giovedì 23 febbraio 2017

La rivalutazione strisciante del colonialismo nelle élites europee

















Giusta la critica del dirittumanismo. Peccato che critica e apologia valgano alternativamente quando si tratta di celebrare l'Occidente o rimuoverne le colpe [SGA].

Il rovescio della tanto celebrata "teologia politica": la critica del comunismo novecentesco come fede religiosa



Lo storico De Giorgi. «Comunismo, una fede tragica»
«Non si può spiegare l’attrazione di massa senza far riferimento a una religione popolare e atea che prometteva il paradiso ma si rivelò l’inferno in terra»Avvenire Roberto Festorazzi mercoledì 22 febbraio 2017

Olocausto palestinese: i deboli piacciono non violenti e negri da cortile


L'Intifada combattuta a colpi di non violenza
MICHAEL CHABON E AYELET WALDMAN  Rep 22 2 2017
Da mesi Issa Amro, nato nella città di Hebron e illustre sostenitore palestinese della resistenza non violenta, aspetta di sapere quando sarà processato e giudicato da un tribunale militare israeliano. È stato accusato di una serie di reati che vanno dalla partecipazione a manifestazioni non organizzate all’“offesa a un soldato”. Le due accuse più gravi a suo carico parlano di aggressione a una coppia di militari e al coordinatore per la sicurezza di un insediamento. In entrambi i casi, risalenti il primo al 2010 e il secondo al 2013, l’esercito afferma che Amro ha preso a spintoni i suoi antagonisti. Amro respinge le accuse e fa notare che in entrambi i casi è stato lui a subire conseguenze fisiche. Le forme di crudeltà insensata sono del tutto comuni nella vita nei territori occupati, ma da nessuna parte sono più frequenti che a Hebron.
al checkpoint e ha trovato la ragazza rannicchiata e tremante. Si è inginocchiato accanto a lei e le ha parlato, dicendole che se avesse cercato di pugnalare un soldato sarebbe morta di sicuro. Lei ha risposto «non mi interessa, tanto per me non c’è speranza ». Amro le ha allora fatto presente che la sua morte non avrebbe aiutato la Palestina e che la sua comunità aveva bisogno di lei. Le ha parlato dei molti modi con i quali ci si può opporre a un’occupazione senza far ricorso alla violenza. «Non mi ha creduto » ricorda Amro, «ma ho iniziato a farle un esempio dietro l’altro ». Alla fine lei gli ha consegnato il coltello e lui l’ha affidata alla polizia palestinese. Da allora Amro ha ricevuto altre chiamate di aiuto per sventare atti violenti. Tra gli altri casi, c’è stato anche quello di una giovane donna che gli ha scritto su Facebook dicendo di volersi armare di coltello e andare incontro al martirio per il bene della causa palestinese. Anche in questo caso, Amro è riuscito a farle cambiare idea perorando la causa della non violenza: ha subito contattato gli amici della giovane, che sono riusciti a fermarla.
Questo dunque è l’uomo che ora rischia di scontare una lunga condanna in un carcere militare israeliano per reati che comprendono un battibecco da scuola infantile con parole che non ha mai pronunciato e un’aggressione della quale dice che non avrebbe potuto macchiarsi. L’accusa deve ancora rispondere alla mozione presentata dal suo avvocato di far cadere quattordici delle diciotto imputazioni a suo carico, sulla base di un “abuso di giustizia” e del fatto che esse sono
state criticate da più parti.
Agli occhi del mondo l’impegno di Amro per la non violenza lo ha reso un portavoce di particolare rilievo e visibilità per il suo popolo. L’anno scorso ha ricevuto le visite di alcuni membri del Congresso americano e, pur essendo imminente la data originaria fissata per il suo processo, è andato in Belgio dove ha conosciuto il presidente del Parlamento europeo e ha preso la parola davanti all’assemblea dei parlamentari.
Esistono palestinesi che uccidono, che indossano giubbotti imbottiti di esplosivo per farsi saltare in aria, usano autobombe, aggrediscono a coltellate soldati e civili israeliani. Issa Amro non appartiene a questa categoria: al contrario, il suo impegno nei confronti del movimento che considera la resistenza non violenta l’unica strada percorribile per indurre un cambiamento duraturo, è la migliore speranza di pace per palestinesi e israeliani.
Se Israele perseguita e persegue penalmente organizzatori comunitari come Amro, alla gioventù palestinese non resterà nessun modello al quale fare riferimento per capire come dissipare frustrazione e disperazione. Gli unici rimasti saranno come Mohammad Tarayreh, che il 30 giugno 2016 si è intrufolato nell’insediamento di Kiryat Arba alla periferia di Hebron, ha fatto irruzione nella camera da letto di Hallel Yaffa Ariel, una tredicenne israeliana, e l’ha pugnalata a morte. A furia di incatenare il pugno alzato della resistenza, lasceranno libera soltanto la mano che impugna il coltello.
© 2017, The New York Times Traduzione di Anna Bissanti

Alesina e Giavazzi vogliono una sinistra ancora più neoliberale

Alesina & Giavazzi


Come reagire alla sfida dell’innovazione 
Alberto Mingardi Stampa 23 2 2017
Il trattore che si guida da solo, i tassisti che protestano contro Uber. L’innovazione stupisce e spaventa. Il trattore raccoglierà e trasmetterà dati mentre marcia fra i filari. Le auto bianche vogliono evitare una più accesa concorrenza da parte degli Ncc. Dopo sei giorni di sciopero, conclusisi soltanto con l’apertura di un canale preferenziale col governo, è facile immaginare quale sarà la loro reazione, quando si affacceranno sul mercato le vetture senza conducente.
Si teme che il progresso tecnologico porti a una società divisa in due: pochissimi che vivono dei suoi frutti, moltissimi che perdono il lavoro. Di qui l’idea che non sia sbagliato mettere alla porta oggi Uber, e domani chissà quale altra tecnologia che scardina vecchi meccanismi. Di qui la proposta di «tassare i robot», fatta propria pure da Bill Gates, per distribuire più equamente i benefici dell’innovazione.
A scanso di equivoci, pagare le tasse non è una cosa che facciano le macchine e neppure le aziende: è un’esclusiva degli esseri umani. Le conseguenze sono quindi le stesse che ci si può aspettare da qualsiasi inasprimento fiscale sull’impresa: si riducono i dividendi per gli azionisti o i salari degli impiegati o si alzano i prezzi per i consumatori. 
L’imposta sui robot, nelle intenzioni di chi la propone, colpirebbe i profitti. Non è detto, però, che vada così.
L’unica cosa certa è che rallenterebbe l’adozione di nuovi macchinari. Tiriamo un sospiro di sollievo? Meno innovazione è il prezzo da pagare per avere una società più equa?
Le profezie sul futuro vanno paragonate con quel che sappiamo del passato. Da due secoli e mezzo conviviamo con un’automazione sempre maggiore: cerchiamo, per quanto possibile, di sostituire lavoro umano con macchinari. L’agricoltura è un buon esempio. A inizio ’900, in Italia, più del 60% degli occupati lavorava nel settore primario. Oggi, anche prima del trattore autoguidante, meno del 4%.
Non produciamo di meno ma di più. Non ci sentiamo minacciati dalla scarsità di cibo. La produttività, cioè quanto prodotto ciascun addetto riesce a realizzare, è cresciuta vertiginosamente. Tutti ne abbiamo beneficiato: un secolo fa la metà del reddito degli italiani finiva in spesa alimentare, oggi il 15%.
La stessa cosa avviene nell’industria manifatturiera: con meno lavoro umano, riusciamo a fare più cose. E’ stata una grande «liberazione» dalla fatica. Si sono ridotti i lavori insalubri e fisicamente massacranti: la catena di montaggio degli Anni 50 e quella da cui oggi escono i trattori di Cnh richiedono un impegno fisico ben diverso. Ciò non vuol dire che l’innovazione non faccia vittime. Molte persone si trovano spiazzate, perdono il lavoro e non riescono a ricollocarsi. La politica dovrebbe provare a dare un senso a parole che ha generosamente esibito come slogan: tipo «formazione continua».
E’ difficile applicare un principio di precauzione: nessuno sa in che direzione vada il progresso. Di per sé, nulla garantisce che una tecnologia nuova sia preferita a una vecchia: la maggior parte delle persone tutt’oggi apprezza gli asciugamani «tradizionali» più di quelli elettrici. Qual è la novità buona e qual è quella cattiva lo decide solo il consumatore. E perché mostri il pollice alzato, bisogna che percepisca che quell’innovazione gli migliora la vita.
Se il progresso ha un costo sociale, lo hanno anche i progressi mancati. Rallentare l’innovazione non amplierà la platea dei beneficiari. Per offrire stabilità di condizioni ad alcuni gruppi va a finire che priviamo di nuove opportunità tutti gli altri: oggi staremmo meglio o peggio, se avessimo frenato la diffusione dell’automobile per tutelare i cocchieri? In gioco c’è qualcosa che sbagliamo a dare per scontato: la capacità delle nostre società industriali di continuare a generare nuovi prodotti e nuovi servizi. Attenzione a dissanguare la pecora che si vuole tosare.
alberto.mingardi@brunoleoni.com

