mercoledì 29 ottobre 2014

Extra Angliam nulla salus: Bobbio, il dibattito con Ingrao, la "democrazia minima" e le radici antichissime della Bestia


Democrazia, come piace a noi, è molto di più che votare ogni 5 anni come sembra piacere a papa Zagrebelksy [SGA].


Nell’elogio della discordia l’anima kantiana di Bobbio
Tra le grandi lezioni del filosofo italiano c’è il concetto di “democrazia minima” contro l’idea dell’unità a tutti i costi che annulla pluralismo e differenze

di Gustavo Zagrebelsky Repubblica 29.10.14

TUTTI i concetti generali della politica — libertà, uguaglianza, giustizia, nazione, stato, per esempio — sono usati in significati diversi, con la conseguenza di confusioni inconsapevoli e di inganni consapevoli. Gaetano Salvemini, lo storico antifascista che Bobbio include nel pantheon dei suoi “maestri nell’impegno”, ha scritto: «La parola democrazia è adoperata per indicare dottrine e attività diametralmente opposte a una delle istituzioni essenziali di un regime democratico, vale a dire l’autogoverno. Così noi sentiamo [parlare] di una cosiddetta “democrazia cristiana” che, secondo la Catholic Enciclopedia, ha lo scopo di “confortare ed elevare le classi inferiori escludendo espressamente ogni apparenza o implicazione di significato politico”; questa democrazia esisteva già al tempo di Costantino, quando il clero “dette inizio all’attività pratica della democrazia cristiana”, istituendo ospizi per orfani, anziani, infermi e viandanti.
I fascisti, i nazisti e i comunisti hanno spesso dato l’etichetta di democrazia, anzi della “reale”, “vera”, “piena”, “sostanziale”, “più onesta” democrazia ai regimi politici d’Italia, della Germania e della Russia attuali [siamo nel 1940], perché questi regimi professano anch’essi di confortare ed elevare le classi inferiori, dopo averle private di quegli stessi diritti politici senza i quali non è possibile concepire il “governo dei popoli”».
Invito al colloquio è il titolo del primo saggio di Politica e cultura ( Einaudi), un’espressione che riassume l’intera attività politico-intellettuale di Bobbio. Ma, il colloquio, affinché non si svolga in acque torbide, deve sapere qual è l’oggetto e che cosa, per non intorbidirle, ne deve stare fuori. Per questo, una definizione è necessaria, ma una definizione troppo pretenziosa non aprirebbe, bensì chiuderebbe il confronto. Ecco l’attaccamento di Bobbio alle “definizioni minime”. Sono minime le sue definizioni di socialismo, liberalismo, destra e sinistra, ad esempio. Ed è minima la definizione di democrazia; potremmo anzi dire minimissima: a) tutti devono poter partecipare, direttamente o indirettamente, alle decisioni collettive; b) le decisioni collettive devono essere prese a maggioranza. Tutto qui. Oltre che minima, questa definizione è anche solo formale: si riferisce al “chi” e al “come”, ma non al “che cosa”. Riguarda soltanto — come si usa dire per analogia — le “regole del gioco”.
In uno scambio epistolare con Pietro Ingrao sul tema della democrazia e delle riforme costituzionali che ebbe luogo tra il novembre 1985 e il gennaio 1986 (P. Ingrao , Crisi e riforma del Parlamento , Ediesse), troviamo una dimostrazione di ciò a cui serve il “concetto minimo”. Serve, da una parte, a includere, e dall’altra, a escludere e, così facendo, a chiarire. I punti del contrasto riguardano quello che allora era il progetto d’Ingrao, descritto in un libro dal titolo significativo: Masse e potere ( Editori Riuniti, 1977) che allora ebbe grande successo e che ora — mi pare — è dimenticato: la democrazia di massa o di base, unitaria e capace di egemonia. Ma gli argomenti chiamati in causa possono riguardare, in generale, tutte quelle che Bobbio avrebbe considerato degenerazioni della democrazia, alla stregua della sua definizione minima, come ad esempio, la “democrazia dell’applauso” di cui egli parla nel 1984, a proposito della conquista del Partito socialista da parte del suo segretario di allora), o la democrazia dell’investitura plebiscitaria e populista dei tempi più recenti.
Si prenda la “massa”. Bobbio chiede «che cosa si possa intendere mai per democrazia di massa di diverso da quel che s’intende per democrazia fondata sul suffragio universale»; che cosa si dica di più e di meglio «rispetto a quel che s’intende quando si parla di un sistema politico in cui tutti i cittadini maggiorenni hanno il diritto di voto»? Se non s’intende nulla di diverso, la democrazia di massa è perfettamente compatibile, anzi è la definizione formale della democrazia nella quale i cittadini possono riunirsi e associarsi per svolgere attività politica. Ma non è tutto. Introdurre le masse al poa sto dei cittadini non lascia capire esattamente di che cosa si stia parlando e nella zona grigia dell’incertezza entrano atteggiamenti emotivi che difficilmente diremmo democratici. Ingrao usa espressioni come «irruzione delle masse nello Stato», «un fiume tumultuoso che rompe gli argini e spazza e travolge ciò che trova nel suo corso», all’azione diretta della folla. Massa può alludere a un corpo collettivo amorfo e indifferenziato, mentre il soggetto principe di un regime democratico è il singolo individuo. «In democrazia non ci possono essere masse: ci sono o individui, oppure associazioni volontarie di individui, come i sindacati e i partiti». In ogni caso, in democrazia gli individui pensano e vogliono a partire dalla propria autonomia morale. Sanno affrancarsi dalla “psicologia della massa” sulla quale si appoggiano e si sono appoggiati tutti i demagoghi d’ogni tempo e luogo.
E l’unità? Che senso ha l’appello all’unità che il Partito comunista di quegli anni insistentemente faceva proprio: compromesso storico, alternativa democratica, oggi Pd o, addirittura, Partito della Nazione? La democrazia è un regime d’insieme e «non può essere chiamato democratico [si può aggiungere: nazionale] in una delle sue parti se non costo di creare una notevole confusione. Se una di queste parti viene chiamata “democratica” [o nazionale] è segno che la si considera una parte che tende a identificarsi col tutto». L’unità sconfina nella unicità. La democrazia richiede “distinzioni”, cioè pluralismo. «Senza pluralismo non è possibile alcuna forma di governo democratico e nessun governo democratico può permettersi di ridurre, limitare, comprimere il pluralismo senza trasformarsi nel suo contrario». La sintesi è espressa da Bobbio in termini assai forti, perfino scandalosi: «La discordia è il sale della democrazia, o più precisamente della dottrina liberale che sta alla base della democrazia moderna (per distinguerla dalla democrazia degli antichi). Resta sempre a fondamento del pensiero liberale e democratico moderno il famoso detto di Kant: “L’uomo vuole la concordia, ma la natura sa meglio di lui ciò che è buono per la sua specie: essa vuole la discordia”».
E l’egemonia? Qui Bobbio confessa che si tratta d’un concetto che gli è “meno familiare”, ma ciò non gli impedisce di porre una domanda analoga a quella posta a proposito della “massa”: «Mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse in che cosa consista l’egemonia in un sistema democratico se non nella capacità di ottenere il maggior numero di voti […] Se qualcuno mi sa dire che cosa significhi in democrazia, entro il sistema di certe regole del gioco, conquistare l’egemonia, oltre al conquistare il consenso degli elettori, lo prego di farsi avanti».
Insomma: egemonia, massa, unità non appartengono al sistema concettuale del pensiero liberal-democratico e appartengono invece alla tradizione del pensiero marxista. Tutto si tiene in una concezione della democrazia che contraddice l’universo politico che, in fin dei conti, era anche quello di Ingrao de Partito comunista. La forza elementare delle argomentazioni di Bobbio porta, alla fine, a una certa convergenza. Dice Ingrao e certo Bobbio avrebbe concordato (cito dalla lettera che conclude lo scambio): «”Democrazia minima”: dici tu. Ma anche quel livello minimo (eguaglianza formale nella libertà di voto) può realizzarsi senza chiamare in causa tutta una serie di condizioni, che riguardano libertà di voto, modalità di voto, contenuti del voto, conseguenze del voto, attuazione del voto? L’atto è quello. Ma il quadro — sociale, politico, statuale — entro cui esso si svolge è decisivo, perché esso possa essere non dico esaustivo (?), ma significante. Per “minima” che sia la democrazia, quel voto ha bisogno di un prima e di un poi che gli diano verità. Altrimenti la forma dell’uguaglianza rivela il suo limite, la sua debolezza di contenuto». Questo dice Ingrao. Ma, chi potrebbe dissentire? Chiunque s’ispiri a una concezione liberale della democrazia — Bobbio in primis — non potrebbe non essere d’accordo.
Non è questa la sede per distribuire le ragioni e torti, anche se a me pare, sommessamente, che sia stato Bobbio a condurre Ingrao sulla sua strada, e non viceversa. In ogni caso, la definizione minima del primo si è dimostrata feconda di dialogo con il secondo. 

Torino, convegno su Bobbio «costituzionalista»

La Stampa 29.10.14

«Bobbio “costituzionalista”» è il titolo del convegno in programma domani dalle 9,15 a Torino presso il Campus Einaudi (Lungodora Siena, 100). Interverranno tra gli altri Gustavo Zagrebelsky, che parlerà di «Democrazia formale e sostanziale», Cesare Pinelli («Forme di governo antiche e contemporanee»), Alfonso Di Giovine («Laicità e immanentismo nel pensiero di Bobbio»), Michela Manetti («I diritti di libertà»), Enrico Grosso («Democrazia rappresentativa e democrazia diretta», Mario Losano («Diritto e democrazia nel filosofo del dialogo»).

