martedì 27 gennaio 2015

La filosofia, la politica, le istituzioni, l'editoria, il giornalismo italiani ridotti in un colpo solo nella barzelletta che meritiamo

Quando leggi certe cose capisci che è finita. E' per questo che questo articolo andava segnalato con evidenza: per capire a che punto è il deserto [SGA].

Michela Marzano con Giovanna Casadio: Non seguire il mondo come va, Utet, pagg. 266, euro 14

Dalla rabbia alla speranza Una parlamentare delusa prova a rifondare la politica 
L’impopolarità dei partiti, la crisi del Pd, il disfattismo di Grillo In un libro-intervista con Giovanna Casadio Michela Marzano descrive la sua esperienza alla Camera. Ecco parte dell’introduzione

MICHELA MARZANO Repubblica 27 gennaio 2015

«DEPUTATA o cittadina? ». Quando il 15 marzo 2013 sto per entrare a Montecitorio, c’è una folla di telecamere e di giornalisti che si precipitano sui neoeletti alla ricerca di scoop e volti nuovi. Allora mi presto anch’io al gioco mediatico e, senza troppo imbarazzo, mi fermo e sorrido. «Entrambe le cose, perché?» Ma deve essere la risposta sbagliata, visto che il giornalista allontana il microfono e, senza aggiungere altro, se ne va. (...) Non appartengo a nessuna corrente. Non ho mai fatto politica. Non conosco nessuno. Tanto più che sono una “paracadutata”, come alcuni si affretteranno a ricordarmi. Faccio parte di quegli intellettuali chiamati all’ultimo minuto dal Pd per non lasciare alla lista Monti il privilegio di rappresentare la società civile. Faccio parte di quelle pedine scelte per mostrare che anche il Pd è capace di rinnovarsi, di utilizzare persone con competenze specifiche, e di non lasciarsi travolgere dal “devono andare tutti a casa” di Grillo.
«In politica il concetto di competenza non è oggettivo, cara Michela », mi disse un giorno un collega con cui mi stavo lamentando perché non mi avevano dato la possibilità di intervenire in Aula su un tema che conoscevo bene, su cui lavoravo da anni, su cui pensavo di poter dare un contributo grazie alle mie competenze, appunto. «In politica contano solo i voti che ti porti dietro. Tu, in fondo, rappresenti solo te stessa!», confermò la collega cui avevo raccontato scoraggiata l’episodio. (...) Di libri sulla delusione di chi, sbarcando per la prima volta in politica, si ritira sconfitto e disgustato ce ne sono fin troppi, da ultimo quello di Franca Rame. Ma non è questo il mio intento. Al contrario. Il mio scopo è raccontare il “re nudo”. Utilizzare la mia naïveté iniziale per fare come il bimbo nel racconto di Hans Christian Andersen I vestiti nuovi dell’Imperatore . Ma utilizzare anche gli strumenti analitici della filosofia e del pensiero critico per rivestire questo re e mostrare — al di là della retorica antisistema che è una delle piaghe dell’epoca contemporanea — che un’altra politica è possibile. (...) Ebbene, credo sia giunto il momento di avere il coraggio di passare per un’analfabeta o una stolta e gridare che la politica attuale è nuda. Ci sono troppi cortigiani — sia nei Palazzi sia nei media — che lo negano. Ci sono troppi arroganti e ambiziosi che sono pronti a tutto pur di conquistare o mantenere il potere. Anche se poi, una volta aperti gli occhi sulla nudità del re, non ci si può accontentare di urlare e di distruggere, come fanno troppo spesso i seguaci di Grillo, Casaleggio e Salvini. Il Parlamento non è una “scatola di tonno”. (...) Oggi so che, per ridare fiducia e speranza all’Italia, non serve l’apparato, non servono gli accordi sottobanco, non servono le mediazioni al ribasso, non servono le bugie e le promesse vane. Ma non servono nemmeno le urla e il disfattismo di un Grillo o di un Salvini. Esattamente come non servono gli slogan e gli annunci continui. Oggi so che servono contenuti e serietà, verità e coraggio, compassione e giustizia.
Allora è il momento, per me, di prendere le distanze. È il momento dell’autocritica e della riflessione. È il momento di smetterla di nascondersi dietro il politichese insopportabile dei quadri e dell’apparato. È il momento di rimboccarsi la maniche e di capire. (...) E cercare di mettere un po’ d’ordine nella confusione generale che circonda oggi non solo il mondo della politica, ma anche l’idea di democrazia. Per cercare di capire come sia stato possibile che, dopo vent’anni di berlusconismo, un quarto degli elettori italiani, per la maggior parte persone oneste e di buona volontà, abbiano potuto fidarsi di un ciarlatano come Grillo o come oggi possano spostarsi verso la Lega di Salvini. Per cercare di spiegare, infine, l’enorme speranza che ha investito Matteo Renzi al momento del suo arrivo a Palazzo Chigi. È possibile accontentarsi di passare da un uomo provvidenziale all’altro?
L’Italia va male. La gente soffre. E merita qualcosa in più rispetto a una serie di slogan fabbricati dai pubblicitari della politica. La crisi che attraversa oggi l’Europa, e in particolare l’Italia, prima ancora che essere economica e sociale, è culturale e morale. Se non si riparte da lì, non si capisce niente. Se ci si accontenta di comunicare, promettere o illudere, non si può uscire dallo stallo. Gli economisti devono trovare soluzioni immediate. Ma è anche arrivato il momento di capire che le soluzioni immediate non bastano più, e che si deve andare più in profondità per capire le ragioni profonde che hanno progressivamente portato l’Italia sull’orlo del baratro morale e culturale. Ecco perché questo libro nasce in quei giorni, ma si trasforma poi in un’antropologia della politica contemporanea. In uno sguardo critico sul futuro della sinistra. In un accorato auspicio a riscrivere la grammatica del potere attraverso le categorie delle emozioni morali. Solo così si potrà passare dall’ umiliazione e dalla rabbia degli impotenti, alla fiducia e alla speranza nel futuro, dal senso d’ingiustizia di quasi tutti al coraggio , di cui pure tutti abbiamo bisogno per uscire dalla sabbie mobili.

Pittella, Piketty e Vendola cugini di Tachipirinas



Se i greci non allontanano al più presto con una bella fattura queste influenze malefiche - specie quelle italiane - faranno senza meno la fine di Zapatero tempo un anno [SGA].