Il mito di Aldo Manuzio


Un inedito di Ermanno Rea

Risultati immagini per ermanno rea
Caravaggio al cospetto del Grande Inquisitore 

Il pittore davanti a un tribunale ecclesiastico. La libertà dell’artista e le costrizioni imposte in nome della fede. Un monologo teatrale inedito di Ermanno Rea
ERMANNO REA Rep 22 2 2017
Questo monologo si svolge, in parte, nella bottega romana di Caravaggio, mentre il pittore osserva, con aria affranta, una grande tela bianca; in parte, in un’aula di un tribunale dell’Inquisizione. È un momento drammatico per il grande artista. In un accesso d’ira ha ucciso un uo per il grande artista. In un accesso d’ira ha ucciso un uomo. Deve di necessità fuggire da Roma, abbandonare la casa in cui abi Deve di necessità fuggire da Roma, abbandonare la casa in cui abita, gli amici più devoti, mecenati e protettori, e tutto questo lo induce a passare in rassegna, dolorosamente, la sua vita sino a quel giorno. Davanti alla tela bianca sogna. Congettura. Delira. E ricorda. Di essere stato sottoposto, tempo addietro, a una sorta di minacciosa reprimenda da parte di un vecchio Inquisitore, presenti i componenti dell’intera Sacra Congregazione. Ne rievoca la voce, le parole sferzanti che lo invitavano all’obbedienza, all’ossequio passivo a Santa romana Chiesa. Ma si tratta di un ricordo reale? Non si sa. Potrebbe trattarsi di un ricordo immaginario, falso; il ricordo di un evento mai avvenuto. Infatti le cronache dell’epoca non registrano alcun interrogatorio subito da Caravaggio da parte dell’Inquisizione. (…) ( Caravaggio siede al centro dell’aula. Entra l’Inquisitore: claudicante, anziano, volto segnato da rughe profonde. Cammina lentamente, appoggiandosi al braccio del Vicario, un prelato notevolmente più giovane.)
L’INQUISITORE Annotta presto, fratello, e io temo l’umidità romana come la peste. Spero che ci sbrigheremo alla svelta, anche se oggi l’uomo da interrogare è un osso duro, una di quelle anguille che ti scappano continuamente dalle mani. Ho trascorso una notte terribile, insonne. Il mal d’ossa non mi ha dato pace. Vedi come cammino? Non c’è niente che mi renda molesto il mondo intero come il mal d’ossa. Temo di essere diventato troppo vecchio e stanco per continuare a praticare il mestiere dell’accusatore. È arrivato il momento di passare la mano. Grazie, ci siamo… ( Il Vicario lascia l’Inquisitore accanto a un tavolo dietro al quale è collocata un’imponente poltrona.)
Reverendissimi Padri, ecco al vostro cospetto Michelangelo Merisi da Caravaggio, un pittore che gode di vasta fama e soprattutto di protezioni importanti. Noi però non siamo qui riuniti per processarlo (benché non ci mancherebbero gli argomenti per farlo). Siamo qui per interrogarlo e ammonirlo, nella speranza che voglia correggere i suoi orientamenti e porsi sinceramente al servizio di Santa romana Chiesa, senza offenderla fingendo di onorarla. ( Brusii) Vi prego, fratelli, controllate i vostri malumori. So bene che tra voi c’è chi è particolarmente allarmato dai comportamenti privati e pubblici di questo brusco personaggio, autore di un oltraggioso quadro intitolato La morte della Vergine. Mi è noto quanto vi abbia turbato la visione di questo dipinto, quanto vi abbia indignato la pretesa del pittore di raffigurare la madre di Gesù, la Madonna, con le sembianze di una ragazza di vita, di una prostituta, morta suicida nelle torbide acque del Tevere. Sono d’accordo con voi: si tratta di una provocazione che mette a dura prova la nostra capacità di sopportazione. E non soltanto, badate, per via dell’oltraggio formale, blasfemo, a una delle nostre più venerate icone, ma anche, se non soprattutto, per il significato simbolico della rappresentazione, che pretende di collocare il divino non fuori dall’uomo, ma dentro di lui, connaturato a lui. Perfino nel caso di una prostituta. Fratelli, quel quadro è di una drammaticità intrisa di peccato.
Il corpo della Madonna – volto tumido, mano pendula, ventre prominente – ha la disarticolazione della morte violenta, del trapasso privo di conforto e assistenza. Dal panneggio della veste emergono i suoi piedi nudi. In primo piano, alla destra di chi osserva il quadro, una donna piange a testa in giù: sembra quasi di udire i suoi singhiozzi. È Maria Maddalena. Intorno alla Vergine si affollano gli apostoli, a loro volta in lacrime: sono anche loro scalzi, e sono anche loro segnati dalla spiritualità disarmata degli oppressi. È un quadro che sconvolge, non ci sono dubbi. A furia di scrutarlo, finisci pure tu per trovarti in mezzo a quella gente, a piangere con loro, a immaginarti come loro coperto da un logoro mantello e di stare a piedi nudi respirando il rosso pulviscolo di un ambiente dipinto ricorrendo a tutte le sfumature del carminio, il colore della disperazione.
Fratello, ti leggo negli occhi la domanda che ti arrovella. Ti chiedi da chi derivi messer Caravaggio le sue idee ribelli. Non ci sono dubbi: dall’apostata nolano, l’eretico impenitente Giordano Bruno che fu condotto in Campo dei Fiori e qui spogliato nudo, legato a un palo e bruciato vivo, come raccontò a suo tempo il Giornale dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, che non dimenticò di citare neppure le litanie cantate dai “confortatori” che lo invitavano a desistere dalla sua ostinazione. Sono completamente d’accordo con te. Non affermò forse il Nolano che la Natura, compresa la più degradata, non è altro che Dio nelle cose? Ma non è la sua sola perla! Ne ha dette tante! Per esempio su Maria, negandone la verginità come ora, sulla sua scia, sembra fare anche Michelangelo Merisi, che per rappresentare la madre di Cristo ha assunto come modello il corpo sfatto di una meretrice suicida. Le connessioni tra i due personaggi sono insomma sotto gli occhi di tutti e sarebbe per chiunque un gesto a dir poco temerario cercare di smentirle. Lui però, Caravaggio, le smentisce!
Reverendi Padri, viviamo in un mondo di dissimulatori che ci vengono incontro, immancabilmente, con un gran sorriso ingannatore sulle labbra, che noi però dobbiamo essere capaci di smascherare, rivelandone l’effettiva natura perversa. Ma non al solo scopo di punire. Dicono che abbiamo punito sin troppo, che dobbiamo mitigare le nostra severità, che dobbiamo piuttosto intimorire, meglio ancora convincere, in ogni caso mostrare tratti di magnanimità… Già! Saremmo poco magnanimi.
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mercoledì 22 febbraio 2017

Una nuova rivoluzione di portata storica nell'industria dell'agricoltura


E il trattore va (da solo) L’industria si prepara alla sfida dell’agricoltura 4.0 
Cnh Industrial lancia il primo modello al mondo a guida autonoma 
Leonardo Martinelli Stampa 21 2 2017
Un trattore che si sposta da solo, senza operatore a bordo. Non c’è proprio la cabina: è il primo e unico al mondo. Ma non solo, una macchina intelligente, che ragiona. Riceve i dati metereologici satellitari e può prendere una decisione. «Se il temporale sta arrivando e il trattore sta seminando, può decidere di fermarsi e aspettare che passi. O accelererà per portare avanti il lavoro prima che sia obbligato a cessarlo, a causa del maltempo – sottolinea Antonio Marzia, ingegnere, responsabile dell’automazione del nuovo trattore intelligente del marchio Case Ih, gruppo Cnh Industrial - Prenderà la sua decisione in funzione della migliore produttività possibile». 
Benvenuti nell’agricoltura 4.0. Ieri, vicino a Monthyon, in una di quelle classiche distese cerealicole, che si estendono a Nord di Parigi, è stato presentato questo trattore, per il momento un concept, «ma che dall’anno prossimo sarà utilizzato a livello sperimentale da alcuni agricoltori», sottolinea Matthew Foster, vicepresidente di Case Ih. «E potrebbe essere commercializzato a partire dal 2020», precisa Marzia. Eccola la «bestia», nel senso che è proprio grosso, un modello già esistente, il Magnum, da 370 cavalli, che è stato riadattato per diventare il primo trattore completamente autonomo. 
Anche con una nuova estetica. «Volevo che fosse bello e funzionale come una Maserati», dice David Wilkie, direttore del design di Cnh Industrial, gruppo italo-americano, controllato al 26,9% da Exor, la holding della famiglia Agnelli. «Abbiamo immaginato linee fluide, rotonde, ma con una certa tensione», aggiunge Wilkie, che per anni ha disegnato auto. E si vede.
Di trattori con l’autoguida ce ne sono già in commercio. Ma qui si va decisamente oltre. Con una serie di sensori, radar e telecamere il mezzo riesce a individuare ogni ostacolo che all’improvviso si materializzi sul suo cammino, procedendo in sicurezza. I sensori sono gli stessi utilizzati da Tesla, Google o varie case automobilistiche che stanno lavorando sull’automobile senza conducente. L’operatore imposta il lavoro da effettuare a distanza sul suo tablet, dal quale potrà gestire più trattori allo stesso tempo. 
Dire che questo autonomo ragioni, significa che, ad esempio, traccia i percorsi più efficienti in base al terreno (con risparmio di carburante e di pesticidi). Oppure, come visto, si adatta alle condizioni del tempo, con il vantaggio di poter essere utilizzato sette giorni su sette e 24 ore su 24, se necessario. «È una risposta alla variabilità meteorologica – aggiunge Marzia – e anche alla scarsità di manodopera qualificata, soprattutto in Paesi come gli Usa e l’Australia».
D’altra parte, viste le dimensioni, questa trattrice è destinata in primis a quei due Paesi e alle loro grandi coltivazioni cerealicole. Oppure al Sudafrica e a certe aree della Francia e della Germania. Il concept, comunque, rappresenterà il primo modello di una nuova generazione che, con il tempo, potrà proporre mezzi più piccoli, adatti a un vigneto italiano. La produzione di dati è di dieci giga al giorno, che potranno essere rielaborati da agronomi o inviati a banche e assicurazioni, per il calcolo della quotazione di un future sulle derrate agricole.
Ritornando al design, inizialmente doveva essere opaco, senza l’utilizzo di vernice metallizzata, per non fare da schermo all’automazione. «Ma non era possibile, non andava bene - conclude Wilkie - Poi abbiamo trovato una soluzione. Solo alcune parti sono nere, per il resto abbiamo potuto utilizzare il metallizzato e colori vivaci». Perché il trattore intelligente, doveva dare fiducia. Ed essere di bella presenza. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