Luciano Gallino fa rima con massimodalemino

Dobbiamo voler bene a Luciano Gallino e leggerne i libri. Ma alla fine della fiera, nessuna indulgenza verso chi ha legittimato i progenitori della Bestia [SGA].

La differenza visibile tra destra e sinistra

Il contrasto tra lo scenario della Leopolda e quello di piazza San Giovanni non poteva trovare una sintesi in modo più efficace

di Luciano Gallino Repubblica 29.10.14

NON si sa chi sia, il regista delle due manifestazioni contemporanee della scorsa settimana, piazza San Giovanni e Leopolda. Di certo è un grande talento. Il contrasto tra lo scenario dei due eventi non poteva venire realizzato in modo più efficace. Da un lato un gran sole, il cielo azzurro, uno spazio amplissimo, una folla sterminata, brevi discorsi su temi concreti. Dall’altra un garage semibuio dove non si riusciva a vedere al di là di una decina di metri, un centinaio di tavoli dove si parlava di tutto, un lungo discorso del presidente del Consiglio in cui spiccavano acute considerazioni sull’iPhone e la fotografia digitale, e non più di sei-settemila persone — giusto 140 volte meno che a San Giovanni.
Il duplice scenario e la composizione dei partecipanti sono stati quanto mai efficaci per chiarire che a Roma sfilava un variegato popolo rappresentante fisicamente e culturalmente la sinistra, sebbene del tutto privo di un partito che interpreti e difenda le sue ragioni. Mentre a Firenze sedeva a rendere omaggio al principe un gruppo della borghesia medio-alta orientato palesemente a destra — a cominciare dal Principe stesso. Vi sono due condizioni che fanno, oggi come ieri, la differenza tra destra e sinistra.
Una è la scelta della parte sociale da cui stare: in politica, nell’economia, nella cultura.
Il che significa o sostenere che le disuguaglianze non hanno alcun peso nei rapporti sociali, o magari negare che esistano; oppure darvi il peso che moralmente e politicamente meritano, e adoperarsi per ridurle. L’altra condizione è la capacità di capire in che direzione si sta evolvendo la situazione economica e sociale del momento. Perché se non lo capisce uno sta uscendo, senza rendersene conto, dal corso della storia.
Nel caso della prima condizione la differenza tra Roma e Firenze era evidente. Alla manifestazione di Roma non c’erano (o erano poche) le persone che dovevano scegliere se stare o no dalla parte dei deboli, degli svantaggiati, delle classi inferiori di reddito, di quelli il cui destino dipende sempre da qualcun altro. Erano loro stessi, la massa dei partecipanti, a essere deboli, svantaggiati, poveri, perennemente in balia del parere e della volontà di qualcun altro. Collocati, in altre parole, al fondo delle classifiche delle disuguaglianze di reddito, di ricchezza, di potere politico ed economico; disuguaglianze il cui scandaloso aumento negli ultimi vent’anni, nel nostro paese come in altri, accompagnato dalla scomparsa del tema stesso nel discorso delle socialdemocrazie, ha fatto parlare più di uno studioso di nuovo feudalesimo.
Invece nel garage semibuio di Firenze c’erano soprattutto persone a cui l’idea di stare dalla parte dei più deboli e magari di dichiararlo appariva semplicemente repellente, o quanto meno fastidiosa, non meno che mettersi a parlare “in un mondo che è cambiato” di lotta alle disuguaglianze. Al massimo i più deboli si possono aiutare a soffrire di meno, non certo a diventare meno deboli, o a salire un gradino nella scala delle disuguaglianze, grazie a un sindacato o un partito. Per non dire che la parola “partito” significa appunto “aver preso parte” — idea demolita a Firenze dall’idea di un partito- nazione (ma l’ha detto qualcuno a Renzi che la parola “nazione” o “nazionale” figuravano tempo addietro nel nome di un paio di partiti che molti guai procurarono all’Italia e all’Europa?).
Anche per l’altra condizione non c’era confronto tra i partecipanti di piazza San Giovanni e quelli della Leopolda. Per i primi era evidente che quello che sta succedendo da parecchi anni è una “guerra dell’austerità”, per usare la dizione di un noto economista americano. Una guerra di classe in cui la destra si prefigge di distruggere le conquiste sociali degli anni 60 e 70, che furono un tentativo riuscito di sottoporre il capitalismo a una ragionevole dose di controllo democratico. Le misure imposte da Bruxelles, di cui il governo Renzi, a parte qualche battuta, è fedele esecutore, sono precisamente espressione di tale guerra o conflitto di classe, nella quale le classi dominanti hanno negli ultimi decenni conseguito una grande vittoria. Equivalente a una dolorosa sconfitta per i manifestanti romani. A Firenze l’interpretazione predominante della crisi è stata quella canonica delle destre europee: lo stato ha un debito troppo alto, dovuto all’eccesso di spesa; il problema è il costo eccessivo del lavoro; per rilanciare la crescita bisogna ridurre le tasse alle imprese; i dettati di Bruxelles sono onerosi, ma bisogna pur mantenere gli impegni, ecc. Ciascuno di questi slogan è falso quanto dannoso — e si noti che a dirlo sono ormai dozzine di economisti, compresi perfino alcuni esponenti delle dottrine neoliberali. A parte l’interpretazione ortodossa della crisi, che non sta in piedi, chi vi aderisce non si rende conto che ci si avvicina a un momento in cui o si modificano i trattati europei e si adottano politiche economiche opposte a quelle del governo Renzi (che sono poi quelle degli ultimi tre o quattro governi, prescritte dalla Troika e da noi passivamente messe in atto), o ci si avvia ad un lungo periodo di grave recessione e di rapporti intereuropei sempre più difficili, nonché dagli esiti imprevedibili.
Un’ultima nota: a saperlo interpretare (non che ci voglia molto), la massa dei partecipanti di Roma ha lanciato un messaggio chiaro. Ha detto in sostanza “siamo tanti, non contiamo niente, vogliamo essere qualcosa”. Tempo fa, un messaggio analogo ebbe effetti rilevanti. Ignorarlo, o parlarne con disprezzo, potrebbe rivelarsi un serio errore, a destra come a sinistra.

Questa gloria da stronzi 2: l'illusione della distinzione e dell'aristocrazia del sapere al posto del salario. Gli aspiranti ricercatori universitari

Vedasi quanto scritto a proposito di baby sitter e lavoro universitario.
In generale c'è una domanda da porsi: cosa può spingere una persona giovane e capace a subire decenni di sfruttamento per non ottenere nulla se non altro sfruttamento? In passato, il portamento di borsa pagava entro tempi ragionevoli, e poi fanculo: lo posso dire con cognizione di causa perché è andata così anche per me. Ma oggi le chances di farsi imbarcare sono così poche che il gioco non vale la candela e questo accanimento fa disperare delle possibilità di salvezza della specie umana.

Ah, dimenticavo: non c'è nessuna aristocrazia intellettuale: c'è solo un mondo di lupi pronti a sbranarsi per farsi dare un incarico dal direttore di dipartimento, o per dividersi 300 euro di fondi di ricerca. Il tempo delle vacche grasse è finito da un pezzo e anche noi l'abbiamo perso, figuriamoci chi arriva dopo. L'unico vantaggio - non  trascurabile, certo - è che è sempre meglio che lavorare [SGA].

I sommersi dell’accademiaTerre promesse. Nuovo appuntamento con il lavoro gratuito. Questa volta si entra negli atenei dove aspiranti ricercatori e docenti gestiscono esami, laboratori e corsi integrativi, attendendo invano l’apertura delle porte agli «incarichi strutturati»
Peppe Allegri, il Manifesto 29.10.2014 

«Se il lavoro che regalo, lo regalo spon­ta­nea­mente, di mia volontà, per me sì, è, oltre che etico, anche un gesto quasi nobile. Se invece il lavoro “devo” rega­larlo per tutti i motivi del mondo, no, non è etico, è svi­lente e umi­liante. Anche se poi, in defi­ni­tiva, siamo tutti con debo­lezze e dif­fi­coltà più o meno grandi». Que­sta con­fes­sione in forma ano­nima la tro­viamo in aper­tura dell’ultimo fasci­colo, il numero 133, della rivi­sta di Socio­lo­gia del lavoro (1/2014), tito­lato Con­fini e misure del lavoro emer­gente, curato da Emi­liana Armano, Fede­rico Chic­chi, Eran Fischer, Eli­sa­betta Risi nella loro ricerca col­let­tiva su «gra­tuità, pre­ca­rietà e pro­cessi di sog­get­ti­va­zione nell’era della pro­du­zione digi­tale». E sem­bra essere esem­pli­fi­ca­tiva di una con­di­zione dif­fusa nelle attuali forme del lavoro, sospese tra la rara pos­si­bi­lità di un’autonoma scelta di messa in comune del pro­prio (tempo di) lavoro e la più pres­sante obbe­dienza alla gra­tuità della pre­sta­zione lavo­ra­tiva, di fatto impo­sta senza alcuna libera scelta. 


