domenica 14 dicembre 2014

E' Natale

Come di consueto, a meno di cose particolarmente importanti questo blog riprenderà la sua attività regolare solo dopo la Befana. 
Intanto, due non disinteressati suggerimenti. Buone feste [SGA].





S.G. Azzarà: Friedrich Nietzsche dal radicalismo aristocratico alla Rivoluzione conservatrice. Quattro saggi di Arthur Moeller van den Bruck, Castelvecchi, pp. 230, Euro 22

Da gennaio in libreria e in e-book.


Nietzsche profeta e artista decadente? Oppure filosofo-guerriero del darwinismo pangermanista? O forse teorico di un socialismo "spirituale" che fonde in un solo fronte destra e sinistra e prepara la rivincita della Germania?

Nella lettura di Arthur Moeller van den Bruck la genesi della Rivoluzione conservatrice e uno sguardo sul destino dell'Europa.


È la stessa cosa leggere Nietzsche quando è ancora vivo il ricordo della Comune di Parigi e i socialisti avanzano dappertutto minacciosi e leggerlo qualche anno dopo, quando la lotta di classe interna cede il passo al conflitto tra la Germania e le grandi potenze continentali? Ed è la stessa cosa leggerlo dopo la Prima guerra mondiale, quando una sconfitta disastrosa e la fine della monarchia hanno mostrato quanto fosse fragile l’unità del popolo tedesco?

Arthur Moeller van den Bruck è il padre della Rivoluzione conservatrice e ha anticipato autori come Spengler, Heidegger e Jünger. Nel suo sguardo, il Nietzsche artista e profeta che tramonta assieme all’Ottocento rinasce alla svolta del secolo nei panni del filosofo-guerriero di una nuova Germania darwinista; per poi, agli esordi della Repubblica di Weimar, diventare l’improbabile teorico di un socialismo spirituale che deve integrare la classe operaia e preparare la rivincita, futuro cavallo di battaglia del nazismo.
Tre diverse letture di Nietzsche emergono da tre diversi momenti della storia europea. E sollecitano un salto evolutivo del liberalismo conservatore: dalla reazione aristocratica tardo-ottocentesca contro la democrazia sino alla Rivoluzione conservatrice, con la sua pretesa di fondere destra e sinistra e di padroneggiare in chiave reazionaria la modernità e le masse, il progresso e la tecnica.

In appendice la prima traduzione italiana dei quattro saggi di Arthur Moeller van den Bruck su Nietzsche.
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Stefano G. Azzarà: Democrazia Cercasi. Sconfitta e mutazione della sinistra, bonapartismo postmoderno e impotenza della filosofia in Italia, Imprimatur Editore, pp. 336, euro 16.

Possiamo ancora parlare di democrazia in Italia? Mutamenti imponenti hanno svuotato gli strumenti della partecipazione popolare, favorendo una forma neobonapartistica e ipermediatica di potere carismatico e spingendo molti cittadini nel limbo dell’astensionismo o nell’imbuto di una protesta rabbiosa e inefficace. Al tempo stesso, in nome dell’emergenza economica permanente e della governabilità, gli spazi di riflessione pubblica e confronto sono stati sacrificati al primato di un decisionismo improvvisato.

Dietro questi cambiamenti c’è però un più corposo processo materiale che dalla fine degli anni Settanta ha minato le fondamenta stesse della democrazia: il riequilibrio dei rapporti di forza tra le classi sociali, che nel dopoguerra aveva consentito la costruzione del Welfare, ha lasciato il campo ad una riscossa dei ceti proprietari che nel nostro paese come in tutto l’Occidente ha portato ad una redistribuzione verso l’alto della ricchezza nazionale, alla frantumazione e precarizzione del lavoro, allo smantellamento dei diritti economici e sociali dei più deboli. Intanto, nell’alveo del neoliberalismo trionfante, si diffondeva un clima culturale dai tratti marcatamente individualistici e competitivi. Mentre dalle arti figurative alla filosofia, dalla storia alle scienze umane, il postmodernismo dilagava, delegittimando i fondamenti e i valori della modernità – la ragione, l’eguaglianza, la trasformazione del reale… - e rendendo impraticabile ogni progetto di emancipazione consapevole, collettiva e organizzata.

É stata la sinistra, e non Berlusconi, il principale agente responsabile di questa devastazione. Schiantata dalla caduta del Muro di Berlino assieme alle classi popolari, non è riuscita a rinnovarsi salvaguardando i propri ideali e si è fatta sempre più simile alla destra, assorbendone programmi e stile di governo fino a sostituirsi oggi integralmente ad essa. Per ricostruire una sinistra autentica, per riconquistare la democrazia e ripristinare le condizioni di una vasta mediazione sociale, dovremo smettere di limitare il nostro orizzonte concettuale alla mera riduzione del danno e riscoprire il conflitto. Nata per formalizzare la lotta di classe, infatti, senza questa lotta la democrazia muore.

L'inossidabile leggenda del Gramsci "gentiliano"

L’attualismo
E' una leggenda nata con Del Noce, del quale oggi vengono ripetuti gli argomenti (il primato dell'atto, dell'azione, dell'attivismo, ecc. ecc., categorie del tutto formali).
Il "gentilismo" ma anche il "crocianesimo" del giovanissimo Gramsci, ben noti, sono in realtà il riconoscimento della modernità e il legame con Hegel nell'Italia del Sillabo, e cioè in un'Italia clericale e passatista. Così come sono l'apprezzamento verso il realismo e i piedi per terra nel delirio ideologico che aveva travolto gli intellettuali europei in prossimità della guerra. Ma già proprio dalla Prima guerra mondiale in avanti - e proprio a partire dalle prese di posizione di C. e G. a favore del macello europeo -, la rottura è netta. Se qualcuno fosse confuso, Gramsci era marxista ed hegeliano (non fichtiano).
A poco serve parlare di una generica "influenza" di Gentile su Gramsci. Questo è ovvio. Che cosa doveva leggere un ragazzo nell'Italia di quegli anni, del resto, Sant'Alfonso de' Liguori? La categoria dell'"influenza" di per sé è formale. Bisogna vedere a cosa conduce: comporta forse il retropensiero secondo cui comunismo e fascismo in fondo sono due varianti della gestione della società di massa in chiave antisistemica? Perché proprio questa è la vulgata dominante, con buona pace di Costanzo Preve: fascismo e comunismo sono tentativi di imporre un legame sociale totalitario (liberali); oppure sono varianti entro la medesima essenza umanistica della modernità (Heidegger).
Rinvio comunque su tutto ciò al cap. III del libro di D. Losurdo "Antonio Gramsci dal liberalismo al comunismo critico", Gamberetti [SGA].

