domenica 1 luglio 2018

Domenico Losurdo 1941-2018. Grazie di tutto



Il blog materialismostorico.it sospende le pubblicazioni fino a metà settembre circa, salvo cose particolarmente importanti.

I numerosi articoli su Mimmo usciti in questi giorni e eventuali ricordi da parte degli amici e dei colleghi saranno pubblicati nel corpo di questo stesso post, su materialismostorico.it e su domenicolosurdo.eu (le strumentalizzazioni, di cui abbiamo già avuto numerosi esempi, saranno ovviamente escluse).

La pubblicazione del numero 1/ 2018 di "Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", prevista per questi giorni, slitta a data da destinarsi. Il numero conterrà la relazione di Losurdo sulla Rivoluzione d'ottobre pronunciata al convegno di Urbino del novembre 2017.

La Internationale Gesellschaft Hegel-Marx, della quale Losurdo era presidente e animatore, si sta già muovendo per ricordarlo come lui avrebbe voluto: chi volesse contribuire con un saggio sul suo lavoro o sulle tematiche da lui praticate scriva a stefano.azzara@uniurb.it 

Sono giunti moltissimi messaggi e telefonate e non è possibile ricordare tutti. Facciamo un'eccezione per i carissimi amici e compagni prof.ri Giuseppe Cacciatore, Roberto Finelli e Francesco Fistetti e per Massimiliano Marotta, presidente dell'Istituto Italiano per gli studi filosofici. Ringraziamo anche le Case Editrici Carocci e Laterza [SGA].
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Scienza e militanza. Un ricordo di Domenico Losurdo Angelo d'Orsi, Micromega on line
Domenico Losurdo (1941–2018) Jacobin Magazin by David Broder
In memoria di Domenico Losurdo La Città Futura Marco Paciotti e Paola Bubici
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Giorgio Cremaschi È morto il compagno Domenico Losurdo, un grande comunista, un grande filosofo, un grande militante del movimento operaio e rivoluzionario. Nella migliore tradizione marxista, Losurdo ha sempre unito lo studio, la ricerca scientifica e la produzione intellettuale ad altissimo livello, con l'impegno politico e sociale concreto a fianco degli sfruttati e degli oppressi. In questi anni di dominio del pensiero unico imperialista, costante è stata la sua lotta intellettuale e politica contro le ideologie, le bugie e le mistificazioni del potere. Questo suo impegno ci mancherà, il suo insegnamento ci resterà. Personalmente e come militante di Potere al Popolo condivido il dolore dei suoi familiari, delle compagne e dei compagni del PCI di cui era fondatore e dirigente, di tutte e tutti coloro che hanno condiviso il suo impegno e la sua lotta.
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Gianni Vattimo ... vengo a saper della morte di Mimmo Losurdo, e lo ricordo con te con ammirazione e affetto...
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Santiago Zabala ... appena saputo che ci ha lasciato Losurdo: mi dispiace tanto. Forza.
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Marie-Ange Patrizio ... É une perdita immensa per noi...
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Francesco Ravelli (un lettore) ... Contavo di rincontrare il compagno prof. Losurdo fra un mesetto in Calabria. La sua scomparsa è una perdita gravissima per chi non ha smesso di pensare a una politica liberante nel nome di Marx e Lenin. Oggi è un giorno triste per noi.
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Fabio Frosini ... ho appena appreso della morte di Mimmo. Questa mattina a Urbino ho trovato e comperato il suo libro su Kant. Leggere questo suo lavoro sarà il mio modo per ricordarlo.
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Fortunato Maria Cacciatore ... Ho appreso della morte di Mimmo Losurdo... un abbraccio
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Raffaella Santi ... Vivrà per sempre nelle sue pubblicazioni e nel ricordo di coloro che hanno avuto l'onore di conoscerlo. Proprio l'altro giorno uno studente, all'esame, ha citato una frase di Nietzsche che aveva imparato da lui durante la triennale...
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Claudio Tuozzolo ... ho appreso la triste notizia della scomparsa di Mimmo, ne sono profondamente addolorato. E' una grave perdita per la filosofia italiana, per il marxismo, e per noi tutti...
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Luigi Cavallaro ... ho appreso con addolorato stupore della scomparsa di Mimmo Losurdo. Ho imparato tanto dai suoi libri, fin dal primo che lessi su Gramsci "comunista critico", e ricordo con piacere dell'unica volta che ebbi modo di incontrarlo, a Palermo, ormai tanti anni fa, a margine di un convegno organizzato dal Cepes del non meno infaticabile  (e purtroppo mancato anche lui) Nicola Cipolla...

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Daniel Zamora ... I'm really sorry for this terrible loss. Domenico was very important in my own intellectual development. Since I met him while I had just finished my studies, he was extremely gentle and curious. Never hesitated to take time to discuss, argue and suggest ideas. It was always exciting to have him around and I'll really miss our exchanges. I'm sure it's a difficult time for you and italian comrades. We'll make for sure something in our journal Lava for him...
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Giovanni Semeraro ... ho appreso con rammarico la triste notizia della scomparsa del carissimo Domenico. La stima e l'affetto che nutrivo per lui vi è nota da anni, come pure la gratitudine per l'accoglienza che mi avete sempre disposto quando entravo in contatto con lui. Siete anche a conoscenza del riconoscimento che la nostra Università Federale Fluminense di Niterói/RJ ha espresso a Domenico per i contributi indelebili offerti alla formazione dei nostri studenti. Ieri nel nucleo di ricerca abbiamo ricordato con orgoglio e emozione le diverse circostanze nelle quali Domenico è stato tra noi e anche con Oscar Niemeyer. Non si tratta appena di ricordi, ma di un lascito imperituro che ha segnato il nostro impegno accademico e politico. Domenico ha combattuto battaglie di proporzioni mondiali. Il suo valore già era immenso, lo sarà ancor di più adesso. Con la chiarezza del suo pensiero e la forza del suo esempio continueremo in tanti quello che lui, spesso da solo, ha affrontato intrepidamente. Con l'affettuoso abbraccio di cordoglio e amicizia.
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Danilo Alessandroni ... E' con profondo dolore che vi comunico la morte del compagno DOMENICO LOSURDO, un grande intellettuale comunista conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, una intera vita spesa a tenere alta  la bandiera del comunismo, dell'internazionalismo, della difesa dei popoli e dei paesi del Terzo Mondo, della lotta all'imperialismo americano e ad ogni discriminazione a cominciare da quella razziale. 
Con la sua mente sempre lucida ha dato un grande contributo ad interpretare e leggere la realtà odierna in base alla teoria marxista e alla lotta di classe.