Ora tutti uniti contro l’austerità la sinistra europea riparta da Syriza 
Dopo la vittoria di Tsipras toccherà alla Spagna di “Podemos” Ma perché questa rivoluzione democratica possa riuscire a modificare il corso delle cose bisogna che Renzi e Hollande dicano chiaramente che il trattato sui bilanci va modificato
THOMAS PIKETTY Repubblica 27 1 2015
IL TRIONFO elettorale di Syriza in Grecia potrebbe capovolgere la situazione dell’Europa e farla finita con l’austerità che mette a rischio la sopravvivenza del nostro continente e dei suoi giovani. Tanto più che le elezioni previste per la fine del 2015 in Spagna potrebbero produrre un risultato simile, con l’ascesa di Podemos. Ma perché questa rivoluzione democratica venuta dal Sud possa riuscire a modificare davvero il corso delle cose, bisognerebbe che i partiti di centrosinistra attualmente al potere in Francia e in Italia adottino un atteggiamento costruttivo e riconoscano la loro parte di responsabilità nella situazione attuale.
Concretamente, queste forze politiche dovrebbero approfittare dell’occasione per dire con voce alta e forte che il trattato sui bilanci adottato nel 2012 è stato un fallimento, e per mettere sul tavolo nuove proposte, tali da consentire una vera rifondazione democratica della zona euro. Nel quadro delle istituzioni europee esistenti, ingabbiate da criteri rigidi sul deficit e dalla regola dell’unanimità sulla fiscalità, è semplicemente impossibile portare avanti politiche di progresso sociale. Non basta lamentarsi di Berlino o di Bruxelles: bisogna proporre regole nuove.
Per essere chiari: a partire dal momento in cui si condivide una stessa moneta, è più che giustificato che la scelta del livello di deficit, così come gli orientamenti generali della politica economica e sociale, siano coordinati. Semplicemente, queste scelte comuni devono essere fatte in modo democratico, alla luce del sole, al termine di un dibattito pubblico e con contraddittorio. E non applicando regole meccaniche e sanzioni automatiche, che dal 2011-2012 hanno prodotto una riduzione eccessivamente rapida dei deficit e una recessione generalizzata della zona euro. Risultato: la disoccupazione è esplosa mentre altrove scendeva (sia negli Stati Uniti che nei Paesi esterni all’area dell’euro), e i debiti pubblici sono aumentati, in contraddizione con l’obbiettivo proclamato. La scelta del livello di deficit e del livello di investimenti pubblici è una decisione politica, che deve potersi adattare rapidamente alla situazione economica. Dovrebbe essere fatto democraticamente, nel quadro di un Parlamento dell’Eurozona in cui ogni Parlamento nazionale sarebbe rappresentato in proporzione alla popolazione del rispettivo Paese, né più né meno. Con un sistema del genere, avremmo avuto meno austerità, più crescita e meno disoccupazione. Questa nuova governance democratica consentirebbe anche di riprendere in mano la proposta di mettere in comune i debiti pubblici superiori al 60 per cento del Pil (per condividere lo stesso tasso di interesse e per prevenire le crisi future) e istituire un’imposta sulle società unica per tutta la zona euro (il solo modo per mettere fine al dumping fiscale).
Purtroppo, oggi il rischio è che i governi di Francia e Italia si accontentino di trattare il caso greco come un caso specifico, accettando una leggera ristrutturazione del debito del Paese ellenico senza rimettere in discussione alla radice l’organizzazione della zona euro. Perché? Perché hanno passato un mucchio di tempo a spiegare ai loro cittadini che il trattato di bilancio del 2012 funzionava, e oggi sono reticenti a ritrattare quanto detto. E quindi vi spiegheranno che è complicato cambiare i trattati, anche se nel 2012 gli bastarono sei mesi per riscriverli, e anche se è evidente che nulla impedisce di prendere misure di emergenza in attesa che entrino in vigore nuove regole. Ma farebbero meglio a riconoscere gli errori finché sono in tempo, piuttosto che aspettare nuovi scossoni politici, stavolta dall’estrema destra. Se la Francia e l’Italia oggi tendessero la mano alla Grecia e alla Spagna per proporre un’autentica rifondazione democratica della zona euro, la Germania non potrebbe fare a meno di accettare un compromesso.
Tutto dipenderà anche dall’atteggiamento dei socialisti spagnoli, attualmente all’opposizione. Meno falcidiati e screditati dei loro omologhi greci, devono tuttavia accettare il fatto che faranno molta fatica a vincere le prossime elezioni senza allearsi con Podemos, che stando agli ultimi sondaggi potrebbe perfino arrivare al primo posto.
E non dobbiamo pensare, soprattutto, che il nuovo piano annunciato dalla Bce basterà a risolvere i problemi. Un sistema di moneta unica con 18 debiti pubblici e 18 tassi di interesse diversi è fondamentalmente instabile. La Bce cerca di giocare il suo ruolo, ma per rilanciare l’inflazione e la crescita in Europa c’è bisogno di un rilancio della spesa pubblica. Senza di esso, il pericolo è che i nuovi miliardi di euro stampati dalla Bce finiscano per creare bolle speculative su certe attività, invece di far ripartire l’inflazione dei prezzi al consumo. Oggi la priorità dell’Europa dovrebbe essere investire su innovazione e formazione. Per fare questo c’è bisogno di un’unione politica e di bilancio della zona euro più stringente, con decisioni prese a maggioranza all’interno di un Parlamento autenticamente democratico. Non si può chiedere tutto a una Banca centrale. (Traduzione Fabio Galimberti)



Pasok chi? Nel Pd è Tsiprasmania 

Il caso. I socialisti greci sono asfaltati. Ma i dem fanno finta di nulla: «Renzi? Un antesignano di Alexis» 
Daniela Preziosi, il Manifesto 26.1.2015 

Renzi come Tsi­pras? Mac­ché, meglio: più anti-rigore, più anti-debito, per­sino più anti-Troika. Da dome­nica sera va in onda, su tv e social net­work, la pas­sione greca che ha col­pito i dem ita­liani men­tre lo scru­ti­nio cer­ti­fi­cava la vit­to­ria a valanga della Coa­li­zione della sini­stra radi­cale (que­sto, per la cro­naca, signi­fica l’acronimo Syriza). 
E il Pd si sco­pre grande amico della sini­stra greca, pur restando acer­rimo nemico di quella ita­liana, il cui pro­gramma è foto­co­pia di quella. Sfor­zan­dosi di riscri­vere a ritroso una cor­ri­spon­denza di amo­rosi sensi fra il lea­der delle lar­ghe intese ita­liane e l’inflessibile rot­ta­ma­tore di quelle gre­che. Molti dem non hanno dubbi sulle affi­nità: il blai­riano sarebbe un pre­cur­sore del comunista. 
«Tsi­pras saprà sfrut­tare al meglio il risul­tato elet­to­rale per con­so­li­dare in Europa il per­corso per la cre­scita cui ha lavo­rato Renzi in que­sti mesi», esulta Debora Ser­rac­chiani. «Renzi è l’antesignano della bat­ta­glia per cam­biare le poli­ti­che eco­no­mi­che euro­pee, con tutti noi socia­li­sti», giura Gianni Pit­tella. Pec­cato che, a pro­po­sito di socia­li­sti, in Gre­cia Tsi­pras ha spaz­zato via il Pasok, par­tito fra­tello del Pd. Quello che nel dicem­bre 2012 Ber­sani invitò a Roma affi­dando al lea­der Veni­ze­los una rela­zione su come la Gre­cia può uscire dalla crisi gra­zie al Memo­ran­dum, le dure con­di­zioni accet­tate dal governo Pasok-Nuova Demo­cra­zia ora strac­ciate da Tsipras. 
Pit­tella si augura che «Renzi e Tsi­pras si par­lino». Ormai è ine­vi­ta­bile. Eppure Renzi ha inviato al vin­ci­tore greco un tele­gramma di «sen­titi auguri» degno di un con­su­mato equi­li­bri­sta: «La sfida che ti attende è sicu­ra­mente molto impe­gna­tiva: un intero con­ti­nente segue le vicende poli­ti­che gre­che con grande partecipazione». 
Finora Renzi si era tenuto alla larga dal can­di­da­tis­simo, che veniva in Ita­lia solo su invito della sini­stra radi­cale. Non l’ha voluto incon­trare quando, nel luglio 2014, Tsi­pras venne a Roma e mandò avanti le diplo­ma­zie per orga­niz­zare un incon­tro. Che non ci fu. «Man­cato per un sof­fio», si giu­sti­fi­ca­rono da Palazzo Chigi quando il greco era già sull’aereo. Qual­che mese dopo il pre­mier greco in pec­tore fa inol­trare una nuova richie­sta di incon­tro. Ma di nuovo non se ne fa nulla. 
Non era andata così quando a Palazzo c’era Enrico Letta. Ex dc, certo non con­tra­rio alle poli­ti­che di rigore, l’8 feb­braio 2014 Letta si pre­ci­pitò dall’aeroporto a Roma — era di ritorno da Sochi — per spa­lan­care le porte del suo uffi­cio a quello che già il set­ti­ma­nale tede­sco filo-merkel Der Spie­gel aveva defi­nito «il nemico numero uno dell’Europa». 
Renzi invece fran­ca­mente se n’è infi­schiato. Fino a dome­nica. Anzi fino al 16 gen­naio quando — a due set­ti­mane dal voto e a risul­tato già annun­ciato — alla dire­zione del Pd non ha potuto non accet­tare un ordine del giorno di Ste­fano Fas­sina (tsi­priota della prima ora) che chie­deva «al Pse e a S&D di impe­gnarsi per far finire le inge­renze inter­na­zio­nali sul voto greco e a «avviare un per­corso di dia­logo con le prin­ci­pali forze pro­gres­si­ste elle­ni­che». Nei giorni scorsi Tsi­pras ha chie­sto pub­bli­ca­mente la col­la­bo­ra­zione di Renzi sul piano euro­peo. Ovvio: il lea­der greco non vuole farsi iso­lare nella trat­ta­tiva per rine­go­ziare il debito e i trat­tati. Ma tanto basta ai ren­ziani per van­tarsi della sin­to­nia fra i due presidenti. 
Ma la verità è un’altra e sono in pochi nel Pd ad ammet­terla. Lo fa la gio­vane e seria depu­tata Anna Ascani che dome­nica sera, di fronte al pro­flu­vio dei nuovi amici di Tsi­pras nel suo par­tito, ha twit­tato: «Segnalo agli entu­sia­sti che il Pse, i l nostro par­tito insomma, ha perso. Di brutto». E Fran­ce­sco Boc­cia: «Renzi, il Pd e il Pse hanno fatto degli errori, che alcuni di noi hanno rile­vato nei mesi scorsi quando Schulz e Junc­ker hanno restau­rato l’architettura isti­tu­zio­nale comu­ni­ta­ria. Le ricette non fun­zio­nano più». 
E natu­ral­mente Ste­fano Fas­sina, il dis­sen­ziente Pd che nei giorni scorsi era stato ad Atene, come Pippo Civati, a incon­trare gli eco­no­mi­sti di Syriza. «Il nostro jobs act è l’esatto oppo­sto del pro­gramma di Syriza», spiega, «Renzi dovrebbe impa­rare il discorso di verità fa Tsi­pras: l’Europa della sva­lu­ta­zione del lavoro e della Troika non fun­ziona e por­terà a sbat­tere. Noi ci siamo con­cen­trati sui deci­mali di fles­si­bi­lità men­tre occorre dire che ser­vono inve­sti­menti pub­blici e un allen­ta­mento delle poli­ti­che di auste­rità». Quello che Tsi­pras, e non Renzi, ha messo come con­di­zione della trat­ta­tiva sul tavolo europeo.




