giovedì 27 febbraio 2020

Miseria della lamentazione "biopolitica"

Coronavirus. La paura dell’epidemia offre sfogo al panico, e in nome della sicurezza si accettano misure che limitano gravemente la libertà giustificando lo stato d’eccezione
Agamben Manifesto 26 2 2020

Il virus della paranoia che permette al Potere di lavorare sulla nostra riprogrammazione cerebrale
 Alla drammatizzazione del virus da parte dell'industria dei media in cerca di sensazionalismi e ad opera di un ceto politico delegittimato e terrorizzato che prova a pararsi il culo - e in solidarietà antitetico-polare con il turbosciacallaggio scientifico dei filosofi indipendenti, delle destre e di Salvini in particolare - risponde prontamente la sinistra libertaria di ispirazione più o meno foucaultiana, la quale vede esperimenti biopolitici anche dove di tali esperimenti non sussiste il bisogno e che non rinuncerebbe alla libertà di spritz nemmeno sotto un bombardamento a Beirut, così che tutto ciò che minaccia di turbare il suo godimento consumeristico diventa "stato d'eccezione" e ogni vacca sfuma nel nero.
Come nella questione delle migrazioni, al modello securitario neoliberale di impostazione repressiva si contrappone così un universalismo astratto e immediato che nessun interesse ha a comprendere le ragioni della psicosi e che ha a cuore solo l'Unico e le sue proprietà.

In entrambi i casi abbiamo spiegazioni all'insegna del complottismo che non spiegano nulla.
Se il primo tipo di risposta è odioso, il secondo è presuntuoso e fa di tutto per farsi odiare a propria volta: finisce oltretutto per coincidere con le posizioni di chi è assolutamente certo che dietro tutto questo ci siano le perfide multinazionali delle mascherine.


Nelle reiterate denunce di ispirazione foucaultiana relative all'uso "biopolitico" dell'emergenza al fine di creare artificialmente uno stato d'eccezione che verrebbe pian piano elevato a governo della normalità ai fini di un "disciplinamento" o - i foucaultiani stessi sono spesso in disaccordo tra loro - di un "controllo" sociale generalizzato, c'è sempre stata una cosa che non mi è mai tornata, al di là del rischio strisciante di un certo complottismo grossolano che è speculare al complottismo dei populisti-sovranisti.
Esattamente, quale selvaggia pulsione sociale alla sovversione dovrebbe essere oggi disciplinata o tenuta sotto controllo? Quale rivolta dei subalterni - che a me sembrano semmai desiderosi di intrattenimento, protezione e sangue altrui: questo bisogna spiegare - si tratterebbe di prevenire?
Nel vigente stato catatonico delle masse, conseguenza di una sconfitta profonda le cui ripercussioni saranno di lunghissima durata, l'unico empito di sovversione è oggi a guardar bene quello che proviene dalle classi dirigenti, come quasi sempre è avvenuto nella storia del nostro paese.
Usare un argomento che è stato anche valido in contesti e momenti determinati come una facile spiegazione monocausale passepartout, valida in ogni tempo e in ogni luogo - e presentare come chissà quale subdolo segreto dell'arte di governo alcune pratiche anche abbastanza scontate di gestione della società di massa - mi pare sia in realtà la copertura di un atteggiamento pregiudiziale nei confronti dello Stato in quanto tale e del potere in quanto tale: entrambi considerati per definizione e necessariamente come repressivi, e dunque segretamente "fascisti" a prescindere non solo dalla loro fenomenologia ma soprattutto dai rapporti di forza che li innervano.
E' una copertura, oltretutto, che sembra in realtà esonerarci con una formula magica dalla fatica dell'analisi e della negazione determinata e che ignora filoni interpretativi non meno significativi, come quello che riconduce semmai lo stile di governo novecentesco alla mobilitazione totale sperimentata nella guerra imperialista o ancora prima alla tradizione coloniale.
Ammesso che esista, infine, il potere biopolitico è sempre cattivo? E il bios che verrebbe manipolato è sempre di per sé spontaneamente buono - come il mitologico Popolo dei sovranisti - in quanto si identifica con un potere sociale costituente che è a sua volta sempre innocente? [SGA]

Hillary Clinton e Trump, universalisti astratti e particolaristi, uniti nella lotta contro Bernie Sanders

Avviata da tempo, la campagna politico-mediatica per fermare Bernie Sanders delegittimandolo e facendone una sorta di Nuovo Hitler prima che faccia saltare il banco entra da oggi nel vivo.

Invece di serrare le fila attorno a Sanders e aiutarlo a sconfiggere Trumpl, l'establishment democratico cerca di affondarlo e finisce per aiutare Trump stesso.

Di fronte al rischio di una per quanto minima alterazione dell'ordine borghese - Sanders non è bolscevico e non è nemmeno scemo: sa cosa si può e non si può fare negli USA - le due frazioni delle classi dominanti ritrovano subito consonanza di intenti.

Quando giustamente denunciamo la critica particolarista del Politically Correct, che si accanisce sulle minoranze, onestà analitica impone di prestare attenzione all'uso del medesimo Politically Correct in chiave di dominio politico di classe e dunque alla strumentalizzazione dei diritti di alcune di queste minoranze stesse al fine di reprimere i diritti di altre minoranze o persino di vaste maggioranze.

Chi contesta il Politically Correct per negare i diritti altrui è un nemico. Ma nemico è anche chi se ne serve per imporre più sottili forme di esclusione.