I campi di concentramento e di lavoro per i giapponesi-americani internati negli Stati Uniti durante dopo Pearl Harbor


E Roosevelt firmò l’ordine “Internate i giapponesi” 
MICHELE SMARGIASSI Rep FOTOGRAFIE DI ANSEL ADAMS E DOROTHEA LANGE
“NATI liberi e uguali”. Alla fine del 1944, nel momento più duro della guerra nel Pacifico, gli americani trovarono in edicola un libretto che aveva questo titolo, preso dalle costituzioni indipendentiste, futuro articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Era un libro di fotografie male stampate, ma erano firmate da Ansel Adams, già allora una star della fotografia americana. Raccontava la vergognosa storia della deportazione di centomila “alieni” nella patria dei liberi ed eguali.
L’Ordine Esecutivo 9066 venne firmato dal democratico presidente Usa Franklin Delano Roosevelt settantacinque anni fa, nel febbraio del 1942. Due mesi dopo l’oltraggio di Pearl Harbor.
Stabiliva che ogni cittadino americano di origine giapponese dovesse essere considerato un “nemico alieno” da internare in campi di sicurezza. Le operazioni furono rapide. I campi furono dieci. Gli alieni 110 mila. Fino a un momento prima erano “buoni americani”, famiglie felici, piccola e media borghesia delle professioni e delle botteghe, working class laboriosa. Un attimo dopo erano spossessati di tutto, un tumore da asportare.
Presentata come precauzione contro il “nemico interno”, l’operazione svelò subito il suo volto di fobia razziale. “La razza giapponese è una razza nemica” dichiarò il generale John L. De Witt, difensore del fronte occidentale, «i cui effetti non si diluiscono neppure dopo tre generazioni». I giornali tradussero così: «Una vipera nasce vipera dovunque sia stato deposto l’uovo», scrisse il Los Angeles Times. Sulle vetrine dei negozi californiani comparvero i cartelli No Japs Wanted. Life insegnava ai suoi lettori come distinguere i tratti somatici di un giapponese da quelli di un cinese.
Adams visitò il più affollato dei campi, Manzanar, in un’arida valle (la stessa di Ombre rosse) tra Los Angeles e San Francisco, nell’ottobre del ’43, su invito del direttore di quella città- prigione per vittime incolpevoli. Una rivolta era appena scoppiata, due giovani nippoamericani erano stati uccisi dalle guardie. C’era bisogno di rimettere un po’ a posto le cose con l’opinione pubblica. Gli fu vietato di fotografare il filo spinato, le torrette di sorveglianza, qualsiasi “atto di resistenza”. Fu avvisato che i suoi provini sarebbero passati al vaglio della censura. Del resto, agli internati stessi era vietato fotografare.
Adams scelse allora, lui patriarca del paesaggio americano, di concentrarsi sui ritratti. Nella speranza che mostrassero l’umanità e la stoica dignità “nonostante tutto” di quegli americani negati dall’America. Born Free and Equal fu autorizzato. Era un libro innocuo. La potenziale critica del suo titolo fu contraddetta dal sottotitolo: La storia dei leali nippo-americani.
Quello che gli americani non videro fu un altro reportage fotografico. Prodotto un anno prima da Dorothea Lange, fotografa consapevole (sì, quella della Madre migrante) su incarico della War Relocation Authority.
Ma la più coraggiosa Dorothea, indignata per quello che vedeva, forzò i divieti, allargò il campo visivo, fotografò lo spaesamento, la costrizione, la silenziosa resilienza degli internati. Le sue fotografie non furono mai stampate. Per decenni restarono chiuse negli archivi di Stato con la stampigliatura Impounded: sequestrate. Solo nel 1988 il Congresso Usa approvò una mozione di pentimento e scuse. Ma nell’America di Trump, del muro antimessicano, del Muslim Ban, quella storia dimenticata torna a rintoccare nel subconscio civile di una nazione. A Manzanar, oggi, c’è solo una bandiera americana che sventola su un deserto.
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IL REPORTAGE E GLI AUTORI
Questo reportage d’autore, firmato Dorothea Lange e Ansel Adams, racconta la deportazione nel 1942 dei cittadini nippo- americani ( ma anche italiani e tedeschi) in vari campi di concentramento, tra cui quello di Manzanar, in California, avvenuta con l’ordine esecutivo del presidente Roosevelt due mesi dopo l’attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941. Le fotografie però sono parte della “ propaganda” americana, ed è per questo che i giapponesi sembrano quasi contenti nonostante la deportazione.
Ansel Adams ( 1902- 1984), fotografo statunitense, è noto per le sue immagini in bianco e nero di paesaggi dei parchi nazionali americani, soprattutto quello di Yosemite. È stato tra i fondatori del Gruppo f/ 64, un’associazione di fotografi di San Francisco.
Dorothea Lange, nata Dorothea Margaretta Nutzhorn ( 1895- 1965), è stata una fotografa e giornalista americana. È famosa soprattutto per i suoi lavori durante la Grande Depressione dopo la crisi del 1929.
Tutte le foto di queste pagine sono archiviate e conservate dalla Biblioteca del Congresso di Washington
GLI SCATTI
In questa pagina, alcuni scatti di Ansel Adams: a destra ritratti di giapponesi negli Usa nel 1943 in California. Nella foto grande, lavoratori giapponesi nel centro di internamento di Manzanar. Nella pagina a sinistra, dall’alto, un’insegna “ Io sono americano” a Oakland, nel marzo 1942; bagagli di giapponesi a Salinas ( entrambe le foto sono di Dorothea Lange); una coppia di giapponesi a Manzanar in apparenza felici( foto di Adams) nel 1943; lavoratori nei campi a Guadalupe, California, nel 1937 prima della deportazione ( foto di Lange)

Ripubblicate le cronache coloniali di Mario Appelius



La decapitazione di Marino Falier. Il parere del Nostro Toynbee

Libro Il doge di Venezia Giorgio RavegnaniGiorgio Ravegnani: Il traditore di Venezia. Vita di Marino Falier doge, Laterza

Risvolto

Se una parola riassume in sé la singolarità di Venezia, evocandone gli splendori, questa è "Doge". Sorta nell'ambito del dominio bizantino, la città si ispira a Bisanzio anche nelle sue originarie forme di governo: il Dux, istituito intorno al 697, è un governatore generale a cui i Veneziani avrebbero poi dato il nome di "Doge". Dall'elezione alle funzioni pubbliche, dal cerimoniale al palazzo, il libro illustra la storia e il ruolo secolare di questa prestigiosa figura che incarna la straordinaria ascesa della Repubblica veneziana, fino al declino con l'arrivo di Napoleone nel 1797.              