«Mi fido di lui, è realista Negoziamo ma senza ricatti» 
Martedì 27 Gennaio, 2015 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA
Bruxelles Presidente Martin Schulz, il giornale tedesco «Bild» avverte: in Grecia, «ha vinto lo spauracchio dell’euro». Lei giuda il Parlamento europeo, condivide? 
«Così come non dobbiamo avere paura delle espressioni colorite della Bild , non dovremmo avere paura di Alexis Tsipras e della sua Syriza. Conosco Tsipras ormai da tempo. Abbiamo una relazione franca, diretta. Le nostre posizioni sono diverse, ma non è un anti-europeo: con lui si può discutere. È in primo luogo un politico pragmatico, e carismatico». 
Dunque questa vittoria è una buona notizia per la Grecia e l’eurozona, per tutta l’Unione Europea? 
«Questo potremmo dirlo solo alla fine del mandato. La risposta dipenderà soprattutto da Tsipras, se saprà dimostrare leadership, visione, strategia e spirito di compromesso, nel Paese e fuori». 
Come valuta il rischio di instabilità dentro e fuori la Grecia, se questa lascerà l’euro? 
«La Grecia non abbandonerà l’euro. Non sarebbe nel suo interesse, né in quello della zona euro. Tsipras è ben consapevole della necessità di arrivare a compromessi con altre forze politiche in Grecia, e con i partner internazionali nell’eurozona e nell’Ue. Quanto ai rischi di instabilità, sono molto più contenuti oggi che alla fine del 2009». 
Perché? 
«Perché la Grecia ha ora un avanzo primario al netto degli interessi, un debito detenuto all’80% da creditori istituzionali, una prospettiva di crescita del 2,9% nel 2015 e una disoccupazione alta, ma in calo. Insieme, Grecia e Ue devono accelerare queste dinamiche, garantire la sostenibilità del debito greco e far sì che i cittadini vedano migliorare il livello di vita anche attraverso una maggiore equità». 
Che cosa potrebbe offrire Tsipras all’Ue, e viceversa? 
«Credo che sia prematuro parlare già ora dei prossimi passi, ma l’iniziativa dovrà arrivare dal nuovo governo greco. È chiaro però che il dibattito dev’esserci: e dev’essere una negoziazione fondata su responsabilità e realismo, non ricatti, accuse e ultimatum». 
Per esempio? 
«Per esempio, ho detto a Tsipras che incentrare il dibattito sul taglio — piuttosto che dilazione — del debito, potrebbe incontrare forti resistenze tra i leader Ue. Molto lavoro dev’essere fatto in Grecia per assicurarsi una maggiore equità negli sforzi richiesti al Paese. E occorre una vera lotta all’evasione, a livello nazionale ed europeo. Ma oggi dovremmo lasciare aperta ogni porta, a un dibattito senza animosità». 
La Grecia è la più antica democrazia del mondo, ha avuto il primo Parlamento della storia: come vede il suo ruolo futuro nell’Europarlamento, nei delicati equilibri fra il ricco Nord e il Sud Europa? 
«In molti parlano della vittoria di Syriza come di una loro vittoria. Ho letto di commenti giubilanti di Marine Le Pen o Nigel Farage, che non hanno nulla a che fare con la sinistra europea, o con la Grecia. Credo che nell’Ue si stia vivendo una nuova fase, dopo duri anni di sola austerità. Molti ormai capiscono che il rigore, senza investimenti e riforme strutturali, non può portare alla crescita. I piani Juncker e Draghi si inseriscono in un quadro più ampio che pone nuovamente la crescita al centro della governance dell’Unione. A questo tentativo — non facile, ma necessario — di sintesi tra diverse forze politiche e diversi Stati, Atene può dare un contributo. Come ogni altro Paese dell’eurozona e dell’Ue». 
E diversamente? 
«Se invece — e non ho ragioni per pensare che così sarà — quello di Tsipras sarà un governo del “no”, rischierà di portare la Grecia in un vicolo cieco». 
Possiamo dire che, paradossalmente, con le sue richieste di austerità, Angela Merkel ha spinto la Grecia verso la rivolta anti-rigore? 
«Ovviamente il voto a favore di Syriza è un voto anti-austerity. Questo è chiaro a tutti. Ma è anche un voto contro la gestione del governo precedente. Se guardiamo all’inizio della crisi, credo che in molti avrebbero cercato di agire diversamente, sia in Grecia, sia nell’Ue. Degli errori sono stati forse commessi. L’Ue ha dovuto costruire le risposte e gli strumenti per contrastare la crisi nel mezzo della tempesta finanziaria ed economica che ha colpito l’eurozona». 
E il ruolo del Parlamento europeo? 
«Il Parlamento europeo, con varie relazioni, ha criticato e offerto alternative alla struttura e al funzionamento della troika. Juncker stesso si è detto favorevole a una sua riforma. Ma certo, con il senno di poi siamo tutti più saggi. E sappiamo che molti degli strumenti a disposizione oggi non esistevano nel 2010». 
Che cosa ha detto ieri a Tsipras, dopo la conferma dell’esito del voto? 
«Mi sono complimentato per una vittoria indiscussa. E ho aggiunto che la parte difficile inizia ora: se lui vorrà contribuire al rafforzamento del progetto europeo, troverà in me e nell’Europarlamento un interlocutore sempre disponibile».

La troika è morta (e non lascia eredi) 
Martedì 27 Gennaio, 2015 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA
La troika è morta». Così ha detto Alexis Tsipras, leader di Syriza e nuovo primo ministro della Grecia. Saranno in tanti ad essere d’accordo con lui, anche se, in molti casi, per motivi diversi dai suoi. 
Quando, nell’Europa di oggi, si dice «troika», ci si riferisce ovviamente al Fondo monetario internazionale (Fmi), alla Banca centrale europea (Bce) e alla Commissione europea, le tre istituzioni che, insieme, hanno negli ultimi anni condotto e guidato le operazioni di salvataggio degli Stati europei travolti dalla crisi finanziaria, imponendo ricette di risanamento e austerità. 
È contro queste politiche che Alexis Tsipras ha costruito la propria vittoria. Di tutto questo, di ciò che Syriza (e non solo Syriza) respinge e vuole cambiare, la troika è diventata il simbolo. Saranno in pochi a difenderla così com’è. 
Giusto una decina di giorni fa, ad esprimersi contro la troika, o, per essere più precisi, contro la sua composizione, è stato l’avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Pedro Cruz Villalón era chiamato ad esprimersi su un ricorso della Corte costituzionale tedesca che aveva contestato la legittimità di un programma di acquisto di titoli del debito pubblico degli Stati dell’eurozona da parte della Bce sostenendo che, così facendo, la Banca avrebbe invaso il campo riservato ai governi. 
Ebbene, l’avvocato generale della Corte aveva sì concluso che il programma era «legittimo e conforme alla politica monetaria», ma, con un significativo «tuttavia», aveva aggiunto che «perché questo mantenga il suo carattere di misura di politica monetaria la Bce dovrà astenersi dal partecipare direttamente al programma di assistenza finanziaria applicato allo Stato interessato». 
Se lo giudica indispensabile, la Bce, dunque, compri pure titoli pubblici degli Stati dell’euro, ma ad evitare che la sua azione si traduca in qualcosa di più di un semplice «appoggio» alla politica economica, lasci ad altri il compito di dettare e guidare i programmi di intervento. 
Per quanto riguarda la Banca centrale europea, quindi, addio alla troika. 
E, sia detto tra parentesi, quasi certamente addio anche a lettere come quella inviata nell’estate del 2011 dall’allora presidente della Banca centrale europea Trichet al presidente del Consiglio Berlusconi e al suo omologo spagnolo Zapatero per dettar loro una precisa linea di politica economica. Un passo giustificato dall’emergenza e dal rischio che in quel momento correva l’intera costruzione dell’euro, ma un atto con il quale la Bce andò assai vicina a superare i limiti del proprio mandato, ristretto alla politica monetaria. 
Nessuno pensi che a Francoforte, sede della Banca, si verseranno lacrime alla prospettiva di ritirarsi dalla troika. L’ultimo giorno dell’anno appena trascorso, Peter Praet, autorevole membro del Comitato esecutivo della Bce, in un’intervista al quotidiano tedesco Borsen-Zeitung , interrogato sulla partecipazione della Banca alla troika, aveva risposto così: «Credo che la Banca centrale europea sia stata costretta dalla necessità ad assumere un ruolo che ha portato molta pressione sull’istituzione. L’abbiamo accettato… ma questo non vuol dire che ci piaccia. Direi che è venuto il tempo di una seria riflessione su come noi vediamo nel futuro il nostro ruolo nella troika». 
Con la Bce pronta a staccarsi dalla troika, si passerà da un tiro a tre a un tiro a due? Improbabile. Almeno a giudicare da quanto detto da Jean Claude Juncker, il presidente della Commissione europea, lo scorso 22 ottobre, nel suo discorso d’apertura di fronte al Parlamento europeo. «In futuro, dovremmo essere capaci di sostituire la troika con una struttura più democraticamente legittimata, basata sulle istituzioni europee e con un più forte controllo parlamentare a livello tanto europeo quanto nazionale». Detto in parole più chiare, in futuro sarà bene che il Fondo monetario internazionale resti sullo sfondo. 
Destinati a sganciarsi tanto la Bce quanto il Fmi, smantellata la troika, chi prenderà il suo posto? 
Logica vorrebbe che in avvenire, avvalendosi delle competenze della Bce, del Fmi e della Commissione europea con la stessa Commissione come braccio operativo, fossero il Consiglio europeo, cioè l’insieme dei capi di Stato e di governo dell’Unione Europea, e il Parlamento europeo ad assumersi la responsabilità politica degli interventi. 
Questo per il domani. Intanto, però, e da subito, c’è da governare il caso Grecia.  

