lunedì 23 maggio 2011

Da Adelphi una silloge di Borges e Bioy Casares

Il libro del cielo e dell'inferno Jorges Luis Borges, Adolfo Bioy Casares a cura di Tommaso Scarano Adelphi, Milano pagg. 240

Il lungo sodalizio tra Borges e Bioy Casares, nato ufficialmente nel 1940 con l’Antologia della letteratura fantastica, ha dato, com’è noto, frutti molteplici e fosforeggianti: da Sei problemi per don Isidro Parodi, alle due raccolte I migliori racconti polizieschi, alla prestigiosa collana «El séptimo círculo», alle Cronache di Bustos Domecq. Meno noto è forse che Borges e Bioy Casares allestirono nel 1960 una vasta silloge, libera e distratta, delle immagini che gli uomini si sono fatti di quegli universi ulteriori dove ai defunti sono destinati castighi e ricompense: silloge attenta a radunare in particolare, come ha notato Roger Caillois, «le intuizioni dei mistici, dei poeti, dei fiosofi, dei narratori, le riflessioni degli spiriti disinvolti», senza dimenticare «quei ribelli che hanno giudicato assurda, ridicola, odiosa una sanzione così sproporzionata». Ci incanteremo così di fronte al trucido paradiso del Valhalla, dove i guerrieri morti in battaglia ogni mattino si armano, combattono, si danno la morte e rinascono, e al delizioso inferno a sette piani delle Mille e una notte, l’uno sopra l’altro e ognuno a distanza di mille anni dall’altro. Ma, soprattutto, si fisseranno per sempre nella nostra memoria i Cieli tenacemente terreni immaginati da scrittori come Charles Lamb («Mi piacerebbe fermarmi nell’età che ho; perpetuarci, io e i miei amici; non essere né più giovani né più ricchi né più belli. Non voglio cadere nella tomba come un frutto maturo») o Miguel de Unamuno («Mio anelito è rivivere il vissuto, / e non vivere di nuovo nuova vita, / verso un eterno ieri fa’ ch’io alzi il volo e non giunga alla partenza») o Mark Twain («Dov’era lei, era l’Eden»). Giacché, come auspica il rapido Prologo, «Chissà che il nostro volume non lasci intravedere la millenaria evoluzione dei concetti di Cielo e d’Inferno: da Swedenborg in poi si pensa a stati dell’anima e non a un’assegnazione di premi e un’altra di pene».

Alessandro Scafi, Sole 24 Ore 22 maggio 2011

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