domenica 19 ottobre 2014

Il bonapartismo postmoderno di Renzi e l'eterna vocazione subalterna della sinistra radicale: "Sinistra del Lavoro" parte malissimo

Anche i migliori vivono in questo mondo, in questi rapporti di forza, in questa disillusione. Se lo si legge quasi fino all'ultimo capoverso, quanto sostiene Burgio è giustissimo ed è del resto in piena consonanza con quanto io stesso scrivo in "Democrazia Cercasi." Questo articolo però - perfetto nell'analisi, come sempre, ma come troppo spesso da qualche tempo a questa parte altrettanto moderato e deludente nelle conclusioni - ad un certo punto si trasforma in una pratica di stalking nei confronti di Tocci e compagnia cantante.Tanto sforzo sarebbe degno di miglior causa, tra l'altro, perché nel caso specifico si tratta di uno stalking inutile e autolesionistico. Il confine della sinistra termina oggi dove comincia la volontà di ricostruire il centrosinistra e dunque termina ovunque ci sia spazio per chi a quest'area politica è strutturalmente subalterno. Chiunque pensi di mettere assieme Vendola e Pippa Civati, Tocci e Landini, ci fa solo perdere tempo. Se prevalgono costoro, per i prossimi 20 anni staremo a mordere la polvere.
Va detto, comunque, che la parte politica di Burgio ormai dal 2008 considera esaurita un'intera tradizione politica e non vede più margini di autonomia, convergendo in questo senso con le posizioni del Manifesto [SGA].

L’inedito potere personaleRenzi . Senza opposizione, l’attivismo brutale del premier ha dissolto qualsiasi residuo di sinistra nel PdAlberto Burgio, il Manifesto 18.10.2014