Giovanni Gentile Il ritorno del maestro
Bollato come sterile idealismo, in realtà il pensiero del filosofo siciliano ha affascinato intellettuali come Gobetti e Gramsci che lo consideravano un innovatore cui ispirarsidi Giuseppe Bedeschi Il Sole Domenica 14.12.14Su Giovanni Gentile non è mai scesa una coltre di oblio. Recentissimo è l'ottimo libro di Luciano Mecacci, La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile (Adelphi); ed esce ora, per i tipi di Bompiani, un volume, L'attualismo (con introduzione di E. Severino), che ripropone alcune delle opere più impegnative del filosofo siciliano. Ma anche nei passati decenni sono apparsi saggi, alcuni di grande pregio, sulla figura e l'opera di Gentile (penso in primo luogo ai libri di A. Del Noce, G. Sasso, S. Romano).


Quali sono i motivi di questo continuo «ritorno» del filosofo siciliano? Un «ritorno» tanto più singolare, in quanto alcuni degli studiosi più influenti della Prima Repubblica hanno dato su Gentile un giudizio negativo, durissimo. Vale la pena di fare, a questo proposito, un paio di esempi. 

Uno studioso di formazione neoidealistica come Eugenio Garin scriveva nel 1955 (nelle Cronache di filosofia italiana) che purtroppo il primato della gnoseologia aveva orientato l'attualismo verso una sorta di «teologia», e quindi non l'aveva fatto gravitare sulla storia, bensì gli aveva fatto risolvere la storia nella filosofia, «ossia nel quadro vuoto del pensiero pensante, che invece di essere concretissimo diviene astrattissimo». Norberto Bobbio, a sua volta, scriveva vent'anni dopo, nel 1975, che la filosofia di Gentile era stata una «cattiva filosofia», e che «una cultura in cui una filosofia come quella di Gentile poté essere portata alle stelle, era una cultura povera, chiusa in se stessa, fatua e al tempo stesso infatuata, senza porte né finestre verso l'esterno, provinciale, consacrata al culto della parola per la parola».
Dunque, secondo questi autorevolissimi studiosi, che dominavano il nostro campo culturale, i conti con Gentile erano definitivamente chiusi.
Senonché, accadde poi qualcosa di inquietante. Infatti si appurò che due eminenti esponenti della cultura italiana della prima metà del Novecento, Gramsci e Gobetti – che (si badi!) sia Garin sia Bobbio proponevano come punti di riferimento fondamentali per l'elaborazione di una «nuova cultura» – erano stati non solo influenzati, ma direi affascinati da Gentile. Nel 1918 Gramsci aveva scritto che Gentile era «il filosofo italiano che più in questi ultimi anni abbia prodotto nel campo del pensiero»; che il suo sistema filosofico era lo sviluppo ultimo dell'idealismo tedesco, culminato in Hegel, maestro di Marx, ed era «la negazione di ogni trascendentalismo, l'identificazione della filosofia con la storia, con l'atto del pensiero in cui si uniscono il vero e il fatto in una progressione dialettica mai definitiva e perfetta». È difficile immaginare, credo, un elogio più convinto e, starei per dire, più commosso di questo.
Quanto a Gobetti, nel 1921 aveva scritto (proprio sulla rivista di Gramsci, «L'ordine nuovo») che Gentile «ha veramente formata la nostra cultura filosofica». E aveva concluso con queste parole: «Quest'insegnamento di vitalità intensa, d'operosità necessaria, di serenità, d'umanità cosciente, scaturisce dall'opera di Giovanni Gentile. Egli ha fatto scendere (anzi, meglio, salire) la filosofia dalle astruserie professorali nell'immensa concretezza della vita». Perciò era giusto riconoscere in lui «un maestro di moralità», e tutta la nuova generazione doveva «ispirarsi al suo pensiero per rinnovarsi».
Quali le motivazioni di questa profonda adesione di Gramsci e di Gobetti a Gentile? In primo luogo, direi, l'interpretazione gentiliana di Marx. Per Gentile, Marx era, nonostante il suo materialismo e in contrasto con esso, un pensatore fondamentalmente dialettico. E ciò perché la chiave di volta della sua costruzione filosofica era il concetto di prassi, che Marx aveva ricavato dall'idealismo. Infatti egli, a differenza di Feuerbach, aveva concepito l'uomo come l'insieme dei rapporti sociali, e la natura come un prodotto del lavoro e dell'attività dell'uomo, della sua prassi.
Ma c'era un altro aspetto (al quale qui posso solo accennare) della concezione di Gentile che affascinava Gramsci e Gobetti: l'identità di filosofia e politica, non solo nel senso che la politica deve chiarirsi a se stessa, e a tal fine deve armarsi di pensiero con l'aiuto della filosofia; ma anche e soprattutto nel senso che non è «più possibile – diceva Gentile – una filosofia degna di questo nome, la quale non s'abbracci alle questioni politiche, e non ne rifletta in sé gli interessi, e non senta la necessità di risolverle nel suo proprio processo».
Una volta assodato che Gramsci e Gobetti (nei quali, ripeto, i Garin, i Bobbio e altri, individuavano i padri di una «nuova cultura») erano stati gentiliani, e che gli stessi Quaderni del carcere di Gramsci erano permeati di concetti gentiliani (gli intellettuali «organici», l'egemonia del «moderno Principe», eccetera), il discorso su Gentile doveva inevitabilmente riaprirsi, al di là delle facili e frettolose stroncature. (Del resto l' «attualismo» suscita interesse anche fuori d'Italia: è appena uscito in Inghilterra un ricco fascicolo della «Review of Collingwood and British Idealism Studies», interamente dedicato al filosofo siciliano).

Gianni Vattimo sui Quaderni Neri di Heidegger

su l'Espresso


Egoismo di classe e revival del darwinismo sociale nel pieno della crisi capitalistica globale

In difesa dell'egoismo
Ci vuole veramente un notevole senso dell'umorismo per riproporre nel 2014 una apologia degli animal spirits nel pieno della catastrofe. E ci vuole una beata innocenza per non capire che il significato delle cose cambia nel corso del tempo e secondo le fasi storiche, e che ciò che era progressivo in un momento diventa in un altro momento e in una diversa situazione semplicemente comico [SGA].

Barbara Di Salvo: In difesa dell'egoismoprefazione di Renato Brunetta, Rubbettino, pagg. 104, euro 12

Risvolto
Questo è un elogio dell’egoismo. Perché squarcia il velo di ipocrisia che impedisce di apprezzare il motore che ha aumentato il benessere della civiltà, che senza egoismo non sarebbe nata e non potrebbe sopravvivere. Perché, osservando quali interessi determinano i comportamenti, emerge che il contrario di egoismo non è altruismo, ma autolesionismo. Perché, se in una società il risultato per il singolo non è superiore a quello che avrebbe ottenuto da solo, o si ha uno sfruttamento ingiustificato delle risorse altrui oppure la società è in perdita e non ha nessuna ragione di esistere. Perché l’altruismo è il prodotto dell’egoismo e dell’intelligenza. Perché ognuno sia fiero e libero di essere egoista, consapevole che solo così potrà essere felice perché utile a se stesso e agli altri.