Memorie singolari: Mussolini aiutava gli ebrei, che venivano invece perseguitati da Azzariti per conto di Togliatti

Il concordato dimenticato tra ebrei e fascistiSe questa è la Giornata della Memoria, è giusto ricordare oltre le sciagurate leggi razziali e gli orrori della Shoah, un evento positivo e obliato che riguardò gli ebrei e lo Stato italiano, nel 1930
Marcello Veneziani - il Giornale Mar, 27/01/2015

È l’intelligenza e non l'affetto a unire l’umanità: una breve storia delle virtù intellettuali

L'OBBLIGO MORALE DI ESSERE INTELLIGENTI Def_Layout 1
John Erskine: L'obbligo morale di essere intelligenti, Elliot

Risvolto

«È un errore pensare che gli uomini siano uniti da elementi affettivi. I nostri affetti ci dividono. Noi amiamo il nostro localismo, i nostri costumi, le nostre lingue. È l’intelligenza a unire l’umanità, permettendoci di entrare in empatia con altri tempi, altri luoghi, altre tradizioni…»


“Se un uomo saggio chiedesse: quali sono le virtù moderne? E rispondesse alla sua stessa domanda con un elenco di cose che ammiriamo; se scartasse come “irrilevanti” gli ideali che per tradizione insegniamo, ma che non si trovano se non al di fuori della tradizione e dell’insegnamento – ideali come la mitezza, l’umiltà, la rinuncia ai beni materiali; se dovesse citare solo quelle eccellenze verso cui i nostri cuori sono quotidianamente portati, e dai quali è mossa la nostra condotta… in una lista come questa, quali virtù nominerebbe?”. Così inizia L’obbligo morale di essere intelligenti, il pamphlet di John Erskine pubblicato nel 1915, che ha avuto enorme influenza nel dibattito culturale americano della prima metà del secolo scorso. Professore di letteratura inglese alla Columbia University, Erskine ci racconta una breve storia dell’intelligenza, una storia di paradossi, superstizioni, diffamazioni: dall’eredità anglosassone, che la vedeva come un “pericolo”, a Milton, che senza troppi giri di parole le attribuì il titolo di “maggior pregio del Diavolo”.


La tradizione letteraria inglese a lungo ha privilegiato la forza e la volontà rispetto all'ingegno. Eppure è la virtù che salva il mondo 

Luigi Mascheroni - il Giornale Mar, 27/01/2015

La questione dell'iconoclastia nell'Islam

La mostra su Viollet-le-Duc a Parigi


Viollet-le-Duc
Les Visions d'un architecte
Cité de l’architecture et du patrimoine

jeudi 20 novembre 2014 - lundi 09 mars 2015

Quel visionario d'un Viollet-le-DucL'interpretazione del Medioevo (ma non solo) nella rassegna che la Cité de l'architecture dedica al poliedrico artista nel bicentenario della nascita
architettura.com

Le visioni di un architettoPer celebrare il bicentenario della nascita di Eugène Viollet-le-Duc, la Cité de l’architecture va oltre il patrimonio e le polemiche d’archeologia, con una nuova lettura Jean-Michel Leniaud.
domusweb.it

casabellaweb.eu

Reinventare la tradizione Parigi in coda per Viollet-le-Duc 
La mostra dedicata all’immaginifico architetto padre del restauro moderno. Un percorso che si fonde con l’arte figurativa e la letteratura 

Carlo Olmo Stampa 27 1 2015

Eugène Viollet-le-Duc, architetto, padre del moderno restauro, archeologo, enciclopedista, mancato riformatore dell’«Ecole des Beaux-Arts», professionista protetto dalla monarchia del piccolo Napoleone, eppure sconfitto dall’allora ignoto Charles Garnier nel più prestigioso concorso della metà dell’Ottocento, quello per l’Opéra: Viollet-le-Duc, illustra forse meglio di ogni altra figura, il cannibalismo di storiografie che procedono per parti.
A Parigi, alla «Cité de l’architecture et du patrimoine», resterà aperta fino al 6 marzo 2015 la mostra a lui dedicata: uno dei personaggi più interessanti e influenti del XIX secolo. Curata da Jean-Michel Leniaud , con Christine Lancestremère e Jean-Daniel Pariset, la mostra consente di ripercorrere le molte sfaccettature della vita e dell’opera di un intellettuale troppo spesso tirato per la giacca dai diversi specialismi che animano oggi la storia e le storie, non solo artistiche. Jean-Michel Leniaud, nel saggio che apre il catalogo, propone al visitatore la sola chiave di lettura possibile: l’immaginario, lo straordinario immaginario (figurativo, letterario, architettonico) di questo genio capace di non restare prigioniero neanche dei tre punti di vista fondamentali che segnano la sua lunga e fortunata carriera. 
Il ritorno del gotico
Viollet-le-Duc propone ad una Francia che è alla ricerca di una sua nuova identità repubblicana, l’invenzione del gotico come stile nazionale e ne ripopola i monumenti. Ripopola perché il suo restauro è, si direbbe ora, un progetto di restauro capace di intervenire, interpretando il palazzo dei Papi ad Avignone come le mura di Carcassonne. Senza un punto di vista non si dà conoscenza, scriverà molti anni dopo un altro illustre francese, Jacques Lacan. Viollet-le Duc conduce per mano il visitatore della mostra tra sculture, modelli, disegni che spaziano dal Castello di Pierrefonds, sino all’abbazia di Vezelay. Un punto di vista che è sorretto da una cultura (e da una scrittura) documentata e originale. Tra la metodica e pignola scrittura dei suoi numerosi Dictionnaires e la prosa quasi letteraria degli Entretiens passa tutto l’universo colto e sfaccettato di un Ottocento ancora oggi troppo poco studiato. Ma Viollet-le-Duc è rivendicato anche come il protagonista di un razionalismo architettonico che è capace di sperimentare l’introduzione del ferro in restauri persino a Notre-Dame, senza però fare della razionalità tecnica la ragione di un nuovo linguaggio. 
Il razionalismo di Viollet-le-Duc anzi, come ricorda Antoine Picon, si radica su una ricerca che muove dallo studio dei cristalli, dalla ricostruzione di geometrie che nascevano dall’osservazione della composizione delle rocce. Un razionalismo costruttivo non giustificato da economie, ma da metafore naturali, che davvero anticipa una lunga stagione novecentesca che avrà in un altro francese Pol Abrahm il suo più sicuro interprete. 
L’arte del mobilier
Ma è il terzo punto di vista forse quello più intrigante per il visitatore. Il catalogatore delle più improbabile forme gotiche, lo studioso dell’arte del mobilier francese più sistematico, lo studioso che proprio nell’attuale sede della Cité aveva progettato e costruito un «Musée de la sculpture comparée» e aveva fatto del calco lo strumento per impadronirsi di quella che certo per lui non era decorazione, ci si presenta in mostra come un costruttore, oltre che un progettista: punto di vista che della mostra appare forse quello che più di ogni altro distingue questa esposizione dalle tante esposizioni su di lui, ad iniziare da quella che gli venne dedicata un anno dopo la sua morte, nel 1880.
Riformatore
Viollet-le-Duc è però anche un didatta riformatore e non solo all’interno dell’«Ecole des Beaux-Arts», dove perde per altro la sua battaglia. Viollet-le-Duc è anche l’intellettuale capace di portare il restauro dentro il mondo delle Esposizioni, nel 1878: il restauro è il suo valore identitario in un contesto che più cosmopolita non si poteva proporre. Un conservatore in un tempio di mercanti? No un intellettuale che coglieva come la sua battaglia civile, oltre che culturale, per riscoprire e inventare una tradizione non la poteva condurre dalla scuola, nei cantieri, a corte, con i suoi dizionari e saggi: era necessario uscire dal riconoscimento che la sua opera otteneva in maniera crescente e misurarsi con l’opinione pubblica. Una scelta davvero rara, non solo in quegli anni.
La mostra è ricchissima, si potrebbe dire che merita la visita solo per il piacere di dar corpo ad un immaginario che le parole non possono che lasciar intuire. L’immaginario di un’avventura intellettuale attraverso tutti gli strumenti (dal disegno al rilievo, dal modello al calco, dal progetto agli arnesi di lavoro in cantiere, dal ferro al gesso) che la hanno reso non solo possibile, ma quella più citata di tutto l’Ottocento.