Imma­gino siano in tanti a chie­dersi che cosa spinga Renzi al bul­li­smo, visto che le pro­vo­ca­zioni e gli insulti non col­pi­scono tanto gli avver­sari quanto i suoi stessi com­pa­gni di par­tito. E visto che non può esserci dub­bio sul fatto che il con­tra­sto non è un inci­dente ma uno scopo per­se­guito con cura e previdenza. 
Quando si trattò del Senato, Renzi avvertì che i dis­sen­zienti avreb­bero potuto spo­stare qual­che vir­gola, non certo «stra­vol­gere la riforma», inten­dendo per stra­vol­gi­mento qual­siasi modi­fica del testo. Nel con­flitto sul Jobs Act la for­mula si è pre­ci­sata: «incon­tro tutti ma nes­suno si sogni di cam­biare nulla». Pren­dere o lasciare. È pas­sata una set­ti­mana e siamo al match sulla finan­zia­ria, coi tagli alle casse regio­nali e altre por­che­rie come il rin­no­vato blocco dei con­tratti degli sta­tali, la decon­tri­bu­zione e gli sconti sull’Irap che fanno sognare il dot­tor Squinzi. In tutti i casi la rivolta della vec­chia guar­dia Pd era pro­ba­bil­mente auspi­cata, e ciò si spiega con la volontà di «asfal­tare» chi cri­tica ma non regge il con­flitto. Ma ora come inten­dere l’urto col super-renziano pre­si­dente del Pie­monte e della con­fe­renza delle Regioni? Che Chiam­pa­rino avrebbe rea­gito era scon­tato: allora per­ché non pre­ve­nire lo scon­tro e anzi cari­care i toni? 
Gli sto­rici sve­le­ranno il mistero. Intanto, a caldo, sem­bra plau­si­bile una sola ipo­tesi. Che – incal­zato dalla tec­no­cra­zia euro­pea e ten­tato dall’opportunità di sfrut­tare il dif­fuso astio verso il ceto poli­tico – Renzi lavori per con­qui­stare un potere per­so­nale ine­dito nella sto­ria repub­bli­cana. Dopo aver vinto (gra­zie a Ber­sani) le pri­ma­rie, annun­ciò di voler essere l’«uomo solo al comando» del paese. È quello che sta cer­cando di fare, sin qui con buon suc­cesso. Nel governo non deve tener conto del parere di nes­suno, visto che lì nes­suno è in grado di con­ce­pire pareri, fatta ecce­zione forse per il rap­pre­sen­tante dell’Ocse, con cui difatti litiga ogni giorno. 
Nel par­tito batte i pugni sul tavolo quando qual­cuno storce il naso. E ne trae grandi van­taggi, facendo sì che i cri­tici si mostrino pavidi e tre­me­bondi ed esi­ben­dosi al cospetto del popolo ammi­rante come un eroe senza mac­chia e senza paura. Come l’Uomo della Prov­vi­denza all’altezza dei tempi, che «tira dritto» per ribal­tare il mondo dalle fondamenta. 
Natu­ral­mente quest’opera di autoe­sal­ta­zione implica la più sini­stra virtù del poli­tico: la capa­cità di men­tire. Che Renzi pos­siede in sommo grado ed eser­cita cini­ca­mente, com­plice la gran­cassa media­tica, pur di sedurre la pla­tea degli spet­ta­tori che prima o poi dovrà con­vo­care alle urne. Que­sta mega-riduzione di tasse a bene­fi­cio dei padroni è un esem­pio da manuale, visto che per milioni di ita­liani (com­presi tanti che l’hanno votato fidu­ciosi) si tra­durrà nel con­tra­rio o in nuove rovi­nose per­dite di ser­vizi essen­ziali, dalla sanità alla scuola, ai tra­sporti. Pro­prio come nell’Inghilterra del prov­vi­den­ziale Blair. Ma la que­stione della verità e della men­zo­gna non si pone. Poli­tica e morale hanno divor­ziato da tempo, ammesso che abbiano mai con­vo­lato. Quel che conta è il gra­di­mento dell’Europa e della grande finanza. Il potere, quindi il con­senso comun­que estorto, non certo la con­di­zione reale della gente, sem­pre più povera, insi­cura e depressa. L’importante è con­durre rapi­da­mente in porto la tra­sfor­ma­zione del paese in una libera società di mer­cato, dove tutto (e cia­scuno) è merce e il capi­tale regna senza l’intralcio dei diritti.
In que­sto qua­dro «rivo­lu­zio­na­rio» Renzi si muove come un pesce in acqua. E, con la sua aggres­si­vità e spre­giu­di­ca­tezza, è l’uomo giu­sto al posto giu­sto per quanti sognano una società paci­fi­cata nel segno della radi­cale subor­di­na­zione del lavoro. Ma se è così, prov­vi­den­ziale Renzi lo è anche per un’altra ragione, oppo­sta a que­sta. Pro­prio per la sua vio­lenza padro­nale è anche il messo di una Prov­vi­denza bene­vola, decisa a can­cel­lare final­mente l’anomalia ita­liana: l’assenza di una sini­stra mini­ma­mente in grado di con­tra­stare lo sfon­da­mento neo­li­be­ri­sta e di pro­teg­gere la con­tro­parte sociale del capi­tale pri­vato. Un’assenza – sia chiaro – che chiama in causa anche gravi respon­sa­bi­lità dei gruppi diri­genti sus­se­gui­tisi in que­sti decenni alla guida della sini­stra di alternativa. 
L’estremismo ren­ziano ha una qual­che valenza sto­rica, è una discon­ti­nuità che aiuta a perio­diz­zare la poco esal­tante espe­rienza della «sini­stra mode­rata» ita­liana. Se fino al 2007 la nor­ma­liz­za­zione della sini­stra post-comunista aveva con­vis­suto con un sem­pre più tenue e con­trad­dit­to­rio sistema di rela­zioni con le lotte del lavoro, la nascita del Pd ha san­cito la sus­sun­zione della «sini­stra mode­rata» all’egemonia cen­tri­sta e la sua fun­zio­na­liz­za­zione al pro­getto oli­gar­chico matu­rato nel qua­dro della crisi. Nel 2011 il pro­ta­go­ni­smo di Napo­li­tano, regi­sta extra­par­la­men­tare delle lar­ghe intese, ha inau­gu­rato una nuova fase, nel segno di un sem­pre più risolto sgan­cia­mento dal campo delle classi subal­terne. Ora il bru­tale atti­vi­smo ren­ziano porta a ter­mine il pro­cesso, met­tendo all’ordine del giorno la dis­so­lu­zione di qual­siasi resi­duo di sini­stra nel Pd: la guerra con­tro il lavoro, l’urto fron­tale con il sin­da­cato, lo sman­tel­la­mento del sistema dei diritti sociali, lo svuo­ta­mento della Costi­tu­zione d’intesa col vec­chio padre-padrone della destra. 
Non è pos­si­bile negare la cifra rea­zio­na­ria di tale pro­gramma, che lo stile popu­li­sta del prov­vi­den­ziale demiurgo raf­forza. Ma pro­prio que­sto evi­dente con­no­tato con­sente e impone di rico­no­scere senza indugi che la rina­scita della sini­stra ita­liana implica la sot­tra­zione di tutte le sue com­po­nenti all’egemonia dell’attuale gruppo diri­gente demo­cra­tico, l’esercizio di quella pra­tica dell’autonomia poli­tica che Gram­sci chiamò «spi­rito di scis­sione». Dopo­di­ché si trat­terà di con­tri­buire tutti a un’impresa ormai inde­ro­ga­bile – la costi­tu­zione di un nuovo sog­getto poli­tico della sini­stra ita­liana – met­tendo da parte patriot­ti­smi e set­ta­ri­smi e pra­ti­cando senza reti­cenza l’obiettivo prio­ri­ta­rio dell’unità.