Compagno sempre attivo ha unito la teoria marxista alla pratica della lotta di classe in difesa degli sfruttati. Sinistra per Urbino lo ricorda anche per il suo immediato sostegno alla ns. lista in occasione delle elezioni amministrative.
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Ermanno Torrico: Di Mimmo coltivo ricordi antichi, ancora molto vivi, che risalgono alla fine degli anni  Sessanta. In seguito non l'ho mai perduto di vista nella sua brillante carriera universitaria e di saggista. Soprattutto mi colpiva la sua lucidità analitica ancorata al marxismo, ma sempre in una dimensione autonoma e razionale. Fino all'ultimo ha posto all'ordine del giorno le problematiche della pace, dell'internazionalismo e della difesa dei più deboli. Nell'era della globalizzazione ne ha denunciato, con la forza della sua intelligenza argomentativa, le conseguenze più negative sulla stabilità sociale, politica ed economica a livello mondiale con la messa in discussione delle conquiste  più importanti ottenute dalle classi subalterne e dalla decolonizzazione  nel corso del Novecento.L'ho ascoltato per l'ultima volta l'ottobre scorso in un dibattito per i cento anni della Rivoluzione d'ottobre: una lezione sulla capacità di leggere criticamente un evento che ha avuto  conseguenze di portata mondiale e una lettura del "socialismo reale" in contrapposizione alla vulgata diffusa dalla grande stampa e da intellettuali che da tempo hanno abdicato alla loro insostituibile funzione.  Ci mancherà. 
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Marcos Aurelio da Silva "É com grande pesar que recebo a notícia da morte de Domenico Losurdo, de cujo pensamento me aproximei fortemente nos últimos anos, tendo mesmo viajado à Itália para um pós-doutorado em 2015, oportunidade a qual lhe sou imensamente grato. Suas ideias filosóficas e políticas, bem como os contatos e convívio com seus alunos na Itália, em especial Emiliano Alessandroni e Stefano G. Azzarà, mas também Gianni Fresu, hoje no Brasil, têm sido de enorme importância para meus estudos sobre Gramsci, minha intervenção política no mundo e ainda meu trabalho como geógrafo. Um gigante do pensamento que, com seu amplo e rico trabalho, continuará a travar ao nosso lado a importantíssima batalha cultural.
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Nucleo de Estudos do materialismo Histório e Geográfico: Ontem perdemos, inesperadamente, Domenico Losurdo. Seguramente o maior e mais criativo intelectual italiano desde Antonio Gramsci. Losurdo foi autor de dezenas de títulos, traduzido para diversos idiomas, tendo dezessete obras traduzidas para o português e publicadas no Brasil. Em meio à profunda crise que assola o pensamento crítico em todo o mundo, Losurdo dedicou-se à análise filosófica, aprofundando-se no conhecimento da dialética de Hegel e Marx, a partir da qual valorizou e enriqueceu o marxismo ocidental sem jamais deixar de destacar a importância da contribuição legada por gigantes como Lênin e Gramsci ao pensamento contemporâneo. Avesso às simplificações, Losurdo produziu obra densa, marcada pelo rigor teórico e adequação ao tempo presente, tornando-se autor de referência para estudiosos em diversos países do mundo. Acostumados a receber Losurdo sempre em auditórios lotados por um público entusiasmado, nós brasileiros recebemos a notícia de seu desaparecimento com profundo pesar. Nosso Núcleo de Estudos do Materialismo Histórico e Geográfico, em particular, recentemente recebera com grande satisfação a mensagem de Losurdo em que aceitava ser seu consultor externo. Teria sido uma grande alegria e enriquecedora experiência contar com as observações desta grande personalidade do marxismo do século XXI. À família e aos amigos, gostaríamos de transmitir nossas emocionadas condolências. De nossa parte, faremos aquilo que sabemos ser a melhor homenagem a este grande amigo: seguir estudando e traduzindo seus textos, dar continuidade à renovação do marxismo e à luta por um mundo socialista. Domenico Losurdo: Presente! Núcleo de Estudos do Materialismo Histórico e Geográfico (GCN/UFSC). Florianópolis, 29 de junho de 2018."
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JUGOCOORD: In memoria di Domenico Losurdo
Lo scorso 28 giugno, all’età di 77 anni, a seguito di una breve inesorabile malattia è morto Domenico Losurdo, insigne storico del pensiero filosofico, marxista, grande conoscitore di Hegel.

La notizia riguarda anche noi e ci colpisce direttamente in virtù non solo della ampia condivisione di punti di vista sulle questioni della contemporaneità – esemplificata dal grande numero di testi di Losurdo che abbiamo contribuito a far conoscere negli anni, si veda: https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/search/messages?query=Losurdo – ma anche in quanto Losurdo è stato socio ed era tuttora membro del Comitato Scientifico-Artistico della nostra Onlus, avendoci sostenuto anche concretamente nelle campagne avviate a seguito della aggressione NATO contro la Jugoslavia nel 1999.

Non sarebbe possibile, né corretto, entrare qui nel merito dei contenuti del suo pensiero politico-filosofico, sia per nostra inadeguatezza sia per l'impossibilità di rendere contro in maniera sintetica dei grandi temi che Losurdo ha trattato promuovendo importanti controversie, facendosi quasi esempio vivente della applicazione del metodo dialettico: pacifismo/nonviolenza ; marxismo occidentale/orientale ; guerre umanitarie, neocolonialismo e razzismo "liberale"... Su altri temi non meno rilevanti e controversi (es. sovranismo, questione nazionale, europeismo, globalizzazione ; materialismo storico/dialettico e dialettica hegeliana/engelsiana) la sintesi è di là da venire, e il contributo di "Mimmo" Losurdo ci mancherà fortemente. Ci limitiamo a segnalare su JUGOINFO * https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/messages/8901 * alcuni primi testi di cordoglio pervenuti, che abbozzano un suo profilo intellettuale, e proponiamo:

(1) la sua durissima introduzione alla Autodifesa di Milošević, in cui paragonava il "Tribunale ad hoc" dell'Aia alle corti-fantoccio del Ku Klux Klan: uno scritto che sembra premonitore della eliminazione fisica dell'imputato da parte dello stesso "Tribunale", occorsa pochi mesi dopo; 

(2) la segnalazione e una recensione della recentissima edizione in lingua croatoserba del saggio di Losurdo sul revisionismo storico, tradotto e curato dalla "nostra" indimenticabile Jasna Tkalec e da Luka Bogdanić.

(a cura di A. Martocchia per Jugocoord Onlus)

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Lafauteadiderot.net

Le 28 juin, Domenico Losurdo, philosophe italien, est décédé. A la création du site La faute à Diderot, il avait accepté d'être membre de son comité de rédaction, c'est pourquoi nous lui rendons hommage. Celles et ceux qui voudront appréhender sa pensée trouveront sur notre site de nombreux textes, entretiens ou extraits d'ouvrages, accessibles tout simplement via la fonction recherche. Citons en quelques uns : 

sur son dernier ouvrage paru en France, La lutte des classes, une histoire politique et philosophique : Lutte des classes : Losurdo contre la pensée binaire, d'Eric Le Lann 


Le sens du vingtième siècle. Entretien entre Domenico Losurdo et Stefano G. Azzara publié dans l'ouvrage L'humanité commune, Mémoire de Hegel, critique du libéralisme et reconstruction du matérialisme historique chez Domenico Losurdo. 

Dialectique, histoire et conflit. Entretien avec Domenico Losurdo pour Chinese Social Sciences Today 

" Après la catastrophe et au-delà de l'hagiographie : l'héritage permanent du libéralisme ". Conclusion du livre Contre-histoire du libéralisme, un de ses ouvrages majeurs. 

sur le livre Gramsci, du libéralisme au communisme critique : "De Gramsci à Losurdo : grandeur de la philosophie politique révolutionnaire", d'Eric Le Lann

Notre conseil de l'été : lisez Losurdo, lisez-le jusqu'au bout !