La festa appena cominciata è già finita


Crepe nel fronte anti-Renzi In bilico l’addio di Emiliano 

Il governatore prova l’ultima mediazione per ritardare il congresso 

Amedeo La Mattina Stampa 21 2 2017
Michele Emiliano tratta e riflette. È stato tutto il giorno incollato al telefono con gli emissari di Renzi, è andato al ministero per lo Sviluppo economico dove ha incontrato la viceministro Teresa Bellanova per la questione dell’Ilva. Ha sentito Speranza e Rossi che temono moltissimo che il governatore voglia rompere il fronte degli scissionisti. Vuole capire che spazio avrebbe se, rimanendo nel Pd, si candidasse alla segreteria e sfidasse Renzi. Lui in serata dice: «Non so se andrò alla direzione del Pd. Sto ancora riflettendo con i miei sul territorio, in Puglia e in altre Regioni. Ho parlato con molte persone che ho conosciuto in queste settimane e che guardano a me con interesse. Vediamo se ci sono le condizioni per fare un’altra cosa».
Michele Emiliano è tormentato, è in bilico, non vuole ancora sciogliere la riserva, non vuole imbarcarsi in un’avventura politica che appaia una Cosa rossa ad egemonia ex comunista, ex diessina, con la regia di D’Alema. Sta cercando di capire se sarà una cosa nuova, se tra militanti e amministratori c’è una vera scissione. Non vuole una bolla di sapone. «Comunque deciderò nella giornata di martedì con Rossi e Speranza. Rifletterò ancora questa notte perché qui non si tratta di una scelta semplice: le implicazioni sono tante, nelle Regioni e anche rispetto al governo». Il governatore spiega che sbagliano coloro che pensano che lui abbia deciso di rimanere nel Pd, come candidato anti-Renzi alla segretaria: «Chi lo scrive è fuori strada». 
Intanto la macchina organizzativa della scissione da parte di Rossi e Speranza si è già messa in moto: venerdì potrebbero essere annunciati i gruppi parlamentari e all’inizio di marzo l’evento costituente del nuovo movimento dove in prima fila non ci saranno Bersani e D’Alema che ieri a Benevento ha cercato di fare il modesto. «Lo spazio di un militante della mia generazione non è quello di essere front-runner. Io sono disponibile a dare una mano. Ci sono tre candidati, Emiliano, Speranza e Rossi». 
Emiliano ha sentito tutti i dirigenti del Pd che stanno con Renzi, sta cercando di convincerli a non fissare oggi, alla direzione, una data del congresso. Di aprire una stagione congressuale lunga in cui metterci dentro una conferenza programmatica. Per poi fare le primarie a fine giugno-luglio, dopo le amministrative. Renzi non è d’accordo ed è convinto che tenendo duro sfilerà Emiliano dal tridente scissionista. Ma il governatore vuole tenersi le carte coperte fino all’ultimo secondo. Oggi si riunirà con Speranza e Rossi e deciderà con loro se continueranno insieme fuori del Pd o se le loro strade si divideranno. 
Speranza ha fatto ormai la scelta ed è andato a Venezia ad un incontro con l’ex sindaco di Milano Pisapia. «Per me non ci sono le condizioni per stare nel congresso, e non credo andrò alla direzione del Pd. Renzi ha fatto una scelta molto chiara, che va nella direzione di rompere il Pd». 
Rossi addirittura sta pensando di consegnare la tessera del partito e chiede a Emiliano di essere «conseguente»: «Spero che andremo avanti insieme. Abbiamo firmato un documento che dice che Renzi ha provocato la scissione. Io penso che bisogna essere conseguenti». 
Rossi e Speranza oggi non andranno alla direzione. Emiliano invece dice che non sa cosa farà, aumentando i sospetti. Intanto si cominciano a fare i calcoli su numeri dei gruppi parlamentari. Gruppi che daranno battaglia suo voucher, l’articolo 18, lo ius soli. «Noi - spiega Gotor che guida la pattuglia più corposa dei senatori - ci impegneremo perché sui provvedimenti che riguardano ad esempio il precariato del lavoro, il reddito di inclusione per la povertà, interventi sulla scuola, il governo possa lavorare per migliorare la situazione». 
Ecco allora che il fronte che nascerà punterà molto su un programma diverso da quello portato avanti da Renzi: battersi sui temi sociali, sulle tasse. Con uno scenario di possibili scontri in Parlamento non solo sulla legge elettorale.  BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

D’Alema puntella Gentiloni: più dura e più si logora Matteo 

L’ ex premier tentato di ricandidarsi al Parlamento nel “suo” Salento 

Fabio Martini Stampa 21 2 2017
Rieccolo. Come tanti anni fa l’energetico Amintore Fanfani riemerse da un pensionamento anticipato e fu battezzato con quel memorabile nomignolo da Indro Montanelli, ora anche Massimo D’Alema è tornato a far politica dopo una quaresima durata cinque anni. Riemerso sì, ma a pelo d’acqua: nelle settimane scorse ha tracciato - in anticipo e da dietro le quinte - la linea della scissione ai suoi riottosi compagni di strada; nei mesi precedenti aveva fatto campagna per il no al referendum ma con comizi vecchia maniera, in grandi e piccoli centri. E con lo stesso profilo basso Massimo D’Alema in queste ore sta confidando in contatti personali e riservati la linea per i prossimi mesi alla nuova area che nascerà a sinistra del Pd: «La situazione del Paese è grave, i dati sullo spread confermano che tutte le incertezze internazionali hanno un effetto immediato sull’Italia». E poi il consiglio più politico: «Comunque il governo Gentiloni va sostenuto, perché è giusto per il Paese e anche perché se l’esecutivo si consolida, potrebbe crescere la distanza tra il presidente del Consiglio e Renzi...». Come dire: più dura il governo, più si logora Renzi. E questa sera il ritorno di D’Alema sarà coronato da un evento televisivo: per la «prima» di Bianca Berlinguer, che prende la conduzione del nuovo talk show-ammiraglia di RaiTre, l’ospite d’onore è proprio Massimo D’Alema.
E lui, su scenari periferici, sta preparando le premesse anche per un possibile, al momento improbabile, rientro in Parlamento: venerdì l’ex presidente del Consiglio, per lanciare ConSenso, il suo nuovo contenitore, ha scelto l’area nella quale per diversi anni era collocato il suo feudo elettorale: il Salento. La ripartenza di Massimo D’Alema è cominciata dall’hotel Tiziano di Lecce, l’albergo delle convention dei notabili pugliesi e il primo impatto con la sua «gente» è stato incoraggiante: la sala era stracolma, i cinquecento posti esauriti, le ovazioni ripetute. 
Certo, il partito della «Nuova Sinistra» non è ancora nato ed è prematuro immaginare che Massimo D’Alema ne possa diventare uno dei parlamentari, anche perché la verve dispiegata in questi ultimi mesi nella battaglia contro Renzi non ha come obiettivo uno scranno parlamentare per un ex premier. Ma la scelta di Lecce per la partenza del suo tour e il calore dell’accoglienza sono sintomi eloquenti. E davanti ad una «chiamata», probabilmente lo stesso D’Alema potrebbe vacillare. Lui stesso, interpellato sulla promessa, sinora ignorata, di ritornarsene dietro le quinte dopo la battaglia referendaria, risponde così: «Faccio il mio lavoro di presidente di una Fondazione culturale e, quando sono libero, sono un militante. Fa parte dei diritti civili, che non mi possono essere negati».
Un diritto civile, quello alla parola, che D’Alema non si è negato da quando, nell’ottobre del 2012, decise di non ricandidarsi in Parlamento. Erano le settimane nelle quali Renzi, allora sindaco di Firenze, batteva così forte sulla rottamazione che sia Walter Veltroni che Massimo D’Alema annunciarono la non-ricandidatura alle Politiche 2013. Ma lasciando il suo scranno, in un momento nel quale erano in corso la sfida alle Primarie tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, «Baffino» pronunciò parole destinate a durare: «Non chiederò deroghe, con Bersani candidato, il rinnovamento lo agevolerò... Ma se vince Renzi sarà scontro, in quel caso ci sarà scontro politico».
In questi giorni, prodigo di consigli agli altri big della sua area, D’Alema ha suggerito la linea: «L’ipotesi di correre verso elezioni anticipate, con la prospettiva sicura di ingovernabilità, è una scelta folle: va sostenuto convintamente il governo Gentiloni».
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Renzi fa rotta su Orlando per coprirsi con la sinistra 

Il leader benedice candidature ai gazebo che parlino al mondo ex Pci Spunta un sondaggio che lo darebbe vincente al 73% contro Emiliano 

Carlo Bertini Stampa 21 2 2017
aspettando Godot, cioè Michele Emiliano, la ruota gira, almeno così vorrebbe Matteo Renzi, stufo di una scissione ancora incompiuta, uno stillicidio cui si deve porre termine. «Ora basta, dobbiamo evitare di continuare a parlarci addosso, di portarci appresso litanie e polemiche, una volta definita la questione, bisogna tornare a parlare delle idee». Oggi il leader Pd non sarà in Direzione, convocata per costituire la commissione congresso. Adempimento che non taglia la testa al toro della scissione, perché in teoria si possono presentare candidature al congresso ancora per dieci giorni. Renzi tramite Matteo Orfini farà un ultimo tentativo per tenere dentro il governatore pugliese e i suoi deputati, come il presidente della Commissione Bilancio Francesco Boccia, che continuano a mandare segnali di fumo cercando validi appigli per restare. E se - come fa sapere il capogruppo Ettore Rosato - su un allungamento all’estate dei tempi congressuali la porta resta chiusa, l’appiglio offerto a Emiliano sarà la conferenza programmatica: su cui si batterà il tasto, dimostrando che sarà una cosa seria per consentire un confronto vero sui nodi aperti. 
Primarie il 7 maggio
Nel Pd tutta l’area ex Dc che fa capo a Dario Franceschini spinge per tenere dentro il governatore, tanto che nel dibattito sulle date delle primarie è proprio il ministro a tifare per il 7 maggio piuttosto che per il 9 aprile. Non solo perché votare più in là scongiura il rischio di un voto a giugno, «e se non si vota a giugno si va a febbraio 2018», prevede un dirigente del gruppo. Ma anche perché allungare i tempi congressuali va incontro alle richieste della minoranza, sia quella di Emiliano e compagni, sia quella di Andrea Orlando, corteggiato dal leader per una sua candidatura al congresso. Con il primo, Renzi non avrebbe paura di misurarsi e fa girare un sondaggio riservato che lo darebbe vincente al 73,5% contro l’11,7% del governatore, l’8,3% di Rossi e il 6,5% di Speranza. Il leader Pd è convinto che Emiliano non uscirà e che lascerà i compagni di avventura col cerino in mano. Dunque si prepara a combatterlo. Le bordate in assemblea dei renziani contro il governatore vengono anche interpretate nel Pd come segno della paura di un candidato insidioso, che potrebbe riservare sorprese nelle percentuali finali e nel numero di candidati che porterà a casa nelle future liste elettorali.
Discesa in campo di ex Ds
Ma in attesa di Emiliano, è su Orlando che sta puntando Renzi. Il ministro della Giustizia è considerato infatti la figura più autorevole per poter disputare un congresso che non sia una passerella per rilegittimarsi in vista delle politiche. Parlando di colui che scherzosamente nell’inner circle renziano chiamano «il nostro Bernie Sanders», alludendo al senatore americano che sfidò la Clinton alle primarie, Renzi argomenta così con i suoi la validità dell’operazione Orlando. «Con lui sarà un congresso vero, quella parte della sinistra è rappresentativa di un mondo nel Pd e lui ha un’autorevolezza per misurarsi anche su opzioni programmatiche diverse». Insomma, una benedizione in piena regola anche se ancora ufficiosa. Per una sfida nei gazebo, dove il leader vuole sia ben rappresentata l’anima della sinistra, magari anche con Cesare Damiano che non esclude di candidarsi se Orlando dovesse rinunciarvi. I renziani sono convinti che le primarie saranno alla fine molto partecipate, perché «se si candida Emiliano - e se non ci fosse lui anche con Orlando - molti dei militanti filo D’Alema e scissionisti vari filo-Bersani verranno lo stesso a votare alle primarie per condizionare il voto e indebolire Matteo». Ecco, un’altra perla della fiera dei veleni che anima il Pd. 
Tre regioni in subbuglio
Per il momento - dicono però i luogotenenti di Renzi che hanno acceso le sonde sul campo - dai territori non giungono allarmi particolari. Tranne che in Puglia per l’effetto combinato di D’Alema-Emiliano, in Calabria, terra di Nico Stumpo e in Basilicata dove gli ex Ds sono molto radicati e dove ha il suo bacino elettorale Roberto Speranza.
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Il Guardasigilli candidato antirenziano “Qualche scissionista cambierà idea” 