Renzi rottama la tv di sinistra
di Massimiliano Panarari La Stampa 19.10.14

Dopo Maria De Filippi, oggi tocca a Barbara D’Urso. Matteo Renzi sceglie di farsi ospitare di nuovo da una delle first ladies di Canale 5, campionesse di share e pure dell’egemonia berlusconiana sull’immaginario. Il primato di audience nelle postdemocrazie, infatti, può divenirlo anche di consenso elettorale, dal momento che i politici, tramontate le ideologie, necessitano di popolarità – e, pure volendo, faticherebbero molto a svincolarsi dalla «cultura della celebrità» modellatasi, nell’America degli anni Venti, proprio sul divismo hollywoodiano.
Da noi (e in maniera fortissima) ha provveduto al riguardo il piccolo schermo, cassa di risonanza per la politica dei partiti di massa con la Rai, e mezzo di comunicazione della postpolitica (che, con connotazioni differenti, accomuna berlusconismo, grillismo e renzismo) con la neotv commerciale (nel frattempo diventata già da un po’ transtelevisione). Con gli elettori volatili e il voto ex berlusconiano in libera uscita, il premier-segretario del Pd prosegue le sue incursioni in casa Mediaset – come raccontava ieri Marco Castelnuovo – avendo saldamente in testa il suo «partito della nazione» a vocazione maggioritaria (un partito pigliatutto dalle sembianze di turbo-Dc postmoderna). Lo fa a tutto campo, spostando il terreno della campagna politica «dalle parti degli infedeli», e andando a prendersi dei target elettorali considerati solitamente proibitivi dalle classi dirigenti progressiste (e dai loro apparati sempre meno efficienti anche nell’andare a caccia di cittadini-elettori).
Si tratta della spesso evocata disintermediazione che, nell’età della democrazia del pubblico, rappresenta uno dei fondamenti del fare politica in modo post-ideologico. E qui, per la sinistra postcomunista (ma che non riesce a farsi postmoderna), sono – ulteriori – guai. Nel corso della sua storia, difatti, si è proposta di tenere strettamente insieme emancipazione (delle masse) e mediazione (da parte delle proprie élites). Anche, naturalmente, in televisione, considerata a lungo dai partiti della Prima Repubblica (e in particolare dal Pci) come una grande aula scolastica. Perché il servizio pubblico ha sempre avuto una finalità essenziale: insegnare. E lo ha fatto con risultati rilevanti (a partire dall’unificazione linguistica del Paese), fino a che lo strapotere partitico (inseparabile dalla televisione pubblica) si è fatto troppo vorace e clientelare, sacrificando la gran parte delle residue virtù.
Nell’Italia disintermediata dove i sindacati sono ammaccati e la forma-partito sta malissimo, non esiste chiaramente più spazio per il collateralismo televisivo e per le cinghie di trasmissione catodiche. Ma c’è di più, al punto da rendere impossibile una televisione pedagogica e fare quindi tramontare la stessa idea di un piccolo schermo «di sinistra». Lo testimonia la crisi dei principali talk show di prima serata (una sorta di grande narrazione informativa attraverso l’intermediazione di conduttori e redazioni), la cui platea, ci dicono le statistiche, è composta principalmente da telespettatori di orientamento progressista. E lo ribadisce, soprattutto, il protrarsi della crisi di identità di Rai3, anche a dispetto dei tentativi di sperimentare qualche novità (con l’eccezione dei programmi di Fabio Fazio, la formula magica, e l’unica di fatto riuscita, del nazionalpopolare di sinistra, insieme a Gazebo).
L’atteggiamento attuale del capo del Pd e le strategie comunicative dei suoi talentuosi spin doctor rottamano così, volutamente, la visione del medium «de sinistra» (per dirla alla Diego Bianchi-Zoro). Se la politica pop costituisce il pensiero (e il linguaggio) unico anche del centrosinistra, allora bye-bye per sempre tv pedagogica. Ma non è detto, visto che il pluralismo rimane un valore in sé (come affermano i teorici liberaldemocratici), che per la casalinga di Voghera, i ragazzi in cerca di fama dei talent e per noi tutti questo sia necessariamente un bene…



Maurizio Landini “Macché leader della sinistra, volevo diventare calciatore”
di Silvia Truzzi  
il Fatto 19.10.14
Il segretario generale della Fiom si racconta: la famiglia, la politica, l’impegno nel sindacato. Tutto è cominciato in un cantiere all’aperto, dove d’inverno faceva troppo freddo per lavorare otto ore. Molti ora lo vogliono a capo di una nuova formazione politica, ma lui non ci sta: “È un’operazione per delegittimare l’opposizione che stiamo facendo al governo su lavoro e diritti”