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Le blog de comaguer

À la mémoire de notre camarade Domenico Losurdo, en gratitude, pour sa disponibilité et son enseignement MERCI MAESTRO ! Marseille, 1er juillet 2018
La rédaction de ce bulletin, qu’aucun événement ponctuel particulier ne rendait nécessaire à cette date a été achevée alors que notre ami et camarade le philosophe Domenico Losurdo vivait ses dernières heures.
Sans suivre au jour le jour son immense activité théorique et militante nous étions toujours dans l’attente de la parution d’un nouvel ouvrage que nous aurions lu dés sa sortie en attendant une traduction française pour le faire connaitre aux lecteurs français en interviewant le maitre dans une émission de COMAGUER sur RADIO GALERE.
Sa parfaite maitrise du français parlé, sa clarté, sa pugnacité intellectuelle rendait la tâche de l’intervieweur facile. La pensée de Losurdo se déployait dans toute sa plénitude à la moindre question. A l’écouter on pouvait à l’instar d’un journaliste sportif commentant les derniers mètres d’un 100 m victorieux d’Usain Bolt, tant la victoire semblait facile, souriante et décrispée, dire : « il déroulait ».
La République Populaire de Chine occupait une place importante dans la pensée et les œuvres de Domenico Losurdo. Il considérait la révolution chinoise comme un événement historique aussi important que la révolution bolchévique, idée développée dans "Fuir l’Histoire ?». Il suivait de prés l’actualité chinoise et avait à plusieurs reprises répondu à des invitations d’universités chinoises pour y donner des conférences.
Il avait souligné que l’objectif de Mao et du PCC d’assurer l’indépendance alimentaire complète du pays était un objectif prioritaire de la révolution chinoise et la condition première de son développement historique. Mao disait que si la Chine  restait dépendante des gros exportateurs internationaux de céréales, Etats-Unis au premier chef, elle demeurerait une semi-colonie comme elle l’avait été au 19° siècle. En 1949 la Chine nourrissait 500 millions d’habitants qui, pour une part d’entre eux, avaient souvent connu des périodes de famine ; aujourd’hui premier producteur mondial de blé et de riz, elle nourrit seule 1300 millions de personnes soit 800 millions de plus qu’en 1949 sur le même territoire cultivable.
Dans son analyse de la lutte des classes internationale Domenico Losurdo considérait que la Chine Populaire contemporaine continuait à prendre toute sa place dans la lutte de classe internationale pour émanciper l’humanité de la férule impérialiste.
Le stade suprême atteint au début du 20° siècle est en voie de dépassement quand la direction politique de la première ou seconde économie mondiale (selon les modes de calcul du PIB) n’est pas dirigée par les impérialistes occidentaux aux mains de leurs multinationales mais par le plus grand parti communiste du monde : 80 millions d’adhérents, une avant-garde très active et où se poursuit aussi, contre l’arrivisme, l’opportunisme et la corruption, la lutte des classes dans une économie aujourd’hui déjà bien développée et dans un société d’un niveau de formation élevé.
Domenico Losurdo était toujours là pour accompagner, stimuler et donner de l’ampleur à toute réflexion sur la Chine contemporaine.
Ce bulletin rédigé les jours précédents son décès lui doit beaucoup. Car la géographie est aussi une métaphore politique et elle a toute son importance pour la pensée chinoise. Que l’on songe que pour les Chinois il n’y a pas 4 points cardinaux mais 5 : les 4 que nous connaissons et LE CENTRE autrement dit le MILIEU de l’Empire du Milieu. La division du monde entre l’Occident et l’Orient entre l’Est et l’Ouest de Kipling « qui jamais ne se rencontreront» est une vision à la Mercator de l’impérialisme déclinant. La terre est ronde il n’y a pas UN OUEST ni UN EST.
 La ROUTE c’est la Contradiction principale : la marche vers le socialisme et la fin de l’impérialisme ; la CEINTURE c’est l’ensemble des contradictions secondaires : le cheminement complexe en suivant des côtes plus ou moins hospitalières, en franchissant des détroits, en traversant des mers dangereuses, en trouvant sur la parcours des havres portuaires sûrs, ce sont toutes les péripéties d’une très longue traversée. MERCI MAESTRO !
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Le philosophe communiste italien Domenico Losurdo vient de s’éteindre, et notre Rassemblement Communiste, déjà endeuillée comme l’ensemble du mouvement communiste par la perte récente du camarade Jean Salem, tient à rendre hommage à cet autre grande figure intellectuelle de la reconstruction communiste dans la période suivant l’effondrement de l’Union Soviétique. 

Docteur en philosophie de l’Université d’Urbino en Italie depuis 1967, Domenico Losurdo s’est employé inlassablement à combattre l’idéologie dominante des dernières décennies et le théorie du « totalitarisme » visant à identifier le communisme au fascisme. 

Tout au contraire, il avance une analyse politique dialectique du vingtième siécle autour de l’opposition entre camp socialiste et camp impérialiste et colonialiste (fascisme ou démocratie bourgeoise), déconstruit le dogme « antistaliniste » (Staline, histoire et critique d’une légende noire, Ed. Aden, 2008) et s’attaque l’infiltration de l’idéologie bourgeoise dans le mouvement ouvrier dans cette période de reflux révolutionnaire sous la forme de ce qu’il appelle « l’autophobie communiste » (Fuir l’histoire ? La révolution russe et la révolution chinoise aujourd’hui, Ed. Delga, 2005). 

Domenico Losurdo s’est également employé à souligner à quel point les victoires du mouvement communiste ont dépassé les seules frontières du camp socialiste, à travers les luttes de libération nationale qui y ont trouvé un appui, et les luttes antiracistes, et féministes, notamment aux USA, qui ont conquis des concessions du capital effrayé par la « contagion » bolchevik tout au long du vingtième siècle. 

Domenico était lecteur de notre journal Chantiers et nous avions eu le bonheur d’obtenir de lui un entretien filmé (sur la Chine et sur l’islamophobie) en 2012 : Il était un homme ouvert et rassembleur, clair et direct. Nous saluons les proches et camarades de ce grand intellectuel de notre temps, et invitons nos camarades et amis à la lecture de son œuvre, particulièrement utile dans la période.

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Marcos Aurelio da Silva "É com grande pesar que recebo a notícia da morte de Domenico Losurdo, de cujo pensamento me aproximei fortemente nos últimos anos, tendo mesmo viajado à Itália para um pós-doutorado em 2015, oportunidade a qual lhe sou imensamente grato. Suas ideias filosóficas e políticas, bem como os contatos e convívio com seus alunos na Itália, em especial Emiliano Alessandroni e Stefano G. Azzarà, mas também Gianni Fresu, hoje no Brasil, têm sido de enorme importância para meus estudos sobre Gramsci, minha intervenção política no mundo e ainda meu trabalho como geógrafo. Um gigante do pensamento que, com seu amplo e rico trabalho, continuará a travar ao nosso lado a importantíssima batalha cultural.
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Nucleo de Estudos do materialismo Histório e Geográfico: Ontem perdemos, inesperadamente, Domenico Losurdo. Seguramente o maior e mais criativo intelectual italiano desde Antonio Gramsci. Losurdo foi autor de dezenas de títulos, traduzido para diversos idiomas, tendo dezessete obras traduzidas para o português e publicadas no Brasil. Em meio à profunda crise que assola o pensamento crítico em todo o mundo, Losurdo dedicou-se à análise filosófica, aprofundando-se no conhecimento da dialética de Hegel e Marx, a partir da qual valorizou e enriqueceu o marxismo ocidental sem jamais deixar de destacar a importância da contribuição legada por gigantes como Lênin e Gramsci ao pensamento contemporâneo. Avesso às simplificações, Losurdo produziu obra densa, marcada pelo rigor teórico e adequação ao tempo presente, tornando-se autor de referência para estudiosos em diversos países do mundo. Acostumados a receber Losurdo sempre em auditórios lotados por um público entusiasmado, nós brasileiros recebemos a notícia de seu desaparecimento com profundo pesar. Nosso Núcleo de Estudos do Materialismo Histórico e Geográfico, em particular, recentemente recebera com grande satisfação a mensagem de Losurdo em que aceitava ser seu consultor externo. Teria sido uma grande alegria e enriquecedora experiência contar com as observações desta grande personalidade do marxismo do século XXI. À família e aos amigos, gostaríamos de transmitir nossas emocionadas condolências. De nossa parte, faremos aquilo que sabemos ser a melhor homenagem a este grande amigo: seguir estudando e traduzindo seus textos, dar continuidade à renovação do marxismo e à luta por um mundo socialista. Domenico Losurdo: Presente! Núcleo de Estudos do Materialismo Histórico e Geográfico (GCN/UFSC). Florianópolis, 29 de junho de 2018."
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Dall'intervista che chiude il libro L''humanité commune : Dialectique hégélienne, critique du libéralisme et reconstruction du matérialisme historique chez Domenico Losurdo (Delga, Paris 2012).