Chiederà primarie a metà maggio: poi sfiderà l’ex premier 

Francesco Grignetti Stampa 21 2 2017
Si schermisce, ma ci pensa. Andrea Orlando è a un passo dal candidarsi alla segreteria del Pd in rappresentanza della sinistra che tiene duro. L’Orlando pontiere ancora ieri però ci teneva a far sapere che lui continua con le telefonate. «Ho parlato con Michele Emiliano diverse volte, con Roberto Speranza, con Enrico Rossi. Non so bene con quali risultati, ma continuerò a farlo fino all’ultimo minuto utile per evitare che questa vicenda, che ha un segno doloroso, si compia». 
Una speranza sempre più esile, la sua, di evitare l’irreparabile. Ecco perché accarezza l’idea di candidarsi: per mostrare anche plasticamente che nel Pd permane uno spazio alla sinistra. Che questo partito non è tutto renziano. «Se la mia candidatura è in grado di far ripensare chi ha preso la strada della scissione, io sono in campo». 
Poi, certo, se proprio nulla servisse a fermare quei tre, Orlando pensa che una sua candidatura potrebbe almeno convincere più di qualche indeciso. Ecco perché si passano al microscopio le dichiarazioni di tanti. Quella di Nicola Zingaretti, ad esempio: «Per quanto mi riguarda, ovviamente rimarrò nel Pd». Un altro big romano che resterà è Goffredo Bettini.
Ci pensa seriamente, insomma, con un’avvertenza che va ripetendo nelle telefonate di queste ore: «Se mi candido, non è per fare la parte del Partito dei Contadini com’era in Polonia». Un riferimento criptico che sa capire soltanto chi conosce a fondo le vicende del movimento comunista. Il Partito dei Comunisti era un fantoccio in mano al partito comunista polacco, e se si gli permettevano di presentarsi alle elezioni era solo per nascondere la dittatura del partito unico. 
Prima di decidersi, vuole rendersi conto se può essere una candidatura vera e non di facciata. Per questo Orlando punta a fare le primarie il più tardi possibile, verso metà maggio: per avere il tempo di girare un po’ l’Italia e farsi conoscere. 
Una prima mossa per contarsi, intanto, Orlando l’ha fatta già domenica sera quando è stata annunciata la nascita di una nuova corrente interna che vede assieme lui, Gianni Cuperlo e Cesare Damiano. È un segno delle scomposizioni e riaggregazioni in atto dentro il Pd. A questo punto si può tranquillamente affermare che i «Giovani Turchi» non esistono più: da una parte c’è Matteo Orfini, dall’altra Orlando. Ma da domenica non c’è più nemmeno «Sinistra è Cambiamento», la corrente che univa Maurizio Martina a Cesare Damiano. 
Secondo le loro stime, la sinistra che resiste conta su un’ottantina di parlamentari. Quarantacinque gli orlandiani, tra cui Misiani, Bordo, Marantelli, Anna Rossomando, Cristina Bargero. Una ventina quelli che si riconoscono in Damiano, il più noto è Marco Miccoli. E quindici quelli di Cuperlo, tra cui Marco Carra e Andrea De Maria. Giovedì proprio De Maria presenterà il suo libro «Insieme», scritto col sindaco di Bologna, Virginio Merola, di cui non è sfuggita la frase: «L’appello del ministro Orlando è importante e ho condiviso molto le parole di Cuperlo». 
La seconda mossa del ministro, oggi, sarà la presentazione in società di un blog, Lo Stato presente, che Orlando ha predisposto qualche settimana fa e raccoglie alcune belle teste di sinistra, dallo storico Paolo Borioni all’architetto Stefano Boeri, al sindaco di Pisa Marco Filippeschi, al giurista Luigi Ferrajoli. «Parto dal presupposto di non gettare a mare un percorso che è durato dieci anni, che in questo Paese ha consentito di evitare che la sinistra fosse travolta dai populismi». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Non sempre le scissioni sono nocive 
Giovanni Sabbatucci Stampa 21 2 2017
Non è detto che tutte le scissioni siano dannose. Possono essere necessarie, o risultare addirittura utili.  Lo sono se rispecchiano una divisione profonda sui principi fondanti di un partito, se chiariscono equivoci ideologici, se interrompono convivenze oggettivamente impossibili. Rischiano di avere effetti deleteri quando nascono da contrasti personali o da piccoli giochi di potere, quando irrigidiscono e assolutizzano divergenze che potrebbero essere composte con le risorse della politica, o anche quando, come capita spesso, la linea di frattura va a situarsi nel punto sbagliato. In questi casi la scissione non solo non risolve nulla, ma tende a reiterarsi nel tempo e a riprodursi come una metastasi nelle formazioni nate da quella rottura. L’infinita casistica delle scissioni nel movimento socialista italiano offre esempi nell’uno e nell’altro senso. 
La scissione di Livorno del gennaio 1921, tanto spesso citata come concausa della sconfitta del movimento operaio nel primo dopoguerra, era inevitabile in quanto riproduceva una frattura epocale e mondiale fra comunisti e socialisti che si era aperta con la rivoluzione d’ottobre. Dannose furono semmai le modalità della scissione: ad andarsene furono i «comunisti puri» fedeli alle direttive di Mosca, mentre la maggioranza massimalista e rivoluzionaria restò nel Psi e impedì alla minoranza riformista qualsiasi alleanza politica atta a bloccare l’avanzata del fascismo (il che conferma, per inciso, che le scissioni hanno qualche possibilità di successo solo se operano un taglio netto, dando vita a gruppi omogenei e ideologicamente compatti). Per la stessa ragione fu logico il divorzio dell’ottobre 1922, quando furono i riformisti a lasciare il partito ancora controllato dai massimalisti facendo proprio lo slogan di Matteotti: «I socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti». Quella volta, però, fu sbagliata la tempistica, visto che, di lì a poche settimane, Mussolini avrebbe preso il potere. Del tutto comprensibile fu la scissione di Saragat a Palazzo Barberini (gennaio 1947): sullo sfondo c’erano niente di meno che la guerra fredda e la scelta fra blocco comunista e «mondo libero». Lo stesso discorso vale per le scissioni successive: che cosa poteva tenere uniti, nel 1964, gli autonomisti socialisti che andavano al governo con la Dc e gli scissionisti un po’ operaisti e un po’ filosovietici che diedero vita (breve) al Psiup? E che cosa avevano in comune, nel 1969, i due rami della famiglia socialista, Psi e Psdi, protagonisti di una effimera riunificazione mai realmente decollata? Infine, nel ’91, come si poteva chiedere ai rifondatori del comunismo di restare in un partito (il Pds-Ds) che nasceva proprio per allontanarsi faticosamente da quel solco?
E’ facile notare come tutte le esperienze scissionistiche richiamate fin qui si caratterizzassero per un alto tasso di impegno ideologico, accompagnato a un forte riferimento internazionale. E viene spontaneo chiedersi, per venire all’oggi, se motivazioni analoghe, o ugualmente pesanti, possano essere attribuite agli uomini che si apprestano a spaccare il maggiore partito italiano (ad oggi potenzialmente il più forte del campo socialista europeo), l’unico in grado, finora, di contendere il primato a sovranisti, populisti e neo-qualunquisti. La risposta non può essere che un no secco. Certo, dietro l’imminente rottura ci sono non solo incompatibilità e risentimenti personali, non solo questioni di potere, di organigrammi e di seggi, ma anche contrasti di idee, di programmi e più ancora di stile: nulla però che ecceda la normale dialettica di un partito progressista dove tutti si dicono riformisti e tutti aspirano a occupare il polo sinistro del sistema, nulla che impedisca all’opposizione interna di giocare le sua carte nelle sedi statutarie. Ma evidentemente i promotori della scissione hanno saputo ben nasconderne le motivazioni alte e nobili, coprendole con una cortina di proclamazioni generiche e di richieste pretestuose. Consegnandoci così lo spettacolo inedito di un grande partito che si spacca sulla data di un congresso o su una telefonata non fatta. E di una minoranza che vorrebbe vincere per abbandono del principale avversario.
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“Resto nel partito ma la colpa del disastro è del leader inadeguato” 