Giampietro Berti - il Giornale Sab, 13/12/2014

Ernesto ha nostalgia del vecchio amico Bottino

C'è qualcosa di vero in questa analisi. Ma del passaggio dalla Seconda Repubblica - che lui stesso caldeggiò a suo tempo - non coglie l'aspetto fondamentale: l'"antipolitica" nasce dal maggioritario, non dal giustizialismo [SGA].

All’origine dell’antipolitica
di Ernesto Galli della Loggia Corriere 14.12.14

Si levano anche nelle sedi più autorevoli del Paese le condanne dell’antipolitica: termine con cui bisogna intendere la critica aprioristica — e proprio per questo distruttiva, eversiva — oltre che del sistema politico in quanto tale, anche dell’intera vita pubblica, vista come interamente e irrimediabilmente inquinata. 
Ho scritto aprioristica in corsivo perché evidentemente sta tutto lì il problema. Infatti, se la critica di cui sopra non appare affatto aprioristica ma ha una qualche giustificazione nei fatti, se essa è condivisa da più o meno larghe parti dell’opinione pubblica, allora è difficile in un regime democratico negarle il diritto di cittadinanza. Si potrà beninteso fare questione di toni, di stile, di capacità minore o maggiore da parte dei critici di proporre alternative credibili o accettabili, ma la sua natura eversiva, cioè antidemocratica, non sembra facilmente sostenibile. In una democrazia, infatti, non basta che i nostri avversari si comportino in modo volutamente oltraggioso e usino un linguaggio sommario e violento per farne dei candidati alla messa fuori legge. E d’altra parte non ci si può nascondere che è comunque difficile rispondere alla domanda chiave: in base a quale criterio, al di là di una soglia ovvia, si decide quando una critica è aprioristica e quando non lo è? Non si tratta in sostanza di un giudizio sempre politico, e dunque dipendente alla fine solo dalle nostre personali opinioni? 
In realtà, se da vent’anni l’assetto politico italiano non trova pace, sentendosi periodicamente insidiato dall’antipolitica, dal populismo, dal giustizialismo — con i vari schieramenti politici che di volta in volta incarnano uno dei tre — una ragione di fondo c’è. Ed è che tutte e tre quelle patologie sono nel Dna stesso della Seconda Repubblica: costituiscono una sorta di suo peccato originale. Tra il 1992 e il 1994 — non bisogna mai dimenticarlo — la Seconda Repubblica è nata infatti fuori e contro la politica. Violando in molti modi l’insieme di regole e di prassi che fino allora la democrazia italiana aveva più o meno sempre rispettato, e al tempo stesso, però, non essendo capace di darsi regole davvero nuove. Proprio per questo essa è restata in certo senso prigioniera delle modalità della sua nascita: condannata a ripercorrerle periodicamente. Dunque a doversela vedere periodicamente con l’antipolitica, con il populismo, con il giustizialismo. 
Ci sono fatti di quella lontana origine degli anni 90 di cui ci siamo dimenticati con troppa facilità. Ma che invece pesano come macigni, e ci ricordano da dove veniamo.
Era il 2 settembre 1992, per esempio, quando il deputato socialista Sergio Moroni, destinatario di due avvisi di garanzia nel quadro delle inchieste di Mani Pulite, si uccise nella sua casa di Brescia lasciando una lettera che oggi è difficile rileggere senza sentirne lo straordinario valore di premonizione. In essa Moroni, dopo aver rivendicato di non «aver mai personalmente approfittato di una lira», invocava «la necessità di distinguere ancor prima sul piano morale che su quello legale», dolendosi di essere «accomunato nella definizione di ladro oggi così diffusa». Terminava denunciando «un clima da pogrom nei confronti della classe politica», clima caratterizzato da «un processo sommario e violento». Ma le sue parole caddero nel vuoto. Benché dirette alla Presidenza della Camera, allora tenuta da Giorgio Napolitano, non furono ritenute degne della benché minima discussione parlamentare. 
Ancora un altro ricordo. Era il 5 marzo 1993, nel pieno di Tangentopoli, quando in risposta all’annuncio di un decreto del Guardasigilli del governo Amato, Giovanni Conso, in cui si stabiliva la depenalizzazione (con valore anche retroattivo) del finanziamento illecito ai partiti, accadde un fatto probabilmente mai avvenuto prima in alcun regime costituzionale fondato sulla divisione dei poteri. I magistrati del pool di Mani Pulite si presentarono al gran completo davanti alle telecamere del telegiornale delle 20, incitando con parole di fuoco i cittadini alla protesta contro il decreto legge emanato da quello che a tutti gli effetti era il governo legale del Paese. Decreto legge che a quel punto — caso anche questo fino ad allora unico nella storia della Repubblica — il capo dello Stato Scalfaro, impressionato dalla rivolta, si rifiutò di firmare. E naturalmente nessuno ebbe qualcosa da ridire. 
Mi chiedo: è possibile non riconoscere in questi episodi e in tanti altri che accaddero allora alcuni elementi caratterizzanti di quella che è stata poi la vicenda italiana? Non appare forse della medesima natura di quella che oggi siamo portati ad attribuire all’antipolitica — se non addirittura identica — la tendenza all’esasperazione verbale, alla generalizzazione indiscriminata nei confronti dell’avversario, alla sollecitazione spregiudicata delle reazioni più elementari dell’opinione pubblica? Non appare più o meno la medesima pure la timidezza imbarazzata, talvolta impaurita, del potere? E non suona forse sempre eguale anche il richiamo alla volontà della «gente» o del «popolo» che sia — che allora era quello «dei fax», poi è stato quello degli «indignati», e oggi è quello della «Rete»? Da queste parti, come si vede, anche il populismo ha una storia lunga e molto varia: allo stesso modo, peraltro, dei suoi fratelli gemelli, il giustizialismo e l’antipolitica. 
La classe dirigente che si ritrova ad essere oggi alla testa della Seconda Repubblica non dovrebbe scordarselo. È proprio in quei terreni che oggi essa disdegna che affondano, infatti, le radici profonde della sua stessa legittimazione. 