C’è un memorabile episodio nel Mondo piccolo, quando il compagno sindaco - organizzata la festa del partito in paese - vende il giornale del popolo per le strade. Il parroco gli chiede l’Osservatore romano e Guareschi annota: “Peppone, oltre alla testa, voltò anche il resto del corpo verso don Camillo. Non parlò, ma nei suoi occhi c’era un intero discorso di Lenin”. È la prima cosa che ti viene in mente quando nella sede della Fiom, tra manifesti di Cipputi e felpe rosse, Maurizio Landini comincia a raccontare di un paese dove - giovanissimo - è andato a lavorare. “Si chiama Cavriago, non so se lo conosce. Ma è un posto famoso perché c’è un busto di Lenin e tutti giorni gli mettono davanti un fiore fresco. Ancora oggi”. Tout se tient. Alle pareti puoi leggere un mucchio di parole rispettabili, e ormai sul viale del tramonto: lavoro, diritti, uguaglianza. Vecchia mercanzia abolita dalla nuova gauche rottamatrice. Ma il segretario generale della Fiom dice “salario”, “occupare le fabbriche”, dice anche “logica padronale”. E ci tiene a spiegare che non è un riflesso pavloviano, nemmeno nostalgia. Prima delle piazze e delle bandiere rosse, tutto inizia a Castelnovo ne’ monti, sull’appennino reggiano, nell’estate del ‘61. C’è un papà che fa lo stradino, e una famiglia numerosa – cinque fratelli, Maurizio è il quarto – che segue il lavoro paterno e scende dalla montagna in pianura. Fino a San Polo d’Enza, dove ancora oggi il segretario generale della Fiom abita. E torna appena può, anche se di tempo libero ne ha poco. “Stacco veramente solo quando sono a casa. Mia moglie ha un po’ di piante in giardino e quando posso la aiuto. Fare un lavoro manuale mi fa bene, mi scarica molto. Qualche volta vado a correre, ma sempre più di rado. In vacanza leggo gialli e ascolto musica. Autori italiani: Ligabue, De Gregori, Zucchero, la Mannoia”.
Ma come, niente Claudio Lolli e Guccini?
Nooo! La canzone politica, per come la s’intende generalmente, mi è sempre sembrata pallosa, pesante, triste. Non mi son mai piaciuti quelli che si piangono addosso. Le cose cupe non fanno per me.
Quando ha cominciato a lavorare?
Sono andato a scuola fino a 16 anni. Dopo le medie, ho fatto due anni di geometra, poi dovevo iscrivermi al terzo anno ma sono andato a lavorare: in casa non c’erano più soldi. Studiare mi piaceva, sono sempre stato promosso. Ho iniziato come operaio nel ‘77 da un artigiano che faceva cancelli e finestre. Nel ‘78 sono andato a lavorare in una cooperativa metalmeccanica, a Cavriago.
Il ‘77 è un anno di fuoco per l’Italia.
Ricordo solo gli echi del terrorismo, della contestazione. In quel momento ero più portato a giocare a pallone... Per me non era un periodo di impegno politico, anche se ero iscritto alla Fgci: dalle mie parti o eri in parrocchia o eri in cooperativa. E io avevo un papà che era stato partigiano comunista. In paese c’era la Cooperativa e sopra la sezione del partito. Il bar, che era il luogo dove alla sera si andava per trovarsi anche se non c’erano riunioni. Facevano davvero i cineforum, come nella canzone di Venditti. Io ero iscritto alla Federazione comunista perché stavo “naturalmente” da quella parte lì: ma il mio approccio alla politica non nasce dall’ideologia, nasce dal lavoro.
Cioè?
Dopo l’apprendistato, sono stato assunto come saldatore in una cooperativa che faceva impianti termo-sanitari e che aveva molti cantieri: andavi a fare impianti nelle case, negli ospedali, le prime esperienze di teleriscaldamento. Lavoravo anche all’aperto, sia d’estate che d’inverno. Ma lavorare otto ore all’aperto tra novembre e febbraio non è uno scherzo. Io il freddo lo soffro moltissimo, e c’erano inverni gelati nella bassa. È stata la mia prima battaglia, provare a lavorare un’ora di meno durante i mesi più rigidi: otto ore al gelo non sono uno scherzo.
Sono anni in cui succedono molte cose, c’è il tentativo del compromesso storico, il terrorismo, l’assassino di Moro. I movimenti.
In quel periodo Enrico Berlinguer era per tutti un punto di riferimento indiscusso. Anche per me, però il compromesso storico non mi convinceva. A casa mia gli accordi tra i comunisti e la Dc non si sono mai fatti. La solidarietà nazionale non era roba per noi.
E quando capisce che da grande avrebbe fatto il sindacalista?
Sono stato operaio saldatore fino all’85. In mezzo ho fatto il militare a Trapani e poi un pezzo a Modena. Fanteria, ricordo che facevo delle gran guardie. Però, visto che ero saldatore, mi facevano fare dei lavori di manutenzione.
Sembrava più il tipo da obiezione di coscienza...
Se uno all’obiezione non ci credeva, fare quella scelta era una paraculata: facevi l’obiettore per non partire. Così ho optato per il militare. Tornato a casa, a un certo punto mi chiedono se sono disponibile a fare un’esperienza sindacale fuori dalla fabbrica. E dico sì. Il lavoro però a me piaceva. Fare il saldatore non è mica facile, ci vuol degli anni a imparare: bisognava prendere i patentini. È un mestiere pesante. Come dicevo la cosa che mi pesava di più era stare fuori d’inverno. Ma c’era il problema della cooperativa.
Cosa vuol dire?
Che eravamo tutti soci. Poi che eravamo tutti comunisti, avevamo tutti in tasca la stessa tessera, però otto ore col gelo nelle ossa ci stavano solo alcuni. E quelli che invece fuori non ci stavano-sempre comunisti, eh – eccepivano, accampavano scuse. Una volta dissi al compagno direttore del personale che in tasca avevamo la stessa tessera, che però la tessera non mi proteggeva dal freddo. Non si poteva buttarla in politica per fregare i lavoratori! Alla fine l’abbiamo spuntata. E lì è iniziato tutto.
Invece il suo sogno da bambino era?
Mi piaceva tantissimo giocare a calcio, sognavo di farlo per mestiere. Non avevo i mezzi. Correvo tanto, ero molto generoso, ma i piedi non erano buoni. Ero uno come tanti, un mediano, come quello di Ligabue. Oggi purtroppo non ci riesco più, sono completamente fuori allenamento. Però nemmeno pensavo che avrei fatto il sindacalista: m’immaginavo che avrei fatto l’operaio saldatore.