Come sempre, particolarismo (populismo-sovranismo) e universalismo astratto e immediato (dirittumanismo bianco benestante) sono due facce della stessa medaglia e si contrappongono entrambi all'universalismo concreto [SGA].

Verso la riproducibilità della coscienza umana: Graziano


martedì 25 febbraio 2020

Gi Scritti 1910-1926, vol. 1, nell'edizione nazionale delle opere di Antonio Gramsci

Antonio Gramsci: Scritti (1910-1926 ), I, 1910-1916, a cura di Giuseppe Guida e Maria Luisa Righi , Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, pagg. XXXIII,pagg. 1015, sip 


L’officina di Antonio Gramsci
Scritti giovanili. Il volume, che raccoglie tutti gli articoli pubblicati dal 1910 al 1916, ha il merito di far comprendere l’importanza dell’approccio storico-filologico dell’autore

Michele Ciliberto Domenicale 23 02 2020
Se si guarda alla cultura filosofica italiana della prima metà del Novecento – ed oggi è possibile farlo da una diversa distanza – le figure che si stagliano su tutte le altre sono quelle di Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Antonio Gramsci.
Naturalmente, occorre distinguere tra Croce, Gentile e Gramsci: i primi due sono filosofi di professione, Gramsci è un politico che è «costretto» ad affrontare in carcere problemi di carattere teorico, restando però sempre un politico. La riflessione dei Quaderni ha l’obiettivo di comprendere le ragioni della sconfitta subita dal movimento operaio italiano ad opera del fascismo, cercando di individuare, attraverso un’analisi complessiva della storia d’Italia, le condizioni ideali e materiali che consentano di riprendere, in forme nuove, la battaglia. Muovendo di qui, Gramsci affronta problemi filosofici essenziali per fondare l’iniziativa politica alla luce dalla filosofia della praxis, misurandosi con i punti più alti del pensiero «borghese», a cominciare da Croce soprattutto e anche da Giovanni Gentile. 
I Quaderni del carcere per quanto «non finiti» si presentano come un corpus organico, raccolto intorno ad alcuni temi fondamentali, che ritornano, come in un movimento a spirale, nelle diverse «rubriche». Nonostante la forma in cui sono scritti – e il movimento diacronico descritto dagli interpreti più recenti – costituiscono un «sistema» chiaro, altamente organizzato. In questo senso, lavorare a un’edizione critica dei Quaderni è più agevole che impegnarsi in un’edizione critica degli scritti prima del carcere, per molti motivi. Anzitutto, si tratta in genere di scritti non firmati o siglati in modi che vanno, volta per volta, sciolti; sono poi in buona parte interventi giornalistici: come si dice nell’Introduzione a questo volume, «per qualche anno il giornalismo fu la forma specifica della sua militanza politica».
Questo nuovo volume dell’edizione delle opere di Gramsci – promossa dalla Fondazione Gramsci, in collaborazione con l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana – ha avuto perciò bisogno, per essere condotto a termine, di tempo e di raffinate competenze.
Per limitarsi ai momenti più importanti della fortuna degli scritti precarcerari di Gramsci, ne vanno indicati almeno due: il volume degli Scritti giovanili, uscito nel 1958, che raccoglieva un primo, vasto gruppo di articoli, dal 1914 al 1918; la pubblicazione di due raccolte fondamentali anche per il metodo rigorosamente filologico seguito. La prima raccolta è quella curata nel 1968 da Sergio Caprioglio (A. Gramsci, Scritti 1915-1921); la seconda fu pubblicata nel 1974 da Renzo Martinelli (A. Gramsci, Per la verità). 
Proprio Caprioglio e Martinelli, presentando il loro lavoro, insistettero però sulla necessità di lavorare a una nuova edizione critica di tutti gli scritti precedenti i Quaderni, che si affiancasse a quella dei Quaderni del carcere, e fondasse «la sua completezza sull’applicazione di criteri scientifici»: un’opera che per la sua complessità non poteva non essere realizzata che da «un lavoro di équipe». Come ribadiva Martinelli sottolineando, sul piano del metodo, la necessità di ricorrere al «metodo della lettura comparata«: il quale permette «non solo di ravvisare i temi comuni – espressi a volte con le stesse parole e i medesimi giri di frase – ma di ricostruire contestualmente un insieme di relazioni, di spunti, di fatti precisamente richiamati, che fanno emergere gradualmente, circoscrivendo l’ambito dello scritto, le ragioni dell’attribuzione». 
È il metodo messo alla base di questo volume, che comprende gli scritti dal 1910 al 1916, corredato da preziosi apparati critici. Da questo punto di vista, il volume – curato da Giuseppe Guida e Maria Luisa Righi – è un vero e proprio modello di indagine filologica e storica seriamente fondata ed è un contributo decisivo, per i passi avanti che fa rispetto alle pionieristiche raccolte di Caprioglio e Martinelli. Basta dire che il volume raccoglie 401 articoli «di varia lunghezza, dal breve trafiletto a scritti che hanno il carattere del piccolo saggio». E per chi ha una qualche familiarità con gli scritti maturi di Gramsci è una lettura affascinante: consente di entrare nella sua “officina”, di vedere come lavorava, e di misurare la distanza fra questi scritti e i Quaderni, anche sul piano del lessico. Qui Gramsci non è ancora il notevole scrittore che diventerà successivamente, e che darà piena prova di sé nei Quaderni del carcere. 
Per capire i passi in avanti compiuti negli studi gramsciani, basta citare qualche fatto: nell’introduzione agli Scritti giovanili del 1958 si esclude, in sostanza, che ci fossero scritti anteriori all’articolo firmato del 31 ottobre 1914 – «Neutralità attiva ed operante» –; questo volume si apre con un articolo pubblicato da Gramsci su «L’Unione Sarda» il 16 luglio 1910, A proposito di una rivoluzione, ed è seguito da due articoli già individuati da Martinelli pubblicati sul «Corriere universitario», firmati alfa gamma, Per la verità, I futuristi. 
Un lungo lavoro, frutto di molte ricerche su «cinque anni che paiono secoli» come si intitola un bel libro Leonardo Rapone, utile per decifrare in modo adeguato gli anni giovanili di Gramsci, colti anche nei loro momenti di crisi, di cesure, al di fuori di prospettive teleologiche, che non fanno mai capire come le «cose sono effettivamente andate». Sono tipici i giudizi espressi sull’articolo di Gramsci, Neutralità attiva ed operante. «I problemi politici allora aperti – si legge nell’Introduzione agli Scritti giovanili pubblicati nel 1958 – non erano stati risolti in senso leninista da Gramsci», che avrebbe risentito, anche lui, «fortemente del marasma in cui la guerra aveva gettato il movimento socialista italiano e della ignoranza delle posizioni leniniste nei confronti della guerra imperialista». 
Battute che colpiscono per la loro durezza, in cui si rifrangono vecchi contrasti politici, personali, perfino esistenziali ancora non sedimentati, a quella data: come se aver avuto, nel 1914, considerazione per una posizione di Mussolini, oltre che un errore politico fosse una caduta nell’abisso, al quale Gramsci andava in qualsiasi modo sottratto. Un altro mondo rispetto a quello in cui è stato allestito questo volume, il quale, oltre al merito di mostrare – per contrasto – quanto cammino abbiano fatto gli studi gramsciani nell’ultimo mezzo secolo, fa comprendere l’importanza dell’approccio storico-filologico per decifrare i testi, anche i più complicati, riuscendo a liberarsi dalle incrostazioni dell’ideologia. Gramsci, in questo volume, è finalmente trattato – e rispettato – come un classico; ed è questo che bisogna continuare a fare. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Dio li fa e poi li accoppia. Una nuova edizione del Nietzsche di Sloterdijk