La vulgata della storia contemporanea diventa senso comune: dalla Fine della storia allo Scontro di civiltà

La caduta del Muro di Berlino fece sognare la nascita di un'epoca senza conflitti Però sono tornati gli scontri di civiltà
Matteo Sacchi - il Giornale Sab, 13/12/2014

Il kamikaze narcisista ovvero della totale nocività della psicoanalisi nella comprensione della storia

Lacaniana, junghiana o ortodossa che sia, la lettura psicopatologica è solo un surrogato inutile della comprensione dei processi storici reali [SGA].
Islam e Occidente I giovani precipitano in un nuovo buio

Il ragazzo musulmano caduto nell’abisso radicale è come il suo corrispondente europeo o americano ubriaco di narcisismo

di Luigi Zoja psicoanalista junghiano Corriere La Lettura 14.12.14

Iniziando La ginestra , Leopardi cita il Vangelo di Giovanni (3, 19): «E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce». Poi si scioglie in sarcasmi sulle aspettative di progresso, sulla ingenuità e frivolezza del suo secolo. Dall’Illuminismo — secolo della luce — e dalla delusione del poeta ne sono passati altri due. Dopo due guerre mondiali e la guerra fredda, gli entusiasmi guerrieri avrebbero dovuto scomparire. Eppure, nuove masse scelgono un nuovo buio. 
I martiri della nuova guerra santa sono pronti. Mentre le nazioni che si combattono cercano la vittoria, ma possono tornare ai compromessi politici, nelle guerre sante l’unica alternativa è morire: la religione è un assoluto, non prevede patteggiamenti. Sarà quindi una guerra a morte, concepita ben prima delle convenzioni di Ginevra: guerra ai civili, alle bambine, agli ostaggi. Che non «metterà fine a tutte le guerre» (come si diceva della Grande guerra), ma al contrario metterà inizio a infiniti altri conflitti. Il loro vero martire è la ragionevolezza: la coerenza logica dell’Io — che, nella generosa illusione di Freud, doveva gradualmente svuotare l’inconscio — mentre di nuovo le tenebre lo stanno sopraffacendo. Come nella medievale Crociata dei Fanciulli, questi ingenui della vita hanno ricevuto una visione o hanno udito una chiamata e non si voltano indietro. Partono: persino dalle classi borghesi dei Paesi musulmani laici (Turchia, Tunisia). Persino da famiglie islamiche integrate nel sazio e secolarizzato Occidente. A volte, persino da famiglie cristiane colte, dell’Europa e del Nord America, cui voltano le spalle per convertirsi a un islam fondamentalista e gettarsi in un «eroismo» senza ritorno: i maschi, con armi modernissime; le ragazze, con strumenti antichi come i fornelli e gli uteri, per dare conforto a giovani eroi e sangue nuovo a una impresa che lo versa quotidianamente. È insensato, ma partono. 
Non possiamo rispondere che non ci riguardano. Non sono nati dall’islam: sono una risposta al vuoto del nostro Occidente, senza il quale non avrebbero motivo di esistere. Sono giovanissimi e appassionati. Anche se qualcuno è disadattato o trasgressivo, non sono i bulli del quartiere, né vanno alle partite con il coltello in tasca (comportamenti che restano «occidentali»). In gran parte, sono adolescenti che non hanno mai commesso una infrazione: molti sono addirittura studenti modello. Né sono dei disobbedienti Pinocchi che beffano un debole Geppetto: vengono spesso da famiglie solide, dove il padre è tutt’altro che assente. Tutti, obbedienti o trasgressivi, erano alla ricerca di un senso e non lo sapevano: ora hanno trovato un’autorità assoluta in grado di somministrarlo. 
Dicono di andare «verso» qualcosa: ma il loro obiettivo appare fumoso tanto all’europeo laico, quanto ai teologi musulmani. Quello che è chiaro, invece, è che vanno «via da». Rifiutano il nostro mondo che, morta per disidratazione la cultura romantica, è diventato troppo pratico: senza passioni, senza assoluti, senza sacrifici e senza trascendenza. Possiamo capirli, anche se cominciamo a non capire quando per loro la morte si trasforma da strumento in scopo ultimo. 
La morte e il sacrificio di chi? Questo forse non l’avevano pensato a fondo. Se qualcuno glielo chiedesse su due piedi, borbotterebbero formule quali «gli infedeli», che nella genericità rivelano come l’avversario sia per loro astratto e non umano. Il giovane caduto nel nuovo buio è, proprio come il corrispondente occidentale che disprezza, innamorato dei propri entusiasmi, ubriaco di narcisismo. È convinto di opporsi al nostro materialismo, ma si affida a ricchi finanziatori che gli somministrano armi corrompendo la sua anima, proprio come ai giovani occidentali somministrano la droga; e a raffinati informatici, che mettono in rete filmati delle eroiche gesta jihadiste con l’abilità delle multinazionali pubblicitarie. Soffocano nel nostro materialismo, eppure non hanno appreso nuove vie: non sono stati mai veramente iniziati alla teologia dell’islam. Sono risucchiati verso quello che considerano un mondo di valori, ma è la controfaccia di un potere materialista rivestita da guerra santa disneyana. 
Gli opposti che si combattono mortalmente, ma senza consapevolezza, diventano simili, ha detto Jung. Lo ha confermato lo storico Alan Bullock nel saggio Hitler e Stalin. Vite parallele (Garzanti). Per vivere veramente nei valori, ha detto Isaiah Berlin (in un testo del 1994 riproposto dalla «New York Review of Books» del 23 ottobre), bisogna ricomporli ogni giorno col bilancino del farmacista. Libertà e uguaglianza sono fondamenti. Ma la libertà totale porta verso la dittatura del mercato, l’uguaglianza totale verso Stalin. Gli unici miglioramenti nella vita degli uomini si raggiungono realizzando compromessi fra le due. Il problema è che milioni di giovani sono pronti a morire per idee assolute, nessuno a «morire per un compromesso»: che è, aggiungerebbe uno psicoanalista, insipido per il nostro narcisismo. 
Inconsciamente o meno, gli estremisti si rinforzano a vicenda. I due palestinesi che hanno fatto strage in sinagoga parlavano di giustizia per i loro fratelli: ma la rivincita che si sono presi è quella individualista dell’adolescente che vuol diventare famoso, scaricando sul loro popolo una ennesima umiliazione. 
Prevedibilmente — ma non inevitabilmente — il ritorno a forme di pensiero del passato riappare dall’altra parte: nella reazione dello Stato israeliano, che dopo aver naturalmente reagito con le armi, meno naturalmente estende la rappresaglia ai familiari e demolisce le loro case. In questo modo applica una forma antimoderna di diritto (l’allargamento della responsabilità personale ai familiari corrisponde alla Sippenhaft o kin liability medievale, riattualizzata nella modernità da Stati totalitari). Nella loro inconsapevolezza, i terroristi sono riusciti a «infettare» con la loro regressione il loro avversario: uno Stato che, lo voglia o meno, ha fra le responsabilità quella di rappresentare in Medio Oriente la luce della democrazia e della modernità, non i secoli bui. Come ho ricordato nel testo Paranoia , questa è l’unica malattia mentale altamente infettiva. A differenza dalle altre espressioni di follia, non è solo individuale ma riguarda i gruppi interi, gli amici e i nemici. Contagia la psiche collettiva e può comunicarsi ininterrotta attraverso le generazioni. 

