martedì 30 settembre 2014

Il commercio di carne umana nell'accumulazione originaria capitalistica: il libro di Marcus Rediker sulla nave negriera

La nave negriera
E' giusto dire che la modernità è stata piena di contraddizioni. Tuttavia, i rappresentanti di quella storiografia alla quale il recensore si richiama con orgoglio, non hanno mai avuto lo stesso atteggiamento comprensivo quando si è trattato del socialismo. Eppure era esattamente la stessa cosa. Anzi una cosa più difficile, perché si trattava di concentrare in pochi decenni uno sviluppo che il modo di produzione capitalistico aveva effettuato nel c orso di secoli. Nonostante questa enorme diluizione del dolore, il capitalismo è stato un meccanismo di morte - e di progresso ad un tempo - impareggiabile [SGA].

Marcus Rediker: La nave negriera, traduzione di Francesco Francis, Il Mulino, pagine 464, e 36

Risvolto

Rediker si concentra sul momento-chiave del trasporto dall'Africa all'America mettendo sotto la lente d'ingrandimento la nave quale microcosmo che riassume l'intero mondo della tratta. Con una sequenza di storie esemplari, dedotte da fonti d'epoca, il libro racconta com'era fatta la nave, cosa vi accadeva, chi e come la popolava gli schiavi, il capitano, la ciurma, gli ospiti eventuali, i mercanti. Così il libro evoca il mondo di quelle terribili "prigioni galleggianti" che solcando l'Atlantico produssero insieme enorme ricchezza e altrettanta desolazione e dolore. 



Il laboratorio nave negriera

Strumento della tratta degli schiavib ma anche incubatrice della modernità

di Paolo Mieli Corriere 30.9.14

Un microcosmo in cui regnavano la violenza e la sopraffazione Esce in libreria dopodomani, giovedì 2 ottobre, il saggio dello storico americano Marcus Rediker La nave negriera (traduzione di Francesco Francis, Il Mulino, pagine 464, e 36), che analizza a fondo il microcosmo costituito dalle imbarcazioni che trasportavano gli schiavi neri dall’Africa alle Americhe. Docente di Storia atlantica all’Università di Pittsburgh, Rediker ha pubblicato diversi volumi tradotti nel nostro Paese, tra cui Canaglie di tutto il mondo unitevi. L’epoca d’oro della pirateria (Elèuthera, 2005) e 
La ribellione dell’Amistad (Feltrinelli, 2013). Sul tema specifico del traffico di esseri umani attraverso l’Oceano Atlantico, Il Mulino ha pubblicato negli scorsi anni 
il libro di Olivier Pétré-Grenouilleau La tratta degli schiavi (2010) e quello di Lisa Lindsay Il commercio degli schiavi (2011).