La «gavetta» universitaria

Ma il regno del lavoro gra­tuito, o quasi-gratuito, è, da sem­pre e non da ora, la regola tacita, quanto con­di­visa, per acce­dere al primo girone del cir­cuito uni­ver­si­ta­rio, quello che un tempo avrebbe per­messo di ambire al con­corso per ricer­ca­tore. Un periodo di lavoro gra­tuito – e anche di for­ma­zione vicino al Mae­stro, la tra­di­zio­nale «gavetta» – in cam­bio della pro­messa di essere con­si­de­rato «abile» per entrare nel «sistema acca­de­mico», che da sem­pre pre­vede una prima «valu­ta­zione» tra pari, ante­ce­dente la messa a bando dei posti da ricer­ca­tore e l’eventuale arruo­la­mento. E que­sto periodo tra­di­zio­nal­mente con­fi­nato in un lasso tem­po­rale di pochi anni, nella fase ini­ziale della pro­pria vita acca­de­mica, è sospeso tra l’età ancora scan­zo­nata della gio­vi­nezza, piena di pas­sione nella ricerca e gioia della cono­scenza, e il ripie­ga­mento verso il più com­pleto disin­canto rispetto agli «stili di vita» con­dotti nella cit­ta­della asse­diata dell’accademia uni­ver­si­ta­ria, dove il «quieto vivere» del diven­tare ricer­ca­tori strut­tu­rati è ostag­gio di subor­di­na­zione, silen­zio e omo­lo­ga­zione, pas­sando per le for­che cau­dine di un rap­porto signoria-servitù che spesso incu­pi­sce l’una e l’altra con­di­zione, ma che potrebbe anche aprire le porte di una pos­si­bile insu­bor­di­na­zione. Sarebbe la fase tra l’entusiasmo del dot­to­rato di ricerca e la depres­sione della ricerca di un posto da strut­tu­rato nell’Accademia. 


Destrut­tu­rati senza reddito
Pec­cato che ora­mai nean­che esi­sta più il ruolo di ricer­ca­tore a tempo inde­ter­mi­nato per l’ingresso nella car­riera uni­ver­si­ta­ria, in seguito all’entrata in vigore della fami­ge­rata Legge Moratti (l. 230/2005). Pec­cato anche che da circa un ven­ten­nio l’accesso a que­sta fan­to­ma­tica «car­riera» sia sem­pre più diven­tato un collo di bot­ti­glia dove decine di migliaia di precari-e della ricerca e della docenza hanno peren­ne­mente rega­lato le loro pre­sta­zioni lavo­ra­tive, con inter­mit­tenza solo nella retri­bu­zione. La con­di­zione della ricerca e docenza uni­ver­si­ta­ria nell’epoca della pre­ca­rietà strut­tu­rale: con­ti­nuità di lavoro, nell’aleatorietà della retri­bu­zione. Con sot­tile guerra tra poveri, fatta di accuse nean­che tanto velate nei con­fronti del blocco gene­ra­zio­nale dei ricer­ca­tori anziani, una parte dei quali entrati con le sana­to­rie della Prima Repub­blica e a volte dispersi nei sot­to­scala uni­ver­si­tari, in fuga da un lavoro sem­pre più rou­ti­na­rio e lon­tano dalla loro ori­gi­na­ria pas­sione. E sem­pre di più quel lavoro è diven­tato neces­sa­rio nei quo­ti­diani ingra­naggi della «fab­brica» uni­ver­si­ta­ria: dal fun­zio­na­mento dei labo­ra­tori, all’organizzazione di semi­nari e master; dallo svol­gi­mento degli esami, all’appalto di interi corsi. Fino ad arri­vare al con­ti­nuo lavoro buro­cra­tico delle atti­vità di docenza e ricerca al tempo della reto­rica meri­to­cra­tica isti­tu­zio­na­liz­zata nel riem­pi­mento di infi­nite gri­glie valu­ta­tive, fatte di codici, giu­dizi, abstract, para­me­tri, soglie per­cen­tuali, numeri e sta­ti­sti­che che met­tono a dura prova anche il più razio­nale tra ricer­ca­tori e docenti. Man­te­nendo al con­tempo del tutto inal­te­rati i soliti poten­tati acca­de­mici.
Così quella tran­si­to­ria fase di lavoro pre­ca­ria­mente retri­buito, a volte gra­tui­ta­mente offerto, più spesso obbli­ga­to­ria­mente ero­gato, è diven­tata la norma per un’intera gene­ra­zione di «precari-e della ricerca e docenza» che nel corso dell’ultimo quin­di­cen­nio così si erano auto­pro­cla­mati, riven­di­cando un ina­spet­tato pro­ta­go­ni­smo poli­tico con­tro i Mini­stri di allora (nell’ordine: Moratti-Mussi-Gelmini) e pro­vando a for­zare i rap­porti di forza con­so­li­dati nell’Accademia. Per alcuni è stata l’occasione di espli­ci­tare legit­time riven­di­ca­zioni cor­po­ra­tive e sin­da­cali che hanno lasciato il tempo che tro­va­vano. Per pochi è stata la pale­stra di pro­mo­zione per­so­nale di se stessi. Per la gran parte di quei con­trat­ti­sti di ogni tipo, asse­gni­sti di tutte le risme, bor­si­sti dai mille bandi è stato invece il pren­dere con­sa­pe­vo­lezza di un lento pro­cesso di esclu­sione di una gene­ra­zione di forza lavoro pre­ca­ria dal sistema della ricerca e docenza uni­ver­si­ta­ria. Per­ché i pochi che hanno con­ti­nuato a cre­dere al motto di «resi­stere un minuto in più degli altri», non pos­sono più spe­rare nean­che in un con­tratto. Oltre­tutto, dinanzi all’immodificabile sistema di gestione uni­ver­si­ta­ria, il con­ti­nuo defi­nan­zia­mento pub­blico (che quello pri­vato è sem­pre stato al lumi­cino) è diven­tato il gri­mal­dello per irri­gi­dire l’arbitrio dei sog­getti che deci­dono l’accesso.
«C’è il taglio lineare dei finan­zia­menti, la crisi eco­no­mica, la spen­ding review, i posti pra­ti­ca­mente non ci sono, quindi dovete dimo­strare di essere ancora più bravi, dispo­ni­bili e votati al sacri­fi­cio, per­ché la con­cor­renza è spie­tata». Man­cano solo le caval­lette del cele­bre mono­logo di John Belu­shi in fuga dalla splen­dida donna miste­riosa, Car­rie Fisher, in Blues Bro­thers. Ecco ser­vita la meri­to­cra­zia al tempo dell’università strac­ciona. Salvo poi sco­prire inchie­ste per i soliti appalti milio­nari di infi­niti lavori nelle strut­ture uni­ver­si­ta­rie: ma que­sta è un’altra storia.

Soli­tu­dine e comunanza
Chi ha capito molto bene lo stato d’animo esi­sten­ziale dei non più gio­vani ricer­ca­tori pre­cari, ora­mai tran­si­tati nella totale assenza di retri­bu­zione, è stato il «gio­vane» cinema ita­liano, con uno dei mag­giori suc­cessi di que­sta sta­gione: Smetto quando voglio, del tren­tenne Syd­ney Sibi­lia. Lì si narra la sto­ria di un quasi qua­ran­tenne, asse­gni­sta di ricerca senza rin­novo dell’assegno, e dei suoi amici, ora­mai ex-precari della ricerca, già espulsi da labo­ra­tori ed aule uni­ver­si­ta­rie. Deci­dono di met­tere in comune la loro cono­scenza chi­mica e com­mer­ciale per sin­te­tiz­zare e spac­ciare smart drugs tra­mite le quali otte­nere quel red­dito che altri­menti non avreb­bero più dal loro, qua­li­fi­cato, lavoro uni­ver­si­ta­rio. E que­sta sarebbe la vera alter­na­tiva in campo: met­tersi insieme, non neces­sa­ria­mente per pro­durre dro­ghe sin­te­ti­che, ma certo per ripren­dersi quella ric­chezza pro­dotta e della quale si è sem­pre più pri­vati. Per il resto il film dise­gna un qua­dro deso­lante e deso­lato del pano­rama uni­ver­si­ta­rio, dove un eccel­lente Ser­gio Solli, attore di for­ma­zione tea­trale a fianco di Eduardo De Filippo, inter­preta il ruolo del peg­giore barone uni­ver­si­ta­rio: arraf­fone, impre­pa­rato, appros­si­ma­tivo, del tutto auto­cen­trato sul pro­prio, mise­ra­bile, ego.
Ma, al di là di quella che potrebbe essere una carat­te­riz­za­zione da mac­chietta, il film resti­tui­sce alla per­fe­zione il clima di scon­for­tante delu­sione che aleg­gia tra le ultime gene­ra­zioni di studiose/i, docenti, ricer­ca­trici e ricer­ca­tori che hanno let­te­ral­mente man­dato avanti la mac­china uni­ver­si­ta­ria spesso in cam­bio solo della pro­messa irrea­liz­za­bile di acce­dere alla car­riera uni­ver­si­ta­ria. Farsi un buon cur­ri­cu­lum in attesa dei fan­to­ma­tici con­corsi. E per avere que­sto cur­ri­cu­lum biso­gna scal­pi­tare per otte­nere inse­gna­menti pra­ti­ca­mente gra­tuiti, que­stuare per essere incluso in qual­che ricerca, pub­bli­care con fre­ne­sia arti­coli, libri, studi, per­ché ora il motto è Publish or Perish: se non pub­bli­chi, non esisti.

Il com­mer­cio delle promesse
Così quella che dovrebbe essere una breve fase di for­ma­zione acca­de­mica che da sem­pre pre­vede anche la dispo­ni­bi­lità a lavo­rare gra­tui­ta­mente in cam­bio dello svol­gere con pas­sione atti­vità di for­ma­zione, stu­dio, ricerca, e suc­ces­si­va­mente inse­gna­mento, per le quali si sente di avere la «voca­zione», diventa la con­di­zione strut­tu­rale per resi­stere den­tro l’università, a costo di sot­to­stare a infi­niti, pic­coli e grandi, ricatti. Del resto, ancor più nella reto­rica dell’economia della cono­scenza, la mitica car­riera uni­ver­si­ta­ria è la pic­cola patria dell’economia delle pro­messe, dove un vero e pro­prio «com­mer­cio delle pro­messe» viene eser­ci­tato a tutti i livelli della scala gerar­chica. E se pen­siamo che alcuni stu­diosi, tra i quali Pierre-Noël Giraud, sosten­gono da tempo che il fon­da­mento dell’attuale capi­ta­li­smo finan­zia­rio stia in que­sto Com­merce des pro­mes­ses (éd. Le Seuil, già nel 2001) il cor­to­cir­cuito cul­tu­rale, antro­po­lo­gico, esi­sten­ziale tra il lavoro intel­let­tuale e la finan­zia­riz­za­zione dell’economia capi­ta­li­stica diviene espli­cito e senza appello, facen­dosi beffe di qual­siasi esal­ta­zione dell’attuale società della conoscenza. 