lunedì 26 gennaio 2015

Tachipirinas! Tutti sul carro del vincitore, tutti consiglieri segreti del Principe


Se anche Renzi e Fassina si intestano la vittoria di Syriza. cosa ci si poteva aspettare da Vendola e compagnia cantante?
La sinistra italiana non si smentisce mai e riuscirà a trasformare in merda - come un Re Mida al contrario - anche questa opportunità.
Domani o più avanti forse qualche pensiero sensato (forse).
Va detto, ovviamente, che bisogna salutare con favore sia la vittoria di Tsipras che il notevole successo (nelle condizioni date) del KKE.
Anche l'alleanza con la destra per varare il governo è una scelta giusta che va nel senso dell'interesse nazionale, oltre che obbligata [SGA].

Vince Syriza e Atene festeggia la fine di un incubo
Elezioni greche. I primi risultati danno Syriza vicina alla maggioranza assoluta. Una vittoria storica per la sinistra di tradizione comunistaLuciana Castellina, ATENE, 26.1.2015
È ormai notte e il risul­tato defi­ni­tivo non è ancora stato dif­fuso come ini­zial­mente ave­vamo spe­rato. L’agognata mag­gio­ranza asso­luta si sta gio­cando su una for­chetta ridot­tis­sima: tra 148 e 151. Dipende da un cal­colo dif­fi­cile det­tato da un com­pli­ca­tis­simo sistema elettorale. 


In attesa che Ale­xis arrivi e salga sul grande palco che è stato alle­stito davanti all’Università, pro­prio con­ti­gua allo slargo dove è stato mon­tato il ten­done alle­stito da Siriza, la piazza con­ti­nua a can­tare e a ballare. 
Il primo urlo di gioia den­tro il ten­done c’era stato alle 18.55, per l’exit poll regi­strata appena chiusi i seggi: una for­chetta del 39–35% per Syriza, vale a dire tra i 157 e 147 seggi: una bella dif­fe­renza fra un dato è l’altro, per­ché quella asso­luta neces­sa­ria è di 151. Ma una vit­to­ria straor­di­na­ria comunque. 
Il chiasso rende impos­si­bile capire cosa suc­cede dav­vero e acciuf­fare i dati che la tele­vi­sione sputa in greco come una mitra­glia­trice. Il chiasso è pro­dotto soprat­tutto dagli ita­liani, ormai quasi il dop­pio di quelli dei primi giorni, inva­denti come mai, dif­fi­cile rin­trac­ciare un greco, i più gio­vani stanno ancora ai seggi dove si scru­tina, i vec­chi attac­cati ai tele­vi­sori. Riem­pi­ranno tutti le strade di Atene solo a notte. 
Per for­tuna a riem­pire la piazza pro­spi­cente il ten­done ci pen­sano già prima del momento epico una quan­tità di ban­ca­relle con sal­sic­cie, suvlaki e mais abbru­sto­lito. Segno che anche i greci stanno final­mente per arri­vare. E infatti final­mente tuona anche la musica di qui che, sic­come si balla bene, anima danze infuo­cate di gio­vani e vec­chi, nel fumo degli spiedini. 
Son can­zoni sto­ri­che, quelle di Teo­do­ra­kis ma anche quelle più anti­che della Resi­stenza. Bella ciao non ha più il monopolio. 
Sovra­stata da una musica che rompe i tim­pani e dal rumore di un’eccitazione ormai incon­te­ni­bile dal tele­vi­sore arriva final­mente una dichia­ra­zione ragio­ne­vole di un diri­gente del Kke, il par­tito comunista. 
Dice due cose che il par­tito ancora filo­so­vie­tico non aveva mai detto: che il popolo valu­terà il pro­gramma del futuro governo e dun­que non c’è più un rifiuto a priori di Syriza; e poi ammette che di Nuova demo­cra­zia non se ne poteva più, il che vuol dire rico­no­scere impli­ci­ta­mente che la spal­lata data da Syriza è stata una buona cosa. 
Nono­stante la folle posi­zione di rifiuto ad appog­giare Syriza che ha ani­mato la sua cam­pa­gna elet­to­rale il Kke sta comunque fra il 5 e il 6%, più forte del povero vec­chio Pasok: incre­di­bile resi­stenza del comu­ni­smo irragionevole. 
Alle 18,43, venti minuti circa prima della chiu­sura dei seggi, erano arri­vati gli ultimi exit poll natu­ral­mente non uffi­ciali: la vit­to­ria di Siriza veniva già data in pro­por­zioni al di là di ogni pre­vi­sione: tra i sei e i dieci punti di distacco da «nuova democrazia». 
Da inter­net per tutta la serata sono pio­vuti comu­ni­cati con­tra­stanti. Alle 18,25, una fonte non meglio iden­ti­fi­cata annun­ciava che «una parte della Ger­ma­nia tifava per Tsi­pras». Una sua sostan­ziosa parte del resto è qui, i tede­schi della Linke, assenti nei giorni scorsi, oggi sono mas­sic­cia­mente presenti. 
Alle 18.36 ci hanno avver­tito che tre sono le inco­gnite fondamentali : 
se Syriza riu­scirà a rag­giun­gere 37–38% per avere la mag­gio­ranza che le serve a governare; 
chi potrebbe essere inte­res­sato a soste­nete un governo a guida Tsi­pras? si fa l’identikit di Potami, il cen­tro, o del pic­colo par­tito appena creato da George Papan­dreu, ancora in dub­bio, però, se in grado di supe­rare il 3%; 
chi sarà il terzo par­tito: Alba dorata o Potami? 
«Per­chè hai votato Tsi­pras?» «Per­ché è gio­vane bello e buono». A rispon­dere in que­sto modo un po’ sem­pli­fi­cato a una Tv lus­sem­bur­ghese era stata in mat­ti­nata un vec­chietta appena uscita dal seg­gio, che è quello dove poco prima aveva depo­sto la sua scheda – asse­diato da un turba di foto­ca­mere e da un discreto numero di sim­pa­tiz­zanti del quar­tiere – Ale­xis Tsi­pras. Un altro vec­chietto quando capi­sce che sono stra­niera cava dalla tasca un foglietto sgual­cito che mi con­se­gna con orgo­glio: è la foto­co­pia di tutte le prime pagine di quo­ti­diani stra­nieri in cui com­pare il lea­der di Syriza. Nella foto pubbli­cata da «Die Welt» c’è anche lui che lo abbrac­cia dopo un comi­zio, il titolo: «Così in Gre­cia ci sarà un vin­ci­tore radicale». 
A votare Syriza ci sono stati natu­ral­mente tanti gio­vani, ma sono que­sti vec­chietti pro­vati da sto­ri­che tra­gi­che espe­rienze che mi hanno com­mosso in que­sta cam­pa­gna elettorale. 
Fieri e felici per un evento in cui forse ormai non spe­ra­vano più: una vit­to­ria della sini­stra di tra­di­zione comu­ni­sta. Non posso non andare col pen­siero ai vec­chi com­pa­gni dell’epoca della guerra civile, poi della dit­ta­tura, quasi tutti ormai morti. 
Ne ho cono­sciuti bene tanti per­ché qui in Gre­cia sono venuta così spesso già dall’inizio degli anni’60 per «Paese sera» e come sapete qui sono stata anche arre­stata pochi giorni dopo il colpo di stato dei colonnelli. 
Ne incon­tro qual­cuno ora su que­sta piazza e ci viene quasi da pian­gere pen­sando a quelli che non hanno potuto godere que­sto momento. Ma ci con­sola la can­zone di Loi­sos, can­tata a ripe­ti­zione e dif­fusa altis­sima alla piazza in attesa. Si chiama «Niente si perde nella nostra vita per­duta», e vuol dire pro­prio que­sto: che den­tro la vit­to­ria di oggi c’è anche il con­tri­buto di quella loro sto­ria, di quel loro sacrificio. 
Gli ita­liani nella piazza sono emo­zio­nati per la vit­to­ria dei «fra­telli greci», ma con­ti­nuano a chie­dersi l’un l’altro: e da noi, per­ché no? 
Que­sta vit­to­ria forse aiu­terà a pen­sare che mai dire mai.