Domanda. Come incide questa debolezza teorica sullo stato della sinistra attuale? LEuropa si confronta oggi con trasformazioni imponenti che stanno mutando il volto del mondo. Sono trasformazioni che riguardano i rapporti di forza internazionali sul piano politico e su quello economico, ma anche lequilibrio tra Stato e mercato, la natura della democrazia, le grandi migrazioni. La sinistra non sembra avere oggi né idee, né prospettive politiche.

Losurdo. Con la crisi prima e col crollo poi del «socialismo reale», in Occidente e in Italia in modo particolare la sinistra ha smarrito ogni reale autonomia. Sul piano storico ha sostanzialmente desunto dai vincitori il bilancio storico del Novecento. Due sono i punti centrali di tale bilancio: per larghissima parte della sua storia, la Russia sovietica è il paese dellorrore e persino della follia criminale. Per quanto riguarda la Cina, il prodigioso sviluppo economico che si verifica a partire dalla fine degli anni 70 non ha nulla a che fare col socialismo ma si spiega soltanto con la conversione del grande paese asiatico al capitalismo. A partire da questi due capisaldi ogni tentativo di costruire una società post-capitalistica è oggetto di totale liquidazione e persino di criminalizzazione, e lunica possibile salvezza risiede nella difesa o nel ristabilimento del capitalismo. E paradossale, ma sia pure con sfumature e giudizi di valore talvolta diversi, questo bilancio viene spesso sottoscritto dalla sinistra, compresa quella «radicale».
Ancora più grave è la subalternità di cui la sinistra dà prova sul piano più propriamente teorico. Nellanalizzare la grande crisi storica che si sviluppa nel Novecento, lideologia dominante evita accuratamente di parlare di capitalismo, socialismo, colonialismo, imperialismo, militarismo. Queste categorie sono considerate troppo volgari. I terribili conflitti e le tragedie del Novecento sono invece spiegate con lavvento delle «religioni politiche» (Voegelin), delle «ideologie» e degli «stili di pensiero totalitari» (Bracher), dell«assolutismo filosofico» ovvero del «totalitarismo epistemologico» (Kelsen), della pretesa di «visione totale» e di «sapere totale» che già in Marx produce il «fanatismo della certezza» (Jaspers), della «pretesa di validità totale» avanzata dalle ideologie novecentesche (Arendt). Se questa è lorigine della malattia novecentesca, il rimedio è a portata di mano: è sufficiente uniniezione di «pensiero debole», di «relativismo» e di «nichilismo» (penso al Vattimo degli anni Ottanta). In tal modo non solo la sinistra fornisce il suo bravo contributo alla cancellazione di capitoli fondamentali di storia: i massacri e i genocidi coloniali sono stati tranquillamente teorizzati e messi in pratica in un periodo di tempo in cui il liberalismo si coniugava spesso con lempirismo e il problematicismo; prima ancora dellavvento del pensiero forte novecentesco, la prima guerra mondiale ha imposto col terrore a tutta la popolazione maschile adulta la disponibilità e la prontezza ad uccidere e ad essere uccisi. Per di più, come medico per eccellenza della malattia novecentesca viene spesso celebrato Nietzsche, che pure si attribuisce il merito di essersi opposto «ad una falsità che dura da millenni» e che aggiunge: «Io per primo ho scoperto la verità, proprio perché per primo ho sentito la menzogna come menzogna, la ho fiutata» (Ecce homo, Perché io sono un destino, 1). Così enfatica è lidea di verità, che coloro i quali sono riluttanti ad accoglierla sono da considerare folli: sì, si tratta di farla finita con le «malattie mentali» e con il «manicomio di interi millenni» (LAnticristo, § 38). Daltro canto, il presunto campione del «pensiero debole» e del «relativismo» non esita a lanciare parole dordine ultimative: difesa della schiavitù quale fondamento ineludibile della civiltà; «annientamento di milioni di malriusciti»; «annientamento delle razze decadenti»! La piattaforma teorico-politica suggerita a suo tempo da Vattimo ma che Vattimo stesso pare oggi mettere in discussione - mi sembra insostenibile da ogni punto di vista.
Altre correnti del pensiero dominante indicano il rimedio alle tragedie del Novecento non già nel relativismo, ma, al contrario, nel recupero della saldezza delle norme morali, sacrificate da comunisti e nazisti sullaltare del machiavellismo e della Realpolitik (Aron e Bobbio) ovvero della filosofia della storia e della presunta necessità storica (Berlin e Arendt). Nella sinistra e nella stessa sinistra radicale (si pensi a «Empire» di Hardt e Negri) è divenuta un punto di riferimento soprattutto Arendt. Rimossa o sottoscritta è la liquidazione a cui lei procede di Marx e della rivoluzione francese con la connessa celebrazione della rivoluzione americana (e il conseguente indiretto omaggio al mito genealogico che trasfigura gli Usa quale «impero per la libertà», secondo la definizione cara a Jefferson, che pure era proprietario di schiavi). In questo caso ancora più assordante è il silenzio sulla tradizione colonialista e imperialista alle spalle delle tragedie del Novecento. Arendt condanna lidea di necessità storica nella rivoluzione francese, e soprattutto in Marx e nel movimento comunista; dimentica però che il movimento comunista si è formato nel corso della lotta contro la tesi del carattere ineluttabile e provvidenziale dellassoggettamento e talvolta dellannientamento delle «razze inferiori» ad opera dellOccidente, si è formato nel corso della lotta contro il «partito del destino», secondo le definizione cara a Hobson, il critico inglese dellimperialismo, letto e apprezzato da Lenin. Arendt contrappone negativamente la rivoluzione francese, sviluppatasi allinsegna dellidea di necessità storica, alla rivoluzione americana, che trionfa allinsegna dellidea di libertà. In realtà lidea di necessità storica agisce con modalità diverse in entrambe le rivoluzioni: se in Francia viene considerata ineludibile anche lemancipazione degli schiavi, che è in effetti è sancita dalla Convenzione giacobina, negli Usa il motivo del Manifest Destiny consacra la conquista dellOvest, inarrestabile nonostante la riluttanza e la resistenza dei pellerossa, già agli occhi di Franklin destinati dalla «Provvidenza» ad essere spazzati via.

Arendt muore nel 1975, non ancora settantenne. In questa morte precoce cè un elemento paradossale di fortuna sul piano filosofico. Solo successivamente intervengono gli sviluppi storici che falsificano totalmente la piattaforma teorica della filosofa scomparsa: a partire dalla presidenza Reagan sono proprio gli Stati Uniti a impugnare la bandiera della filosofia della storia contro lUrss e i paesi che si richiamano al comunismo, destinati a finire nella «spazzatura della storia» e comunque collocati ai giorni nostri lo proclamano Obama e Hillary Clinton «dalla parte sbagliata della storia». Più longevi ma meno fortunati sul piano filosofico sono i devoti di Arendt, che continuano a ripetere la vecchia filastrocca, senza accorgersi del radicale rovesciamento di posizioni che nel frattempo si è verificato sul piano mondiale.

Subalterna sul piano del bilancio storico così come delle categorie filosofiche, la sinistra (compresa quella radicale) è chiaramente incapace di procedere a un«analisi concreta della situazione concreta». Tanto più, se teniamo presente che alla catastrofe teorico-politica ha contribuito ulteriormente una mossa sciagurata, quella che contrappone negativamente il «marxismo orientale» al «marxismo occidentale». Alle spalle di questa mossa agisce una lunga e infausta tradizione. In Italia, subito dopo la rivoluzione dottobre, Filippo Turati, che continua a fare professione di marxismo, non riesce a vedere nei Soviet nullaltro che lespressione politica di un«orda» barbarica (estranea e ostile allOccidente). A partire dagli anni 70 del secolo scorso, la divaricazione tra marxisti orientali e marxisti occidentali ha visto contrapporsi da un lato marxisti che esercitano il potere e dallaltro marxisti che sono allopposizione e che si concentrano sempre più sulla «teoria critica», sulla «decostruzione», anzi sulla denuncia del potere e dei rapporti di potere in quanto tali, e che progressivamente nella loro lontananza dal potere e dalla lotta per il potere ritengono di individuare la condizione privilegiata per la riscoperta del marxismo «autentico». E una tendenza che ai giorni nostri raggiunge il suo apice nella tesi formulata da Holloway, in base alla quale il problema reale è di «cambiare il mondo senza prendere il potere»! A partire da tali presupposti, cosa si può capire di un partito come il Partito comunista cinese che, gestendo il potere in un paese-continente, lo libera dalla dipendenza economica (oltre che politica), dal sottosviluppo e dalla miseria di massa, chiude il lungo ciclo storico caratterizzato dallassoggettamento e annientamento delle civiltà extra-europee ad opera dellOccidente colonialista e imperialista, dichiarando al tempo stesso che tutto ciò è solo la prima tappa di un lungo processo allinsegna della costruzione di una società post-capitalistica?