Il 25 agosto del 1775, quando i marinai di Liverpool avevano appena finito di attrezzare la nave «Derby» in preparazione di un viaggio alla volta dell’Angola (per trasportare schiavi dalla costa africana alla Giamaica), il comandante, Lucas Mann, annunciò che avrebbe ridotto la paga mensile da trenta a venti scellini. Tanto, disse, «di manodopera ce n’è quanta ne voglio». Per reazione i marinai sciolsero il cordame e lo lasciarono sul ponte in un ammasso aggrovigliato. L’armatore, Thomas Yates, chiamò le guardie che arrestarono nove ribelli e un giudice li condannò all’istante. A questo punto sul molo si radunò una folla decisa a liberare i «fratelli marinai». Ci riuscirono. Di lì ebbe origine una nuova forma di protesta, che presto si sarebbe trasformata in una vera e propria insurrezione. Liberati i loro compagni, i marinai si dedicarono a disattrezzare le navi dell’intero porto. Si diressero poi al quartier generale dei mercanti per avanzare la richiesta che si tornasse alla paga di sempre. Dal Mercantile Exchange furono esplosi dei colpi e alcuni lavoratori del mare restarono uccisi sul selciato. I loro «fratelli» risposero colpendo l’edificio con proiettili dei cannoni presi dalle navi. Non solo. I rivoltosi marciarono compatti dietro George Oliver che portava il bloody flag , la bandiera rossa che nel codice dei pirati annunciava la loro intenzione di non chiedere né dare quartiere: sarebbe stata, la loro, una battaglia all’ultimo sangue. Liverpool ammutolì terrorizzata. La rivolta durò una settimana, finché fu domata dal reggimento di lord Penbroke che, dopo aver marciato una notte intera da Manchester sotto la pioggia, si presentò in una città stremata, riuscendo in poche ore ad aver ragione dei ribelli. Nacque in quei giorni quello che oggi chiamiamo sciopero e che in inglese prende il nome ( strike ) proprio dall’azione compiuta dai marinai di «abbattere» le vele delle navi. Non tutte le navi, però. Solo quelle impegnate nel commercio di schiavi. 
A questo genere di imbarcazioni è dedicato il libro La nave negriera di Marcus Rediker, in uscita dal Mulino. Su quei velieri per quattro secoli circa — dalla fine del XV alla seconda metà del XIX — viaggiarono da una parte all’altra dell’Atlantico, in quello che venne definito il «passaggio di mezzo», 12 milioni di neri deportati, due terzi dei quali tra il 1700 e il 1808. Con una quantità impressionante di morti: un milione e mezzo. Ai quali se ne deve aggiungere un numero ancora più imponente (un milione e 800 mila) di deceduti nel corso del viaggio che li aveva trasportati dalle zone interne dell’Africa a quelle costiere. Più 750 mila trapassati durante il primo anno di lavoro nel Nuovo Mondo. Per un totale di oltre quattro milioni. Una mostruosità che ha fin qui offuscato il ruolo che ebbe la protagonista di questo libro, la nave, che pure è stata un elemento fondamentale del passaggio alla modernità. 
La nave negriera, rileva Rediker, «è stata un argomento trascurato nella letteratura storica sul traffico atlantico di schiavi». Sono state condotte «eccellenti ricerche sull’origine, sulla distribuzione nel tempo, sui volumi, sui flussi e sui profitti della tratta degli schiavi, ma non esistono studi sufficientemente ampi sulla nave che aveva reso possibile un commercio destinato a trasformare il mondo: non esistono analisi dei meccanismi della più grande migrazione forzata della storia, che sotto molti aspetti fu il punto chiave di un’intera fase della globalizzazione; non esistono studi sullo strumento che spianò la strada alla “rivoluzione commerciale” dell’Europa, alla creazione delle sue piantagioni e dei suoi imperi globali, allo sviluppo del suo capitalismo e per finire alla sua industrializzazione». In breve, «la nave negriera e le relazioni sociali al suo interno hanno dato forma al mondo moderno» ed è giunto il momento di renderne conto. Quel vascello, scrive Rediker, «è un fantasma che naviga ai margini della coscienza moderna». Esso fu «uno dei cardini su cui ruotava il sistema atlantico di capitale e lavoro che si stava rapidamente affermando e che coinvolgeva lavoratori liberi, non liberi e in condizioni intermedie, nelle società capitalistiche come in quelle non capitalistiche, in più continenti». Compito del marinaio era trasformare il prigioniero africano in un bene vendibile. E la nave fu il luogo dove questo processo si compiva. 
I primi ad accorgersi di quale portento fosse quel mezzo di locomozione sui mari furono i futuri schiavi, che, dopo essere stati catturati da altri neri con delle razzie all’interno del loro continente, venivano trasportati sulla costa in viaggi che duravano mesi. Al termine dei quali, avevano la visione sorprendente di quella che molti di loro definivano «casa con le ali». L’esploratore Mungo Park riferisce nel 1797 che i «prigionieri rimanevano strabiliati alla vista delle navi»: si chiedevano quale fosse «la maniera per collegare insieme le tavole che componevano lo scafo e di tappare le connessure per non fare entrare l’acqua»; erano affascinati «dalla funzione degli alberi, delle vele, delle sartie», si meravigliavano che «fosse possibile far muovere un oggetto così grande con la sola forza del vento». E ancor più si stupivano che, come per magia, quei giganti riuscissero all’improvviso a fermarsi. Olaudah Equiano, lo schiavo che nel 1789 scrisse un’autobiografia destinata a diventare il libro di riferimento di tutti gli abolizionisti, racconta che ritenne fossero gli spiriti a far arrestare la nave. Tanto più che gli schiavi venivano rinchiusi nel ponte inferiore in modo da impedir loro di vedere come l’imbarcazione veniva manovrata, così da scoraggiare tentazioni di ammutinamento. 
Nell’introduzione al suo libro Principles of Naval Architecture (1784), Thomas Gordon fa un’affermazione radicale: «Poiché indiscutibilmente la nave è la più nobile e fra le più utili macchine mai inventate, ogni tentativo di migliorarla va guardato come ad un’impresa di grande importanza e merita la considerazione dell’umanità tutta». L’origine della nave negriera in quanto «macchina capace di trasformare il mondo», risale alla fine del Cinquecento, allorché i portoghesi intrapresero i loro viaggi verso le coste occidentali dell’Africa. L’importanza specifica della nave negriera, secondo Rediker, fu poi legata a un’altra fondamentale istituzione collegata allo schiavismo: la piantagione. Una forma di organizzazione economica che ebbe inizio nel Mediterraneo durante il Medioevo, si diffuse nelle isole dell’Atlantico orientale per emergere infine, nel corso del Seicento, in una forma nuova e rivoluzionaria nel Nuovo Mondo, specie in Brasile, nei Caraibi e nell’America settentrionale. La nave e le piantagioni fecero compiere all’economia un salto definitivo nella modernità. In che senso? 
La nave negriera era «una poderosa macchina per la navigazione», ma era anche di più: «qualcosa di unico nel suo genere». Era infatti «una factory nonché una prigione», e in questa combinazione risiedevano «la sua genialità e il suo orrore». La nave era «una fabbrica, uno stabilimento produttivo in senso moderno; il veliero oceanico era un classico luogo di lavoro, dove mercanti capitalisti ammassavano e confinavano un gran numero di lavoratori poveri e si servivano di capisquadra (comandanti e ufficiali) per organizzare, o meglio sincronizzare, le varie mansioni». Fu il mercante e lobbista Malachy Postlethwayt a teorizzare nel 1745 il «commercio triangolare», secondo cui le navi dovevano partire da porti europei con un carico di manufatti industriali alla volta dell’Africa occidentale, dove li avrebbero scambiati con un carico di schiavi, per poi proseguire per le Americhe dove questi ultimi sarebbero stati scambiati con merci come zucchero, tabacco o riso da trasportare ai porti di partenza. Nel corso di quel viaggio uomini e donne africani erano stati trasformati in merce. 
L’ingresso «nello sconvolgente, terrificante mondo della nave negriera», scrive Rediker, «rappresentò per i neri catturati una traumatica transizione dal controllo africano a quello europeo». L’unica via di fuga da questa «fabbrica» era il suicidio, compiuto con il lasciarsi cadere in acqua. Una pratica molto diffusa. I comandanti negrieri «si servivano coscientemente degli squali per generare terrore durante il viaggio: contavano infatti su quel terrore, durante le lunghe soste sulla costa africana nel tempo occorrente a completare il “carico umano”, per prevenire sia le diserzioni dei marinai sia le fughe di schiavi». Tutto appariva magico e spaventoso durante il tragitto dall’Africa all’America. Narra Equiano che, quando le onde cominciavano a sollevarsi, lui e i suoi compagni di viaggio pensavano che fossero segno dell’ira del dio dei mari, al quale si aspettavano di essere sacrificati. Lo stesso accadeva quando vedevano le orche, che scambiavano per «spiriti dei mari». E quando il cibo cominciò a scarseggiare, ritennero più che probabile essere dati in pasto all’equipaggio. Anzi, pensarono che per questo fine erano stati ammassati a bordo. Un secondo momento di grande paura dei neri era all’arrivo, dove, riferiscono le loro testimonianze, al cospetto degli acquirenti, «pensavamo che saremmo stati mangiati da quegli uomini orribili, perché così li vedevamo». Talché dovevano essere fatti salire a bordo «alcuni vecchi schiavi da terra per calmarci». 
Ma il destino dei marinai non era molto migliore di quello degli africani. Per trasportare milioni di schiavi, si dovettero arruolare equipaggi per un totale di almeno 350 mila uomini, il 30 per cento dei quali era composto da ufficiali o lavoratori specializzati che ricevevano particolari incentivi e quindi tornavano ad arruolarsi più spesso dei marinai comuni. Ma ce n’erano poi altri 200 mila e più che si facevano ingaggiare a condizioni di lavoro durissime, paghe modeste, cibo scadente e altissimo rischio di mortalità («per incidenti, abuso di disciplina, rivolte di schiavi o malattie»). Essi venivano descritti dai contemporanei come «rifiuti umani, feccia della nazione». Con le buone o con le cattive «si attiravano a bordo uomini di tutti i tipi… alcuni, ubriachi o indebitati, erano stati costretti a scambiare la prigione della terraferma con una galleggiante». Ecco, appunto, anche per i marinai quel genere d’imbarcazione era una «prigione galleggiante». Appena la nave era distante dalle coste europee, talché nessuno avrebbe potuto scendere, si trasformava in un «inferno sui mari». E qualcuno come James Field Stanfield nel 1788 pensava che in un certo senso «gli schiavi stessero meglio dell’equipaggio, se non altro perché il comandante aveva un incentivo economico per nutrirli e mantenerli in vita nel passaggio di mezzo». Anche la vita del comandante, però, non era tutta rose e fiori, esposta com’era ad avversità, violenze, ammutinamenti. Fu fatto un calcolo, tra gli anni 1801 e 1807, che un comandante su sette moriva durante il viaggio e questo significava che i mercanti dovevano predisporre una catena di comando con uno o a volte due ufficiali pronti a subentrargli: «La stessa fragilità del potere a bordo della nave può aver contribuito ad accrescerne la spietatezza». 
Paradossalmente l’odio per i trafficanti di schiavi (e con esso la battaglia abolizionista) iniziò da un uomo che era stato al loro servizio. Bartholomew Roberts, un giovane gallese, si era imbarcato come secondo di bordo sulla «Princess», una nave negriera in partenza da Londra per la Sierra Leone. Nel giugno del 1719 la «Princess» fu catturata da una banda di pirati il cui comandante, Howell Davis, propose a Roberts di unirsi alla «fratellanza». Roberts accettò, si trasformò in «Bart il Nero» e ben presto divenne il corsaro più famoso della sua epoca: era a capo di una flotta di navi e di molte centinaia di uomini, che catturarono più di 400 mercantili in un periodo di tre anni. Le sue caratteristiche erano quella di passeggiare sul ponte vestito da dandy (gilet damascato, una piuma sul cappello e uno stuzzicadenti d’oro in bocca) e quella di odiare i modi brutali dei comandanti delle navi negriere. Al punto che «lui e la sua ciurma usavano celebrare una sorta di cruento rituale, che chiamavano “dispensazione di giustizia”, consistente nel somministrare una micidiale quantità di frustate ai comandanti accusati dai marinai di comportamenti violenti nei confronti dei neri». Roberts terrorizzò le coste africane, gettando nel panico i mercanti locali. A seguito delle sue imprese, le cose cominciarono a cambiare. 
La nave negriera ebbe un’evoluzione dettata in un primo tempo da esigenze economiche e in un secondo anche da pressioni degli ambienti abolizionisti. Inizialmente i bastimenti usati per la tratta, ricorda Rediker, non venivano costruiti specificamente per quel tipo di commercio: per tutto il periodo 1700-1808 il traffico di schiavi fu praticato da natanti di tutti i tipi e di tutte le stazze. Dopo il 1750, però, cominciò ad apparire un nuovo genere di nave negriera, specie nei cantieri navali di Liverpool, più grande e dotata di caratteristiche particolari: prese d’aria, fondo rivestito di rame, più spazio fra i ponti. La nave negriera «era una delle più importanti tecnologie del tempo». Il disegno delle navi prodotte a Liverpool subì altre modifiche verso il 1790, come risultato delle pressioni esercitate dal movimento abolizionista e dell’approvazione da parte del Parlamento inglese di una riforma volta a migliorare il trattamento e le condizioni sanitarie di marinai e schiavi. Il Parlamento inglese abolirà la tratta degli schiavi nel 1807 (ma lo schiavismo resterà in vigore fino al 1833). E quella fattispecie di modernità venuta alla luce su quelle navi o a ridosso di esse — con un impasto di accumulazione impetuosa, ribellioni, tensioni interrazziali, insurrezioni violente — lasciò i mari per tornare definitivamente sulla terraferma. 