La democrazia liberale non è molto amata fuori dall'Occidente. Ma anche in Occidente non ne è rimasta traccia




Spezzaferro le prende dai sindacalisti ma ancor più da Renzi. Civati e Vendola preparano la scissione dell'aperitivo

Sciopero, D'Alema incrocia il corteo. Volano insulti e terriccio: "Buffone venduto"

Momenti di tensione a Bari: il democratico in città per un convegno è stato pesantemente contestato dai partecipanti alla manifestazione dei sindacati. Il dem: "C'è una rabbia generale per i partiti e la politica"

D’Alema: “Non vado da Renzi. Non mi faccio minacciare”
“Si annunciano punizioni, non ci sto. La contestazione di Bari? Infiltrati tra le bandiere rosse. Ma non mi tiro indietro. Faremo vedere al premier da che parte sta l’Italia. Nonostante i giornaloni”
intervista di di Carlo Tecce 
il Fatto 14.12.14
Massimo D’Alema è in campagna, nei suoi poderi, il vino di questi tempi va travasato, non ancora bevuto. Ci vuole pazienza, con l’uva. Ma per Matteo Renzi non aspetta, non fa deroghe, il Líder Máximo. Oggi sarà assente al raduno democratico di Roma. “Non vado all’assemblea nazionale del partito, non voglio assistere alle minacce. Per come si preannuncia, sarà una resa dei conti interni, una serie di punizioni. Non è una sede adeguata per affrontare il merito dei problemi, come la crisi economica che ci travolge o i limiti delle riforme”.
D’Alema reagisce a Renzi, non desiste mai, poi sottolinea che vuole riposare, che deve guidare. Ancora fanno rumore quegli insulti raccolti venerdì, mentre attraversava la piazza di Bari. C’era lo sciopero generale, bandiere e pettorine rosse, e D’Alema s’era immerso nella folla per percorrere il breve tratto che collega il Municipio, dove ha incontrato il sindaco Antonio Decaro, e l’albergo che ospitava una manifestazione di ItalianiEuropei, la fondazione che presiede. L’ex segretario dei Giovani comunisti ha rovistato nella memoria, gli sovviene una più tragica e concitata trasferta a Bari, nel ‘77, per la morte di Benedetto Petrone, un ragazzo antifascista ammazzato da una banda di missini. Non fa paragoni. Non mischia la storia. E rifiuta di passare per il grande vecchio politico, il rottamato che non si rassegna, ferito da un “vaffanculo”. Da Bari a Bari, s’arriva a Renzi con i ragionamenti di D’Alema.
C’è stata da sinistra una reazione di rabbia a un simbolo di sinistra. Cosa ha provato?
Io non mi spavento, ma i fatti vanno illustrati per bene.
Li illustri.
Ho salutato Decaro e sono sceso in strada, non sapevo in che spezzone di corteo mi trovassi. Le assicuro che in tanti mi hanno stretto le mani, mi hanno incoraggiato e poi sono incappato in un gruppetto. C’era una rappresentanza Ugl, non possiamo dire che siano compagni.
La passeggiata tra i fischi la poteva evitare?
Una piccolissima contestazione non può essere confusa con il sentimento dei cittadini. A differenza di chi non riconosce i sindacati e non rispetta la piazza, io sono sempre presente, non mi tiro indietro. Non voglio aggiungere ulteriori commenti, però. È un episodio limitato e superato. Non mi interessa.
Sarà impegnato a scardinare il governo, pare che sia fautore di una manovra per proporre un esecutivo tecnico con a capo il ministro Pier Carlo Padoan.
Queste sono fesserie che vengono divulgate per creare confusione, per distogliere l’attenzione sulle questioni serie e reali, ma le garantisco che non hanno fondamento. E non mi preoccupano le strumentalizzazioni, ormai le cose che scrivono i giornali le ignoro. In Europa, si fidi, la stampa italiana ha una credibilità molto bassa.
Sostiene che Palazzo Chigi
la utilizzi come un alibi, uno spauracchio?
Il gioco non funziona, è banale. D’Alema non occupa scranni, non muove truppe in Parlamento, ma non rinuncia all’attività politica. Mai. I cittadini non sono ingenui, non si fanno ingannare, capiscono le inefficienze di questo governo, gli errori che ha compiuto. E io mi premuro soltanto di spiegare quel che posso spiegare.
Non sarà in platea durante il discorso di Renzi?
No, no, no. La saluto.
IN EFFETTI, un rumore di automobile in marcia si avverte al telefono. È pomeriggio, D’Alema, versione viticoltore, è un po’ vago sull’evento democratico di oggi. In serata, fa sapere al Fatto: “Non partecipo, non accetto le minacce o le sanzioni, come viene prefigurato in questi giorni”. La nota in calce è per Matteo Renzi, che vuole regolare l’opposizione interna. E pure per Graziano Delrio. Il sottosegretario che ha avvisato perentorio: “Se la minoranza vuole il voto, lo dica”. D’Alema s’era immolato in difesa dei parlamentari dissidenti, stavolta lascerà un posto vuoto. E non sarà una protesta meno evidente.

Fischi al compagno. Massimo Cacciari “Confesso, a Bari mi ha fatto pena”
di Paola Zanca il Fatto 14.12.14
Scene così, anche lui che è stato sindaco (a Venezia) e più volte parlamentare, non le aveva mai viste. E per questo, a Massimo Cacciari, la passeggiata in mezzo ai fischi e alle bandiere rosse di Massimo D'Alema l'altroieri a Bari, ha fatto una certa “impressione”. E anche qualcosa di più.
Cacciari, cosa ha pensato guardando quel video?
Non nutro nessuna simpatia per D'Alema, non ci sopportiamo da quando avevamo i calzoncini corti. Ma quelle immagini, certo, mi hanno fatto impressione. Avrà anche diecimila peli sullo stomaco, ma per uno con la sua storia, quei fischi da parte del sindacato devono essere stati duri da digerire. Dico la verità, il compagno D'Alema mi ha fatto un po' pena.
Troppe colpe sulle sue spalle?
La situazione è drammatica. Le persone stanno sempre peggio e giustamente se la prendono con chi in questi anni ha gestito la baracca e ha ridotto il Paese in questo stato. La questione è delicatissima: non ci sono più punti di riferimento, né a destra né a sinistra né al centro. Nessuno ha più autorevolezza.
Quei fischi quindi non erano solo contro D'Alema?
Macché! Non è una questione personale. Non c'entra niente D'Alema. Poteva passare Bersani, Renzi, Alfano... è la rivolta contro una classe dirigente che non sa trovare soluzioni credibili ai problemi della gente. Anche voi giornali, smettetela di guardare al contingente: questa è una situazione che andrebbe studiata in termini di sistema, e invece noi continuiamo a stare qui a commentare fatti e fatterelli.
D'Alema ha preso i fischi, eppure è uno che critica Renzi un giorno sì e l'altro pure.
Nel Pd ci si avvia verso un divorzio lacrime e sangue. Lo dico da mesi, che era meglio procedere a una separazione consensuale: invece finirà a coltellate, ormai è inevitabile.
È preoccupato?
L'aria che tira è pericolosissima: la crisi peggiora e nessuno sa più a chi credere.
Che conseguenze immagina?
Finirà che verremo commissariati. Se non siamo in grado di cavarcela con le nostre forze, faremo la fine della Grecia. Se non la smettiamo di discutere per mesi di riforma del Senato, di legge elettorale e di altre cose che non cambiano una virgola della vita delle persone non ci sarà alternativa. Adesso ci mancava solo Napolitano...
Che c'entra?
A mio avviso è l'unico che ci ha fatto rimanere in piedi. Senza di lui la situazione può soltanto peggiorare.