Diego Angelo Bertozzi: un'intervista rilasciata a Nicola Tanno sulla Belt and Road Initiative


di Nicola Tanno, risponde D.A. Bertozzi

La Nuova Via della Seta è il grande progetto della Cina del XXI secolo. Rifacendosi all’antica via commerciale del secondo secolo d.C. della dinastia Han, la Belt and Road Initiative (BRI) è un piano per la costruzione di infrastrutture di trasporto e logistiche che coinvolge decine di paesi di tutto il mondo per un valore di più di mille miliardi di dollari. Di questo ambizioso progetto ne ha parlato Diego Angelo Bertozzi in La Belt and Road Initiative. La Nuova Via della Seta e la Cina globale (Imprimatur). In questa intervista Bertozzi, già autore di altri volumi sul paese orientale, ha discusso sulle prospettive della BRI e sul futuro della Cina. 


1) La Nuova Via della Seta viene descritto come un progetto aperto e in costante evoluzione. Che definizione daresti della BRI e quali sono per te i suoi scopi principali? 

Della nuova via della seta esistono diverse mappe –che di volta in volta segnalano l’aggiornamento delle rotte individuate o dei progetti in essere. La prima ufficiale è stata pubblicata nel 2013, mentre l’ultima versione è del dicembre del 2016 e porta alcune novità quali una descrizione più dettagliata dei corridoi terrestri, la copertura dell’intero bacino mediterraneo lungo una linea che prosegue, senza una meta precisa, verso l’Atlantico, così come a est si aprono rotte marittime verso l’Artico e oltre l’Australia. Queste aperture indefinite, così come la maggiore specificazione dei percorsi terrestri e marittimi, vanno a confermare la natura aperta dell’intero progetto, che non segue disegni e confini prestabiliti, che si adatta di volta in volta agli accordi conclusi e che non preclude possibili nuove collaborazioni. Tentativi, verifiche sul campo, cautela e metodi d'azione non rigidi permettono di saggiare tanto le potenzialità di possibili quanto di valutare le possibili contromosse di competitori strategici. Si capisce quindi il motivo per il quale a Pechino si preferisca – certo anche per motivi propagandistici – utilizzare la parola “progetto” anziché “strategia”, più sospettosa, politicamente impegnativa e produttrice di contrasti. Di fatto ancora oggi della via della seta si conoscono bene i punti di partenza mentre dove finisca resta un sorta di mistero visto che oltre a riguardare ormai un'ottantina di Paesi, tra i quali tutti i quattordici vicini e confinanti (India esclusa), la lista include ora quelli più lontani in Africa, Sudamerica e persino America Centrale. Ritengo appropriata la defizione di “processo” data alla Belt and Road Inititative dall’European Institute for Asian Studies, proprio alla luce dell’ampliamento geografico e dell’evoluzione dei progetti: “La Bri progredisce attraverso un processo evolutivo, abbiamo già visto la sua metamorfosi da un'iniziativa focalizzata esclusivamente sull'infrastruttura verso una che ora include anche componenti industriali, tecnologici, culturali e ambientali. Allo stesso tempo, la Bri ha aumentato il suo ambito geografico spostando la sua attenzione dalla storica regione della Via della Seta a tutto il mondo. Anche i responsabili delle politiche cinesi stanno preparando per la Bri obiettivi sempre più ambiziosi; dallo sviluppo economico alla costruzione di una comunità di destino condiviso per tutta l'umanità. Di conseguenza, l'unica costante che la Bri ha mostrato è la sua propensione al cambiamento”. Quanto agli scopi la letteratura si è da tempo concentrata sulla risposta all'eccesso di produzione, sulla scalata nella catena del valore globale, sulla messa in sicurezza delle proprie frontiere e su quella delle vie di rifornimento energetico, senza dimenticare che i più accaniti avversari dell'ascesa cinese in Occidente la dipingono come nient'altro che un progetto di dominio geopolitico ordito dal Partito comunista cinese. La mia opinione è che – accanto a tutto questo – ci troviamo di fronte ad un'iniziativa complessa che ridisegna gli equilibri di potere economico e politico a livello globale, spostandone il centro in Oriente e, nello specifico, a Pechino. Una marcia complessa e complessiva accompagnata da nuove organizzazioni e istituzioni quali la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), la Shanghai Cooperation Organization, i Brics e il Silk Road Fund. Di certo negli ultimi tempi le questioni di sicurezza trovano sempre più importanza. 
2) Per anni e in silenzio, Pechino ha fatto dell’Africa il “laboratorio” della BRI. Quali sono stati i principi dell’impegno della Cina in questo continente e quali risultati se ne possono trarre? 

Non c'è dubbio: l’Africa può essere considerata per molti aspetti il continente nel quale la Cina popolare ha messo in pratica molte delle politiche diplomatiche e commerciali che stanno dando sostanza alla Belt and Road. Oggi la Cina popolare è il primo partner commerciale del continente, il primo finanziatore di infrastrutture, il primo per crescita in percentuale degli investimenti diretti e il terzo donatore di aiuti. Un “laboratorio”, appunto, che sebbene inizialmente non ufficialmente inserita nell’iniziativa, ha permesso e permette di sperimentare e adeguare le linee del proprio intervento. Che la prima base all’estero cinese sia in Africa non è una sorpresa, come non lo è il fatto che qui possa anche essere messa in discussione la politica di non-intervento, uno dei principi basilari della politica estera cinese fin dalla sua fondazione. Se la nuova via della seta è generalmente identificata con le infrastrutture, allora a maggiore ragione l’Africa è il “laboratorio” di Pechino da mezzo secolo. Ad essere elevato a simbolo di cooperazione e solidarietà durature è la citatissima ferrovia che collega la Tanzania e la Zambia inaugurata nel 1976: la messa a terra di binari per quasi 1.900 km, per un costo totale di circa 450 milioni di dollari, fu resa possibile dal lavoro quinquennale di 25mila operai e tecnici cinesi e 50mila colleghi africani. Certo, al di là della solidarietà e della comune appartenenza al fronte antimperialista, Pechino puntava a trovare nuovi alleati nella lotta al riconoscimento con Taiwan, ma quest’opera consentì allo Zambia di collegarsi al porto di Dar es Salaam e rompere così il “ricatto” economico della allora Rhodesia bianca e razzista. A questo colossale progetto seguì la meno ricordata autostrada di 900 km terminata due anni dopo in Somalia. Sono storie di un’epoca che pare lontanissima, con la Cina popolare, da poco uscita dalla rivoluzione culturale, impegnata a rivaleggiare con l’Urss che in Egitto aveva realizzato la diga di Assuan e a mostrare che era in grado di assumere impegni che l’Occidente rifiutava. Ma questa memoria, e non solo a livello ufficiale, resta viva.
Le tante infrastrutture – ferrovie, autostrade, ponti – che la Cina ha costruito e finanziato in Africa rispondono certamente anche ad una necessità economica di ri-localizzare parte della propria produzione manifatturiera a basso valore aggiunto, ma è fuor di dubbio che questo massiccio impegno non dia risposta solo a precisi interessi cinesi: sono diversi gli studiosi africani e occidentali - le cui opinioni riporto nel libro – che sottolineano come si stia operando una cesura con l'epoca coloniale che porrebbe termine ad una vera e propria strozzatura collegando tra loro i vari centri regionali. Collegamenti che, oltre a portare più prodotti cinesi in Africa e più beni grezzi africani in Cina, hanno il potenziale per facilitare il commercio e la produzione condivisa tra le diverse economie dell'Africa orientale e favorire in qualche modo un processo di integrazione regionale. Oltre al commercio, uno dei frutti della Bri in Africa potrebbe anche essere la crescita dell’urbanizzazione e l’espansione della classe media delle città grazie all’apertura di fabbriche locali che creano occupazione, diffondono tecnologia e abilità. 