Questo sarebbe il nuovo responsabile economico del PD, quello "di sinistra"...


Breccia e il fallimento della guerra in Afghanistan. Il parere del Nostro Toynbee come esperto di storia militare e di geopolitica dell'Asia centrale



Una esplicita rivalutazione del colonialismo "civilizzatore" italiano in Libia da Valensise sulla Stampa


Ogni giorno, con una modica spesa, Repubblica fornisce al proprio lettore medio - alienato e impotente come tutti - il suo piccolo sogno identitario liberal, tra Kennedy e Woody Allen, in un continuo rimando tra l'immaginario midcult e quello dell'universalismo politico astratto.

































Dal broker al vagabondo...

L'epoca in cui Carioti critica Marx. Non bastava Claeys: la borghesia reazionaria è sempre terrorizzata


Gnoli intervista Giovanni Codevilla

Giovanni Codevilla Quanti segreti ha l’anima russa 
di Antonio Gnoli 22/2/2020 Robinson
Mi aveva colpito la copertina di un libro intitolato Il terrore rosso sulla Russia ortodossa: un grasso pope dalla barba rossiccia in groppa a una vecchia contadina, a quattro zampe, costretta a pregare davanti a un’icona.
Nell’Unione sovietica degli anni Venti era facile imbattersi in vignette dissacranti della propaganda antireligiosa. Non abbiamo riflettuto abbastanza su che cosa accadde nel periodo che seguì alla rivoluzione del 1917 e mi sembrò che Giovanni Codevilla, l’autore di quel libro a me sconosciuto, avesse alle spalle diverse e approfondite ricerche sul periodo.
Codevilla è un signore che ha insegnato per 40 anni diritto canonico a Trieste. Nato per caso a Nervi, vive a Milano dove lo incontro in un giorno di pioggia. Ha al suo attivo una storia in quattro volumi sulla Russia, ha studiato i rapporti tra Stato e Chiesa nell’Unione sovietica e ora ha pubblicato questo libro sul terrificante decennio che seguì la rivoluzione (i suoi libri sono tutti editi da Jaca Book). Ha una bibliografia possente ma concentrata, quasi ossessivamente, su quel mondo che fin dall’inizio ha deciso di studiare. Mi dice che quello che ha fatto e che continua a fare (cioè occuparsi della Russia) è la cosa giusta. Se si fosse occupato di francobolli non sarebbe stato altrettanto maniacale, osservo. Mi guarda da sotto le scomposte sopracciglia e dice che la filatelia (parola bellissima) non implica nessuna adesione alla morale, cosa che invece ha guidato la sua ricerca sulla Russia.
Come le è nata la passione per la Russia che, a ben guardare, non è una semplice passione letteraria?
«Di solito ci si appassiona alla letteratura russa e non c’è niente di più meritorio ed esaltante che entrare in quel vasto territorio di pensieri, riflessioni, personaggi, stili che l’hanno resa grande. Il mio interesse, vista anche la mia formazione, si è concentrato sulle istituzioni, sulle regole che vigono e che nel tempo sono state radicalmente cambiate. Spesso producendo drammi o tragedie inenarrabili. Però la prima seria attenzione per quel mondo si legò a una delusione».
Ci spieghi.
«Cominciai a studiare il russo nel 1959; poi, nel 1961, mi capitò tra le mani il libro di Herbert Prauss Eppure non era la verità, che descrive criticamente la sua esperienza comunista nella Germania Orientale. Quella lettura suscitò in me il desiderio di approfondire la conoscenza del mondo comunista e della Russia in particolare, soprattutto dopo il primo viaggio nel 1963».
I suoi studi però non erano legati a quel mondo.
«In un certo senso lo erano. Mi sono laureato in giurisprudenza alla Cattolica di Milano con Orio Giacchi, insigne studioso di Diritto canonico ed ecclesiastico, con una tesi sui rapporti tra Stato e Chiesa nell’Unione Sovietica. Negli anni universitari cominciai a frequentare il Centro studi Russia Cristiana, fondato a Milano nel 1957 da padre Romano Scalfi, con la presenza fondamentale del biblista Enrico Galbiati».
Che finalità aveva il Centro?
«Quella di stabilire e potenziare un dialogo interreligioso.
Pochi sanno che la rivista Russia cristiana – diretta da Galbiati – conteneva gli scritti della dissidenza sovietica».
I famosi samizdat.
«Per la prima volta comparvero in Italia nomi della dissidenza tra cui Vladimir Bukovskij, Andrej Sinjavskij, Iosif Brodskij. Pochi in Europa conoscevano l’esistenza di quel mondo, i rischi che vi si correvano, le persecuzioni cui si andava incontro. Scalfi tenne per anni i contatti andando anche in Urss».