Per un red­dito di base 

C’è solo lo sporco lavoro gra­tuito per rima­nere a galla nell’epoca in cui interi milioni di per­sone sono messe nelle con­di­zioni di dover rim­pian­gere le peg­giori forme del lavoro, mate­riale o intel­let­tuale che sia: quelle in cam­bio del quale nean­che per­ce­pi­sci più un sala­rio, ma ti si asse­gna un posto nel mondo. Per­ché in que­sta società «liquida» se non hai un lavoro non hai cit­ta­di­nanza. Anche per que­sto si dovrà insi­stere, rischiando di fare la fine di un disco incan­tato che nes­suno vuole più ascol­tare, sull’urgenza di un red­dito di base con­tro l’aleatorietà della retri­bu­zione, altri­menti riman­gono solo le laco­ni­che parole che Jona­than Lethem fa pro­nun­ciare al gio­vane, appas­sio­nato ricer­ca­tore e scrit­tore auto­di­datta del libro In difesa di Sen­tieri sel­vaggi: «ora­mai ero abi­tuato a sen­tir par­lare tanti dot­to­randi, rag­go­mi­to­lati den­tro le loro ter­ri­fi­canti car­riere, di monte ore, di bandi di con­corso, di tutto fuor­ché della pas­sione ori­gi­na­ria e ora­mai rat­trap­pita che stava segre­ta­mente al cen­tro del loro lavoro».


La scena culturale francese alla vigilia della prima guerra mondiale: la preparazione dell'ideologia della guerra

Les Derniers Feux de la Belle Epoque - Michel WinockMichel Winock: Les derniers feux de la Belle Époque. Chronique culturelle d’une avant-guerre 1913-1914, Seuil, pagine 208, e 16,50

Risvolto
« En 1913, et même en 1914, on a vécu dans ce qu’on pourrait appeler l’inconscience ? un mot que seul notre savoir postérieur permet. Il faut donc faire preuve d’imagination : la guerre de Troie, pour plagier Giraudoux, pouvait ne pas avoir lieu. Mieux, aux yeux de beaucoup, elle n’était guère imaginable.
On peint, on écrit des pièces, on fait des romans, on applaudit à l’Opéra, on goûte les joies de la bicyclette et, pour les plus aisés ? une minorité, certes, mais ils donnent le ton ?, les sensations de l’automobile, celles plus récentes de l’aviation. De partout, écrivains, peintres, musiciens accourent à Paris, Ville lumière sans doute à son apogée, et qui résonne de tous les courants de la culture mondiale. “Belle Époque”, oui, dans le domaine de la création artistique, littéraire, musicale, scientifique et technique, dont l’avant-guerre 1913-1914 est le point d’orgue. »
Par l’un de nos meilleurs historiens, une vivante chronique de la vie culturelle en France à la veille du basculement dans la catastrophe. Une galerie de portraits haute en couleurs, de Gide et Péguy à Gaston Leroux, de Barrès et Déroulède à Jaurès, en passant par Apollinaire, Diaghilev et Rolland Garros.

Professeur émérite des Universités à Sciences Po. Auteur de nombreux ouvrages, il a obtenu le prix Médicis essai pour Le Siècle des intellectuels (1997) et le prix Goncourt de la biographie pour Madame de Staël (2010).



E il patriota Lupin disse di no al Kaiser 
Un libro sul clima culturale in Francia alla vigilia della Grande guerra

Mercoledì 29 Ottobre, 2014 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA

Che cosa hanno in comune Le Sacre du printemps di Igor Stravinsky e Arsenio Lupin, l’aviatore Roland Garros e Picasso, Apollinaire e il rugby, Gide e Fantomas? Appartengono tutti alla fase finale, anzi agli «ultimi fuochi» della Belle Époque, i mesi che vanno dal gennaio del 1913 al luglio 1914. Li evoca lo storico francese Michel Winock ( Les derniers feux de la Belle Époque. Chronique culturelle d’une avant-guerre 1913-1914 , Seuil, pagine 208, e 16,50), eminente studioso della Francia contemporanea, autore di studi importanti, tra cui un’efficace storia degli intellettuali francesi. 
Il sottotitolo del libro non è una metafora: il volume è davvero organizzato in capitoli dedicati ognuno ai diciotto mesi precedenti la guerra e a un protagonista, non della sola cultura alta, ma pure di quella di massa (cinema, sport). 
Anche se Winock racconta evocando con grande efficacia (e godibilità) le atmosfere del tempo, senza dare per scontato ciò che sarebbe avvenuto nel luglio 1914, il «pre-guerra» del sottotitolo non appare fuori luogo. Si respira, nell’arte di massa, nei feuilleton, nel cinema e nel teatro, ma anche in quella alta di Stravinsky e delle avanguardie pittoriche, un’atmosfera di apocalisse, una voglia di «barbarie» contro l’artificiosità del mondo moderno. 
Soprattutto, si respira, già prima del luglio 1914, un clima da nemico interno: «nemici interni» sono i socialisti come Jean Jaurès, pacifista e contrario al riarmo, e per questo apostrofato dal suo ex amico e compagno, Charles Péguy, come «agente del tedesco», che qualcuno «dovrà far tacere» (come poi avvenne). E i tedeschi sono, come nella pièce (e poi nel film) di grande successo, Alsace , «un’altra razza», che non si potrà mai accordare con i francesi «né con l’amore, né con il matrimonio, né con i bambini». Persino Arsenio Lupin, in uno degli episodi della saga, di fronte alle offerte dell’imperatore Guglielmo II in persona di diventare una spia tedesca, rifiuta sdegnosamente, «perché è il mio sangue che lo chiede».

Università pubblica: Renzi pronto a tagliare anche questo ente ormai inutile. La professione dell'insegnante è la prosecuzione della baby sitter con altri mezzi

Bisogna dirlo una volta per tutte: basta con la retorica della cultura, della scuola e dell'università, ecc. ecc. L'università serve ai paesi che vogliono svilupparsi. Se un paese non vuole e non può farlo e ha deciso di competere tagliando il costo del lavoro, l'università pubblica non serve a nulla ed è solo un costo. Bastano poche università d'elite e per il resto fanculo.
Saltato qualunque rapporto tra formazione e mercato del lavoro (perché non esiste un mercato del lavoro degno di questo nome) il lavoro del docente, in Italia, è la prosecuzione con altri mezzi di quello della baby sitter [SGA].

Università, addio al posto fisso: ricercatori sempre precari 

Spending review. La legge di stabilità 2014 sarà un vero affare per gli atenei? Le prime analisi della bozza hanno scovato il diavolo nel dettaglio: Renzi ha bloccato i tagli per un biennio, ma li farà pagare con gli interessi nei prossimi otto anni. Vediamo come
Roberto Ciccarelli, il Manifesto ROMA, 28.10.2014 
Il dia­volo si nasconde nei det­ta­gli. E la legge di sta­bi­lità fir­mata dal pre­si­dente della Repub­blica Napo­li­tano con­ferma il pro­ver­bio. Par­liamo delle norme sull’università. Il governo ha festeg­giato l’aggiunta da 150 milioni di euro ad un bud­get tagliato di 1,1 miliardi di euro da Tre­monti. Que­sti soldi dovreb­bero azze­rare quasi del tutto il taglio da 170 milioni pre­vi­sto. La mini­stra dell’Università e della ricerca Ste­fa­nia Gian­nini ha ipo­tiz­zato l’assunzione imme­diata di 7–800 ricer­ca­tori nelle uni­ver­sità cosid­dette «vir­tuose», 2 mila a regime. Un vero affare, dun­que. Qual­cosa allora si muove!
Non è così. Per­ché la ridu­zione della spesa è pre­vi­sta solo per i primi anni e lo stan­zia­mento annun­ciato vale solo per i primi anni. Una volta esau­rite le risorse, con­ti­nuerà la ridu­zione delle risorse del fondo per il finan­zia­mento ordi­na­rio degli ate­nei. Sul sito Roars​.it Anto­nio Banfi ha fatto qual­che cal­colo: da oggi al 2023 i tagli ammon­te­reb­bero a 1.431 milioni di euro. In media, ogni anno, agli ate­nei ver­reb­bero sot­tratti 159 milioni di euro, una cifra dun­que di poco infe­riore al taglio voluto da Tre­monti (-170 milioni).
Renzi e Gian­nini avreb­bero così bloc­cato i tagli solo per un bien­nio, pren­dendo le risorse dai fondi «Fsra». Al futuro non pen­sano. A par­tire dal 2023, infatti, i tagli annuali aumen­te­reb­bero addi­rit­tura del 64%, pas­sando da 170 a 278 milioni di euro (+108 milioni). L’impresa di Renzi ver­rebbe dun­que pagata, con gli inte­ressi, dalla pros­sima gene­ra­zione. «Il Governo sta riu­scendo nell’impresa para­dos­sale di peg­gio­rare le già dispe­rate con­di­zioni di vita degli ate­nei — sostiene Alberto Cam­pailla, del coor­di­na­mento uni­ver­si­ta­rio Link — Si sot­trag­gono infatti al Fondo per gli ate­nei 234 milioni di euro nei pros­simi 8 anni, cui si aggiun­gono gli oltre 25 milioni di euro tagliati con il Decreto Irpef e i 173 milioni di decre­mento rela­tivi al man­cato rifi­nan­zia­mento del piano straor­di­na­rio di reclu­ta­mento dei pro­fes­sori asso­ciati». Ci sono anche novità impor­tanti sulla tipo­lo­gia dei ricer­ca­tori che dovreb­bero essere assunti. 
Il ricer­ca­tore tori­nese Ales­san­dro Fer­retti su un blog de «Il Fatto Quo­ti­diano» segnala che nella bozza della mano­vra (arti­colo 28, comma 29) c’è l’abolizione del ricer­ca­tore «tenure track», quella figura creata dalla riforma Gel­mini, anti­ca­mera all’assunzione da pro­fes­sore asso­ciato a tempo inde­ter­mi­nato. Dun­que, i 7–800 ricer­ca­tori che dovreb­bero essere assunti saranno tutti pre­cari. Una volta con­cluso il loro con­tratto a ter­mine, rico­min­ce­ranno il giro della ruota del cri­ceto. «Sulla ricerca, oltre ai 42mln di tagli al Fondo ordi­na­rio per gli enti di ricerca, il governo peg­giora il piano “libere assun­zioni” — sosten­gono gli stu­denti di Link — Con un colpo di mano Renzi eli­mina il comma che impo­neva un minimo di assun­zioni a tempo inde­ter­mi­nato e punta sull’estensione totale del pre­ca­riato nella ricerca».