Torniamo ai suoi primi passi nel sindacato, dopo la battaglia del freddo.
Gli anni in cui esco dalla fabbrica per entrare alla Fiom coincidono con il momento in cui Craxi decide, con il famoso decreto di San Valentino, di tagliare quattro punti alla scala mobile. Lo ricordo bene perché è stato un passaggio di rottura nella Cgil, tra i socialisti di Del Turco e gli altri. Tutto questo porterà a una spaccatura profonda, con il Pci che - perso il referendum - perde anche la capacità di condizionare i governi, anche se al governo non ci sta. Lì inizia il declino della rappresentanza del Partito comunista.
Non a caso, sui temi del lavoro.
È la prima volta che s’interviene sui temi del lavoro senza che ci sia bisogno del Pci, anzi contro il parere del Pci. Poi sparirà la scala mobile, e dopo ancora spariranno i contratti nazionali. Io avevo appena messo il naso fuori dalla mia azienda. Seguivo le vertenze sindacali di quattro o cinque Comuni della zona, sui cui mi avevano dato la competenza: tra aziende e piccole imprese erano una sessantina. Facevo assemblee, incontri, trattative. Quando ho dovuto abbandonare la scuola, nella mia testa c’era che avrei potuto fare le serali, volevo trovare il modo di diplomarmi. Non l’ho fatto, però il sindacato è stata la mia università. Nel ‘91, a 29 anni, mi hanno chiesto di fare il segretario provinciale della Fiom a Reggio Emilia, poi in Emilia Romagna, poi a Bologna. E dopo a Roma.
Dov’era mentre si consumava la Bolognina?
Io al partito sono stato iscritto, fino a un certo punto, sempre senza ruoli. Nella mia sezione appoggiai Occhetto e la svolta. Poi quando i Ds hanno scelto di sciogliersi per dare vita al Pd, le nostre strade si sono divise. La consideravo un’operazione a tavolino, che non aveva progetti, non era fondata su idee comuni e valori. Temevo, e avevo ragione, che attraverso la fusione fredda di Margherita e Ds si sarebbe arrivati alla scomparsa della rappresentanza politica dei lavoratori. Avevo ragione. Oggi in tasca ho due tessere...
... quella della Cgil e?
Quella dell’Anpi. Mio papà ha fatto la Resistenza. Aveva 18 anni e nel ‘43 doveva partire militare per andare a Salò. Ma scelse di disertare ed entrò in clandestinità. È stata una cosa importante per noi figli, anche se lui era un uomo taciturno. Per me è stato sempre un riferimento, un esempio più per le cose che faceva che per quello che mi diceva.
Con Renzi avete avuto un buon feeling all’inizio. Che è successo?
Sono cambiate le scelte politico-economiche. Il suo modello di società – per come viene fuori dalle dichiarazioni, perché per ora non s’è visto molto di concreto – è sideralmente distante dal mio. Le sue proposte sono una regressione pericolosa. Schematizzando, il modello di relazioni politiche a cui ambisce è molto americano, un sistema che riduce gli spazi di partecipazione dei cittadini.
Capitolo Fiat: un’azienda che ha la sede legale in Olanda, fa le auto a Detroit, è quotata a New
York, paga le tasse a Londra e in Italia ha lasciato briciole di produzione e cassintegrati. Le sarà venuto un colpo quando ha visto le immagini americane del premier con Marchionne.
Renzi è intelligente, veloce, ma anche pericolosamente spregiudicato. È uno che non fa nulla a caso. Ha dichiarato che non andava a Cernobbio perché non gli interessavano i discorsi di quelli che vanno nei salotti buoni. Poi è andato nella famosa rubinetteria, ma con Squinzi, il presidente di Confindustria. E, guarda un po’, sta assumendo in toto le loro richieste: Irap, quella cosa che lui chiama job act, l’articolo 18. E poi: non è andato a Cernobbio, ma da Marchionne sì. Mi sfugge completamente come la Fiat possa essere un esempio: non solo per la fuga all’estero, ma anche per gli atteggiamenti precedenti, la decisione di escludere la Fiom dalla rappresentanza sindacale interna, il modo ricattatorio con cui ha portato avanti l’accordo per lo stabilimento di Pomigliano. Bisogna distinguere sempre i rapporti tra le persone e le scelte politiche. Vorrei precisare una cosa: non è Marchionne la questione, è la politica industriale e occupazionale della Fiat. Uno dei nostri mali, in un senso o nell’altro, è l’eccesso di personalizzazione.
Dicono: i sindacati tutelano una minoranza già tutelata.
Come direbbero dalle mie parti, questo è vero fino a mezzogiorno. Abbiamo assistito a un processo legislativo che ha permesso alle imprese di riorganizzarsi, liberandosi dai vincoli: esternalizzazioni, appalti, subappalti. Determinando anche l’impossibilità per noi di utilizzare alcuni strumenti contrattuali classici. E lo dico senza voler sollevare dalle loro responsabilità i sindacati, che non hanno fatto abbastanza per capire come bisognava cambiare e reagire. Oggi un imprenditore può lavorare, e quindi trarre profitto, senza avere alcuna responsabilità sulle condizioni di lavoro di chi concorre a formare questo profitto. Quando io sono entrato nel mondo del lavoro, dal centralinista al progettista erano tuttiinquadrati nello stesso contratto: oggi sotto lo stesso tetto ci sono persone che fanno lo stesso identico lavoro, ma con trattamenti diversi. Una delle riforme da fare, è ridurre drasticamente le forme contrattuali.
Questo lo dice anche Renzi.
Sì, ma in un’idea di riforma che ci esclude completamente. Deve mettere in condizione i lavoratori, se lo vogliono, di potersi organizzare collettivamente e contrattare le proprie condizioni. Io penso che sia necessario arrivare al contratto dell’industria, il contratto dei servizi, il contratto dell’artigianato. Forme che garantiscano a tutti, a tutti, diritti minimi: orari, salario, malattia, maternità. Non c’è all’orizzonte nessun provvedimento sugli appalti, perché questo sistema fa comodo: innesca un regime di competizione tra i lavoratori, e non sul piano delle competenze, delle capacità o dei talenti. Se poi si va incontro alla logica della Fiat, saranno le aziende a decidere quali sindacati, quali diritti.