Lei che Paese vide?
«Arrivai nel 1963, c’era ancora Krusciov, nessuno allora sapeva che era in corso una lotta per il potere che si concluse l’anno dopo con la sua defenestrazione. Mosca e Leningrado mi colpirono per l’ordine, la pulizia e l’efficienza della metropolitana. Erano città vetrina che dovevano apparire modelli di modernità».
E la gente?
«Ricordo le code ai negozi e i curiosi che avvicinavano il mio gruppo — ero insieme a dei giovani studenti europei — che desideravano conoscere la nostra provenienza.
C’erano anche numerosi borsari neri — i fartsovshchiki — che acquistavano impermeabili leggeri che chiamavano, non so perché, "Bologna", e jeans allora considerati merce rara e preziosa. C’erano anche agenti in borghese addetti al servizio di sicurezza».
Erano minacciosi?
No, mi sembravano più che altro pedine del sistema. Ne ricordo uno in particolare: un georgiano che ci mise in contatto con un giovane poeta, attratto dai temi religiosi. Evitava di parlare con noi di politica, ma questo non lo risparmiò dall’azione repressiva del Kgb che lo convocò vietandogli ogni contatto con gli stranieri».
Aveste delle noie?
«Ci fu solo un lungo e minaccioso articolo sulla
Komsomol’skaja Pravda che accusava me e altri compagni di viaggio di ficcare il naso nelle cose russe! In realtà, io mi interessavo solamente della situazione della Chiesa, ma questo per la Russia sovietica significava occuparsi di politica».
Lei ha parlato nel suo libro non di semplice repressione ma di terrore rosso. Come si manifestò?
«Il primo atto fu nel novembre del 1917 con la pubblicazione della Guida per l’istituzione del tribunali rivoluzionari il cui scopo era la repressione e l’uccisione dei nemici del popolo. Il loro potere divenne enorme tra il 1917 e 1925. Per diversi anni fu perfino soppressa la facoltà di giurisprudenza e sostituita da quella di Scienze sociali.
Era chiaro come il diritto non avesse più spazio nel progetto della nuova società».
Fu coinvolta anche la Chiesa?
«Fin dall’inizio il potere sovietico perseguitò sacerdoti e monaci. C’è un’ampia documentazione sui crimini perpetrati nei riguardi di esponenti della chiesa. All’inizio l’accusa più ricorrente era di aver pregato per i cosacchi.
La pena era la fucilazione. Trotskij fece fucilare, dopo un processo farsa, il vescovo di Sarapul. Lo stesso giorno, il 9 agosto 1918, Lenin scrisse la seguente nota: "Applicare senza pietà il terrore di massa contro kulaki, pope e guardie bianche, rinchiudere i sospetti in campi di concentramento fuori città"».
C’era in corso una guerra civile.
«Non c’è dubbio. Ma i decreti rivoluzionari consentirono, nel giro di poco tempo, di mettere a morte, solo su Mosca e Pietrogrado, migliaia di persone, molte delle quali prese in ostaggio: funzionari e ufficiali zaristi, sacerdoti, monaci, attivisti religiosi, aristocratici, impresari e uomini di affari. Nella maggioranza dei casi l’accusa era di aver favorito la controrivoluzione».
L’obiettivo qual era?
«Attraverso un’aggressiva campagna ateistica reprimere o cancellare ogni traccia religiosa e sostituirsi alla Chiesa. Il nuovo potere era consapevole delle profonde radici religiose del popolo russo. Sradicarle non era facile».
Quando dice che il potere sovietico si sostituì cosa intende?
«Ne sposò i rituali e l’atteggiamento fideistico e infine mise il Partito al posto della Chiesa. Perfino nei brindisi si esclamava "Gloria a te o Partito!" invece che Gloria a te o Signore. Anche nel funerale comunista, al momento del ricordo delle virtù del defunto, il partito era la divinità cui ci si rivolgeva con deferenza e commozione».
Perché a un certo punto si attenua la repressione verso la Chiesa?
«La situazione negli anni Trenta si normalizzò.
Apparentemente la religione finì di esistere. Il mondo russo era compiutamente ateo. In realtà non fu così.
Stalin se ne rese conto nel momento in cui i tedeschi invasero l’Unione sovietica».
Che accadde?
«Ci fu l’appello al patriottismo e Stalin intuì che la religione poteva contribuire a rafforzare lo spirito unitario. Convocò il metropolita al quale, in cambio dell’aiuto, promise la riapertura delle chiese. Era il segno evidente che la spiritualità russa, così radicata nel popolo, non era stata estirpata».
Quali sono le radici di questa spiritualità?