Fassina: «Vince la democrazia. Il piano greco è il contrario del jobs act» 

Sinistra Pd. Il deputato dem : ora Renzi offra la sua alleanza al governo di Tsipras 
Daniela Preziosi, il Manifesto 25.1.2015 



Ste­fano Fas­sina, con la vit­to­ria di Ale­xisTsi­pras in Gre­cia cosa cam­bia in Europa da stamattina? 

Innan­zi­tutto la vit­to­ria greca ria­nima la demo­cra­zia. È una vit­to­ria del valore demo­cra­tico del voto. Per la prima volta dopo tanto tempo nell’eurozona la poli­tica torna ad essere scelta. Da tempo non c’era una forza com­pe­ti­tiva per il governo che vin­ceva con un pro­gramma alter­na­tivo all’agenda mer­can­ti­li­sta dell’eurozona. I cit­ta­dini greci, nono­stante le minacce di sce­nari cata­stro­fici, hanno scelto la strada alter­na­tiva a quella del memo­ran­dum della Troika. Non è poca cosa, e non era scon­tato date le pesan­tis­sime inge­renze esterne, in una con­di­zione di debo­lezza della Gre­cia. E poi con que­sta vit­to­ria nel dibat­tito pub­blico trova final­mente legit­ti­mità un para­digma diverso, fino ad oggi con­fi­nato al dibat­tito dell’accademia o agli appelli degli eco­no­mi­sti. Invece ora sarà sul tavolo dei con­si­gli dei capi di stato e di governo a Bruxelles. 

Intende dire che il suo Pd, che ha quasi vinto nel 2013, non era alter­na­tivo alle poli­ti­che det­tate dalla Troika? 

Il Pd nel 2013 non ha vinto. E comun­que certo non aveva un impianto alter­na­tivo. Anzi credo che non abbiamo vinto pro­prio per­ché siamo apparsi subal­terni all’agenda Monti. 

Ora qual è lo sce­na­rio che lei ritiene più probabile? 

Ci sarà la dispo­ni­bi­lità alla ristrut­tu­ra­zione del debito, anche per­ché il debito è ogget­ti­va­mente inso­ste­ni­bile. In quale misura, sarà oggetto di discus­sione, ma al di là delle posi­zioni di cia­scun governo, ci si arri­verà e la misura sarà signi­fi­ca­tiva. Sarà invece molto più com­pli­cato su un ver­sante a cui fin qui si è pre­stata poca atten­zione: il pro­gramma di Syriza per quanto riguarda il lavoro e il wel­fare è un’inversione di cent’ottanta gradi rispetto all’agenda della Troika. Il pro­gramma di Salo­nicco (pre­sen­tato da Ale­xis Tsi­pras, ndr) smonta le misure di libe­ra­liz­za­zione dei licen­zia­menti indi­vi­duali e col­let­tivi, e raf­forza la con­trat­ta­zione nazionale. 

Que­sto por­terà a uno scon­tro con gli altri governi europei? 

Credo di sì, per­ché men­tre fin qui la ristrut­tu­ra­zione del debito è già stata fatta, ma a fronte di poli­ti­che di sva­lu­ta­zione del lavoro. In que­sto caso invece la novità è che nel pro­gramma di Syriza la ristrut­tu­ra­zione del debito è nel qua­dro di una riva­lu­ta­zione del lavoro e di una rico­stru­zione del wel­fare. Ci sarà una fase di con­flit­tua­lità. Ma spero che i governi euro­pei di orien­ta­mento pro­gres­si­sta e tutta la fami­glia dei socia­li­sti euro­pei sostenga Syriza e la sua richie­sta di radi­cale cor­re­zione dell’agenda economica. 

Tsi­pras sostiene di pen­sarla come Renzi sull’uscita dalle poli­ti­che di rigore. E verso il pre­mier ita­liano ha già lan­ciato segnali di collaborazione. 

Per Syriza è asso­lu­ta­mente neces­sa­rio cer­care le alleanze più lar­ghe pos­si­bili in Europa. Per quanto riguarda il debito l’Italia ha una situa­zione non lon­tana da quella greca quindi si capi­sce bene la richie­sta di col­la­bo­ra­zione da parte di Tsi­pras. E il governo ita­liano, che fa parte del Pse ed è il governo di un paese impor­tante, può anzi deve essere un alleato per la Grecia. 

Tsi­pras usa verso Renzi toni meno ruvidi di quelli che usa lei? 

Il punto sono sem­pre gli obiet­tivi. Capi­sco che Tsi­pras cer­chi ter­reni di con­ver­genza. Cer­ta­mente il cosid­detto ’jobs act’ del governo Renzi è l’esatto oppo­sto del pro­gramma di Syriza sul lavoro. 

La vit­to­ria della sini­stra radi­cale in Gre­cia cam­bia qual­cosa per l’Italia e per il Par­tito democratico? 

Credo di sì. Cer­ta­mente si apri­ranno più spazi per le posi­zioni di chi in que­sti anni ha pro­po­sto una rotta alter­na­tiva al mer­can­ti­li­smo liberista. 

La sini­stra radi­cale ora pren­derà una boc­cata d’aria. Crede che potrebbe nascere una qual­che Syriza italiana? 

Dall’assemblea di Sel a Milano, alla quale ho par­te­ci­pato (ieri mat­tina, ndr) è emersa l’esigenza di un lavoro comune fra per­sone che mili­tano in par­titi diversi , fra rap­pre­sen­tanti degli inte­ressi eco­no­mici e sociali, del volon­ta­riato e della cul­tura. Da Atene arriva un mes­sag­gio che spinge verso un lavoro comune. Dob­biamo rac­co­glierlo. Ma dob­biamo dare prio­rità ai con­te­nuti, non ai contenitori



Vendola: «Sinistre unite, al via il cordinamento» 

Milano. Con Bella ciao chiude Human Factor. Civati: qui mi sento a casa. Tutti uniti: la vittoria greca già produce il miracolo in Italia
Daniela Preziosi, INVIATA A MILANO, 25.1.2015 

Quando Nichi Ven­dola fini­sce di par­lare la regia fa esplo­dere un “Bella ciao” sca­te­nato, libe­ra­to­rio, come quello che ha can­tato tutta piazza Omo­nia all’ultimo comi­zio di Ale­xis Tsi­pras ad Atene. Sono le quat­tro del pome­rig­gio di dome­nica, ma già si ini­zia a festeg­giare la vit­to­ria greca. Potenza di Tsi­pras, nel pome­rig­gio non ha ancora vinto ma già fa il mira­colo a Milano: rimet­tere le sini­stre tutte insieme. 


«Non sciolgo Sel e non dico a que­sta comu­nità di fare un passo indie­tro, le dico di fare molti passi avanti», urla Vendola. 

Alla con­clu­sione di Human Fac­tor, appun­ta­mento di Sel aperto alle mille sfu­ma­ture della sini­stra, il lea­der lan­cia la pro­po­sta di un «coor­di­na­mento delle forze di sini­stra», non una cabina di regia di capi­fa­zione ma «un coor­di­na­mento fatto da rap­pre­sen­tanti di asso­cia­zioni, col­let­tivi e forze poli­ti­che che vogliono far parte del processo». 

Ven­dola giura che, da mag­giore forza della sinistra-sinistra ita­liana, non met­terà il cap­pello sulla nuova nata. E che le risse sono alle spalle. 

Tutti faranno la loro «ces­sione di sovra­nità per­ché assieme tutti si possa avan­zare». Chi ade­rirà alle «camere dei diritti», anche così le chiama, potrà pren­dere «la dop­pia tes­sera, la dop­pia mili­tanza»: ma que­sto è det­ta­glio che appas­siona solo i mili­tanti dei par­titi, la nuova casa acco­glierà anche tutti i sen­za­tetto della sini­stra e non sarà «la somma alge­brica della sini­stra del passato». 

Parte così, poche ore prima della vit­to­ria di Tsi­pras — per Ven­dola il segnale che «l’Europa non è morta» — la nuova via della sini­stra ita­liana, spe­riamo con mag­giore for­tuna delle precedenti. 

Sta­volta però alcuni fon­da­men­tali migliori, par­ziali e tut­ta­via signi­fi­ca­tivi, ci sono. Det­ta­gli mil­li­me­trici per i più, che però hanno un peso in un mondo fin qui con­dan­nato alle divisioni. 

Ad esem­pio: è la prima volta dalla scis­sione del 2009 che Paolo Fer­rero, segre­ta­rio di Rifon­da­zione, parla da un palco di Sel. Dopo esser­sele date di santa ragione per anni, poli­ti­ca­mente par­lando, sta­volta i due lea­der si danno ragione. Fer­rero oggi parla della neces­sità di una «sini­stra di governo», for­mula fon­da­tiva del par­tito di Ven­dola. Fer­rero non ha cam­biato idea, ma è l’era ad essere cam­biata: oggi Ven­dola non con­si­dera più il Pd di Renzi un alleato, dun­que quando parla di ’sini­stra di governo’ parla di sinistra-sinistra. Fer­rero applaude alla pro­po­sta di coor­di­na­mento, che aveva avan­zato all’ultimo con­gresso Prc, un anno fa. 