Grandi riforme: i ricercatori precari a vita
Lalegge di stabilitù cancella con un comma l’obbligo delle Università di fare nuove assunzioni stabili
di Carlo Di Foggia il Fatto 30.10.14
Il colpo di grazia è servito: via una lettera da un comma e l’università non cambia verso, dà la volata finale verso il precariato. Con un tratto di penna, infatti, la legge di stabilità traduce nel mondo accademico quella “fine del posto fisso” certificata alla Leopolda dal premier: estingue, di fatto, la figura del ricercatore precario ma con prospettive di assunzione. Come? Semplicemente cancellando la parte delle prospettive. Breve riassunto: con la scusa di premiare il merito, nel 2010 la contestata riforma voluta da Mariastella Gelmini ha abolito il ruolo del ricercatore a tempo indeterminato, sostituendolo con quello a termine (Rtd). Ne esistono di due tipi, quello A (senza sbocchi) - che dura fino a cinque anni non rinnovabili - e quello B (la vera e unica figura di ingresso prevista dalla riforma), con contratto di tre anni dopo i quali si viene convertiti in professore associato. Questa tipologia costa di più in termini di punti organico - cioè le risorse per le assunzioni assegnate dal Miur a ogni ateneo - e visto che continua la carriera conserva la quota, senza restituirla per essere poi riassegnata come capita invece con l’altra tipologia, quella di tipo
A. Per evitare che atenei e dipartimenti assumessero solo questi ultimi, nel 2012 il ministro Alessandro Profumo stabilì che per ogni professore ordinario, l’ateneo dovesse assumere anche un ricercatore di tipo B. Un obbligo che ora viene eliminato dalla legge di stabilità (articolo 28) e con esso l’unica speranza di un’assunzione a tempo indeterminato.
TANTO PIÙ CHE questa tipologia è già stata decimata dal blocco del turnover: sono solo 200 a fronte dei 2000 Rtd attualmente in servizio. Tecnicismi a parte, la novità rischia di avere un effetto gigantesco sul sistema di reclutamento, di fatto bloccandolo. Secondo la rete dei ricercatori precari, così facendo cresceranno solo le promozioni, quelle che aumentano la base elettorale dei rettori. Stando ai dati del rapporto Ricercarsi (Cgil), dei 65 mila ricercatori precari impegnati nell’ultimo decennio nelle università il 93 per cento non è stato assunto. Peggio ancora va con gli assegnisti di ricerca, più precari dei precari visto che la Gelmini gli ha imposto un limite di quattro anni: dei 15.300 in servizio, il 96 per cento lascerà l'università. Il trend è disastroso, dal 2003 il numero di contratti a termine è passato da poco meno di 18 mila a 31 mila. Per mascherare la misura, il ministro Stefania Giannini ha annunciato che la ex Finanziaria permetterà agli Atenei di assumere nuovi ricercatori sbloccando al 100 per cento il turnover (“700-800, circa duemila a regime”). Peccato, però, che stando al testo, questo potrà avvenire solo dal 2018, quando lo sblocco sarebbe arrivato lo stesso. Un bluff che fa il palio con quello dei tagli al fondo di finanziamento delle Università. Secondo la rivista Roars, l’incremento delle risorse sbandierato dal governo vale solo per il 2015, dopo di che la limatura da qui al 2023 ammonterà a quasi un miliardo e mezzo di euro. Per gli enti di ricerca è previsto invece un taglio di 42 milioni.
Ieri, i lavoratori dell’Inea, un istituto pubblico di ricerca in campo alimentare hanno occupato la sede nazionale del Pd. La legge di stabilità accorpa infatti l’Ente (commissariato e sotto inchiesta per la gestione dissennata dei vertici, vicini al’'ex ministro Gianni Alemanno) lasciando a casa 210 ricercatori. Dulcis in fundo, lo Sblocca Italia.
COME DENUNCIATO dalla rete Link, il testo che verrà licenziato oggi dalla Camera mette a rischio 150 milioni di euro di fondi regionali per il diritto allo studio. Le Regioni avevano promesso di inserirli nelle maglie del patto di stabilità, in cambio della promessa del Governo di cancellare tagli per 560 milioni. E invece, nel decreto è finita solo la prima parte: a rischio ci sono 46 mila borse. Solo due mesi fa, a settembre, Matteo Renzi aveva spiegato al Sole 24 Ore: “Investirò nei settori strategici, come l'istruzione e la ricerca”.

Guerra di logoramento tra bande nel PD: nessuna scissione ma pazienza di lunga durata per la controscalata


Le due bande non sono equivalenti ovviamente ma questa non è una buona ragione per appoggiarne una invece di un'altra (non perché sia sbagliato di per sé, tutt'altro; ma perché nelle condizioni date ne verremmo stritolati e il danno sarebbe superiore al vantaggio). Tra l'altro, nell'attesa di controscalare la banda dei "buoni" - che sarebbero poi quelli che hanno spalancato le porte ai "cattivi" - si sposterà ancor di più a destra, per dividere il fronte renziano assorbendone parte delle ragioni. Alla fine uscirà solo Pippa Civati [SGA].



“Renzi è a Palazzo Chigi per volere dei poteri forti lo ha ammesso Marchionne”
Camusso: ecco perché non parla con noi, ma solo con le corporazioni “Per come è stata scritta la norma sull’Irap favorirà solo le grandi imprese riducendogli i costi ma non avrà alcun effetto sull’occupazione”
Manovra e Jobs act si possono cambiare. Faremo lo sciopero generale