Tornato dagli Usa Renzi è andato da Fabio Fazio e ha detto: gli imprenditori devono avere la possibilità di licenziare. Che effetto le ha fatto?
Mi ha fatto incazzare. Ho pensato: ma a Renzi cosa hanno fatto di male quelli che per vivere devono lavorare? Perché ce l’ha così tanto con loro? Prevale in questi discorsi la logica padronale. Non autoritaria, proprio padronale: cioè di chi vuole poter disporre di te e della tua vita. Il principio di fondo è che il singolo lavoratore, nel rapporto con l’imprenditore, è più debole perché dipende da lui, e quindi ha bisogno di diritti per riequilibrare in parte una relazione che altrimenti sarebbe sbilanciata. Se neghi questo, affermando che l’imprenditore può disporre del lavoratore come gli va, svilisci le persone. Per uscire da questa crisi, la ricetta non è la liberalizzazione selvaggia sulla pelle dei cittadini. Non è accettabile: il modello sociale che propone Renzi è aggressivo, competitivo, feroce. Non terrà. Perché le persone non devono competere tra loro per poter vivere lavorando.
Da molto tempo le domandano di diventare il leader di una formazione di sinistra. Lei si è sempre schernito, ma ultimamente le voci sono moltiplicate e gli osservatori scrivono di una sua maggiore disponibilità.
Questa campagna è un modo per sminuire quello che stiamo facendo per costruire sui temi del lavoro una proposta alternativa a quella del governo. E non è un caso che le voci si moltiplichino adesso: c’è la manifestazione del 25, si parla di uno sciopero generale, siamo a uno scontro vero sul piano sociale, perché se tutto quello che Renzi ha messo in fila va in porto, i rapporti sociali e sindacali cambiano radicalmente. Il governo ha scelto i contenuti della Confindustria, decidendo di attaccare frontalmente i diritti: articolo 18, cancellazione dello statuto dei lavoratori. Il tentativo di dire “la Fiom o Landini sta cercando di fare un partito” è un’operazione di bassissimo livello che vuole solo delegittimare l’opposizione che stiamo provando a fare alla politica di Renzi. Buttano la palla fuori dal campo. Ma non glielo facciamo fare.
Si ricorda l’imitazione di Bertinotti che faceva Corrado Guzzanti? L’atomizzazione della sinistra... È andata così, non è rimasto nulla.
Questa è un’altra questione, sulla quale sono certamente d’accordo. Però già nel 2010, all’indomani della manifestazione in piazza San Giovanni, scrissero che volevamo fare un partito.
Lei dice cose di sinistra.
Le ho sempre dette e pensate. Semplicemente prima non mi conosceva nessuno. Dicono che buco lo schermo perché riesco a farmi capire, ma questo dipende dall’esperienza che ho fatto nel sindacato.
Vabbè, ma non è mica sposato con la Fiom.
Io ho un patto con il sindacato. Non posso nemmeno immaginare che un iscritto della Fiom possa pensare che l’ho utilizzato per fini personali. Ho preso un impegno, il mio mandato scade fra tre anni. Nessuno mi crede, ma è così.
Ma non potrebbe fare le stesse cose in Parlamento?
È un altro mondo. Il vuoto politico che indubbiamente c’è a sinistra non lo può riempire un leader calato da Marte e non lo si può fare nemmeno incollando insieme tante realtà, frammentate tra loro. Nella mia testa io mi vedo sindacalista. Aggiungo: quando dico i lavoratori non hanno un riferimento politico, penso a tutte le persone che per vivere devono fare un lavoro salariato. E siccome sono quelli che producono la ricchezza, hanno il diritto di avere un’adeguata rappresentanza in Parlamento. Bisogna però prima creare le condizioni per un movimento in cui sono i cittadini a decidere quello che verrà. L’idea dell’uomo carismatico che risolve tutti i problemi è una stupidaggine.
Si sente ancora comunista?
Non ho studiato Marx, quando ho preso la tessera della Fgci non capivo quasi nulla. Mi sono sempre sentito una persona che stava dalla parte dei più deboli e di quelli che lavorano. Mi danno fastidio le ingiustizie e le disuguaglianze. E adesso sono molto arrabbiato, perché non ho mai visto così tanta disuguaglianza sociale. Penso ai cassintegrati, ai disoccupati, ai precari, a quelli che s’ammazzano perché non sanno come tirare a campare. Il lavoro non è una merce che si compra e vende, perché attraverso il lavoro le persone trovano non solo i mezzi per sostentarsi, ma anche realizzazione e dignità.
Il 25 ottobre sarà un altro Circo Massimo?
Allora il presidente del Consiglio si chiamava Silvio Berlusconi, oggi il premier è il segretario del Pd. Non c’è più semplicemente l’attacco all’articolo 18 e allo statuto dei lavoratori. In questi anni il mondo del lavoro si è spezzettato, il tasso di astensione elettorale è ulteriormente aumentato. Il peggioramento è generale. Oggi ricostruire un punto di vista comune è più difficile rispetto al 2002. Però sento crescere attorno alla Fiom e alla Cgil un consenso che mi fa dire che il 25 sarà l’inizio di una lotta: adesso andare in piazza non basta. Bisogna porsi il problema di quanto essere duri per fermare i piani del governo. Il messaggio che bisogna mandare è che oltre alla manifestazione, oltre allo sciopero generale che va fatto, ci saranno altre iniziative per portare avanti un progetto alternativo a quello del governo. Ci sono altri modi per reperire risorse: combattere l’evasione fiscale, la corruzione, cancellare la riforma delle pensioni. In Parlamento è finita la discussione, non è più il luogo in cui i rappresentanti dei cittadini possono far valere un’opposizione efficace al governo: la delega in bianco sul decreto lavoro è la prova lampante. Allora bisogna dimostrare in altri modi e in altri luoghi che il governo non rappresenta la maggioranza del Paese. La gente mi ferma per la strada e mi dice: tenete duro.