La "Filosofia dell'azione" di Diego Fusaro

Il futuro è nostro
Diego Fusaro: Il futuro è nostro. Filosofia dell’azione, Bompiani, pp. 620, euro 15

Risvolto

Il nuovo saggio di Diego Fusaro è un colpo di frusta a un’attitudine sempre più diffusa: affrontare il mondo come se fosse una situazione immutabile, prendere atto della realtà anziché cambiarla e costruirne una migliore. Se il successo del nuovo realismo ci ha dato un quadro entro cui muoverci per descrivere e capire la realtà, è venuto il tempo di rompere quella cornice, perdere finalmente il contatto con la realtà per immaginare un mondo nuovo. Il cambiamento deve partire dalle nuove generazioni, un “nuovo idealismo” che contagi i giovani e ne vinca i timori reverenziali. Per tornare a pensare e ad agire.



Il tridente Fichte-Marx-Gentile per perforare il pensiero unico 

30 set 2014  Libero ADRIANOSCIANCA 


Il giovane studioso fa sfoggio di critiche puntuali al presente e a chi non vuole cambiarlo. Ma poi tace su comemettere in pratica la sua «filosofia dell’azione» 
Il mondo, una volta, era perfetto. O almeno così raccontavano, dando a intendere che cambiarlo sarebbe stato teoricamente anche possibile. Chi vi si fosse avventurato, però, sarebbe stato trattato da pazzo e da criminale. Oggi le cose stanno altrimenti: il mondo in cui viviamo è schifosamente imperfetto. Poterlo cambiare sarebbe saggio e giusto. Solo che è impossibile. Non si può, non c’è alternativa. Qui, almeno, finisce il pensiero dominante. 
Diego Fusaro compie però un passo in più: e se quell’alternativa, invece, ci fosse? È questa domanda che fa da architrave all’ultima fatica del filosofo torinese, Il futuro è nostro. Filosofia dell’azione ( Bompiani, pp. 620, euro 15). Ricercatore presso l’Università San Raffaele di Milano, commentatore nei talk show televisivi, autore di una mole di saggi spaventosa se rapportata all’età (è nato nel 1983), animatore di filosofico.net, laWikipediadella filosofia, Fusaro è il nome più noto fra i nuovi filosofi italiani, diciamo quelli che hanno la metà degli anni dei soliti Vattimo e Cacciari. La sicurezza con cui si muove nella letteratura filosofica e la potenza delle parole d’ordine con cui sa fulminare la realtà rendono giustizia a questa fama. E anche è una dimostrazione di ciò. 
Nel saggio, Fusaro se la prende con «la rassegnata contemplazione di un mondo che sembra essersi ormai assestato in forma definitiva» e grazie alla quale «si restringe fino a sparire l’ideale dell’azione volta a incidere sulla struttura del reale in vista della sua trasformazione, con annessa progettazione di futuri alternativi». Insomma, dobbiamo adattarci al presente e cambiare strada non si può. Ce lo chiede l’Unione europea. 
A questa camicia di forza, a questo percorso obbligato verso la «fine della storia» si risponde con un ritorno in grande stile alla filosofia. E, nello specifico, della filosofia dialettica. «Pensare dialetticamente», scrive il giovane filosofo, «significa innanzitutto considerare la realtà in forma non statica né definitiva, ma nel flusso del divenire, e dunque nelle sue concrete figure storiche: ossia come luogo delle possibili trasformazioni e della critica operativa di ciò che è, ma potrebbe essere altrimenti». 
Il tridente d’attacco con il quale Fusaro cerca di perforare il pensiero unico è costruito da Fichte, Marx e Gentile. Il filosofo comunista in mezzo all’autore dei e al maggiore pensatore del regime fascista può risultare spiazzante. Ma si tratta di un Marx riletto come filosofo idealista, proprio sulla scorta dell’interpretazione gentiliana, in cui poco o nulla rimane dell’immaginetta propagandistica che spopolava nelle kermesse di partito dei regimi del socialismo reale. Ed è comunque proprio alla sinistra odierna che Fusaro dedica alcune delle pagine più caustiche del libro, criticando «il pacifismo delle masse impotenti che sfilano salmodianti tra bandiere policrome e sostengono il multiculturalismo con cui si contrabbanda il monoculturalismo del mercato». Al contrario, Fusaro individua proprio nello Stato nazione il modello da rilanciare come unica garanza di libertà e sovranità. 
Ma rilanciarlo come? E con chi? Fusaro dichiara esplicitamente che «occorre anche elaborare una piattaforma programmatica che permetta di organizzare la  individuando tanto i concreti attori sociali in grado di farsene carico, quanto il verso cui indirizzarla». Di questo programma filosofico, ma anche politico, si dispiega nel saggio l’orizzonte valoriale ultimo, ma resta quanto meno indefinita la concretezza di questa prassi. Alla fine del libro, il lettore sa un sacco di cose in più sulla filosofia e anche sul mondo che lo circonda. Non, però, su come riappropriarsi del proprio futuro o su come «passare all’azione».  
Non sarebbe un problema, di per sé, se il saggio non promettesse nel titolo e nel sottotitolo esattamente questo. Beninteso, non ambisce a diventare un nuovo e sarebbe ingiusto rimproverargli di non essere ciò che non vuole essere. La politicità, la non neutralità e l’impeto trasformatore che Fusaro individua nella pratica filosofica, tuttavia, comportano delle conseguenze e inchiodano il libro a delle aspettative. Fuori dalla caverna platonica il mondo è spietato e allora può anche capitare che qualcuno faccia notare come in questa «filosofia dell’azione» una parola, forse, sia di troppo.