«Le radici sono bizantine ma la tradizione è il monachesimo russo. Mentre il clero si lega al potere i monasteri proteggono l’autentica spiritualità. La prima grande minaccia avvenne con Pietro il Grande che volle occidentalizzare la Russia, ma la scristianizzò soltanto».
Fu una figura di riformatore.
«Fu un uomo contraddittorio, stravagante, pieno di eccessi. La parola riformatore non va intesa nell’accezione odierna. Voleva togliere certe arretratezze sociali. È vero. Modernizzò la Russia facendo uso della violenza estrema. Sono famose le sue stanze segrete dove venivano applicate le più diverse torture. Infine abolì il patriarcato sostenendo che non ci potessero essere due sovrani».
Dal suo punto di vista non aveva tutti i torti.
«Ma il risultato fu che l’ortodossia religiosa risultò essere l’autentico regno della libertà. Oltretutto, occorre capire che la teologia russa non era quella costruita da Tommaso d’Aquino».
Cosa vuole dire?
«Che il pensiero russo non ha molti punti di contatto con la logica occidentale. Quando Tommaso rielaborò i valori teologici in modo razionale, la Russia era sotto il dominio tartaro che va dal 1247 al 1480. Ci fu un sostanziale isolamento della Russia dall’Occidente, proprio nel momento in cui l’Europa rielaborava il proprio pensiero in termini sistematici. Un russo non si serve facilmente delle nostre categorie logiche. Non dirà mai è vero perché è vero; dirà: è vero perché è bello».
Questa conclusione apre a due personaggi straordinari: Dostoevskij e Florenskij.
«Lo sono in senso assoluto. Entrambi — uno sul piano narrativo l’altro facendo coesistere religione e attività scientifico-pratica — sono figli di una teologia poco occidentale. Ma questo vale anche per gran parte degli scrittori del dissenso».
Vedo che lei ha una parete della sua casa arredata con numerose icone. Florenskij scrisse in proposito parole definitive.
«La sua dedizione alla pittura nacque dal tentativo di ridimensionare l’arte italiana del Rinascimento, così protesa a esaltare i valori individuali dell’artista. Per un pittore di icone la libertà artistica è minima. Come nella liturgia di un canto o di una messa anche l’artista è parte di una costruzione più grande».
Lei è un credente?
«Lo sono, certo. E ho apprezzato la liturgia ortodossa, molto più ricca dei nostri rituali, spesso monotoni. Ho sposato una donna russa, con passaporto americano.
Passai del tempo a Belgrado nel 1973 e divenni amico di Milovan Gilas, che era stato braccio destro di Tito e poi cadde in disgrazia. Le sue analisi sulla degenerazione burocratica del comunismo si rivelarono profetiche. Fu un uomo affabile e semplice. Non capiva tuttavia la mia adesione alla fede ortodossa».
Le capita di tornare in Russia?
«Non vado da diversi anni».
Si parla di una nuova alleanza tra politica e religione.
«Credo sia nel disegno strategico di Putin e non a caso, come consigliere spirituale, ha scelto Shevkunov. Anzi più che un confessore è il suo ideologo. Oggi in Russia si ripropone il tentativo di riunire potere statale e spirituale».
Shevkunov è un sostenitore dell’idea della "Terza Roma", cioè del nuovo sogno imperiale.
«Nella versione medioevale la "Terza Roma" doveva salvare il mondo dall’eresia, dai nemici della fede e dall’immoralità e in quella contemporanea combatte per gli stessi scopi, e per riunificare tutto il mondo nell’unità contro i padroni della globalizzazione, che vogliono disgregare l’umanità e dominarla, cancellando i valori morali tradizionali e rendendo tutti gli individui dei soggetti controllati dalla tecnocrazia e dalla finanza».
Anche un cieco vedrebbe che potere oligarchico e finanza, teocrazia e tecnocrazia sembrano nell’attuale Russia molto più alleati che in contrasto. Non crede che attraverso l’idea di un regno ortodosso sia in atto un nuovo imperialismo?
«Penso proprio di sì! Basti pensare agli ottimi rapporti tra Putin e gli oligarchi che hanno saccheggiato e continuano a saccheggiare la Russia. La concentrazione della ricchezza accumulata senza ritegno e in modo disonesto è incredibile!».
Quindi siamo all’ennesimo fallimento dell’alleanza tra spiritualità e potere politico?
«La vera spiritualità in Russia si trova da sempre nei monasteri. È lì che si incontrano gli startsy, maestri di vera spiritualità e lontani dalle cose del mondo».
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Abulafia: mare senza confini