I deportati politici nei Lager nazisti: una Memoria che viene rispettata molto meno di un'altra

Bruno Maida: Il mestiere della memoria. Storia dell'Associazione nazionale ex deportati politici, 1945-2010, Ombre Corte, Verona, pagg. 256, € 23,00

Risvolto
Sorta pochi mesi dopo il rimpatrio dai Lager nazisti, l'Associazione nazionale ex deportati politici (Aned) diede la possibilità a tanti di loro di tornare alla vita, anche attraverso la condivisione fisica di quell'esperienza. Furono, infatti, le sezioni dell'Associazione a offrire gli spazi entro i quali la loro memoria si sarebbe definita, tra il dolore della parola e il dovere della testimonianza. Lottando tenacemente contro la diffusa tentazione a rimuovere il passato recente, nell'Italia della ricostruzione essi dovettero porsi alcuni interrogativi sui meccanismi e sulle gerarchie della trasmissione culturale, sulla funzione della testimonianza intergenerazionale, sulla capacità di realizzare una memoria per il futuro la cui efficacia potesse essere misurata non solo nella sua dimensione pubblica e immediata, ma nella possibilità di stratificarsi e di sedimentarsi nella società e nella cultura del paese. Grazie a questo, l'Aned è stata e rimane un importante strumento di pedagogia democratica e costituzionale.

Quella qui narrata e ricostruita per la prima volta, è la storia di questa associazione, delle donne e degli uomini che la costituirono, e per i quali può valere la definizione - come Primo Levi ha scritto di se stesso - di "persone normali di buona memoria".
Bruno Maida è ricercatore di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Studi Storici dell'Università di Torino. Ha pubblicato tra l'altro: Non si è mai ex deportati. Una biografia di Lidia Beccaria Rolfi (Utet, 2008) e La Shoah dei bambini. La persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia 1938-1945 (Einaudi, 2013).


I deportati dell’Aned nei campi di sterminio nazisti La memoria preservatadi Massimo Bucciantini Sole Domenica 19.10.14

A metà del libro c'è un paragone che non ti aspetti, che rompe con la ricostruzione rigorosamente cronologica che l'autore ha voluto dare. E forse è per questo che resta impresso, a tal punto che ti sarebbe piaciuto che questo lavoro avesse preso inizio proprio da lì. Da quel funerale. Dal funerale di uno dei maggiori scrittori e poeti americani morto come un cane, in completa solitudine. «Due anni prima, nella totale indigenza, non aveva avuto neanche un lenzuolo per avvolgere in un sudario il corpo senza vita dell'amata moglie Virginia. Il funerale non fu accompagnato da più di dieci persone e la tomba, nel cimitero Old Western Burying Ground di Baltimora, fu un blocco di arenaria senza nome». L'8 ottobre 1849 era una giornata fredda e umida e la cerimonia non durò che qualche minuto. Tre minuti esatti dicono i suoi biografi. Non uno di più. Quell'uomo si chiamava Edgar Allan Poe, e ci vollero ventisei anni prima che l'autore dello Scarabeo d'oro e delle Avventure di Gordon Pym ottenesse onorata sepoltura, degna del suo nome.