La cara vecchia funzione sociale oppiacea della religione

Storia della povertà
Una funzione che nella religione si associa a un'altra decisamente più positiva, quella di rispecchiamento delle contraddizioni e dei bisogni sociali reali e primo germe dell'esigenza di giustizia. Secondo i rapporti di forza vigenti, poi, prevale l'una o l'altra. Quale mai potrà prevalere oggi? [SGA].

Vincenzo Paglia: Storia della povertà, Rizzoli
Risvolto

Carità e povertà: simul stabunt, simul cadent, insieme staranno o insieme cadranno. La storia della Chiesa è da sempre legata a doppio filo all'incontro con i poveri. Sul "fare la carità" si sono giocati per venti secoli l'organizzazione concreta della Chiesa e della società, l'evangelizzazione, la riforma religiosa, le utopie secolarizzate di un mondo senza sfruttati e senza sfruttatori. Monsignor Paglia ripercorre la storia del rapporto dinamico tra Chiesa e società attraverso la peculiare prospettiva della lotta alla povertà nelle sue diverse forme. Partendo dal cristianesimo delle origini, dal monachesimo e dai più influenti ordini religiosi, l'autore dipinge un affresco i cui protagonisti sono le figure emblematiche della cristianità e le loro opere, da Gesù ai padri della Chiesa fino a papa Giovanni XXIII con il Concilio vaticano II e la stagione di papa Francesco. In queste pagine emerge una Chiesa che rivendica con forza il valore della charitas cristiana come cura imprescindibile ai dilemmi sociali del mondo globalizzato. Perché: "è una grande funzione profetica della Chiesa quella di inquietare il banchetto del ricco epulone con la memoria e i dolori del povero Lazzaro. Nell'immaginare un mondo nuovo, o almeno diverso, la povertà è una delle soglie da attraversare con audacia, intelligenza e generosità da parte di tutti, credenti e non credenti." 

ATLANTE STORICO DELLA CARITA'0001Juan Maria Laboa: Atlante storico della carità, Jaca Book-Lev

Risvolto


Nei suoi 41 capitoli, il volume affronta l’ampio spettro delle iniziative di fraternità e solidarietà che caratterizzano l’attività della Chiesa nelle diverse epoche e nei vari continenti: l’assistenza ai malati, l’istruzione dei poveri, la presenza nelle carceri. Dalle parabole di Gesù, come quelle del Buon Samaritano e del Figliol prodigo, all’esperienza dei preti operai, delle suore missionarie della carità di Madre Teresa di Calcutta e a Papa Francesco, fino alle più moderne istituzioni caritative, Juan María Laboa cambia in quest’opera “l’ottica abituale degli studi di storia della Chiesa”, ponendo l’accento “con delicatezza sull’amore, la solidarietà, la preoccupazione affettuosa che i cristiani hanno l’uno per l’altro” spiega nell’introduzione dell’opera, sostenendo che “probabilmente l’unica identità cristiana è la carità



Il mondo e la Chiesa si confrontano con un fenomeno, oggi spesso trascurato, che
può diventare una risorsa importante per il futuro. Un saggio in uscita per Rizzoli

di Vincenzo Paglia Corriere 29 settembre 2014


Roberto I. Zanini Avvenire 30 settembre 2014

Con calma. Un elogio della lentezza


Curiosa e significativa la considerazione per cui " Len­tezza e velo­cità devono così re-integrarsi, ma si tratta di una sfida irta di peri­coli non sem­pre colti dalla rifles­sione di Maf­fei: in primo luogo, per­ché tutti i grandi sistemi ideo­lo­gici del «secolo breve» hanno col­ti­vato que­sto sogno, finendo in guerre e ster­mini di massa". Che vuol dire? al Manifesto se non ci mettono del loro, non sono contenti [SGA].

Lamberto Maffei: L'elogio della lentezza, Mulino

Risvolto
Siamo davvero programmati per la velocità? Viviamo in un mondo veloce, dove il tempo sembra via via contrarsi: continuamente connessi, chiamati a rispondere in tempi brevi a e-mail, tweet e sms, iper-sollecitati dalle immagini, in una frenesia visiva e cognitiva dai tratti patologici. Dimentichiamo così che il cervello è una macchina lenta e, nel tentativo di imitare le macchine veloci, andiamo incontro a frustrazioni e affanni. Queste pagine esplorano i meccanismi cerebrali che guidano le reazioni rapide dell'organismo umano, di origine sia genetica sia culturale, con un invito a scoprire i vantaggi di una civiltà dedita alla riflessività e al pensiero lento. 



Il cervello ama le tartarughe 
Saggi. «L'elogio della lentezza», il libro del neuroscienziato Lamberto Maffei, pubblicato dal Mulino, che attacca la bulimia tecnologica per salvare la meditazione e le ragioni (non necessariamente veloci) del pensiero