Il premier spiazza i nemici e punta ai “collaborazionisti”

Linea soft senza espulsioni. I contestatori divisi in quattro fazioni

di Fabio Martini La Stampa 14.12.14

In questi giorni la principale preoccupazione dello staff di Renzi è stata poco politica, molto materiale ma è rimasta riservata: riuscire a riempire la sala che questa mattina, all’hotel Parco dei Principi a Roma, ospiterà l’Assemblea nazionale del Pd. Un appuntamento preceduto dall’attesa di uno scontro frontale, l’ennesimo, tra il segretario-presidente Renzi e le minoranze interne, sempre più combattive e sempre più divise tra loro. La preoccupazione di riempire la sala non risponde ad un canone estetico o ad un’ansia organizzativistica: riuscire a far convergere in Assemblea i più di millecinquecento componenti è sempre stata un’impresa titanica anche per i predecessori e dunque Renzi ha chiesto che questa mattina non ci siano vuoti eccessivi, che potrebbero alludere ad un Pd renziano demotivato e poco compatto.
Le preoccupazioni
Abile nel collocare la riunione del parlamentino all’indomani dell’udienza col Papa, Renzi confida di non avere grosse preoccupazioni politiche, anche perché ieri sera la sua intenzione era quella di spiazzare una volta ancora i suoi avversari interni: a chi lo aspetta assetato di provvedimenti disciplinari, il segretario-presidente potrebbe invece riservare un approccio per certi versi capovolto. Il Renzi che aprirà questa mattina i lavori dell’Assemblea nazionale sarà più inclusivo e meno “attaccabrighe” rispetto alle ultime sortite: «Chi vuole cambiare il governo aspetti il 2018, ma chi vuole cambiare il Paese non perda un solo giorno e venga a darci una mano». Un approccio soft, mirato anche a dividere ulteriormente la minoranza interna: anziché attaccarla frontalmente e dal punto di vista disciplinare, Renzi immagina di blandire ulteriormente i “collaborazionisti”, che aumentano ad ogni passaggio cruciale. 
Un Renzi che rivendicherà il lavoro fatto, che confronterà il Pd del dicembre 2013 e quello di oggi. Ha confidato ieri: «Non rivendico meriti, non voglio coccarde, ma ricorderò l’impresa che abbiamo fatto: avete preso un partito che non aveva vinto in Italia e lo avete trasformato nel partito più votato d’Europa». Un Renzi che si propone di sferzare la minoranza, con argomenti pungenti ma oggettivi, affermando un principio: «Non voglio obbedienza, ma pretendo lealtà». Un approccio destinato, almeno sulla carta, a complicare la reazione delle minoranze interne, divise in cinque aree: l’ala più lontana da Renzi, guidata da Pippo Civati, che ieri ha riunito i suoi a Bologna e ha ribadito per l’ennesima volta, ma con un po’ di enfasi in più, che lui non resterebbe in un Pd che andasse ad elezioni anticipate con la bandiera del Jobs Act; poi ci sono i bersaniani, oramai divisi in due sotto-aree: i duri e puri (Fassina, D’Attorre e Gotor) e i “collaborazionisti” (Speranza, Stumpo, Epifani, Damiano), con Bersani che è leale con la “ditta” ma al tempo stesso fomenta gli umori guerrieri dei suoi; gli ex dalemiani raccolti attorno a Gianni Cuperlo e il cui punto di riferimento (Massimo D’Alema, reduce dalla contestazione pugliese) non parteciperà all’Assemblea di oggi; infine c’è l’area delle “personalità”, personaggi tra loro diversi, (Bindi, Boccia), ma accomunate nell’atteggiamento critico verso Renzi.

Stefano Fassina “Matteo drammatizza perché vuole votare io non cerco scissioni”
Riforme e democrazia interna, lo scontro tra le anime del Pd alla vigilia dell’Assemblea nazionale Per la resa dei conti in Assemblea bisogna essere in due, ma chi dissente vuole solo migliorare le riformeintervista di Giovanna Casadio Repubblica 14.12.14
ROMA «Renzi sta drammatizzando lo scontro interno perché vuole andare a votare al più presto». Stefano Fassina, uno dei leader della sinistra dem, lancia accuse durissime alla maggioranza renziana nel giorno dell’Assemblea del partito.
Fassina, nel Pd siete a un passo dalla scissione?
«Spero che nessuno dei dirigenti dem, né Civati né altri, abbiano davvero questo obiettivo. Ma rispondo per me. Il mio impegno rimane nel Pd e per correggere la rotta del partito e del governo».
Però i toni sono di sfida tra Renzi e voi della sinistra dem?
«Mi pare che il presidente del Consiglio voglia andare al voto e cerchi ogni giorno di costruire alibi per giustificare il suo obiettivo, ma scaricando la responsabilità sulle spalle degli altri. I termini utilizzati in questi giorni come “imboscata”, “rivincita congressuale”- dopo un passaggio in commissione Affari costituzionali di Montecitorio assolutamente fisiologico e su un punto secondario, cioè l’eliminazione dei senatori a vita nel nuovo Senato federale - mi pare siano finalizzati a una drammatizzazione politica per creare uno showdown verso le elezioni».
Nell’Assemblea ci sarà quindi una resa dei conti?
«Per fare la resa dei conti bisogna essere in due, ma da parte di chi in questi mesi ha dissentito, l’obiettivo è stato di migliorare le riforme. È surreale ad esempio, che il giorno del successo dello sciopero generale, Renzi e i suoi invece di capire come ricostruire un rapporto con una parte fondamentale del popolo del Pd, continuino a delegittimare sul piano morale e politico chi tra i dem tiene faticosamente aperto il dialogo. Dove vogliono portare il Pd?».
La minoranza dem per la verità ha messo in difficoltà il governo in commissione facendolo andare sotto.
«Il governo è andato sotto dopo essere stato ripetutamente informato della posizione di dissenso e invitato ad accantonare un punto che era secondario».
Ma può la sinistra dem andare avanti con il dissenso continuo sulle riforme da quelle costituzionali al lavoro?
«No, non si può andare avanti così. Siamo di fronte a un bivio: da un lato il premier può continuare a cercare lo scontro per giustificare la sua scelta di andare al voto; dall’altro la strada del contributo che tutti vogliamo dare nel Pd. Renzi la smetta di fare ridicoli ritratti sulle poltrone e sulle candidature, che forse funzionano per chi lui ha attorno, ma per quanto mi riguarda producono il risultato opposto».
In un partito non ci vuole disciplina?
«La disciplina in un partito del XXI secolo si costruisce non attraverso maggioranze blindate che procedono come schiacciasassi, ma con il dialogo».