L’INTERVISTA. GIANNI CUPERLO: “MATTEO PENSA DI AVER VINTO MA È IL CONTRARIO”

ALESSANDRA LONGO Rep
Sì se ne vanno, no tornano indietro... Ore di vigilia in cui Gianni Cuperlo continua a sperare che un piccolo margine ci sia ancora. Ci vorrebbe, però, dice Cuperlo, un altro atteggiamento da parte del segretario: «Renzi sembra non capire l’effetto che avrebbe una scissione. Se fosse così, se non ha capito, avrei davvero la conferma della sua inadeguatezza».
Cuperlo, secondo lei Renzi pensa di aver vinto la sfida?
«Il problema è proprio questo: Lui pensa di aver vinto e invece ha perduto perché le minoranze avranno fatto i loro errori ma se il Pd si rompe la responsabilità più grande è di chi stava alla guida».
Oggi Renzi non sarà nemmeno alla direzione.
«Sarebbe un altro errore dopo quello di domenica quando il segretario non ha sentito il dovere di alzarsi e replicare alle richieste che gli erano venute da tanti, Franceschini, Veltroni, Emiliano, Fassino. Ho letto che se ne è andato soddisfatto per aver regolato i conti. Se fosse vero, se davvero non ha compreso che dopo una rottura nulla sarebbe uguale a prima, avremmo, lo ripeto, la conferma della sua inadeguatezza».
Tornerà segretario, finalmente senza oppositori interni...
«Chi ragiona così è un irresponsabile. Ma anche questo fa parte di una regressione della cultura di questa classe dirigente. Troppi non capiscono che perdere un pezzo sarebbe la fine del progetto per come lo abbiamo pensato. Sarebbe una sconfitta per milioni di persone che hanno scommesso sulla nascita di un partito popolare, inclusivo, interprete di valori e passioni della sinistra nelle sue diverse stagioni e culture».
Lei rimane?
«Io sono un uomo di sinistra. E voglio militare in una forza che sia espressione di quella tradizione. Ai compagni che stanno per fare una scelta diversa dico: proviamo fino all’ultimo a difendere il progetto più ambizioso che la sinistra abbia realizzato nell’ultimo quarto di secolo».
Come vede un’eventuale candidatura di Andrea Orlando alle primarie?
«Stimo Orlando, è un amico. Penso che assieme a lui e altri dobbiamo immaginare la discontinuità più netta con questi anni che hanno visto il leader del Pd rompere l’unità del Paese, del suo campo, del partito. Vorrei che fossimo capaci di unire tutte le forze che pensano ad un’alternativa non solo possibile ma necessaria. Tutte. E che trovassimo assieme la candidatura più forte e credibile per scalare la montagna. Una cosa le dico: il congresso che verrà penso si possa vincere. Non partecipare, vincere».
Gli italiani capiscono quello che sta succedendo o vi volteranno le spalle?
«Alle regionali, nelle città, al referendum molti italiani a questo Pd hanno già voltato le spalle. Non averlo visto è una causa della crisi. Per citare Del Rio se nella diga si apre una crepa e l’acqua inizia ad uscire è impossibile prevedere ciò che accadrà. Registro il contrapporsi di due fragilità e sono turbato perché rischiamo di non essere compresi dalla nostra gente. Servirebbero coscienza dei nostri limiti, umiltà e molta, molta generosità, ciò che domenica, all’assemblea, è mancato».
Veltroni teme il ritorno al passato, di nuovo Ds e Margherita.
«Io so che dieci anni fa sedevo nella segreteria dei Ds e mi spiegarono che dovevamo fare il Pd perché col 18 per cento dei voti non bastavamo a noi stessi. Pensare di aver buttato dieci anni per tornare a prima della partenza mi pare un errore da scongiurare fino all’ultimo. In questo senso temo che rompere il Pd possa rivelarsi un’operazione antistorica».
Se l’aspettava che uno come Bersani potesse decidere di lasciare la Ditta?
«Bersani è stato per quattro anni il leader di questo partito. Se un uomo con la sua storia e cultura minaccia un passo del genere senza che l’attuale vertice senta il peso enorme di quella frattura il problema non è Bersani ma chi ha ridotto la politica a contabilità».
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Prodi: “Questo è un suicidio non posso rassegnarmi ho fatto decine di telefonate” 

L’ex premier non si schiera: “Ma non per indifferenza, sono angosciato. La crisi di sistema si combatte, non si accetta”

GOFFREDO DE MARCHIS Rep
Voce squillante, umore cupo. «Sono angosciato», dice Romano Prodi. Fondatore dell’Ulivo e del Partito democratico, protagonista assoluto della stagione del centrosinistra italiano, due volte vincitore su Berlusconi, padre nobile ma mica seduto sul divano col plaid. Attivissimo, sempre in campo, figura di riferimento di un popolo o di ciò che ne è rimasto. «Faccio decine di telefonate, certo non sono indifferente alla scissione. Colloqui privati, tali rimangono». Pieno di ferite, anche. Uliviste e democratiche, ovvero inferte dalle sue creature. Dalla caduta del primo governo nel 1998 alla fine anticipata del Prodi 2 nel 2008, fino al peccato originale di questa legislatura, seme della scissione che oggi si consuma: il tradimento di 101 parlamentari del Pd che votarono contro il suo nome per la presidenza della Repubblica. Imboscati nel voto segreto.
Le ferite sono nel cuore e nella sua memoria di ferro, ma non nel fisico. «Sto molto bene, grazie. Mi sono allenato anche stamattina», esordisce cordiale. «Non sono in grado di dire nulla sul Partito democratico». Ma poi scolpisce: «Nella patologia umana c’è anche il suicidio ». Morte auto-inflitta di un progetto, di una storia fatta di carne e ossa, milioni di voti, governi, politiche, riforme. Eppure il Professore dovrebbe sapere che tutto è cambiato intorno a quell’idea, non solo gli anni che passano. L’Ulivo e il Pd si reggevano su due gambe: il maggioritario, quindi il bipolarismo e l’Europa. La prima gamba non c’è più, la seconda gode di pessima salute, anzi è il bersaglio preferito di chiunque voglia competere nelle urne. In tutto il continente. «C’è sicuramente anche questo nella crisi del Pd. Ma lei me lo chiede perché pensa che io mi rassegni? Non esiste. Semmai, mi intristico. E se è vera la crisi di sistema che abbiamo descritto, va affrontata, combattuta, sconfitta. Io non mi rassegno affatto».
Le telefonate dunque sono “di lotta”. Non chiacchierate amarcord, ma tela da tessere, consigli richiesti e non richiesti. Prodi ha parlato con Matteo Renzi, Pier Luigi Bersani, Paolo Gentiloni, con il quale, a sorpresa, molti hanno scoperto che c’è una sintonia politica forte. Con Enrico Letta, naturalmente. Lo ha fatto più di una volta in questi giorni. Continua a farlo. Forse si è confrontato anche con Walter Veltroni e Massimo D’Alema.
Il Professore cerca di fermare l’onda della scissione. È lui infatti a raccontare che non aspetta lo squillo del telefonino. Non si limita a ricevere chiamate, le fa. Non dice però “chi sta sbagliando più forte”, come recita una canzone di Ivano Fossati. Se il segretario uscente che, dopo 10 anni di vita, vede il Pd perdere un pezzo. O la minoranza dem che vuole richiamarsi all’Ulivo, al centrosinistra, persino nella sigla futura, per marcare il legame con la stagione prodiana. Il contenuto dei colloqui, ripete, «deve restare privato» e la sua opinione su chi e come dovrebbe fare un passo indietro la confida solo agli interlocutori. Adesso il punto è salvare il Partito democratico. E non rassegnarsi al morbo della divisione: «La soluzione, per poi rimettersi insieme, non può certo essere la frammentazione».
Di altri attori fondamentali dell’Ulivo, arrivano prese di posizione pubbliche e altre sussurate in privato. Ha parlato Veltroni, primo segretario del Pd, ribadendo le ragioni della nascita del partito: alternativa alle destre, al consociativismo, alle larghe intese, alle coalizioni dei riformisti contro i populisti. Lo ha fatto ieri Enrico Letta, discepolo prodiano per eccellenza, con un post su Facebook che esprime, al fondo, lo stesso concetto del Professore: non rassegnarsi, non credere all’incredibile. Sceglie il silenzio invece Giorgio Napolitano, che del governo Prodi 1 fu ministro dell’Interno. Ma l’ex capo dello Stato non vede spazi per la scissione, non la condivide, non arriva nemmeno comprenderla. Per questo viene considerato uno dei principali sponsor della candidatura di Andrea Orlando alla segreteria, che significa tenere dentro al Partito democratico un profilo e una storia. Un soluzione dentro la cornice democratica, non fuori. Tace, ovviamente, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che all’ulivismo fornì una legge elettorale voluta dagli italiani con il referendum. Il suo pupillo Dario Franceschini prova ancora a salvare il salvabile, ma da una posizione «non equidistante».
Tutti si parlano, ma non si sa quanto si ascoltino. La macchina della scissione romba sulla strada di due forze separate e distinte. Ci vorrebbe o il passo indietro di uno dei contendenti o un’invenzione last minute che scongiuri la rottura. Un candidato nuovo, per esempio, che tenga unito il Pd. È anche di questo che si discute nei «colloqui privati»? Le indiscrezioni riferiscono di un pressing su Enrico Letta perché torni in Italia e affronti la sfida delle primarie per la segreteria. Possibile? In tanti lo pensano. «Non è una notizia, è un ragionamento », spiegano. Ma se questa ipotesi avesse avuto la disponibilità e la benzina per camminare, forse non saremmo a questo punto. Al punto di quello che Prodi chiama «suicidio ».
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Orlando raduna la sinistra che resta “Pronto a sfidare Renzi ed Emiliano” 