Francesco Antonelli, il Manifesto 30.9.2014 

Delle tante mac­chine che carat­te­riz­zano la con­tem­po­ra­neità, una è in grado di rap­pre­sen­tare meglio delle altre la nostra con­di­zione sociale ed esi­sten­ziale: il tapis rou­lant. Si corre, si fatica, si suda, magari sor­ri­dendo, ma alla fine ci si trova sem­pre allo stesso punto. L’elogio della len­tezza (Il Mulino, pp. 146, euro 12) di Lam­berto Maf­fei, emi­nente neu­ro­scien­ziato e pre­si­dente dell’Accademia dei Lin­cei, affronta in chiave cri­tica e radi­cal­mente uma­ni­sta que­sto para­dosso – uno dei più impor­tanti della moder­nità – inte­grando in una prosa chiara e godi­bile, saperi scien­ti­fici, let­te­rari e socio­lo­gici. La len­tezza vuol dire sia vita buona che col­ti­va­zione del pen­siero razio­nale, due valori del pro­getto e dell’utopia eman­ci­pa­tiva del moderno oggi eclis­sati.
Tanto il poema di Goe­the Faust (1808), nel quale l’omonimo scien­ziato, da anziano, dopo una vita di stu­dio e sacri­fi­cio vende la pro­pria anima a Mefi­sto­fele per avere in cam­bio «tutto e subito» (gio­ventù, sapienza e pia­cere), quanto il Mani­fe­sto del futu­ri­smo (1909), dove, un secolo dopo, leg­giamo che ’la magni­fi­cenza del mondo si è arric­chita di una bel­lezza nuova; la bel­lezza della velo­cità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a ser­penti dall’alito esplo­sivo (…) è più bella della vit­to­ria di Samo­tra­cia» riman­dano, il primo inten­zio­nal­mente il secondo molto meno, alla tra­ge­dia della velo­cità – che la si chiami alie­na­zione o sra­di­ca­mento: l’inversione tra i mezzi e i fini, la tiran­nia del godi­mento e della tec­no­lo­gia sulle donne e sugli uomini con­tem­po­ra­nei. Da segno dell’emancipazione dalla mise­ria seco­lare, la velo­cità di una vita iper-tecnologizzata si rivela una gab­bia di ferro: agiamo fre­ne­ti­ca­mente con delle mac­chine che pro­met­tono di ren­derci felici, ritro­van­doci invece ingra­naggi spae­sati di una mac­china più vasta, quella del mondo glo­bale.
Gli usi della tec­no­lo­gia non sono però neu­tri: il potere eco­no­mico e poli­tico, oggi inscritti nelle dina­mi­che di svi­luppo del capi­ta­li­smo finan­zia­rio, li con­di­zio­nano pesan­te­mente. Nel suo libro Lam­berto Maf­fei non uti­lizza argo­men­ta­zioni mora­li­sti­che o nostal­gi­che per cri­ti­care tutto ciò: la sua base di par­tenza sono le acqui­si­zioni delle neu­ro­scienze e il modo in cui ci con­sen­tono di leg­gere il com­pli­cato intrec­cio tra natura e cul­tura. Con una sor­pren­dente quanto illu­mi­nante denun­cia: in un’epoca di vorace e reto­rico scien­ti­smo, la stessa scienza, con i tempi lun­ghi del metodo spe­ri­men­tale e il valore cen­trale del pro­gresso umano attra­verso la cono­scenza, rischia di essere sof­fo­cata dalla mer­ci­fi­ca­zione della tec­no­lo­gia, che passa per l’ansia di sfor­nare sem­pre nuovi pro­dotti per il mer­cato.
Nell’Elo­gio della len­tezza viene innan­zi­tutto mostrato come l’evoluzione della spe­cie umana si leghi allo svi­luppo del cer­vello, un organo carat­te­riz­zato da un’elevata pla­sti­cità: nei suoi limiti bio­lo­gici, il cer­vello umano è in grado di pla­smare se stesso in fun­zione degli sti­moli ambien­tali, ove ambiente è sia la natura sia, e soprat­tutto, società e cul­tura. Par­tendo da ciò, e lon­tani anni luce dalle pro­spet­tive deter­mi­ni­sti­che del XIX secolo, le neu­ro­scienze hanno tro­vato il fon­da­mento della nostra indi­vi­dua­lità: cia­scuno di noi è un sin­golo, risul­tato dell’interazione com­plessa della socia­liz­za­zione e delle nostre «pre­di­spo­si­zioni» gene­ti­che. Ne deriva che siamo let­te­ral­mente pla­smati da ciò che ci cir­conda e da que­sto insieme, a nostra volta, ci distin­guiamo.
In que­sto pro­cesso evo­lu­tivo, alle rispo­ste iper­ve­loci, quelle dei riflessi e dell’azione «istin­tuale», pro­pria anche delle altre spe­cie ani­mali, l’umanità ha gra­dual­mente aggiunto lo svi­luppo del pen­siero e del lin­guag­gio, tra loro stret­ta­mente con­nesse, e aventi prin­ci­pal­mente sede nell’emisfero sini­stro del cer­vello. Alla potenza di que­sta acqui­si­zione evo­lu­tiva, cui si deve la stessa civiltà umana nel senso etico del ter­mine, cor­ri­spon­dono i tempi lun­ghi dei suoi pro­cessi: il ragio­nare, l’argomentare, lo spe­ri­men­tare su cui pog­giano tutti i saperi e le scienze, richie­dono uno svi­luppo che sia nell’individuo che nella società, non può esau­rirsi nell’istante della rispo­sta istin­tuale.
Il mondo con­tem­po­ra­neo, sotto l’azione prin­ci­pale della tec­no­lo­gia mer­ci­fi­cata, incen­tiva com­por­ta­menti e mol­ti­plica sti­moli carat­te­riz­zati dalla cre­scente velo­cità di rispo­sta che inverte il rap­porto tra pen­siero e azione. Data la pla­sti­cità del cer­vello, sem­pli­fi­cando, le nostre menti si ristrut­tu­rano e le parti più evo­lute di essa ten­dono a retro­ce­dere: come recita l’efficace titolo di uno dei capi­toli del libro, alla buli­mia dei con­sumi – che ci richie­dono com­pul­si­vità e poca medi­ta­zione razio­nale – cor­ri­sponde l’anoressia dei valori – cioè l’eclissi del pen­siero razio­nale e della stessa scienza.
Tut­ta­via, non è tanto la pos­si­bi­lità, pur inquie­tante per quanto lon­tana, che ciò avvenga, quanto il fatto che – para­fra­sando Michel Maf­fe­soli – que­sta nuova tri­ba­liz­za­zione del mondo e delle menti si stia veri­fi­cando qui ed ora. Allon­ta­nan­doci da ciò che ci rende più umani: l’elogio della len­tezza è un appello al recu­pero dell’umanesimo, del met­tere al ser­vi­zio della rea­liz­za­zione di una vita buona la cono­scenza e la tec­nica. Nel para­dosso di Zenone, infatti, in una stessa pista la tar­ta­ruga (pen­siero e medi­ta­zione) non potrà mai essere rag­giunta da Achille (desi­de­rio e forza). Len­tezza e velo­cità devono così re-integrarsi, ma si tratta di una sfida irta di peri­coli non sem­pre colti dalla rifles­sione di Maf­fei: in primo luogo, per­ché tutti i grandi sistemi ideo­lo­gici del «secolo breve» hanno col­ti­vato que­sto sogno, finendo in guerre e ster­mini di massa. In secondo luogo, per­ché il valore della len­tezza rimanda ine­vi­ta­bil­mente al suo essere contro-immagine del moderno stesso: il neo-tradizionalismo – anche come effetto per­verso della cul­tura della nuova sini­stra degli anni Ses­santa e Set­tanta – con le sue inse­pa­ra­bili gerar­chie ed auto­ri­ta­ri­smi, è dun­que sem­pre in agguato. Col­ti­vare il valore della len­tezza vuol dire per­ciò pren­dere con­sa­pe­vo­lezza di que­sti rischi e aggan­ciare sal­da­mente que­sto valore ad un razio­na­li­smo scet­tico e non set­ta­rio, in grado di dubi­tare anche di se stesso.

Verrà Google Glass e avrà i tuoi occhi: capitalismo digitale e colonizzazione totale dei mondi della vita


Federico Rampini: Rete padrona. Amazon Google & co, Feltrinelli

Risvolto

  “Mi trasferii a San Francisco nel 2000 per vivere nel cuore della Silicon Valley la prima rivoluzionedi Internet. Ci ritorno oggi da New York e ho
le vertigini, e un senso d’inquietudine. La velocità del cambiamento digitale è stata superiore a quello che ci aspettavamo e ormai la Rete penetra in ogni angolo della nostra vita: il lavoro, il tempo libero, l’organizzazione del dibattito politico e della protesta sociale, perfino le nostre relazioni sociali e i nostri affetti. Ma la Rete padrona ha gettato la maschera. La sua realtà quotidiana è molto diversa dalle visioni degli idealisti libertari che progettavano un nuovo mondo di sapere e opportunità alla portata di tutti.
I nuovi Padroni dell’Universo si chiamano Apple e Google, Facebook, Amazon e Twitter. Al loro fianco, la National Security Agency, il Grande Fratello dell’era digitale. E poi i regimi autoritari, dalla Cina alla Russia, che hanno imparato a padroneggiare a loro volta le tecnologie e ormai manipolano
la natura stessa di Internet. Sia chiaro: guai a disprezzare i benefici a cui ci siamo assuefatti, nessuno di noi vorrebbe veramente tornare indietro. Ma il tecno-totalitarismo che avanza non è neutro né innocente. Con questo libro vi porto in viaggio con me nella Rete padrona. È un viaggio nel tempo, per confrontare le speranze e i progetti più generosi di un ventennio fa con le priorità reali che plasmano oggi il mondo delle tecnologie. È un viaggio nei luoghi e nei paesaggi della California dove ho vissuto a lungo, che ritrovo sempre più affascinanti, ma in preda a una feroce divaricazione sociale tra le élite digitali e il resto della società. È un viaggio tra i personaggi che hanno segnato quest’epoca, da Bill Gates a Steve Jobs, a Mark Zuckerberg, e tra tanti altri profeti e visionari meno noti, che già stanno progettando le prossime fasi dell’innovazione.
Perché capire quel che sta diventando la Rete è ormai indispensabile per cogliere la vera natura del capitalismo contemporaneo.”