Quirinale, Italicum e guerra nel Pd Renzi ora deve scoprire le carte
di Stefano Folli Repubblica 14.12.14
POCHI credono che l’assemblea di oggi risolverà qualche problema all’interno del Partito Democratico. Le divisioni interne ci sono e continueranno a esistere anche domani. Del resto, nonostante Civati che si è preso i titoli della vigilia, la prospettiva non è una scissione in grande stile, ma un calcolo di convenienza la cui posta in gioco è Renzi: la sua leadership, la sua filosofia politica. La possibilità di condizionarlo quando si sceglierà il prossimo presidente della Repubblica.
Non sarà quindi una rituale occasione di partito, con la passerella degli oratori dai tempi contingentati, a ratificare la frattura. Non siamo a Livorno nel ‘21 e Civati non è Bordiga, così come senza dubbio Renzi non è Turati. Più che nel fuoco di un grande scontro ideologico, il Pd si consuma in un gioco tattico abbastanza estenuante, dove contano di più i successi o i passi falsi in Parlamento dei discorsi nelle assemblee interne.
Questo non significa che la riunione odierna sia poco significativa. Al contrario, è un passaggio carico di tensione e in effetti Civati ha buttato altra benzina nel camino acceso. Ma un punto è chiaro: oggi all’orizzonte non c’è una scissione, quanto meno non una scissione in tempi brevi. Non è il luogo né il momento. Prima vengono altri nodi assai insidiosi per il presidente del Consiglio: la fronda sulla legge elettorale, sulla riforma del Senato e soprattutto sull’elezione del capo dello Stato. La minoranza non dispone di numeri notevoli, però è in grado di mettersi di traverso, facendo saltare qualsiasi strategia renziana. E poiché l’accordo del premier con Berlusconi non è di ferro, come tutti hanno ormai compreso, il risultato è che si naviga al buio in un mare pieno di scogli.
Acosa può servire allora l’assemblea di Villa Borghese? Forse a rispondere all’interrogativo che da tempo aleggia sulla Roma politica: Renzi intende umiliare la minoranza interna fino alle estreme conseguenze o al contrario è pronto a sancire un compromesso? Ben sapendo che tale compromesso, per essere credibile, non può essere una semplice tregua, ma deve comportare un’intesa sul nome del capo dello Stato e sulla riforma elettorale (in questo ordine). Finora il premier ha evitato di prendere posizione in merito. Ma il tempo passa e ci si avvicina alle scadenze decisive. Al netto delle feste di fine anno, manca circa un mese al momento in cui il Parlamento si riunirà in seduta comune, quindici giorni dopo le formali dimissioni di Napolitano.
Forse converrebbe a Renzi diradare la nebbia che avvolge le sue intenzioni. Un punto a suo vantaggio è che la minoranza è suddivisa in almeno tre segmenti. Ci sono gli irriducibili come Civati, appunto, e Fassina, testimoni di una linea dura e massimalista che può persino far comodo al premier. Poi c’è D’Alema che mette sul piatto il peso di una storia, ma il cui presente è segnato da una relativa debolezza. E infine viene Bersani, in fondo il più dialogante e al tempo stesso il più rappresentativo: Renzi fino ad ora ha esitato ad assumerlo come interlocutore, rinunciando quindi a dividere il fronte avversario più di quanto già non sia.
Potrebbe tuttavia essere giunto il momento di mettere le carte in tavola, in modo che sia chiaro cosa si vuole a Palazzo Chigi. Se il premier si sente in grado di far passare il suo candidato al Quirinale senza una vera trattativa interna, imponendolo quindi alla minoranza, allora ci si può aspettare oggi un discorso perentorio e al limite sprezzante, di quelli a cui Renzi ha abituato i giornali e i Tg. Se invece questa certezza non c’è (e oggi un certo pessimismo è d’obbligo), allora il presidente del Consiglio potrebbe cogliere l’occasione dell’assemblea per trasmettere qualche segnale di disponibilità. Probabilmente troverà qualcuno all’ascolto.

Il ministro Ferrero casca dal pero


Da sempre chiamo Paolo Ferrero paolino ferrerino, in omaggio a paolino paperino, del quale condivide quella sfiga ontologica che fa pur sempre simpatia. Ce lo meritiamo, un minchione come Ferrero. Come ci meritiamo il PdCI, anzi il PCdI [SGA].

Paolo Ferrero: La truffa del debito pubblico, DeriveApprodi

Risvolto
"Il debito pubblico italiano non ha niente a che vedere con la spesa pubblica, e men che meno con la spesa sociale. Il debito pubblico del nostro paese si è gonfiato a causa degli interessi da usura pagati dallo Stato agli speculatori. Esso, infatti, è aumentato repentinamente a partire dal 1991, quando (l'allora ministro del Tesoro decise, insieme al governatore della Banca d'Italia, di rendere autonoma la Banca d'Italia, obbligando così lo Stato a finanziare il proprio debito attraverso i mercati finanziari. A partire da quella data gli interessi pagati dallo Stato sono schizzati alle stelle e con essi il debito, che dal 60% è passato al 120% in pochi anni. Eppure, l'esplosione del debito pubblico è diventata l'argomento per giustificare politiche di tagli e austerità. Così, dal 1992 la spesa pubblica è stata continuamente ridotta producendo il seguente risultato: se si escludono gli interessi, la spesa dello Stato è minore delle entrate. E in questi trent'anni lo Stato è diventato una gigantesca idrovora che prende i soldi dalle tasche dei cittadini e li sposta nelle tasche degli speculatori e della rendita finanziaria. Questo libro chiarisce i termini della truffa e indica come uscirne".