Il ministro della Giustizia e il congresso: “Non faccio il partito contadino” Renzi pensa di anticipare ad aprile le primarie

TOMMASO CIRIACO Rep
Pronto a candidarsi. E non sarà l’identikit degli avversari, né la concorrenza di Michele Emiliano a fargli cambiare idea: «Non faccio dipendere le mie scelte da chi saranno gli sfidanti spiega Andrea Orlando agli amici che lo contattano alla vigilia della direzione - Se scelgo di correre, lo faccio per sfidare Renzi ed eventualmente anche il governatore pugliese». Non era questo il piano A, a dire il vero. L’idea del Guardasigilli era quella di rifondare la sinistra del Pd senza rischiare di trovarsi in mezzo a un duello violentissimo che rischia di stritolarlo. Pazienza, l’ingranaggio è partito e non sarà la quota “populista” di Emiliano a modificare la strategia. «Se loro due alzeranno i toni e inizieranno uno scontro durissimo - racconta ai suoi - significa che noi ci presenteremo come la candidatura del buonsenso. Certo non mi metto a costruire una riserva, né a cantare Bandiera rossa...».
La minoranza è praticamente fuori. Di Bersani si intravede già la sagoma che si allontana dal Nazareno. E dire che soltanto alcune settimane fa proprio Orlando aveva studiato con “Pierluigi” un piano per far virare il partito a sinistra. Tutto naufragato. E adesso proprio ai delusi e agli antirenziani vecchi e nuovi - bersaniani inclusi - intende rivolgersi il Guardasigilli. A guidare la macchina organizzativa è Daniele Marantelli, mentre trenta deputati e dieci senatori sono già arruolati alla causa. Certo, resta in piedi l’“incognita pugliese”. I segnali che arrivano da quelle parti, in questo senso, sono emblematici. «Da soli non si va da nessuna parte - scrive sui social Alessandro Emiliano, fratello del governatore - Emiliano e Renzi insieme per responsabilità e senso del bene comune. Il Pd non deve lacerarsi ».
Non sarà quest’eventuale giravolta clamorosa, comunque, a cambiare la storia delle primarie di Orlando. Il ministro conosce naturalmente i punti di debolezza di questa scalata. A partire dall’accusa, che già gli scissionisti fanno echeggiare, di essersi compromesso irrimediabilmente con il renzismo. Forse anche di essere un candidato “comodo” per il leader. «Se mi spendo in prima persona - risponde a tutti - lo faccio per vincere. Non faremo il “partito dei contadini”, né l’opposizione di sua maestà a Renzi».
Restano ore tormentate, naturalmente. Dell’operazione non farà parte l’altro fondatore dei Giovani Turchi, Matteo Orfini, schierato senza tentennamenti con il segretario uscente. E però ci sarà Cesare Damiano, “ambasciatore” con quella galassia sindacale che Renzi ha smarrito da tempo. «Con Andrea e Cuperlo - ammette l’ex Cgil - stiamo parlando di continuo per costruire questa alternativa di sinistra nel Pd». A lui qualcuno aveva pensato anche come carta “di riserva”, nel caso in cui Orlando avesse deciso di sfilarsi dalla corsa. Ma il film prevede ormai un altro finale.
E Renzi? Il segretario uscente incassa un primo risultato, quella spaccatura nella minoranza da spendere in chiave interna, puntando il dito sulle contraddizioni degli scissionisti. Non sa ancora se partecipare alla direzione di oggi, e nel frattempo ragiona sui tempi dell’assise. L’idea era di convocare le primarie il 7 maggio, ma adesso non è escluso che possa bruciare ancora di più le tappe per non consentire agli avversari di organizzarsi. Qualche tempo fa ha lasciato trapelare di preferire Orlando ad Emiliano, ma adesso si prepara a sfidarli entrambi. A sentire i renziani non c’è problema, comunque: sondaggi riservati in loro possesso accreditavano l’ex premier al 73,5% dei consensi, con i tre della minoranza (Emiliano-Rossi- Speranza) a spartirsi il resto. Adesso anche questo scenario è alle spalle. In campo potrebbero ritrovarsi Emiliano e Orlando. E insieme infastidire il segretario uscente. Come? Puntando a sommare le forze per raggiungere il 50% dei delegati dell’assemblea nazionale - nominata sulla base dei risultati dei gazebo - in modo da controllarla.
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La divulgazione della filosofia oggi

Corriere della Sera

Un'intervista a Zachar Prilepin sulla Russia postsovietica e i conflitti in Est Europa



Scrittori in armi 

Popolarissimo e pluripremiato: così il controverso Zachar Prilepin incarna il nuovo nazionalismo nella Russia di Putin “Dalla Cecenia alla Crimea come Pushkin combatto non soltanto con le parole”

ROSALBA CASTELLETTI Rep
MOSCA Le immagini di Zachar Prilepin in mimetica e scarponi, sguardo fiero e posa muscolare, rimbalzano da giorni su social media e tv in Russia, da quando lo scrittore mietitore di premi in patria ha rivelato di essere al comando di un battaglione dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk nell’Est dell’Ucraina. Quarantun anni, quattro figli, Prilepin è la voce di una generazione che, cresciuta durante gli anni della stagnazione di Breznev, ha raggiunto la maggiore età vedendo dissolversi l’Urss. Non a caso le fratture della Russia postsovietica sono il tessuto
della sua vita e dei suoi libri: la guerra in Cecenia dove ha combattuto due volte narrata in Patologie (edito da Voland, come tutta la sua produzione in Italia, e che in estate pubblicherà il suo Il monastero. L’inferno delle Solovki), la militanza nel Partito nazional- bolscevico fuorilegge di Limonov a cui s’ispira San’kja. Ex pugile e guardia privata, Prilepin è del resto uomo di ossimori. Veterano dei reparti speciali Omon, è redattore della Novaja Gazeta di Anna Politkovskaja che ne denunciò gli orrori. Membro del movimento d’opposizione “L’altra Russia”, dopo l’annessione della Crimea ha smesso di criticare Putin. Combattere in Donbass è conseguenza naturale della sua visione nazionalista di una “Grande Russia” che inglobi tutti i territori russofoni e della guerra come vocazione virile.
Soprannominato l’“Hemingway russo”, Prilepin preferisce però iscriversi nella tradizione di Pushkin, Derzhavin e degli altri scrittori dell’età d’oro che racconta nel suo nuovo libro Plotone. Gli ufficiali e i militanti della letteratura russa. Scrittori che, come del resto lui, «non sapevano solo usare il calamaio, ma anche come imbracciare un’arma».
Signor Prilepin, cosa l’ha portata a scrivere il suo ultimo libro?
«Mi colpiva l’immagine fallace della letteratura russa, ora tanto diffusa negli ambienti dell’intellighentsija borghese russa. Gente pronta a giurare sui nomi di Pushkin e di Dostojevskij, che però professa idee completamente contrarie alle loro. I letterati russi erano persone coraggiose, inflessibili, sempre pronte a ribadire le proprie idee non solo con la penna».
Anche lei non ha paura di imbracciare un’arma oltre che la penna.
Che cosa la spinge a farlo?
«La stessa cosa che muoveva i miei predecessori: la consapevolezza che si sta perpetrando un’ingiustizia. La metà della popolazione ucraina è russofona. Fu la Russia a fondare e costruire la città di Odessa. La città di Kharkov (in ucraino Kharkiv, ndr) è russofona come pure le città di Donetsk e Lugansk. Ma l’Ucraina sta perseguendo una politica che io definisco di “genocidio linguistico”, escludendo la lingua e la letteratura russa dall’uso quotidiano e offrendo ai cittadini una visione anomala della storia ucraina, priva di fonti storiografiche».
Oltre diecimila morti nell’Est Ucraina dal 2014: le sembra giusto versare tanto sangue in nome della lingua russa?
«La lingua non è solo un mezzo di comunicazione. È qualcosa di più. La lingua è l’anima di un popolo».
Sono trascorsi vent’anni da quando combatté negli Omon in Cecenia.
Quali differenze vi sono tra allora e la sua attuale esperienza nel Donbass?
«Le situazioni sono ben diverse. Allora l’esercito russo doveva far fronte ai partigiani in città: le unità militari regolari russe avevano in dotazione armi pesanti, carri armati, artiglieria, mentre i “vakhabiti” non ne avevano. La situazione che si è venuta a creare oggi è proprio opposta: a fare i partigiani in città siamo noi. Le forze armate regolari ucraine nel Donbass sono tre o cinque volte superiori alle nostre e, benché disponiamo di artiglieria e carri armati, loro hanno in dotazione molti più armamenti pesanti di noi».
Vede parallelismi tra l’attuale conflitto nell’Est Ucraina e le guerre dell’Ottocento che racconta in “Plotone”?
«Ne vedo con l’insurrezione polacca del 1831, fatto che oggi viene interpretato come una ribellione per la libertà. La realtà era più complessa: i polacchi ribellandosi volevano conquistare Kiev e il territorio dell’Ucraina e della Bielorussia. E nel suo tentativo era appoggiata da Francia e Gran Bretagna. In sostanza la Polonia, allora divisa tra Russia e Paesi europei, voleva una rivincita sulla sconfitta del 1812 quando aveva schierato contro la Russia circa 70mila soldati sotto le bandiere di Napoleone. Guardando al presente, le associazioni con quei tempi a me sembrano fin troppo ovvie».
E lei in quale dei suoi illustri predecessori “scrittori soldati” si rivede?
«In nessuno di loro. Vedo me stesso solo in me stesso. Un giorno però mi sono accorto di una cosa semplicissima. Due secoli fa la situazione politica e geopolitica era più o meno la stessa di oggi e anche i protagonisti erano pressoché gli stessi: francesi, tedeschi, britannici, turchi e un po’ dopo anche gli americani. Anche i teatri di discordia erano gli stessi: il Caucaso rivendicato da Gran Bretagna e Impero Ottomano da un lato e Russia dall’altro, l’attuale territorio dell’Ucraina dov’erano attivissimi i polacchi, i Paesi del Baltico e così via... ».
Ha cambiato idea su Putin. Perché?
«La terra è sacra. E anche il desiderio di una parte del popolo russo di difendere la propria indipendenza è sacro. Oggi questi temi mi stanno a cuore più che il tema della corruzione».
Che cosa pensa dell’atteggiamento dell’Occidente verso la Russia?
«La gente si è stancata dei diktat degli Stati Uniti e di un mondo unipolare. La Russia rappresenta un contrappeso come portatrice, lo dico con convinzione, delle autentiche tradizioni europee ».