3) La Cina quando investe non bada al rispetto dei diritti umani in base a un principio di non ingerenza. Non credi che la Cina si faccia promotrice dell’idea che uno Stato autoritario sia la miglior via per la crescita economica? 

Tra i principi guida della politica internazionale cinese – come detto in precedenza – ci sono quelli della non interferenza nella politica interna dei Paesi ed il rispetto della sovranità e delle autonome vie di sviluppo sociale ed economico. Questo – certo attirandosi forti critiche – ha comportato strette relazioni politiche economiche con governi accusati di pesanti violazioni di diritti umani. Credo comunque che sia poco sostenibile la tesi di una Cina nel ruolo di promotrice del modello autoritario come via per lo sviluppo economico, proprio quando l'esportazione – anche armata – del modello democratico occidentale ha prodotti giganteschi fallimenti. Semmai Pechino – certo sempre più consapevole dell'attratività esercitata dal proprio modello – è impegnata a livello internazionale, a partire dalle Nazioni Unite, a ridefinire ed allargare il campo dei diritti umani insistendo in particolar modo sul fatto che si debba tener conto del livello di sviluppo raggiunto da ogni Paese e che quelli ancora impegnati nella fuoriuscita dal sottosviluppo abbiano priorità diverse. In sostanza si mette in discussione l’egemonia occidentale sulla definizione dei diritti umani per privilegiare quelli “collettivi” in ambito economico e sociale. Ed anche in questo caso non mancano novità per quanto poco evidenziate dalla stampa occidentale: la risoluzione “The Contribution of Development to the Enjoyment of All Human Rights”, adottata nel giugno del 2017, su iniziativa cinese, dal Consiglio dei diritti umani dell’ONU grazie all’appoggio di una settantina di Paesi, ci racconta di una crescente propensione ad affrontare il tema dei diritti umani in una prospettiva globale, non limitandola ai soli diritti politici e ampliandola al riconoscimento di quelli economico-sociali e subordinandola al livello di sviluppo economico raggiunto. Determinata a far sentire la propria voce nel campo della definizione e della promozione dei diritti umani, all’inizio del dicembre 2017 Pechino ha ospitato la prima edizione del “Forum Sud-Sud sui diritti umani” con la partecipazione di trecento rappresentanti provenienti da settanta Paesi in via di sviluppo. Nell’incontro Pechino ha ribadito la propria posizione con la sottoscrizione di una dichiarazione finale che insiste sul collegamento tra diritti umani e livello di sviluppo raggiunto da ogni singolo Paese: “Al fine di garantire l'accettazione e il rispetto universali dei diritti umani, la realizzazione dei diritti umani deve tenere conto dei contesti regionali e nazionali e dei contesti politici, economici, sociali, culturali, storici e religiosi. La causa dei diritti umani deve e può essere avanzata solo in conformità con le condizioni nazionali e le esigenze dei popoli. Ogni Stato dovrebbe aderire al principio di combinare l'universalità e la specificità dei diritti umani e scegliere un percorso di sviluppo dei diritti umani o un modello di garanzia adatto alle sue condizioni specifiche. Gli Stati e la comunità internazionale hanno la responsabilità di creare le condizioni necessarie per la realizzazione dei diritti umani, compreso il mantenimento della pace, della sicurezza e della stabilità”. Nel documento ad essere indicati come “diritti umani fondamentali” sono prima di tutto quelli economici e sociali: “I paesi in via di sviluppo dovrebbero prestare particolare attenzione alla salvaguardia del diritto alla sussistenza e al diritto allo sviluppo, in particolare per ottenere un tenore di vita decoroso, cibo adeguato, abbigliamento e acqua potabile pulita, il diritto alla casa, il diritto alla sicurezza, al lavoro, all’istruzione e il diritto alla salute e alla sicurezza sociale 

4) Negli Stati Uniti ridiventano maggioritarie, dopo più di un secolo, tesi isolazioniste e protezioniste. Credi che nella BRI sia soprattutto un progetto che vuole sostituire pacificamente gli Stati Uniti come potenza egemonica? 

La vocazione “anti-egemonica” è ancora ben radicata nella posizione ufficiale della Cina popolare, anche se sempre più diffusa si fa la riflessione sulla fine dell'egemonia occidentale sul sistema internazionale. Difficile però pensare alla Bri come via scelta da Pechino per imporre la propria egemonia. Semmai il successo di questa mastodontica iniziativa potrebbe portare ad un sistema di maggiore “condivisione” di responsabilità riportando in vita lo spirito iniziale delle Nazioni Unite, prima che si imponessero le divisioni della guerra fredda. Di fatto la modifica degli equilibri e dei rapporti di forza è già in atto se si pensa – come ricordato prima – agli sviluppo di nuove organizzazioni, istituzioni e fora internazionali che vedono Pechino al centro insieme ad altre potenze come Russia e India, oltre che ad attori regionali come Pakistan ed Iran. C’è chi, proprio partendo dall’immagine di una Cina come guida di un mondo che fino a pochi anni prima era abituato a seguire lo “Washington consensus”, si è spinto fino a parlare di un “secolo americano giunto al termine”. He Yafei, ex vice-ministro degli Esteri, parte dalla “svolta storica” determinatasi dalla crisi economica del 2008 per definire il 2017 come “punto di partenza di una nuova era” destinata inevitabilmente, passo dopo passo, a sostituire la rete di sicurezza militare attorno agli Usa con una di segno collettivo, cooperativo e comune: “il bilanciamento del potere mondiale è cambiato, la globalizzazione si è ulteriormente sviluppata e la reputazione dell'America è diminuita drasticamente nell'era post-americana, dimostrando che l'alleanza militare globale supportata dagli Stati Uniti non può mantenere la pace e la tranquillità del mondo, né può salvaguardare la propria sicurezza”. Il quadro della riflessione cinese sul nuovo ruolo del Paese è tuttavia più complesso, con posizioni che vanno dalla sfiducia rispetto ad un ordine internazionale plasmato dall’Occidente, alla richiesta di assumere sempre maggiori responsabilità, passando per un maggioritario e pragmatico “multilateralismo selettivo” che predilige la collaborazione sul piano economico e finanziario; altre persino “riluttanti” di fronte a compiti e responsabilità giudicati troppo pesanti per una potenza in vistosa ascesa ma ancora impegnata nella risoluzione di enormi problemi economici e sociali, priva di una mentalità da grande potenza e non ancora in grado di eguagliare gli Usa in termini di forza globale. 

5) Xi appare come un leader molto più attivo nella politica internazionale rispetto ai suoi predecessori. Stiamo assistendo a un superamento della politica del “basso profilo” imposta da Deng? Quali sono i rischi del nuovo interventismo cinese? 