Non esiste la cyber utopia 
Web. Nel libro di Federico Rampini, «Rete padrona, Amazon Google &co», uscito per Feltrinelli, ci si inoltra fra le pieghe inquietanti della rete e del suo controllo

Simone Pieranni, il Manifesto 30.9.2014 


In certi momenti Fede­rico Ram­pini ci va molto vicino: quando descrive i mec­ca­ni­smi di Ama­zon e Face­book o il cam­bia­mento dei gusti e di uti­lizzo di pro­dotti, come la musica con Apple o in molti esempi che for­ni­sce su Goo­gle. Poi, però, si ferma, per­den­dosi in esempi e con­si­de­ra­zioni super­fi­ciali. Eppure il gior­na­li­sta di «Repub­blica», senza volerlo, o meglio, senza espli­ci­tarlo, parla esat­ta­mente del peri­colo più grande che arriva con il «futuro tec­no­lo­gico» dise­gnato da guru e mar­ke­ting expert della Sili­con Val­ley: la «delega tec­no­lo­gica». I social net­work ci sot­to­pon­gono a quello che viene defi­nito il potere del «default», accet­tare deci­sioni prese per noi da altri; deci­sioni che subiamo per pigri­zia, «fidu­cia nel mezzo», poca intra­pren­denza o per­ché, in fondo, ci con­ven­gono.
Ram­pini scrive di que­sto sen­ti­mento, senza mai nomi­narlo, ma sba­glia il sog­getto: non è che que­sta ten­denza alla delega sia nata con Face­book, Apple o Ama­zon. Nella vita al di fuori dello schermo accade già, e non da poco tempo. Quanti di noi si affi­dano alla rap­pre­sen­tanza di chi prende le deci­sioni nel nostro paese o nel mondo? Nel suo libro, Rete padrona, Ama­zon Goo­gle &co. Il volto oscuro della rivo­lu­zione digi­tale (Fel­tri­nelli, pp.288, euro 18) Fede­rico Ram­pini tenta di tenere un equi­li­brio tra lo sballo pro­vato a indos­sare i Goo­gle Glass e il rischio che que­sta tec­no­lo­gia com­porta. Un discorso piut­to­sto comune, con­dotto con stile (Ram­pini sa scri­vere, è indub­bio), ricco di esempi (alcuni forse ecces­sivi e poco signi­fi­ca­tivi, come quelli rela­tivi a moglie e figlia): la tec­no­lo­gia ha grandi pos­si­bi­lità, «ma anche» peri­coli nascosti. 

Il magma dei Big Data 
La tec­no­lo­gia ci fa vivere le infor­ma­zioni in real time, «ma anche» ci rende schiavi, ecce­tera. La tesi di fondo è che la tec­no­lo­gia, il suo uti­lizzo e il suo potere, fini­scono per diven­tare impor­tanti non solo nella vita di ogni sin­golo indi­vi­duo, «ma anche» nei rap­porti tra grandi potenze. Tutto il potere dei vari Goo­gle, Apple, Ama­zon, è in grado di scuo­tere equi­li­bri inter­na­zio­nali, por­tando all’estrema impor­tanza un fat­tore che fino a poco tempo fa veniva quasi snob­bato: la sicu­rezza. E con essa la pri­vacy. A que­sto pro­po­sito Ram­pini dedica dav­vero troppo poco spa­zio allo scan­dalo del Data­gate, sal­vando Obama dalle grin­fie dei suoi detrat­tori, soste­nendo che la Casa Bianca «sapeva poco».
In que­sto magma di Big Data, «tra­spa­renza» e pro­ie­zioni com­mer­ciali, Ram­pini «vede» il futuro mer­cato di tutto quanto riguar­derà la sicu­rezza delle nostre azioni on line, ma lo rac­co­glie intorno a due mondi che tenta di divi­dere, igno­ran­done con­gruità e fina­lità omo­lo­ghe. Nelle pagine di Rete padrona, Ram­pini tenta di trat­teg­giare il con­fronto tra due forme «ambi­gue» di visione della Rete: quella dei Big (Face­book, Goo­gle, ecc) che cer­cano il mono­po­lio, il con­trollo, la crea­zione di onto­lo­gie per con­qui­starsi tutta la torta dispo­ni­bile e i suoi «oppo­si­tori». Par­tiamo dai primi: que­sti nuovi padroni sono in lotta tra loro, coin­vol­gono governi e Stati e hanno come prin­ci­pale nemico «l’Internazionale» dei nuovi anar­chici sma­net­toni (Wiki­leaks, Ano­ny­mous, Sno­w­den). Pre­ci­siamo un punto: tutta la prima parte, riguar­dante l’arroganza dei grandi, la cono­sciamo. Spe­ci­fi­chiamo solo un dato di cui Ram­pini sem­bra non ricor­darsi o essersi dimen­ti­cato.
Il gior­na­li­sta di Repub­blica ricorda il pas­sato idil­liaco di una Sili­con Val­ley in cui si respi­rava lo «spi­rito liber­ta­rio». A pagina 197 scrive: «è pos­si­bile un ritorno alle ori­gini della Sili­con Val­ley, quella che ebbe un’anima liber­ta­ria e anti­ca­pi­ta­li­sta?». Pec­cato che que­sto pas­sato non sia mai esi­stito, tutto quanto è uscito dalla Sili­con Val­ley è cre­sciuto nel brodo dei «right liber­ta­rians», ovvero gli anarco-capitalisti. Per­sone con mon­ta­gne di soldi che sogna­vano un’utopia digi­tale, che, in effetti, oggi pare essere piut­to­sto vicina. Si ricorda Ram­pini chi ha finan­ziato Pay­pal, Face­book e altri? Tutti quei pro­getti che ven­gono defi­niti «ini­zial­mente anti­ca­pi­ta­li­sti»?
Al riguardo, ci sono mon­ta­gne di arti­coli on line ed è impor­tante ricor­dare il libro del col­let­tivo Ippo­lita, Nell’acquario di Face­book, dove sono ben det­ta­gliate le scor­ri­bande capi­ta­li­sti­che dei fondi con cui sono nati mol­tis­simi dei giganti di oggi. Descri­vere que­sto pas­sato «liber­ta­rio» è dun­que un errore, che non per­mette di com­pren­dere la pecu­lia­rità e l’agire con­sueto di que­sti giganti. Un secondo – grave – errore di Ram­pini è quello di rac­co­gliere nello stesso frame chi, appa­ren­te­mente, si pone «con­tro» i «padroni della rete». Come si può defi­nire liber­ta­rio, ad esem­pio, Assange o Wiki­leaks, che ha una con­ce­zione radi­cal­mente gerar­chica del potere e che ha sfrut­tato, alla stessa stre­gua di Apple, i mec­ca­ni­smi con­torti e spesso fuor­vianti dell’odierna società dello spet­ta­colo?
Per­ché Ram­pini non ricorda che i siti che gesti­scono leaks, sono da sem­pre molto più sicuri e liber­tari (nel senso vero) di Wiki­leaks? Forse per­ché lo stesso Ram­pini è in que­sto pal­co­sce­nico su cui si muo­vono ten­denze diverse dello stesso approc­cio: una cyber uto­pia tota­li­ta­ria, per­fetto vestito per le con­tem­po­ra­nee società. Par­lare di «tra­spa­renza» nell’era dei social net­work è rischioso (per quanto Ram­pini sia molto cri­tico sia con Assange, sia con Sno­w­den e abbia posi­zioni difen­sive nei con­fronti di Obama) e andrebbe fatto, anche in un’opera pop, senza sem­pli­fi­care troppo. 