Carnevali e orsi d'Europa


Il Carnevale nella pelle d’orso 
Mondi alla rovescia. La maschera bestiale e la sua fortuna nei secoli, in Europa. Dalle danze umoristiche alle allusioni erotiche, fino alla «caccia» contro l’invasore che ruba il lavoro

Claudio Corvino Manifesto 21.2.2017, 16:57 
Il freddo invernale ben si addice ai fantasmi e agli spettri mascherati che appaiono in queste settimane come un’orda tra i monti e le campagne d’Europa. Schiere selvatiche che come colorati eserciti mortuorum medievali si riversano in quello che noi siamo abituati a chiamare Carnevale, sorta di contenitore temporale in cui un cristianesimo poco più che millenario ha voluto relegare tutto ciò che sapeva di antico e di «pagano». 
Maschere cornute, linguacciute, impagliate o pelose le cui forme trasmodano incessantemente dal mondo umano a quello animale o vegetale, quasi dimenticando la loro forma originaria che è alla base e dietro quei travestimenti. Anzi è proprio in questo travalicare, in questo superare i limiti dell’umana forma nell’assoluta certezza che l’indomani, sobri e con il mal di testa, tutto tornerà come prima, che si trova il senso di questo eccedere: è il diventare «altro», è l’ubriacarsi che dà consapevolezza di chi sia il «noi» e cosa significhi l’essere sobri. 
IN QUESTA RUMOROSA sarabanda, ecco apparire travestiti da orsi Dioniso o Artemide, divinità che i folkloristi del secolo scorso rinvenivano dietro ogni effervescenza carnevalesca. Questi scalmanati cortei di uomini-orso bevono quanto e più dei loro confratelli dei culti dionisiaci quando, durante i riti, «non c’era più niente di fermo, tutto si agitava in frenesia», scriveva Euripide ne Le Baccanti.
Tutto ancora si agita, tutto gira, anche la testa, in un’inquietudine che ci ostiniamo ad attribuire sempre e soltanto al rito, mai all’alcol, come se l’antropologia degli stati alterati di coscienza fosse una parola sporca e gli stati alterati roba da «tossici». 
Quella dell’orso e del suo corteo di cacciatori-domatori è forse la più suggestiva e diffusa maschera in Europa, se le equipariamo anche le altre maschere del «Selvatico». Travestimenti che raccontano storie e, tra queste, quella semplice e ricorrente dell’orso che esce dal bosco per raggiungere il paese, seminare panico e attentare alla virtù delle ragazze. Altre volte invece, con gentilezza inaspettata, si limita a farle danzare. Un gruppo di giovani, un tempo coscritti della stessa età, ora con anche le donne al suo interno, cattura l’animale e lo rende domestico spogliandolo, facendogli la barba o al limite uccidendolo, per poi farlo rivivere.
Storie simili che troviamo da Saponara (Messina), dove un orso buffo e gentile costringe le donne a fare qualche giro di danza con lui, al più temibile e forzuto Oso di Prats de Mollo La Preste sui Pirenei, che provoca e viene provocato dalla folla che lo impegna in un combattimento. Fonni 
Poco distante, ad Arles sur Tech, l’orso si lancia sul travestito Roseta e lo costringe a simulare un amplesso nella pubblica piazza, prima di essere catturato dal Trappeur che può finalmente danzare in pace con la sua Roseta, mentre l’Oso resta a guardare seduto e depresso su di una sedia dove verrà rasato e portato a uno stato di estetica civiltà. A Urbiano di Mompantero (Torino) l’Urs dal terribile ruglio viene tenuto a catena dai suoi domatori/cacciatori, mentre a Fonni (Nuoro) s’Urthu, tenuto da sos Buttudos, si lancia continuamente verso le ragazze, sporcandole allusivamente con nerofumo di sughero bruciato, al modo di tutti gli altri suoi pelosi colleghi europei. 
MASCHERATE URSINE attraversano l’Italia dalla Val d’Aosta all’Orso Nicola di Satriano di Lucania (Potenza), e ancora dalla riproposizione dell’Orso di Segale di Valdieri (Cuneo) fino alla recentemente inventata Ballata dell’Uomo Orso di Jelsi (Campobasso) o alla Cattura dell’Orso di Chiusano San Domenico (Avellino). Come anche maschere ferine sono presenti in Romania, dove colonne di «orsi» girano in questue invernali, nei Paesi Baschi, a Ituren e Zubieta, dove uno degli elementi centrali del Carnevale, la carne animale, viene realmente esposta e portata in processione, e ancora i rumorosi scampanatori di Halubje in Croazia o l’Orso e il suo Domatore di Kosturino in Macedonia. 
Vesti pelose che verso la fine dell’inverno abbandonano le cantine, le stanze comunali o private dove erano conservate, per essere indossate da uomini pieni di forza ed energia (del vino si è già detto) che per ore ed ore andranno in giro a portare fortuna, fertilità e a unire la gente intorno a una storia di morte e rinascita immediatamente riconoscibile. Una «trama» transnazionale che lascia pensare che un tempo la cultura eurasiatica fosse molto più condivisa di quanto noi oggi pensiamo. 
QUESTA STORIA è iscritta più nella ciclica ripetizione della Natura che nei documenti. Non c’è bisogno di invocare alcuna continuità storica giustificativa: la presenza ininterrotta di questo simbolo, dalle raffigurazioni delle grotte paleolitiche franco-cantabriche ad oggi, riguarda l’uomo e il suo rapporto con le stagioni, con il letargo, con il caldo, con il freddo o con i suoi bisogni primari, più che con i documenti storici.
Certo, alcune maschere dell’orso possono anche essere state tramandate, riscoperte, dimenticate e riprese, mentre altre inventate di sana pianta da registi televisivi o pro loco, ma ciò non toglie che gli europei abbiano bisogno di raccontare se stessi in modi e forme capaci di plasmarsi nei vari contesti e nelle varie epoche mantenendo le stesse forme. 
Come la storia dell’orso che scende in paese a portare subbuglio e toccare, sporcare o rapire le donne. Una piccola tradizione antica che rivive nei parcellizzati paesi europei alla ricerca di una identità, una coesione e una coerenza che sono continuamente erose da forze e poteri esterni alla comunità. Una storia di antica pedagogia popolare che certamente racconta di violenze contro le donne, ma pure della violenza di un mercato matrimoniale endogamico in cui ci si sposava tra «paesani» e chi veniva da fuori era trattato come un orso e cacciato; al limite accettato, ma a patto che perdesse la sua natura ferina e si facesse «civilizzare» dal barbiere di turno. 
LA MASCHERA DELL’ORSO venuto da fuori può anche raccontare della brutalità dell’uomo sull’uomo, della competizione tra lavoratori, come gli stagionali italiani che lavoravano nelle saline di Aigues-Mortes in Francia, nel 1893: massacrati e uccisi di botte perché toglievano lavoro ai francesi. Non erano mascherati da orsi eppure, secondo le interrogazioni e le indagini del Parlamento italiano, la rivolta iniziò al grido di «En avant! À la chasse a l’ours!».
Forse perché rendere un pogrom una caccia a un animale lo rendeva meno raccapricciante, certo, ma forse anche perché tra i salariati francesi e piemontesi (Ugo Foscolo usava il termine Savoiardo come sinonimo di domatore d’orso) «caccia all’orso» suonava come una terribile parole d’ordine dell’inizio di una carnevalesca caccia a degli «animali» che certamente «rubavano» il lavoro ma, forse, «toccavano» e «sporcavano» le donne: in un mondo di «donne e buoi dei paesi tuoi», gli italiani furono doppiamente «orsi» ai francesi e meritarono una lezione.