Microfictions: il romanzo postmoderno di Jauffret


Eliade e le religioni dell'Eurasia

Mircea Eliade (a cura di): v, Jaca Book, Milano, pagg. 408, € 50

Religioni d’Eurasia a tavola con Re Artù
Armando Torno Domenicale 23 2 2020
Una favola diffusa tra gli eschimesi della Groenlandia (versioni ridotte circolavano anche nel Labrador) parla di un cannibale che mangiava le proprie mogli e si risposava continuamente. I suoi delitti furono scoperti grazie a un canto accompagnato da un tamburo. Aldilà dei fatti narrati, la vicenda invita a disilludersi sull’amore e testimonia una condanna morale e sociale degli uomini immaturi; evoca i significati della musica e illustra le magie che gli dei offrono agli uomini. Impossibile qui elencare quanto accade nelle poche pagine del racconto fiabesco: chi volesse verificarlo alla fonte, può consultare il lavoro di Henrik Rink, Tales and Traditions of the Eskimo (William Blackwood & Sons, Londra 1875; ristampato nel 1975).
Non è escluso che un racconto come questo nasconda il ricordo dei sacrifici umani, che anche i popoli artici avrebbero praticato. I greci urlarono il dolore di tale ricordo nella tragedia, la quale - notò tra gli ultimi René Girard - fu un tentativo di strapparsi di dosso la violenza necessaria per comunicare con gli dei. Anche nella religione megalitica, attiva al Nord tra il V e il II millennio prima della nostra era, vi sono tracce di sacrifici umani: tumuli ritrovati in Gran Bretagna nelle camere mortuarie (mortuary houses) e, tra l’altro, in Danimarca hanno rivelato ossa e crani, probabili indizi del terribile rito.
Qualcuno aggiungerà che in Irlanda, in Bretagna e anche altrove tali luoghi sacri, dove si celebravano funerali, liturgie annuali e iniziazioni, erano probabilmente delle “tombe santuario”. Del resto, il tumulo ovale che ricopre una costruzione di questo genere a Newgrange (nella contea di Meath), è ricoperto di quarzo bianco e assomiglia a un’enorme cupola. Forse rappresentava un gigantesco uovo cosmico, grembo del mondo. È più antico di Stonehenge e delle piramidi egiziane.
Chi avesse la pazienza di seguire le mille connessioni che legano questo mondo, non potrà prescindere da Odino, dai molteplici attributi e dalle innumerevoli funzioni. «Il più vecchio di tutti gli dei» - così lo definisce Snorri Sturluson nella ventesima stanza de L’inganno di Gylfi, parte dell’Edda - oltre a essere patrono dei poeti, è dio dei morti, mago, veggente, maestro delle rune. E come tale è libero di muoversi tra incantesimi e canti magici. Prova piacere a incitare i conflitti, nell’impedire la pace; i sacrifici che gli vengono offerti rivelano aspetti inquietanti, come la trasformazione dei visceri della vittima. Ma qui non ce la sentiamo di andare oltre.
Abbiamo seguito alcuni suggerimenti e indicazioni del Dizionario delle religioni dell’Eurasia, a cura di Mircea Eliade, pubblicato come un’altra dozzina di opere simili da Jaca Book, tutte tratte della vasta Encyclopedia of Religion edita da Macmillan Library, diretta dal ricordato studioso (nella seconda e ultima edizione, del 2005, è di 10.902 pagine, in 15 volumi; vi hanno collaborato oltre duemila specialisti). Anche nelle sole pagine dedicate all’Eurasia, si scopre un universo e ci si rende conto che elementi religiosi si riflettono nelle leggende di Re Artù (dimenticate il capo della Tavola Rotonda o il promotore della ricerca del Santo Graal: appartengono al dominio della letteratura); altri si ritrovano nella festività di Halloween, che rimanda a simboli nati nel mondo sacro dei popoli indoeuropei pagani. Qui il discorso si amplia, giacché questa festa da poco importata dal mondo anglosassone aiuta a infrangere barriere culturali o a liberarsi della propria identità. Del resto, nel mondo dei Celti era una fuga annuale dalla realtà e dalle normali aspettative.
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Il Neolitico di Demoule


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Nostalgistan. Un altro viaggio nelle fu- repubbliche sovietiche

Risultato immagini per nostalgistan
Leggi anche qui

Tino Mantarro: Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, Ediciclo, Portogruaro, pagg. 208, € 15

Bel viaggio nei brutti Stan
Turismo alternativo. Le repubbliche post-sovietiche dell’Asia centrale (Turkmenistan, Kazakistan eccetera) offro luoghi dissonanti, periferie degradate e palazzi fatiscenti
Claudio Visentin Domenicale 23 02 2020