intervista di Roberto Mania Repubblica 29.10.14

ROMA A un certo punto Susanna Camusso interrompe questa intervista, si alza, sigaretta in mano, e va verso la bacheca del suo ufficio con affaccio su Villa Borghese. Tra foto, messaggi, ricordi e volantini della Cgil, c’è un lancio di agenzia con una dichiarazione di Sergio Marchionne del 2 ottobre scorso. Parla del mercato del lavoro, l’ad di Fca, della necessità di togliere «i rottami dai binari». Ed è questo, spiega, il compito affidato a Renzi. Precisa: «L’abbiamo messo là per quella ragione lì».
Il segretario generale della Cgil si risiede: «Vede, quella dichiarazione non è mai stata smentita. A me colpisce molto che un cittadino svizzero che ha spostato le sedi legale e fiscale della Fiat all’estero possa dire del nostro presidente del Consiglio “L’abbiamo messo là” e che lo possa fare senza suscitare alcuna reazione».
Cosa vuol dire, segretario?
«Questo spiega l’attenzione del governo nei confronti dei grandi soggetti portatori di interessi particolari».
Il governo dei “poteri forti”?
«Quelle parole di Marchionne illustrano meglio di qualsiasi altro ragionamento perché questo governo non ha alcuna disponibilità a confrontarsi con chi, come i sindacati, rappresenta interessi generali, non corporativi».
Ma il governo non copiava, secondo la Cgil, i documenti preparati dalla Confindustria? E Confindustria non rappresenta tutte le imprese?
«Il governo copia le proposte delle grandi imprese di Confindustria».
Dove sono in Italia le grandi imprese?
«La Fiat, le partecipate dal Tesoro... Ce ne sono e sanno fare lobby».
Eppure Squinzi ha detto che il taglio dell’Irap è “un sogno” che vale
per tutte le aziende.
«Constato che per come è la norma dell’Irap favorirà prevalentemente le grandi imprese riducendo i loro costi. Ma non avrà alcun effetto sull’occupazione».
La Cgil, dunque, non rinuncia all’idea di cambiare la legge di Stabilità
«Non rinunciamo affatto all’idea di poter cambiare la Stabilità come le riforme che sono state presentate. Non si può pensare di cambiare la pubblica amministrazione tagliando i posti di lavoro e non tagliando le 30 mila stazioni appaltanti dove si annidano gli interessi dei poteri forti, quelli che paralizzano l’attività della pubblica amministrazione. Faccio un altro esempio: il Tfr è salario differito, i fondi integrativi sono frutto della contrattazione. Questo governo vuole aumentare le tasse sul Tfr e penalizzare la previdenza integrativa. E i sindacati non avrebbero titolo a discuterne? Aggiungo, in generale, che una politica economica espansiva non può ridursi al taglio delle tasse e della spesa. Come dimostra la ripresa americana sono necessari gli investimenti anche pubblici».
Con quali risorse?
«L’abbiamo già detto: serve una patrimoniale. Ce l’ha anche la Germania» Ma il governo ha detto che con voi non contratta.
«Mi pare che la parola contrattare sia diventata un’ossessione di questo governo. Noi non abbiamo dubbi che le leggi vadano discusse e approvate in Parlamento. Siamo talmente convinti che ci preoccupa l’ampio uso che si fa del voto di fiducia. E poi questo governo non può certo dire che non ci siano state trattative extraparlamentari come per esempio sulla legge elettorale, sulle riforme istituzionali o sulla riforma delle giustizia con l’ordine degli avvocati. Non ci si confronta solo con chi ha una rappresentanza generale. Anche se il ministro Poletti quando ha aperto l’incontro di lunedì non ha escluso la possibilità di un intervento del governo per emendare, eventualmente, la legge di Stabilità. Poi l’incontro è finito in un altro modo. Non so perché. E non so nemmeno perché su alcuni giornali sia stato raccontato un incontro diverso da quello al quale ho preso parte io. Continuo a pensare che sia stato surreale il fatto che i ministri non si siano espressi sulle nostre osservazioni. Si ascoltano le corporazioni, ma non chi rappresenta il lavoro. E il lavoro è stata la grande domanda della manifestazione di sabato».
A cosa è servita quella manifestazione?
«Ha cambiato tante cose. Intanto, con lo stupore di molti, si è visto che il sindacato non è fatto solo di pensionati, ma anche di giovani, di precari, di disoccupati. Si è visto che includiamo e che non dividiamo come fa il governo».
Dopo le critiche di Renzi, segretario del Pd, alla Cgil, lei rinnoverà la tessera al partito?
«Non rispondo a questa domanda perché dietro di essa c’è la stessa logica che ha portato a guardare la manifestazione di sabato come un’iniziativa all’interno del dibattito del Pd. Invece quella era una piazza del lavoro».
Lei comunque è un’iscritta al Pd: c’è il rischio di una scissione? Cosa pensa di Landini leader di un nuovo partito di sinistra?
«Sono il segretario generale della Cgil. Ho la responsabilità di difendere l’autonomia del più grande sindacato italiano e non intervengo nelle vicende interne di un partito. Per quanto riguarda Maurizio mi immagino che abbia la stessa opinione sull’autonomia del sindacato».
Perché quando Renzi ha detto che è finita l’epoca del posto fisso lei ha risposto che non sa di cosa parla?
«Perché non c’è alcuna relazione tra il cosiddetto posto fisso e l’articolo 18. Ed è lo stesso governo a riconoscerlo nel Jobs Act. Renzi rispolvera un argomento di Monti di tre anni fa. La differenza è che allora la Confindustria diceva che non era quello il problema, mentre oggi ha un’altra linea».
Torniamo ai poteri forti. Mi dica: quando proclamerete lo sciopero generale?
«Calibreremo le nostre iniziative mantenendo i nervi saldi. Ci saranno gli scioperi articolati, manifestazioni iniziative e poi faremo lo sciopero generale. Lo deciderà come sempre il nostro Comitato direttivo convocato per metà novembre».



In marcia (da sola) verso lo sciopero La partita rischiosa della Cgil
Da Cisl e Uil strategie diverse

di Enrico Marro Corriere 29.10.14

ROMA Lo scontro tra Matteo Renzi e la Cgil potrebbe finire con lo sciopero generale della stessa Cgil, a dicembre. Un finale altamente rischioso per la confederazione di Susanna Camusso e che, proprio per questo, potrebbe non dispiacere allo stesso presidente del Consiglio. Non che Renzi lo auspichi, ma certo non farà i salti mortali per evitarlo. Lo sciopero generale, insomma, per come si sono messe le cose, è più un problema per la Cgil che per il governo. Vediamo perché. 
Dopo l’incontro andato male con l’esecutivo, le tre confederazioni seguiranno strade diverse. La Cgil, ringalluzzita dalla manifestazione di San Giovanni, ha riunito la segreteria allargata ai segretari regionali e di categoria, registrando un coro unanime di incitamento a proseguire la mobilitazione, fino appunto allo sciopero generale, se dal governo non verranno cedimenti su Jobs act e legge di Stabilità. L’affondo di Renzi («le leggi non le tratto col sindacato») ha ricompattato la Cgil sulle posizioni più dure, quelle per capirci del leader della Fiom, Maurizio Landini, il primo a proporre lo sciopero generale. Renziani, nella Cgil, per ora non se ne vedono. Anche Carla Cantone, leader dei pensionati, è all’attacco: «Renzi sbaglia, è lui che vuole lo scontro. E io sono una sindacalista abituata a combattere. Lo farò anche ora». 
La Cisl, invece, anche col nuovo segretario generale, Annamaria Furlan, ha lo stesso problema di sempre: non restare schiacciata dallo scontro fra la Cgil e il governo (ieri Berlusconi, oggi Renzi). E così Furlan spiega che nell’orizzonte della Cisl non c’è lo sciopero generale né, a maggior ragione, «l’occupazione delle fabbriche», guarda caso evocata da Landini. La Cisl cercherà il confronto col governo, sfruttando una certa interlocuzione col sottosegretario Graziano Delrio e col ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che pare esserci. La Uil, infine. È impegnata nel congresso che a novembre eleggerà il 67enne Carmelo Barbagallo al posto di Luigi Angeletti. Barbagallo ha detto che ci vorrebbero iniziative comuni. Ma non ha la forza di andare oltre. Certo, i pensionati e il pubblico impiego hanno già in programma manifestazioni unitarie Cgil, Cisl e Uil, il 5 e l’8 novembre. Ma ciò non basta a costruire uno sciopero generale unitario. 
Che quindi se ci sarà, sarà della sola Cgil. Al massimo col sostegno di una minoranza Pd che non sa bene cosa fare e che ieri si è beccata l’avvertimento dell’ultimo tesoriere dei Democratici di sinistra, Ugo Sposetti: «Chi vuole la scissione non venga a cercare me». Uno sciopero generale per modo di dire, dunque. La Cgil rischierebbe il flop, un flop clamoroso. E la vittoria finale di Renzi. 



Renzi: scontro? No, rivoluzione culturale

«I miei non sono attacchi. Bisogna puntare su più occupazione, non sulle occupazioni» I partiti socialisti europei invitano il leader a parlare ai loro congressi: dall’Italia una speranza

di Maria Teresa Meli Corriere 29.10.14

ROMA Matteo Renzi non considera le sue parole come «degli attacchi al sindacato». Lui la vede da un altro punto di vista: «Il mio è un invito a che ciascuno faccia il proprio mestiere». 
Insomma, le estenuanti trattative governo-organizzazioni confederali dei tempi che furono «non ci saranno più». «È una rivoluzione culturale», per Renzi, della quale Cgil, Cisl e Uil dovranno prendere atto. 
Ma questo non significa «essere di destra» o assomigliare «alla Thatcher» (accusa che Susanna Camusso ha lanciato al presidente del Consiglio). Significa, per farla breve, che i sindacati devono impegnarsi a «cercare di ottenere più occupati, non a fare occupazioni». 
O, come ha detto sempre lo stesso Renzi, con altre parole ma con uguale fermezza in un’intervista a Oggi : «Noi vogliamo tenere aperte le fabbriche, perché l’occupazione di cui hanno bisogno i nostri lavoratori non è quella minacciata dal sindacato». 
Dunque, il presidente del Consiglio rifiuta il gioco di Camusso di dipingerlo come una sorta di Berlusconi, o quello di Rosy Bindi e di Stefano Fassina di farlo passare come una specie di «usurpatore» del Partito democratico: «Io sono diventato il leader del Pd attraverso delle primarie a cui hanno partecipato milioni di elettori». 
E, comunque, è proprio vero il detto secondo il quale «nemo propheta in patria». Mentre la Cgil riversava i suoi strali sul presidente del Consiglio «thatcheriano» e Bindi criticava il segretario che stava, a suo dire, snaturando il partito, i leader del socialismo europeo facevano a gara per invitare Renzi ai congressi dei loro partiti. 
António Costa, candidato del Partido socialista portoghese a primo ministro, nonché segretario di quel partito, lo ha invitato al congresso che si terrà a Lisbona a fine novembre. Ospite d’onore, perché, scrive Costa nella lettera, la presidenza italiana della Ue sotto la leadership di Renzi ha rappresentato «un barlume di speranza per tutta l’Europa». 
E proprio per rafforzare la cooperazione tra i due partiti il candidato premier dei socialisti portoghesi vorrebbe che il presidente del Consiglio italiano partecipasse al suo Congresso e prendesse la parola in quella sede. Una lettera analoga è arrivata una decina di giorni prima dal leader olandese Diederik Samsom, che Renzi aveva invitato insieme a Manuel Valls, a Pedro Sánchez e ad altri esponenti del Pse, alla festa dell’Unità di Bologna, per quello che scherzosamente era stato definito il «patto del tortellino» tra i giovani capi del socialismo europeo. 
Patto che deve aver sortito qualche effetto se Samsom scrive al presidente del Consiglio italiano che sarebbe «un grande onore» averlo al loro congresso, a gennaio, ricordandogli che fanno «parte della stessa famiglia». 
Sono missive, queste, che, com’è ovvio, hanno fatto piacere al premier, anche se le difficoltà italiane dentro il Partito democratico e con il sindacato non accennano a diminuire. Anzi. Eppure uno studio di Itanes, elaborato dopo le elezioni europee che hanno segnato l’exploit del Pd versione Renzi rileva un particolare interessante. Nel 2013, cioè con un segretario considerato maggiormente di sinistra come Pier Luigi Bersani, il Pd tra gli operai era solo la terza forza politica. Veniva dopo il Movimento 5 stelle e Forza Italia. Lo votavano solo il 20 per cento degli operai. Con l’arrivo di Renzi, nelle consultazioni europee di quest’anno, la percentuale di operai che ha votato per il Partito democratico si è letteralmente raddoppiata, sempre stando a questo studio, passando al 40 per cento. 
Anche il voto dei disoccupati ha avuto un incremento notevole. Nel 2013 votavano Pd il 15 per cento degli italiani senza un lavoro, nel 2014, il 40. Sono percentuali che il Partito democratico, naturalmente, ha avuto modo di esaminare. Insieme ad altri dati, sempre contenuti in quello stesso studio, nei quali si sottolinea come dal 2013 al 2014 ci sia un più 50 per cento circa di voti tra artigiani e commercianti e un 20 per cento in più da imprenditori e liberi professionisti. Spiega quindi Giorgio Tonini, della segreteria del Pd: «C’è una sorta di parallelismo tra l’aumento di voto degli operai e quello dei piccoli imprenditori». E aggiunge: «Questa è la evidente conferma che quel patto tra produttori che Renzi propone, di fatto, nella realtà, esiste già e il sindacato dovrebbe prenderne atto». 