Quella che il gruppo dirigente guidato da Xi Jinping abbia mandato in soffitta la politica internazionale del basso profilo di Deng è opinione assai diffusa e che prende spunto proprio dagli sviluppi della Belt and Road e dalla sue conseguenze come l'apertura a Gibuti di un primo avamposto militare all'estero e l'attenzione – si pensi a Siria e Afghanistan – ad attenzionare in modo particolare le minacce terroristiche nel Medio Oriente offrendo collaborazione ed assistenza politica e militare. Ritengo che le linee guida che determinarono la svolta denghista a fine anni Settanta restano valide proprio perché si sono adeguate – e con esse la prassi – al modificarsi del quadro internazionale. Come allora anche oggi la Cina popolare necessita per il raggiungimento dei suoi obiettivi di un ambiente pacifico, privo di tensioni eccessive, e di una collaborazione tra Stati ed organizzazioni; non serve alcuno stravolgimento dell’attuale sistema internazionale – nel quale la Cina è cresciuta e si sta sviluppando – quanto semmai un suo adeguamento all’emergere di nuove potenze regionali e alle richieste di una popolazione mondiale che risiede fuori dall’occidente. Accusata da più parti di rifuggire alle proprie responsabilità, oggi la Cina si fa “globale” per difendere quei principi di collaborazione internazionale e apertura dei mercati che l’emergere delle tentazioni isolazioniste e protezionistiche mettono in discussione. Ora c’è la consapevolezza che al proprio ruolo non si può fuggire e in questo è stato chiaro – seppur in brevi passaggi – lo stesso Xi Jinping nel suo lungo discorso di apertura all'ultimo congresso del Partito comunista cinese quando ha indicato al proprio paese il futuro immediato di “costruttore della pace globale, di contribuente attivo allo sviluppo della governance globale e di protettore dell’ordine internazionale”. Benché generalmente ritenuto l’artefice di un drastico cambio di passo nel segno dell’assertività in politica estera, Xi si muove lungo un percorso che già il predecessore Hu Jintao aveva tracciato nel suo discorso di apertura al 18° congresso del 2012 invitando la Cina ad “assumere un ruolo attivo negli affari internazionali e a lavorare per rendere l’ordine e il sistema internazionali più equi e giusti”. Una continuità che potremmo retrodatare ancora di più, spingendoci fino agli anni Settanta proprio quando si avviava alla conclusione la fase della rivoluzione culturale e si apriva la strada alla politica di riforma e apertura: nel 1974 Pechino appone la sua firma al programma d’azione per la creazione di un nuovo ordine economico internazionale, adottato dalla sesta sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, teso a favorire un riequilibrio delle scambi economici più favorevole ai Paesi in via di sviluppo e una nuova regolamentazione del governo dell’economia globale. Un programma che, basato sul ruolo centrale dello Stato e dell’economia pubblica, venne poi superato dall’ondata liberista via via consolidatasi a partire dalla fine degli anni Ottanta. 

6) Nonostante le rassicurazioni di Pechino, il Pentagono afferma nei suoi ultimi documenti che la Cina rappresenta la sua principale minaccia. È pensabile che un’avanzata economica (e diplomatica) cinese non sorretta da un altrettanto forte struttura militare, eviterà uno scontro diretto con gli Stati Uniti? 

Ci sono pochi dubbi sul fatto che agli occhi di Washington la Cina – ancor più della Russia – sia vista come il vero e proprio avversario strategico sul piano globale. Lo mostrano appunto tanto gli ultimi documenti ufficiali sulla sicurezza quanto le operazioni della marina Usa nelle acque del Mar cinese meridionale, il tentativo di riattivare meccanismi e alleanze militari risalenti alla guerra fredda come il Quad (Usa-India-Giappone-Australia) oppure la maggiore attenzione rivolta ai rapporti politici e militari con Taiwan. Nel primo documento che raccoglie la nuova strategia di sicurezza dell’amministrazione Trump – il National Security Strategy of the United States of America (dicembre 2017) - diverse sono le accuse rivolte a Pechino, oltre a quella ormai abituale di furto di proprietà intellettuali, con toni che ricordano un clima da guerra fredda (mondo libero contro mondo della repressione). In quanto “potenza sfidante” e “revisionista” la Cina punta a plasmare il mondo imponendo valori antitetici a quelli degli Stati Uniti, minacciando la sovranità dei piccoli Paesi e promuovendo, attraverso investimenti all’estero, un modello politico incentrato sul ruolo direttivo dello Stato in economia. Per quanto non esplicitato, il riferimento alla Belt and Road è presente in diversi punti del documento con accenni ovviamente preoccupati sulla sua valenza strategica in termini di aumento dell’influenza cinese, soprattutto in Asia: “Gli investimenti infrastrutturali e le strategie commerciali della Cina rafforzano le sue aspirazioni geopolitiche”. Un tentativo di accerchiamento militare al quale Pechino ha risposto e risponde modernizzando la propria struttura militare e dando priorità alla marina (attualmente è in costruzione la terza portaerei). Ad evitare la possibilità che lo scontro si sposti dal piano politico e commerciale a quello militare, oltre alla necessità di Pechino di un clima di pacifica collaborazione in Asia per proseguire sulla strada delle riforme economiche e sviluppare la Bri, c'è anche la spinta di parte del capitale e del mondo politico Usa di avviare una proficua collaborazione proprio nell'ambito della Belt and Road: si pensi alla recente firma di un accordo tra il cinese Silk Road Fund e la General Electric per lo sviluppo di una piattaforma d’investimenti congiunta in infrastrutture energetiche. 

.7) In nome del principio del mutuo beneficio, Pechino si rivolge a tutti, anche in Medio Oriente, sempre in chiave economica, quasi mai in quella militare. Ma è possibile, per una forza sempre più grande, non cadere prima o poi nelle contraddizioni profonde di quest’area, giungere a una rottura con alcuni partner e finanche impegnarsi militarmente? 

Pechino ha un imperativo: la stabilità di tutta l'area Mediorientale (Asia occidentale), indispensabile per la riuscita della Bri, sia nella variante terrestre che in quella marittima. I tanti progetti in campo, dalla Penisola Arabica alla Turchia, obbligano ad una politica diplomatica attenta, prudente e che pur non rinunciando a rapporti privilegiati (si pensi all'Iran) punta, quindi, maggiormente sulla collaborazione economica. La Bri in questo si dimostra un utile e vantaggioso strumento flessibili perché permette di stringere accordi diversificati in base al partner, dagli sviluppi ferroviari e portuali a quelli finanziari passando per la collaborazione in ambito di sicurezza. Se da una parte non è pensabile una rottura con alcuni partner, dall'altra è indubbio che esigenze di sicurezza – il terrorismo di matrice islamica - spingono e spingeranno Pechino ad intervenire maggiormente nell'area come avvenuto in Siria accompagnando l'appoggio diplomatico e l'assistenza militare al governo legittimo con iniziative volte a favorire il dialogo tra le parti e l'impegno alla ricostruzione delle strutture del Paese. Nelle file dell'Isis erano presenti centinaia di militanti di etnia uigura che potrebbero ritornare in Xinjiang e gettare nuova benzina sul fuoco separatista in una regione cruciale proprio per la riuscita della Bri. 

8) Nel libro hai citato autori che sottolineano che la Germania vede la Cina più come un rivale strategico che come un partner e che i paesi dell’Europa orientale – proprio quelli più atlantisti e anticomunisti – stiano reagendo con entusiasmo alla BRI. La BRI sta dividendo l’Unione Europea? Esiste una politica comunitaria in risposta agli investimenti di Pechino? 