La guerra culturale delle classi dominanti 
Pamphlet. «La truffa del debito pubblico» di Paolo Ferrero. Gli accordi sindacali e le decisioni politiche che hanno preparato il dominio della finanza e del libero mercato

Mauro Trotta, il Manifesto 13.12.2014 

È dav­vero dif­fi­cile che un libro di eco­no­mia si legga tutto d’un fiato. Eppure è quanto avviene con l’ultimo lavoro di Paolo Fer­rero, signi­fi­ca­ti­va­mente inti­to­lato La truffa del debito pub­blico, pub­bli­cato di recente da Deri­veAp­prodi (pp. 156, euro 12). Il segre­ta­rio di Rifon­da­zione comu­ni­sta ha, infatti, il dono di ren­dere asso­lu­ta­mente chiara una mate­ria spi­nosa come, appunto, l’economia, spie­gan­done in maniera com­pren­si­bile a tutti i mec­ca­ni­smi, uti­liz­zando anche gra­fici e tabelle in modo fun­zio­nale al discorso svi­lup­pato, senza che appe­san­ti­scano il testo né com­pli­chino inu­til­mente i ragio­na­menti. Il tono è col­lo­quiale e volu­ta­mente dida­sca­lico – ven­gono spie­gati con pre­ci­sione e sem­pli­cità tutti gli eventi e le espres­sioni uti­liz­zate – ma senza che il let­tore ne provi alcun fasti­dio, anzi. 
L’argomento affron­tato è l’enorme debito pub­blico che grava sulle finanze del nostro paese. Fer­rero si inter­roga innanzi tutto su come si sia for­mato e come sia arri­vato ai livelli attuali. Tutto è ini­ziato nel 1981, quando «fu deciso il cosid­detto divor­zio tra Banca d’Italia e mini­stero del Tesoro». Senza alcun atto o deci­sione del par­la­mento, gra­zie solo a uno scam­bio di let­tere tra il mini­stro Benia­mino Andreatta e il gover­na­tore Carlo Aze­glio Ciampi, fu decisa l’indipendenza della Banca cen­trale. E subito «i tassi di inte­resse, pagati dallo Stato ita­liano per finan­ziare il pro­prio debito, sono schiz­zati alle stelle». 

Una finan­zia­ria di svolta 
Fino a quel momento, infatti, i tassi di inte­resse erano con­cor­dati tra il mini­stero e la Banca d’Italia, che si impe­gnava ad acqui­stare al tasso pre­fis­sato tutti i titoli rima­sti inven­duti sul mer­cato. Senza più que­sta garan­zia l’interesse sui titoli, che deve essere pagato dallo Stato, ini­zia a salire, supe­rando il tasso di infla­zione e, con­se­guen­te­mente il debito comin­cia a gon­fiarsi in modo espo­nen­ziale. Si passa così da un cumulo di inte­ressi sul debito di circa sette miliardi e set­te­cento milioni del 1980 a oltre diciotto miliardi nel 1981 e a più di 35 miliardi nel 1982 e così via, con cifre che sal­gono sem­pre più. Fer­rero cal­cola che «grosso modo gli inte­ressi medi che lo Stato ita­liano ha pagato dal 1981 in avanti sono pari al 4,2% in più del tasso di infla­zione». Non solo, «la per­cen­tuale di spesa pub­blica ita­liana che viene usata per pagare gli inte­ressi è gros­so­modo dop­pia a quella della media europea». 
A par­tire dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, allora, come dice giu­sta­mente Fer­rero si può par­lare di una vera e pro­pria truffa per quel che con­cerne il debito pub­blico. Erano gli anni in cui il «lungo Ses­san­totto ita­liano» vol­geva al ter­mine. Stava arri­vando la sta­gione del cosid­detto «riflusso». Gli «anni di merda», li avrebbe defi­niti Nanni Bale­strini in una sua poesia. 
Ma per capire chi avrebbe pagato que­sta truffa in favore della finanza spe­cu­la­tiva diventa impor­tante un’altra data, quella in cui fu appro­vata la finan­zia­ria – così si chia­mava all’epoca quella che oggi si chiama legge di sta­bi­lità – del 1992, la famosa finan­zia­ria «lacrime e san­gue», come fu defi­nita allora, varata dal governo pre­sie­duto da Giu­liano Amato. Erano anni di ten­sione: il crollo del muro di Ber­lino di qual­che anno prima, la caduta dell’Urss, tan­gen­to­poli, la strage di via D’Amelio a Palermo. Nel frat­tempo, d’intesa con i sin­da­cati, era stata abo­lita la scala mobile, che pre­ve­deva aumenti auto­ma­tici di salari e sti­pendi a seguito del’aumento di prezzo di deter­mi­nati beni. Poi la lira viene sva­lu­tata del 20–25%. Infine parte la mano­vra vera e pro­pria che tra tagli, nuove entrate e dismis­sioni ammonta alla cifra record di 93.000 miliardi di lire. È facile com­pren­dere che gli effetti legati alla sva­lu­ta­zione e agli aumenti dovuti all’inflazione si sca­ri­cano quasi del tutto sui salari, men­tre «il mec­ca­ni­smo di tra­sfe­ri­mento di denaro dal bilan­cio dello Stato agli spe­cu­la­tori pro­ce­deva a pieno regime». Per di più, l’anno suc­ces­sivo, «il sin­da­cato firmò l’accordo sulla con­cer­ta­zione che inchio­dava le richie­ste sala­riali all’inflazione pro­gram­mata, che era sem­pre più bassa di quella reale». Ini­zia così a entrare nella sua fase più acuta quella cosid­detta «guerra di classe dall’alto» che ha visto e, pur­troppo, con­ti­nua a vedere l’offensiva con­tro il lavoro dipen­dente che ha con­dotto a una redi­stri­bu­zione incre­di­bile a favore dei più ric­chi delle risorse e a un restrin­gi­mento con­ti­nuo dei diritti con­qui­stati dopo lotte anche duris­sime. Il tutto in una situa­zione di avanzo pri­ma­rio del bilan­cio dello Stato, che incassa a par­tire da quel 1992 più di quanto destini alla spesa pub­blica. Gran parte delle entrate, infatti, serve a pagare que­gli inte­ressi sul debito inne­scati da tutte quelle scelte com­piute in pas­sato. Una strada scel­le­rata lungo la quale ci si con­ti­nua a muo­vere anche oggi. 

Da cit­ta­dini a sudditi 
Il bel libro di Fer­rero va avanti appro­fon­dendo il discorso e mostrando in maniera ine­qui­vo­ca­bile come e a van­tag­gio di chi si sono mosse le poli­ti­che del recente pas­sato. E si con­clude, dopo una disa­mina del Ttip – il Tran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Part­ner­ship, l’accordo che stanno trat­tando pra­ti­ca­mente in segreto Europa e Usa, e che rap­pre­senta un ulte­riore salto di qua­lità nel «togliere ai popoli ogni potere e tra­sfor­mare i cit­ta­dini in sud­diti, subal­terni ai grandi poten­tati eco­no­mici» – con una serie di pro­po­ste basate su due punti fon­da­men­tali: «la sovra­nità demo­cra­tica degli Stati nazio­nali e la costru­zione di un movi­mento poli­tico di massa a livello euro­peo». Si tratta di pro­po­ste in gran parte lar­ga­mente con­di­vi­si­bili ma che fanno sor­gere almeno un dub­bio, ovvero: siamo sicuri che la sovra­nità degli Stati nazio­nali sia ancora una con­di­zione reale? Non è che nella ristrut­tu­ra­zione capi­ta­li­stica ancora in atto le cose siano cam­biate in maniera molto più pro­fonda? E che le rispo­ste da dare deb­bano, per così dire, muo­versi su un altro livello di scon­tro? Ma tutto que­sto, evi­den­te­mente, ci por­te­rebbe a un altro discorso, troppo lungo e com­plesso per essere affron­tato in que­sta sede.