L’affaire Fox­conn 
La «tra­spa­renza» è, infatti, l’ideologia domi­nante tanto di Face­book, quanto di Wiki­leaks e acco­muna tutti gli attori glo­bali, impe­gnati nella nuova guerra sui dati. Sem­pli­fi­cando troppo, fino a bana­liz­zare, si ottiene l’effetto con­tra­rio: anzi­ché spie­gare, si aprono buchi neri nella com­pren­sione anche di un libro divul­ga­tivo. Infine, un det­ta­glio spe­cia­li­stico: Ram­pini descrive le male­fatte Apple, ricor­dando il caso Fox­conn in Cina. Il gior­na­li­sta ricorda l’opera di Mike Dai­sey che, in uno spet­ta­colo tea­trale, aveva rac­con­tato quanto rac­colto dai lavo­ra­tori cinesi della Fox­conn.
Manca un pic­colo det­ta­glio (che non esenta Apple da gravi respon­sa­bi­lità in ter­mini di diritti dei lavo­ra­tori): a seguito di pole­mi­che, Dai­sey ha ammesso di avere com­ple­ta­mente inven­tato alcuni det­ta­gli dei suoi 


Le tecnologie del controllo di Apple e Google

IOS 8, l’ultima ver­sione del sistema ope­ra­tivo mon­tato dai «mela­fo­nini», pre­senta infatti una serie di nuove fun­zio­na­lità con­ce­pite appo­si­ta­mente per garan­tire una mag­gior sicu­rezza alle comu­ni­ca­zioni e ai dati per­so­nali dell’utente. Un esem­pio è l’introduzione della full disk encryp­tion: una sorta di cas­sa­forte vir­tuale che pro­tegge le infor­ma­zioni archi­viate all’interno di un iPhone e che può essere aperta solo dal pro­prie­ta­rio del dispo­si­tivo con una pas­sword da lui impo­stata. Un sistema di cifra­tura blin­dato, che la stessa Apple non potrebbe scar­di­nare, nem­meno di fronte ad even­tuali richie­ste di col­la­bo­ra­zione da parte di forze di poli­zia e agen­zie di law enfor­ce­ment impe­gnate in inda­gini penali.

Un dif­fuso scetticismo
Non passa nep­pure un giorno e Goo­gle, prin­ci­pale con­cor­rente di Cuper­tino nel mer­cato degli smart­phone, annun­cia che non sarà da meno. Dalla pros­sima ver­sione di Android (nome in codice L) «la cifra­tura verrà abi­li­tata auto­ma­ti­ca­mente — ha dichia­rato il por­toa­voce Niki Chri­stoff -. I nostri clienti non dovranno nep­pure pen­sare a come atti­varla».
Nono­stante le pro­messe sban­die­rate a mezzo stampa da Chri­stoff e le solenni dichia­ra­zioni di intenti fatte da Cook, lo scet­ti­ci­smo ser­peg­gia tra gli addetti ai lavori. «Non vedo che inte­resse dovrebbe avere Goo­gle a ren­dere i suoi ser­vizi pri­vacy ena­bling — sostiene Clau­dio Nex Guar­nieri, esperto di sicu­rezza infor­ma­tica e atti­vi­sta per i diritti digi­tali -. È con­tro il suo modello eco­no­mico». Una larga fetta degli introiti di Big G deriva infatti dalla ven­dita di pub­bli­cità per­so­na­liz­zate, rita­gliate a misura d’utente, gra­zie a un costante moni­to­rag­gio delle sue atti­vità on-line. E per quanto riguarda Apple? Il giu­di­zio di «Nex» non cam­bia di molto. Seb­bene il ricer­ca­tore ammetta che «i miglio­ra­menti intro­dotti da iOS 8 siano inte­res­santi», que­ste sono tutt’altro che una pana­cea ai mali del tecno con­trollo dila­gante. Milioni di per­sone uti­liz­zano infatti in maniera asso­lu­ta­mente incon­sa­pe­vole ser­vizi come iCloud, un soft­ware che replica in modo auto­ma­tico sui ser­ver di Cuper­tino foto­gra­fie, fil­mati, rubri­che e mes­saggi di testo con­te­nuti nelle memo­rie di iPhone e iPad. «Apple può acce­dere a quei dati in qual­siasi momento e per qual­siasi motivo. E per quanto mi riguarda — con­clude Guar­nieriresta un part­ner del pro­getto Prism».

Il declino del Sili­con Val­ley Consensus
Nutrono per­ples­sità simili anche i mediat­ti­vi­sti di Av.A.Na (acro­nimo di Avviso Ai Navi­ganti), sto­rico Hac­klab del cen­tro sociale Forte Pre­ne­stino di Roma. «Rispe­diamo l’invito di Cook al mit­tente. Per­ché mai dovremmo fidarci?». Gli hac­ker capi­to­lini in par­ti­co­lare pun­tano il dito con­tro la chiu­sura dei sistemi ope­ra­tivi tar­gati Apple e Goo­gle: «per defi­ni­zione un sistema sicuro deve essere ana­liz­za­bile». In altre parole, il suo codice sor­gente deve essere dispo­ni­bile allo scru­ti­nio di que­gli svi­lup­pa­tori inten­zio­nati a revi­sio­narlo per sco­varvi even­tuali mal­fun­zio­na­menti o vul­ne­ra­bi­lità. Ios non sod­di­sfa que­sta con­di­zione, Android solo par­zial­mente.
C’è poi un altro pro­blema: l’hardware, ovvero le com­po­nenti fisi­che del cel­lu­lare, che gli sma­net­toni del Forte defi­ni­scono «un cola­brodo». Già, per­ché «la rete tele­fo­nica non solo for­ni­sce un trac­cia­mento det­ta­gliato degli spo­sta­menti e delle rela­zioni di ogni indi­vi­duo, ma i cir­cuiti col­le­gar­visi sono in grado di sca­val­care ogni pre­cau­zione ado­pe­rata dal sistema ope­ra­tivo». Fan­ta­scienza? Niente affatto. Si tratta di un’ipotesi già veri­fi­cata a feb­braio dai ricer­ca­tori della Free Soft­ware Foun­da­tion.
Che il Sili­con Val­ley Con­sen­sus sia colato a picco dopo il Data­gate non è un mistero. Pro­prio quest’estate un rap­porto pre­sen­tato dal New Ame­rica Foundation’s Open Tech­no­logy Insti­tute aveva evi­den­ziato come la fine della pri­vacy indi­vi­duale fosse solo una delle con­se­guenze della sor­ve­glianza di massa. Altret­tanto signi­fi­ca­tiva risul­tava essere la per­dita di cre­di­bi­lità dell’industria tec­no­lo­gica sta­tu­ni­tense. Un danno d’immagine con rica­dute diret­ta­mente eco­no­mi­che, dato che «per Goo­gle ed Apple la fidu­cia degli utenti è un bene da pre­ser­vare — spie­gano gli hac­ker di Av.A.Na. — Non dimen­ti­chia­moci che que­ste aziende trag­gono pro­fitto dalle nostre comu­ni­ca­zioni, dai dati che immet­tiamo sulle loro piat­ta­forme. Se smet­tiamo di farlo per­ché la loro repu­ta­zione crolla, alla lunga anche i loro bilanci potreb­bero fare la stessa fine. Un utente spen­sie­rato invece comu­nica di più. E quindi pro­duce di più».