Pd, si muove l’ala sinistra Cena sulla scissione


Cresce la fronda: in 25 pronti a dire no alla fiducia sul Jobs Act
di Carlo Bertini La Stampa 29.10.14

A sinistra nel Pd qualcosa si muove, stasera si vedranno a cena una manciata di bersaniani, Davide Zoggia, Stefano Fassina e altri giovani big di Area Riformista insieme a Gianni Cuperlo, per discutere come riorganizzarsi dopo quello che è successo e come risolvere il problema della scissione. Sì, perché al punto in cui si sono messe le cose, la scissione dal Pd renziano è diventato un vero problema di tutta la minoranza. Riassumibile però, almeno per ora, con il classico “vorrei ma non posso”. 
Ieri all’ora di pranzo mancava solo il nome del locale, ancora da scegliere: dei partecipanti, un numero ristretto, alcuni dovevano ancora essere avvertiti. Al tramonto, lo scissionista per antonomasia, Pippo Civati, sosteneva di non saperne nulla. «In verità, io domani dovrei andare a cena con Filippo Taddei ma credo di non farcela perché ho un altro impegno. A me non mi hanno chiamato, ma è vero, mi risulta che stanno organizzando qualcosa...». Ore 13, sugli scalini dell’androne di Montecitorio, Davide Zoggia, ex responsabile Enti locali della «ditta» di Bersani, non solo svela che se non verrà cambiata la legge delega, in base ai suoi «calcoli» ci sarebbero «25 o 30 di noi pronti a non votare il jobs act neanche con la fiducia, ma questo non vorrebbe dire far cadere il governo che avrebbe comunque i numeri per farcela»; ma ammette che il tema della scissione agita gli animi della base in giro per l’Italia più di quanto sia percepito dall’osservatorio della capitale.
«Domani sera ci vediamo a cena in pochi, poi magari il tema sarà discusso anche in contesti più allargati. Dopo quanto successo sabato e domenica dobbiamo fare una riflessione. Ma quella sulla creazione di un nuovo partito è complessa, perché se la spinta dal territorio è forte, costruire oggi un’altra formazione non è semplice, anzi». 
Ad ostacolare qualsiasi progetto non solo è la mancanza di un leader forte ma anche «il dna di molti di noi che non è quello della vocazione minoritaria». Le analisi mostrano come vi sia spazio per una forza «con un range che va dal 5 al 10%» ma il punto di approdo ineluttabile sarebbe alla fine «allearsi sempre con il Pd», insomma con la forza da cui si prenderebbe il largo. Se quelli che sono andati in piazza si son sentiti chiedere da molti come si faccia a restare in un partito in cui non si riconoscono, a mostrarsi contrario a uscire è Gianni Cuperlo. «Non si tiene unito un partito denigrando, ma scissione è un termine che non voglio nemmeno evocare», dice al GrRai. E il fatto che nella cena di stasera non siano coinvolte personalità come Bersani non deve stupire. 
Il suo braccio destro Alfredo D’Attorre nega di esser a conoscenza dell’incontro di stasera e sostiene che in realtà le cose stanno diversamente. «La scissione sarebbe un regalo a Renzi. Una dirigente della Cgil sabato in piazza ci diceva che il mondo del lavoro chiede di stare al centro di un grande partito, non confinato in una cosa che preservi la sua purezza relegandosi però in un angolo». Altra cosa è invece «la spinta ad un coordinamento più forte delle varie aree della minoranza e proveremo a farlo su tre temi, lavoro, legge di stabilità e riforme istituzionali». Come? «Dando un segno di unità, prendendo insieme delle iniziative ma sempre dentro il partito, perché il problema vero è ridare una motivazione ai nostri per rinnovare l’iscrizione al Pd, la prospettiva di una battaglia, ma da dentro».
Chi si adombra, forse diviso tra istinto e razionalità, è Stefano Fassina, «è vero, ci vediamo, però non discuteremo di contenitori, bensì di come costruire una posizione unitaria sempre dentro il Pd». A non voler sentire parlare di scissione è l’ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, «chi vuole la scissione non venga a cercare me», intimava ieri a Omnibus. 
E qualcosa si muove anche dalle parti di Renzi, se è vero che la madre di tutte le battaglie, il jobs act, potrebbe registrare una svolta imprevista. «Matteo vuole correre e portarlo in aula l’11 novembre, prima della legge di stabilità», confida uno dei big di Montecitorio, «loro frenano, ma qualcosa concederemo. Potremmo recepire nella delega la sostanza di quanto votato in Direzione sull’articolo 18 per i licenziamenti disciplinari». Si vedrà se Renzi darà il via libera.



Tensioni nel Pd, Sposetti: "Chi vuole la scissione non venga a cercare me"
L'ultimo tesoriere dei Democratici dei sinistra: "Al massimo posso spiegare ai giovani come si legge un bilancio" Cuperlo: "E' Renzi che deve tenere unito il partito evitando di denigrare un pezzo di Paese" Damiano: "Battaglia, ma dentro il Pd" Civati: "Il premier fa cose di destra"