Oggi dalle parole si può pas­sare ai fatti, le stelle rosse sem­brano allineate. 

Non si alli­neano invece gli astri della mino­ranza Pd. Gianni Cuperlo pro­nun­cia un no gar­bato alla domanda che aleg­gia nella sala della Per­ma­nente: «Quello che state facendo è pre­zioso, ma sarebbe un limite se una con­di­zione di que­sto dise­gno fosse la rot­tura di un par­tito che rac­co­glie mili­tanti magari delusi ma con­vinti che in que­sto par­tito vi sia un pezzo della loro sto­ria». Stessa musica da Ste­fano Fas­sina, accolto da grandi applausi. Risponde al socio­logo Marco Revelli che aveva par­lato di «muta­zione gene­tica del Pd, ormai è un Ogm»: «Se siamo ancora con­vinti che è pos­si­bile cam­biare rotta è per­ché nel Pd, tra gli ammi­ni­stra­tori, nei cir­coli, ci sono tante ener­gia in sin­to­nia con le nostre domande», dice. Tra­du­zione: restano nel Pd. «Cam­mi­niamo insieme», con­clu­dono entrambi. 

Tutto diverso il caso di Ser­gio Cof­fe­rati, che ha lasciato il Pd e invia una let­tera all’assemblea. E quello di Pippo Civati, che è ancora den­tro il suo par­tito ma esor­di­sce con un elo­quente «qui mi sento a casa». E si capi­sce, dopo pole­mi­che di que­sti giorni con­tro di lui pro­ve­nienti pro­prio da casa dem. «Non c’è il dise­gno di divi­dere il Pd, però non posso garan­tire che que­sto non avvenga», ammette. Vor­rebbe «rico­struire il cen­tro­si­ni­stra che si è rotto» ma «se que­sto suc­cede sono con­tento, se non suc­cede ce ne faremo una ragione». «Par­lare è facile, costruire è dif­fi­cile, basta per­so­na­li­smi», avverte il sin­daco Giu­liano Pisa­pia, padrone di casa. 

Dal palco si fanno avanti nuovi pro­ta­go­ni­sti, la scom­messa è che pre­sto sulla nuova strada pro­ce­derà una nuova prima fila: Mas­simo Zedda sin­daco di Cagliari, accolto come una star («Vor­rei aiu­tare gli amici del Pd a cor­reg­gere lo stra­bi­smo. Aiu­tiamo il Pd da fuori con l’aiuto di altri che lavo­re­ranno dall’interno»); Mapi Piz­zo­lante di Tilt Camp («Il futuro è di chi se lo va a pren­dere»); Paola Nata­lic­chio, straor­di­na­ria sin­daca di Mol­fetta («Apria­moci e chiu­diamo i nostri fan club»); Simone Oggionni («Que­sto è il tempo della respon­sa­bi­lità, ma senza corag­gio si tra­sfor­me­rebbe in corresponsabilità»).



Effetto Grecia a sinistra “Ora una Syriza italiana” Vendola: doppia tessera

Il leader di Sel lancia un coordinamento e attacca Renzi “È peggio di Berlusconi”. Ma la minoranza dem frena
RODOLFO SALA Repubblica MILANO .


È una sinistra che tenta di aprire le ali al vento nuovo che soffia da Atene. E che sogna. Perché «è da sinistra che si salva l’Europa e il ciclone Tsipras — scandisce Nichi Vendola al termine della tre giorni milanese di Sel — è destinato ad abbattersi sulla cinica politica dell’austerity». Ma anche a ridare fiato a quell’ «alternativa al renzismo» a più riprese evocata in questa convention, che si conclude con le note di Bella ciao , le stesse risuonate al comizio conclusivo del leader di Syriza.

La convention di Milano — l’hanno chiamata Human factor, per dire che bisogna tenere conto dei bisogni delle persone e non dei diktat della Troika — si chiude proprio nel giorno del trionfo della nuova sinistra greca. Ed è stato pensata per scompaginare l’esistente, per gettare un ponte alla minoranza del Pd, perfino per proporre ai possibili partner (in prima fila sono seduti Cuperlo, Fassina e Civati, ed è innanzitutto a loro che si rivolge il presidente di Sel) un nuovo contenitore.
Vendola prova a dirla così: «Non sciolgo il mio partito, ma voglio fare un passo in avanti; possiamo immaginare la nascita di un coordinamento, senza leader ma formato da rappresentanti di forze politiche e associazioni, che lavori fino a febbraio per decidere una serie di campagne nazionali ». E a chi ne farà parte «dovrà essere consentita la doppia tessera e la doppia militanza». Il collante dovrebbe essere il no alla «mutazione genetica» che starebbe subendo il Pd, al «renzismo come versione italiana del neoconservatorismo», al «Patto del nazareno come momento di fondazione del Partito della Nazione ». Su questa scia, Vendola si spinge fino a sostenere che Renzi è peggio di Berlusconi. Perché l’attuale premier, «molto oltre» il suo predecessore, «ha quasi del tutto cannibalizzato il Parlamento, che non ha più autonomia».
Le risposte dei piddini che hanno accolto l’invito alla tre giorni sono diversificate. Il più entusiasta è Pippo Civati, accolto come un figliol prodigo e prontissimo alla doppia tessera: «La propongo da tempo, stiamo già lavorando in un coordinamento parlamentare ». Di più: a chi gli chiede se nascerà un nuovo partito in primavera, Civati risponde così: «Dipende da che cosa dirà il Pd, certo che se è solo interessato a discutere con la destra... Non c’è alcun disegno per rompere, ma non posso garantire che la rottura non avvenga». Ma lo spartito di Gianni Cuperlo è molto diverso: «Renzi dirige il partito su una linea spesso in contraddizione con le politiche della sinistra, ma io mi batto nel Pd; la doppia tessera non porta bene». E pure Stefano Fassina frena: «Queste sono prove di dialogo perché ci servono un’analisi e un progetto condiviso, ma io resto nel Pd; lasciamo da parte la discussione sui contenitori e lavoriamo sui contenuti ». Piuttosto ora Renzi lavori col governo greco «per una radicale correzione della rotta dell’euro- zona». Chi invece è pronto a tornare insieme ai compagni di un tempo è Paolo Ferrero. Il leader del Prc lo dice chiaro e tondo: «Anche in Italia dobbiamo fare come in Grecia sapendo che uniti si vince». Sergio Cofferati, in un messaggio, è sulla stessa onda: «Ci aspetta il compito di scrivere insieme un’altra storia».
Poi c’è Giuliano Pisapia. Accolto da un’ovazione, il sindaco di Milano (che non ha ancora detto se si ricandiderà alle comunali dell’anno prossimo) intona il peana del rinnovamento, accoglie con un certo favore le proposte di Vendola, ma non dà affatto per perso il rapporto con il Pd guidato da Renzi. «Escludo — dice dal palco — che sia il partito delle grandi intese con la destra». C’è chi le fa, «ma quello non è il Pd che conosco io, che va alle feste dell’Unità, frequenta i circoli e rappresenta la maggioranza del partito ». Per Pisapia «bisogna cambiare cavallo, dare spazio alle nuove leve». Ed è per questo, spiega, che lui non farà parte del coordinamento della nuova sinistra invocato da Vendola: «L’ha detto anche Nichi, niente leader ».
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Maurizio Landini
Per il leader dei metalmeccanici Cgil il popolo greco “ha scelto una piattaforma opposta a quella del governo italiano, che sta solo completando il programma della Bce avviato da Monti”

“Anche la Fiom in un progetto alternativo a Troika e renzismo”
ROBERTO MANIA Repubblica ROMA .


«Quando lo scorso autunno, invitato da Alexis, sono andato ad Atene alla festa di Syriza mi ha colpito il fatto che quel movimento non è nato con l’idea di dar vita a un nuovo partito, bensì dalla necessità di dare risposte materiali (le cure sanitarie, i pasti quotidiani) alle persone. Questa è la grande novità. Questa è la forza di Syriza ma anche di Podemos in Spagna». Maurizio Landini, leader della Fiom, è da molti considerato lo “Tsipras italiano”, pensa che pure in Italia si debba fare qualcosa di simile, porsi l’obiettivo — come dice — «di cambiare i processi e, contemporaneamente, puntare a governare il Paese con un progetto alternativo a quello della Bce e della Troika». In questo processo («che va oltre i partiti») — assicura — la Fiom ed egli stesso ci saranno.