Un esca­mo­tage cosmetico
E in que­sto senso, oltre alle rive­la­zioni di Edward Sno­w­den, non sem­bra aver gio­vato nep­pure il cosid­detto scan­dalo Fap­pe­ning. Il 31 ago­sto cen­ti­naia di foto espli­cite sono state inde­bi­ta­mente sot­tratte dagli account iCloud di vip e per­so­naggi del mondo dello spet­ta­colo per poi essere river­sate in rete. Tra le vit­time anche la modella Kate Upton e l’attrice Jen­ni­fer Law­rence: cele­brità inter­na­zio­nali a cui basta un tweet per influen­zare i gusti e le pre­fe­renze com­mer­ciali di milioni di con­su­ma­tori.
Ade­gua­ta­mente con­te­stua­liz­zata, la «svolta» di Moun­tain View e Cuper­tino sem­bra quindi più un esca­mo­tage cosme­tico che un effet­tivo ten­ta­tivo di raf­for­zare la pri­vacy dei pro­pri utenti: una stra­te­gia di mar­ke­ting dispie­gata per tran­quil­liz­zare i clienti e alli­neare il brand azien­dale ai timori di un pub­blico glo­bale, tur­bato dallo stil­li­ci­dio quo­ti­diano di noti­zie che testi­mo­nia la pro­gres­siva dis­so­lu­zione di ogni sfera d’intimità.
Nel solco trac­ciato da un biso­gno di riser­va­tezza sem­pre più dif­fuso e pal­pa­bile, si fa strada poco alla volta un nuovo trend eco­no­mico. Giorno dopo giorno prende piede un vero e pro­prio mer­cato della pri­vacy, chia­mato a fare le veci di que­gli stru­menti giu­ri­dici tra­di­zio­nali dimo­stra­tisi ina­de­guati a difen­dere l’individuo dallo sguardo per­va­sivo dell’occhio elet­tro­nico.
Non si con­tano più ormai le app per smart­phone, ven­dute con la pro­messa di tute­lare le comu­ni­ca­zioni degli utenti da orec­chie indi­screte; impaz­zano i blac­k­phone(tele­fo­nini spac­ciati come dispo­si­tivi a prova di inter­cet­ta­zione); nascono addi­rit­tura ini­zia­tive di cro­w­d­fun­ding per finan­ziare capi di abbi­glia­mento fatti con tes­suti in grado di scher­mare tablet e cel­lu­lari.
Che tali pro­dotti siano solu­zioni effi­caci conta fino a un certo punto: il loro valore risiede piut­to­sto negli imma­gi­nari che sono in grado di vei­co­lare. La lotta al Grande Fra­tello diventa un busi­ness e può essere intra­presa sem­pli­ce­mente acqui­stando un gad­get su Ebay. «Da que­sto punto di vista — affer­mano gli hac­ker di Av.A.Nala pri­vacy sta ormai diven­tando una moda». Goo­gle ed Apple l’hanno capito bene. «Que­ste mul­ti­na­zio­nali, insieme ai loro pro­dotti, ven­dono un sistema fidei­stico di valori da loro sta­bi­lito. Come se fosse un soft­ware, lo aggior­nano ogni volta che lan­ciano sul mer­cato un nuovo sistema ope­ra­tivo o un nuovo tele­fono». Il risul­tato, con­clu­dono, è che «l’autonomia dell’individuo si riduce ad una scelta acri­tica tra prodotti».

La corsa alla crittografia
Ma la guerra com­mer­ciale tra Apple e Goo­gle è anche spia di pro­fonde muta­zioni che stanno inve­stendo le fon­da­menta giu­ri­di­che del con­cetto di sicu­rezza. «In pas­sato que­sta veniva con­si­de­rata prio­ri­ta­ria rispetto alla pri­vacy — spiega l’avvocato Ful­vio Sar­zana, esperto di diritto dell’informazione -. Si trat­tava di una nozione di tipo col­let­tivo e la sua for­mu­la­zione era una pre­ro­ga­tiva delle isti­tu­zioni sta­tali». Dopo il Data­gate sono però inter­ve­nute tra­sfor­ma­zioni di tipo tec­no­lo­gico e nor­ma­tivo che hanno messo in discus­sione la vali­dità di tale assunto. La corsa alla crit­to­gra­fia nell’industria tec­no­lo­gica, la sua ado­zione da parte di milioni di per­sone, l’acuirsi della crisi di legit­ti­mità degli attori poli­tici tra­di­zio­nali; tutti ele­menti che indi­cano come l’idea di sicu­rezza vada sem­pre più decli­nan­dosi su un piano indi­vi­duale. Essa non è più codi­fi­cata dal legi­sla­tore, ma ero­gata sotto forma di ser­vi­zio da un’impresa pri­vata cui viene cor­ri­spo­sto un com­penso eco­no­mico. Stesso discorso vale per la pri­vacy. «Pen­siamo a quanto accade intorno al tema del diritto all’oblio — dice il giu­ri­sta -. Anche in quel caso Goo­gle svolge un ruolo mono­po­li­stico: è solo lui a sta­bi­lire come e quando con­ce­derlo». Lo spo­sta­mento di com­pe­tenze da entità sta­tali a sovra­sta­tali si fa com­pleto, «così come si spo­sta anche la que­stione della tutela indi­vi­duale del cit­ta­dino: oggi è neces­sa­rio capire come difen­dersi dagli abusi di potere delle grandi cor­po­ra­tion, oltre che da quelli dello Stato». Perso il mono­po­lio di pri­vacy, perso anche quello della sicu­rezza, al vec­chio Levia­tano, sostiene Sar­zana, «non rimane che quello della repressione».


Il giornalista racconta come è cambiata la rivoluzione digitale e come funzionano le logiche dei nuovi colossi mangiatuttoPanorama 3 settembre 2014


La profezia nefasta del giornalista: Internet, da infrastruttura collettiva a strumento di controllo che ci ha resi “servi della gleba”Silvia Malnati Wired