La vicenda è raccontata nel capitolo che s'intitola Politiche della memoria e può essere esemplare per il tema affrontato – il bisogno primario di non dimenticare e le strategie di comunicazione necessarie perché questo bisogno resti vivo e si diffonda. Anche se qui non si tratta della memoria di una singola vita ma di un fatto collettivo, della sua storia e del sistema di valori a essa connessi. Questo libro è la storia di un'associazione. Il suo acronimo è Aned e sta per Associazione nazionale ex deportati politici. Ed è la storia di una battaglia condotta dalle donne e dagli uomini che la costituirono. Di una battaglia per la memoria durata decenni e che ha inizio nell'agosto del 1945, all'indomani del ritorno in Italia dei primi sopravvissuti dai campi di concentramento e di sterminio nazisti. Ovvero delle circa 13mila persone – su un totale di oltre 23mila deportati – che tra l'agosto del 1945 e il marzo dell'anno seguente riuscirono a fare ritorno nelle proprie case, e di cui facevano parte all'incirca 800 ebrei dei quasi 7mila finiti nei Lager del Terzo Reich. È la prima parte la più bella del libro. E forse non poteva essere diversamente: perché sono i momenti della precarietà, in questo caso delle difficoltà del reinserimento in una vita "normale", quelli più coinvolgenti e più densi di interrogativi. E Maida lo fa attingendo a documenti di archivio e fonti inedite, con la sensibilità e quel giusto distacco che sono qualità ambedue necessarie a chi fa il mestiere dello storico.
Il sollievo e la felicità durarono poco. «I reduci dovettero confrontarsi immediatamente con una società che non era in grado o non era pronta per ascoltare». Tra le testimonianze, una in particolare colpisce per la scelta oculata delle parole e per la lucidità con cui viene messo a nudo il problema. Ed è quella di don Andrea Gaggero, deportato a Mauthausen: «Lo shock subìto era dovuto allo scontro tra l'incandescenza creata dalla deportazione e il mondo reale», quel mondo reale che si credeva più accogliente, più benevolente, ora che si era riacquistata la libertà. Ma questo scontro così violento non dette luogo a manifestazioni esteriori. Il silenzio fu il tratto dominante di quel ritorno: il silenzio di solitudine degli ebrei sopravvissuti, ma anche degli internati militari che sembravano incarnare la disfatta dell'8 settembre. E poi, sopra tutto e tutti, c'era il silenzio pesante dei giornali, delle procedure burocratiche e delle istituzioni, «persino delle carte geografiche sulle quali non comparivano i nomi dei luoghi di internamento». «Lo Stato fu assente nelle strutture di assistenza, nelle leggi (in quelle da abrogare e in quelle da approvare), nel riconoscimento materiale e morale di quelle esperienze». Un'esclusione e una marginalizzazione che si manifestavano con l'assenza, ad esempio, di un'assistenza sanitaria specifica. Ma che si esprimevano in modo più sottile e forse in modo ancora più doloroso nella vita di tutti i giorni, nel linguaggio quotidiano, con l'assenza di alcune parole – «parole soffocate», le chiama Maida –, parole che mai o raramente venivano pronunciate o scritte. Come quella di "deportato", che negli anni del primo dopoguerra non era neppure prevista nei moduli da compilare per la richiesta di una pensione d'invalidità, sostituita dalla voce "reduce", di chiara derivazione militare, che inglobava tutti, cancellando così specificità, identità ed esperienze molto diverse. Si capisce dunque come la nascita di luoghi d'incontro, di piccole comunità, diventasse una sorta di camera di compensazione che consentì a molti di riappropriarsi della propria esistenza e di reinserirsi con minor fatica nel mondo reale. Inizia così la storia dell'Aned. Prima a Torino, poi a Milano, a Roma, Genova, Padova, Firenze, Vicenza, Udine, Treviso, Bolzano, Trento, Venezia. Nel 1948 si contavano 600-700 soci. «Erano gruppi aurorali, gruppi limitati di persone che si incontravano e cercavano di dare vita a una testimonianza fisica e a una presenza solidaristica e assistenziale, la cui mancanza avrebbe lasciato gli ex deportati in un completo isolamento». Anche se fin da subito l'obiettivo prioritario fu quello di "uscire" all'esterno e far conoscere a più persone possibile la loro esperienza vissuta, in modo che la deportazione ottenesse un riconoscimento pubblico e il sacrificio di tante vite si trasformasse in valore collettivo a fondamento della ritrovata democrazia. Così, tra il 1947 e il 1948, la sezione di Cuneo decideva di allestire una prima esposizione di cimeli del Lager. A Torino, riallacciandosi al valore simbolico rappresentato dal milite ignoto, si organizzò «il funerale del deportato ignoto». Nel 1955, a Fossoli, in ricordo del campo da dove migliaia di uomini e donne vennero rinchiusi per poi essere trasferiti nei Lager nazisti, si tenne la prima mostra nazionale sulla deportazione, che poi diventò itinerante, toccando ben quaranta città italiane. Nell'ottobre del 1973 a Carpi venne inaugurato, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, il Museo Monumento al Deportato politico e razziale. L'attenzione verso la scuola fu uno dei tratti qualificanti della politica messa in atto dall'Associazione. A cominciare dall'esame dei libri di testo, con il compito di «denunciare all'opinione pubblica quelli che dicono il falso o ancora adesso subdolamente inneggiano al passato regime». Per poi proseguire, fin dalla metà degli anni Cinquanta (a Genova e in Piemonte), nel tentativo di "entrare" nella scuola e stabilire un primo contatto tra i sopravvissuti alla Shoah e gli studenti. Ottenendo, però, quasi sempre dei dinieghi da parte di presidi e provveditori, molti dei quali provenienti da un passato fascista o parafascista.
Il clima mutò a partire dalla metà degli anni Sessanta. La fortuna editoriale del Diario di Anne Frank e di Se questo è un uomo, l'eco mediatico che ebbe la cattura e il processo ad Adolf Eichmann, il successo di una canzone come Auschwitz (Canzone del bambino nel vento) scritta da Francesco Guccini nel 1964, furono i segnali più evidenti che qualcosa stava cambiando. L'interesse per queste tematiche cresceva e contribuì a far conoscere l'attività dell'associazione in gran parte del Paese.
E poi si arriva al presente. Ma anche questo presente, in certi casi, parte da lontano, come l'istituzione del Giorno della Memoria che forse molti non sanno fu una proposta sostenuta dall'Aned già dagli anni Sessanta. 
Questo libro non è solo la storia di un'associazione. È anche uno spicchio di storia dell'Italia repubblicana. Ci racconta quanti sforzi sono necessari per provare a costruire la memoria pubblica in un Paese smemorato come il nostro. Quali percorsi seguire, quali strategie adottare, quali ostacoli superare. E oggi, con l'avanzare di nuovi fondamentalismi e dopo che i grandi affreschi di popolo sono stati tutti frantumati, è uno spicchio che non va dimenticato.