Cosa significa, dal suo punto di vista, la vittoria di Tsipras per l’Europa e per l’Italia?
«Che finalmente, con un voto popolare e libero, si dimostra che le politiche di austerity della Troika non hanno il consenso delle persone. Questo non può non riaprire una discussione non sull’uscita dall’euro ma sulla costruzione di un’Europa fondata sull’uguaglianza e la giustizia sociale, cioè sui bisogni e le condizioni reali delle persone».
E per l’Italia cosa può voler dire?
«Il popolo greco ha scelto una piattaforma che è esattamente opposta a quella del governo italiano. Il governo Renzi sta completando il programma indicato dalla Bce nella famosa lettera dell’agosto 2011 e avviato con il governo Monti. Non c’è stata alcuna discontinuità. E d’altra parte Renzi è stato il presidente di turno dell’Europa ma nessuno se n’è accorto».
Lei ha inviato un messaggio alla convention di Sel sostenendo che serve «un progetto di cambiamento che nasca dalla società». Sta pensando a un nuovo partito o movimento della sinistra?
«In Italia è innanzitutto necessario recuperare la partecipazione delle persone alla politica. Poi bisogna ridare una rappresentanza ai problemi sociali ed essere in grado di porsi obiettivi di maggioranza».
Sembra Syriza... Ma la Fiom cosa c’entra? Non è un sindacato?
«Nella sua autonomia la Fiom, che continua ad essere e a fare il sindacato, è dentro questo processo perché è interesse anche della Fiom un cambiamento radicale delle politiche europee».
Dunque la Fiom e Landini potrebbero aderire al coordinamento della sinistra che ha lanciato Vendola?
«Non è questo il punto, non è questo che mi interessa. Guardi, l’unica iniziativa che è stata in grado di esprimere una opposizione alle politiche economiche e sociali del governo è stato lo sciopero generale della Cgil del 12 dicembre scorso. Ecco, si deve dare continuità a quella mobilitazione ».
Lei si candida a diventare lo Tsipras italiano?
«Non ci ho mai pensato».
Pensa, in ogni caso, che l’esperienza di Syriza possa essere replicata in Italia?
«Ogni Paese ha la sua storia, le cose non si replicano mai. Ma certo anche in Italia non c’è consenso sulle politiche di austerity. Ecco io mi domando: cosa posso fare, cosa può fare la Fiom per cambiare le politiche di un governo che non ha scelto nessuno e che ha fatto i patti con i poteri forti? ».
Una scissione nel Pd aiuterebbe la formazione di un movimento alternativo di sinistra?
«Non so, né mi interessa.
I processi nei partiti li decideranno i partiti stessi. Voglio dirlo in maniera secca: la ragione della crisi della sinistra risiede nel fatto che non c’è più la sinistra».
Dunque il Pd di Renzi non è di sinistra?
«Beh, è di sinistra chi cancella lo Statuto dei lavoratori? Chi dice che si può liberamente licenziare? Chi propone e poi ritira la depenalizzazione della frode fiscale? Tutto questo non ha nulla a che fare con la sinistra. La sinistra o è sociale o non è».
Il Financial Times si è domandato se Tsipras è un realista un radicale. Secondo lei?
«Mi sembra un realista radicale. Mentre radicali ed estremiste sono le politiche di austerity frutto del pensiero unico europeo».
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Alexis il rosso o borghese figlio di papà? L’ex studente ribelle sceglie Robin Hood L’ascesa dell’ingegnere che sogna il ritorno del «benessere democratico». E sa essere pragmatico di Andrea Nicastro Lunedì 26 Gennaio, 2015 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA
DAL NOSTRO INVIATO ATENE I politici, direbbe Forrest Gump, sono come i cioccolatini: puoi vedere la carta che li avvolge, ma non sai mai quello che troverai dentro.
La carta che sta attorno allo spauracchio d’Europa, Alexis Tsipras, il trionfatore del voto greco, lascia pochi dubbi: è da bandiera rossa trionferà. Invece dei crocefissi e delle icone ortodosse, negli uffici del partito sono appesi i ritratti di Rosa Luxemburg e Karl Marx. C’è la faccia di Che Guevara sulle magliette, sugli striscioni, sui manifesti. C’è l’arcobaleno dei movimenti no global, ecologisti, libertari e pacifisti cresciuti negli anni 90 orfani del comunismo reale. Dal packaging manca completamente la falce e martello, ma solo perché è rimasta in dote al Kke, il Partito comunista greco convinto che sotto l’involucro di Syriza sia nascosto un Tsipras appena appena socialdemocratico oppure, come l’hanno attaccato nei comizi, «uno venduto alla finanza internazionale».
Tsipras è dal 2008 presidente di una coalizione di estrema sinistra (Syriza) che prima della sua leadership viaggiava attorno al 2% e che poi, con il giovanotto alla testa, è cresciuta di voto in voto. L’anno dopo era già al 5%, nel 2012 al 16%, nel 2014 al 26%, oggi appena sotto al 40%. L’armamentario del partito è rimasto identico, ma il nuovo presidente era evidentemente qualcosa di meglio. Nel modo di parlare, di vestire, di stare in tv, di affrontare uno alla volta gli obbiettivi politici e convincere tutti i compagni a perseguirli. Oppure ad andarsene. Tsipras ha cacciato dal partito tanti concorrenti, fondatori, ex mentori, mantenendo sempre la leadership a forza di carisma e vittorie.
A guardarlo non pare un rivoluzionario, semmai un radical chic. Un po’ di gommina sui capelli, golf e giubbotti Burberry. La cravatta mai, come un feticcio al contrario. L’ha anche promesso: «Ne metterò una solo alla cerimonia per la cancellazione del debito pubblico». Una cravatta per 320 miliardi sarebbe un affare, certo più conveniente del suo unico vizio conosciuto, il parrucchiere in piazza Kolonaki, la più chic di Atene, dove taglio e shampoo costano 60 euro.
Chi c’è sotto la carta? Probabilmente il primo esemplare di una nuova specie politica, quella dei Robin Hood della nuova Europa impoverita e cinesizzata. E’ un figlio borghese che non riesce ad accettare che democrazia non faccia più rima con benessere. Che Europa non significhi più diritti umani e accoglienza per gli immigrati. Che qualcuno stia male e non ci sia un ospedale per curarlo. Magari ha ragione lui, magari no. Ma ci sta provando. E i greci con lui. Restare nell’euro, per Tsipras, vuol dire restare in una cornice di valori che comprende la democrazia, la sanità pubblica, l’educazione e anche le pari opportunità. Non può solo voler dire 2,5 di avanzo primario e spread sostenibile.
Ha 40 anni, è ingegnere civile con master in urbanistica. Scuole pubbliche, laiche e solo greche. Inglese imparato da adulto, non ancora fluido, nonostante i corsi intensivi dell’ultimo anno. Anche il padre era ingegnere, imprenditore edile. C’è qualche chiacchiera su di lui perché riusciva a lavorare anche con il regime dei colonnelli. Si è parlato di una zia di Alexis sposata al numero due della dittatura. «Famiglia progressista — taglia corto Alexis — certamente non comunista». Uno che non ha mai lavorato in vita sua, che fa il rivoluzionario con i soldi di papà, lo accusano gli avversari.
Dora Antoniu, giornalista di Kathimerini , sostiene che Alexis sia una sorta di replicante. «Gesticola e si muove come il vecchio Papandreu (l’ex onnipotente leader dei socialisti greci degli anni 70, ndr ). Pian piano ha imparato persino ad usare il suo tono di voce». Per tanti elettori centristi umiliati dalla Crisi essere un «nuovo Papandreu» non è un insulto, ma un complimento. Al contrario, per l’anima di sinistra-sinistra di Syriza suona terribile.
Fino a ieri è stato questo il suo merito principale: dire cose che non aveva mai detto nessuno — tipo non pagare i debiti — e allo stesso tempo restare nell’euro, con il sorriso del bravo ragazzo stampato in viso. Credibile e confortante. Come quando prendeva il traghetto per Bari, per andare alle manifestazioni no global in Italia. Giovane, spavaldo, con la sicurezza che anche facendo qualche mattana non gli sarebbe successo nulla di grave. Infatti fu espulso e rimesso sul traghetto.
È nato nel ’74, quando in Grecia è tornata la democrazia. Il suo è il mondo delle garanzie, delle sicurezze. Gli studenti fanno gli studenti: protestano, occupano, gridano. I poliziotti fanno i poliziotti: sgomberano, caricano, ma in fondo di Genova ce n’è stata solo una. Di solito non muore nessuno e dopo la manifestazione si va tutti assieme a guardare la partita. Perché Tsipras dovrebbe pensare che a Bruxelles o a Francoforte il mondo dovrebbe essere diverso? I greci hanno fame. Non è giusto, non è «democratico», quindi qualcuno li ascolterà. Basterà protestare, farsi sentire, come ai tempi delle occupazioni studentesche.
«La speranza sta arrivando» è stato lo slogan della sua campagna elettorale. La Grecia ne aveva bisogno, come aveva bisogno di qualcuno che unisse rivoluzione e stabilità. «In Grecia e in Europa con la fine dell’austerità tornerà la democrazia». E’ un riflesso condizionato, un contorcimento semantico. Democrazia significa benessere. Europa significa giustizia. Per vincere le elezioni ha funzionato.