I viaggiatori indipendenti non si fanno certo dire dove andare dalla pubblicità turistica (altrimenti non sarebbero indipendenti). Seguono piste appena tracciate, segni sfuggenti, sotterranee inclinazioni... O almeno piace loro pensare che sia così; e pazienza se dopo essere partiti ciascuno per conto proprio, un po’ furtivamente, si ritrovano poi tutti negli stessi posti.
Le mete predilette sono quasi sempre Paesi decorosamente poveri, dove viaggiare con poche risorse, ragionevoli disagi, pericoli solo all’apparenza. Qualche decennio fa l’Eldorado era l’America centrale e meridionale. Poi cominciò la lunga stagione del Sud-est asiatico, con la Thailandia di The Beach (il libro di Alex Garland dal quale fu tratto un fortunato film con Leonardo Di Caprio). In fondo quella stagione non si è mai conclusa, anche se oggi i più intraprendenti guardano piuttosto verso il Vietnam o il Laos.
Da qualche tempo tuttavia si avverte un interesse crescente per gli Stan (un suffisso etnico, di origine persiana, che vuol dire «Paese di»), le repubbliche centro asiatiche spuntate dopo la dissoluzione dell’Impero sovietico: Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan.
Va detto però che, in senso stretto, gli Stan forse neppure esistono. A fine Ottocento i Russi hanno gradualmente conquistato queste terre popolate da diversi clan nomadi, forzandoli alla vita sedentaria. Nel 1924 poi Stalin creò le cinque repubbliche socialiste autonome da cui discendono gli odierni Stan, disegnando i loro confini con un tratto di penna, senza curarsi troppo della coerenza e unendo sotto la stessa bandiera popolazioni diverse. Per fare solo un esempio 5% degli abitanti della capitale uzbeka Tashkent sono coreani, trascinati attraverso tutta l’Asia e confinati qui. E quindi un’eredità di tensioni etniche, profughi, purghe, epurazioni, persecuzioni dei credenti musulmani e di chi semplicemente possedeva qualcosa (kulaki), migliaia di morti.
Inoltre, nonostante il suffisso comune, sono Paesi molto diversi tra loro: il Kazakistan per esempio è decisamente più grande e ricco dei suoi quattro vicini (grazie alle riserve di petrolio e gas); mentre il piccolo Kirghizistan, con le sue alte montagne e gli impianti di sci, è una specie di Svizzera atterrata tra i deserti d’Asia.
Ma poi, perché mai qualcuno dovrebbe voler visitare Paesi così?
Certo qui già al tempo di Marco Polo si intrecciavano i diversi rami della Via della Seta, con i loro fantastici caravanserragli dove i mercanti si scambiavano merci, idee, fedi. E quelle remote memorie storiche sembrano riprendere vita da quando l’espansione commerciale cinese cerca di sostituirsi all’ormai evanescente dominio post sovietico. Il perno di questa strategia è Kashgar, un tempo estremo occidente della Cina, affacciato su Kirghizistan e Tagikistan, a 4.200 chilometri da Pechino. Un antico proverbio diceva che «le montagne sono alte e l’imperatore è lontano»; il primo messo imperiale cinese nel II secolo a.C. ci mise tredici anni per andare e venire, ma ora i collegamenti con la Cina – autostrade, treni, aerei – sono rapidi ed efficaci.
Certo ci sono centri come Bukhara, la città sacra dei musulmani d’Asia con le sue trecentosessanta moschee e le cento scuole coraniche. O ancora la leggendaria Samarcanda, sempre in Uzbekistan. E in effetti qui qualche gruppo di turisti si incontra sempre più spesso. Ma perché spingersi oltre, come ha fatto Tino Mantarro in un riuscito libro di viaggio dedicato a questi Paesi? Perché misurarsi con troppa burocrazia, continue richieste di denaro da parte di doganieri, poliziotti e militari, poco inglese, scarsa accoglienza negli alberghi ex Inturist, una cucina monotona dominata dal montone? Perché aggirarsi tra centri storici ricostruiti e degradate periferie punteggiate da fatiscenti palazzi prefabbricati? Non a caso il libro s’intitolava dapprima Tutta la tristezza che mi merito.
La risposta potrebbe essere che una nuova estetica sorregge questo viaggio, una fascinazione per il mondo ex comunista. In Germania Est lo chiamano Good Bye Lenin Tourism, di nuovo dal titolo di un film fortunato del 2003, altri parlano di Dark Tourism: «Quest’estetica di terre in rovina, questi luoghi dissonanti, mai lindi, mai ordinari, a volte oggettivamente brutti. Paesaggi immensi, spesso estremi, spazi aperti di sovrumana grandezza. Luoghi dove nulla è a posto, dove a ogni angolo c’è qualcosa di inaspettato, malmesso e improvvisato. Dove vivono persone incastrate dalle giravolte del potere, sconfitte dalle ideologie, travolte dalla fine dei sogni. Posti dove l’eccentricità non è una posa, ma la regola».
Un’esperienza da ricordare e gustare pienamente dopo un adeguato intervallo, col senno di poi: «Tra qualche mese, sarà stata una grande avventura: i ricordi sono selettivi e lo sporco scivolerà via». D’altronde, come ha scritto Sylvain Tesson, «viaggiare significa portare in giro la propria delusione».
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venerdì 21 febbraio 2020

Filosofia come consolazione e supplemento d'anima per la società neoliberale







Repubblica risponde al Corriere, che con un colpo di genio aveva prontamente sostituito il defunto Emanuele Severino con Osho [SGA].











Una tecnologia che ci ferisce

Rivoluzione digitale. L’ultimo saggio di Luciano Floridi è un appassionato manifesto per una filosofia dell’informazione in un mondo dove l’uomo ha perso la sua centralità
Mauro Ceruti Domenicale 23 02 2020