Repubblica 28.10.14 qui


D'Alema: così Renzi spaccherà il Paese

intervista di Fabrizio Forquet Il Sole 29.10.14

Presidente D'Alema, c'è chi parla di una Bad Godesberg italiana a proposito della Leopolda di Renzi. Anche a lei in passato è stata attribuita più di una svolta riformista. Oggi però è annoverato tra i conservatori. Dove ha sbagliato?
Credo sia semplicemente una raffigurazione falsa.
Un'offesa a una verità storica. È grottesco che si dipinga il centrosinistra italiano come un mondo che ha atteso Renzi per scoprire il riformismo. I nostri governi, a partire dal governo Amato, e poi dal governo Ciampi, dal governo Prodi, compreso il mio, vengono ora raffigurati come quelli della conservazione, ma noi abbiamo cambiato il Paese in profondità.
Converrà che c'è molto da fare...
Guardi, io spero che Renzi riesca a fare riforme all'altezza delle promesse. Per ora vedo soltanto molti annunci. E uno stile di governo preoccupante che punta a creare fratture nella società.
Renzi ha detto che con il sindacato non si tratta, al massimo lo si ascolta e poi si decide.
Appunto. Nel modo in cui vengono affrontate queste cose emerge una volontà di rottura con il sindacato che è sbagliata.
Anche lei si scontrò con la Cgil...
Ma io non ho mai usato quei toni, non ho mai detto "non vi prendo in considerazione", "più mi criticate più guadagno consenso". Questo modo di fare spacca il Paese, prima ancora che il Pd. Vengono usate parole sprezzanti verso i magistrati, verso i funzionari pubblici. Sull'articolo 18 si è condotta una polemica tutta ideologica. Il rischio è quello di avere un Paese incattivito. Mentre da questa crisi si esce solo se si torna a un minimo di concordia.
Non che lei non fosse sferzante. E sull'articolo 18 fu lei a proporre, scontrandosi con il sindacato, il superamento di quella tutela nelle imprese che superavano la soglia dei 15 dipendenti...
C'era un problema di disincentivo alle imprese a crescere. Io proposi, allora, che quelle aziende che superavano i 15 dipendenti potessero avvalersi temporaneamente della normativa precedente. Il senso non era eliminare l'articolo 18, ma estenderlo, ovviamente in modo progressivo e non automatico ai lavoratori che prima non avevano quella protezione.
Il sindacato però vi bloccò.
Il sindacato si oppose prendendo una posizione sbagliata. Sarebbe cresciuto il numero dei lavoratori tutelati. Adesso si sta cercando di fare una cosa molto diversa. Una battaglia tutta ideologica. Si è detto "non esiste più il posto fisso". Ma questo è noto da venti anni. Da allora sono state fatte varie riforme del lavoro. E ora il problema è l'eccesso di precarietà, non il contrario. È lo stesso governo, giustamente, a sostenere che la filosofia del Jobs Act è quella di promuovere un numero maggiore di contratti a tempo indeterminato. Quindi, evidentemente, anche per Renzi il posto fisso è un valore positivo.
Il problema è che oggi il contratto a tempo determinato è troppo rigido per l'impresa e quasi nessuno assume più con quel tipo di contratto. Va reso più conveniente. Non è un caso se oggi l'85% dei lavoratori viene assunto con contratti non a tempo indeterminato. 
Lo so. Infatti abbiamo introdotto già molti anni fa politiche per incentivare l'uso di quel contratto attraverso bonus fiscali.
Non hanno funzionato granché se il dato è quello che le dicevo.
Purtroppo la storia delle politiche sul lavoro non è lineare, dopo di noi ci sono stati altri governi. C'è stato il governo Berlusconi che ha puntato sui contratti più precari. Ma all'inizio quegli incentivi avevano funzionato.
Il contratto a tutele crescenti può essere una soluzione?
Può esserlo. Ma vedo due contraddizioni nel progetto di Renzi. La prima l'ha sollevata Tito Boeri: gli incentivi nei primi tre anni, se sommati alla possibilità di licenziare, possono portare ad abusi e aumentare la precarietà. La seconda riguarda proprio l'articolo 18. Nella delega non se ne parla. E anche Renzi all'inizio non sembrava intenzionato a toccarlo. Poi ha cambiato idea. Il vero problema è che mentre i lavoratori più anziani possono ottenere dal magistrato la reintegra, ciò non sarà possibile per i lavoratori più giovani, assunti con i nuovi contratti. In questo modo si renderà stabile una diseguaglianza, altro che legge a favore delle nuove generazioni. Ho sinceramente dei dubbi che questa differenza di trattamento sia costituzionalmente accettabile. Tra l'altro, sull'articolo 18 già abbiamo votato la riforma Fornero. Abbiamo già cambiato, non senza un confronto aspro con i sindacati. È una riforma che ha un anno e mezzo di vita. Valutiamo gli effetti di quella riforma, tanto più che i primi segnali sono positivi, nel senso che c'è una forte riduzione del ricorso alla magistratura. 
Si ipotizza, nell'ambito del contratto a tutele crescenti, che l'articolo 18 arrivi solo dopo un certo numero di anni. Almeno questo è accettabile per lei?
Sì, questo si può fare. Ma nel senso che dopo un periodo di prova, scatta l'assunzione a tempo indeterminato e quindi le tutele che ne derivano.
Cosa succederà in Parlamento sul Jobs Act. Parte del Pd si sfilerà?
Non lo so. Io non sono in Parlamento. Come ho detto trovo stravagante che si parli di articolo 18 e poi si voti una delega dove di articolo 18 non c'è traccia. 
D'Alema non possiamo ignorare che siamo in una crisi profondissima. Se non si renderà più conveniente per le imprese assumere e investire, difficilmente vedremo una ripresa.
Sono d'accordo, ma allora parliamo dei temi veri del riformismo. Oggi la priorità è risollevare la produttività del lavoro e in questo senso credo che dovremmo aprire una discussione seria sul decentramento dei contratti. I sindacati andavano ingaggiati su questo. È qui che ci differenziamo davvero dalla Germania, è qui che i tedeschi ci battono.
Che giudizio dà di questa legge di stabilità?
Si conferma l'orientamento verso le politiche di austerità, ma si ottiene uno sconto. Questo è il senso di quanto sta accadendo. Figurarsi, lo sconto va bene ma certo non c'è un cambio di logiche, non c'è la svolta auspicata. Non è colpa di Renzi. È che in Europa manca il cambiamento necessario verso la crescita. Si è capito che il fiscal compact non si può applicare, questo è positivo. Ma anche sugli investimenti l'impegno dei 300 miliardi annunciato da Juncker è troppo modesto e troppo vago, come ha osservato oggi anche Romano Prodi, che ha sottolineato la differenza tra l'impegno americano per la ripresa e la scarsa rilevanza di quello europeo. Sono completamente d'accordo con lui.
Renzi poteva ottenere di più in Europa?
Diciamo che finora si è manifestata una notevole debolezza del campo delle forze socialiste. Merkel non ha vinto le elezioni, ma ha decisamente vinto il dopo-elezioni. Ha dimostrato di essere l'unico leader che ha una visione europea.
Non sarà diventato un ammiratore della Merkel?
Lei si è mossa come il vero capo dei conservatori europei. Non ha rivendicato poltrone per i tedeschi, non ha puntato a un risultato facile per ottenere il plauso di qualche giornale di casa, ma ha di fatto blindato intorno ai conservatori tutte le posizioni chiave della nuova Europa. Va ammirata la sua qualità di leader politico, anche se opera per finalità che non condivido.
Si dice che lei abbia cambiato atteggiamento verso il premier perché lui non ha mantenuto il patto che prevedeva per lei la nomina a rappresentante della politica estera europea...
Se uno dovesse litigare con Renzi perché lui viene meno alla parola data, la lista dei litiganti sarebbe infinita. No, io vivo felice, non ho problemi di carattere personale. Discuto del merito delle questioni.
Il vincolo del 3% nel rapporto deficit/Pil ha ancora senso?
No, non ha senso. Credo che si dovrebbe ricorrere a una golden rule per tutti gli investimenti che producono occupazione e innovazione. E nello stesso tempo bisogna ricorrere a forme di mutualizzazione del debito.
I tedeschi non ci sentono.
Però una proposta in questo senso era venuta proprio dal consiglio degli economisti tedeschi.
Parliamo di legge elettorale. La convince il premio alla lista?
La legge elettorale è un pasticcio. Inoltre, a mio parere presenta evidenti problemi di incostituzionalità su diversi punti cruciali, anche in relazione alla sentenza della Corte Costituzionale. Il premio al partito sarebbe un passo avanti, ma non ho capito se Berlusconi lo accetterà.
Non le piace neppure la riforma del Senato...
Mi chiedo verso quale bicameralismo stiamo andando. Da una parte deputati nominati dai capi partito, dall'altra senatori nominati dai consigli regionali. Dico: ci vorrà pure qualcuno eletto dai cittadini o no? Non mi sembrano grandi riforme.
Sono punti qualificanti dell'azione di governo su cui una parte del Pd, come lei, non è d'accordo. Si parla insistentemente di scissione all'interno del partito. La ritiene plausibile?
No, sarebbe un errore. Bisogna battersi nel Pd per le idee e i valori in cui crediamo. Naturalmente dobbiamo prendere atto che questo partito è diverso da quelli che abbiamo conosciuto fino ad oggi e quindi dobbiamo fare come fa Renzi, il quale all'interno del Pd si è organizzato senza farsi tanti problemi, neppure in rapporto alla sua funzione di segretario. Se non si vuole una scissione silenziosa, fatta di tante persone che non rinnovano la tessera, si deve rendere più visibile e incisiva la presenza delle posizioni autenticamente riformiste.
Nei prossimi mesi questo Parlamento potrebbe essere chiamato a eleggere il nuovo capo dello Stato, le prove che si sono fatte con i giudici costituzionali non sono tranquillizzanti.
Penso che i tempi siano maturi per individuare una personalità femminile. Non è un vincolo assoluto, e il capo dello Stato va sempre scelto per le sue caratteristiche di autorevolezza, ma volgerei certamente le attenzioni a una donna che possa essere anche una figura di garanzia. Ce ne sono. E con un Paese che tende a spaccarsi ce ne sarà molto bisogno.



Massimo D’Alema ”La scissione sarebbe un errore" 
Intervistato dal Sole 24 ore respinge l'idea di divorzio dentro il Pd ma critica Renzi: "Il suo atteggiamento spacca il Paese" 

L’Huffington Post 29.10.14 qui

I vantaggi della battaglia interna
di Marcello Sorgi La Stampa 29.10.14
Dopo Bersani, che in un’intervista a «Repubblica» aveva detto che non ha alcuna intenzione di partecipare a un’eventuale scissione della minoranza Pd, anche Damiano, il presidente della commissione lavoro della Camera che nei prossimi giorni dovrà guidare il primo confronto sul Jobs Act a Montecitorio, si schiera contro l’ipotesi della rottura, nata a cavallo della grande manifestazione della Cgil di sabato.
È del tutto logico che questa sia la posizione prevalente degli oppositori interni di Renzi, anche se i più giovani Fassina e Civati qualche dubbio ce l’hanno. La generazione che un quarto di secolo fa ammainò la bandiera del Pci difficilmente potrebbe accettare di fare il percorso inverso, per riaffacciarsi in un campo. quello della sinistra radicale. diviso e affollato di ambizioni e risentimenti personali. A modo loro Bersani, D’Alema e il gruppo di post-comunisti usciti sconfitti nella partita con Renzi rivendicano di aver contribuito alla trasformazione in senso riformista del Pds, dei Ds e del Pd e alla costruzione di un centrosinistra di governo, sia pure con risultati alterni e in buona parte incompiuti. Di qui l’orgogliosa rivendicazione dell’appartenenza al partito fondato (meglio, rifondato) da Veltroni, e guidato da Franceschini e Bersani prima dell’attuale premier.
Ma ci sono altre ragioni per cui la minoranza Pd preferisce la battaglia interna alla rottura. La prima è che le scissioni, quando si fanno, si organizzano a ridosso di elezioni, che in questo caso non sono ancora sicure. La seconda è che alla Camera i bersaniani sono convinti di poter contare su rapporti di forza diversi da quelli del Senato: ci sarebbero una trentina di voti di deputati da negoziare e un buco di queste dimensioni metterebbe a rischio l’approvazione del Jobs Act, la riforma più attesa dall’Italia in Europa.
E qui si inserisce la terza ragione per cui la minoranza si prepara a trattare con il segretario. In Parlamento nelle prossime settimane marceranno insieme il Jobs Act e la nuova legge elettorale, che Renzi vorrebbe far approvare entro la fine dell’anno, in una stagione in cui il calendario dei lavori è già gravato dalla legge di stabilità. Si delinea quindi la possibilità di uno scambio tra voto a favore del Jobs Act e modifica dell’Italicum, all’interno del quale Renzi vorrebbe spostare il premio di maggioranza dalla coalizione alla lista, mentre la minoranza, in accordo con gli alleati minori del governo, vorrebbe inserire le preferenze. Le quali, nel clima di rivoluzione permanente che Renzi mantiene nel Pd, rappresentano per la vecchia guardia la garanzia per potersi confrontare sul territorio e tra gli elettori di centrosinistra e assicurarsi una rappresentanza parlamentare, limitando il potere del leader di scegliersi gli eletti.