così come Ingrao anche Alfredo non ci seguì nell’avventura de Il Manifesto. 
Le nostre strade politiche si separarono, non i rapporti umani, sebbene per un po’ di anni, i primi, le relazioni fra chi come Alfredo e Ingrao faceva parte del vertice del partito e chi come noi ne era stato radiato, furono anche tesi. 
Alfredo accettò la scelta della maggioranza del Pci anche quando si arrivò allo scioglimento del partito nel gennaio ’91 e poi le successive trasformazioni in Pds, Ds, Pd. 
Una rottura gli è sempre sembrata un arbitrio, quasi un atto di superbia. Fino all’ultimo ha continuato a riferirsi a quel che era restato come “il Partito”. Non riusciva nemmeno a immaginarsene un altro. Ma alla fine non ha più retto e ha scelto anche lui la strada del dissenso aperto: votando No al referendum e scrivendo, solo pochi giorni prima di morire, a commento del Lingotto, un feroce articolo contro il renzismo. 
LE ULTIME PAGINE de Il Midollo del Leone sono dedicate ai fratelli Pintor. 
Si parte dalla foto della loro classe di liceo e Alfredo torna a guardare quei volti di loro ragazzi. «Sopratutto – scrive- il volto di Luigi, il mio compagno di banco e fratello di Giaime, insieme al quale scoprivo i libri, facevo i grandi pensieri, e poi combattei fianco a fianco tra i partigiani, e poi ancora ci ritrovammo nella redazione dell’Unità. Era un ragazzo davvero straordinario e ne parlo perché vorrei che lo avessero conosciuto i tanti simili a lui, che certamente esistono e che ormai devono decidersi a prendere la parola. Luigi era il nostro capo…..Passò solo un anno ed egli venne a casa da me in quella sera tristissima del dicembre 1943 per dirmi che Giaime era morto, dilaniato da una mina mentre attraversava la linea sui monti dell’Alto Volturno. Noi avevamo 18 anni, Giaime 4 o 5 di più. E Giaime resta per me il simbolo di una generazione». 
«L’ultima generazione non ha avuto tempo di costruirsi il dramma interiore: ha trovato un dramma esteriore perfettamente costruito»Alfredo Reichlin 
Rispetto agli intellettuali antifascisti delle generazioni precedenti, questa non si è fatta affascinare dall’intimismo, ha «lasciato ai vecchi intellettuali delusi la confusione dei loro propositi. L’ultima generazione non ha avuto tempo di costruirsi il dramma interiore: ha trovato un dramma esteriore perfettamente costruito». 
E poi ricorda le parole di Calvino su Giaime: «L’esempio di Pintor, una delle tempre umane più estranee al decadentismo che pure veniva da un’educazione letteraria che era quella del decadentismo europeo, ci testimonia come in ogni poesia vera esiste un midollo di leone, un nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia». 
IL SUO LIBRO, ALFREDO lo conclude con queste parole: «Di questo ’midollo del leone’ c’è un gran bisogno. Se Vittorio Foa fosse ancora vivo e mi rivolgesse di nuovo quella domanda – credevate nella rivoluzione? – io risponderei con questi pensieri». 
«In ogni poesia vera esiste un midollo di leone, un nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia»Alfredo Reichlin 
L’addio a Reichlin 

La camera ardente sarà allestita a partire dalle ore 10 di giovedì 23 marzo presso la Camera dei deputati (sala Aldo Moro). 
Alle 14,45 ci sarà una cerimonia di saluto, sempre alla Camera, sala della Regina.

“Quella idea d’Italia appresa da Togliatti” 
Il ricordo di Emanuele Macaluso “Credeva nel partito per la Nazione”
ROMA «Non le nascondo che quando l’ho saputo ho pianto. La morte di Alfredo mi provoca un grande dolore. L’ho sempre considerato un fratello. Avevamo spesso posizioni politiche diverse ma, al fondo, c’era questo senso profondo dell’appartenenza a una comunità. La margherita ha perso un altro petalo. Siamo rimasti in pochi di quella generazione, io, Giorgio Napolitano e Aldo Tortorella». Emanuele Macaluso, 93 anni, parla al telefono con voce stanca.
Reichlin ha scritto pochi giorni fa un articolo sull’Unità. Ha parlato di rischio Weimar.
«L’ho subito segnalato a Giorgio Napolitano: “Leggilo, è il suo testamento politico”. C’era molta amarezza, molta preoccupazione per l’Italia. E io condivido in pieno. Non ci sono più partiti, o una destra democratica, o forze consistenti a sinistra».
Ne discutevate insieme?
«Avevamo anche convinzioni diverse. Io non ho aderito al Pd, Alfredo sì. Io ero convinto che l’ibrido, cui è stata data vita, non avrebbe portato rinnovamento. Vede, io, Alfredo, Amendola, Ingrao, abbiamo vissuto in un partito che aveva un asse politico-culturale comune. Se non diventa comunità, rimane un aggregato politico-elettorale».
Reichlin vedeva la fragilità di questo Paese e ha insistito molto affinché il Pd si assumesse la responsabilità di diventare “partito per la nazione”.
«Parlava di “partito per la nazione” non di “partito della nazione,” che è un’altra cosa, che mette tutti assieme, che è il partito pigliatutto. Alfredo ricordava sempre la lezione che ci diede Togliatti: l’interesse di classe deve essere sempre compatibile con l’interesse della Nazione».
( a. lo.)

Luciana e Roberta tra amore e lotte 
I legami con Castellina, Carlotto e la grande tribù di figli e nipoti
SIMONETTA FIORI
La prima volta si sfiorarono al liceo Tasso, nel febbraio del 1944. Luciana Castellina, allora quindicenne, sente un gran trambusto al piano di sopra: due ex alunni sono entrati nella stanza del preside con la pistola in mano. Uno si chiama Luigi Pintor, l’altro Alfredo Reichlin. Non hanno ancora vent’anni e nella Roma occupata dai nazisti hanno scelto di combattere con i gappisti. Per l’incontro vero tra Luciana, una delle compagne più belle e seducenti del Pci, e Alfredo già giornalista all’Unità, bisogna aspettare la fine della guerra e il comune impegno nella periferia romana, dove esplode la felicità vera, «l’immensa felicità della politica che riscrive la storia», avrebbe raccontato lui.
Al principio c’è freddezza. Ma Alfredo non si lascia scoraggiare, sempre più attratto da quella giovane donna che ha fama di pietra dello scandalo. Ne I comunisti e l’amore, Daniela Pasti ricorda il viaggio della Castellina a Praga nel 1947, l’ospitalità da lei chiesta a un compagno non per passare la notte ma per stendere la propria biancheria. E la reazione allibita di un giovane Enrico Berlinguer, che dormiva proprio in quella stanza. Personalità indipendente e anticonformista: Reichlin non smette di corteggiarla. E lei ricambia, colpita dal suo sguardo profondo e ironico. Si sposano nel 1953. Dal matrimonio nascono Lucrezia e Pietro, destinati a diventare due economisti affermati nel cuore del capitalismo. Cinque anni dopo la separazione, un lutto per entrambi.
La felicità di Reichlin negli ultimi 35 anni è legata a Roberta Carlotto, la seconda moglie elegante e colta che è stata direttrice di Radiotre. Con lei ha condiviso passioni intellettuali e politiche, nella grande tribù che includeva ex moglie, figli e nipoti. «Non mi resta che ripetere, cari nipoti: riprendetevi la vita». È la dedica di uno dei suoi ultimi lavori, poche righe che hanno il sapore del commiato.

Ringraziare von Hayek per aver vinto la lotta di classe dei ricchi