Le tecnologie non sono più quelle di una volta… C’è una differenza sostanziale fra la ruota o il motore e le tecnologie digitali. È fondamentale riconoscerla. Senz’altro, è messa bene a fuoco da Luciano Floridi, nel suo ultimo saggio Pensare l’infosfera, che è l’appassionato manifesto di una filosofia dell’informazione. Le tecnologie dell’informazione non incidono solo sul modo in cui interagiamo con il mondo. Incidono sulla trasformazione e sulla modificazione degli ambienti in cui pensiamo e viviamo. E danno forma al modo in cui conosciamo il mondo. Hanno una portata ontologica, «modificano la natura intrinseca di ciò che toccano».
È una rivoluzione. Floridi l’ha definita la quarta rivoluzione, che è anche il titolo di una suo precedente libro. A suggerire questa definizione concorre il riferimento al modo in cui Sigmund Freud, in un suo celebre scritto (Una difficoltà della psicoanalisi), interpretò il senso delle conseguenze di tre profonde «ferite» che la conoscenza scientifica moderna aveva inferto al narcisismo umano. Ne parlò come di altrettante rivoluzioni nelle immagini con cui gli esseri umani hanno pensato il loro posto nel cosmo e quindi il senso della loro identità: la rivoluzione dovuta alle scoperte di Niccolò Copernico, che diede inizio alla trasformazione degli esseri umani da abitanti del centro del cosmo in abitanti di un piccolo pianeta di periferia all’interno di una galassia altrettanto periferica; la rivoluzione dovuta alle scoperte di Charles Darwin, che trasformò la specie umana da punto climattico del disegno del creatore nell’esito contingente e recente di un’evoluzione dalle molteplici ramificazioni; la rivoluzione dovuta alle scoperte dello stesso Freud, che sottraevano alla coscienza dell’uomo il controllo e il potere sull’insieme della sua vita psichica: l’uomo non è padrone nemmeno a casa sua.
Alan Turing è stato all’origine della quarta rivoluzione, la rivoluzione informatica, che a sua volta ha mutato radicalmente il nostro modo di essere e di concepirci nel mondo, e che ci ha reso abitanti di un ambiente globale fatto di informazioni, da Floridi chiamato Infosfera. Questa rivoluzione è una nuova ferita al narcisismo umano, alla sua presunzione di controllare e prevedere i suoi artefatti.
Le tecnologie digitali sviluppano una sempre maggiore autonomia, e sempre più controllano e prevedono gli stessi comportamenti, e desideri, umani. Le tecnologie digitali vivono e si sviluppano in autonomia anche rispetto alla scienza stessa. In certo senso, si autogenerano. La loro evoluzione è paragonabile, per alcuni versi, all’evoluzione biologica, che avviene per rapida proliferazione di alternative. Evolvono passo dopo passo, con una miriade di prodotti disordinati e scollegati. La materia intelligente, le biotecnologie, le simulazioni e i mondi immaginari prodotti dall’evoluzione del software e dalle avanzate capacità di calcolo dei computer, gli automi, gli avatar e gli agenti intelligenti stanno entrando nei paesaggi della vita quotidiana senza che quasi siano disponibili teorie in grado di prefigurare possibilità, limiti e conseguenze dei loro sviluppi.
Le tecnologie digitali generano orizzonti inediti. La loro dinamicità si riflette nella loro estrema pervasività, che trasforma le forme della vita quotidiana, i comportamenti individuali e sociali, la produzione, la trasmissione e l’apprendimento delle conoscenze, i modi in cui interpretiamo il mondo. È da esse che ormai dipende il nostro modo osservare le cose, e il nostro modo di guardare a noi stessi: il nostro rapporto con la natura e con il cosmo; la nostra identità di individui e la nostra identità di specie; il modo di concepire il cervello e la mente; il modo di vivere e di comunicare; la politica e l’economia; i sentimenti e le passioni…
Tutto ciò obbliga, come argomenta in modo molto articolato Floridi, di aggiornare i classici problemi filosofici, cioè i problemi che riguardano l’identità personale, la natura della conoscenza, i diritti fondamentali, e così via. Tutto ciò obbliga anche a formulare nuovi tipi di problemi filosofici, per esempio quello della natura dell’informazione, quello del potere nella società dell’informazione, quello della libertà in rapporto alla capacità di previsione dei sistemi dell’intelligenza artificiale.
La rivoluzione dell’informazione e della comunicazione ha messo in crisi alcuni presupposti dell’etica moderna, centrata sull’idea che la condizione umana fosse stabile e che i fini e le conseguenze dell’agire etico fossero prossimi, nello spazio e nel tempo, all’atto stesso e quindi prevedibili e controllabili. L’intervento tecnologico, sempre più estesamente bio-tecnologico, è giunto non solo a toccare l’identità umana, ma anche a metterne in discussione la stabilità evolutiva. Le conseguenze dell’agire tecnologico, difficili da prevedere, si dilatano nello spazio e nel tempo. E ciò chiede di riformulare il senso e l’estensione della nostra responsabilità.
In questo orizzonte, per Floridi, la filosofia ha un compito etico, e deve essere ridefinita a partire dalla prospettiva del design. «Il mondo stesso – scrive l’autore – ha fortemente bisogno di conoscenza filosofica e di disegnare nuove idee. La filosofia è necessaria per creare le nostre società dell’informazione, per dare forma ai nuovi ambienti digitali in cui milioni di persone trascorrono sempre più tempo e, in ultima istanza, per ripensare ciò che mi piace definire progetto umano». Questa filosofia rigenerata avrebbe come compito quello di delineare l’orizzonte problematico e progettuale di un ambientalismo etico digitale.
Pensare l’infosfera significa dunque ripensare la pratica e la metodologia della filosofia, impegnandola a uscire dall’accademismo, per tornare a occuparsi dei problemi fondamentali del nostro tempo e delle radicali trasformazioni nella nostra comprensione del mondo e di noi stessi. Ciò richiede, per Floridi, che la filosofia abbandoni ogni tentativo di fondazione metafisica assolutistica, e si volga «a porre le domande giuste, in modo da avere risposte rilevanti e significative». E ciò richiederà, aggiungo, di elaborare una filosofia della complessità capace di superare la frammentazione dei saperi, che oggi è il più ingombrante e inedito ostacolo alla formulazione dei vecchi e dei nuovi problemi filosofici e all’autocomprensione antropologica nel tempo dell’umanità planetaria. © RIPRODUZIONE RISERVATA

"Cultura orizzontale" o manipolazione gerarchizzata? Conseguenze dell'equivoco sulla "società liquida"


La "tomba di Romolo"