La recente visita della Merkel a Pechino ha ribadito la necessità della collaborazione tra i due Paesi - la Germania è la prima meta Ue degli investimenti cinesi che si concentrano soprattutto su acquisizioni per tecnologia e know how da utilizzare in patria - anche se non mancano distanze sul piano politico (diritti umani, questione tibetana). Non stupisce quindi che sia stata proprio Berlino, e con esso Parigi e Roma, a preoccuparsi per le acquisizioni cinesi in settori ad altro contenuto tecnologico - l'allarme è scattato con è scattato con l’acquisizione di una quota del 35% da parte della cinese Midea, nonostante la forte contrarietà del governo Merkel, del costruttore tedesco di robot Kuka, fiore all’occhiello nel processo di automazione industriale - a spingere con decisione per l’introduzione di un regolamento di controllo europeo sugli investimenti cinesi. Il progetto presentato dalla Commissione europea nel settembre 2017 – una sorta di “scudo protettivo” – allarga il novero dei settori industriali nei quali i governi nazionali possono bloccare operazioni d’acquisto da parte di Pechino, pur non imponendo ad adottare regolamenti - una “golden power” a livello continentale - per procedere al blocco. Nella sostanza il meccanismo delineato non prevede alcuna procedura vincolante, ma l’attivazione di un procedimento di consultazione tra Stati e con la Commissione europea in caso di investimenti che mettano a rischio sicurezza o influiscano su programmi o progetti europei. La mancanza di vincoli e obblighi nel processo di protezione è il frutto, ancora una volta, di un compromesso con i Paesi che sono interessati agli investimenti cinesi. Un risultato al di sotto delle attese se si pensa che una sorta di modello di riferimento è dato dal Comitato di controllo sugli investimenti esteri negli Stati Uniti che mette sotto controllo tutti gli investimenti cinesi e può influire sulla decisione di blocco. É indubbio che la Cina negli ultimi anni – anche se gli investimenti sono ancora a livelli bassi – abbia messo piede nell'Europa centrale e orientale sfruttando anche la necessità di investimenti infrastrutturali dei diversi Paesi e stretto significativi rapporti con Ungheria e Grecia, entrambi membri dell'Unione Europa. Dal punto di vista politico il timore è che la presenza di Pechino, delle sue risorse economiche, si trasformi anche in influenza politica in alcuni dossier caldi che coinvolgono l’Unione Europea. Qualche segnale in questo senso, effettivamente, non manca: nel luglio del 2016 Grecia ed Ungheria hanno evitato che la dichiarazione Ue sulle rivendicazioni sul Mar cinese meridionale facesse diretto riferimento a Pechino; nel marzo del 2017 l’Ungheria ha impedito che la Ue firmasse come blocco unico un documento di condanna su presunti casi di tortura ai danni di avvocati detenuti in Cina, mentre nel luglio successivo la Grecia di Tsipras ha bloccato una dichiarazione dell’Unione europea, in seno al Consiglio dei diritti umani dell’Onu, di critica sulla situazione dei diritti umani sempre in Cina. 

9) C’è un po’ d’Italia nella BRI? Dove sono diretti gli investimenti principali? Concordi con l’opinione di Giuliano Marrucci, da te intervistato, che ritiene che nel nostro paese il “Sistema Paese” non ha capito l’importanza del progetto? 

Situata in mezzo al Mar Mediterraneo, ovvero il terminale occidentale della via Marittima della seta del 21° secolo, l'Italia è considerata dai leader cinesi una risorsa fondamentale per la realizzazione complessiva della Belt and Road e il successo dei collegamenti con l’Europa centrale, orientale e settentrionale grazie ai suoi porti e alle sue ferrovie. La Cina è ormai una potenza mediterranea grazie ad una presenza logistica ed economica che non si è certo limitata all’acquisto del porto del Pireo: ci sono la partecipazione da parte di Cosco nella joint venture che gestisce il terminal container del Canale di Suez, l’accordo per la costruzione in Algeria di un centro di trasbordo merci nel porto di Sarsal e l’acquisizione del 65% del Kumport terminal in Turchia, vicino a Istanbul, futura porta sul Mediterraneo della via terrestre asiatica. La centralità italiana è stata evidenziata recentemente dall’ambasciatore italiano a Pechino Ettore Sequi: dal Pireo per arrivare all’Europa centrale e occidentale, bisogna costruire infrastrutture che hanno un costo elevato e che attraversano una serie di Paesi, alcuni di questi europei con precise regole di procurement e in questo quadro il Belpase vanta un sistema portuale efficace, con procedure di sdoganamento tra le più veloci in Europa, la vicinanza al centro Europa, ed interconnessioni ferroviarie già pronte ed efficaci da mettere a disposizione dei cinesi. E l’Italia pare proprio avere consapevolezza del proprio ruolo da giocare, come dimostrano l’ingresso come Paese fondatore nella AIIB, la partecipazione del primo ministro Gentiloni – unico capo di governo del G7 presente – al Belt and Road Forum di Pechino e la vera e propria esplosione di iniziative, convegni e giornate di studio che a partire dal 2017 hanno puntellato tutto il Paese, e dai molti articoli e approfondimenti ospitati da riviste e quotidiani, persino quelli locali. Prima guardata con attenzione – e portata avanti – dalla “comunità degli affari”, la Bri ha ormai raggiunto i luoghi del dibattito politico, sfiorando persino la recente campagna elettorale. L'attenzione cinese si dirige, quindi, verso i porti di Trieste e Genova grazie alle loro interconnessioni ferroviarie. La Cina ha messo le mani anche sul porto di Vado Ligure dove è in via di ultimazione una delle “opere tra le più attese in Italia”: il nuovo terminal container che vede Cosco detenere il 40% delle quote e Qingdao port international development il 9,9%. Fondamentale sarà il collegamento ferroviario: dalla stazione di Savona - questa è la previsione – partiranno treni lunghi 450 metri che garantiranno il collegamento con gli interporti dell’Italia settentrionale, aprendo nuovi mercati in Francia, Svizzera, Germania e Austria. Nel giugno del 2017 Trieste e la tedesca Duisburg hanno sottoscritto un accordo di "partnership strategica" proprio sulla nuova Via della seta. Firmato dal presidente dell'Autorità portuale di Trieste Zeno D'Agostino e da Erich Staake, presidente di Duisport, l'accordo apre a Duisburg - il più grande hub internazionale attivo in Europa e porta di accesso intermodale con collegamenti fluviali e ferroviari in ogni angolo del continente, dal Mar Baltico al Mediterraneo, ma anche alla Cina - un collegamento verso il Mediterraneo e il corridoio Europa/Turchia/Iran. Secondo AdriaPorts "quasi 25 treni a settimana collegano Duisburg al nord della Cina, mentre Trieste è collegata alla via della seta marittima attraverso il canale di Suez. Con questo accordo, lo scalo della regione Friuli Venezia Giulia e il porto situato alla confluenza del Reno e della Ruhr (due dei principali fiumi navigabili in Europa) saranno in grado di aumentare il traffico ferroviario all'interno delle piattaforme logistiche secondo ad un progetto comune".Ad essere tagliati fuori dai progetti di collegamento marittimo della Bri, come è stato recentemente rilevato, sarebbero, invece, i porti dell’Italia meridionale, nonostante la vicinanza geografica al Canale di Suez e la posizione strategica (si pensi a quello siciliano di Augusta). A mancare è il quadro di connettività e infrastrutture di cui godono i porti settentrionali. Inoltre l'Italia è presente già su alcuni teatri della Bri con importanti realtà produttive. Ferrovie italiane sono coinvolte in Iran nel progetto di costruzione della ferrovia tra Teheran e Isfahan, e hanno acquisito il 100% di Trainose, il principale operatore ferroviario in Grecia che fornisce servizi di trasporto merci e passeggeri a livello extraurbano, regionale, nazionale e internazionale, compresi servizi di logistica. Sono operazioni che segnano l’ingresso in contesti in espansione per quanto riguarda il futuro dei collegamenti e degli scambi fra Asia ed Europa, in special modo la seconda vista l’importanza dello scacchiere balcanico. Inoltre, nel dicembre del 2017, Italferr (Gruppo FS Italiane) e il colosso statale cinese Beijing National Railway Research & Design Institute of Signal & Communication (CRSCD), leader nella produzione di tecnologie, prodotti e servizi nel settore rail e specializzato nei sistemi di controllo e segnalazione ferroviaria, hanno siglato un Memorandum of Understanding con l’obiettivo - come da comunicato ufficiale - di ampliare le alleanze internazionali per competere su vari mercati.